Vecchie Troie del Villaggio
scritto il 2026-11-05 tempo di lettura 17 min
di
Jack Off
genere
Incesti, Pissing
cura
A−
[La seconda avventura di Henry e Nonna Agatha]
“Henry, vieni un attimo” urla nonna Agatha.
Sto sul letto a leggere un libro, un bel libro fra l’altro. Ho lasciato nonna con le sue amiche che affollano a turno il nostro salotto ogni pomeriggio parlando del nulla assoluto.
So che lasceranno casa nostra dopo le cinque e allora la cara vecchietta verrà in camera mia.
Mi racconterà qualche fatto saliente della sua congrega di pettegole mentre si spoglierà piano piano e alla fine mi dirà “Ho proprio bisogno di rilassarmi un attimo”.
A quel punto si metterà a pecora tenendo le calze di nylon che sa che adoro e si lascerà montare fin che non la riempirò di sborra in fica o in culo, a mia scelta.
La chiavata delle cinque è un po’ diventata il nostro rituale così come la pompa al mattino quando mi alzo con l’uccello di marmo e la nonna se lo succhia con gusto.
Che mi chiami alle due e mezza fa un po’ strano.
Mi infilo velocemente i pantaloni della tuta e una t-shirt visto che sono nudo. Ciabatte ai piedi e scendo.
In salotto c’è nonna bella comoda sul divano. Una camicetta a fiori abbastanza scollata da mostrate ampie porzioni delle sue poppe, gonna nera sopra al ginocchio, calze nere a rete.
Le calze a rete sono proprio da porca. Già immagino cosa faremo dopo le cinque e di come sborrerò a dovere quel bel nylon.
Sulla poltrona la signora Delia. Una pensionata vedova col faccione rubicondo, l’espressione del viso sempre un po’ ebete e quel continuo sghignazzare qualsiasi cosa dica come se fosse una fine umorista.
La conosco fin da piccolo e mi è sempre stata un po’ sui coglioni. Quando mi vedeva per il paese trovata sempre il modo di farmi osservazione “Oi piccolo Henry allacciati bene quella scarpa, oi bimbo ma lo sa tua nonna che vai in giro con le braghe sporche, oi Henry ma nonna sa che fumi…”. È una tizia un po’ così. Una che pensa di avere sempre qualcosa da insegnare a tutti.
Convinta di essere una donna di classe ha sempre le scarpe a tacco alto ma essendo un po’ cicciotta e non avendo la postura che crede di avere sembra sempre una giraffa sui trampoli.
Rossetto in abbondanza, crema per la pelle che la fa sembrare più bianca dal collo in su, gambe grosse abbellite solo dal nylon trasparente che ha sempre il buon gusto di indossare. Non so se siano collant o calze, mai avuto il piacere.
Mi guarda “si è fatto davvero grande” dice a mia nonna come se io non fossi nemmeno nella stanza.
“È un maschio fatto te l’ho detto” sorride la nonna.
Comincio a sentirmi un po’ a disagio, non so cosa vogliono. Poi vedo sul divano accanto a nonna un grosso cetriolo. Grosso è dir poco saranno 25 cm minimo.
Ignoro più o meno volutamente Delia e guardo la nonna “avevi bisogno di qualcosa nonna”.
“Si -sorride lei con quello sguardo che ha quando stiamo per scopare- la Delia dice che ha trovato nell’orto il cetriolo più grosso del mondo. Tu che dici?” e prede in mano l’ortaggio agitandolo.
“Io… non so… si, si è bello grosso”.
“Secondo me no. Abbiamo fatto una scommessa”.
“È già” mormora la Delia col suo tono di supponenza assoluta.
“Secondo me il tuo cetriolo è più grosso” sgancia la bomba la nonna.
“Devi cambiare occhiali Agatha” la incalza Delia.
Mi poggio la mano sul pacco “questo?”.
Nonna annuisce con la testa e sorride.
Delia borbotta qualcosa “ma dai Agatha smettila lo stai mettendo in imbarazzo” e ridacchia.
Non sono un esibizionista ma quella che la vecchia befana mi lancia sembra quasi una sfida. Sarà che mi sento volto sul vivo, sarà che mi sta da sempre sul cazzo, lo faccio. Afferro l’elastico dei pantaloni di cotone e con uno strappo secco li calo fino a metà coscia.
SBANG!
Vedo gli occhi di Delia uscire dalle orbite.
“Non è al massimo ma dovrebbe bastare” dico guardandola.
Continua a fissarlo, se lo studia bene “mamma mia sembra un cavallo” ride.
“E non è nemmeno gonfio pensa un po’” aggiunge mia nonna che, intanto si alza dal divano con cetriolo in mano, mi si avvicina e lo tende di fianco al mio petto come se davvero fra il mio aggeggio l’ortaggio servisse un confronto.
“Parola mia Agatha non ho mai visto un uccello così… -ammette Delia- ti devo un biglietto da cinquanta”.
“Avete scommesso un cinquantone sul mio cazzo nonna?”.
Lei ride “è già” intanto con la mano libera me lo afferra e inizia a segarlo piano piano “su, falle vedere cosa intendo per duro”.
Pensavo che una chiesofila perbenista come Delia sarebbe scappata e invece continua a guardare. Si studia l’uccello che si indurisce sorridendo con quella boccaccia enorme.
Allunga la mano, sfiora quella di nonna che continua ad andare su e giù.
Nonna pare quasi farle da guida. Le da il ritmo. Delia sembra prenderci gusto.
Nonna leva la mano, Delia continua a farmi una sega.
“Sta diventando gigantesco” sbotta Delia.
“Te l’ho detto cara” sorride la nonna che pare gustarsi la scena.
Ora il mio cazzo è così teso che pare toccarle il viso con la cappella. La guardo, mi guarda.
“Non essere timida Delia” mormora la nonna.
“Posso?” mi domanda.
“Faccia pure signora” rispondo gentile.
Si fa coraggio, lo tiene saldo, lo tira ancora un po a se, apre le gigantesche labbra piene di rossetto e ingoia…
Sento mia nonna alle spalle, avvicina la testa alla mia “fammi fare bella figura mi raccomando” sussurra. Poi si allontana “io vado una mezzoretta in cucina” dice ad alta voce.
Delia col mio cazzo sempre più in bocca alza una mano e mostra il pollice alla Fonzie come a dire che a lei va bene.
Allungo le mani, accarezzo i lunghi capelli biondi della befana, glieli stringo per muoverle la testa avanti e indietro e darle il ritmo.
“Sicchia bene vacca, succhia” penso fra me e me.
Le sbottono la camicetta, sotto ha un reggiseno nero abbastanza castigato.
Lei sembra aver preso il ritmo. Sembra che di pompini ne abbia fatti un bel po nella sua vita.
Slaccio il gancetto, il reggiseno vola via. Mamma mia che bei meloni penso.
Doveva davvero essere un reggiseno molto stretto perché mai avrei detto che avesse due meloni così gonfi. Senza farmi troppi problemi glieli strizzo uno con ogni mano.
Di botto sputa fuori il cazzo di bocca “Mi manca il fiato tesoro” dichiara.
“Forse stiamo più comodi sul divano” ribatto mentre lesto levo del tutto i pantaloni e la maglietta.
“Sei davvero un bel ragazzo” esclama fissando il mio giovane corpo nudo.
Mi siedo sul divano. Uccello bello teso e pronto.
Lei si alza, armeggia con i bottoni della gonna, la leva facendosela scorrere lungo le gambe, resta in mutande nere molto abbondanti e calze autoreggenti semi trasparenti.
La facevo una da collant ma ammetto che quelle calze un po’ da vacca sono molto stimolanti.
Si avvicina.
Il quadro diventa ancor più bello quando le afferro le mutandone e gliele calo in un colpo solo prima che si sieda.
Non ha nemmeno un pelo. Chi l’avrebbe mai detto che una vaccona come questa si depilasse la sorca.
Il grilletto è molto gonfio e sporgente, senza un pelo risalta ancora di più. Mi chino su di lei, le allargo bene le gambe. Pare che quelle che si rasano a zero lo facciano per farsela leccare meglio.
Sarà vero? Nel dubbio apro la bocca e tiro fuori la lingua facendole uno di quei lavoretti che mia nonna ha sempre apprezzato.
Mi viene in bocca.
Tanto per fare un lavoro fatto a dovere levo la lingua, le ficco due dita nella patata volante e la mungo ben bene a tutta forza.
“Ooooo che roba…. Ooooo” mugola e dopo un attimo eccola.
Una squirtata da paura. Sembra che pisci la vecchia.
“Certo che ci sai fare tu” sospira ancora in estasi.
“E non l’ho ancora usato pensa un po’”
Allunga la mano, me lo afferra saldo, mi fa un paio di carezze decise “Allora usiamolo tesoro…”
Decisa si slancia ben bene lungo tutto il divano. Spalanca le gambe più che può, quasi cade per terra, mi guarda con i suoi occhioni da ebete che ora hanno una espressione più attizzata che mai.
Le scivolo sopra, lo struscio un po’ nel suo brodo colante, spingo.
SFLOP!
“Ooooo ooooooo l’avevo detto, un cavallo, un cavallo” urla.
“Fa male?”.
“Noooo spingi tesoro spingiiiiii”.
La accontento e inzio a trombarla deciso e a tutta forza.
Appare mia nonna, fra l’altro si è levata la gonna e ha la fica pelosa in bella vista. Con quelle calze a rete e la fica fuori è bella più che mai.
“Sarebbe già passata la mezz’ora” dice in piedi accanto a noi.
Io mi fermo senza capire.
“Facciamo un altra mezz’ora cara” geme Delia ansiosa di arrivare al prossimo orgasmo.
“Torno fra mezz’ora” sorride la nonna poi dando le spalle a Delia mi fa l’occhiolino e col pugno chiuso mi fa un chiaro segno di fottere forte…
Delia è in bagno. Nonna le ha offerto di farsi un bel bidet e lei ha accettato.
Io sono sul divano, mi sta pulendo il cazzo con un asciugamano umido.
“Pazzesco ti ha riempito la capellla di rossetto, sei impregnato”.
“Scusa nonna ma cosa era quel discorso. Ti sei fatta pagare?”.
“Mi pare che l’idea fosse quella no? E congratulazioni pensavo facessi tutto in mezz’ora ma ha pure dovuto raddoppiare la tariffa. Un bel centone” sorride.
“Non ci credo. Sono un prostituto!”.
“Ma non farla lunga e non dirmi che non ti sei divertito”
“In effetti si… guarda ti giuro che non avrei mai immaginato che una tardona chiesofila come questa avesse così voglia di cazzo”.
“Hanno tutte voglia di cazzo tesoro mio” sorride lei e convinta di aver fatto un bel lavoro leva l’asciugamano e mi bacia la cappella quasi ne fosse fiera…
Ovviamente, neanche a dirlo, appena la Delia lascia casa nostra ne segue una bella chiavata a pecora. Nonna vuole sempre la sua parte…
È così, incredibile ma vero, inizio la mia carriera di “puttano” con una nonna come “manager”.
Si perché non è stato un caso che la prima che mi ha fatto trombare sia una pettegola come Delia. La nonna punta proprio sul passaparola. Su queste nonne con la fica ancora calda che si smanazzano a tutto andare o si infilano dentro tutto ciò che è anche solo un po a forma fallica e che non perderanno certo l’occasione di avere a disposizione un torello dotato e sempre duro.
Capisco che le cose sono andate come prevedeva nonna due giorni dopo. Sono in coda dalla panettiera, la Celestina, un donnone con gli occhiali con due tettone enormi che pulsano sotto al grembiule quando si china a mettere le pagnotte nel sacchetto.
Di solito è un po’ scorbutica, non ci ho mai fatto caso perché ha la nomea di essere lesbica e di odiare i maschi. Lo sa tutto il paese perché qualche anno fa l’hanno beccata in macchina dietro al cimitero appartata con la Mirella, la perpetua del parroco.
Qua L uno dice che erano solo nude e abbracciare, qualcuno insiste che la Celestina aveva un cazzo di gonna in vita e montava la Mirella. Chi lo sa…
Di certo, piano piano, apprendo che queste vacche mature so danno al lesbismo più per necessità che per convinzione. La voglia di un corpo caldo accanto che le faccia godere è così tanta che, piuttosto che fat da sole, si danno alla pazza gioia con le amiche.
Penso funzioni così.
Lo penso quando la Celestina invece dei soliti grugniti mi serve con un gran sorriso. Si mette anche a fare un po’ di conversazione mi chiede come sto, come sta la nonna, quanto mi fermo in paese… e sembra davvero interessata ma, soprattutto quando prima di darmi il mio sacchetto con le pagnotte prende una lunga baguette, la agita in aria con una mano e poi gli mette sopra l’altra e inizia a farla andare su e giù come se stesse tirando una sega.
Per come la vedo io è una chiara offerta, la disponibilità palese a segarmi il cazzo.
Studio di nuovo le tettone sotto al grembiule. Non sarebbe male ficcarlo lì in mezzo penso.
Rimugino un attimo su come farle capire che ho capito quando….”Aia”.
Mi volto di scatto, mi hanno pizzicato il culo cazzo.
Dietro di me c’è Marida, altra gran pettegola del paese, una nanetta di un metro e sessanta acida come poche, bidella in pensione, mai sposata.
Mi guarda da dietro le spesse lenti. La guardo, noto le calze nere a rete su quelle gambe secche.
Il nylon lo apprezzo sempre.
Lei come nulla fosse mi strizza l’occhio come a farmi capire che la mercanzia che ha toccato non le è dispiaciuta. Ovviamente non dice nulla. Io neanche.
Poi una delle altre comari in coda sbraita “oi serve a tutti il pane”.
“Si, forza, forza il prossimo” scatta Clementina posando la baguette da una parte.
Mi domando se l’abbia messa via per usarla. Del resto la Delia si ficca i cetrioli, non ci sarebbe da stupirsi che lei usi i filoni di pane.
Comunque il sipario è finito. Afferro il mio sacchetto di pane e mi levo dai coglioni.
Resto un attimo davanti al negozio. Forse dovrei rientrare, magari la Clementina trova un attimo libero, chi può saperlo? Già mi immagino una pecora con le sue tettone che sbatacchiano avanti e indietro mentre glielo ficco nel grasso culone, magari con un filone di pane nella ficona… hahahah la fantasia non ha limiti. La realtà è che ci sono altre tre persone in coda e sicuramente ne arriveranno ancora. Non penso sia cosa.
“Fumare fa male” borbotta una voce acuta e stridula.
È Marida, col suo pane sotto al braccio. La sua perenne espressione da stronza. La camicetta bianca, le tette inesistenti, la gonna al ginocchio nera quelle calze a rete che sono si da porcellona ma che non le stanno affatto bene su quei due stuzzicadenti secchi.
Dire che mi fa tirare il cazzo sarebbe una bugia.
Faccio giusto un cenno educato con la testa.
Si ferma a guardarmi “Tua nonna sa che fumi?”.
“Certo che si. Fuma anche lei”
“Brutto vizio il fumo”
“Ognuno ha i suoi vizi” faccio spallucce.
“Vai a casa?”.
“Si, dalla nonna, ovvio”.
Iniziamo a camminare fianco a fianco, la Marida abita tre case più su della nostra. La strada è quella.
Mi fa altre domande assolutamente banali, rispondo con la stessa banalità senza fare battute piccanti o altro. Il pizzicotto al culo sembra già dimenticato.
“Mi accompagni?” dice seria quando arriviamo alla svolta per casa di nonna.
Sorrido “Volentieri” quasi dimenticandomi che ho il pane da portare a casa.
Vedo per la prima volta cambiare la sua espressione. Un sorriso felice e inedito.
È un invito? Che faccio? Ci provo? Che ho poi da perdere?”.
A sorpresa allungo la mano libera sul suo fianco e a mano aperta le smano la piccola chiappetta liscia.
Mi aspettavo uno scatto da vecchia bigotta invece la nanetta allunga a sua volta la mano libera sul mio pacco. Non si trastulla troppo, giusto una verifica diciamo.
“Dicono grandi cose di te…” sorride ritraendo la mano.
“Un conto è dire un conto è fare…” annuisco con un sorriso.
“Aia, aia, aia…. No basta, basta…” urla Marida a squarciagola.
Siamo sul suo letto, lei nuda. Il suo corpo minuto e gracile su cui si contano le ossa mi ha stimolato qualche porcata.
Dopo averle leccato un po’ le tette quasi inesistenti (ha una prima scarsa, giusto due capezzoli microscopici) e una riscaldata col dito in una fica stretta è molto più pelosa di quanto avrei detto abbiamo operato.
Posizione classica. La troia sotto, io sopra.
Quando ha visto il bazooka che stavo per ficcarle in pancia si è spaventata “Ma è mostruoso!”.
“Tranquilla faccio piano piano” l’ho calmata mentre le facevo scollare dentro la cappella.
Era strettissima. Non esattamente vergine ma poco ci mancava. In effetti in paese girava la voce che fosse frigida e vergine. Mi sa quasi che è il primo di carne che le entra dentro, di certo il primo così grosso.
Faccio il mio dovere, viene quasi subito e siccome (poi lo ammetterà) è il primo orgasmo da cazzo urla come una folle. Non lo ammetterà mai ma non ha mai goduto così tanto.
Continuo a darci dentro, la faccio venire ancora e ancora… poi lo tiro fuori, me lo afferro saldo con la mano fissandola dritta negli occhi mentre me ne sto chino fra le sue gambe.
Mi lascio andare, sparo deciso. Parte una bordata di sborra da paura.
Il primo schizzo, il più potente le arriva dritto in faccia “ops scusa…” borbotta anche se ammetto che l’ho fatto un po’ apposta. Sborrare in faccia a sta stronza è una bella soddisfazione.
Gli altri schizzi, in calo di pressione, le arrivano sul seno e sulla pancia.
“Mi hai lordata tutta” esclama.
“Nulla che non vada via con una bella doccia”.
“È no, secondo me, tocca a te pulirmi, sei tu che hai sporcato. Su forza, prendi un asciugamano”.
Obbedisco. Facciamo finta che sia un gioco erotico che è meglio. (Cit. Quattrocchi).
Nudo su di lei le pulisco la sborra con molta calma toccandola e palpandola in ogni punto. Percepisco il suo piacere nell’essere accarezzata e decido di metterle di nuovo un paio di dita fra le gambe. Piano piano lascio che si abbandoni al piacere e quando inizia a gemere di gusto ci do ancora più dentro. Con una mano gliela tengo bene aperta ai bordi e col pollice le stimolo la cima, dove è più sensibile. Con l’altra mano le tengo due dita dentro e lavoro di fino pensando solo “dai vieni bagascia vieni”.
E alla fine arriva. Una pisciata di sbroda bella potente. La sua prima squirtata.
Urla aia aia, urla basta ma da come si agita, da come muove le gambe si vede che sta godendo.
Continuo.
Pochi minuti e piscia di nuovo. Stavolta ha gli occhi aperti, vede cosa ha fatto, vede la sua ficona che piscia di tutto, la vedo arrossire di vergogna.
Prende la borsetta, cerca il portafogli. Si è infilata una specie di vestaglia con cui si copre le tettine. La vestaglia è tutta lorda perché ha usato i lembi per pulirsi la gnocca.
“Dobbiamo regolare mi pare?” dice tornando ad assumere quell’aria seria un po da stronza.
Io mi infilo i jeans e le sorrido. Ricordo la prima regola che mi ha imposto nonna per il nostro “business”.
“Di quello devi parlare con la nonna”.
Annuisce, posa la borsa “Allora direi che puoi andare” ribatte seria col suo fare da stronzetta.
Non me lo faccio dire due volte “Un attimo che metto le scarpe e vado”
“Io preferirei venissi al giovedì pomeriggio, il pomeriggio è meglio” riprende a parlare quando già mi sto avviando verso la porta.
“Verso le tre va bene?” chiedo con un sorriso.
“Alle tre va benissimo” annuisce seria.
Torno a casa. Nonna è su tutte le furie. È mezzogiorno e un quarto e a lei piace mangiare puntuale alle 12 spaccate.
Mi chiede dove cazzo ero finito e perché non ho portato il pane.
In breve le spiego che mi sono fatto la Marida, che lei poi passerà per regolare i pagamenti, che mi vuole rivedere giovedì e che ho dimenticato da lei il sacchetto del pane.
Nonna si mette a ridere “Arrivano come api al miele queste vecchie troie”.
Io le infilo una mano sotto alla gonna. Non ha le mutande. Le accarezzo il lungo pelo morbido, poi le ficco dentro un dito e le faccio un mezzo ditalino.
Lei è già carica. Si mette a novanta contro il tavolo, sollevo la gonna del tutto e la monto a novanta deciso e impetuoso “Tu sei l’ape regina nonnina”.
“E tu il mio miele tesoro” geme lei implorandomi di pompare a tutta forza…
Jackoffstorie@yahoo.com
“Henry, vieni un attimo” urla nonna Agatha.
Sto sul letto a leggere un libro, un bel libro fra l’altro. Ho lasciato nonna con le sue amiche che affollano a turno il nostro salotto ogni pomeriggio parlando del nulla assoluto.
So che lasceranno casa nostra dopo le cinque e allora la cara vecchietta verrà in camera mia.
Mi racconterà qualche fatto saliente della sua congrega di pettegole mentre si spoglierà piano piano e alla fine mi dirà “Ho proprio bisogno di rilassarmi un attimo”.
A quel punto si metterà a pecora tenendo le calze di nylon che sa che adoro e si lascerà montare fin che non la riempirò di sborra in fica o in culo, a mia scelta.
La chiavata delle cinque è un po’ diventata il nostro rituale così come la pompa al mattino quando mi alzo con l’uccello di marmo e la nonna se lo succhia con gusto.
Che mi chiami alle due e mezza fa un po’ strano.
Mi infilo velocemente i pantaloni della tuta e una t-shirt visto che sono nudo. Ciabatte ai piedi e scendo.
In salotto c’è nonna bella comoda sul divano. Una camicetta a fiori abbastanza scollata da mostrate ampie porzioni delle sue poppe, gonna nera sopra al ginocchio, calze nere a rete.
Le calze a rete sono proprio da porca. Già immagino cosa faremo dopo le cinque e di come sborrerò a dovere quel bel nylon.
Sulla poltrona la signora Delia. Una pensionata vedova col faccione rubicondo, l’espressione del viso sempre un po’ ebete e quel continuo sghignazzare qualsiasi cosa dica come se fosse una fine umorista.
La conosco fin da piccolo e mi è sempre stata un po’ sui coglioni. Quando mi vedeva per il paese trovata sempre il modo di farmi osservazione “Oi piccolo Henry allacciati bene quella scarpa, oi bimbo ma lo sa tua nonna che vai in giro con le braghe sporche, oi Henry ma nonna sa che fumi…”. È una tizia un po’ così. Una che pensa di avere sempre qualcosa da insegnare a tutti.
Convinta di essere una donna di classe ha sempre le scarpe a tacco alto ma essendo un po’ cicciotta e non avendo la postura che crede di avere sembra sempre una giraffa sui trampoli.
Rossetto in abbondanza, crema per la pelle che la fa sembrare più bianca dal collo in su, gambe grosse abbellite solo dal nylon trasparente che ha sempre il buon gusto di indossare. Non so se siano collant o calze, mai avuto il piacere.
Mi guarda “si è fatto davvero grande” dice a mia nonna come se io non fossi nemmeno nella stanza.
“È un maschio fatto te l’ho detto” sorride la nonna.
Comincio a sentirmi un po’ a disagio, non so cosa vogliono. Poi vedo sul divano accanto a nonna un grosso cetriolo. Grosso è dir poco saranno 25 cm minimo.
Ignoro più o meno volutamente Delia e guardo la nonna “avevi bisogno di qualcosa nonna”.
“Si -sorride lei con quello sguardo che ha quando stiamo per scopare- la Delia dice che ha trovato nell’orto il cetriolo più grosso del mondo. Tu che dici?” e prede in mano l’ortaggio agitandolo.
“Io… non so… si, si è bello grosso”.
“Secondo me no. Abbiamo fatto una scommessa”.
“È già” mormora la Delia col suo tono di supponenza assoluta.
“Secondo me il tuo cetriolo è più grosso” sgancia la bomba la nonna.
“Devi cambiare occhiali Agatha” la incalza Delia.
Mi poggio la mano sul pacco “questo?”.
Nonna annuisce con la testa e sorride.
Delia borbotta qualcosa “ma dai Agatha smettila lo stai mettendo in imbarazzo” e ridacchia.
Non sono un esibizionista ma quella che la vecchia befana mi lancia sembra quasi una sfida. Sarà che mi sento volto sul vivo, sarà che mi sta da sempre sul cazzo, lo faccio. Afferro l’elastico dei pantaloni di cotone e con uno strappo secco li calo fino a metà coscia.
SBANG!
Vedo gli occhi di Delia uscire dalle orbite.
“Non è al massimo ma dovrebbe bastare” dico guardandola.
Continua a fissarlo, se lo studia bene “mamma mia sembra un cavallo” ride.
“E non è nemmeno gonfio pensa un po’” aggiunge mia nonna che, intanto si alza dal divano con cetriolo in mano, mi si avvicina e lo tende di fianco al mio petto come se davvero fra il mio aggeggio l’ortaggio servisse un confronto.
“Parola mia Agatha non ho mai visto un uccello così… -ammette Delia- ti devo un biglietto da cinquanta”.
“Avete scommesso un cinquantone sul mio cazzo nonna?”.
Lei ride “è già” intanto con la mano libera me lo afferra e inizia a segarlo piano piano “su, falle vedere cosa intendo per duro”.
Pensavo che una chiesofila perbenista come Delia sarebbe scappata e invece continua a guardare. Si studia l’uccello che si indurisce sorridendo con quella boccaccia enorme.
Allunga la mano, sfiora quella di nonna che continua ad andare su e giù.
Nonna pare quasi farle da guida. Le da il ritmo. Delia sembra prenderci gusto.
Nonna leva la mano, Delia continua a farmi una sega.
“Sta diventando gigantesco” sbotta Delia.
“Te l’ho detto cara” sorride la nonna che pare gustarsi la scena.
Ora il mio cazzo è così teso che pare toccarle il viso con la cappella. La guardo, mi guarda.
“Non essere timida Delia” mormora la nonna.
“Posso?” mi domanda.
“Faccia pure signora” rispondo gentile.
Si fa coraggio, lo tiene saldo, lo tira ancora un po a se, apre le gigantesche labbra piene di rossetto e ingoia…
Sento mia nonna alle spalle, avvicina la testa alla mia “fammi fare bella figura mi raccomando” sussurra. Poi si allontana “io vado una mezzoretta in cucina” dice ad alta voce.
Delia col mio cazzo sempre più in bocca alza una mano e mostra il pollice alla Fonzie come a dire che a lei va bene.
Allungo le mani, accarezzo i lunghi capelli biondi della befana, glieli stringo per muoverle la testa avanti e indietro e darle il ritmo.
“Sicchia bene vacca, succhia” penso fra me e me.
Le sbottono la camicetta, sotto ha un reggiseno nero abbastanza castigato.
Lei sembra aver preso il ritmo. Sembra che di pompini ne abbia fatti un bel po nella sua vita.
Slaccio il gancetto, il reggiseno vola via. Mamma mia che bei meloni penso.
Doveva davvero essere un reggiseno molto stretto perché mai avrei detto che avesse due meloni così gonfi. Senza farmi troppi problemi glieli strizzo uno con ogni mano.
Di botto sputa fuori il cazzo di bocca “Mi manca il fiato tesoro” dichiara.
“Forse stiamo più comodi sul divano” ribatto mentre lesto levo del tutto i pantaloni e la maglietta.
“Sei davvero un bel ragazzo” esclama fissando il mio giovane corpo nudo.
Mi siedo sul divano. Uccello bello teso e pronto.
Lei si alza, armeggia con i bottoni della gonna, la leva facendosela scorrere lungo le gambe, resta in mutande nere molto abbondanti e calze autoreggenti semi trasparenti.
La facevo una da collant ma ammetto che quelle calze un po’ da vacca sono molto stimolanti.
Si avvicina.
Il quadro diventa ancor più bello quando le afferro le mutandone e gliele calo in un colpo solo prima che si sieda.
Non ha nemmeno un pelo. Chi l’avrebbe mai detto che una vaccona come questa si depilasse la sorca.
Il grilletto è molto gonfio e sporgente, senza un pelo risalta ancora di più. Mi chino su di lei, le allargo bene le gambe. Pare che quelle che si rasano a zero lo facciano per farsela leccare meglio.
Sarà vero? Nel dubbio apro la bocca e tiro fuori la lingua facendole uno di quei lavoretti che mia nonna ha sempre apprezzato.
Mi viene in bocca.
Tanto per fare un lavoro fatto a dovere levo la lingua, le ficco due dita nella patata volante e la mungo ben bene a tutta forza.
“Ooooo che roba…. Ooooo” mugola e dopo un attimo eccola.
Una squirtata da paura. Sembra che pisci la vecchia.
“Certo che ci sai fare tu” sospira ancora in estasi.
“E non l’ho ancora usato pensa un po’”
Allunga la mano, me lo afferra saldo, mi fa un paio di carezze decise “Allora usiamolo tesoro…”
Decisa si slancia ben bene lungo tutto il divano. Spalanca le gambe più che può, quasi cade per terra, mi guarda con i suoi occhioni da ebete che ora hanno una espressione più attizzata che mai.
Le scivolo sopra, lo struscio un po’ nel suo brodo colante, spingo.
SFLOP!
“Ooooo ooooooo l’avevo detto, un cavallo, un cavallo” urla.
“Fa male?”.
“Noooo spingi tesoro spingiiiiii”.
La accontento e inzio a trombarla deciso e a tutta forza.
Appare mia nonna, fra l’altro si è levata la gonna e ha la fica pelosa in bella vista. Con quelle calze a rete e la fica fuori è bella più che mai.
“Sarebbe già passata la mezz’ora” dice in piedi accanto a noi.
Io mi fermo senza capire.
“Facciamo un altra mezz’ora cara” geme Delia ansiosa di arrivare al prossimo orgasmo.
“Torno fra mezz’ora” sorride la nonna poi dando le spalle a Delia mi fa l’occhiolino e col pugno chiuso mi fa un chiaro segno di fottere forte…
Delia è in bagno. Nonna le ha offerto di farsi un bel bidet e lei ha accettato.
Io sono sul divano, mi sta pulendo il cazzo con un asciugamano umido.
“Pazzesco ti ha riempito la capellla di rossetto, sei impregnato”.
“Scusa nonna ma cosa era quel discorso. Ti sei fatta pagare?”.
“Mi pare che l’idea fosse quella no? E congratulazioni pensavo facessi tutto in mezz’ora ma ha pure dovuto raddoppiare la tariffa. Un bel centone” sorride.
“Non ci credo. Sono un prostituto!”.
“Ma non farla lunga e non dirmi che non ti sei divertito”
“In effetti si… guarda ti giuro che non avrei mai immaginato che una tardona chiesofila come questa avesse così voglia di cazzo”.
“Hanno tutte voglia di cazzo tesoro mio” sorride lei e convinta di aver fatto un bel lavoro leva l’asciugamano e mi bacia la cappella quasi ne fosse fiera…
Ovviamente, neanche a dirlo, appena la Delia lascia casa nostra ne segue una bella chiavata a pecora. Nonna vuole sempre la sua parte…
È così, incredibile ma vero, inizio la mia carriera di “puttano” con una nonna come “manager”.
Si perché non è stato un caso che la prima che mi ha fatto trombare sia una pettegola come Delia. La nonna punta proprio sul passaparola. Su queste nonne con la fica ancora calda che si smanazzano a tutto andare o si infilano dentro tutto ciò che è anche solo un po a forma fallica e che non perderanno certo l’occasione di avere a disposizione un torello dotato e sempre duro.
Capisco che le cose sono andate come prevedeva nonna due giorni dopo. Sono in coda dalla panettiera, la Celestina, un donnone con gli occhiali con due tettone enormi che pulsano sotto al grembiule quando si china a mettere le pagnotte nel sacchetto.
Di solito è un po’ scorbutica, non ci ho mai fatto caso perché ha la nomea di essere lesbica e di odiare i maschi. Lo sa tutto il paese perché qualche anno fa l’hanno beccata in macchina dietro al cimitero appartata con la Mirella, la perpetua del parroco.
Qua L uno dice che erano solo nude e abbracciare, qualcuno insiste che la Celestina aveva un cazzo di gonna in vita e montava la Mirella. Chi lo sa…
Di certo, piano piano, apprendo che queste vacche mature so danno al lesbismo più per necessità che per convinzione. La voglia di un corpo caldo accanto che le faccia godere è così tanta che, piuttosto che fat da sole, si danno alla pazza gioia con le amiche.
Penso funzioni così.
Lo penso quando la Celestina invece dei soliti grugniti mi serve con un gran sorriso. Si mette anche a fare un po’ di conversazione mi chiede come sto, come sta la nonna, quanto mi fermo in paese… e sembra davvero interessata ma, soprattutto quando prima di darmi il mio sacchetto con le pagnotte prende una lunga baguette, la agita in aria con una mano e poi gli mette sopra l’altra e inizia a farla andare su e giù come se stesse tirando una sega.
Per come la vedo io è una chiara offerta, la disponibilità palese a segarmi il cazzo.
Studio di nuovo le tettone sotto al grembiule. Non sarebbe male ficcarlo lì in mezzo penso.
Rimugino un attimo su come farle capire che ho capito quando….”Aia”.
Mi volto di scatto, mi hanno pizzicato il culo cazzo.
Dietro di me c’è Marida, altra gran pettegola del paese, una nanetta di un metro e sessanta acida come poche, bidella in pensione, mai sposata.
Mi guarda da dietro le spesse lenti. La guardo, noto le calze nere a rete su quelle gambe secche.
Il nylon lo apprezzo sempre.
Lei come nulla fosse mi strizza l’occhio come a farmi capire che la mercanzia che ha toccato non le è dispiaciuta. Ovviamente non dice nulla. Io neanche.
Poi una delle altre comari in coda sbraita “oi serve a tutti il pane”.
“Si, forza, forza il prossimo” scatta Clementina posando la baguette da una parte.
Mi domando se l’abbia messa via per usarla. Del resto la Delia si ficca i cetrioli, non ci sarebbe da stupirsi che lei usi i filoni di pane.
Comunque il sipario è finito. Afferro il mio sacchetto di pane e mi levo dai coglioni.
Resto un attimo davanti al negozio. Forse dovrei rientrare, magari la Clementina trova un attimo libero, chi può saperlo? Già mi immagino una pecora con le sue tettone che sbatacchiano avanti e indietro mentre glielo ficco nel grasso culone, magari con un filone di pane nella ficona… hahahah la fantasia non ha limiti. La realtà è che ci sono altre tre persone in coda e sicuramente ne arriveranno ancora. Non penso sia cosa.
“Fumare fa male” borbotta una voce acuta e stridula.
È Marida, col suo pane sotto al braccio. La sua perenne espressione da stronza. La camicetta bianca, le tette inesistenti, la gonna al ginocchio nera quelle calze a rete che sono si da porcellona ma che non le stanno affatto bene su quei due stuzzicadenti secchi.
Dire che mi fa tirare il cazzo sarebbe una bugia.
Faccio giusto un cenno educato con la testa.
Si ferma a guardarmi “Tua nonna sa che fumi?”.
“Certo che si. Fuma anche lei”
“Brutto vizio il fumo”
“Ognuno ha i suoi vizi” faccio spallucce.
“Vai a casa?”.
“Si, dalla nonna, ovvio”.
Iniziamo a camminare fianco a fianco, la Marida abita tre case più su della nostra. La strada è quella.
Mi fa altre domande assolutamente banali, rispondo con la stessa banalità senza fare battute piccanti o altro. Il pizzicotto al culo sembra già dimenticato.
“Mi accompagni?” dice seria quando arriviamo alla svolta per casa di nonna.
Sorrido “Volentieri” quasi dimenticandomi che ho il pane da portare a casa.
Vedo per la prima volta cambiare la sua espressione. Un sorriso felice e inedito.
È un invito? Che faccio? Ci provo? Che ho poi da perdere?”.
A sorpresa allungo la mano libera sul suo fianco e a mano aperta le smano la piccola chiappetta liscia.
Mi aspettavo uno scatto da vecchia bigotta invece la nanetta allunga a sua volta la mano libera sul mio pacco. Non si trastulla troppo, giusto una verifica diciamo.
“Dicono grandi cose di te…” sorride ritraendo la mano.
“Un conto è dire un conto è fare…” annuisco con un sorriso.
“Aia, aia, aia…. No basta, basta…” urla Marida a squarciagola.
Siamo sul suo letto, lei nuda. Il suo corpo minuto e gracile su cui si contano le ossa mi ha stimolato qualche porcata.
Dopo averle leccato un po’ le tette quasi inesistenti (ha una prima scarsa, giusto due capezzoli microscopici) e una riscaldata col dito in una fica stretta è molto più pelosa di quanto avrei detto abbiamo operato.
Posizione classica. La troia sotto, io sopra.
Quando ha visto il bazooka che stavo per ficcarle in pancia si è spaventata “Ma è mostruoso!”.
“Tranquilla faccio piano piano” l’ho calmata mentre le facevo scollare dentro la cappella.
Era strettissima. Non esattamente vergine ma poco ci mancava. In effetti in paese girava la voce che fosse frigida e vergine. Mi sa quasi che è il primo di carne che le entra dentro, di certo il primo così grosso.
Faccio il mio dovere, viene quasi subito e siccome (poi lo ammetterà) è il primo orgasmo da cazzo urla come una folle. Non lo ammetterà mai ma non ha mai goduto così tanto.
Continuo a darci dentro, la faccio venire ancora e ancora… poi lo tiro fuori, me lo afferro saldo con la mano fissandola dritta negli occhi mentre me ne sto chino fra le sue gambe.
Mi lascio andare, sparo deciso. Parte una bordata di sborra da paura.
Il primo schizzo, il più potente le arriva dritto in faccia “ops scusa…” borbotta anche se ammetto che l’ho fatto un po’ apposta. Sborrare in faccia a sta stronza è una bella soddisfazione.
Gli altri schizzi, in calo di pressione, le arrivano sul seno e sulla pancia.
“Mi hai lordata tutta” esclama.
“Nulla che non vada via con una bella doccia”.
“È no, secondo me, tocca a te pulirmi, sei tu che hai sporcato. Su forza, prendi un asciugamano”.
Obbedisco. Facciamo finta che sia un gioco erotico che è meglio. (Cit. Quattrocchi).
Nudo su di lei le pulisco la sborra con molta calma toccandola e palpandola in ogni punto. Percepisco il suo piacere nell’essere accarezzata e decido di metterle di nuovo un paio di dita fra le gambe. Piano piano lascio che si abbandoni al piacere e quando inizia a gemere di gusto ci do ancora più dentro. Con una mano gliela tengo bene aperta ai bordi e col pollice le stimolo la cima, dove è più sensibile. Con l’altra mano le tengo due dita dentro e lavoro di fino pensando solo “dai vieni bagascia vieni”.
E alla fine arriva. Una pisciata di sbroda bella potente. La sua prima squirtata.
Urla aia aia, urla basta ma da come si agita, da come muove le gambe si vede che sta godendo.
Continuo.
Pochi minuti e piscia di nuovo. Stavolta ha gli occhi aperti, vede cosa ha fatto, vede la sua ficona che piscia di tutto, la vedo arrossire di vergogna.
Prende la borsetta, cerca il portafogli. Si è infilata una specie di vestaglia con cui si copre le tettine. La vestaglia è tutta lorda perché ha usato i lembi per pulirsi la gnocca.
“Dobbiamo regolare mi pare?” dice tornando ad assumere quell’aria seria un po da stronza.
Io mi infilo i jeans e le sorrido. Ricordo la prima regola che mi ha imposto nonna per il nostro “business”.
“Di quello devi parlare con la nonna”.
Annuisce, posa la borsa “Allora direi che puoi andare” ribatte seria col suo fare da stronzetta.
Non me lo faccio dire due volte “Un attimo che metto le scarpe e vado”
“Io preferirei venissi al giovedì pomeriggio, il pomeriggio è meglio” riprende a parlare quando già mi sto avviando verso la porta.
“Verso le tre va bene?” chiedo con un sorriso.
“Alle tre va benissimo” annuisce seria.
Torno a casa. Nonna è su tutte le furie. È mezzogiorno e un quarto e a lei piace mangiare puntuale alle 12 spaccate.
Mi chiede dove cazzo ero finito e perché non ho portato il pane.
In breve le spiego che mi sono fatto la Marida, che lei poi passerà per regolare i pagamenti, che mi vuole rivedere giovedì e che ho dimenticato da lei il sacchetto del pane.
Nonna si mette a ridere “Arrivano come api al miele queste vecchie troie”.
Io le infilo una mano sotto alla gonna. Non ha le mutande. Le accarezzo il lungo pelo morbido, poi le ficco dentro un dito e le faccio un mezzo ditalino.
Lei è già carica. Si mette a novanta contro il tavolo, sollevo la gonna del tutto e la monto a novanta deciso e impetuoso “Tu sei l’ape regina nonnina”.
“E tu il mio miele tesoro” geme lei implorandomi di pompare a tutta forza…
Jackoffstorie@yahoo.com
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