Giulia e Marco - La prima volta

di
genere
etero

Il racconto è frutto della mia fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

Si chiama Giulia, 19 anni appena compiuti, capelli castano chiaro un po’ spettinati dal casco, occhi verdi grandi e un’aria da ragazza che sembra sempre sul punto di ridere. È al secondo anno di Lettere a Roma Tre.
Giulia si era trasferita a Roma da poco più di un anno, da un paesino del Lazio dove tutti si conoscevano e le sere finivano sempre con la stessa pizza al taglio e le stesse chiacchiere. Viveva in un monolocale minuscolo al terzo piano di un palazzo anni ’70 a Tor Sapienza: cucina angolo, letto singolo che cigolava, finestra sul cortile interno con i panni stesi e i gatti randagi. Sola, per la prima volta davvero sola.
Marco abitava due piani sotto. Cinquantun anni, separato da anni, rappresentante di materiale elettrico, due figli grandi che vedeva poco. Sempre in giacca di pelle consumata, felpa grigia, jeans scuri, capelli brizzolati corti e barba di tre giorni. La prima volta che si erano parlati era stato quando lei aveva dimenticato le chiavi dentro casa: lui era salito con la cassetta degli attrezzi, aveva aperto la porta in cinque minuti senza farle sentire stupida. Da allora, ogni volta che la incrociava sulle scale le chiedeva «tutto a posto, bella?», le teneva aperto il portone quando aveva le buste della spesa, le ricordava di chiudere il gas, le aveva persino prestato una coperta elettrica quando il riscaldamento centrale aveva deciso di scioperare. Mai una parola di troppo. Mai uno sguardo che indugiasse. La trattava come una figlia o una nipote che gli era capitata in casa: protettivo, discreto, affidabile. Giulia si era affezionata a quella presenza silenziosa. Le dava sicurezza in una città che di notte la spaventava ancora un po’, con i suoi vicoli bui e i motorini che sfrecciavano come proiettili.
Quella sera di metà ottobre aveva esagerato con gli spritz al pub di San Lorenzo. Non era ubriaca persa, ma abbastanza brilla da sentirsi leggera e un po’ incosciente. Il motorino – un Liberty 125 scassato ereditato dalla sorella maggiore – le muore a singhiozzo proprio sotto il cavalcavia della Prenestina Est, proprio dove la tangenziale ruggisce sopra la testa e l’odore di asfalto bruciato si mischia a quello di erba secca e piscio vecchio. Erano le 2:17 di notte, il telefono segnava batteria al 14%. Gli spritz al pub di San Lorenzo le avevano lasciato in bocca un retrogusto di prosecco acido e arancia amara; le guance ancora calde, le risate delle amiche che le ronzavano nelle orecchie come zanzare lontane.
Provò ad avviare ancora una volta. Niente. Solo un rantolo meccanico e poi silenzio. Imprecò tra i denti: «Porca troia de ’sto cazzo di Liberty scassato…». Si tolse il casco, i capelli castani chiari le caddero sudati sulla fronte. Intorno a lei solo ombre lunghe, qualche macchina che passava veloce sulla carreggiata sopraelevata, e due o tre figure indistinte che si muovevano lente lungo il marciapiede opposto. Non era terrorizzata, ma nemmeno tranquilla. Chiamò lui.
«Marco… scusami l’ora… il motorino è morto qua sotto il cavalcavia… Prenestina… non riparte…»
Dall’altra parte, voce calma, profonda, subito vigile nonostante l’ora.
«Stai bene? Sei al sicuro?»
«Sì… sto sul marciapiede illuminato… però è un posto un po’ schifoso…»
«Arrivo. Tieni il casco in mano. Chiudi quando mi vedi.»
Undici minuti dopo la Passat grigia si fermò. Marco scese, caricò il motorino nel bagagliaio con gesti precisi, senza fare storie. Salirono. Silenzio morbido, rotto solo dal motore.
Mentre guidava verso casa parlarono un po', con quella complicità che si era costruita mese dopo mese. Lei gli raccontò del pub, delle risate, di come si sentiva leggera dopo mesi di tesine e solitudine. Lui ascoltava, annuiva, ogni tanto sorrideva di lato.
Sotto il palazzo spense il motore.
«Vuoi che scarichiamo il motorino adesso?»
Giulia si voltò verso di lui. Gli occhi verdi ancora lucidi di alcol. Il cuore le batteva forte, non solo per la serata.
«No… portami nel parcheggio dietro i binari. Solo cinque minuti. Ho bisogno di una sigaretta e aria fresca sul viso. Poi andiamo a casa.»
Marco strinse il volante, ingranò la retromarcia e andò.
Il parcheggio era buio pesto, erbacce alte, lamiera arrugginita, un lampione malato che sputava luce arancione a intermittenza. Spense i fari. Silenzio denso, elettrico.
Giulia slacciò la cintura lentamente. Si girò verso di lui, ginocchia sul sedile, busto proteso. La felpa leggera le saliva appena, scoprendo una striscia di pelle chiara sopra i jeans aderenti. I capezzoli già duri premevano contro il tessuto sottile.
Gli sfiorò il collo con le labbra socchiuse. Caldo umido, respiro accelerato. Sentì il suo battito schizzare sotto la pelle.
«Giulia…» Voce roca, spezzata. «Hai vent’anni. Mio figlio Lorenzo ne ha venti. Non posso potresti essere mia figlia....»
Lei non rispose con parole. Gli posò la mano sulla coscia interna, palmo aperto, dita che premevano piano. Salì lentissima, sfiorando il rigonfiamento già duro sotto i jeans.
«Lo so» sussurrò contro il suo orecchio, labbra che gli sfioravano il lobo. «Per questo mi tremano le gambe.»
Marco le afferrò il polso. Tremava anche lui.
«Non dovremmo. Sono… troppo vecchio per te.»
Ma non la spinse via. La mano rimase lì, calda, ferma, come se stesse decidendo se mollare o stringere di più.
Giulia sorrise nell’ombra, un sorriso lento, bagnato di desiderio. Con l’altra mano gli slacciò la cintura. Il metallo tintinnò come una resa. Tirò giù la zip piano, lasciando che il rumore riempisse tutto. Lo liberò.
Era durissimo. Grosso, venoso, la pelle tesa e calda, cappella gonfia e violacea, una goccia trasparente che colava lenta e brillava alla luce fioca. Pulsava visibilmente, quasi dolorosamente.
Giulia lo fissò per un lungo secondo, pupille dilatate, bocca socchiusa. Poi si chinò.
Lo prese in bocca con un movimento fluido, profondo. Le labbra si aprirono larghe intorno alla cappella gonfia. Succhiò subito forte, lingua che premeva sul frenulo sensibile, raccogliendo quel sapore salato e proibito con un gemito soffocato nella gola. Marco emise un suono gutturale, la testa che ricadde all’indietro.
«Cazzo… Giulia… no…»
Ma le mani rimasero ferme sui braccioli, dita conficcate nella pelle, quasi timorose di sfiorarla, toccarla.
Lei scese piano, lentissimamente, lasciando che ogni centimetro gli riempisse la bocca, la gola. Lo sentì pulsare contro il palato, contro la lingua, contro le pareti strette quando lo prese fino in fondo. Naso premuto contro il pube, inalò il suo odore maschio, muschiato, adulto. Trattenne il respiro, gola che si contraeva ritmicamente intorno a lui come per mungerlo. Risalì lentissima, labbra strette, suzione perfetta che gli fece inarcare la schiena.
Quando arrivò alla cappella succhiò con violenza, le guance incavate, la lingua che roteava intorno al solco gonfio. Lo leccò dalla base alla punta, lingua piatta e lenta, raccogliendo la sua saliva in un filo spesso che le colava dal mento. Lo prese di nuovo, più veloce: pompate profonde, gola che lo ingoiava tutto, saliva che colava abbondante lungo l’asta, bagnandogli le palle.
Marco ansimava forte, petto che si alzava e abbassava violentemente.
«Porca… puttana… stai… stai per farmi venire… fermati…»
Lei alzò gli occhi senza staccarsi. Lo fissò mentre lo succhiava, sguardo lussurioso, lacrime di sforzo agli angoli per quanto lo prendeva in profondità. Non si fermò. Lo torturò: succhiate lente e profonde alternate a pompate rapide sulla cappella, mano che gli stringeva le palle, rotolandole delicatamente, poi stringendole quel tanto da fargli vedere lampi.
Ogni volta che lo sentiva gonfiarsi di più, pulsare violento contro la lingua, si fermava: stringeva forte alla base, lo lasciava pulsare a vuoto, lo leccava piano come per calmarlo, poi ricominciava. Lo tenne al limite per minuti eterni, sudore che gli colava lungo le tempie, respiro spezzato.
«Giulia… ti prego… non resisto…»
Lei accelerò all’improvviso. Succhiò con violenza animalesca, gola che lo mungeva a ogni discesa, mano che pompava l’asta bagnata in sincronia perfetta. Lingua che premeva senza sosta sul frenulo, succhiava la cappella come se volesse estrarne ogni goccia.
Marco le afferrò i capelli con entrambe le mani, si aggrappò mentre il corpo gli si tendeva.
Venne con un ruggito basso, roco, quasi doloroso. Fiotti caldi, densi, potenti le riempirono la bocca, la gola, traboccarono agli angoli delle labbra. Giulia ingoiò avidamente, continuando a succhiare piano, ritmicamente, prosciugandolo fino all’ultima contrazione, raccogliendo ogni schizzo mentre lui tremava violentemente, muscoli delle cosce contratti, gemito strozzato.
Quando finì, lei si staccò lentissimamente. Labbra gonfie, rosse, lucide di saliva e sperma. Un rivolo bianco le colava dal mento, cadeva sul seno. Si passò la lingua sulle labbra, lo assaporò un’ultima volta, lo guardò negli occhi.
Marco respirava a fatica, sguardo vitreo, perso.
Non disse niente.
Giulia si rimise a posto i capelli con un gesto lento. Si pulì il mento col dorso della mano. Aprì la portiera.
L’aria fredda le entrò sotto la felpa, le fece indurire ancora di più i capezzoli già sensibili.
«Grazie del passaggio, Marco.»
Scese. Chiuse la portiera piano.
Camminò verso il portone senza voltarsi. Sentiva ancora il suo sapore in bocca, il calore tra le gambe che pulsava inutilizzato.
Marco restò fermo nell’abitacolo per lunghi minuti. Il ricordo di quella bocca che lo aveva distrutto stampato ovunque. Poi mise in moto e sparì nel garage.
Tutto era iniziato in quella notte, quel parcheggio buio,con quella bocca che aveva preso e consumato il desiderio represso di mesi, e poi lo aveva lasciato lì, svuotato, tremante, con il sapore del proibito ancora sulle labbra.
scritto il
2026-03-07
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