Morbosa Corrispondenza – Capitolo 27

di
genere
incesti

Mena
Prof: “Allora? Il tuo piccolo amico si è divertito?”
Francesca: “Sapessi quanto…”
Prof: “Quanto?”
Francesca: “Un litro, più o meno. Tutto sulle mie mutandine del costume.”
Prof: “Dai, indossale.”
Francesca: “Sei pazzo…”
Prof: “Tienile tutto il giorno. Non toglierle. Pago il doppio.”
Francesca: “Va bene…”
Mena tirò fuori dalla bustina di plastica il costume di sotto ancora appiccicoso di sperma. Lo tenne un momento tra le dita, guardando quanta roba densa e biancastra ci fosse rimasta attaccata.
Caspita, quanta ne aveva schizzato suo nipote. Le balenò la tentazione di provarla, di portarsela alla bocca, ma le richieste del cliente erano chiare e lei, in queste cose, restava una donna seria.
Se lo infilò ed ebbe un brivido sentendo la consistenza familiare dello sperma sulla pelle. Il tessuto era bagnato, fradicio, e le restò subito attaccato addosso.
I suoi umori, già stimolati dal piccolo dildo che le premeva dentro e da tutta la situazione, si mescolarono al seme di Alessio.
Per fortuna quella roba non era più calda, altrimenti avrebbe rischiato di venire lì, in spiaggia, in mezzo alla gente.
Il piacere la prendeva piano, insistente. Lei lo reprimeva stringendo la gola, ma allo stesso tempo lo lasciava scorrere dentro, gustandolo in silenzio, quasi di nascosto da sé stessa. Le cosce le tremavano appena. Non si chiese nemmeno se potesse rischiare una gravidanza.
Tirò fuori il telefono con le dita ancora un po’ umide, scattò due foto ravvicinate al pube coperto dalle mutandine zuppe di liquido seminale e le mandò al professore.
Prof: “Francesca, mi hai fatto sborrare tantissimo, gran porca.”


Francesca: “Sono felice di averti soddisfatto, piccolo prof. Adesso però devo salutarti, il lavoro mi chiama.”
Prof: “Va bene, ci sentiamo presto. E ricorda: indossale tutto il giorno.”
Lei sorrise e spense il telefono. Il piacere che stava reprimendo le fece stringere le cosce e trattenere un gemito corto. Poi si allacciò il pareo sopra, nascondendo alla vista quel bignè glassato alla crema.
“Mena, buongiorno.”
Don Marco la riscosse di colpo dai suoi pensieri, lasciandola ancora calda e inquieta sotto il tessuto.

Anna
Era buio pesto quando l’auto di Pippo si fermò a una cinquantina di metri da quella di Marta; dalla loro posizione, Anna riusciva a distinguere la sagoma di una villa, grande e lussuosa, con alcune finestre illuminate ai piani superiori e due lampade accese ai lati dell’ingresso principale.
Il resto della proprietà era quasi completamente nascosto dalla notte. Un alto muro di cinta correva lungo il perimetro, interrotto soltanto dal cancello principale e da una seconda entrata, più piccola.
Marta era scesa dall’auto e aveva attraversato con naturalezza il breve tratto di giardino che conduceva alla porta secondaria, dove un uomo vestito di scuro, dall’aria poco raccomandabile, sorvegliava l’ingresso.
“Gioia, questo posto non mi piace. Guarda che gente c’è attorno. Quella è una stronza, d’accordo, la odi, ma non puoi entrare così.”
Anna continuò a fissare la porta dalla quale era scomparsa.
“Annina?” La chiamò Pippo, ma lei non rispose.
“Hai capito quello che ti ho detto?”
Anna si girò lentamente, calma in apparenza.
“Aspettami qui.”
Pippo la guardò, incredulo.
“Ma sei seria?”
“Sì.”
“Almeno dimmi cosa vuoi fare.”
Anna aprì la portiera.
“Vedere dove va Marta.”
“E se ti vedono?”
“Non mi vedranno.”
Pippo aprì la bocca per rispondere, ma lei era già scesa e aveva richiuso la portiera senza fare rumore.
Anna raggiunse il bordo della strada, si abbassò dietro una siepe e rimase a osservare la villa senza perdere di vista l’uomo all’ingresso secondario; passarono alcuni minuti, poi la porta si aprì.
Ne uscì una ragazza alta e bionda, con i capelli raccolti e un vestito fucsia molto corto, si fermò accanto all’ingresso e si accese una sigaretta che aveva già tra le dita.
“Sigaretta?” chiese lei.
L’uomo la guardò e, per la prima volta, il volto duro lasciò spazio a un accenno di sorriso.
“Dammi un minuto. Faccio una telefonata e arrivo.”
La ragazza annuì e si allontanò di qualche passo.
Anna rimase immobile.
Contò fino a trenta.
Poi ricominciò.
Non doveva avere fretta.
Duecento.
La guardia infilò il telefono in tasca e raggiunse la ragazza. Si mise accanto a lei, le accese la sigaretta e cominciò a parlarle a pochi passi dall’ingresso.
Anna aspettò ancora qualche secondo, poi capì che quella era la sua occasione.
Si tolse i tacchi e li prese in una mano. Uscì dal riparo della siepe e attraversò rapidamente il breve tratto di prato che la separava dalla recinzione, tenendosi bassa e correndo sulla parte più morbida dell’erba per non fare rumore. Arrivata al muro, vi si appoggiò e proseguì rasente alla parete, avanzando lentamente verso la porta secondaria.
Sentì la ragazza ridere.
La guardia disse qualcosa di incomprensibile.
Aspettò, appoggiata alla parete.
Poi sentì di nuovo la risata della ragazza e riprese ad avanzare, un passo alla volta, con i tacchi stretti nella mano e il respiro trattenuto, mentre la distanza dalla porta si riduceva e con essa anche il margine per tornare indietro.
Quando vide che entrambi erano distratti, fece gli ultimi passi, abbassò la maniglia e si infilò dentro.
All’interno venne accolta da un odore intenso di profumi e lacca; dal corridoio arrivavano voci femminili, risate soffocate e il rumore di tacchi sul parquet.
Il corridoio si allungava davanti a lei, illuminato da piccole lampade fissate alle pareti intervallate da grandi specchi tra una porta e l’altra.
A un certo punto, Anna sentì una voce maschile, brusca, provenire da una stanza poco distante, con la porta socchiusa.
“Sbrigatevi, ragazzine. Il primo turno è tra venti minuti.”
Si avvicinò alla porta e guardò attraverso la fessura.
C'erano almeno una dozzina di ragazze.
Alcune erano in biancheria intima, altre avevano addosso soltanto le calze autoreggenti, mentre una stava ancora infilando un vestito davanti allo specchio.
Erano tutte giovani.
Belle.
E tutte avevano lo stesso sguardo.
Ballerine?
Non sembravano ballerine e avevano costumi molto attillati.
Un uomo in camicia bianca attraversava la stanza, lamentandosi.
“Presto, troiette. Il primo turno è tra venti minuti.”

Sul tavolo accanto alla porta erano disposti numerosi telefoni cellulari, tutti spenti.
Anna fece un passo indietro.
Il parquet scricchiolò e nella stanza una ragazza si voltò.
“Hai sentito?”
L’uomo con la camicia bianca smise di leggere.
“Cosa?”
La ragazza indicò la porta.
“Un rumore.”
Anna rimase di ghiaccio.
L’uomo si girò lentamente verso il corridoio.
“C'è qualcuno fuori?”
Nessuno rispose.
Si guardò intorno, cercando una porta, una nicchia, qualsiasi posto in cui potersi nascondere.
Per fortuna, alla sua destra c’era una porta.
Si precipitò verso di essa e abbassò la maniglia.
Non si apriva.
Dietro di lei i passi erano ormai a pochi metri.
Provò ancora e la porta cedette, permettendo ad Anna di entrare in una stanza da letto mezza vuota.
Si appoggiò con la schiena alla porta e rimase immobile, cercando di controllare il respiro.
Dall'altra parte sentì qualcuno fermarsi e guardò rapidamente la stanza: non c’era nessun armadio. Sotto il letto non c’era spazio sufficiente per nascondersi. Non c’era nessun’altra porta.
I passi si fermarono, proprio davanti alla camera.
Anna trattenne il respiro quando la maniglia si abbassò.
“Chi cazzo c’è qui dentro?”
Doveva inventarsi qualcosa. Subito.

Mena
“Ti vedevo pensierosa, tutto bene?” Don Marco aveva l’adorabile pregio di essere premuroso nel DNA.
“Sì, certo. Mi stavo solo rilassando.”
“Grazie per l’aiuto, oggi. I bambini ti adorano. E adorano anche Alessio.”
“È un birbantello, mio nipote, lo sai?”
“Mi spiace che si veda così poco in giro. Sarebbe bello se frequentasse di più la parrocchia.”
“Diciamo che è stata una piccola soddisfazione convincere sua madre a farmelo portare al mare in questi giorni…”
“Capisco… E per te?”
“Cosa?”
“Ti senti soddisfatta? Hai superato quel periodo… irrequieto?”
Mena alzò gli occhi e lo fissò.
Don Marco, senza tonaca, stava in maglietta a maniche corte, costume a boxer lunghi e infradito, pareva un turista qualunque.
Lei lo osservò meglio: aveva gambe belle, villose ma atletiche, e braccia toniche con un lieve disegno di muscoli (si teneva in forma, indubbiamente).
“Mi sento… stanca. L’aria di mare mi calma, mi rilassa, però oziare in spiaggia non mi è mai piaciuto. Quando lavoravo in palestra ci andavo per allenarmi. Quindi ti ringrazio: mi aiuti a tenermi occupata.”
“Sono io a ringraziare te, a nome di tutta la parrocchia…”
Mena lo interruppe con un sorriso storto.
“Per rispondere alla tua domanda… essere soddisfatta, per ora, è fuori dalla mia portata.”
“Perché?”
“Diciamo che mi ci sono avvicinata, ma…”
Don Marco si grattò la testa, un po’ a disagio.
“Lascia stare, Marco.” Lei rise e gli diede una pacca leggera sulla spalla.
“Ti prendi gioco di un povero servo di Dio?”
“Saresti un bravo maggiordomo, questo è vero. Hai un certo autocontrollo… e sangue freddo.”
Fu lui a interromperla.
“Perché lo pensi?”
“Perché sei l’unico in tutta la spiaggia che non ho beccato a guardarmi la scollatura.”
Ridacchiò, gli occhi sul mare, e spinse appena il petto in fuori, mettendo meglio in evidenza le tette abbronzate, sode e opulente, di cui era sempre andata fiera.
“Ah… capisco.”
“Non ti sto guardando adesso, quindi togliti pure lo sfizio di fissarle, se vuoi…”
“Mena…”
Lei sorrise, chiuse gli occhi per un paio di secondi e immaginò, solo un attimo, di rivederlo davanti a sé senza quei boxer.
Pronto a darle la seconda razione della giornata.
Poi riaprì gli occhi.
Don Marco guardava il mare, accanto a lei.
“Non mi permetterei mai di spiarti. Gli sfizi non mi appartengono.”
Mena non rispose; continuò a sorridere, seguendo le increspature dell’acqua; sentiva lo sperma di Alessio seccarsi piano sulle grandi labbra, rendendole più turgide, un po’ appiccicose sotto il costume già fradicio.
Avrebbe voluto far scivolare una mano sotto il pareo e toccarsi, invece restò ferma, a guardare le onde.
Il fatto che lui non potesse esternare nulla la divertiva.
“Sai, Marco… per molti aspetti siamo simili.”
Lui non rispose. Lei proseguì.
“Entrambi abbiamo gli occhi, eppure preferiamo guardare il mare…”
“Il mare lo ha creato Dio.”
“Anche l’uomo e la donna.”
“Non mi fraintendere. Sei davvero bella, Mena. È ovvio. Chiunque lo vedrebbe. Ma questo non cambia niente di quello che sono. Di quello in cui credo.”
“Quindi mi trovi bella?”
“Sì,” mormorò lui, con una noncuranza apparente. “Ti trovo molto attraente.”
Lei increspò le labbra, senza riuscire a nascondere la soddisfazione per quella confessione.
“Non c’è nulla di male nel trovare una persona attraente, Marco. Sono felice che tu me lo abbia detto.
Lui tacque e lei lo guardò di lato.
“Lo sai che mio figlio è geloso di noi due? Lo ha detto chiaro e tondo. Non gli piace che stia con te.”
Don Marco tenne lo sguardo fisso davanti a sé.
“Mi addolora. Non dovrebbe preoccuparsi. Non c’è niente di cui essere gelosi.”
“Lo dici a me o a te stesso?”
Lui non rispose subito.
“Lo dico perché è la verità. Siamo qui per i ragazzi. Nient’altro.”
Sembrò rabbuiarsi. Si alzarono e camminarono lungo la riva. Faceva caldo. A un certo punto Mena si fermò e gli posò una mano sul braccio.
“Marco… scusa se ho detto qualcosa di inopportuno.”
“Tranquilla. Non hai detto nulla di male. Volevo solo rassicurarti.” Lui sorrise, di nuovo più calmo. “Andiamo ad aiutare i bambini prima che combinino qualche disastro sul campo da volley.”
Lei annuì. Meglio tenersi occupati.

Anna
“Che cazzo ci facevi qui dentro?”
L’uomo rimase sulla soglia e fissò Anna, completamente nuda, per alcuni secondi. Aveva la faccia larga, il collo grosso e gli occhi piccoli, che adesso la percorrevano rapidamente.
Sembrava perplesso ma Anna non gli rispose, guardando il pavimento.
Rimase immobile, con le braccia lungo i fianchi, mentre l’uomo la guardava ancora per qualche secondo.
“Ti sei persa?”
Lei rise, cercando di calmare gli animi ma lui sbuffò, infastidito dalla sua calma, e fece un passo dentro la stanza.
“Dovevi essere con le altre.”
Lei abbassò di nuovo gli occhi.
Il bodyguard scosse la testa, come se quella situazione fosse solo un’ennesima perdita di tempo.
“Sbrigati. Le altre del primo turno sono quasi pronte.”
Si voltò verso il corridoio, poi tornò a guardarla.
Lui non aspettò risposta. Le lanciò contro un fagotto di tessuto bianco e piume che le finì tra le braccia con un fruscio leggero e nauseante.
“Non ti allontanare dalle altre. Mettiti questo e torna in fila. Subito.”
Anna raccolse il costumino con le dita che le tremavano; era un miniabito da angelo, bianco, di un tessuto leggero e quasi trasparente: spalline sottilissimi di raso, scollatura profonda che metteva in mostra il seno intero fino al bordo dell’areola, orlo che arrivava a malapena a coprire il pube.
Sulla schiena, due alette piccole e morbide, fatte di piume bianche finte cucite su un’intelaiatura leggera; il tessuto aveva un odore di lavanda, lo stesso odore che aveva sentito nel corridoio quando era entrata.
Il bodyguard la strattonò per un braccio con forza, le dita tozze le lasciarono segni rossi sulla pelle.
“Muoviti. Scema!”
Le altre ragazze erano già disposte lungo il muro. Tutte indossavano vestitini simili: corti, scollati, di colori pastello o neri lucidi.
Nessuna la guardò, sembravano abituate.
Il bodyguard borbottò qualcosa al collega, senza preoccuparsi che Anna potesse sentirlo.
“Le ultime arrivate sono sempre le più sceme. Questa si era chiusa in una stanza a caso. Che voleva fare, visitare una casa in vendita? Non ho parole.”
L’altro lasciò uscire una risata bassa e guardò Anna mentre lei cercava di infilarsi in fretta il costumino contro il muro. Le dita le tremavano e faticavano a trovare le sottili cinghie di tessuto; una delle alette le si era impigliata nei capelli e lei dovette liberarla con un gesto nervoso.
“Però è carina”, disse l’uomo, dando di gomito al compare.
Il collega la osservò ancora per qualche secondo, poi fece un sorriso.
Anna continuò a vestirsi senza alzare gli occhi.
“Vero, è una bella fichetta. Guarda che coscette. Che tettine. Magari riesco a trovare un modo per svegliarla dopo il turno. Ha un visino da ragazzina perbene...”
“Quelle sono sempre le più difficili.”
“Ma poi si abituano.”
Risero tutti e due.
Anna rabbrividì.
Si sistemò in fondo alla fila, cercando di nascondere il tremore delle gambe. In quel momento pensò che non le sarebbe dispiaciuto affatto vedere comparire Toni, quel cetriolone geloso, nel ruolo dell’eroe salvatore.
Una ragazza bruna, più o meno della sua età, le si avvicinò di un passo.
“Stai con Doran?”
Anna fece cenno di sì, senza girare la testa.
“Sono nuova.”
L’altra annuì, malinconica, e tornò al suo posto. Non aggiunse altro.
Il tempo passò lento.
Una bionda più avanti si sistemò le tette nel vestitino con un gesto meccanico, un’altra si chinò ad aggiustarsi una calza. Nessuna parlava.
Poi un uomo in camicia scura apparve in fondo al corridoio e fece un cenno secco con la mano.
“Avanti. In fila.”
Le ragazze cominciarono a muoversi e Anna le seguì. La paura, adesso, era l’unica cosa che la teneva in piedi mentre le ali le battevano sulla pelle nuda e la fila avanzava lenta, inesorabile, verso la luce.

Mena
La sera, sul bus del ritorno, Alessio era stremato. Tra le attenzioni della zia in spiaggia e tutti i giochi della giornata dormiva pesantemente, la testa reclinata contro il finestrino.
Mena gli rabboccò la tovaglia da mare come una coperta e gli accarezzò i capelli biondi, identici a quelli del padre.
Pensò a Teodora. La sorella non lasciava respirare i figli.
Lei, invece, aveva cercato di essere una madre diversa: aveva lasciato spazio a Toni, lo aveva fatto crescere nell’amore e in una certa libertà. Ma c’era un limite.
Una donna adulta non fa certe cose.
Con Alessio le aveva fatte, o quasi. E un po’ le dispiaceva.
Dopotutto lo aveva solo aiutato a sfogare la sua sessualità, non lo aveva di certo masturbato.
Cercò di non pensarci troppo; percorse il corridoio del pullman e raggiunse Don Marco, seduto da solo in prima fila.
“Scusa per prima. Sono stata indiscreta.”
Don Marco scosse la testa, sorridendo, e le fece posto accanto a sé.
“Scusami tu. Sono stato io inopportuno.”
“Ma che dici…”
“Sono il tuo confessore. Non dovrei essere io a confessarmi.”
“Perché no?”
Lui alzò le spalle, guardando la strada che scorreva fuori.
Dopo qualche minuto, lei gli appoggiò una mano sulla spalla.
“Se non ci fossi tu, Marco, sarei persa. Grazie per avermi sempre sopportata in questi periodi difficili.”
Lui la guardò con un’espressione piena di affetto.
“Vorrei venirti a trovare un giorno di questi,” disse. “Vorrei conoscere Roberto. Se me lo permetti.”
Mena lo fissò, emozionata.
Annuì.
“Certo. Non ci avevo mai pensato. Anche stasera, dai.”
“Ma è tardi… Un’altra volta.”
“Non insistere o mi offendo, Marco. Così puoi cenare da noi. Mi farebbe tanto piacere presentarti Toni…”
“Sei sicura?”
“Almeno gli passerà un po’ di gelosia.”

Anna
La porta si aprì e una luce intensa le colpì il viso; per un lungo momento rimase senza fiato.
Davanti a lei non c’era una semplice sala, ma un intero piano della villa trasformato in un enorme ambiente destinato agli ospiti.
Il pavimento era di marmo nero lucido con divani bassi di velluto bordeaux disposti in gruppi separati da tende di seta color crema, semitrasparenti.
Lungo una parete c’era un bancone molto lungo in cui alcuni baristi preparavano cocktail.
E ovunque c’erano ragazze; camminavano lentamente tra i tavoli, alcune sole, altre accanto agli uomini seduti sui divani.
Altre tenevano per mano uomini avvolti in accappatoi blu, tutti con il volto coperto.
Le ragazze parlavano con loro, li ascoltavano, li accarezzavano sulle spalle o sul petto.
Al centro della sala principale c’era un piccolo palco rialzato in legno scuro. Tre ballerine di lap dance si muovevano lentamente sotto una fila di luci dorate, seguendo una musica bassa e insistente.
Su un lato della sala, una ragazza in guêpière nera e calze a rete cantava al microfono. Aveva un forte accento straniero e una voce incerta, spesso fuori tempo, ma nessuno sembrava interessato alla qualità della sua esibizione.
Non riusciva a credere a quello che stava vedendo.
Dove era finita?
Una mano le sfiorò il braccio.
“Ciao, angioletto”.
Un uomo corpulento in accappatoio blu e mascherina nera le si era avvicinato senza che lei se ne accorgesse.
Aveva le spalle larghe, il collo grosso, le mani pelose e chiazzate. Le prese delicatamente la mano destra e, sorridendo, se la portò sotto l’accappatoio.
Anna trasalì, sentendo la pelle calda e leggermente sudata, le palle gonfie e pesanti che le riempirono il palmo, il fusto già mezzo duro che le si appoggiò contro le dita, grosso, caldo, vivo, con le vene in rilievo sotto la pelle tesa.
Per un secondo restò immobile, le dita ancora chiuse intorno a quella carne sconosciuta. Poi ritrasse la mano di scatto e fece un passo indietro.
“Sono già stata richiesta da un altro,” disse, la voce più ferma di quanto credesse.
L’uomo la guardò da dietro la mascherina, gli occhi crucciati.
“Peccato. Allora vado a farmi un cocktail mentre aspetto. Passa da me quando hai finito. Tra mezz’ora. Sarò da solo, al tavolo numero tre, accanto al vecchio.”
Anna annuì. Non sapeva cos’altro fare.
Solo quando fu abbastanza lontano lei riuscì a respirare di nuovo.
La mano le formicolava ancora, ripensando alle palle pesanti e all’uccello prepotente dell’energumeno.
Si recò a un tavolo a caso, sperando che fosse libero. Scostò la tenda e vide una ragazza in ginocchio tra le gambe di un uomo mascherato gli muoveva la testa con ritmo lento e regolare, l’accappatoio aperto, le mani di lui sui suoi capelli, un suono bagnato e basso.
Un’altra era seduta a cavalcioni sul divano accanto, di spalle, mentre un altro accappatoio blu le teneva i fianchi e la muoveva su e giù con calma.
L’uomo che si stava facendo spompinare la guardò, sorpreso ed eccitato.
“Vieni, dai, fai compagnia alla tua amichetta… Dio, sei bellissima! Ahhh!” E sborrò in gola alla poveretta, distraendosi un attimo e consentendo ad Anna di andarsene.
Dove diavolo era finita?
Si diresse verso il tavolo numero tre, dove almeno sarebbe stata tranquilla per mezz’ora.
Il tavolo accanto era occupato da tre uomini di mezza età.

Due indossavano pesanti accappatoi bianchi e mascherine dorate che lasciavano scoperta soltanto la parte inferiore del volto; il terzo portava un accappatoio blu e la mascherina nera, identica a quella degli altri uomini sparsi nella sala.
Anna passò accanto a loro senza guardarli direttamente.
Teneva gli occhi bassi e il volto composto, fingendo di essere interessata soltanto a dove mettere i piedi e a seguire le altre ragazze, ma ascoltava con attenzione ogni parola.
Uno dei due uomini in bianco stava parlando. Era il più anziano dei tre, aveva mani ossute e curate e portava diversi anelli alle dita.
“De Sade non era un mostro, signori miei. Era un anatomista dell’anima. Ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco quello che gli altri nascondevano dietro la retorica della virtù. La virtù è soltanto una forma di codardia organizzata. Il vero potere comincia quando smetti di chiedere permesso al tuo stesso desiderio.”
L'altro uomo in accappatoio bianco, più magro e con un anello enorme al mignolo, lasciò uscire una risata breve.
“Presidente, lei parla come se fossimo ancora nel Settecento. Oggi i limiti sono diversi. Esiste il consenso. Esiste la Legge.”
Il presidente inclinò appena la testa.
“I limiti sono sempre gli stessi.”
Fece una breve pausa, poi aggiunse:
“C’è chi comanda e chi viene comandato. C’è chi prende e chi viene preso. De Sade lo aveva capito con due secoli di anticipo.”
Il terzo uomo, quello con l’accappatoio blu e la mascherina nera, si sporse leggermente in avanti. Aveva una voce più giovane e un tono meno sicuro degli altri.
“Io ho sempre preferito Crébillon, presidente. Meno sangue, più eleganza. Le Liaisons, i tradimenti, gli intrighi. Tutto molto più raffinato.”
Il presidente sorrise.
“Crébillon è da salotto. De Sade è da cantina.”
Gli altri due risero.
“E alla mia età,” continuò l’anziano, “preferisco la cantina. C’è meno ipocrisia.”

Si appoggiò allo schienale e per qualche secondo osservò la sala. Poi tornò a parlare, questa volta con maggiore enfasi.
“Ci sono forse parole più belle di queste?” Senza aspettare risposta, iniziò a recitare un passo di De Sade: “Voluttuosi di ogni età e sesso, dedico quest'opera a voi soli: nutritevi dei suoi principi, favoriranno le vostre passioni...”
Anna rallentò appena, incuriosita.
“…Obbedite soltanto a queste deliziose passioni. Vi condurranno senza dubbio alla felicità.”
Il pensiero di suo padre Luigi le attraversò la mente e scomparve subito, mentre il presidente riprendeva il discorso.
“Prendete Juliette. Non Justine, la vittima che piange e continua a credere nella virtù. Juliette. Quella che ha capito che la virtù è una trappola e ha scelto di diventare carnefice.”
La sua voce si era fatta più bassa.
“Ecco cosa trovo interessante in De Sade. Ha dato voce a una donna che prende. A una donna che non aspetta di essere salvata e che, proprio perché smette di aspettare, diventa più libera di qualsiasi uomo che finga di proteggerla.”
Uno degli uomini con la mascherina dorata batté lentamente due dita sul tavolo.
“Presidente, continuando così ci costringerà a rileggerlo tutti stanotte.”
“E fareste bene a rileggerlo.”
Il sorriso dell’anziano scomparve: “la maggior parte di voi lo ha letto a vent’anni e si è fatto le pippe con le parti sporche. Io, invece, ci trovo una mappa del potere.”
Indicò con un gesto della mano la sala. “Il resto è scenografia. Togliete gli orpelli e rimane sempre la stessa cosa: qualcuno decide e qualcun altro subisce.”
Anna continuò a camminare.
Per qualche secondo rimase incerta sul da farsi. Avrebbe potuto allontanarsi, continuare a cercare Marta, provare a capire cosa stesse succedendo senza attirare l’attenzione.
Poi, da qualche metro più avanti, arrivò una voce.
Anna la conosceva.
La conosceva troppo bene.
Incredibile.
Jake.

Mena
Salirono le scale senza parlare. Dentro casa c’era silenzio: Toni non era ancora tornato.
Lei andò in camera e si cambiò rapidamente, infilando una vestaglia di lino leggera al posto del pareo, tenendo il costume sotto.
Quando tornò in salotto Don Marco era in piedi vicino alla finestra, le mani strette dietro la schiena.
“Vieni,” disse solo. “Ti porto da lui.”
Lo accompagnò nella stanza di Roberto. Il marito era immobile nel letto. Il respiro artificiale scandiva il tempo con un rumore monotono e regolare. Mena si sedette sulla sedia accanto al materasso. Don Marco restò in piedi ai piedi del letto.
“Possiamo pregare,” disse lui.
“Sì.”
Si misero a pregare. Lei parlava a bassa voce.
Non riusciva a concentrarsi. Pensava a Roberto. Pensava alle parole di Don Marco sulla spiaggia. Nessun altro avrebbe mai accettato di mettersi davvero a nudo per lei, di guardare nell’abisso della sua vera vita.
Di conoscere Mena, la moglie.
Non Francesca, la troia.
Le lacrime cominciarono a scendere.
Non le asciugò.
Non sapeva più se stesse pregando per il marito o se stesse solo tenendo insieme i pezzi.
Quando finirono restarono in silenzio ancora qualche minuto. Poi lei si alzò.
“Ho bisogno di uscire.”
“Mena, aspetta…”
Uscì dalla stanza e Don Marco la seguì.

Anna
Non riusciva a crederci.
Jake era lì.
Indossava un accappatoio blu e la stessa mascherina nera che portavano quasi tutti gli uomini nella sala. Camminava verso il tavolo del presidente con un’andatura impacciata, le spalle leggermente curve.
Arrivato accanto al tavolo, si fermò.
“Presidente... mi scusi.”
L’anziano alzò appena lo sguardo.
“Prego.”
Jake esitò.
“Non volevo interrompere. Mi scusi davvero. Avevo soltanto una cosa da chiederle, se posso.”
Il presidente fece un piccolo gesto con la mano, invitandolo a parlare.
“Il mio prossimo disco...”
Jake si schiarì la voce.
“Se fosse possibile avere una spinta in prima serata. Anche soltanto qualche passaggio, per favore, quando sarà il momento. Lei sa quanto ci tengo.”
Il presidente lo guardò attraverso la mascherina dorata.
Non si alzò.
Non gli offrì la mano.
Non gli chiese neppure di sedersi.
Rimase appoggiato allo schienale, immobile, e rispose con voce calma:
“Jake, sono venuto qui per rilassarmi e parlare di buona letteratura, non per occuparmi di affari.”
Fece una breve pausa.
“Lo sa, vero?”
Jake abbassò immediatamente la testa.
Anna rimase incredula.
Non lo aveva mai visto in quella inedita veste di mendicante.
“Certo, presidente. Certo.”
Sorrise appena.
“Era soltanto una cosa che volevo lasciarle presente. Quando avrà tempo, ovviamente. Non voglio assolutamente disturbarla.”
“Ci penserò.” Rispose, senza alcun entusiasmo.
Jake rimase fermo ancora qualche secondo, aspettando forse una parola diversa.
Alla fine, annuì.
“Certo. Scusi ancora. Buona serata, presidente.”
Fece un passo indietro.
“E grazie comunque.”
Si allontanò.
Il presidente aspettò che fosse abbastanza lontano da non poter più sentire chiaramente, poi si lasciò sfuggire un’espressione di disgusto.
“Già che si è messo in accappatoio, poteva anche lavarsi.”
I due uomini in bianco risero.
L’anziano scosse la testa, sbuffando e agitando le braccia.
“Le docce sono lì per tutti. Le faccio mettere a disposizione proprio per questo. Ma evidentemente l’igiene non rientra nelle sue priorità.”
Uno degli uomini si portò una mano alla bocca per trattenere un'altra risata.
“È veramente disgustoso,” continuò il presidente. “E ogni volta mi chiedo come sia possibile che qualcuno lo consideri famoso.”
Si sistemò l’accappatoio sulle gambe.
“È uno dei segni più evidenti della decadenza dei nostri tempi.”
L’altro uomo in mascherina dorata si chinò leggermente verso di lui.
“Magari questa sera il panzone riuscirà almeno a rendersi utile chiacchierando con l’ospite.”
Il presidente lo guardò, poco convinto.
“È l’unico motivo per cui è qui, s’intende.”
Anna aveva ascoltato tutto senza riuscire a muoversi, quando una voce arrivò alle sue spalle; dolce e buffa, divertita.
“Ucci ucci...”
Anna sobbalzò.
Cazzo.


Mena
Si fermò in cucina, ancora in lacrime. Lui la raggiunse e la abbracciò, cercando di calmarla. Lei si mise a piangere contro la sua maglietta, rannicchiando il volto sul cotone.
Sentì un lieve odore maschile e di sale, così rassicurante che le fece male allo stomaco e, più in basso, un altro tipo di male.
Si strinse a lui. Non sapeva esattamente cosa cercasse.
Un contatto umano.
La mano le scese quasi da sola, le dita scivolarono sotto l’orlo della maglietta e accarezzarono gli addominali del prete, trovandoli piuttosto definiti, caldi.
Lui la fermò con una mano, il corpo teso.
Scosse la testa con un’espressione dispiaciuta e si scostò.
Mena abbassò lo sguardo.
“Perdonami…”
Si staccò e tornò in salotto. Si sedette sul divano e pianse, le ginocchia strette, la vestaglia che le rimaneva appiccicata alla pelle ancora calda e inquieta.


Anna
Marta era in piedi dietro di lei e indossava un costume da infermiera sexy: un semplice bikini rosso scarlatto che lasciava scoperto quasi tutto il seno e l’intero ventre, un cappellino bianco con la croce rossa messo di traverso sui capelli castano-ramati, e tacchi altissimi e larghi, rossi anche quelli.
Le prese la mano e mormorò: “Seguimi se ci tieni alla pelle, stupidina.”
Mentre Marta la trascinava verso una scala laterale, una voce maschile le arrivò alle spalle, forte e un po’ ubriaca.
“Anna!”
Sobbalzò di nuovo. Era il tizio corpulento di prima, quello che le aveva messo la mano sotto l’accappatoio.
Marta non si scompose.
“Tesoro, siamo state richieste altrove. Torniamo dopo, promesso.”
Poi, senza esitazione, gli andò incontro, gli posò una mano sul petto e lo baciò sulla bocca, lentamente. Quando si staccò, l’uomo annuì, soddisfatto e tornò indietro.
Marta riprese Anna per mano e la portò su per una piccola balconata semi-buia, con due divani bassi di velluto scuro e una vista sulla sala principale; chiuse la tenda alle loro spalle e si voltò verso Anna, ancora sorridente.
“Questo è il privé. Di solito è riservato agli ospiti importanti, ma non ci viene nessuno. Siediti.”
Anna restò in piedi.
“Mi hai seguita.”
Marta rise, una risata bassa e divertita, e si sedette comunque.
“Sei proprio un capricorno. Testarda fino alla fine. Sempre a rovinarti la vita da sola.”
“Che ci fai tu qui? Cosa c’entra questo festino con mio padre? È un altro stratagemma per arrivare a lui?”
Lei la guardò, gli occhi che brillavano dietro il trucco. Poi rise di nuovo, più forte.
“Sono già arrivata a lui, se per questo. In molti modi… E solo per merito tuo. Vuoi sapere i dettagli?” Allungò una mano e accarezzò la guancia di Anna con le dita calde, mentre faceva uscire la lingua e la spingeva oltre il labbro superiore.
Anna si ritrasse di scatto.
“Rispondimi, stronza.”
Marta tornò seria, ma solo per un attimo. Poi sghignazzò di nuovo, scuotendo la testa.
“Non sono qui per qualche piano strano, tesoro. Sei paranoica. Io qui ci lavoro.”
“Come, lavori?”
“Eh, sì. Ognuno ha i suoi piccoli hobby e i suoi lavoretti per arrotondare. Mica credevi che potessi mantenermi con lo stipendio da infermiera e i regalini di tuo padre. Quei soldi bastano a malapena per lo shopping.”
Anna la guardò in cagnesco. Marta tornò seria, stavolta per davvero. Si chinò in avanti, la voce più bassa e più tagliente.
“Hai fatto una grande cazzata a venire qui. Il pappone per cui lavoro si chiama Doran. È un pappone di lusso, paga bene, ma è ferocissimo. Se scoprisse che qualcuno non autorizzato si è imbucato, potrebbe violentarti e torturarti. O costringerti a prostituirti a vita, senza manco pagarti. Hai capito che aria tira, reginetta?”
Anna non rispose. Il sangue le si era gelato.
“Il grassone, prima, sembrava conoscere il mio nome. Com’è possibile? Sanno chi sono?” Chiese Anna, spaventata.
Marta sorrise di nuovo, più sottile.
“Ah, dimenticavo: qui mi chiamano Anna. Dovevo pensare a un nome d’arte da zoccola… e il tuo mi è venuto in mente subito.”
Marta rise da sola della sua battuta; Anna avrebbe voluto strangolarla, ma lei la ignorò e si sistemò meglio sul divano, le gambe tornite accavallate, i tacchi rossi che brillavano e proseguì.
“Ti spiego come vanno le cose, così ti calmi, stronzetta. Il mondo per cui lavora Doran è la Casa. Questa Casa. Quello che hai sentito parlare prima è il Vecchio, ma tutti si rivolgono a lui come “presidente”. Quelli con mascherina dorata e accappatoio bianco sono i veri potenti, i padroni di Casa. Di cui il Vecchio è a capo. Gli accappatoi blu sono gli Affiliati. Io li chiamo “membri”, perché sono perlopiù loro a sollazzarsi con le puttane di Doran. Persone famose e potenti anche se di serie B.”
“Incluso Jake?”
Marta fece una smorfia schifata.
“Incluso Jake. Ma il segreto per arrivare al successo è passare dal vecchio, non da Jake. Jake è un pezzente.”
Si avvicinò e iniziò a sussurrarle all’orecchio, la voce calda.
“E questa è la proposta che intendevo farti, reginetta. Unisciti a me. Ti presenterò Doran. Tu sarai brava a convincerlo del tuo talento come puttanella. A quel punto, noi due punteremo al Vecchio… e a far diventare famosa la Regina. “
Anna la guardò, sorpresa.
“Mi stai chiedendo di diventare una puttana?”
“Una puttana con uno scopo.”
“Mi spiace, non voglio prostituirmi. Ho una dignità, sai com’è.”
Marta non si scompose. Allungò una mano e cominciò ad accarezzarle la coscia, lenta, sicura, con le unghie che graffiavano appena la pelle sopra la calza.
“Non dire cazzate. Tutte vogliono qualcosa. Così la otterrai.”
Le dita salirono sotto l’orlo del costumino, trovarono la pelle nuda, calda, e scesero più in basso con una precisione quasi professionale; sfiorarono prima il monte di Venere, poi le labbra della figa attraverso il tessuto sottile e già un po’ caldo.
Anna restò immobile, combattuta sul da farsi, e lasciò a Marta il tempo di insistere con due dita che premevano e ruotavano lentamente sul clitoride, sentendo il tessuto bagnarsi sotto il tocco.
“Vedi?” sussurrò Marta, la voce suadente. “Il corpo non mente. Puoi odiarmi quanto vuoi, ma questa patatina sa già cosa vuole.”
Anna sentì un brivido salirle lungo la schiena.
Gli occhi le si socchiusero per un momento. Le dita di Marta erano esperte, morbide, e sapevano esattamente dove premere.
Per qualche secondo lasciò che le dita le massaggiassero più forte, che le aprissero leggermente le labbra attraverso il tessuto, che le strappassero un respiro più corto. Poi, di colpo, si ritrasse, scostando la mano di Marta.
“Non mi toccare!”
Marta alzò le sopracciglia sbuffando, ma non insisté. Si portò le dita alle labbra e le leccò lentamente, tenendo lo sguardo fisso in quello di Anna.
“Come vuoi, reginetta. Ma ricorda che l’offerta resta sul tavolo. E Doran non è paziente.”
In quel momento qualcuno arrivò sulla balconata e li salutò in inglese, con un accento marcatamente british.
“Good evening, ladies.”

Mena
Don Marco la seguì in salotto. Restò in piedi mentre lei si sedeva sul divano.
“Mi scuso,” disse. “La reazione di prima è stata brusca. Non dovevo.”
Mena scosse la testa e si asciugò in fretta gli occhi.
“Sono io che mi scuso. Per il contatto. Forse hai equivocato il mio comportamento. Non so che mi prende. Non so perché sembra che voglia provocarti. Non è quello che voglio.”
Don Marco restò zitto un momento. Poi fece un mezzo sorriso stanco.
“Ho qualche sospetto.”
Lei alzò lo sguardo, più curiosa che offesa.
“Che sospetto?”
“Sei tesa come una corda di violino da stamattina. È normale che tu sia esplosa, prima.”
“E tu come…”
“Credevi davvero che non avessi notato… l’aggeggio?”
Mena spalancò gli occhi, imbarazzata.
“Quando te ne sei accorto?”
“Poco fa.”
“Bugiardo.”
Ci fu un minuto intero di silenzio. Poi lei scoppiò a ridere e lui la seguì. Risero insieme a lungo, come due bambini appena scappati da scuola.
“E pensare che ti avevo lodato per l’autocontrollo… invece hai solo buona vista!”
“Anche gli occhi li ha creati Dio… e…”
“E…?” chiese lei, con le lacrime agli occhi dal ridere.
“E sono certo che Dio non abbia creato nessun sospetto rigonfiamento fallico che sporga lievemente dal costume di una donna, giusto?”
“Giusto… Quasi sempre!”
Risero di nuovo.
“Vuoi sapere se è ancora lì?”
“No. Anche perché ne sono certo.”
“Marco! Mi meraviglio di te!”
Lui rise ancora, ma subito tornò serio.
“Scherzi a parte, vorrei fare un discorso con te.”
“Ahia…”
“Fammi fare il prete premuroso, ogni tanto.”
“Va bene…”
“Non sono contrario al fatto che tu combatta il demone della solitudine usando certi oggetti. Anzi, lo immaginavo.”
“Lo immaginavi?”
“Fammi finire,” disse lui, alzando gli occhi al cielo.
“Va bene…” ridacchiò lei.
“Si usano quegli affari per non sentire il vuoto. Lo capisco. Ma non è la strada.”
L’irritazione le salì veloce. Rispose secca: “non siamo più nel Medioevo, Marco. Il piacere è tutto mio e lo curo come voglio.”
Lui alzò gli occhi al cielo, sconsolato.
“Ma certo. Va bene, Mena. Fallo pure, se vuoi.”
“Lo posso fare?” chiese lei, ironica.
“Non per strada, però.” Don Marco non alzò la voce. “In casa puoi fare ciò che preferisci, ne abbiamo già parlato. Non lo fare in pubblico, per favore. Così come me ne sono accorto io, potrebbe essersene accorto chiunque.”
“Tu hai buona vista…”
“Mena…”
“Che c’è?”
“Guarda lì.”
Lui indicò le due candele appoggiate sul comò all’ingresso. Una era spenta. L’altra era accesa.
Mena gli rivolse un’occhiata interrogativa.
“Guarda. Una candela più si scalda, più si scioglie. Invece, deve restare solida. Altrimenti si consuma e finisce.”
Mena lo guardò a lungo. Poi, con lentezza, prese la candela accesa e la mostrò al prete.
“Se la candela non fosse fatta per quello, perché le abbiamo messo uno stoppino dentro?”
Indicò la fiammella, poi la ripose.
Lui non distolse lo sguardo: “abbiamo il libero arbitrio, lo sai…”
Mena restò zitta; poi, con la stessa lentezza, prese la candela spenta e la portò davanti al volto di Don Marco.
Si sedette di nuovo sul divano, gli occhi fissi nei suoi, e appoggiò la candela tra le gambe, sopra il costume, a diretto contatto con l’inguine.
Accavallò le cosce, stringendola.
“Il calore a volte ce l’abbiamo dentro,” disse piano. “Poi però bisogna fare i conti con la coscienza. E tu ne hai una, Mena. Una serietà che non si discute.”
“Che intendi per serietà?”
“Che non hai mai tradito tuo marito, per esempio.”
“Come fai a esserne così certo?”
“C’è differenza tra fede e fiducia, te l’ho detto mille volte. Io ho fiducia in te.”
Mena lo guardò a lungo. Il peso della candela le premeva tra le cosce, caldo.

“Non ho mai tradito mio marito,” disse finalmente. “Però Francesca sì. Francesca mi sta consumando. Francesca è il mio stoppino.”
Don Marco aggrottò la fronte: “chi è Francesca?”
“Scusa, non avrei dovuto parlartene. Fai finta che non ti abbia detto nulla.”
“Tranquilla. Racconta pure. Chi è?”
“Un’alter ego. Lei ha il coraggio di fare quello che io non posso fare.”
“Parlami di lei.”
Mena lo guardò e gli indicò il posto accanto a sé sul divano.
“Te ne parlo. Se ti metti comodo.”
Don Marco esitò, poi si sedette mantenendo una distanza rispettosa. Lei, con un gesto lento, si stese e appoggiò la nuca sulle sue ginocchia, come su un cuscino. Chiuse gli occhi.
“Mena… non esagerare,” disse lui a voce bassa, senza guardarla.
Lei tenne gli occhi chiusi. Sentiva il calore del suo costume sotto la nuca, il leggero odore di sale e di sole che gli restava ancora addosso.
“Non mi muovo. Non do fastidio. Promesso. Solo… resta così ancora un poco. Ho bisogno di stare ferma.”
Il silenzio tornò per qualche secondo. Poi lei riprese, la voce più bassa, quasi confidenziale.
“Francesca è nata in un momento di vuoto. Roberto non c’era più davvero. Toni era distrutto dal dolore e dalla paura. Francesca non ha paura. Lei vive. Prende quello che vuole.”
Don Marco non rispose.
“Vuoi sapere come vive Francesca?”
"Francesca mi sembra un cattivo esempio..."
"A modo suo, è onesta. Capisce quanto sia fragile la nostra vita."
"Ma davvero?"
" Pianifichiamo tutto, sempre attenti, prudenti, intelligenti in apparenza e poi...?"
"Poi?"
"Mistero. Una lucina nel cervello si accende e cadiamo preda di una sensazione, un ricordo, una fantasia. Mandiamo tutto a puttane per soddisfare un desiderio."
"Se vuoi parlarne..."
"E proprio quello il punto. Francesca non ha bisogno di parlarne. Lei gioca con le parole e con le immagini, crea quelle scene che tutti vogliono assaporare, come se fosse una regista porno!" Non si accorse di essersi infervorata e nemmeno che il prete la guardasse con preoccupazione.
“Mena… hai una doppia vita?”
Lei ridacchiò e sistemò meglio la testa. Sentì un leggero movimento involontario delle cosce del prete, un indurimento quasi impercettibile dei muscoli sotto di lei.
“Sto scherzando, Marco!”
“In che senso?” chiese lui, più teso.
“È una fantasia, ovviamente. Francesca mi aiuta a evadere con la mente. Ma, come hai detto prima, non ho mai tradito mio marito.”
“E di questo sono sollevato.”
“Lo sento.”
“Mena… dai.”
“Scherzo, scherzo,” sussurrò lei ridendo piano.
“Francesca ama provocare. Con le parole. E io la lascio fare, perché dopo mi lascia un po’ più tranquilla. Da quando conosco questa sofferenza mi appoggio su due braccia: una è il potere della mia fantasia.”
“E l’altra?”
Lei sollevò una mano e gli accarezzò il braccio, lenta.
Lui tacque.
“Visto? Innocue fantasie.”
Don Marco sbuffò e si portò una mano alla tempia.
“Che c’è? Anche le fantasie non vanno bene?”
"Le fantasie non sono spesso così innocue," rispose lui. "Diceva Gesù: 'Chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.'"
Francesc…, pardon, Mena aprì gli occhi e fece un sorriso ambiguo. La voce le uscì roca.
"Quindi siamo due modesti peccatori, Marco. Non è una consolazione, vero? Però mi fa sentire meno sola."
“Mena… smettila di agitarti con la testa. Non sono un cuscino.”
“Ho notato.” Sospirò lei, buffamente.
“Dai…”
“Sai, Marco? Sei la prima persona a cui lo dico. Non l’ho mai detto a nessuno. Nemmeno a me stessa, a volte.”
“Immagino il perché.”
“Mi piace parlartene. Davvero. Vorrei raccontarti le fantasie di Francesca. Tanto c’è il segreto confessionale, giusto?”
“Eh…”
“Ti prego. Se non parlo con qualcuno, lei diventa più forte.”
Don Marco tenne la voce bassa e ferma, ma c’era una nota di preoccupazione genuina, quasi tenera.
“Puoi parlarmi di ciò che significano per te queste fantasie, di come ti fanno sentire, di quando emergono e di cosa cerchi attraverso di esse. Non è però necessario entrare nei dettagli espliciti.”
“E perché no? Se restano solo parole, che male fanno?”
“Non sono utili a fini spirituali.”
Mena mosse di nuovo la testa, sentendo il calore delle gambe del prete sotto la nuca. Il movimento fu piccolo, quasi impercettibile, eppure bastò a far stringere le nocche di lui. Era tentata di voltarsi e tuffare il volto sull’inguine, ma resistette. Non sapeva come avrebbe reagito.
“Ti prego, Marco…”
“Mena… no.”
Lui le appoggiò una mano sulla spalla per farla alzare. Lei la bloccò, stringendola alla sua, e la portò verso il punto dove portava il crocifisso. Lui non capì subito.
“Sai cosa cambia tra l’aspetto di Mena e quello di Francesca?”
“No, cosa?”
“Cambia solo questa collanina,” rispose lei, indicando il crocifisso che le pendeva tra i seni. “Francesca non la indossa mai.”
Gliela porse. Don Marco prese il crocifisso tra le dita.
“Sei tu l’altro braccio su cui mi sono tenuta…” disse lei, e come in un riflesso gli spinse il pugno chiuso contro i seni.
Le sue dita restarono un secondo di troppo sulla pelle calda sopra il tessuto. Sentì il battito sotto le dita. Ritirò la mano come se si fosse scottato. Mena emise un suono brevissimo, quasi soffocato.
“Ti prego, non smettere… non ancora.”
Rimasero in silenzio. Le dita del prete, tiepide, restavano ancora sul solco dei seni di lei, bollenti.
“Parlarne con te mi aiuterebbe tanto, davvero. Se resto qui e ti parlo, forse riesco a tenerla a bada.”
“Mena…”
La voce gli uscì più bassa, più nervosa, ma piena di dolcezza.
“Se senti che hai bisogno di dirlo a qualcuno senza essere giudicata, posso offrirti questo spazio.”
“Lo farai davvero?”
A Mena si illuminarono gli occhi. Gli baciò la mano, cercando impercettibilmente di spostarla sul capezzolo, già duro e desideroso di essere toccato. Il prete però restò saldo e proseguì.
“Vorrei dirti una regola importante, però.”
“Va bene…”
“Forse avrei dovuto farlo prima, ma pazienza. Quando una persona si sente ascoltata in profondità, soprattutto se può parlare di aspetti molto intimi senza sentirsi giudicata, può nascere un legame emotivo intenso.”
Mena non parlò. Continuò a sentire il calore delle sue cosce sotto la nuca. La voce le uscì quasi un gemito.
“Lo so. E mi fa paura.”
“Si chiama transfert. È un meccanismo noto in psicoterapia. Il mio compito è accompagnarti, non diventare l’oggetto di quei bisogni. Se emergono, li affronteremo senza alimentarli. Promettilo.”
Mena annuì lentamente.
“Lo prometto.”
“Passa a trovarmi nei prossimi giorni e iniziamo questo percorso, assieme.”
“Va bene…”
“Grazie. Ricordati la promessa.”
“Va bene. Niente contatti fisici d’ora in poi. Lo prometto. Solo… non andartene subito.”
Lui tolse la mano. Per un secondo le dita restarono ancora sulla pelle soffice. Poi le spostò e chiese scusa, imbarazzato.
Si alzò. Non guardò più il divano. Andò verso la porta.
Prima di uscire si fermò.
“Mena…”
“Sì?”
“Non hai bisogno di alter ego. Le fantasie di Francesca sono in realtà le tue. Anche se Francesca ti fa credere il contrario. Non ti sminuire per lei.”
Poi aprì la porta e uscì.
Mentre tornava alla macchina, Don Marco cercò le chiavi e trovò nella tasca del boxer la candela di prima, mezza sciolta, la forma leggermente piegata dal calore delle gambe di Mena.
Gli parve che fosse ancora calda e rossa come le labbra di lei.

Anna
Marta si voltò di scatto e Anna la vide irrigidirsi per un attimo, vedendo avvicinarsi a loro un uomo in accappatoio bianco e mascherina dorata.
Marta non lo riconobbe e l’uomo alzò una mano in un saluto pigro.
“Good evening, ladies. I’m Eddy. A friend of the President.”
Marta si illuminò in viso e gli rispose subito nella stessa lingua.
“Good evening, Eddy. Welcome.”
Anna restò zitta. Il cuore le batteva ancora troppo forte per la comparsa di Marta, e adesso c’era quest’uomo. Eddy. Ospite del presidente. Accappatoio bianco e mascherina dorata. Uno dei veri potenti, dunque.
Eddy li guardò entrambi, poi sorrise dietro la mascherina.
“Were you two having fun together?”
Marta rise, una risata bassa e intima, e allungò una mano ad accarezzargli la pancia sotto l’accappatoio aperto.
“Yes. A little warming up always helps me be more… available for the guests.”
Eddy si sedette in mezzo a loro, proprio sulla spalliera del divano, le gambe divaricate, l’accappatoio bianco che si apriva. Guardò in basso, verso le due ragazze.
“The party seemed boring from downstairs.”
Una cameriera mezza nuda apparve con un vassoio carico di bicchieri e bottiglie, probabilmente seguendo Eddy ovunque andasse. Lasciò i cocktail sul tavolino basso e sparì di nuovo dietro la tenda.
Marta versò da bere e Anna bevve, suo malgrado. Aveva bisogno di tenere la mente lucida, ma il corpo era già stanco, già troppo stimolato da tutto quello che aveva visto e sentito e doveva riprendersi.
Marta le sussurrò in italiano, senza girare la testa.
“Assecondalo. È un ospite del vecchio. Probabilmente molto potente. Non fare la stronzetta proprio adesso.”
Anna non rispose. Guardò meglio Eddy. Sotto la mascherina dorata e i capelli rossicci, leggermente arruffati, si riconoscevano il viso pieno e lentigginoso, la pelle chiara, gli occhi chiari e la barba corta che gli copriva appena le guance. Era di statura media, con una corporatura compatta e un po’ robusta; dalle maniche dell’accappatoio spuntavano le braccia tatuate, coperte da disegni e scritte che gli arrivavano fino ai polsi.
Marta non perse tempo. Mentre Anna beveva il secondo sorso, lei infilò una mano tra le gambe dell’uomo, sotto l’accappatoio, e rise.
“You shouldn’t have kept the boxers on!” Disse Marta, sogghignando. “Ha ancora le mutande addosso!” Disse Marta a Anna, che finse di non averla sentita.
Eddy rise a sua volta, un po’ imbarazzato e un po’ divertito.
“It’s my first party in this house. I’m really distracted.”
Marta rise di più. Con gesti rapidi e giocosi gli tirò giù i boxer lungo le cosce e li fece cadere a terra.
Il membro di Eddy era già mezzo duro, chiaro, non particolarmente lungo ma grosso di circonferenza, con il glande rosato che spuntava appena dal prepuzio, piuttosto lungo. Marta lo prese in mano senza esitazione e cominciò ad accarezzarlo, lentamente, da esperta troia: “There. Better.”
Anna guardava. Non poteva fare a meno di guardare. Era disgustata e spaventata. E una parte di lei, quella parte che odiava, stava già calcolando quanto potere potesse avere un uomo così vicino al presidente.
Marta continuava a muovere la mano su e giù, lenta, stringendo un po’ di più quando arrivava alla base. Eddy emise un suono basso, soddisfatto, e allargò di più le gambe.
“You’re good at this.”
“I know,” rispose Marta in inglese, poi voltò appena il viso verso Anna e aggiunse in italiano, a voce bassissima: “Aiutami, reginetta. O fai la manichina e ci fai scoprire, o ti unisci. Non ci sono altre opzioni, stanotte.”
Anna strinse i denti. Bevve ancora un cocktail. Non l’avrebbe mai aiutata.
Guardò il bianco attrezzo del tipo che cresceva sempre di più tra le dita di Marta, le vene che si gonfiavano, il glande che diventava più scuro e lucido di liquido pre-eiaculatorio.
Marta si spinse in avanti sul divano e scese in ginocchio tra le gambe di Eddy; con un gesto deciso si sfilò il top del costumino e lo lasciò cadere di lato. Le sue tette grosse, un po’ pesanti, si liberarono mostrando la pelle chiara, le areole larghe e scure e i capezzoli duri.
Il contrasto con il seno di Anna, a stento nascosto dal costumino da angelo, era quasi crudele: due boccioli di rosa piccoli, sodi, perfetti, contro quella carne abbondante e matura.
Eddy abbassò lo sguardo e sorrise dietro la mascherina.
Marta non disse niente, limitandosi ad alzare gli occhi verso di lui con uno sguardo malizioso: “Want me to use my mouth, Eddy? Or should my friend here help?”
Eddy rise di nuovo, guardando Anna, incuriosito dalla sua reticenza.
“Both options sound good.”
Anna sentì il sangue salirle alle guance.
Marta continuava a masturbare Eddy con una mano, mentre con l’altra le accarezzava la coscia, salendo lentamente sotto l’orlo del costumino.
“Vedi?” le sussurrò in italiano. “Il corpo non mente mai.”
Anna chiuse gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, Eddy la stava guardando, l’accappatoio bianco completamente aperto da cui sporgeva l’asta pulsante su cui Marta stava lavorando.
La mascherina dorata pareva brillare.
“She’s shy?” Chiese Eddy.
“She’s new,” rispose Marta. “But she learns fast. Don’t you, Anna?”
Anna non rispose. Bevve ancora fino a vuotare il bicchiere.
La cameriera mezza nuda riapparve come se avesse sentito e riempì di nuovo i bicchieri senza dire una parola.
L’alcol continuava a scorrere.
La festa sotto di loro mandava su suoni ovattati di gemiti e risate.
Sulla balconata c’era solo il rumore viscido della mano di Marta mentre lo scappellava lentamente, esponendo il fungo ormai completamente duro, rosso, lucido; ci soffiò di nuovo e poi, di colpo, ci passò sopra la lingua, lenta, dalla base fino alla punta, raccogliendo il liquido trasparente e gustandolo.
Eddy emise un gemito basso.
“Fuck…”
Marta sorrise, con le labbra ancora vicine a quella carne.
“Language, Eddy. We’re ladies.”
Anna sentiva tutto. Il caldo della bocca di Marta a pochi centimetri da lei, i suoni molli, l’odore di cazzo e di alcol. Voleva alzarsi e scappare. Voleva spingere via quella mano. Invece restò seduta, le cosce leggermente aperte, il respiro corto, mentre Marta la toccava e succhiava un altro uomo a pochi centimetri da lei.
“You’re both very beautiful,” disse in inglese. “The President has good taste in… entertainment.”
Marta staccò la bocca con uno schiocchetto, solo il tempo di rispondere: “we try our best.”
Poi Marta tornò a spompinarlo con rumorosi risucchi, mentre le sue dita le scivolavano più insistenti tra le lunghe e snelle gambe di Anna, le trovavano il monte di Venere e lo strofinavano con forza crescente.
Anna emise un gemito soffocato. Odiava quel suono. Odiava Marta. Odiava Eddy. Odiava soprattutto sé stessa per non essersi ancora alzata per andar via.
Marta spugnettava Eddy con una naturalezza quasi professionale, la mano chiusa a metà asta, il pollice che andava a strusciare proprio sotto il glande, raccogliendo gocce di liquido trasparente e spalmandole sulla cappella rovente.
Eddy inclinò la testa di lato, studiando Anna con attenzione.
Lo sguardo scorse sul viso, sulle labbra, sul seno appetitoso e ben visibile dal costumino bianco, sulle cosce voluttuose.
“And what’s the name of our shy little angel?”
Marta rispose senza esitazione, continuando a masturbarlo.
“Anna. But everyone calls her Regina. The Queen.”
Eddy rise, un suono basso e divertito che fece muovere leggermente la pancia sotto l’accappatoio bianco.
“The Queen! God save the Queen!” Fece una pausa, guardandola meglio. “Anna… Ana de Armas? Same innocent face, same mouth.”
Allungò la mano e le passò il pollice sulle labbra. Lo fece lentamente, aprendole appena, scorrendo sull’interno morbido e paradisiaco di quella bocca voluttuosa. Anna restò immobile, indecisa sul da farsi, al contrario di Marta che, come se quella fosse la sua battuta d’ingresso, si chinò e gli riprese il glande in bocca con calma. Dopo alcune succhiate lente Marta staccò le labbra; un filo di saliva restò a unire il labbro inferiore alla curva sotto la cappella per un attimo, prima di spezzarsi.
A quel punto, si voltò leggermente verso Anna senza alzarsi e le afferrò la mano, la guidò fino al cazzo ancora lucido di saliva e ce la chiuse intorno.
“Tocca a te, Regina.”
Le dita di Anna sentirono immediatamente il calore, la durezza, il leggero battito sotto la pelle.
Eddy posò una mano sulla nuca di Anna che oppose resistenza.
“No.”
Marta le sussurrò, tesa: “Non fare storie. Se l’ospite si lamenta con Doran siamo morte. Capito?”
Anna scosse la testa. Marta si voltò verso Eddy.
“She’s new. First time. Maybe just a handjob for now?”
Eddy alzò le spalle.
“Okay.”
Marta sussurrò ad Anna, più bassa, quasi contro il suo orecchio:
“È Acquario, per fortuna. Un tenerone. Non fare la frigida e muovi quella mano o siamo fottute.”
Anna sentì le dita di Marta chiudersi intorno alle sue e guidarle, quasi affettuose.
“Che pelle strana ha un cazzo, vero? Vellutata sulla punta, più ruvida e venata verso la base.”
Marta la accompagnò nel movimento, su e giù, stringendo un poco di più sotto il glande e facendo scorrere il prepuzio. Eddy emise un suono soddisfatto e allargò ulteriormente le gambe, mentre l’accappatoio bianco si apriva del tutto, mostrando un inguine dove i peli biondi e ricci crescevano folti e un po’ irti.
Marta si chinò di nuovo e cominciò a picchiettargli la cappella con la lingua mentre Anna lo masturbava. La sua lingua calda e umida sfiorava di continuo le dita di Anna, lasciando scie di saliva. L’odore era forte, maschile, muschiato, mescolato ad alcol, sudore leggero e lavanda del costumino. Anna sentiva lo stomaco rivoltarsi e, allo stesso tempo, un calore traditore scenderle tra le gambe.
Eddy parlò di nuovo, la voce più roca.
“The most exciting thing about her is that innocent face… I bet she has a whole army of guys chasing after her.”
Marta fermò la lingua soltanto per rispondere, divertita:
“You have no idea how many.”
Si asciugò distrattamente l’angolo della bocca dalla saliva con il dorso della mano e sorrise ad Anna.
“Ci sono tanti, tanti spasimanti per la nostra regina… vero?”
Marta si sollevò parzialmente sulle ginocchia, si spostò di lato abbastanza da poter afferrare la nuca di Anna e la guidò in avanti, facendole perdere l’equilibrio verso il basso; poi, bruscamente, spinse Anna in avanti con la mano sulla nuca. Il glande caldo e salato di Eddy le batté contro le labbra.
Lei aprì la bocca per dire di no e si ritrovò il cazzo tra le labbra, superando la barriera dei suoi denti bianchi e perfetti. Il sapore era deciso, salato, leggermente amaro, mescolato alla saliva di Marta.
Le labbra si chiusero intorno alla cappella e la lingua cominciò a girarle intorno, ancora un po’ incerta.
Ipnotizzata da quel biondo dardo, Anna lo percorse timidamente a partire dalla base, sfiorandone la cresta con piccoli colpi di lingua, assaporandone ogni rilievo. Poi iniziò a muoversi avanti e indietro, le labbra strette a cerchio, scendendo a ritmo sempre più deciso fino a oltre metà dell’asta, là dove sentiva il bulbo di carne premerle contro la gola.
Pensò confusamente che non lo stesse facendo per piacere, ma per un misto di paura e di istinto di sopravvivenza.
Forse era la strada giusta per farcela?
Marta ruppe gli indugi: le aprì le cosce con entrambe le mani, tirò con decisione il costumino da angelo verso l’alto e affondò la lingua nella liscia figa di Anna, già aperta e colante.
La punta della lingua trovò subito il clitoride gonfio e cominciò a stuzzicarlo con ritmi corti e costanti; due dita scivolarono lentamente, si piegarono e cominciarono a massaggiarle le piccole labbra.
Sentiva il caldo della bocca di Marta, il suono, l’odore del proprio sesso ed ebbe un pensiero infantile: per un attimo, la pelle chiara e i peli biondo-rossicci del pube di Eddy le ricordarono Lia.
Il sorriso di Lia.
La lingua di Lia.
Il modo in cui Lia la guardava.
Il ricordo le arrivò come una coltellata e come un’ondata di calore che le spezzò le gambe; si fermò un attimo per deglutire la saliva.
Adesso sentiva veramente l’impulso di succhiarselo tutto e per bene, quel cazzo.
Ora aveva recuperato un po’ di lucidità e quindi avrebbe cercato di applicare più metodo a quello che stava facendo.
Chiuse gli occhi e lo riprese in bocca. Le sue labbra, rosse e lucide come ciliegie mature, scivolavano lente e strette lungo l’asta calda, mentre cercava di tenere le narici aperte per non soffocare quando il glande le premeva in fondo alla gola.
In quel momento a interessarla era soltanto la presenza oggettiva e materiale di quella virilità maschile che le riempiva la gola, e gli effetti concreti che le sue azioni avevano su di essa. Una sensazione energizzante, ma soprattutto di potenza e di controllo in mezzo a quel marasma.
Schiava di quelle sensazioni, Anna sentì l’orgasmo arrivare e poi piombarle addosso.
Eddy si accorse dell’eccitazione di Anna e cominciò a muovere i fianchi, fottendole la bocca con spinte lente e profonde; le lacrime le solcarono le guance, mescolandosi al rossetto sbavato e alla saliva che le colava dagli angoli della bocca.
Quella troia di Marta non si fermò, continuando a bere, a lambirla, a fotterla con le dita.
Un terzo dito, ben lubrificato dalla saliva, le divaricò l’ano e vi penetrò con lentezza, fino alla prima falange, poi più a fondo, muovendosi in sincronia con la lingua. Marta si avvicinò, le labbra bagnate di umori e le parlò con voce suadente e demoniaca, quasi un soffio: “Sai quanti bravi vedovi pensano a questo culetto mozzafiato mentre sono a letto con me? Quanti sognano di violentarti il sederino, di aprirlo piano e poi di forza romperlo… e soffrono in silenzio.”
Il dito scese più a fondo, lento e ostinato, mentre lei proseguiva: “non pensare male di lui, reginetta. È solo innamorato di te. E tu già lo sai, vero? Solo che forse non sapevi questo dettaglio, prima...”
Anna non rispose, la bocca piena di cazzo. Chiuse gli occhi e trattenne le lacrime mentre qualcosa dentro di lei si spezzava. Il secondo orgasmo, più violento del primo, la scosse tutta. Il suo bacino si sollevò incontro alla bocca di Marta; il pistone di Eddy le premeva contro la gola, la faceva tossire, la lasciava tremante e senza fiato, gli occhi pieni di lacrime, mentre Marta non smetteva un istante di leccarle la passera.
Dopo alcuni minuti Eddy scosse la testa, sorridendo dietro la mascherina.
“Did you enjoy that, my little friend?”
Marta sorrise, senza staccare gli occhi da Anna.
“She just realized that someone she knows really loves her ass… and it’s fucking with her head.”
Eddy annuì lentamente.
“Oh, I see…”
"No problem, Eddy. Let’s help her have some fun." Rispose Marta, poi si chinò e aggiunse in italiano, con voce bassa e divertita: "Guarda che fradicia che sei, reginetta. Una troietta nata. Sei fatta per questo, il corpo non mente. Il tuo successo sarà scritto tutto su questo piccolo bottoncino duro sopra la tua vulvetta bagnata."
Poi Marta tornò al cunnilinguo e, con una mano ferma, indirizzò di nuovo Anna verso il cazzo di Eddy. Questa volta lei obbedì senza discutere e lo prese in bocca docilmente, quasi con cura, gustandosi i gemiti di lui.
“Shit… your mouth…”
Rallentò il ritmo, ma ci mise più passione, più intensità; con una mano iniziò ad accarezzargli lo scroto teso mentre continuava a succhiarlo, il membro ormai lucido e scivoloso della sua saliva. Il rumore umido e insistente di quella fellatio echeggiò nel privé.
Mentre Marta la stuzzicava, le anche di Anna si mossero da sole, cercando più contatto. Odiava quel movimento. Odiava il fatto che il corpo chiedesse ancora piacere dopo due orgasmi.
Eddy lo notò e gli scappò un lungo, britannico fischio: “She’s really wet… look at that.”
“I told you she learns fast. Want to try that tiny little pussy?”
Prima che potesse reagire, Eddy si staccò dalla bocca di Anna, si alzò dalla spalliera del divano e scese in piedi davanti a lei; con entrambe le mani le prese i fianchi, la fece scivolare in avanti sul divano finché non fu completamente distesa, poi si sistemò tra le sue gambe, prese il cazzo ancora lucido di saliva e di liquido pre-eiaculatorio e lo allineò tra le sue labbra vaginali.
Guardò Anna negli occhi da dietro la mascherina dorata, sorrise, e spinse. Entrò con un solo affondo, lungo e profondo. Anna aprì la bocca in un gemito acuto che non riuscì a trattenere: il membro, grosso e turgido, la riempiva del tutto; sentì ogni centimetro scivolare dentro, le pareti interne che si allargavano per accoglierlo, finché le palle non le accarezzarono il culo.
"Jesus, not a single hair… I like that."
"Smooth as a little slut… nemmeno un pelo, vero?" Chiese Marta.
Eddy restò fermo un momento, respirando a fondo, poi cominciò a muoversi con spinte profonde, regolari, pesanti.
“Oh, God!”
Il corpo morbido di Eddy la schiacciava contro il divano, l’odore della sua pelle e del suo sudore leggero le riempiva le narici, la mascherina dorata brillava a ogni movimento.
Anna si godette la sensazione di quel sesso ardente possederla in maniera frenetica, uscire quasi del tutto e poi rientrare fino in fondo, la testa turgida che sfregava contro quel punto dentro di lei che la faceva godere come una puttana in calore.
Marta non restò a guardare. Si sistemò di fianco, abbassò il bordo del costumino di Anna e prese un capezzolo in bocca.
“Che tette piccole e sode… so fucking juicy,” mormorò contro la pelle, prima di succhiare il chiodino turgido con forza, tirandolo tra le labbra e graffiandolo appena con i denti. Allo stesso tempo portò l’altra mano tra i corpi dei due cominciò a strofinare il clitoride della moretta con due dita veloci e precise, in sincronia con le spinte di Eddy.
“Ah!!” Anna gemette senza ritegno, ansimando disperatamente.
“Così, reginetta,” le sussurrò contro il seno. “L’ospite è sacro. Fai godere l’ospite. Sei una brava puttanella.”
Anna chiuse gli occhi e il terzo orgasmo cominciò a manifestarsi. Marta accelerò le dita, Eddy accelerò le spinte, chiavandola senza ritegno. Il suono dei loro corpi che si scontravano era bollente, ritmico, osceno. Anna sentiva la sborra di Eddy che avrebbe potuto arrivare da un momento all’altro, e il pensiero che le venisse dentro la fece contrarre intorno al suo membro.
“Yeah… just like that!”
Marta le morse leggermente il capezzolo e salì a sussurrarle all’orecchio: “Vieni. Vieni col suo cazzo dentro.”
Anna venne, per la terza volta.
L’orgasmo fu lungo, profondo, quasi doloroso. Il corpo si inarcò sotto Eddy, le unghie di lei gli si conficcarono nei fianchi, un gemito acuto le uscì dalla gola. Marta continuò a sfregarle il capezzolo per tutto il tempo, allungando l’onda finché Anna non cominciò a piangere di nuovo, questa volta senza lacrime.
Eddy non si fermò. Continuò a scoparla attraverso l’orgasmo, le spinte che diventavano più brevi e più urgenti. Anna lo sentiva gonfiarsi ancora di più dentro di lei. Capì che stava per venire.
“Don’t stop! Ana! God!”
La guardò negli occhi per un secondo, poi si ritrasse di colpo e il vuoto lasciato dal suo attrezzo fu improvviso e freddo, strappandole un lamento involontario.
Eddy si alzò in ginocchio sul divano e avanzò finché non si trovò a cavalcioni del petto di Anna, una mano alla base dell’asta, l’altra che le afferrava i capelli per tenerle ferma la testa.
“Open,” disse semplicemente.
Anna aprì la bocca. Per obbedienza e per stanchezza.
Eddy si masturbò velocemente, il glande a pochi centimetri dalle sue labbra e grugnì di piacere proprio mentre il primo fiotto caldo e denso le colpì il labbro superiore e il naso.
Il secondo le arrivò sulla guancia, il terzo direttamente nella bocca aperta.
Eddy continuò a eiaculare fiotti abbondanti che le sporcarono il mento, il collo, una parte dei capelli, una palpebra.
La sborra di Eddy era calda, cremosa, bianchissima, con quel sapore salato e amaro che Anna conosceva bene. Leggermente più acidula di quella di Toni.
Una parte le scese in gola prima che potesse decidere se inghiottire o meno.
Mentre il sapore salato e denso le riempiva la lingua, Anna si estraniò ed ebbe un pensiero netto, quasi freddo.

Marta si sbagliava.
Suo padre non era innamorato di lei. Era soltanto un uomo. Come il porco che le aveva appena sborrato in bocca: debole, suggestionabile, pronto a perdere la testa per una donna abbastanza intelligente da saperlo manovrare.
Lei gli uomini se li sarebbe mangiati tutti a colazione, uno dopo l’altro.
Non era una puttana: era una regina che fino a quel momento aveva desiderato soffrire per dimenticare… una persona.
Era stata la voglia di sofferenza a portarla fin lì, quella era la verità.
Una parte di lei aveva voluto che finisse così. Era inutile continuare a mentirsi. Le era piaciuto fare la puttana? Sì. Inutile negarlo.
In quel momento le tornò in mente la frase del vecchio: “Il vero potere comincia quando smetti di chiedere permesso al tuo stesso desiderio.”
Lei aveva chiesto permesso fino a quel momento. A sé stessa e alle persone che amava. D’ora in poi, sarebbero stati gli altri a chiedere il permesso a lei.
Non tutto il male veniva per nuocere, comunque. In mezzo a quella degradazione, per la prima volta, aveva visto chiaramente il palco. Un palco alla sua altezza. Doveva solo imparare a muovere le pedine.
Su una scacchiera di uomini, una partita ben giocata avrebbe potuto portarla lontano. Molto lontano.
Ma non con quella stronza al suo fianco. Mai.
Sorridendo compiaciuta dell’alienazione di Anna, Marta staccò la bocca dalla figa, salì lungo quel corpo atletico e cominciò a leccarle il viso, la lingua calda e piatta raccolse la sborra dalla guancia, dal mento, dall’angolo della bocca.
Poi la baciò, insinuando la lingua nella sua bocca e spingendole dentro il sapore misto di sborra e dei suoi stessi umori.
Anna sentì tutto e rimase inerte, tremolante di piacere, il sapore, la lingua di Marta, le dita che ancora si muovevano tra le sue gambe.
Un quarto piccolo orgasmo, più debole ma più lungo e più umiliante, le attraversò il corpo mentre Marta la baciava e le puliva il viso con la lingua.
“Good girl…”
Eddy restò in ginocchio ancora qualche secondo, respirando a fondo, il pene che cominciava ad ammorbidirsi tra le dita. Poi si alzò, raccolse l’accappatoio e se lo richiuse senza fretta.
Marta si leccò le labbra, beffarda, guardò il viso sporco e lucido della ragazza e rise piano.
“Shit… that was perfect,” disse lui, allontanandosi barcollante senza nemmeno salutare, stravolto da quel coito imprevisto.
“Brava, Regina!”
Anna restò distesa sul divano, le gambe ancora semiaperte, il costumino da angelo tirato su fino al petto, le alette storte e schiacciate. Un filo di sborra le colava lenta verso il collo e la clavicola.
Marta le passò un dito sulla guancia, raccogliendo quell’ultima goccia, e se lo portò alle labbra.
“Adesso sei ufficialmente una di noi!”
Anna non rispose. Guardò Eddy allontanarsi, sperando che quell’umiliazione fosse servita a qualcosa.

Mena
Quella notte telefonò a Toni, preoccupata. Non era ancora tornato a casa.
La voce di lui arrivò stanca, un po’ roca.
Si era lasciato definitivamente con Anna, infine.
Mena restò in silenzio un attimo. Non le era mai piaciuta. Meglio così, forse. Era sempre stata una troietta in calore, una di quelle che si strusciano e poi piangono. Non ci avrebbe mai potuto far affidamento.
“Va bene, tesoro. Ne troverai altre mille meglio di lei. Ti aspetto a casa.”
Chiuse la chiamata e restò distesa sul divano. Come una guardona e non come una madre premurosa, il fatto che il figlio si fosse tolto quella palla al piede, invece di rattristarla, la eccitava. Le faceva salire un calore lento e pruriginoso dal basso ventre. La visita di Don Marco non l’aveva aiutata a calmarsi. Anzi. Gli aveva anche lasciato un ricordo della visita in tasca.
Andò in camera, si tolse la vestaglia e si stese sul letto, nuda.
Cominciò ad accarezzarsi piano la fica, senza fretta. Le dita scivolavano lente, raccogliendo l’umidità che le saliva già calda e densa.


Era indecisa.
Poteva masturbarsi fino in fondo, liberarsi, oppure restare così, carica come una batteria piena di umori agrodolci e profumati.
Continuò a toccarsi piano, quasi senza pressione, solo per sentire quanto era diventata sensibile la zona clitoridea.
Ogni tanto stringeva le cosce e tratteneva un gemito corto.
Pensava a Francesca che, da qualche parte dentro di lei, sorrideva soddisfatta.
Restò così per ore, le dita sempre lì, a mantenere viva quella conca di nettare profumato e tiepido, senza mai farla eruttare.
scritto il
2026-08-24
3 3
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.