Yodel

Scritto da , il 2018-08-31, genere etero

Il treno locale usciva dalla stazione di Sondrio nella prima mattina. Sedevo al finestrino del lato destro, quello rivolto verso i monti, mentre lungo i finestrini opposti scorrevano le strade e gli abitati della Valtellina.
Dalla mia parte solo verde, grigio, macchie di ocra e alberi che a volte protendevano i loro rami verso la ferrovia, al punto che se avessi aperto avrei potuto toccarli.
Ma una pressione morbida contro la mia coscia mi ricordava la presenza della moglie, che non avrebbe gradito la corrente e il rumore. Avevamo dormito in un albergo a Sondrio e ci si era alzati presto perchè a Grosio ci sarebbe stato da camminare, gli zaini attendevano nel portapacchi sopra le nostre teste, lei era ancora mezza addormentata, ma avevo voglia di parlare.

" Ma insomma cos'è che andiamo a fare in realtà ? "

" Che vuoi dire ? "

" Voglio dire che ti conosco. Quando accenni una cosa, poi per settimane non ne parli più, ma infine salta fuori di nuovo, tipo scoprire dal nulla che abbiamo prenotato in Valtellina per tutto il ponte, non è il tuo modo normale di prendere le decisioni. E' quello tipico di quando stai lavorando a qualche fantasia da pervertiti. Anche il fatto che iersera in albergo tu non abbia voluto fare nulla, è una prova, io lo so. "

" E ti dispiacerebbe ? "

" No. A me piacciono sempre le tue trovate, ma sono troppo curioso per le sorprese. Voglio sapere di che morte andiamo a morire. "

Si voltò verso di me del tutto sveglia. Capelli neri alle spalle, appena più bassa, cicciotta il giusto, che comunque anche io non sono in peso forma e va bene così. Sorrideva.

" Ma io non te lo voglio dire ! Lo saprai quando saremo arrivati. "

A Grosio lei prese un caffè, io nulla perchè preferivo sfidare il calo di zuccheri piuttosto che il colon irritabile. Poi ci incamminammo su per le pendici del Mortirolo, il primo tratto era ancora facile e si poteva affrontare con scarpe leggere, non eravamo soli, c'era gente, comitive che si mischiavano lungo il sentiero con la staccionata a rombi. Era come una grande gita sociale.

Arrivammo al rifugio poco prima di mezzogiorno. Riposo, zaini buttati a terra e seduti nell'erba schiena contro schiena, lei inseparabile dai suoi occhiali polarizzati.
Entrammo a chiedere la strada per la baita alla responsabile del rifugio, una donna anziana dagli occhi azzurri, forse truccata e senza abiti da lavoro sarebbe stata ancora bella.

" Ah siete voi quelli che l'hanno affittata ! Avete fatto bene, c'è da salire, ma è un posto molto bello. Certo, è piuttosto isolata. "

L'ultima frase l'aveva detta con della malizia, ma non di quella cattiva, e non potevo darle torto.

Il pranzo: anche se fuori stagione il rifugio faceva il risotto coi bruscandoli, che valeva da solo il viaggio. Erborinato di bufala col miele, niente dolce, pochissimo vino.
La moglie sotto il tavolo mi teneva la destra sul ginocchio. Una cosa da niente, ma era così che era cominciato tutto, la sua mano sul mio ginocchio con la scusa di farmi un complimento, all'università, quando a un certo corso eravamo tutti seduti attorno a un altro tavolo.

Dopo pranzo tirammo fuori dal sacco gli scarponi da montagna e attaccammo il tratto più ripido. Il Mortirolo è considerato uno dei passi più impervi in Italia, ma per fortuna non dovevamo arrivare in cima.
Nel cammino le stavo dietro, nel caso fosse scivolata e l'avessi dovuta sorreggere, ma anche per poterla vedere, nascosta a metà dallo zaino.
Anche alle superiori. No, la moglie non c'era, non sapevo neppure della sua esistenza, però avevo una compagna di banco, bella come può essere una sedicenne agli occhi di un coetaneo.
Quando mi prendeva la stanchezza, o la noia, mi giravo a guardarla, come un quadro d'autore, e dimenticavo la fatica. Come una sindrome di Stendhal.
Lungo quel sentiero era la stessa cosa. Quando si segue un percorso la prima volta è più dura, non si conoscono i punti di riferimento per capire quanto manca, non c'è il senso del tempo, si passa tra grandi alberi con nessuna visuale, la strada sembra finire pochi passi dopo, ma ce n'è sempre ancora. Il corpo inizia a credere che la fatica durerà per sempre, l'aspettativa si aggiunge allo sforzo reale, ma io guardavo la moglie e dimenticavo di pensarci.

Arrivammo alla baita alle quattro abbondanti Sembrava dipinta, protetta da uno steccato di cui avevo la chiave, circondata da un prato verde pareggiato, strada asfaltata che passava vicino. Si, avremmo potuto salire in taxi, ma la strada a piedi era quella viva. Imbiancata a calce e tetto rosso che saliva con un angolo molto acuto, come in Trentino, al piano di sopra si saliva con una scala esterna dipinta di giallo.

Il pianterreno era tutto una rimessa, c'era una piscinetta gonfiabile, anche un lettino a sdraio che lei volle subito portare nel prato.
Poi di sopra, avrei voluto ambientarmi, visitare tutte le stanze, ma dal momento in cui eravamo entrati mia moglie era stata presa da una smania, mi aveva fatto spogliare per fare la doccia assieme, e dopo pretese che si scendesse di fuori, nel prato, nudi.

" Vedi perchè ho scelto questo posto ? Da qui vediamo tutta la valle, e nessuno può vedere noi. "

Il sole batteva duro , avrei voluto mettere la crema sulla schiena, ma lei non poteva aspettare un attimo.
Mi era venuta davanti, aveva piantato le sue tette dure nel mio petto, aveva preso in mano l'uccello, che subito le aveva risposto.

“ E’ questa la nuova fantasia ? Facciamo tutto all’aperto ? “

Me lo teneva da sopra, non da sotto, spingeva a tratti contro il pube e la radice, ma non lo poteva smuovere.

“ Si. Lo voglio nel culo subito. “

“ Non è una novità.. “

C’era un velo di follia nei suoi occhi nocciola, non si era pettinata dopo la doccia e aveva già gocce di sudore che ricadevano sul viso, sembrava appena uscita dal mare.

“ La novità è che me lo devi buttare a freddo, nessuna crema, devi farmi male, devi farmi gridare. Quassù tanto nessuno ci può sentire. “

Mi ci volle qualche istante per elaborare l’input e capire in pieno il significato, ma lei è abituata ai miei momenti di assenza, sapeva già che avrei espresso la mia approvazione senza una parola, solo tirandole indietro la testa e baciandola.
Non muoveva più la mano, ma me lo teneva stretto, forse temendo che potessi venire a vuoto.

Pochi istanti dopo era a terra, con la testa di lato sulla sdraio, mi mostrava il suo culone a mappamondo e lo spartiva con le sue mani.

“ Ricordi la prima volta ? “

“ Si.. “

“ Allora sai cosa devi dire. “

Lei impiegò due secondi buoni a riempire d’aria i polmoni, e soltanto in quel momento realizzai che faceva sul serio,

“ AMORE PER FAVORE SBRAGAMI IL CULOOOO !! “

Mi chiesi se l’avrebbe sentita tutta la valle. Non ci si poteva più tirare indietro e spinsi a forza, anche da quella parte era tutt’altro che vergine, ma così a secco entravo solo un tratto alla volta.
A ogni spinta lei urlava raggiungendo dei picchi da soprano di cui non l’avrei creduta capace, si sentivano gli acuti rimbalzare da una cima all’altra.
Mi lasciai spingere fuori dalle sue contrazioni, poi un’altra entrata ancora più ignorante e altra serie di strilli.
Intanto si stava torturando il clitoride tra indice e medio come se volesse strapparlo, le contrazioni diventavano più frequenti e non era più possibile resistere, i miei schizzi lubrificarono finalmente il canale e potei farlo scorrere mentre godeva.
E rimasi dentro a metà a riprendere fiato.

“ Amò. Lo sai che è la prima volta che non lo tiri fuori per sborrarmi sull’utero ? “

Niente, una vera nobildonna, la vita all’aria aperta le faceva già bene.

“ Te la sei voluta eh ? Stavolta te la sei voluta, per questa vacanza sarà soltanto culo, ti avverto. “

Come risposta lei rilassò completamente. Fu come aver perso un sostegno, le caddi dentro aspirato fino al pube e questo mi causò un altro fiotto che non pensavo di avere in riserva, e urlai anche io e lei contenta fece il coro.

E anche le montagne e i boschi tutt’attorno cantavano con noi.


ferrus_manus@hotmail.com

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