Malattia
scritto il 2026-10-07 tempo di lettura 10 min
di
john coltrane
genere
sentimentali
cura
A−
Questa è una storia che mi ha raccontato mia moglie.
Anni fa, quando aveva poco meno di trent’anni, attraversò un periodo difficile. Si era separata dal marito, che era praticamente sparito dalla sua vita. Faceva un lavoro pesante, che non le piaceva, mettendoci comunque impegno, ma anche così ritrovandosi sempre a secco a fine mese.
I suoi genitori vivevano in un’altra città e potevano fare poco, a parte aiutarla ogni tanto economicamente (non navigavano nell’oro).
Insomma, la vita era dura. È comprensibile quindi che il carico di stress le avesse provocato tutta una serie di piccoli e grandi disturbi, gestiti con l’aiuto della sua dottoressa, una donna che, sono le sue parole “era straordinariamente gentile”.
Ad un certo punto arrivò la febbre. Mia moglie non era una donna impressionabile. Prese le aspirine e cercò di tirare avanti. Ma la febbre non se ne andava. Le lascio la parola.
“Mi sono trascinata dalla dottoressa. Lei mi ha scoperto la schiena e mi ha auscultato i polmoni. Non sembrava niente di grave. Comunque, mi ha dato i giorni di malattia dicendomi di richiamarla se la situazione non fosse cambiata.
La dottoressa era una rossa. Una donna alta, più di me, ma slanciata, un po’ mascolina nella struttura fisica, spalle larghe da nuotatrice, collo importante, ma con un viso ingentilito dalle efelidi, come tante rosse, e due occhi verdi, che, mi son detta, dovevano aver fatto impazzire diversi uomini”.
Comunque, la febbre non passava. Il giorno dopo mia moglie telefonò. La dottoressa le disse di stare tranquilla, che sarebbe passata a visitarla dopo le 18. Carla – mia moglie, non credo vi avessi ancora detto il suo nome – era sorpresa. L'epoca delle visite a domicilio credeva che fosse passata da un pezzo.
Nel pomeriggio la febbre era salita molto. Mia moglie si era messa a letto, si risvegliò poco prima delle 18 – aveva puntato la sveglia – in un bagno di sudore. Tremava.
Ora vi devo descrivere un po’ com’è Carla. Bruna di capelli, ha un viso dolce, uno dei suoi punti di forza. L’altro particolare che attrae spesso l’attenzione è il seno. Per essere una donna piuttosto minuta, è davvero importante. Non sproporzionato, importante. E sodo. Sotto le mani sembra di marmo. Nonostante le dimensioni. Al mare tutti gli uomini la guardano. Non posso dare loro torto, per la verità. La terza cosa che adoro di lei è il sorriso. Quando sorride, è come se ti aprisse le porte della sua anima. Lasciando vedere quanto è limpida, dentro.
Comunque, con un po’ di ritardo, la dottoressa si presentò a casa di Carla, che all’epoca abitava in un miniappartamento in un condominio.
Carla andò ad aprire in camicia da notte. Cedo ancora la parola a lei.
“Mi disse di rimettermi a letto. Mi misurò la febbre, mi auscultò, come aveva già fatto. A questo punto c’era da temere una polmonite. Poi andò a prendere un tovagliolo, in cucina, lo bagnò con dell’acqua e me l’appoggiò sulla fronte.
Mi diede una carezza sulla guancia: vedrai che la facciamo passare.
Si era resa conto che ero fradicia. Mi disse che bisognava togliere la camicia da notte. Dove avevo le magliette? Le indicai un cassettone. Mi prese una t-shirt pulita. Poi mi fece sedere sul bordo del letto e mi sfilò la camicia da notte da sopra la testa. Rimasi solo con le mutande addosso, perché sotto non avevo niente. Lei prese il tovagliolo bagnato, che avevo appoggiato sul letto, e me lo passò sul collo, poi fra i seni. Mi sembrò che rallentasse, mentre mi passava quella pezza nel solco. Io, del resto, pur stando come stavo, sentii i capezzoli indurirsi. Lei mi sfiorò la parte inferiore di un seno, con la mano, una carezza leggerissima. Trattenni il respiro.
Poi mi asciugò con un asciugamanino che aveva trovato in bagno, mi infilò la t-shirt, mi fece rimettere sotto e mi diede un bacio sulla fronte.
Chiusi subito gli occhi. La sentii armeggiare in cucina, ma non le feci domande, pur essendo molto strano tutto quello che stava succedendo...
Mi lasciò dormire un po’. Poi mi svegliò, mi fece mandare giù un po’ di minestra.
Non serve, le ho detto, posso farcela.
Fai quello che dico io, mi ha risposto.
Mi ha dato una medicina da bere con dell’acqua.
Quindi mi sono riaddormentata. Non mi sono neanche accorta quando se n’è andata”.
Il giorno dopo si sentirono al telefono. Carla stava meglio. La dottoressa disse che sarebbe passata dopo le 18. Carla era felice di sapere che sarebbe tornata a trovarla. Di una felicità diversa rispetto a quella che si prova quando si viene visitati da un medico.
Si tolse la maglietta e i pantaloni del pigiama e indossò una camicia da notte pulita. Così si sentiva più a suo agio. Preparò un po’ di cena. La dottoressa al suo arrivo si schermì, no, no, grazie, non posso approfittarne… Ma alla fine non si tirò indietro. Mangiarono assieme sedute al tavolo della cucina. La dottoressa le raccontò qualcosa del suo matrimonio finito qualche anno prima. Avevano delle cose in comune.
Poi chiese a mia moglie se, già che c’era, poteva fare una doccia. Carla era un po’ in imbarazzo perché il suo bagno era piccolo, e in disordine, ma non poteva certo dirle di no. Anzi, l’invitò a prendersi anche qualcosa di pulito, una canottiera, o quello che poteva servirle.
“È andata in bagno, mentre io mi sono rimessa a letto, lasciando accesa solo la luce sul comodino. Quando è uscita aveva una mia t-shirt addosso, immaginai le andasse un po’ piccola. E naturalmente, si era rimessa i pantaloni, ma non le scarpe. Sembrava stanca. Le ho detto se voleva sdraiarsi un po’, le ho indicato il mio letto.
Lei ha accettato con un sorriso, e si è sdraiata al mio fianco, sopra il copriletto. A quel punto io mi sentivo quasi sfebbrata, potevo avere solo qualche linea.
Abbiamo guardato un po’ di tv, i programmi stupidi dell’ora di cena. Poi mi ha messo una mano sulla fronte.
Come ti senti? Avrei voluto dirle che mi sentivo particolarmente bene, con lei lì accanto a me. Emanava come un calore, qualcosa che raramente avevo sentito. In parte poteva essere un sentimento materno, sì, come quando mi curava mia madre, da bambina. Ma misto a qualcos’altro. E a questo qualcos’altro, non riuscivo a dare un nome.
Alla fine mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata, verso mezzanotte, ho sentito che quel calore era ancora lì con me. Ma adesso era dentro il letto. Era così tanto tempo che non dormivo con qualcuno al mio fianco. Ho allungato timidamente un piede, e ho sentito il suo. Cercando di fare il più piano possibile, per non svegliarla, mi sono accoccolata al suo fianco. Si era tolta in pantaloni, col ginocchio sentivo la pelle delle sue gambe. Respirava piano, pensai si fosse addormentata. Poggiai la testa sulla sua spalla – i suoi capelli mi solleticarono il naso – e mi riaddormentati anch’io”.
Al mattino mia moglie si è svegliata e si sentiva benissimo. Il calore dell’altro corpo era sempre accanto a lei. La dottoressa le dormiva vicino, con gli occhi chiusi. Ha cercato la sua mano e l’ha stretta. L’altra ha risposto, stringendo a sua volta. Sono state così un po’, e adesso Carla sentiva che quel nome stava cominciando a prendere forma, ma non ne era del tutto sicura, non osava nemmeno pronunciarlo dentro di sé. Il nome di quel sentimento, o di quell’emozione, che si mescolava all’affetto che sentiva di stare ricevendo dalla donna, e che a sua volta sperava di restituirle.
Dentro il letto, ad un certo punto, i loro piedi si sono intrecciati. Il resto Carla dice che è avvenuto come per istinto. Ha allungato una gamba, infilando la sua coscia fra quelle della dottoressa. Ha sentito qualcosa, come di ispido, non spiacevole, sulla parte superiore della coscia. All’improvviso si è resa conto che la dottoressa aveva dormito senza mutande, solo con la maglietta. Quello che sentiva erano i peli del suo pube.
Poi la dottoressa ha iniziato a muovere il bacino. Piano, senza aprire gli occhi. Un movimento quasi impercettibile. Come in un sogno, o come rispondendo a una sorta di richiamo primordiale, anche Carla ha mosso la gamba, strusciando la sua coscia contro quella parte ispida.
“Era come una danza. Leggera, gentile. Ma stava crescendo. Le spinte della dottoressa, le spinte con il bacino, si sono fatte via via più veloci, e più decise. E così il mio resisterle e venirle incontro con la mia coscia, stretta fra le sue. La mia coscia che, questa era l’impressione, si stava un po’ inumidendo.
Anche i nostri respiri sono cambiati. Adesso erano degli ansimi. Sentivo il suo fiato sul mio viso, sulle mie labbra. E anch’io alitavo verso di lei. Finché le nostre lingue sono fuoriuscite, quasi contemporaneamente, dalle bocche, e si sono incontrate. Prima solo le punte, come in una danza. Poi insinuandosi una nella bocca dell’altra. Mi sentivo tutta calda, morbida, ma non calda come quando avevo la febbre. E il nome, il nome di quella cosa adesso mi era chiarissimo, il nome di quell’emozione era: desiderio. E poi, la mano della dottoressa si è posata su un mio seno. Io mi sono tirata giù la parte sopra della camicia da notte, perché potesse accarezzarmelo, e poi baciarmelo. Quando ho sentito la sua lingua sul mio capezzolo è stata come una piccola scarica elettrica, non ho capito più niente. Ho sentito il suo respiro diventare un gemito, e ho continuato a sfregare la mia coscia contro di lei, per un tempo che mi è sembrato lunghissimo, finché non ha stretto forte le gambe ed è venuta, sussultando, con lunghi lamenti di gola”.
Nei giorni successivi, la dottoressa è tornata da Carla. Le aveva prolungato la malattia per cui mia moglie doveva solo rimettersi in sesto e aspettarla. Le ha fatto scoprire molte cose. Quanto fosse bello farsela leccare. Il suo ex-marito non era così bravo e comunque lo faceva di rado. La dottoressa la leccava meravigliosamente, a volte facendolo portandola fin sull’orlo dell’orgasmo e poi fermandosi. In questo modo la faceva impazzire. A volte l’ha fatta venire con la lingua anche tre, quattro volte, Carla dice che “non si stancava mai di berla, diceva che le piaceva il suo sapore”.
A mia moglie invece piaceva affondare le dita in quella figa bagnatissima, cosa che, mi ha detto, “mi dava particolarmente piacere, non so, mi dava un’eccitazione, un turbamento speciale entrare in lei, prima con due dita, piegandole un po’, dentro, sentirla, esplorarla, scavarla, poi con tre, anche con quattro, vederla inarcarsi nel momento dell’orgasmo, sentirla gemere, sentirla dire cose come oh mio dio, non ho mai goduto così”.
Carla dice che in tutto è durato quasi un anno. Poi, le loro strade si sono divise, perché la dottoressa ha incontrato un uomo. E qualche tempo dopo, Carla ha incontrato me.
Quando Carla mi racconta questa storia, io mi eccito sempre moltissimo. E le dico che mi sarebbe piaciuto essere là, anche solo per guardarle.
Ci credo, dice lei, sorridendo.
coltranejohn39@gmail.com
Anni fa, quando aveva poco meno di trent’anni, attraversò un periodo difficile. Si era separata dal marito, che era praticamente sparito dalla sua vita. Faceva un lavoro pesante, che non le piaceva, mettendoci comunque impegno, ma anche così ritrovandosi sempre a secco a fine mese.
I suoi genitori vivevano in un’altra città e potevano fare poco, a parte aiutarla ogni tanto economicamente (non navigavano nell’oro).
Insomma, la vita era dura. È comprensibile quindi che il carico di stress le avesse provocato tutta una serie di piccoli e grandi disturbi, gestiti con l’aiuto della sua dottoressa, una donna che, sono le sue parole “era straordinariamente gentile”.
Ad un certo punto arrivò la febbre. Mia moglie non era una donna impressionabile. Prese le aspirine e cercò di tirare avanti. Ma la febbre non se ne andava. Le lascio la parola.
“Mi sono trascinata dalla dottoressa. Lei mi ha scoperto la schiena e mi ha auscultato i polmoni. Non sembrava niente di grave. Comunque, mi ha dato i giorni di malattia dicendomi di richiamarla se la situazione non fosse cambiata.
La dottoressa era una rossa. Una donna alta, più di me, ma slanciata, un po’ mascolina nella struttura fisica, spalle larghe da nuotatrice, collo importante, ma con un viso ingentilito dalle efelidi, come tante rosse, e due occhi verdi, che, mi son detta, dovevano aver fatto impazzire diversi uomini”.
Comunque, la febbre non passava. Il giorno dopo mia moglie telefonò. La dottoressa le disse di stare tranquilla, che sarebbe passata a visitarla dopo le 18. Carla – mia moglie, non credo vi avessi ancora detto il suo nome – era sorpresa. L'epoca delle visite a domicilio credeva che fosse passata da un pezzo.
Nel pomeriggio la febbre era salita molto. Mia moglie si era messa a letto, si risvegliò poco prima delle 18 – aveva puntato la sveglia – in un bagno di sudore. Tremava.
Ora vi devo descrivere un po’ com’è Carla. Bruna di capelli, ha un viso dolce, uno dei suoi punti di forza. L’altro particolare che attrae spesso l’attenzione è il seno. Per essere una donna piuttosto minuta, è davvero importante. Non sproporzionato, importante. E sodo. Sotto le mani sembra di marmo. Nonostante le dimensioni. Al mare tutti gli uomini la guardano. Non posso dare loro torto, per la verità. La terza cosa che adoro di lei è il sorriso. Quando sorride, è come se ti aprisse le porte della sua anima. Lasciando vedere quanto è limpida, dentro.
Comunque, con un po’ di ritardo, la dottoressa si presentò a casa di Carla, che all’epoca abitava in un miniappartamento in un condominio.
Carla andò ad aprire in camicia da notte. Cedo ancora la parola a lei.
“Mi disse di rimettermi a letto. Mi misurò la febbre, mi auscultò, come aveva già fatto. A questo punto c’era da temere una polmonite. Poi andò a prendere un tovagliolo, in cucina, lo bagnò con dell’acqua e me l’appoggiò sulla fronte.
Mi diede una carezza sulla guancia: vedrai che la facciamo passare.
Si era resa conto che ero fradicia. Mi disse che bisognava togliere la camicia da notte. Dove avevo le magliette? Le indicai un cassettone. Mi prese una t-shirt pulita. Poi mi fece sedere sul bordo del letto e mi sfilò la camicia da notte da sopra la testa. Rimasi solo con le mutande addosso, perché sotto non avevo niente. Lei prese il tovagliolo bagnato, che avevo appoggiato sul letto, e me lo passò sul collo, poi fra i seni. Mi sembrò che rallentasse, mentre mi passava quella pezza nel solco. Io, del resto, pur stando come stavo, sentii i capezzoli indurirsi. Lei mi sfiorò la parte inferiore di un seno, con la mano, una carezza leggerissima. Trattenni il respiro.
Poi mi asciugò con un asciugamanino che aveva trovato in bagno, mi infilò la t-shirt, mi fece rimettere sotto e mi diede un bacio sulla fronte.
Chiusi subito gli occhi. La sentii armeggiare in cucina, ma non le feci domande, pur essendo molto strano tutto quello che stava succedendo...
Mi lasciò dormire un po’. Poi mi svegliò, mi fece mandare giù un po’ di minestra.
Non serve, le ho detto, posso farcela.
Fai quello che dico io, mi ha risposto.
Mi ha dato una medicina da bere con dell’acqua.
Quindi mi sono riaddormentata. Non mi sono neanche accorta quando se n’è andata”.
Il giorno dopo si sentirono al telefono. Carla stava meglio. La dottoressa disse che sarebbe passata dopo le 18. Carla era felice di sapere che sarebbe tornata a trovarla. Di una felicità diversa rispetto a quella che si prova quando si viene visitati da un medico.
Si tolse la maglietta e i pantaloni del pigiama e indossò una camicia da notte pulita. Così si sentiva più a suo agio. Preparò un po’ di cena. La dottoressa al suo arrivo si schermì, no, no, grazie, non posso approfittarne… Ma alla fine non si tirò indietro. Mangiarono assieme sedute al tavolo della cucina. La dottoressa le raccontò qualcosa del suo matrimonio finito qualche anno prima. Avevano delle cose in comune.
Poi chiese a mia moglie se, già che c’era, poteva fare una doccia. Carla era un po’ in imbarazzo perché il suo bagno era piccolo, e in disordine, ma non poteva certo dirle di no. Anzi, l’invitò a prendersi anche qualcosa di pulito, una canottiera, o quello che poteva servirle.
“È andata in bagno, mentre io mi sono rimessa a letto, lasciando accesa solo la luce sul comodino. Quando è uscita aveva una mia t-shirt addosso, immaginai le andasse un po’ piccola. E naturalmente, si era rimessa i pantaloni, ma non le scarpe. Sembrava stanca. Le ho detto se voleva sdraiarsi un po’, le ho indicato il mio letto.
Lei ha accettato con un sorriso, e si è sdraiata al mio fianco, sopra il copriletto. A quel punto io mi sentivo quasi sfebbrata, potevo avere solo qualche linea.
Abbiamo guardato un po’ di tv, i programmi stupidi dell’ora di cena. Poi mi ha messo una mano sulla fronte.
Come ti senti? Avrei voluto dirle che mi sentivo particolarmente bene, con lei lì accanto a me. Emanava come un calore, qualcosa che raramente avevo sentito. In parte poteva essere un sentimento materno, sì, come quando mi curava mia madre, da bambina. Ma misto a qualcos’altro. E a questo qualcos’altro, non riuscivo a dare un nome.
Alla fine mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata, verso mezzanotte, ho sentito che quel calore era ancora lì con me. Ma adesso era dentro il letto. Era così tanto tempo che non dormivo con qualcuno al mio fianco. Ho allungato timidamente un piede, e ho sentito il suo. Cercando di fare il più piano possibile, per non svegliarla, mi sono accoccolata al suo fianco. Si era tolta in pantaloni, col ginocchio sentivo la pelle delle sue gambe. Respirava piano, pensai si fosse addormentata. Poggiai la testa sulla sua spalla – i suoi capelli mi solleticarono il naso – e mi riaddormentati anch’io”.
Al mattino mia moglie si è svegliata e si sentiva benissimo. Il calore dell’altro corpo era sempre accanto a lei. La dottoressa le dormiva vicino, con gli occhi chiusi. Ha cercato la sua mano e l’ha stretta. L’altra ha risposto, stringendo a sua volta. Sono state così un po’, e adesso Carla sentiva che quel nome stava cominciando a prendere forma, ma non ne era del tutto sicura, non osava nemmeno pronunciarlo dentro di sé. Il nome di quel sentimento, o di quell’emozione, che si mescolava all’affetto che sentiva di stare ricevendo dalla donna, e che a sua volta sperava di restituirle.
Dentro il letto, ad un certo punto, i loro piedi si sono intrecciati. Il resto Carla dice che è avvenuto come per istinto. Ha allungato una gamba, infilando la sua coscia fra quelle della dottoressa. Ha sentito qualcosa, come di ispido, non spiacevole, sulla parte superiore della coscia. All’improvviso si è resa conto che la dottoressa aveva dormito senza mutande, solo con la maglietta. Quello che sentiva erano i peli del suo pube.
Poi la dottoressa ha iniziato a muovere il bacino. Piano, senza aprire gli occhi. Un movimento quasi impercettibile. Come in un sogno, o come rispondendo a una sorta di richiamo primordiale, anche Carla ha mosso la gamba, strusciando la sua coscia contro quella parte ispida.
“Era come una danza. Leggera, gentile. Ma stava crescendo. Le spinte della dottoressa, le spinte con il bacino, si sono fatte via via più veloci, e più decise. E così il mio resisterle e venirle incontro con la mia coscia, stretta fra le sue. La mia coscia che, questa era l’impressione, si stava un po’ inumidendo.
Anche i nostri respiri sono cambiati. Adesso erano degli ansimi. Sentivo il suo fiato sul mio viso, sulle mie labbra. E anch’io alitavo verso di lei. Finché le nostre lingue sono fuoriuscite, quasi contemporaneamente, dalle bocche, e si sono incontrate. Prima solo le punte, come in una danza. Poi insinuandosi una nella bocca dell’altra. Mi sentivo tutta calda, morbida, ma non calda come quando avevo la febbre. E il nome, il nome di quella cosa adesso mi era chiarissimo, il nome di quell’emozione era: desiderio. E poi, la mano della dottoressa si è posata su un mio seno. Io mi sono tirata giù la parte sopra della camicia da notte, perché potesse accarezzarmelo, e poi baciarmelo. Quando ho sentito la sua lingua sul mio capezzolo è stata come una piccola scarica elettrica, non ho capito più niente. Ho sentito il suo respiro diventare un gemito, e ho continuato a sfregare la mia coscia contro di lei, per un tempo che mi è sembrato lunghissimo, finché non ha stretto forte le gambe ed è venuta, sussultando, con lunghi lamenti di gola”.
Nei giorni successivi, la dottoressa è tornata da Carla. Le aveva prolungato la malattia per cui mia moglie doveva solo rimettersi in sesto e aspettarla. Le ha fatto scoprire molte cose. Quanto fosse bello farsela leccare. Il suo ex-marito non era così bravo e comunque lo faceva di rado. La dottoressa la leccava meravigliosamente, a volte facendolo portandola fin sull’orlo dell’orgasmo e poi fermandosi. In questo modo la faceva impazzire. A volte l’ha fatta venire con la lingua anche tre, quattro volte, Carla dice che “non si stancava mai di berla, diceva che le piaceva il suo sapore”.
A mia moglie invece piaceva affondare le dita in quella figa bagnatissima, cosa che, mi ha detto, “mi dava particolarmente piacere, non so, mi dava un’eccitazione, un turbamento speciale entrare in lei, prima con due dita, piegandole un po’, dentro, sentirla, esplorarla, scavarla, poi con tre, anche con quattro, vederla inarcarsi nel momento dell’orgasmo, sentirla gemere, sentirla dire cose come oh mio dio, non ho mai goduto così”.
Carla dice che in tutto è durato quasi un anno. Poi, le loro strade si sono divise, perché la dottoressa ha incontrato un uomo. E qualche tempo dopo, Carla ha incontrato me.
Quando Carla mi racconta questa storia, io mi eccito sempre moltissimo. E le dico che mi sarebbe piaciuto essere là, anche solo per guardarle.
Ci credo, dice lei, sorridendo.
coltranejohn39@gmail.com
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