Niente brioches, solo banane

Scritto da , il 2022-07-05, genere sentimentali

È un sabato qualunque, un sabato italiano... così cantava Sergio Caputo all'incirca mille anni fa; è il giusto mood anche per me, per questa mattina ancora fresca, canticchio questa strofa mentre pedalo senza fretta, guardandomi intorno e vedendo questa città che non vuole svegliarsi.

Complice l'estate, con i suoi ritmi lenti, il sabato alle sei di mattina a pochi va di uscire dal letto per tuffarsi nella vita.

Pedalo mentre penso alla notte di fuoco appena passata, il caldo opprimente i giochi con Giovanna, la doccia e poi giù a tentare di dormire.

La luce del giorno che alle cinque di mattina inonda la stanza, tu che metti la testa sotto il cuscino, io che corro in bagno e poi metto su il caffè.

Altra doccia, veloce e fredda poi mi vesto leggera, pantaloncini larghi, maglietta bianca, scarpe da ginnastica; deciso prendo la bici, occhiali da sole, marsupio e cappellino con visiera in tinta.

Esco, grido, ti porto le brioches quando torno, e tu che mi mugugni una risposta.

E sono in strada, pedalo tranquilla e canticchio, non so come mi sia venuta in mente quella canzone non la sento da anni; intanto pedalo e piano mi avvicino alla città, supero bar e pasticcerie, se mi fermassi poi dovrei tornare indietro e non mi va.

Voglio arrivare al mio punto di non ritorno, mi metto in testa dieci chilometri e poi altri dieci per tornare, non molti ma di questo passo tornerò per pranzo se va bene.

Accelero, ora sento il vento caldo in faccia, sudo copiosamente, fa caldo spero non mi prenda un collasso, bevo dalla borraccia ma l'acqua è calda fa schifo, guardo avanti, sono in città bene mi dico, due chilometri andati.

Accelero sui viali, pochissimo traffico, salto qualche semaforo, so che non dovrei che è pericoloso ma non voglio spezzare il ritmo, scendo per viale Ledra, a sinistra la roggia omonima, a destra caseggiati, arrivo su piazza XXVI luglio, a sinistra il Tempio Ossario a memoria dei caduti della Grande Guerra, realizzo che non sono mai entrata lì.

Ora non so che strada prendere, giro per la piazza e vedo il bar, un bel posto per fare colazione, sono le otto e mezza, addio buoni propositi, poi penso che dopotutto ho già superata la quota chilometri.

Guardo la mia App e sì sono 15 i chilometri, e brava "saffolina", che buffo penso, oggi è giornata di revival, prima Sergio Caputo ed ora il mio vecchio nickname in chat, vai a conoscere i contorti meandri del proprio cervello.

Metto la catena, tolgo il caschetto e riprendo il berretto, prendo anche la borraccia e la svuoto, poi entro.

Ordino qualcosa, poi mi accorgo che mi guardano, realizzo il perché, col sudore la mia maglietta è quasi trasparente, bianca anche se di stoffa pesante fa intravedere lo scuro delle areole abbronzate, poi i capezzoli che spingono, le tette grosse e libere da costrizioni, sì sono un bel vedere, alzo le spalle e penso con orgoglio guardate pure; se negli "anta" faccio ancora la mia porca figurano posso solo che esserne orgogliosa.

Mi siedo, mangio la mia colazione, mi alzo, chiedo del bagno, lì mi do una rinfrescata, i pantaloni non sono da ciclista e quindi non sono attillati, anzi li ho scelti apposta così per dare aria alle parti basse.

Esco, chiedo anche una bottiglietta di acqua, pago e vado via verso la bici.

Mi rimetto in marcia, ho deciso di completare il giro della città sui viali, tornerò a casa verso le dieci, porterò focaccia o frutta invece delle brioches.

Rientro come programmato poco oltre le dieci, ho con me delle banane e delle pesche, sì che sono buone, no le brioches non le ho più prese, faccio una doccia e arrivo.

Mi bussi sul vetro, sei nuda, entri con me, ora la frutta aspetterà.

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