In ditta con la mia amica

Scritto da , il 2022-01-29, genere orge

Entrò nel tuo ufficio gattonando sinuosa, tu sei lì alla tua scrivania che fai finta di lavorare ma lo so che mi stai guardando, io mi fermo e ti chiedo se mi hai chiamato, se la signora ha chiamato.

Tu mi dici solo avvicinati ma nel farlo allarghi le tue gambe facendomi vedere la merce di cui vado ghiotta, mi avvicino fino a infilare la mia testa tra le tue cosce calde, aspiro l'afrore di figa calda e umida, e rossa, pulsante, ed ora è mia.

Che ci faccio qui ed in questo modo? Io che sono sempre stata una gatta indipendente; semplice, mi hai assunta. Dicevi che in ditta serviva una distrazione per i dipendenti, tutti i dipendenti a prescindere da età, sesso e ruolo, e che se volevo era l'occasione di una vita per sfogare la mia sessualità prorompente.

Pagata, e bene, per fare sesso con chiunque mi chiamasse. Ha la puttana, vuoi che faccia la puttana è questo che mi stai proponendo.

Mi hai subito detto le solite frasi di circostanza, che potevo non accettare, che sarei stata pagata bene, che potevo vestirmi come volevo, orari liberi... sì come no.

Ciò che mi ha fatto accettare in realtà sono due soli fattori, che ti sarei stata vicina anche quando a casa non c'eri, e che sì il lavoro mi intrigava dopotutto.

Ed è per questo che ora sono in questa posizione, in ginocchio sotto la tua scrivania a leccarti la figa, mi stai rovinando il trucco con i tuoi copiosi umori, e mentre mi dedico al tuo grilletto tu ti muovi scomposta, mi muovo anche io un po' per strisciare le cosce tra loro e darmi piacere, mi fa impazzire tutta la situazione in se, tu che mugoli sottovoce, la porta che ho volutamente lasciata socchiusa, il rischio per te che vedano quanto sei troia, a me non importa io troia lo sono per contratto.

Mi alzo soddisfatta del mio lavoro, ho la faccia che è una maschera e devo rifarmi completamente il trucco, tu sei rilassata su quella poltrona, mi sorridi, un sorriso che poi si trasforma in riso, sono buffa conciata così, mi dici vai, poi mi fermi appena mi volto.

Chi ti ha conciata così, mi dici, così come ti rispondo cercando di capire cosa intendi, cazzo tu con quella fontana di figa che ti ritrovi.

No intendo dietro la schiena, hai tutte righe colorate, specifichi per la mia comprensione; il Righetti, mi ha chiesto di abbassare il leggings fino a metà culo, poi mi infilava penne e pennarelli nel solco della pesca. Mi usava come portapenne.

Che malato di mente, concludi, e ci facciamo una risata, poi scappo, sul cellulare la chiamata del ragionier Bianchi e devo ancora risistemarmi, quello ha sempre fretta.

Non ho tregua in questo lavoro, ma mi piace.

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