Il mio primo pesce

scritto il 2026-11-05 tempo di lettura 20 min

di
genere
Gay, Prime esperienze
cura
A+

Scrivo racconti erotici personalizzati su commissione. Se interessati/e, contattatemi al mio indirizzo e-mail: nicola.pavelli@gmail.com


BUONA LETTURA

Le mie mani tremavano mentre mi sedevo nella panca in fondo alla chiesa. Le ginocchia scricchiolarono ricordandomi i cinquantacinque anni di vita passata a fare tutto tranne che ascoltarmi. Il legno freddo sotto i palmi, l'odore d'incenso che si mescolava a quello della cera delle candele. Era tardo pomeriggio, la luce filtrava attraverso le vetrate colorate e disegnava chiazze rosse e blu sul marmo del pavimento. La chiesa era quasi deserta. Solo una donna anziana tre file avanti, il capo chino, le labbra che si muovevano senza suono.
Io non pregavo. Non sapevo più come farlo.
Tre mesi prima avevo trovato il coraggio di cercare "sensi di colpa omosessuali aiuto cattolico" su Google. Una vergogna che mi aveva fatto sudare anche solo digitando le parole. Mi ero guardato le mani mentre lo facevo, come se appartenessero a qualcun altro. Cinquantacinque anni. Sposato per ventitré di quegli anni, prima che mia moglie se ne andasse portandosi via la nostra figlia allora sedicenne. Ora ne aveva ventiquattro e mi chiamava forse tre volte l'anno.
Il matrimonio era fallito per mille ragioni, ma ce n'era una che non avevo mai confessato a nessuno. Nemmeno a me stesso, non davvero. Non fino a quella sera in cui, guardando un film con mio cognato, il suo secondo marito, un uomo di nome Davide che aveva quarant'anni e spalle larghe da nuotatore, avevo sentito qualcosa muoversi nel basso ventre. Qualcosa di familiare e allo stesso tempo estraneo, come una lingua dimenticata che improvvisamente riemerge.
Avevo distolto lo sguardo. Mi ero alzato per andare in cucina a prendere una birra. Le mani avevano tremato anche allora.
Da lì era stato un crollo lento. Ricordi che riemergevano come detriti dopo un'alluvione. Le docce dopo allenamento, a vent'anni, quando mi costringevo a non guardare i compagni di squadra. Il modo in cui la voce di un certo professore universitario mi faceva accelerare il respiro. Le notti in cui, accanto a mia moglie che dormiva, chiudevo gli occhi e pensavo a mani grandi, mascelle squadrate, voci profonde. Mi ero sempre raccontato che erano fantasie passeggere, che non significavano niente.
Ma a cinquantacinque anni, con il matrimonio alle spalle e la solitudine davanti, il muro si era incrinato.
La donna anziana si alzò, si fece il segno della croce e uscì dalla navata laterale. Rimasi solo. Il silenzio della chiesa mi avvolse come acqua tiepida. Fissai l'altare, il crocifisso sopra di esso, e sentii il peso di tutto ciò che non avevo mai detto.
Mi alzai. Le gambe erano pesanti. Mi diressi verso il confessionale in legno scuro, quello all'angolo sinistro vicino alla cappella della Madonna. La tenda di velluto bordeaux era chiusa. Esitai. Poi la scostai e mi inginocchiai.
L'interno odorava di legno vecchio e polvere. La grata che separava i due scomparti era fitta, ma attraverso le maglie intravedevo una sagoma scura.
"Padre, ho peccato," dissi. La voce mi uscì roca, come se non la usassi da giorni.
"Ti ascolto, figliolo." La voce dall'altra parte era profonda, calma. Un timbro baritonale che mi fece irrigidire la schiena.
Chiusi gli occhi. "Non so da dove iniziare."
"Inizia da dove vuoi. Dio ascolta sempre."
Iniziai dal matrimonio. Dalla distanza che avevo creato. Dalle notti in cui mia moglie mi cercava e io mi giravo dall'altra parte, dicendomi che ero stanco, che il lavoro mi aveva prosciugato. Dalla sensazione di recitare una parte. Poi mi fermai. Il respiro si era fatto corto.
"Va avanti," disse la voce.
"Padre, io... c'è qualcosa che non ho mai detto a nessuno."
Silenzio. Non un silenzio vuoto, ma denso, che aspettava di essere riempito.
"Io provo... desiderio. Per gli uomini." Lo dissi in un sussurro, come se le parole potessero bruciarmi la gola. "Da sempre. Non è una cosa nuova. Non è passato. È.… è sempre stato lì."
Le mani si strinsero sul bordo del legno. Le nocche bianche. Aspettai un rimprovero, una citazione biblica, qualcosa che mi dicesse che ero sbagliato. Che ero quello che avevo sempre temuto di essere.
"Quanti anni hai, figliolo?"
"Cinquantacinque."
Un respiro lungo dall'altra parte della grata. "E in cinquantacinque anni, questa è la prima volta che lo dici a qualcuno?"
"Sì."
"Non è un peccato, quello che mi stai confessando."
Mi si strinse qualcosa nel petto. "Padre, la Chiesa dice..."
"La Chiesa dice molte cose. Io ti sto parlando come uomo, adesso." Una pausa. "Come uomo che forse capisce più di quanto immagini."
Il cuore mi balzò in gola. C'era qualcosa nel modo in cui aveva pronunciato quelle parole. Un'inflessione, una pesantezza specifica che non era generica compassione.
"Non capisco," dissi.
"Non devi capire adesso. Ma se vuoi parlare la canonica è qui accanto. Vieni domani sera, alle sette. Possiamo parlare come uomini, non come penitente e confessore."
Esitai. Il legno della grata era freddo sotto le dita. "Non so se..."
"Non devi decidere adesso. Domani sera. Se vieni, bene. Se non vieni, non ci sarà giudizio."
Uscii dal confessionale con le gambe che sembravano di gelatina. L'aria della chiesa mi sembrò improvvisamente troppo densa. Mi fermai davanti all'altare, fissando il crocifisso senza vederlo davvero. Dentro di me, qualcosa si era smosso. Come un sasso che rotola via da un terreno secco e scopre, sotto, terra umida.
La sera dopo ero davanti alla porta della canonica alle sette meno cinque. Mi ero cambiato tre volte prima di uscire di casa: una camicia blu, poi una grigia, poi di nuovo la blu. Mi ero guardato allo specchio del bagno e avevo visto un uomo di cinquantacinque anni con i capelli brizzolati, le rughe intorno agli occhi, il principio di una pancia che non riuscivo più a perdere. Un uomo ordinario. Un uomo che non sapeva chi fosse.
Suonai il campanello. Passi all'interno. La porta si aprì.
Padre Marco era più giovane di quanto avessi immaginato. Quarantadue anni prossimi ai quarantatré. Alto, con i capelli castani tagliati corti e occhi scuri che sembravano assorbire la luce del portico. Indossava un maglione nero sopra una camicia con il colletto da prete, pantaloni scuri. Le mani erano grandi. Lo notai e mi odiai per averlo notato.
"Prego, entra." Si fece da parte. "Posso offrirti un tè?"
"Un tè va bene."
La canonica era piccola e ordinata. Un soggiorno con un divano marrone, una libreria piena di volumi di teologia e filosofia, un crocifisso alla parete. Il profumo di legno di sandalo, probabilmente da un diffusore sulla mensola del camino. Mi fece accomodare sul divano e sparì in cucina. Sentii l'acqua che scorreva, il rumore di un bollitore.
Quando tornò con due tazze, si sedette sulla poltrona di fronte a me. Non troppo vicino. La distanza giusta per far sentire a proprio agio, ma abbastanza vicina da rendere la conversazione intima.
"Non sai da dove iniziare," disse. Non era una domanda.
"No."
Bevvi un sorso di tè. Era caldo, leggermente amaro. Le mani stringevano la tazza come se fosse l'unica cosa che mi teneva ancorato.
"Ho passato tutta la vita a mentire," dissi. "A mia moglie. A mia figlia. A me stesso."
"Non è una menzogna se non sai ancora qual è la verità."
Lo guardai. I suoi occhi erano fermi, scuri. C'era qualcosa in quel viso, una durezza nella mascella, una linea decisa, che mi fece accelerare il battito.
"Tu capisci," dissi. "Ieri sera, nel confessionale, hai detto..."
"Ho detto che parlavo come uomo." Posò la tazza sul tavolino. "Perché è quello che sono. Un uomo, prima di essere un sacerdote."
"E come uomo, tu..."
Silenzio. Il suo sguardo non vacillò. "Sì."
Non disse altro. Non ne aveva bisogno. Quella sillaba, sì, cadde tra noi come un sasso in acqua ferma. Le onde si espansero lentamente, raggiungendomi nello stomaco, nel petto, nella gola.
"Da quanto tempo?" Chiesi.
"Da sempre. Come te."
"Ma tu sei..."
"Un sacerdote. Sì." Si appoggiò allo schienale della poltrona. "Il voto di celibato non riguarda l'orientamento. Riguarda l'azione. E io... ho fatto delle scelte."
Mi sporsi in avanti. "Che tipo di scelte?"
"Le stesse che stai valutando tu adesso. Se vivere nella menzogna o trovare un modo per convivere con la verità."
Il tè si era raffreddato. Lo posai. Le mani erano libere e non sapevo dove metterle. Le appoggiai sulle ginocchia.
"Non so come si fa," dissi. "Ho cinquantacinque anni. Non ho mai... non ho mai fatto niente. Con un uomo. Mai."
"Non c'è un'età giusta."
"E se non ci riesco? Se non riesco ad accettarlo?"
Si alzò dalla poltrona. Si avvicinò. Si sedette sul divano, accanto a me. Non troppo vicino. Giusto una spanna di distanza, abbastanza perché sentissi il calore del suo corpo attraverso il maglione.
"L'accettazione non è un atto di volontà," disse. "È un processo. A volte ha bisogno di... prove. Di conferme."
Lo guardai. I suoi occhi erano cambiati. Non erano più quelli del sacerdote che ascolta. Erano quelli di un uomo che vede qualcosa. Che riconosce qualcosa.
"Che tipo di conferme?" La mia voce era quasi un sussurro.
Marco sollevò una mano. La posò sulla mia. Il contatto fu elettrico, un calore che mi attraversò il dorso della mano, risalì lungo il braccio, si fermò nel petto. Le sue dita erano lunghe, asciutte. La pelle più ruvida della mia.
"Sei sicuro di volerlo sapere?" Chiese.
Non risposi. Invece girai la mano sotto la sua, finché i nostri palmi si toccarono. Sentii il suo respiro cambiare, un'inspirazione più profonda, un'espirazione che durò un secondo di troppo.
"Non sono sicuro di niente," dissi. "Ma non voglio più mentire."
Marco si avvicinò. La distanza tra noi si ridusse a nulla. Sentii il suo alito, qualcosa di più dolce sotto, forse il dentifricio. La sua mano si spostò dalla mia al mio avambraccio, poi risalì lungo la manica della camicia fino alla spalla. Il tocco era leggero, esplorativo. Come se stesse tastando un terreno che non era sicuro di poter calpestare.
"Sei teso," disse.
"Non so come non esserlo."
Le sue dita raggiunsero il collo. Il pollice si fermò sulla mascella. Il cuore mi batteva così forte che potevo sentirlo nelle orecchie. Chiusi gli occhi. Non per non vedere ma per sentire meglio. Il polpastrello del suo pollice che tracciava una linea dalla mascella al mento. Il calore della sua mano che mi sfiorava la guancia.
"Guardami," disse.
Aprii gli occhi. Il suo viso era a pochi centimetri dal mio. Potevo vedere i pori della sua pelle, una piccola cicatrice sopra il sopracciglio sinistro, il modo in cui le sue labbra erano leggermente dischiuse.
Non avevo mai baciato un uomo. Mai, in cinquantacinque anni di vita. Quando le sue labbra toccarono le mie, il mondo si inclinò. Fu un contatto leggero, appena uno sfiorarsi, ma qualcosa dentro di me si spezzò. Non in modo doloroso. Come un guscio che si apre.
Le sue labbra erano asciutte, calde. Sapevano di tè. Quando si ritrasse di un centimetro, lo seguii. Non volevo che la distanza tornasse. La mia mano si posò sul suo petto. Sentii il cuore battere sotto il maglione, rapido quanto il mio.
"Marco," dissi. Non "Padre." Solo Marco.
Mi baciò di nuovo. Questa volta le sue labbra si dischiusero, e la sua lingua trovò la mia. Il sapore del tè, della sua bocca, qualcosa di muschiato e maschio che non avevo mai assaporato. Gli afferrai il maglione, stringendo il tessuto nel pugno. Lui emise un suono, un gemito basso, vibrante, che mi arrivò dritto all'inguine.
Era quello. Era esattamente quello che avevo passato la vita a non avere.
Il mio cazzo si indurì nei pantaloni. Lo sentii premere contro il tessuto, pulsare con il battito del cuore. Non mi vergognai. Non in quel momento. C'era solo la bocca di Marco, la sua lingua che esplorava la mia, le sue mani che mi tenevano il viso.
Mi spinse delicatamente all'indietro finché la mia schiena toccò il cuscino del divano. Si chinò su di me. Il suo peso mi schiacciò contro i cuscini. Sentii la sua erezione contro la mia coscia. Grossa, dura, attraverso il tessuto dei pantaloni.
"Dio," dissi. Non era una preghiera. Era un'esclamazione.
Marco si ritrasse abbastanza da guardarmi. "Sei sicuro?"
"No. Ma non fermarti."
Sorrise. Un sorriso che gli trasformò il viso. Non più il sacerdote serio, non più l'uomo composto. Qualcosa di più crudo, più affamato.
Si alzò in piedi. Mi tese la mano. La presi. Mi guidò lungo un corridoio stretto, fino a una stanza da letto piccola e spartana. Un letto singolo con lenzuola bianche, un comodino con una lampada, un crocifisso alla parete. Chiuse la porta alle nostre spalle.
Mi fece girare verso di lui. Le sue mani andarono ai bottoni della mia camicia. Li slacciò uno per uno, lentamente. Sentii l'aria fresca sulla pelle man mano che il tessuto si apriva. Le sue dita mi sfiorarono il petto, i peli grigi, la pelle che non era più giovane, il leggero strato di grasso sopra le costole.
"Sei bello," disse.
"Non è vero."
"Per me lo sei."
Mi sfilò la camicia. La lasciò cadere a terra. Poi le sue mani andarono alla mia cintura. Le dita che armeggiavano con la fibbia. Il suono del metallo che si apriva. Il bottone. La lampo. I pantaloni che scivolavano lungo le gambe.
Rimasi in boxer davanti a lui. L'erezione era evidente. Il tessuto teso, una macchia scura di liquido che aveva impregnato il cotone. Marco la guardò. La guardò con un'intensità che mi fece pulsare il cazzo ancora più forte.
Mi inginocchiai davanti a lui. Non so cosa mi prese, non era qualcosa che avevo pianificato, non era qualcosa che sapevo fare. Ma il mio corpo sapeva. Le mie mani andarono alla sua cintura. La slacciai con dita che tremavano. I pantaloni caddero. Sotto, indossava boxer neri. Il suo cazzo era duro, grosso, che tendeva il tessuto. Potevo vedere la forma, la curva, la punta, il grosso tronco.
Lo toccai attraverso il cotone. Il calore passò lungo il palmo. Marco inspirò bruscamente. Le sue mani andarono ai miei capelli, le dita che affondavano nei capelli brizzolati, non tirando, ma tenendo.
Tirai giù i boxer. Il suo cazzo si liberò duro, di una lunghezza che mi fece venire l'acquolina in bocca, con una grossa cappella violacea e una vena che pulsava lungo il lato inferiore. Il pelo pubico era scuro, folto. Le palle pesanti sotto.
Non avevo mai preso un cazzo in bocca. Ma in quel momento non volevo fare altro. Lo afferrai alla base. La pelle era calda, setosa sopra la durezza del membro. Lo accarezzai una volta, due volte. Marco gemette. Il suono mi incoraggiò.
Mi sporsi in avanti. La lingua toccò la cappella. Il sapore salato, leggermente acre, con quel sapore di uomo che non avevo mai conosciuto ma che il mio corpo riconosceva come giusto. Leccai la punta, sentendo il liquido che continuava a fuoriuscire. Lo assaggiai. Ingoiai.
Poi aprii la bocca e lo presi dentro.
Non sapevo cosa stessi facendo. Non avevo tecnica, non avevo esperienza, ma sapevo cosa volevo. Volevo farlo godere. Volevo sentire il suo cazzo pulsare nella mia bocca.
"Sì," gemette Marco. Le sue mani nei miei capelli, le anche che si muovevano lentamente, spingendo il cazzo più in profondità. "Cazzo, sì."
La parola "cazzo" pronunciata da un sacerdote, nella sua stanza da letto, con il suo membro nella mia bocca. Era la cosa più erotica che avessi mai vissuto. Mi eccitai al punto che il mio cazzo pulsò nei boxer, minacciando di venire senza nemmeno essere toccato.
Succhiai più forte. La bocca si muoveva su e giù lungo il tronco, la lingua che leccava la parte inferiore, la mano che pompava la base. Marco si muoveva con me, le anche che oscillavano, il respiro che si faceva più corto, i gemiti che si intensificavano.
"Sei sicuro che è la prima volta?" Chiese, la voce roca. "Perché sei... cazzo, sei bravo."
Non risposi. La mia bocca era piena. Continuai a succhiare, a leccare, a pompare. Sentii le sue palle che si stringevano sotto le mie dita. Stava per venire.
Si ritrasse. Il cazzo uscì dalla mia bocca con un suono umido. Lo guardai lucido di saliva, pulsante, la cappella gonfia e rossa.
"Non voglio venire così," disse. "Non la prima volta."
Mi tirò in piedi. Mi baciò. Sentii la sua lingua che esplorava la mia bocca, la stessa bocca che aveva appena succhiato il suo cazzo. Non gli importava. Mi baciò con una fame che mi fece tremare le ginocchia.
Mi spinse sul letto. Caddi sulla schiena. Le lenzuola erano fresche contro la mia pelle nuda. Il suo corpo era magro, i peli sul petto, la linea scura che scendeva dall'ombelico fino all'inguine.
Era bellissimo. Non nel senso classico. Non era un modello, non era un attore. Ma per me, in quel momento, era la cosa più bella che avessi mai visto. Un uomo. Nudo. Eccitato per me.
Si sdraiò accanto a me. La sua bocca trovò il mio collo. Baci, morsi leggeri, la lingua che tracciava linee umide dalla gola alla clavicola. Le sue mani mi esploravano il petto, i fianchi, la pancia. Quando la sua mano raggiunse il mio cazzo attraverso i boxer, mi inarcai.
"Ti voglio nudo," disse.
Mi sfilò i boxer. Il mio cazzo si liberò più piccolo del suo, ma duro come non lo era stato da anni. La cappella violacea, gocciante. Marco lo guardò, poi lo prese in mano. Il palmo che avvolgeva il membro, le dita che si stringevano intorno alla base.
Gemetti. Un suono che non riconobbi come mio ma come qualcosa di più primitivo, di più disperato.
Marco iniziò a pompare. Lentamente. La mano che scivolava su e giù lungo il tronco, il pollice che stuzzicava la cappella a ogni movimento. Io mi inarcavo sotto di lui, le mani che stringevano le lenzuola.
"Non resisto molto," dissi. "Non così."
Lo sentii sorridere contro il mio collo. "Allora non resistere."
Accelerò il movimento della mano. La presa più stretta, il ritmo più veloce. Sentii le palle che si stringevano, il piacere che si accumulava alla base della colonna vertebrale.
"Ti prego," dissi. "Ti prego, ti prego, ti prego."
Non sapevo cosa stessi chiedendo. Non mi importava. Venni. Il cazzo pulsò nella sua mano e lo sperma schizzò sul petto, sulla pancia, sulla sua mano. Un orgasmo che mi attraversò come una scossa elettrica, facendomi arcuare la schiena, gemere con una voce che non riconoscevo.
Marco continuò a pompare finché l'ultimo fiotto uscì. Poi rallentò. La mano che mi accarezzava il cazzo ammorbidito, bagnato di sperma. Si portò la mano alle labbra. Leccò il mio seme dalle dita. Lo guardai fare e sentii qualcosa che non avevo mai sentito, una tenerezza così acuta che faceva male.
"Vieni qui," disse.
Mi girò su un fianco. Si sdraiò dietro di me. Il suo cazzo duro premuto contro la mia schiena, le sue braccia intorno a me. Sentii il suo respiro nell'orecchio.
"Non abbiamo finito," disse.
"Lo so."
La sua mano scese lungo il mio fianco. Sfiorò la mia natica. Il dito che tracciava la fessura tra le natiche. Un brivido mi attraversò.
"Ti voglio," disse. "Ti voglio dentro."
Chiusi gli occhi. "Fa male?"
"All'inizio. Poi no."
C'era un tubetto di lubrificante nel cassetto del comodino. Marco lo prese. Sentii il rumore del tappo che si apriva. Il liquido freddo sulle mie natiche, poi il suo dito che lo spalmava lungo la fessura.
Quando il suo dito trovò il mio buco, mi irrigidii. Il dito che premeva, che girava intorno all'apertura. Poi entrò. Un centimetro. Il bruciore fu immediato, non doloroso, ma intenso. Come un muscolo che non viene usato da troppo tempo e viene improvvisamente stirato.
"Respira," disse Marco.
Respirai. Il dito entrò più a fondo. Mi aprii intorno a lui. Il bruciore si trasformò in qualcos'altro. Una pressione, una pienezza. Quando il dito sfiorò la prostata, un lampo di piacere mi attraversò come un fulmine.
"Cazzo!" esclamai.
"Lo sento," disse Marco. "Sei pronto."
Un secondo dito. Più pressione, più pienezza. Mi aprii per lui. Le anche che si muovevano contro la sua mano, cercando di più.
Marco si mise dietro di me. Sentii la cappella del suo cazzo che premeva contro la mia apertura. Calda, grossa, bagnata di lubrificante.
"Sei pronto?" Domandò.
"Sì."
Spinse. La cappella entrò. Il bruciore tornò più intenso, più reale. Strinsi i denti. Le mani che stringevano le lenzuola.
"Respira. Apriti per me."
Respirai. Mi aprii. Marco spinse ancora. Il cazzo scivolò dentro, centimetro dopo centimetro, riempiendomi in un modo che non avevo mai conosciuto. Quando fu completamente dentro, si fermò. Sentii le sue palle contro le mie natiche. Il suo cazzo pulsare dentro di me.
Stavo respirando con la bocca aperta. Il petto che si alzava e abbassava. Il bruciore che si trasformava in pienezza, in calore.
"Come ti senti?" Chiese.
Mi mossi. Le anche che oscillavano leggermente, sentendo il suo cazzo che si muoveva dentro di me. Il piacere che iniziava a sostituire il bruciore.
"Bene," dissi. "Mi sento bene."
Marco iniziò a muoversi. Lentamente all'inizio. Usciva fino a che solo la cappella rimaneva dentro, poi spingeva di nuovo fino in fondo. Ogni spinta mi premeva contro la prostata, mandando ondate di piacere attraverso il mio corpo.
Il mio cazzo, che si era ammorbidito dopo l'orgasmo, iniziò a indurirsi di nuovo. Marco lo raggiunse con la mano. Lo prese e iniziò a pomparlo in sincrono con le spinte.
"Cazzo, sì," gemetti. "Cazzo, Marco, non fermarti."
Accelerò. Le spinte più veloci, più profonde. Il suono della sua pelle contro la mia. Uno schiaffo ritmico che riempiva la stanza. I gemiti di Marco che si mescolavano ai miei. Il letto che scricchiolava sotto di noi.
"Sto per venire," disse Marco. Il respiro corto, la voce roca.
"Vieni. Vieni dentro di me."
Spinse a fondo. Il cazzo pulsò. Sentii il suo seme, caldo, liquido, che mi riempiva. Marco gemette, un suono lungo e profondo che veniva dal petto. Le sue anche che si muovevano a scatti mentre veniva.
Quando finì, rimase dentro di me. Le sue braccia che mi stringevano. Il suo respiro nell'orecchio. Il suo cazzo che si ammorbidiva lentamente.
Mi girai la testa. Le nostre labbra si incontrarono. Un bacio lento, stanco, pieno di qualcosa che non avevo un nome per definire.
"Non è un peccato," disse Marco. "Questo. Noi."
Chiusi gli occhi. Sentii il suo sperma che colava dalla mia apertura, lungo la coscia. Il suo corpo caldo contro il mio. Il suo cuore che batteva contro la mia schiena.
Per la prima volta in cinquantacinque anni, non avevo paura.
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