Lucy - Come tutto ebbe inizio (1)
di
Lucy Trav
genere
trans
Leggendo le storie di molte “sorelline” noto come in molti casi ci sia stata da sempre, in loro, la consapevolezza di sentirsi donne ma in un corpo maschile. Per me è stato leggermente diverso…
…era mattina, e come al solito ero nel cortile di quella scuola ad attendere l’arrivo degli altri, allievi e professori. Per esigenze familiari, infatti, venivo lasciato a scuola molto prima dell’orario delle lezioni, e a quei tempi non c’era l’odierno servizio di prescuola.
Ad un certo punto vidi arrivare, nella nebbia mattutina, un altro ragazzino, ma la gioia per non esser più solo durò poco. Si trattava infatti di Marco, un bullo di periferia più grande di me, per nulla simpatico. Cosa ci facesse lì a quel’ora, poi proprio non lo so.
“Non hai freddo?” mi chiese, e mi invitò a seguirlo in un locale della scuola, teoricamente chiuso a chiave, ma che si riusciva ad aprire agevolmente.
Lì, appoggiandosi ad un calciobalilla, tirò fuori un giornalino porno dal giubbotto e prese a sfogliarlo, non senza prima aver liberato dai jeans il suo cazzo già semieretto.
Mi chiese di avvicinarmi e lo feci, anche per la curiosità di osservare da vicino quelle immagini patinate. Quello che non mi aspettavo, però, è che Marco mi chiedesse di toccargli il pene!
Rifiutai, ma lui da bullo esperto, insistette fino a che mi trovai col suo membro in mano. Era la prima volta che toccavo un cazzo che non fosse il mio e la sensazione era… strana.
Per distrarre il mio pensiero fissai lo sguardo sulle pagine della rivista, ma il risultato non fu quello sperato. Infatti le immagini di quelle belle modelle alle prese con cazzi asinini mi fecero immedesimare in loro, anche io come loro stavo dando piacere ad un membro d’uomo estraneo, e la cosa mi provocava una strana eccitazione.
Sentii la mano bagnarsi dello sperma del mio compagno, e pensai che tutto fosse finito.
Al contrario, era appena iniziato! Infatti il rito della sega mattutina divenne un’abitudine quotidiana e, nonostante cercassi di mantenere un atteggiamento contrariato, devo ammettere che quell’appuntamento quotidiano mi eccitava.
Fino a che Marco non decise di alzare la posta.
Quel giorno, mentre lo stavo segando sulle immagini di una bella bionda scopata a pecorina da un nero con un cazzo maestoso, mi fece improvvisamente voltare e prese a strusciarmi l’uccello tra le natiche. Nonostante la stoffa, leggera, dei pantaloni sentivo bene quel bastone di carne dura scorrermi nel solco tra le natiche. Marco continuava a masturbarsi in quella maniera senza minimamente ascoltare le mie proteste, forse intuendo che fossero solamente di facciata, fino a che se ne venne copiosamente inzaccherandomi completamente i pantaloni.
La cosa mi obbligò a stare tutto il giorno col giubbetto legato in vita per nascondere quel pasticcio, ma non potevo negare a me stesso che fossi eccitato da quell’esperienza. L’indomani quando ci ritrovammo nello stanzone, provai comunque a protestare; non per il fatto in sé, quanto per il danno ai pantaloni, e Marco colse al volo l’occasione. Per non macchiarmi, il modo migliore era quello di togliermi i pantaloni e così, da quella volta, mi trovai di nuovo col suo cazzo tra le chiappe con la stoffa leggera degli slip come ultima difesa.
Difesa che cadde qualche giorno dopo, e non senza un brivido sentii il calore di quel cazzo a contatto con la mia pelle candida, e pensai con un misto di terrore ed eccitazione a quanto eravamo vicini al punto di non ritorno.
Non ci arrivammo mai, dato che proprio quella volta avvenne l’imprevisto che cambiò la storia.
Marco era appena venuto sulle mie natiche nude, quando sentimmo un rumore da fuori. Riassettatosi alla meno peggio, scappò da quello stanzone ma solo per imbattersi nel custode. Sfruttando l’occasione mi rivestii velocemente, afferrai la rivista che aveva lasciato lì fuggendo e scappai attraverso una finestra sulla strada.
Il custode immaginò che Marco usasse quel locale per farsi le seghe (data la macchia di sperma per terra) e migliorò la chiusura dello stesso. Considerando che l’anno scolastico volgeva al termine, le nostre sessioni mattutine cessarono, fatta eccezione per un paio di seghe nei bagni e un’ultima occasione, in cui pretese che dessi qualche bacio al suo membro “per salutarlo”.
Marco infatti aveva finito la scuola, ed era l’ultima volta che ci saremmo visti.
O così pensavamo.
Nella mia camera, grazie anche alla rivista di Marco, io avevo cominciato ad esplorare il mio lato perverso. Mi piaceva immedesimarmi in quelle modelle e spesso le imitavo giocando con pennarelli o candele che leccavo e succhiavo come se fossero stati dei cazzi prima di infilarmeli nel retto.
E godevo. Dio se godevo.
Ma volevo andare ancora oltre, così recuperai delle calze di mia mamma dal cesto della biancheria sporca, e indossatele mi guardai nello specchio mentre stantuffavo una carota nei miei intestini, eccitato dalla vista di quel culo assolutamente femminile.
Qualche giorno dopo camminavo per le vie del quartiere, e mi imbattei in uno dei primi negozi di abbigliamento gestiti da cinesi.
Là, in un angolo della vetrina dedicata all’abbigliamento femminile, seminascosti c’erano due pacchetti di plastica contenenti una specie di babydoll e una catsuit che attirarono la mia attenzione.
Stavo immaginando come mi sarebbero stati addosso quando sentii una voce alle mie spalle.
“Allora vedo che ci hai preso gusto!”
La voce era quella di Marco. Cercai di negare, di giustificarmi, prima ancora che me ne rendessi conto eravamo alla cassa ad acquistare il babydoll rosso per poi dirigerci verso la casa del mio ex compagno. Là entrammo in un box che Marco utilizzava come rifugio, dove appena entrati fui costretto ad indossare il nuovo acquisto.
Nonostante tutto trovavo eccitante la carezza della stoffa sintetica sulla mia pelle nuda, e seppure fossi solamente un maschio con un babydoll, senza una parrucca, senza un velo di trucco, mi sentivo femmina.
“Dai puttanella adesso succhiami il cazzo!” ordinò Marco, e mi stupì piacevolmente il fatto che si rivolgesse a me al femminile.
Sul divanetto impugnai il suo membro che conoscevo bene, e presi a masturbarlo, ma lui voleva di più. Spingendomi il capo verso il basso mi obbligò a baciare il suo cazzo, per poi aprire la bocca e ingoiare quella grossa fragola di carne.
Emozioni contrastanti mi affollavano la mente. Rabbia, per quella sottomissione in cui ero ricaduto. Disgusto, perché al contrario dei miei simulacri fallici quel cazzo odorava di piscio e sudore. Ma anche eccitazione, perché stavo finalmente traducendo in realtà tutte quelle mie fantasie perverse che fino ad allora caratterizzavano i miei giochi solitari.
E l’eccitazione, la lussuria, la perversione presero il controllo.
Presi a leccare e a succhiare quel cazzo come avevo visto fare nelle mie riviste e come provavo a fare con i miei giocattoli, scoprendo subito che enorme differenza ci fosse tra quelli e questo scettro di carne. Lo sentivo pulsare, mi soffocava quando mi riempiva la bocca, e soprattutto sentivo in bocca il gusto salato dei suoi liquidi prespermatici.
E ora lo impugnavo mentre leccavo quell’asta rigida per poi ingoiarla nuovamente senza che nulla mi fosse imposto, ma solo come un gesto istintivo, quello di una donna eccitata a cui piace da morire ciò che sta facendo.
Mi stupivo soprattutto del fatto che, se all’inizio avere quel randello interamente in gola mi provocava conati di vomito, man mano mi stavo abituando e scoprivo come ingoiarlo fino all’elsa senza alcun problema.
E mi piaceva anche sentire le mani del bullo accarezzarmi le cosce e le natiche lasciate scoperte dal babydoll, palparmi il culo e avvicinarsi pericolosamente al mio buchino vergine.
Poi ad un tratto sentii Marco darmi della troia, della pompinara, e afferrarmi il capo con entrambe le mani spingendomi verso il suo basso ventre, mentre il suo cazzo pulsava nella mia bocca per poi riversarvi tre, quattro schizzi di sperma che in parte dovetti ingoiare e in parte lasciai scivolare giù dalla mia bocca su quell’asta.
Avevo fatto il mio primo pompino, ed ero venuta anche io senza toccarmi.
…era mattina, e come al solito ero nel cortile di quella scuola ad attendere l’arrivo degli altri, allievi e professori. Per esigenze familiari, infatti, venivo lasciato a scuola molto prima dell’orario delle lezioni, e a quei tempi non c’era l’odierno servizio di prescuola.
Ad un certo punto vidi arrivare, nella nebbia mattutina, un altro ragazzino, ma la gioia per non esser più solo durò poco. Si trattava infatti di Marco, un bullo di periferia più grande di me, per nulla simpatico. Cosa ci facesse lì a quel’ora, poi proprio non lo so.
“Non hai freddo?” mi chiese, e mi invitò a seguirlo in un locale della scuola, teoricamente chiuso a chiave, ma che si riusciva ad aprire agevolmente.
Lì, appoggiandosi ad un calciobalilla, tirò fuori un giornalino porno dal giubbotto e prese a sfogliarlo, non senza prima aver liberato dai jeans il suo cazzo già semieretto.
Mi chiese di avvicinarmi e lo feci, anche per la curiosità di osservare da vicino quelle immagini patinate. Quello che non mi aspettavo, però, è che Marco mi chiedesse di toccargli il pene!
Rifiutai, ma lui da bullo esperto, insistette fino a che mi trovai col suo membro in mano. Era la prima volta che toccavo un cazzo che non fosse il mio e la sensazione era… strana.
Per distrarre il mio pensiero fissai lo sguardo sulle pagine della rivista, ma il risultato non fu quello sperato. Infatti le immagini di quelle belle modelle alle prese con cazzi asinini mi fecero immedesimare in loro, anche io come loro stavo dando piacere ad un membro d’uomo estraneo, e la cosa mi provocava una strana eccitazione.
Sentii la mano bagnarsi dello sperma del mio compagno, e pensai che tutto fosse finito.
Al contrario, era appena iniziato! Infatti il rito della sega mattutina divenne un’abitudine quotidiana e, nonostante cercassi di mantenere un atteggiamento contrariato, devo ammettere che quell’appuntamento quotidiano mi eccitava.
Fino a che Marco non decise di alzare la posta.
Quel giorno, mentre lo stavo segando sulle immagini di una bella bionda scopata a pecorina da un nero con un cazzo maestoso, mi fece improvvisamente voltare e prese a strusciarmi l’uccello tra le natiche. Nonostante la stoffa, leggera, dei pantaloni sentivo bene quel bastone di carne dura scorrermi nel solco tra le natiche. Marco continuava a masturbarsi in quella maniera senza minimamente ascoltare le mie proteste, forse intuendo che fossero solamente di facciata, fino a che se ne venne copiosamente inzaccherandomi completamente i pantaloni.
La cosa mi obbligò a stare tutto il giorno col giubbetto legato in vita per nascondere quel pasticcio, ma non potevo negare a me stesso che fossi eccitato da quell’esperienza. L’indomani quando ci ritrovammo nello stanzone, provai comunque a protestare; non per il fatto in sé, quanto per il danno ai pantaloni, e Marco colse al volo l’occasione. Per non macchiarmi, il modo migliore era quello di togliermi i pantaloni e così, da quella volta, mi trovai di nuovo col suo cazzo tra le chiappe con la stoffa leggera degli slip come ultima difesa.
Difesa che cadde qualche giorno dopo, e non senza un brivido sentii il calore di quel cazzo a contatto con la mia pelle candida, e pensai con un misto di terrore ed eccitazione a quanto eravamo vicini al punto di non ritorno.
Non ci arrivammo mai, dato che proprio quella volta avvenne l’imprevisto che cambiò la storia.
Marco era appena venuto sulle mie natiche nude, quando sentimmo un rumore da fuori. Riassettatosi alla meno peggio, scappò da quello stanzone ma solo per imbattersi nel custode. Sfruttando l’occasione mi rivestii velocemente, afferrai la rivista che aveva lasciato lì fuggendo e scappai attraverso una finestra sulla strada.
Il custode immaginò che Marco usasse quel locale per farsi le seghe (data la macchia di sperma per terra) e migliorò la chiusura dello stesso. Considerando che l’anno scolastico volgeva al termine, le nostre sessioni mattutine cessarono, fatta eccezione per un paio di seghe nei bagni e un’ultima occasione, in cui pretese che dessi qualche bacio al suo membro “per salutarlo”.
Marco infatti aveva finito la scuola, ed era l’ultima volta che ci saremmo visti.
O così pensavamo.
Nella mia camera, grazie anche alla rivista di Marco, io avevo cominciato ad esplorare il mio lato perverso. Mi piaceva immedesimarmi in quelle modelle e spesso le imitavo giocando con pennarelli o candele che leccavo e succhiavo come se fossero stati dei cazzi prima di infilarmeli nel retto.
E godevo. Dio se godevo.
Ma volevo andare ancora oltre, così recuperai delle calze di mia mamma dal cesto della biancheria sporca, e indossatele mi guardai nello specchio mentre stantuffavo una carota nei miei intestini, eccitato dalla vista di quel culo assolutamente femminile.
Qualche giorno dopo camminavo per le vie del quartiere, e mi imbattei in uno dei primi negozi di abbigliamento gestiti da cinesi.
Là, in un angolo della vetrina dedicata all’abbigliamento femminile, seminascosti c’erano due pacchetti di plastica contenenti una specie di babydoll e una catsuit che attirarono la mia attenzione.
Stavo immaginando come mi sarebbero stati addosso quando sentii una voce alle mie spalle.
“Allora vedo che ci hai preso gusto!”
La voce era quella di Marco. Cercai di negare, di giustificarmi, prima ancora che me ne rendessi conto eravamo alla cassa ad acquistare il babydoll rosso per poi dirigerci verso la casa del mio ex compagno. Là entrammo in un box che Marco utilizzava come rifugio, dove appena entrati fui costretto ad indossare il nuovo acquisto.
Nonostante tutto trovavo eccitante la carezza della stoffa sintetica sulla mia pelle nuda, e seppure fossi solamente un maschio con un babydoll, senza una parrucca, senza un velo di trucco, mi sentivo femmina.
“Dai puttanella adesso succhiami il cazzo!” ordinò Marco, e mi stupì piacevolmente il fatto che si rivolgesse a me al femminile.
Sul divanetto impugnai il suo membro che conoscevo bene, e presi a masturbarlo, ma lui voleva di più. Spingendomi il capo verso il basso mi obbligò a baciare il suo cazzo, per poi aprire la bocca e ingoiare quella grossa fragola di carne.
Emozioni contrastanti mi affollavano la mente. Rabbia, per quella sottomissione in cui ero ricaduto. Disgusto, perché al contrario dei miei simulacri fallici quel cazzo odorava di piscio e sudore. Ma anche eccitazione, perché stavo finalmente traducendo in realtà tutte quelle mie fantasie perverse che fino ad allora caratterizzavano i miei giochi solitari.
E l’eccitazione, la lussuria, la perversione presero il controllo.
Presi a leccare e a succhiare quel cazzo come avevo visto fare nelle mie riviste e come provavo a fare con i miei giocattoli, scoprendo subito che enorme differenza ci fosse tra quelli e questo scettro di carne. Lo sentivo pulsare, mi soffocava quando mi riempiva la bocca, e soprattutto sentivo in bocca il gusto salato dei suoi liquidi prespermatici.
E ora lo impugnavo mentre leccavo quell’asta rigida per poi ingoiarla nuovamente senza che nulla mi fosse imposto, ma solo come un gesto istintivo, quello di una donna eccitata a cui piace da morire ciò che sta facendo.
Mi stupivo soprattutto del fatto che, se all’inizio avere quel randello interamente in gola mi provocava conati di vomito, man mano mi stavo abituando e scoprivo come ingoiarlo fino all’elsa senza alcun problema.
E mi piaceva anche sentire le mani del bullo accarezzarmi le cosce e le natiche lasciate scoperte dal babydoll, palparmi il culo e avvicinarsi pericolosamente al mio buchino vergine.
Poi ad un tratto sentii Marco darmi della troia, della pompinara, e afferrarmi il capo con entrambe le mani spingendomi verso il suo basso ventre, mentre il suo cazzo pulsava nella mia bocca per poi riversarvi tre, quattro schizzi di sperma che in parte dovetti ingoiare e in parte lasciai scivolare giù dalla mia bocca su quell’asta.
Avevo fatto il mio primo pompino, ed ero venuta anche io senza toccarmi.
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