Esecuzione
di
ErosScritto
genere
poesie
È una morsa che nasce nel midollo,
un calore denso, quasi doloroso,
che risale le gambe come mercurio bollente
e si ferma lì, proprio sotto l’osso sacro,
pesante, pulsante, impaziente di spaccare la pelle.
Ogni battito del cuore ora è un colpo di maglio
sul basso ventre.
Il sangue diventa lava,
scorre così forte che senti le vene gonfiarsi,
tendarsi, urlare sotto la cute.
La punta della lingua si secca,
la gola si chiude su un gemito che non riesce a nascere.
Il sesso è una corda di nervi vivi,
tesa fino allo spasimo,
ogni vena in rilievo come cordone di nave pronta a spezzarsi.
Ogni sfregamento è elettricità cruda:
la frizione brucia, lacera, ricostruisce,
un dolore così bello che lo chiami per nome
e lo implori di non smettere mai.
L’odore sale denso:
sudore salato, ferro caldo, muschio animale,
qualcosa di antico che sa di foresta dopo la pioggia
e di bestia che ha appena cacciato.
Il sapore del proprio respiro diventa rame e sale,
la bocca si apre senza controllo,
i denti si stringono sul labbro fino a sentire il ferro in bocca.
Poi il confine si dissolve.
Non c’è più “io” e “ciò che entra”,
c’è solo un unico animale accecato
che spinge, affonda, si strappa via pezzi di sé
per ficcarli dentro quel calore che strangola e culla insieme.
Quando scatta la molla
non è un orgasmo, è un’esecuzione.
Tutto il corpo si contrae in un unico crampo selvaggio:
addominali di pietra, cosce che tremano come se volessero spezzarsi,
il perineo che pulsa come un secondo cuore impazzito.
Lo sperma non esce, esplode.
È un fiotto violento, quasi doloroso,
ogni schizzo un colpo di pistola nel buio,
ogni contrazione un grido muto che squarcia il petto.
Per un tempo che non si misura
sei solo bianco accecante,
solo nervo nudo che si scarica dentro un altro corpo,
solo urlo strozzato che vibra nella trachea
mentre il mondo intero si riduce
a quel calore liquido che ti avvolge e ti annega.
Poi il crollo verticale.
Il corpo si spegne come una lampadina fulminata.
Respiri a brandelli,
sudore che cola negli occhi e brucia,
il cuore che sbatte ancora contro le costole
come un animale in gabbia che non capisce di essere libero.
E in quel silenzio bagnato,
tra i muscoli che ancora sussultano per conto loro
e l’odore di sesso che resta appiccicato alla pelle,
rimane una pace brutale,
la pace di chi è appena morto e resuscitato
nello stesso identico secondo,
e sa già che presto,
molto presto,
quel fuoco tornerà a graffiare dall’interno
con la stessa fame feroce,
la stessa stupenda, inevitabile violenza.
un calore denso, quasi doloroso,
che risale le gambe come mercurio bollente
e si ferma lì, proprio sotto l’osso sacro,
pesante, pulsante, impaziente di spaccare la pelle.
Ogni battito del cuore ora è un colpo di maglio
sul basso ventre.
Il sangue diventa lava,
scorre così forte che senti le vene gonfiarsi,
tendarsi, urlare sotto la cute.
La punta della lingua si secca,
la gola si chiude su un gemito che non riesce a nascere.
Il sesso è una corda di nervi vivi,
tesa fino allo spasimo,
ogni vena in rilievo come cordone di nave pronta a spezzarsi.
Ogni sfregamento è elettricità cruda:
la frizione brucia, lacera, ricostruisce,
un dolore così bello che lo chiami per nome
e lo implori di non smettere mai.
L’odore sale denso:
sudore salato, ferro caldo, muschio animale,
qualcosa di antico che sa di foresta dopo la pioggia
e di bestia che ha appena cacciato.
Il sapore del proprio respiro diventa rame e sale,
la bocca si apre senza controllo,
i denti si stringono sul labbro fino a sentire il ferro in bocca.
Poi il confine si dissolve.
Non c’è più “io” e “ciò che entra”,
c’è solo un unico animale accecato
che spinge, affonda, si strappa via pezzi di sé
per ficcarli dentro quel calore che strangola e culla insieme.
Quando scatta la molla
non è un orgasmo, è un’esecuzione.
Tutto il corpo si contrae in un unico crampo selvaggio:
addominali di pietra, cosce che tremano come se volessero spezzarsi,
il perineo che pulsa come un secondo cuore impazzito.
Lo sperma non esce, esplode.
È un fiotto violento, quasi doloroso,
ogni schizzo un colpo di pistola nel buio,
ogni contrazione un grido muto che squarcia il petto.
Per un tempo che non si misura
sei solo bianco accecante,
solo nervo nudo che si scarica dentro un altro corpo,
solo urlo strozzato che vibra nella trachea
mentre il mondo intero si riduce
a quel calore liquido che ti avvolge e ti annega.
Poi il crollo verticale.
Il corpo si spegne come una lampadina fulminata.
Respiri a brandelli,
sudore che cola negli occhi e brucia,
il cuore che sbatte ancora contro le costole
come un animale in gabbia che non capisce di essere libero.
E in quel silenzio bagnato,
tra i muscoli che ancora sussultano per conto loro
e l’odore di sesso che resta appiccicato alla pelle,
rimane una pace brutale,
la pace di chi è appena morto e resuscitato
nello stesso identico secondo,
e sa già che presto,
molto presto,
quel fuoco tornerà a graffiare dall’interno
con la stessa fame feroce,
la stessa stupenda, inevitabile violenza.
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