Pullman
scritto il 2026-10-19 tempo di lettura 9 min
di
john coltrane
genere
confessioni
cura
A−
Un po’ mi vergogno a raccontare questa storia, un po’ no, perché tanto qui ci sono certi ceffi che ne raccontano di molto peggiori.
Avevo preso un pullman, di una catena. Dovevo scendere da Aosta a Napoli. Un viaggio lunghetto. Ma mi ero ben attrezzato. Cibo, libro, tablet. Copertina perché si partiva di sera e la notte poteva far freddo.
A Milano salì la ragazza. La vidi appena, quando si sedette sul posto accanto al mio (quello che dava sulla corsia del mezzo, io invece ero seduto sul posto accanto alla finestra). A occhio e croce, doveva avere fra i 20 e i 25 anni. Una studentessa. Mora, piccola, capelli lunghi, un bel viso, poco truccato. Vestita semplicemente, da H&M: pantaloni elasticizzati aderenti, neri, una maglia rosa, un giubbetto che appoggiò sopra lo zainetto di pelle che sistemò ai suoi piedi. Aveva un buon odore, non di profumo, ma di sapone, come se si fosse fatta appena la doccia.
Io avevo più o meno il triplo dei suoi anni, qui decisi di non provare neanche a fare conversazione. Del resto, volevo leggere un saggio che mi ero appena comprato in stazione. E poi, avrei fatto una dormita sotto la coperta, così pensavo.
Per un po’ infatti ci ignorammo. Lei guardava il telefono, a volte scriveva. Io leggevo. Poi decisi di chiudere gli occhi. Fu allora che sentii una leggera pressione sul mio gomito. Certo, condividevamo un bracciolo. Avrei potuto spostare il braccio. Ma anche lei avrebbe potuto.
Decisi di lasciarlo lì. Quel piccolo contatto, un contatto da nulla, pochi centimetri di una parte assai poco erogena del corpo, non significavano nulla. A parte che….sì, qualcosa significavano. Erano come una corda lanciata attraverso un burrone, che qualcuno, dall’altra parte, aveva afferrato. Ma alla fin fine la mia era solo una fantasia, anzi, la fantasia di un vecchio.
A Milano il pullman si riempì. Ripartimmo che ormai era notte. La ragazza appoggiò il telefono sopra il giubbetto e si sistemò come se volesse dormire anche lei. La superficie delle nostre braccia che erano venute a contatto, nel frattempo, era aumentata. Ma ancora non volevo darvi nessuna importanza. Mi faceva piacere dormire sentendo questo braccio tiepido appoggiato al mio, tutto lì.
Le cose iniziarono a cambiare quando anche le ginocchia si toccarono. Di chi fu l’iniziativa? Non so, forse mia. Ma credo che in certe situazioni lo spazio ci sia sempre, se uno/una vuole mettercelo in mezzo. Lei perlomeno non lo fece. Non accavallò la gamba. Non si spostò un po’ più in là. Rimase lì. E dopo qualche chilometro anche le nostre cosce si incontrarono. Il mio cazzo istantaneamente si gonfiò.
Questo cambiava le cose. Non poteva più trattarsi di un contatto casuale. O sì? Ero io che gli stavo dando tanta importanza?
Cercai di trattenermi. Ma ad ogni scossone del pullman, le nostre cosce si incollavano un po’ di più, l’una all’altra. Perché non spostava la gamba? Adesso persino i nostri piedi si toccavano, anche se dentro a scarpe da ginnastica (sue) e da passeggio (mie).
Mossi il piede. Lei anche si mosse, ma per staccarsi. Ok, era il segnale che mi aspettavo. Non voleva essere importunata. Stavo facendo la figura del lumacone. Mi accovacciai dalla mia parte, contro il finestrino, cercando di pensare alle cose mie, il lavoro, mio figlio, quella volta che avevo visto gli U2 a Modena. La luce nel frattempo si era abbassata. Fuori era notte. I nostri vicini – un ragazzo forse mediorientale, con la sua ragazza – dormivano.
Ma presto il contatto ritornò. Me lo sentii in gola. Cosa significava? Il cazzo lentamente mi si stava gonfiando di nuovo nei pantaloni. Cosa dovevo fare?
Nel dubbio presi la coperta e me la misi addosso. Poi, dal bordo della coperta, feci uscire una mano. Ero consapevole che potevo essere sanzionato. Si trattava di molestia. Credo. Era mio dovere trattenermi, anche se la ragazza aveva passato senz’altro la maggiore età. Ma era più forte di me. Cosa? Il desiderio. Il motore del mondo.
Sgusciai fuori una mano e l’appoggiai sulla mia coscia. Poi la feci scivolare in quello spazio di confine fra la mia coscia e la sua. Ecco. Adesso ero lì. Non poteva non sentirla. Col dorso della mano, cominciai ad accarezzare la sua gamba, quel tessuto elasticizzato. Non si mosse. La mia mano si aprì. Lentissimamente, oddio, quanto lenti erano i mei movimenti? La mia mano si aprì come un ragno e si allargò.
Mi diede un colpo con il gomito, e mi rimise a posto.
Basta, mi dissi. Qui finisce male. Starà pensando che sei un…come dicono le ragazze? Un bavoso. Così dirà alle sue amiche, domani. Un bavoso ci ha provato con me.
Il pullman si inerpicò sull’Appennino. Iniziarono le gallerie. A questo punto, lei fece come me. Prese il giubbetto che aveva appoggiato ai suoi piedi e se lo mise addosso, in questo modo coprendo parte del suo corpo, il grembo, il busto, fino quasi al collo.
Ora era come se entrambi fossimo sotto una coperta.
E poi, il suo ginocchio. Eccolo. Lo avevo cercato io? Chissà. Ma lei non lo toglieva.
Resisti, mi dicevo. Cazzo, resisti, a Napoli verrà a prenderti tua moglie. Ma la mia mano non mi obbediva. Tornò a cercare la sua coscia, era nascosta dal giubbetto. E questa volta, non arrivò nessun colpo di gomito.
Così, la mano procedette. Dal bordo della coscia ora si era portata proprio sopra, non si trattava più di mano morta, era un palpeggio bello e buono. Nessuna reazione. La mano procedette verso destra, verso quella meta, lontanissima, laggiù. Iniziò a scendere sull’altro versante della coscia, che era abbastanza grossa, la ragazza non era filiforme. Scese, scese, fino a incontrare uno sbarramento. Certo, le gambe le teneva chiuse.
Lasciai lì la mano. Passò una galleria. Poi il pullman ebbe un lieve scossone, forse a causa di un cambio di corsia, e provai a forzare quella chiusa. Niente da fare. Io avevo sempre gli occhi chiusi, forse anche lei. Tutto questo accadeva al buio. Provai a spingere di nuovo. Mi sembrò di trovare un pertugio, una lieve apertura. Ci infilai le dita. Ci vollero ancora un paio di chilometri prima che l’apertura si allargasse. Ma successe. Spinsi ancora, le mie dita raggiunsero il punto dove le cosce si uniscono. Era caldo. Iniziai a muovere la mano su e giù, ancora non c’era spazio per abbozzare un movimento circolare.
La sentii sospirare.
Io non la guardavo. Lei non guardava me. Eravamo due estranei assoluti. Ma le sue cosce si erano lentamente aperte, sotto il giubbetto, e ora io potevo massaggiarla. Sentii di nuovo il fiato uscire dal suo petto, passando per la gola. Si sporse un poco in avanti, per poi riadagiarsi sullo schienale della poltrona.
E alla fine, osai. Cos’altro dovevo fare? Risalii con la mano a cercare il bordo dei suoi pantaloni elasticizzati, lo trovai, e mi ci infilai dentro. Lei non mi aiutò. O, forse, aveva tirato in dentro la pancia, per agevolare la mia entrata. Non so. Forse è un’impressione mia. La mia mano scese in quel mondo caldo, sudato, trovò anche l’altro elastico, quello delle mutande, lo sollevò con la punta delle dita e entrò anche lì.
I mei polpastrelli sfiorarono i suoi peli. E poi…scivolarono lungo le sue labbra.
Era allagata. Percorsi e ripercorsi quella strada senza provare a entrare, beato della sensazione di come le mie dita scivolassero lungo il solco. Poi, con il medio, risalii a cercare il clitoride.
Iniziò la danza. Lo sentivo bene, era bagnato, eretto, gonfio. Lo accarezzavo lentamente, senza accelerare. Ogni tanto scendevo a forzare l’entrata della vagina, entravo solo con la prima falange, a raccogliere un po’ del suo umido, che poi riportavo di sopra.
Lei era brava a trattenersi. Lo fu fino alla fine. Ogni tanto sospirava più forte, e io ogni tanto aprivo gli occhi guardavo la coppia seduta sulle poltrone dall’altra parte del corridoio, di fianco a noi. Mi sembrava dormissero alla grossa. Anche lei teneva gli occhi chiusi. Le labbra della sua bocca erano semiaperte. La gola ogni tanto si muoveva. Era davvero giovane. Era bellissima, ma l’ dentro il pullman dominava il buio, chi poteva dirlo.
Ad un certo punto mi sembrò che si muovesse con il bacino. Mossi a mia volta le dita più velocemente e dopo qualche istante lei si proiettò in avanti, serrando strettamente le cosce e gemendo a denti stretti, mh, mh.
Rimase così una ventina di secondi. Mi sembrava stesse tremando. La sbirciai, aveva sempre gli occhi chiusi, a bocca aperta, la testa leggermente inclinata verso l’alto. Poi riaprì leggermente le gambe, e si riappoggiò con la schiena allo schienale della poltrona. Tenni lì la mano, che adesso era fradicia.
Alla fine, la tolsi. Lei non fece nulla. Non cercò il mio sesso, non allungò la sua, di mano. Rimase lì. Adesso non mi cercava nemmeno più con il ginocchio. Rimase lì come se dormisse, fin che non arrivammo a Firenze.
Si mosse solo all’ultimo momento, forse non aveva voluto farmi capire dove doveva scendere. Prese su giubbetto e zainetto, si alzò senza voltarsi e infilò in fretta la porta di uscita.
Io rimasi lì, con la mia erezione che si stava lentamente esaurendo. Non la vidi prendere i bagagli. Né allontanarsi nella notte. Forse era venuta a prenderla il suo ragazzo.
Richiusi gli occhi, mi portai le dita al naso per avere la certezza che non era stato solo un sogno. Odoravano di buono.
Vorrei ci raccontassimo i nostri desideri nascosti. coltranejohn39@gmail.com
Avevo preso un pullman, di una catena. Dovevo scendere da Aosta a Napoli. Un viaggio lunghetto. Ma mi ero ben attrezzato. Cibo, libro, tablet. Copertina perché si partiva di sera e la notte poteva far freddo.
A Milano salì la ragazza. La vidi appena, quando si sedette sul posto accanto al mio (quello che dava sulla corsia del mezzo, io invece ero seduto sul posto accanto alla finestra). A occhio e croce, doveva avere fra i 20 e i 25 anni. Una studentessa. Mora, piccola, capelli lunghi, un bel viso, poco truccato. Vestita semplicemente, da H&M: pantaloni elasticizzati aderenti, neri, una maglia rosa, un giubbetto che appoggiò sopra lo zainetto di pelle che sistemò ai suoi piedi. Aveva un buon odore, non di profumo, ma di sapone, come se si fosse fatta appena la doccia.
Io avevo più o meno il triplo dei suoi anni, qui decisi di non provare neanche a fare conversazione. Del resto, volevo leggere un saggio che mi ero appena comprato in stazione. E poi, avrei fatto una dormita sotto la coperta, così pensavo.
Per un po’ infatti ci ignorammo. Lei guardava il telefono, a volte scriveva. Io leggevo. Poi decisi di chiudere gli occhi. Fu allora che sentii una leggera pressione sul mio gomito. Certo, condividevamo un bracciolo. Avrei potuto spostare il braccio. Ma anche lei avrebbe potuto.
Decisi di lasciarlo lì. Quel piccolo contatto, un contatto da nulla, pochi centimetri di una parte assai poco erogena del corpo, non significavano nulla. A parte che….sì, qualcosa significavano. Erano come una corda lanciata attraverso un burrone, che qualcuno, dall’altra parte, aveva afferrato. Ma alla fin fine la mia era solo una fantasia, anzi, la fantasia di un vecchio.
A Milano il pullman si riempì. Ripartimmo che ormai era notte. La ragazza appoggiò il telefono sopra il giubbetto e si sistemò come se volesse dormire anche lei. La superficie delle nostre braccia che erano venute a contatto, nel frattempo, era aumentata. Ma ancora non volevo darvi nessuna importanza. Mi faceva piacere dormire sentendo questo braccio tiepido appoggiato al mio, tutto lì.
Le cose iniziarono a cambiare quando anche le ginocchia si toccarono. Di chi fu l’iniziativa? Non so, forse mia. Ma credo che in certe situazioni lo spazio ci sia sempre, se uno/una vuole mettercelo in mezzo. Lei perlomeno non lo fece. Non accavallò la gamba. Non si spostò un po’ più in là. Rimase lì. E dopo qualche chilometro anche le nostre cosce si incontrarono. Il mio cazzo istantaneamente si gonfiò.
Questo cambiava le cose. Non poteva più trattarsi di un contatto casuale. O sì? Ero io che gli stavo dando tanta importanza?
Cercai di trattenermi. Ma ad ogni scossone del pullman, le nostre cosce si incollavano un po’ di più, l’una all’altra. Perché non spostava la gamba? Adesso persino i nostri piedi si toccavano, anche se dentro a scarpe da ginnastica (sue) e da passeggio (mie).
Mossi il piede. Lei anche si mosse, ma per staccarsi. Ok, era il segnale che mi aspettavo. Non voleva essere importunata. Stavo facendo la figura del lumacone. Mi accovacciai dalla mia parte, contro il finestrino, cercando di pensare alle cose mie, il lavoro, mio figlio, quella volta che avevo visto gli U2 a Modena. La luce nel frattempo si era abbassata. Fuori era notte. I nostri vicini – un ragazzo forse mediorientale, con la sua ragazza – dormivano.
Ma presto il contatto ritornò. Me lo sentii in gola. Cosa significava? Il cazzo lentamente mi si stava gonfiando di nuovo nei pantaloni. Cosa dovevo fare?
Nel dubbio presi la coperta e me la misi addosso. Poi, dal bordo della coperta, feci uscire una mano. Ero consapevole che potevo essere sanzionato. Si trattava di molestia. Credo. Era mio dovere trattenermi, anche se la ragazza aveva passato senz’altro la maggiore età. Ma era più forte di me. Cosa? Il desiderio. Il motore del mondo.
Sgusciai fuori una mano e l’appoggiai sulla mia coscia. Poi la feci scivolare in quello spazio di confine fra la mia coscia e la sua. Ecco. Adesso ero lì. Non poteva non sentirla. Col dorso della mano, cominciai ad accarezzare la sua gamba, quel tessuto elasticizzato. Non si mosse. La mia mano si aprì. Lentissimamente, oddio, quanto lenti erano i mei movimenti? La mia mano si aprì come un ragno e si allargò.
Mi diede un colpo con il gomito, e mi rimise a posto.
Basta, mi dissi. Qui finisce male. Starà pensando che sei un…come dicono le ragazze? Un bavoso. Così dirà alle sue amiche, domani. Un bavoso ci ha provato con me.
Il pullman si inerpicò sull’Appennino. Iniziarono le gallerie. A questo punto, lei fece come me. Prese il giubbetto che aveva appoggiato ai suoi piedi e se lo mise addosso, in questo modo coprendo parte del suo corpo, il grembo, il busto, fino quasi al collo.
Ora era come se entrambi fossimo sotto una coperta.
E poi, il suo ginocchio. Eccolo. Lo avevo cercato io? Chissà. Ma lei non lo toglieva.
Resisti, mi dicevo. Cazzo, resisti, a Napoli verrà a prenderti tua moglie. Ma la mia mano non mi obbediva. Tornò a cercare la sua coscia, era nascosta dal giubbetto. E questa volta, non arrivò nessun colpo di gomito.
Così, la mano procedette. Dal bordo della coscia ora si era portata proprio sopra, non si trattava più di mano morta, era un palpeggio bello e buono. Nessuna reazione. La mano procedette verso destra, verso quella meta, lontanissima, laggiù. Iniziò a scendere sull’altro versante della coscia, che era abbastanza grossa, la ragazza non era filiforme. Scese, scese, fino a incontrare uno sbarramento. Certo, le gambe le teneva chiuse.
Lasciai lì la mano. Passò una galleria. Poi il pullman ebbe un lieve scossone, forse a causa di un cambio di corsia, e provai a forzare quella chiusa. Niente da fare. Io avevo sempre gli occhi chiusi, forse anche lei. Tutto questo accadeva al buio. Provai a spingere di nuovo. Mi sembrò di trovare un pertugio, una lieve apertura. Ci infilai le dita. Ci vollero ancora un paio di chilometri prima che l’apertura si allargasse. Ma successe. Spinsi ancora, le mie dita raggiunsero il punto dove le cosce si uniscono. Era caldo. Iniziai a muovere la mano su e giù, ancora non c’era spazio per abbozzare un movimento circolare.
La sentii sospirare.
Io non la guardavo. Lei non guardava me. Eravamo due estranei assoluti. Ma le sue cosce si erano lentamente aperte, sotto il giubbetto, e ora io potevo massaggiarla. Sentii di nuovo il fiato uscire dal suo petto, passando per la gola. Si sporse un poco in avanti, per poi riadagiarsi sullo schienale della poltrona.
E alla fine, osai. Cos’altro dovevo fare? Risalii con la mano a cercare il bordo dei suoi pantaloni elasticizzati, lo trovai, e mi ci infilai dentro. Lei non mi aiutò. O, forse, aveva tirato in dentro la pancia, per agevolare la mia entrata. Non so. Forse è un’impressione mia. La mia mano scese in quel mondo caldo, sudato, trovò anche l’altro elastico, quello delle mutande, lo sollevò con la punta delle dita e entrò anche lì.
I mei polpastrelli sfiorarono i suoi peli. E poi…scivolarono lungo le sue labbra.
Era allagata. Percorsi e ripercorsi quella strada senza provare a entrare, beato della sensazione di come le mie dita scivolassero lungo il solco. Poi, con il medio, risalii a cercare il clitoride.
Iniziò la danza. Lo sentivo bene, era bagnato, eretto, gonfio. Lo accarezzavo lentamente, senza accelerare. Ogni tanto scendevo a forzare l’entrata della vagina, entravo solo con la prima falange, a raccogliere un po’ del suo umido, che poi riportavo di sopra.
Lei era brava a trattenersi. Lo fu fino alla fine. Ogni tanto sospirava più forte, e io ogni tanto aprivo gli occhi guardavo la coppia seduta sulle poltrone dall’altra parte del corridoio, di fianco a noi. Mi sembrava dormissero alla grossa. Anche lei teneva gli occhi chiusi. Le labbra della sua bocca erano semiaperte. La gola ogni tanto si muoveva. Era davvero giovane. Era bellissima, ma l’ dentro il pullman dominava il buio, chi poteva dirlo.
Ad un certo punto mi sembrò che si muovesse con il bacino. Mossi a mia volta le dita più velocemente e dopo qualche istante lei si proiettò in avanti, serrando strettamente le cosce e gemendo a denti stretti, mh, mh.
Rimase così una ventina di secondi. Mi sembrava stesse tremando. La sbirciai, aveva sempre gli occhi chiusi, a bocca aperta, la testa leggermente inclinata verso l’alto. Poi riaprì leggermente le gambe, e si riappoggiò con la schiena allo schienale della poltrona. Tenni lì la mano, che adesso era fradicia.
Alla fine, la tolsi. Lei non fece nulla. Non cercò il mio sesso, non allungò la sua, di mano. Rimase lì. Adesso non mi cercava nemmeno più con il ginocchio. Rimase lì come se dormisse, fin che non arrivammo a Firenze.
Si mosse solo all’ultimo momento, forse non aveva voluto farmi capire dove doveva scendere. Prese su giubbetto e zainetto, si alzò senza voltarsi e infilò in fretta la porta di uscita.
Io rimasi lì, con la mia erezione che si stava lentamente esaurendo. Non la vidi prendere i bagagli. Né allontanarsi nella notte. Forse era venuta a prenderla il suo ragazzo.
Richiusi gli occhi, mi portai le dita al naso per avere la certezza che non era stato solo un sogno. Odoravano di buono.
Vorrei ci raccontassimo i nostri desideri nascosti. coltranejohn39@gmail.com
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