Il ciclo della centrifuga (POV Gianfranco)
di
ErosScritto
genere
etero
Tre giorni. Settantadue ore di una precisione chirurgica. Sapevo esattamente cosa stavo facendo mentre il silenzio riempiva le intercapedini tra il mio appartamento e il suo. La sentivo camminare nervosamente sopra la mia testa, un pendolo impazzito che oscillava tra il desiderio e la frustrazione. Potevo quasi percepire l'elettricità statica accumularsi attraverso il soffitto. Non ero svanito, stavo solo tirando la corda. Lentamente. Per vedere quanto avrebbe resistito prima di spezzarsi.
Martedì sera, 22:15. Quando ho sentito la sua porta sbattere e i passi rapidi sulle scale, ho sorriso. Non ha preso l'ascensore. Scappava, o correva incontro al destino. Ho aspettato due minuti esatti, controllando il mio Rolex, prima di uscire. Ho lasciato la giacca sulla poltrona, ma ho tenuto la camicia immacolata. L'immagine è tutto, specialmente quando devi dominare il caos di qualcun altro.
Scesi le scale silenzioso come un'ombra. L'aria del seminterrato era pesante, un misto di chimica e chiusura, ma appena mi avvicinai alla lavanderia, sentii un odore diverso. Il suo. Ansia e sapone. La porta tagliafuoco era socchiusa. Un invito inconscio, disperato.
Mi appoggiai allo stipite, restando in quella zona grigia dove la luce al neon non arrivava. La osservai. Era un disastro, una confusione di tuta grigia e capelli arruffati, appoggiata all'asciugatrice come se le mancassero le forze. Teneva gli occhi chiusi. Stava sognando me. Lo sapevo.
«Sei impaziente, Ylenia.»
Vederla sobbalzare fu la prima ricompensa della serata. Il terrore nei suoi occhi durò una frazione di secondo, subito sostituito da quella fame inconfondibile che cercava di nascondere. Entrai nel suo spazio vitale. La stanza si restrinse, esattamente come volevo.
«Sto solo facendo il bucato,» mentì. Era pessima a mentire, ed era adorabile per questo. «A quest'ora?» incalzai, assaporando il profumo della sua paura mentre mi avvicinavo. Le raccontai che non riuscivo a dormire, che pensavo a lei. Parole vere, ma calcolate per disarmarla. Quando le toccai il viso, sentii la sua pelle bruciare sotto i miei polpastrelli ruvidi. Era già mia. Dovevo solo allungare la mano e prenderla.
«Sai qual è il problema delle ragazze della tua età?» le sussurrai, godendo del modo in cui il suo respiro si spezzava. «Credete di poter giocare col fuoco senza bruciarvi. Ma io non sono un ragazzo, Ylenia. Io non gioco.»
Afferrarla per i fianchi fu istintivo. La sentii leggera, manovrabile. «Salta su.» Obbedì all'istante. Nessuna protesta reale, nessuna esitazione. Il suo corpo riconosceva l'autorità prima che la sua mente potesse elaborarla. La lavatrice vibrava sotto di lei, un rombo sordo e costante. Un alleato inaspettato.
Mi insinuai tra le sue gambe. La porta socchiusa alle nostre spalle era un rischio calcolato, un brivido che correva lungo la schiena. Lei provò a protestare, debolmente. Le ordinai di lasciarla stare. Volevo vedere fin dove potevo spingerla. Le mie mani salirono lungo le sue cosce, sentendo i muscoli tendersi. La vibrazione della centrifuga stava facendo metà del lavoro per me; i suoi occhi erano già velati, persi.
Quando le abbassai i pantaloni con un gesto secco, l'aria fredda la fece sussultare, ma il calore che emanava era soffocante. La coprii con la mano, zittendo i suoi gemiti non per prudenza, ma per il piacere di sentire il suo respiro caldo contro il mio palmo. «Shhh... Vuoi farti sentire dalla signora Martelli?»
La paura nei suoi occhi era il condimento perfetto. Iniziai a muovermi. Sentivo la sua anatomia cedere, accogliermi, bagnarsi in risposta alla minaccia e al piacere. La lavatrice entrò nella centrifuga massima, e lei era lì, inchiodata tra il metallo impazzito e la mia mano ferma, la testa rovesciata all'indietro, il collo offerto come un sacrificio.
Poi, il rumore. L'ascensore. Il sibilo delle porte che si aprivano fu come uno sparo nel silenzio. Ylenia si congelò, il terrore puro che le paralizzava i muscoli. Sentii la sua carne stringersi attorno alle mie dita in uno spasmo involontario. Delizioso.
Passi strascicati. Rossi. Quel vecchio ficcanaso. Ylenia mi guardò, implorandomi con gli occhi di fermarmi. Lessi la preghiera muta nel suo sguardo: Ti prego, basta, ci scopriranno. Invece, sorrisi.
L'idea che l'amministratore fosse a pochi metri, separato da noi solo da una porta di metallo socchiusa, fece scattare qualcosa di primitivo dentro di me. Non mi fermai. Anzi. Mossi le dita con un'intenzione crudele, precisa. Volevo che sentisse tutto: il rischio, la vergogna, l'estasi.
Dovette mordermi la mano per non urlare. Sentii i suoi denti affondare nella mia pelle, un dolore acuto che si mescolò all'eccitazione. Stava venendo, scossa da spasmi violenti che cercava disperatamente di reprimere mentre Rossi provava la maniglia. «Bah... chiusa.»
Quando i passi del vecchio si allontanarono, lei crollò. Sentii la tensione abbandonare il suo corpo in ondate, lasciandola tremante e sconfitta contro il mio petto. Non la abbracciai. Quello era il momento della pietà, e io non ne avevo. Ritrassi la mano. Alla luce fredda del neon, le mie dita brillavano di lei. Mi pulii sui suoi pantaloni, un gesto che sanciva la mia proprietà. Ti ho sporcata, ti ho usata, e ora ti lascio qui a gestire il disastro.
«Scendi.» La guardai ricomporsi goffamente, i movimenti rallentati dallo shock. Era bellissima nella sua devastazione. Le presi il mento, costringendola a incrociare il mio sguardo un'ultima volta. Doveva vedere che io ero perfettamente calmo. Che per me, questo era il mio elemento naturale.
«Ti è piaciuto il signor Rossi, Ylenia?» Il suo silenzio era la risposta migliore. Mi chinai al suo orecchio, lasciandole una promessa che sapeva di minaccia. «La prossima volta, lasceremo la porta spalancata.»
Uscii senza voltarmi. Sapevo che era rimasta lì, appoggiata alla lavatrice, col cuore che le scoppiava nel petto. Mentre risalivo le scale verso il mio appartamento silenzioso, mi aggiustai i polsini della camicia. Non avrei dovuto aspettare altri tre giorni. Sapevo già che sarebbe tornata molto prima.
Martedì sera, 22:15. Quando ho sentito la sua porta sbattere e i passi rapidi sulle scale, ho sorriso. Non ha preso l'ascensore. Scappava, o correva incontro al destino. Ho aspettato due minuti esatti, controllando il mio Rolex, prima di uscire. Ho lasciato la giacca sulla poltrona, ma ho tenuto la camicia immacolata. L'immagine è tutto, specialmente quando devi dominare il caos di qualcun altro.
Scesi le scale silenzioso come un'ombra. L'aria del seminterrato era pesante, un misto di chimica e chiusura, ma appena mi avvicinai alla lavanderia, sentii un odore diverso. Il suo. Ansia e sapone. La porta tagliafuoco era socchiusa. Un invito inconscio, disperato.
Mi appoggiai allo stipite, restando in quella zona grigia dove la luce al neon non arrivava. La osservai. Era un disastro, una confusione di tuta grigia e capelli arruffati, appoggiata all'asciugatrice come se le mancassero le forze. Teneva gli occhi chiusi. Stava sognando me. Lo sapevo.
«Sei impaziente, Ylenia.»
Vederla sobbalzare fu la prima ricompensa della serata. Il terrore nei suoi occhi durò una frazione di secondo, subito sostituito da quella fame inconfondibile che cercava di nascondere. Entrai nel suo spazio vitale. La stanza si restrinse, esattamente come volevo.
«Sto solo facendo il bucato,» mentì. Era pessima a mentire, ed era adorabile per questo. «A quest'ora?» incalzai, assaporando il profumo della sua paura mentre mi avvicinavo. Le raccontai che non riuscivo a dormire, che pensavo a lei. Parole vere, ma calcolate per disarmarla. Quando le toccai il viso, sentii la sua pelle bruciare sotto i miei polpastrelli ruvidi. Era già mia. Dovevo solo allungare la mano e prenderla.
«Sai qual è il problema delle ragazze della tua età?» le sussurrai, godendo del modo in cui il suo respiro si spezzava. «Credete di poter giocare col fuoco senza bruciarvi. Ma io non sono un ragazzo, Ylenia. Io non gioco.»
Afferrarla per i fianchi fu istintivo. La sentii leggera, manovrabile. «Salta su.» Obbedì all'istante. Nessuna protesta reale, nessuna esitazione. Il suo corpo riconosceva l'autorità prima che la sua mente potesse elaborarla. La lavatrice vibrava sotto di lei, un rombo sordo e costante. Un alleato inaspettato.
Mi insinuai tra le sue gambe. La porta socchiusa alle nostre spalle era un rischio calcolato, un brivido che correva lungo la schiena. Lei provò a protestare, debolmente. Le ordinai di lasciarla stare. Volevo vedere fin dove potevo spingerla. Le mie mani salirono lungo le sue cosce, sentendo i muscoli tendersi. La vibrazione della centrifuga stava facendo metà del lavoro per me; i suoi occhi erano già velati, persi.
Quando le abbassai i pantaloni con un gesto secco, l'aria fredda la fece sussultare, ma il calore che emanava era soffocante. La coprii con la mano, zittendo i suoi gemiti non per prudenza, ma per il piacere di sentire il suo respiro caldo contro il mio palmo. «Shhh... Vuoi farti sentire dalla signora Martelli?»
La paura nei suoi occhi era il condimento perfetto. Iniziai a muovermi. Sentivo la sua anatomia cedere, accogliermi, bagnarsi in risposta alla minaccia e al piacere. La lavatrice entrò nella centrifuga massima, e lei era lì, inchiodata tra il metallo impazzito e la mia mano ferma, la testa rovesciata all'indietro, il collo offerto come un sacrificio.
Poi, il rumore. L'ascensore. Il sibilo delle porte che si aprivano fu come uno sparo nel silenzio. Ylenia si congelò, il terrore puro che le paralizzava i muscoli. Sentii la sua carne stringersi attorno alle mie dita in uno spasmo involontario. Delizioso.
Passi strascicati. Rossi. Quel vecchio ficcanaso. Ylenia mi guardò, implorandomi con gli occhi di fermarmi. Lessi la preghiera muta nel suo sguardo: Ti prego, basta, ci scopriranno. Invece, sorrisi.
L'idea che l'amministratore fosse a pochi metri, separato da noi solo da una porta di metallo socchiusa, fece scattare qualcosa di primitivo dentro di me. Non mi fermai. Anzi. Mossi le dita con un'intenzione crudele, precisa. Volevo che sentisse tutto: il rischio, la vergogna, l'estasi.
Dovette mordermi la mano per non urlare. Sentii i suoi denti affondare nella mia pelle, un dolore acuto che si mescolò all'eccitazione. Stava venendo, scossa da spasmi violenti che cercava disperatamente di reprimere mentre Rossi provava la maniglia. «Bah... chiusa.»
Quando i passi del vecchio si allontanarono, lei crollò. Sentii la tensione abbandonare il suo corpo in ondate, lasciandola tremante e sconfitta contro il mio petto. Non la abbracciai. Quello era il momento della pietà, e io non ne avevo. Ritrassi la mano. Alla luce fredda del neon, le mie dita brillavano di lei. Mi pulii sui suoi pantaloni, un gesto che sanciva la mia proprietà. Ti ho sporcata, ti ho usata, e ora ti lascio qui a gestire il disastro.
«Scendi.» La guardai ricomporsi goffamente, i movimenti rallentati dallo shock. Era bellissima nella sua devastazione. Le presi il mento, costringendola a incrociare il mio sguardo un'ultima volta. Doveva vedere che io ero perfettamente calmo. Che per me, questo era il mio elemento naturale.
«Ti è piaciuto il signor Rossi, Ylenia?» Il suo silenzio era la risposta migliore. Mi chinai al suo orecchio, lasciandole una promessa che sapeva di minaccia. «La prossima volta, lasceremo la porta spalancata.»
Uscii senza voltarmi. Sapevo che era rimasta lì, appoggiata alla lavatrice, col cuore che le scoppiava nel petto. Mentre risalivo le scale verso il mio appartamento silenzioso, mi aggiustai i polsini della camicia. Non avrei dovuto aspettare altri tre giorni. Sapevo già che sarebbe tornata molto prima.
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