Morbosa Corrispondenza - Capitolo 21

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Morbosa Corrispondenza – Capitolo 21

Anna
Il pubblico del locale esplose in applausi, e lei, con il fiato corto, restò ferma per un istante al centro del palco, sorridente, il microfono stretto tra le mani.
Indossava un maglione a grandi righe gialle e nere, apparentemente innocente, ma lasciava intravedere la camicia blu sotto, sbottonata quel tanto che bastava per mostrare la scollatura.
La minigonna nera, vertiginosa, sfiorava appena il bordo dei collant, mentre gli stivaletti dal tacco alto accompagnavano i suoi passi con un ritmo deciso.
L’eyeliner rosso sottolineava la linea degli occhi, rendendoli più allungati e intensi, inquieti. Il rossetto rosa chiaro, appena lucido, spegneva la durezza del viso, lasciandole un’aria dolce e provocante insieme.
Sotto le luci, la pelle le brillava come vetro.
Jake, al solito tavolo, sghignazzò, battendo le mani. La catena d’oro gli ballava sul petto grasso, la maglia tirava sulla pancia lucida di birra.
“Brava, regina!” Urlò lui, la voce roca, sporca. “Stasera sei da infarto!”
Anna gli lanciò un occhiolino, rapido, sfacciato, e un minuscolo cenno con il mento.
Jake emise una risata grassa, tronfia, un suono nasale e sporco, come il grugnito di un maiale compiaciuto.
“Ah! La ragazza sa chi comanda qui!” Gridò, battendo le mani sulle cosce. Il naso gli si contraeva a ogni risata, e il respiro gli usciva corto, pesante.
Quando la musica finì, Anna salutò il pubblico con un inchino misurato, i lunghi capelli neri che le scivolavano sulla spalla.
Poi si voltò e scomparve dietro il sipario, il ritmo dei tacchi che si perdeva nel brusio della sala.
Dietro le quinte, il fonico le fece un cenno entusiasta con il pollice alzato, la cuffia penzolante sul collo e la camicia chiazzata di sudore. Il tecnico aveva poco più di cinquant’anni, i capelli radi gli si incollavano alla fronte; il viso largo e lucido, costantemente arrossato, dava l’impressione che avesse appena bevuto.
Era chino sul mixer, le dita sempre in movimento, e si asciugava di continuo il viso con un panno grigio, ormai fradicio. Quando Anna gli si avvicinò, sollevò la testa di scatto.
“Bravissima, come sempre…” Biascicò, passandosi la lingua sulle labbra screpolate.
“La voce ti… ti brillava stasera.”
Anna rise piano, appena un soffio.
“Davvero?” Gli chiese, inclinando la testa. “Non è che hai solo alzato un po’ i bassi per farmi sembrare più calda?”
Lui arrossì, sghignazzò nervoso, asciugandosi la fronte con quel panno ormai fradicio di sudore e polvere.
“Io… be’, forse un pochino… ma con te suona sempre bene. È… è naturale, sì.”
“Mamma mia, che caldo qui!” Lo interruppe lei, sventolandosi con la mano. Poi tirò fuori un fazzoletto nero, in tinta col maglione, e si asciugò lentamente il viso.
Fece un passo avanti, e l’ometto trattenne il respiro; le narici gli si allargarono mentre il profumo di Anna, mescolato al sudore, gli arrivava addosso come un colpo di frusta.
Lei sollevò lo sguardo verso di lui e sorrise appena.
“Allora continua così,” sussurrò piano. “Mi raccomando, eh? Voglio che tu abbia sempre un occhio di riguardo per me. Solo per me. Alla faccia degli altri.”
Gli lanciò uno sguardo complice, ammiccante, mentre lui restava immobile, gli occhi spalancati, lucidi, il viso acceso, la bocca spalancata.
“Ma certo, Anna… io… sì, sempre, giuro.”
“Bene,” disse lei, avvicinandosi ancora di mezzo passo. Si tolse il piccolo fazzoletto di seta con cui si era appena sfiorata la fronte sudata e glielo porse con due dita. “Allora ti regalo questo. Così ti ricordi di me quando tocchi quei tasti.”
Lui prese quel fazzoletto con dita appiccicose, unte e Anna percepì un lieve odore stantio di pelle e sudore nell’aria.
Molto probabilmente quell’ometto si era grattato i genitali poco prima, a giudicare dall’odore nell’aria; ma lei preferì non commentare, limitandosi a sorridere.
“Oh… grazie Anna, io… sì… lo tengo con me, giuro.”
“Non perderlo, eh. Porta fortuna.”
Mentre lo diceva, con le unghie lunghe, lucide di smalto rosa, gli sfiorò la guancia, un gesto leggero, quasi distratto e chinandosi gli posò un lieve bacio, lasciandogli un’impronta di rossetto chiaro.
Il fonico rimase immobile, il fazzoletto stretto tra le mani, il viso acceso.
Anna si voltò, ridendo piano, la voce ancora un po’ roca.
“Grazie, maestro dei suoni!”
E sparì nel corridoio, lasciandosi dietro il povero tecnico col viso acceso, la camicia incollata e il naso subito tuffato nel fazzoletto ancora umido stretto tra le dita tremanti.

Mena
Il profumo del tè alla cannella si mescolava all’odore di disinfettante che sua sorella usava ovunque: sui mobili, sulle maniglie, perfino sulle sedie.
“L’ultima omelia di Don Ugo è stata davvero memorabile,” diceva Teodora. “Ha parlato del peccato della vanità. Oggi le ragazze pensano solo a farsi notare, a sedurre, a provocare.”
Mena la osservava, annuendo con le labbra strette in un sorriso di circostanza. Dentro, però, si chiedeva come potesse davvero considerarlo “indimenticabile”. Don Ugo le era sempre sembrato un vecchio arido, oltre che rincitrullito. Non sorrideva mai e, simile a una vecchia radio, non ascoltava nessuno: parlava e basta.
Teodora la fissò con aria sospettosa, gli occhi piccoli e la bocca petulante.
“Tu non ci vai mai, alla chiesa di Don Ugo. Perché?”
Mena abbassò lo sguardo sulla tazza di tè. Il liquido era troppo caldo, ma lei lo portò comunque alle labbra, giusto per prendersi un istante di tregua. “Vado in quella di Don Marco. Mi trovo meglio lì.”
Teodora ebbe un moto di fastidio, quasi impercettibile. “Ah… lui.”
“Che ha Don Marco che non va?”
Teodora sollevò il mento, come se la domanda l’avesse offesa.
“Ma nulla, certo…” e proseguì, subito dopo: “per cominciare, quella chiesetta è un rudere,” disse con voce stridula. “È in mezzo ai campi, lontana da tutto. Ci sono le erbacce fino al portone, e i muri cadono a pezzi.”
Mena incrociò le braccia, con calma. “La sta ristrutturando,” rispose. “Con i pochi fondi che ha, ma ci crede davvero.”
La sorella agitò la mano nell’aria, lasciando cadere qualche goccia di tè sul centrino all’uncinetto.
“Una passata di vernice non trasforma una catapecchia in un luogo confortevole,” disse.
“I posti sacri dovrebbero ispirare rispetto, non pietà.”
Mena sorrise. “Cristo è nato in una grotta,” ribatté.
Teodora strinse le labbra, infastidita. “Sarà,” borbottò.
Mena capì che sarebbe stato saggio cambiare argomento, ma non fece in tempo. Teodora si sporse leggermente in avanti, i gomiti poggiati sulle ginocchia. Sul volto le si disegnò quell’espressione di finta confidenza che Mena conosceva fin troppo bene: l’aria da pettegola che usava quando stava per dire qualcosa di velenoso.
“Dicono che l’abbiano mandato lì apposta,” sibilò Teodora.
“Un prete di bell’aspetto… spedito in una chiesa dimenticata da Dio. Qualcosa sotto ci sarà.”
Mena sollevò lo sguardo lentamente.
“Non ne so nulla,” rispose, cercando di mantenere la voce ferma. “Ma conoscendolo, non credo ci sia niente di losco. Don Marco è un puro. Crede davvero nella sua missione.”
Teodora scoppiò in una risata sgraziata.
“La sua missione!” esclamò. “Magari quella di sedurre parrocchiane ingenue come te!”
Mena si irrigidì. “Non dire sciocchezze,” replicò piano, ma con un filo di indignazione. “È sempre stato rispettoso. Anzi, sembra non avere alcun interesse per le donne.”
“Oh, smettila,” insistette Teodora, socchiudendo gli occhi in un’espressione sospettosa. “Scommetto che parli spesso con lui, vero? Saprai se ha combinato qualcosa.”
Mena restò muta. C’era sempre stato qualcosa di profondamente volgare in sua sorella, una curiosità sporca, quasi viscida, che nulla aveva a che fare con la fede che tanto ostentava.
Se non fosse nata così bigotta, pensò Mena, sarebbe stata un’eccezionale tenutaria di bordello, tirchia e spietata.
Ma era pur sempre sua sorella. E senza di lei, Roberto non avrebbe mai potuto permettersi le cure. Bastò l’immagine del corpo magro di suo marito, steso nel letto con il respiro corto, a spegnere ogni moto di ribellione.
Rimaneva inspiegabile, comunque, quell’improvviso slancio di generosità da parte di una donna così avara. L’unica spiegazione possibile era che le preghiere di Don Marco avessero davvero funzionato.
“Non so nulla,” disse infine Mena, senza staccare gli occhi dalla tazza.
“Certo,” sogghignò Teodora, accavallando le gambe e lisciando il pesante vestito nero sulle ginocchia. “Non vuoi dirmelo. Chissà perché…”
Mena sentì quella frase come una puntura di vespa: rapida, velenosa. Cercò di ignorarla, ma il tono insinuante della sorella le rimase addosso, appiccicoso come lo sporco lasciato da un piccione.
“Perché non c’è nulla da dire, sorellina.”
Teodora la fissò infastidita: “a proposito,” disse, con una smorfia di disapprovazione, “spero che in chiesa tu non ci vada vestita così.”
Mena la guardò, spiazzata. “Così come?”
“Con quella scollatura, per esempio. Don Marco potrebbe… lasciarsi tentare dalla lussuria. E poi finisce che lo spostano di nuovo, eh?”
Mena abbassò lo sguardo sul proprio vestito. Un abito color panna, semplice, con una scollatura tonda che lasciava appena scoperti il collo e l’inizio delle spalle. Maniche corte, stoffa leggera, la gonna che le sfiorava il ginocchio. Nulla di provocante. Forse solo un’ombra di femminilità che non riusciva a nascondere del tutto.
Davanti a lei, la sorella pareva un monaco in lutto: il vestitone nero fino alle caviglie, la postura rigida, quasi minacciosa.
“È un vestito normale,” bofonchiò. “Non mi pare di mostrare nulla.”
“Mh,” fece Teodora, stringendo le labbra. “La modestia si misura nel modo in cui una donna si offre allo sguardo. E tu…” alzò appena il mento, “hai sempre avuto un modo tutto tuo di farti notare.”
Mena non rispose. Sentì il calore salirle alle guance.
“Non mi interessa farmi notare. Io vado in quella chiesa perché mi fa bene,” disse dopo un lungo respiro, con un tono pacato e deciso allo stesso tempo. “Lì riesco a stare tranquilla. Con me stessa, con la mia fede. In questo periodo ne ho bisogno. Non mi interessano i pettegolezzi della gente. E non dovrebbero interessare nemmeno te, sorellina. Come sai, le gente sparla di tutti.”
Teodora smise di ridere, rimessa in riga. Il suo volto, segnato da rughe sottili e dal cipiglio severo, si fece improvvisamente immobile.
“E Roberto?” chiese, la voce più bassa ma dura. “Come sta?”
Mena esitò un attimo, poi abbassò lo sguardo sul tè ormai freddo.
“Sempre uguale,” rispose piano. “Non si è svegliato.”
Il silenzio calò nella stanza.
“Io prego sempre per tuo marito,” disse infine Teodora. “Che guarisca, o che Dio lo aiuti, in un modo o nell’altro.”
“Spero solo che guarisca,” mormorò Mena. Sollevò lo sguardo, cercando negli occhi della sorella un segno di tenerezza, ma vi trovò soltanto una fredda superiorità.
“Beh,” replicò Teodora, senza la minima esitazione, “con quello che mi costa tenerlo in cura, lo spero anch’io.”
Mena rimase immobile. Le labbra serrate, la mascella tesa. Avrebbe voluto rispondere, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Inspirò lentamente.
“Non parliamone,” disse infine, con voce ferma ma stanca.
Poi, cercando un appiglio, Mena aggiunse:
“Comunque, Alessio sta andando molto bene a scuola. I suoi voti sono migliorati. È un ragazzo intelligente.”
Teodora parve addolcirsi. “Sì, me l’ha detto anche lui. Merito delle tue ripetizioni. Però speravo che fosse Toni a insegnargli a diventare un vero uomo, insomma.”
Mena rise, improvvisamente divertita. “Mio figlio Toni non può sdoppiarsi, lo sai bene,” rispose. “È molto preso dal giardino di casa tua.”
Teodora annuì soddisfatta. “Fa un ottimo lavoro. Il giardino è rinato. Mi ha anche detto che è finita la storia con quella sgualdrina di Anna, vero?”
Mena trattenne un sorriso. “Già. Spero solo che trovi una ragazza perbene. Anche se… mi piacerebbe che stesse un po’ più a casa, in questo periodo.”
“Macché. Meglio che tenga la testa occupata. Stavo pensando che potrà lavorare di più da me: fare il giardiniere e magari aiutare Alessio con le ripetizioni, dopo la scuola. Così si toglierà dalla testa le zoccolette come Anna.”
Mena sollevò lo sguardo, sorpresa. “Intendi dire…?”
“Esatto,” confermò Teodora, senza esitazione. “Ho detto ad Alessio che non verrà più a trovarti dopo la scuola. Tanto vale che resti a casa da me con Toni a studiare. E poi tuo figlio potrà arrotondare qualche soldo in più… nella vita servono!” Aggiunse con tono compiaciuto.
“Sì, hai ragione,” annuì Mena lentamente, con malavoglia.
Ma dentro, le parole le pesavano. Significava meno tempo con suo figlio. E che anche suo nipote ritornava “prigioniero” della madre. Aveva sperato di offrirgli uno spazio libero, sereno, senza giudizi. Ora sapeva che Teodora non lo avrebbe permesso. Si sentì colpevole di avallare quella scelta.
Uscì di casa con quel sorriso educato che da sempre rivolgeva alla sorella. Era brava a sembrare riconoscente.
In fondo, sapeva di doverle tutto: i soldi per le cure di Roberto, persino quella parvenza di stabilità economica che ancora sorreggeva la sua vita. E proprio per questo, la detestava un po’.
Pensò a Roberto: la bocca socchiusa, le mani rigide.
Poi pensò a Don Marco, al modo in cui la guardava, con quel tono piena di affettuoso rispetto. Gli unici uomini a non desiderarla erano quel prete e, ovviamente, suo figlio Toni.
Non aveva voglia di piangere, non più. Eppure, le venne da sorridere.
Un sorriso stanco, fragile, resistente come un giunco.
Era fatta così, Mena: in qualche modo, trovava sempre la forza di amare.

Anna
Nel camerino si era tolta gli stivaletti e si massaggiava lentamente i piedi, le dita che scorrevano sulla pelle calda e tesa dopo l’esibizione.
Davanti allo specchio, la sua immagine la osservava con una calma fierezza: il trucco appena sbavato, i capelli sciolti sulle spalle, il respiro ancora irregolare. Era brava, bella, padrona del palco (e lo sapeva).
Eppure, dietro quello sguardo malizioso, sentiva un vuoto che non riusciva a colmare, un bisogno che nessun applauso riusciva a spegnere.
Le luci del teatro cittadino cominciavano a starle strette, a sembrarle una casa di bambole.
Lei voleva il mare, non la pozzanghera.
Voleva fare il salto.
Ma come?
I video online le portavano un po’ di visibilità, certo, ma solo a livello locale.
Doveva spiccare, uscire dal labirinto dei mediocri. Ma come?
Non bastava certo far colpo sul fonico.
E l’idea di chiedere aiuto a Jake la faceva quasi rabbrividire. Conosceva bene il tipo di “riconoscenza” che lui si sarebbe aspettato.
Un bussare leggero la strappò ai pensieri.
“Entra pure,” disse, senza alzarsi.
La porta si aprì piano e comparve Pippo, il responsabile dei camerini: un effeminato con una camicia maculata che muoveva i fianchi come se stesse sfilando.
“Tesoro mio,” disse Pippo con voce cantilenante, “c’è una ragazza che dice di conoscerti e di essere una tua carissima amica. È su, nella zona soppalcata.”
Anna lo guardò distratta, passandosi un batuffolo di cotone sul viso per togliere l’ultimo residuo di eyeliner.
“Un’amica? Che aspetto ha?”
Pippo alzò un sopracciglio e fece un gesto plateale con le mani davanti al petto, mimando con le mani un seno abbondante.
“L’aspetto di una latteria, cara mia!” Cinguettò, con la sua voce nasale e allegra.
Anna sgranò gli occhi. Il cuore le fece un piccolo salto nel petto. Lia? Chi altri poteva essere?
Dopo tutto quel silenzio, era tornata. Forse voleva chiederle scusa?
Dio, quanto le era mancata.
Si alzò di scatto, il sangue caldo in viso, e seguì Pippo lungo il corridoio.
“Pippo, muoviti, sembri una ballerina ubriaca!” Aggiunse Anna, ilare e trepidante.
Un nodo di speranza che le stringeva la gola.
Non vedeva l’ora di rivederla, di rivedere quei capelli biondi, quel volto dolce, quel corpo tenero e caldo come crema tiepida tra le mani.
Le mancava il modo in cui si cercavano, con dolcezza, senz’altro che il loro amore.
Forse bastava un abbraccio, un sorriso, e tutto si sarebbe aggiustato.
Scostò la tenda all’ingresso della sala e la cercò con gli occhi, il cuore che le batteva forte.
Ma Lia non c’era.
Invece, proprio lì davanti a lei, a pochi passi, seduta con un bicchiere di vino in mano, c’era Marta.
Anna si bloccò, la delusione che le si leggeva sul viso al pari del disgusto.
Marta la guardava con aria divertita, alzando un sopracciglio, godendosi ogni secondo di quella sorpresa.
Aveva i capelli raccolti, il solito rossetto scuro, un vestito molto scollato.
“Oh…“ Esclamò Marta, con un tono mellifluo, tagliente: “mi sa che aspettavi qualcun altro, a giudicare da quella faccina triste.”


Teodora
Nel sogno, la stanza si riempiva di un odore dolciastro: sudore, talco, vino scadente. Il letto cigolava piano, l’aria era piena dell’odore del fumo di sigaretta mescolato a quello del dopobarba di Sergio.
Teodora ricordava così bene quel periodo da sognarlo la notte.
Era al quinto mese di gravidanza di Lia. Il ventre le pesava, la pelle le tirava, la schiena le doleva.
“Sarà una bambina,” gli aveva detto lei, visibilmente emozionata. “La chiameremo Rosalia, come mia zia. Lei mi ha lasciato tutto, è giusto così.”
Lui non aveva reagito. Il solito sorriso strafottente, come se la cosa non lo riguardasse.
“Fa’ come vuoi,” aveva risposto, spegnendo la sigaretta nel piattino sul comodino.
Curiosamente, quella conversazione aveva avuto degli strascichi imprevisti.
Da quella volta, lui era cambiato nei suoi rapporti con lei. Non era diventato più affettuoso, ma più… schifosamente presente. Sembrava in calore. Un’attenzione costante, pruriginosa.
Ogni notte, entrava in camera tardi e si avvicinava senza dire una parola, già infoiato.
Di solito si posizionava a cucchiaio verso di lei, stringendole le natiche con una mano e infilandole l’altra mano sotto la camicetta, palpando senza troppi riguardi le mammelle gonfie e facendole inturgidire i capezzoli.
Lei mugolava appena, cercando di trattenersi, mentre le dita di Sergio seguivano il percorso che dalle sue natiche scorreva verso il sesso della moglie, mimando attraverso le mutandine un ditalino sopra le sue labbra vaginali, gonfie e schiuse.
A questo punto iniziava a ridere, piano, insultandola, come se si divertisse a vedere la sua vergogna mentre le infliggeva quelle ruvide carezze.
“Quanto sei grassa, cazzo”.
“Dai, Sergio…”
“Lo sai, ogni volta che ti scopo mi ricordo di quell’amico che ci raccontava di trombarsi le mucche della sua stalla. È esattamente così che lo immagino. Ti direi che sei una vacca, ma sarebbe un insulto per quelle povere bestie: loro, almeno, non sono così pelose!”
“Smettila, Sergio…”
“Guarda come ti stai allagando la passera…La mia vaccona è eccitata, vero?”
Diceva Sergio e con la mano sinistra le strinse il collo, mentre con l’altra le afferrò un fianco, infilandole dentro il membro in una sola, possente spinta sino alla radice, sino in fondo alla sua cervice ed iniziando a scoparla ritmicamente, sfogandosi come un animale.
“Fai…fai piano…”
Dalla sua posizione, i loro occhi non si incontravano mai.
“Zitta vacca e fammi concentrare…” Grugniva lui, stringendo i denti per darle colpi decisi.
Lei si sentiva sporca, ma non reagiva. Ancora più doloroso era sentirsi tradita dal proprio corpo, incapace di rimanere neutra, incapace di spegnere quelle reazioni automatiche che la colpevolizzavano ancora di più.
“Guarda come gode, la donna cannone.”
Taceva. Restava ferma, aspettando che tutto finisse.
Quando, finalmente, suo marito venne, le scaricò in vagina una copiosa quantità di sperma che iniziò a colare sul materasso, formando una pozza.
Sapeva che avrebbe sentito quell’odore per tutta la notte, ma a Sergio non interessava.
Ogni notte lui trovava un modo per farla sentire piccola, colpevole, inadeguata.
Col tempo, aveva cominciato a crederlo un dovere, il prezzo da pagare per essere una buona moglie.
Almeno, pensava, in quei giorni forse non la tradiva. Eppure sentiva che in lui c’era qualcosa di malato, una sorta di crudele compiacenza nel vederla impaurita.
Al termine del nono mese, Teodora era esausta. Sergio aveva avuto rapporti completi con lei tutte le notti per i precedenti quattro mesi, eiaculando puntualmente dentro quella vagina dilatata all’inverosimile.
Lei non ne poteva più. Una sera, l’ennesima, mentre lui si avvicinava a lei, il pene massiccio già eretto, Teodora ebbe il coraggio di fermarlo con una mano sulle spalle.
Lo implorò, la voce rotta dalle lacrime: “basta, Sergio. Ti prego. Almeno fino al parto.”
Lui la fissò in silenzio, gelido, poi si voltò sbuffando. “Come vuoi, lardona…” mugugnò con tono sarcastico, “credo che mi cercherò altri passatempi, in futuro.”
Lei si mosse, come per allontanarsi, ma lui la bloccò stringendole forte il braccio, crudele e pesante: “Ah-ah. Resta lì.”
Rimase accanto a lei, immobile. Poi si allontanò appena, voltandole le spalle, come per ignorarla.
Iniziò a masturbarsi, accanto a lei.
Teodora chiuse gli occhi. Provò disgusto e rabbia, un senso di colpa acuto che le fece bruciare le guance. Si sentiva sporca e impotente, intrappolata tra ciò che desiderava reprimere e la realtà che non poteva cambiare.
Eccitato, Sergio aumentava sempre di più il ritmo della sega fino a venire, copiosamente, sul corpo di lei, pietrificata, irrorando col suo sperma caldo i seni e il pancione della moglie.
Nel sogno, tutto si confondeva. Sergio le porgeva il cazzo, ancora sporco di sperma, ordinandole di prenderlo in bocca per pulirlo da ogni residuo. Ma il suo volto cambiava lentamente, fino a diventare quello di Toni.
Teodora urlò.
Un’ondata di calore le attraversò il corpo, poi si destò di colpo.
La stanza era immersa nel buio. Le lenzuola, umide. Il cuore, fuori controllo.
Rimase seduta sul letto, lo sguardo perso davanti a sé, il sogno le pulsava addosso, incredibilmente reale.
Si alzò barcollando, uscì dalla stanza e si diresse verso il bagno.
Nel corridoio incrociò Luca.
Una versione sbiadita, fallita, dell’uomo che era stato suo marito.
Che schifo.
Guardandolo, rivide quelle stesse mani su di lei, ovunque.
“Mamma… tutto bene?”
Lo schiaffo partì prima ancora che se ne rendesse conto.
Un colpo secco, rabbioso, carico di frustrazione.
“Zitto e torna a letto,” ordinò tra i denti, passandogli accanto.
Luca restò a terra, le mani sul viso, le lacrime che gli scendevano lungo le guance.
Dopo quell’episodio della gravidanza, quando le inflisse l’umiliazione di ricoprirle il corpo del suo seme malvagio, Sergio smise di cercarla con la solita insistenza.
Dopo il parto di Lia (e durante le gravidanze seguenti) la presenza di Sergio nel letto coniugale divenne sporadica.
Ma le ferite non si chiusero mai.
In confronto, uno schiaffo era niente.
Un gesto minimo.
E nessuno avrebbe potuto capire.
Tranne forse Toni, pensò Teodora, tornando nel letto ancora madido dei suoi umori aciduli.

Lia
La luce del bagno le tagliava il viso con dolcezza, mettendo in risalto la pelle ancora calda del vapore. Lia si guardò allo specchio, più a lungo del solito. Dopo anni a evitare il proprio riflesso, c’era qualcosa di nuovo nei suoi occhi: un compiacimento sottile, quasi colpevole.
Il vapore le aveva arrossato la pelle chiara del petto e delle guance, rendendola più viva, più sensuale. Si passò un dito sulle labbra, come per provarne la consistenza, e sentì quel gesto banale farsi intimo.
Aprì il rossetto bordeaux e lo passò con gesti misurati, seguendo la linea della bocca finché il colore non risultò pieno, lucido. Si osservò mentre lo faceva, concentrata sul movimento lento della mano e sul riflesso che cambiava sotto la luce. Quel gesto le dava un piacere sottile, come se, truccandosi, si concedesse il diritto di piacere a qualcuno (o solo a sé stessa).
Poi prese il blush e lo passò leggermente sulle guance, quel tanto che bastava a farle sembrare appena più calde, più vive. Un tocco di mascara, una passata veloce alle ciglia, e si fermò di nuovo a fissarsi.
Non serviva altro. Aveva imparato che bastava poco per piacersi.
E per piacere.
Osservò come il vestito bianco le segnasse le curve, teso sul seno pieno, stretto ai fianchi. Le sembrò quasi troppo, ma sapeva che le stava bene.
La scollatura profonda incorniciava il seno pieno, che si muoveva piano a ogni respiro. Era diventata la sua divisa quotidiana: ne aveva comprati diversi identici, tutti uguali, perché ormai quel modello le apparteneva. Non indossava reggiseni: si era convinta che fosse più comodo così, per lavorare senza impaccio.
Il riflesso la fissava con un’aria nuova: non più una ragazza incerta, ma una donna forte, indipendente. Si sfiorò il punto tra la scollatura e l’incavo del collo, come a controllare la morbidezza della pelle.
Le labbra bordeaux disegnavano un sorriso sottile. Divise i capelli con cura e li intrecciò in due trecce morbide, strette alla base del collo e lasciate sciolte sulle spalle, con ciocche ribelli che le sfioravano il viso.
Negli ultimi mesi lei e suo padre Sergio erano diventati inseparabili. Lei non usciva quasi più. Non sentiva il bisogno di farlo. Ogni cosa che le serviva era dentro quella casa.
Si svegliava per preparargli la colazione, gli sistemava le camicie, faceva le commissioni per lui, e si sentiva utile, necessaria. Quando lui la chiamava “la mia teppistella”, con quella voce bassa, rauca, in cui si mescolavano affetto e possesso, Lia sentiva un calore fisico, un senso di appartenenza che le serrava il petto.
La casa era diventata il loro rifugio, una tana silenziosa dove nessuno poteva entrare. Lì dentro c’era solo lui. E lei, pronta a curarlo e servirlo.
Si accarezzò le trecce, sistemando una ciocca dietro l’orecchio. Aveva imparato a farsi apprezzare da lui in modi sempre più sottili: un profumo, una piega del vestito, la voce più bassa quando gli parlava.
La casa era silenziosa, come sospesa. Nessuno dei due voleva interruzioni, interferenze a quel loro rituale.
Nessun rumore esterno, nessuna telefonata, nessuna voce che interrompa.
Era una vita chiusa, ma Lia la sentiva come un rifugio.
Ogni gesto (il trucco, il flacone di olio che si apre, la preparazione del massaggio, il tono calmo con cui gli parlava) era parte di quel rituale.
Quando lui voleva, bastava un cenno e lei sapeva già cosa fare.
Le piaceva prepararsi con calma, sistemare l’olio, scegliere la musica, stendere il telo.
A volte i massaggi duravano ore: bastava che lui si sdraiasse, che sollevasse la maglietta, e lei sapeva già cosa fare.
Consumava un flacone d’olio a settimana; lo scaldava tra le mani, poi cominciava sempre dai piedi, con movimenti lenti, misurati, che si facevano più profondi man mano che risaliva. Lui chiudeva gli occhi e lasciava fare. Ogni tanto le diceva che aveva mani miracolose. O che era troppo bella per sprecarle con un vecchio come lui.
Quelle parole le strappavano un sorriso, ma dentro provava anche la soddisfazione quieta di chi sa di saper fare il proprio mestiere.
Era orgogliosa che non avesse più dolori.
Ma era ancora più felice che da mesi non ci fossero altre donne.
Si ripeteva che non era gelosia. Temeva solo che si approfittassero di lui, tutto qui.
Uscivano poco. Le rare volte che qualcuno la invitava fuori, trovava sempre una scusa.
“Sei pronta?” La voce di Sergio arrivò dal soggiorno, profonda, un po’ roca.
“Un minuto!” Rispose, ma restò ferma, lo sguardo ancora sullo specchio.
Pensò che non avesse senso truccarsi per un massaggio a casa. Ma poi si disse che ci si fa belle per sé stesse.
Si guardò negli occhi, sorridendo appena.
Osò provare un po' di vanità, pensando a tutti i complimenti di cui suo padre la riempiva: “hai degli occhi stupendi… Un viso che incanta… delle labbra perfette.”
Si sentiva viva.
Prese il rossetto, ritoccò appena il bordo e sorrise, inspirando piano.
L’olio era già sul comodino.
Poi uscì dal bagno, pronta per un’altra giornata come tante, identica a tutte le altre e rilassante, come tutte le altre.

Anna
“Sei stata bravissima stasera,” disse Marta. “Ti sei proprio meritata il soprannome di regina”.
“Cosa vuoi?” Chiese Anna, ostile.
“Solo parlarti,” rispose Marta, stringendosi nelle spalle. “Sei come una figlia per me, lo sai. Non posso fare una chiacchierata con la figlia del mio fidanzato?”
“Non scherzare,” ribatté lei, inespressiva. “Il fatto che tu vada a letto con mio padre non ti dà il diritto di certe confidenze. Resti una sconosciuta. E probabilmente anche una truffatrice”.
Marta alzò le braccia, continuando a sorridere. “Rilassati, non sono qui per litigare. Seppelliamo l’ascia di guerra. Voglio solo parlarti, tutto qui. Niente trappole.”
Incrociò le braccia, fissandola con aria sospettosa. “Ti ascolto, Marta. Tutta orecchie.”
Marta inclinò appena la testa, la voce compiaciuta. “Potrei sposare tuo padre anche domani, se mi andasse.” Si osservò le unghie con una calma studiata, quasi annoiata, parlando come se stesse commentando il bel tempo. “Davvero, mi basterebbe un cenno.”
Anna fece una smorfia di disprezzo e sollevò un sopracciglio. “Questo è ancora da vedere. Puntavi al matrimonio fin dall’inizio, vero?”
“Fammi finire,” disse Marta con una risata leggera. “Potrei farlo davvero, e lo sai. Ma so anche che tu ti opporresti con tutte le forze. E io non voglio che il povero Luigi soffra… dopo tanti anni da vedovo ha già abbastanza da sopportare, con un amore così grande per una figlia così perfetta.”
Anna scosse la testa, interrompendola di nuovo. “Ti preoccupi delle sofferenze altrui, adesso?”
“Mi preoccupo di evitare casini,” rispose Marta, stringendosi nelle spalle. “Non ho più l’età per sprecare energie in piccoli...imprevisti.”
“Arriva al punto. Non ho tempo da perdere.”
Marta la fissò, la testa leggermente inclinata, gli occhi che le scorrevano addosso. ”Di che segno sei, piccola?”
“Sei pazza…”
“Rispondi, dai”.
“Capricorno. Dove vuoi arrivare?”
Marta si illuminò, annuendo vigorosamente. “Lo sapevo. Ambiziosa, testarda, glaciale… e instancabile. Hai fatto bene a scaricare quel cetriolone di Toni, ti avrebbe ostacolato nei tuoi progetti. E comunque, ti ho sentita cantare. Sei una predestinata, Anna. Ti serve un palcoscenico più grande, una fama all’altezza della tua bravura.”
“Non sono affari tuoi.”
“Ma come pensi di ottenerlo, questo palcoscenico?” Insistette Marta, la voce tagliente. “Andando a letto con Jake? Quel maiale puzzolente? Potrebbe persino funzionare, chissà”.
Anna non rispose. La voce di Marta la irritava e la incuriosiva allo stesso tempo. Tutto le sembrava assurdo, quasi teatrale. Forse stava solo sognando.
“Diciamo che ci riesci,” continuò Marta, piegandosi in avanti. “Lo porti a letto. Facile. Una bella spremuta di würstel suino tutta per te, complimenti. Lui ti promette supporto. E poi? Chi ti garantisce che manterrà le promesse? Sai quante ragazze si sono illuse di potercela fare in questo modo?”
Anna serrò la mascella. “Io non sono come te. Non uso gli uomini per arrivare dove voglio”.
Marta ghignò, inclinando la testa di lato. “Certo che lo fai. È nella tua natura. Non serve che te lo insegni nessuno, l’hai sempre saputo. Ti sei solo esercitata col tempo, lo so bene”.
Anna la squadrò, gelida. “Hai trovato il mio diario, vero? Lo sospettavo. Ti sei permessa di leggere i miei ricordi più intimi solo per approfittare meglio di mio padre. Dovresti vergognarti”.
Marta rimase immobile per qualche secondo, poi un sorriso le increspò le labbra, lento, pieno di ironia.
“Approfittare”… Ripeté piano, divertita, facendole il verso. “Che parola elegante. Un po’ ipocrita, però. Tu lo sai bene cosa ho fatto davvero, per ridurre tuo padre ai miei piedi.”
Anna distolse lo sguardo, un brivido di imbarazzo che le saliva lungo la schiena.
“E intendo proprio ai miei piedi. Ho faticato tantissimo… potrei dirti che mi sono fatta il culo, letteralmente.” Aggiunse, con tono soddisfatto.
“Sei solo melma…”
“Comunque sia, è proprio quella la lezione,” disse Marta, con voce improvvisamente seria, quasi da insegnante. “Non basta essere spregiudicata: bisogna sapere dove colpire”.
Anna la fissò, le labbra serrate, la rabbia che le saliva piano, insieme a un fastidio che le si attorcigliava nello stomaco.
“Devi conoscere i desideri di una persona,” continuò Marta, senza scomporsi, “e puoi farne ciò che vuoi. Alla tua età avrei voluto qualcuno che mi parlasse così apertamente”.
“Come sono fortunata,” ribatté Anna, sarcastica.
Marta si piegò verso di lei, così vicina che Anna sentì il suo respiro caldo sfiorarle l’orecchio. Le parlò con una voce bassa, maliziosa, che le provocò un sussulto.
“Vedi, piccola, io potrei davvero aiutarti. Potrei portarti esattamente dove vuoi arrivare, se accettassi due semplici condizioni”.
“E sarebbero?” Chiese Anna, fingendo disinteresse.
“La prima, che diventiamo amiche. La seconda, che tu smetta di ostacolare…” fece un gesto vago con la mano, arricciando le labbra, “l’uomo che ama entrambe, nei suoi progetti di felicità. Ci siamo capite, vero? Sei così sveglia, non serve che aggiunga altro.”
“Non accetterò mai di essere complice di una truffatrice,” ribatté Anna, fredda. “E non chiamarmi piccola”.
Marta rise sguaiatamente, ad alta voce.
“Allora mettiamola alla prova, questa truffatrice. Tornerò alla prossima esibizione, e vedrai quanto possa esserti utile il mio supporto”.
Anna si alzò senza dire nulla, il volto teso, e le passò accanto senza degnarla di uno sguardo.
“A presto, piccola regina,” disse Marta, con un buffo cenno della mano, “mi farò viva presto. Pensa alle mie parole”.

Lia
L’aria aveva un profumo caldo e speziato: Lia aveva appena strofinato tra i palmi qualche goccia d’olio da massaggio allo ylang-ylang e pepe rosa.
Sergio sedeva sulla poltrona di pelle chiara, il busto nudo, i boxer che lasciavano scoperte le gambe robuste.
Lei si avvicinò in silenzio, posando le mani sui suoi trapezi. La pelle del padre era calda, appena umida. Fece scorrere l’olio lentamente, in ampie linee verticali, dalle spalle alla metà della schiena, seguendo con cura la linea dei muscoli, le tensioni che si scioglievano piano sotto i polpastrelli.
Sergio emise un respiro profondo, un suono basso di sollievo: “così va meglio,” bisbigliò.
Lia non rispose. Continuò soltanto a muovere le mani, lente, con ritmo costante, premendo con la giusta forza, poi risalendo per distendere. Si sentiva il respiro di entrambi sincronizzarsi, uno più calmo, l’altro che si lasciava andare.
Lia versò di nuovo un po’ d’olio tra le mani, questa volta in quantità maggiore. Il flacone rilasciò un profumo più intenso: una nota calda, leggermente speziata. Sfregò i palmi finché non sentì il liquido diventare tiepido, poi riprese a lavorare sulle spalle di Sergio.
L’olio, più abbondante, si stendeva con facilità, lasciando un sottile riflesso lucido sulla pelle. Lia distribuì il prodotto in modo uniforme, con ampi movimenti, spingendo dal centro della schiena verso l’esterno, poi risalendo lungo i trapezi: pressione costante, movimenti continui, senza mai perdere il contatto.
La maggiore quantità d’olio rese il massaggio più fluido. Le mani di lei scorrevano senza attrito, e i muscoli di lui reagivano visibilmente, allentando la tensione. L’aroma dello ylang-ylang, più concentrato, dava alla stanza un’atmosfera calda, quasi balsamica.
Lia lavorava con metodo: alternava movimenti lenti, con il palmo intero, a spinte più mirate con i pollici. Ogni volta che trovava un punto rigido, applicava una pressione leggera e continuava finché non sentiva il muscolo cedere sotto le dita; l’olio, denso ma setoso, lasciava una leggera sensazione di calore sulla pelle.
Dopo aver terminato la parte superiore della schiena, Lia si spostò più in basso, seguendo le linee laterali del dorso con ampie pressioni che terminavano sui fianchi. Riprese l’olio e lo distribuì uniformemente, facendo attenzione a coprire ogni zona.

Aveva imparato a conoscere ogni curva del corpo paterno: le spalle larghe, la schiena tesa, il modo in cui respirava piano quando le sue mani scivolavano sui muscoli.
“Più forte?” Bisbigliò lei.
“Così va bene” rispose lui, la voce profonda, rilassata. Lui amava sentirla parlare a bassa voce.
Sergio la osservò, senza smettere di sospirare.
“Sei stupenda… il rossetto oggi ti sta… perfetto.”
Lia arrossì, le mani che sfioravano ancora i suoi muscoli.
“Grazie…” rispose piano, cercando di non tradire il battito accelerato del cuore.
“Anche il trucco così, naturale… ti dona davvero,” disse piano. “Ti illumina gli occhi, e… ti fa sembrare radiosa.”
“Sei… troppo gentile, papà” balbettò, gli occhi chiari che non riuscivano a staccarsi dai suoi prima che lui si voltasse di nuovo.
Per un po’ rimasero in silenzio. Solo il suono dell’olio e del respiro.
Poi, con tono distratto ma non troppo, Sergio chiese:
“Lia, ma tu… frequenti qualcuno?”
Lei si bloccò un istante, le dita sospese sulla schiena.
“Qualcuno?” Ripeté, come se non avesse capito.
“Sì. Un ragazzo. Un amico. Qualcuno che ti porti a cena o che ti faccia compagnia la sera.”
Scosse la testa, continuando a massaggiare, concentrata.
“No. Non frequento nessuno. Non avrei nemmeno il tempo. Tra la casa, la spesa, il lavoro…” fece una pausa breve “…e te.”
Lui sorrise senza voltarsi. “E me, già.”
Un altro silenzio. Poi la voce di Sergio si fece più bassa:
“E… la tua vita sessuale?”
Lia trattenne il fiato, arrossendo senza sapere perché.
“La mia…?”
“Sì. Se frequentassi qualcuno, dovresti pensarci. Alla pillola, o al preservativo. Non mi fido dei ragazzini in giro.”
Lei deglutì, confusa.
“Non ne ho bisogno. Non vedo nessuno, non… non mi interessa.”
“Davvero?”
“Davvero. In questi mesi l’unica persona che ho visto o con cui ho parlato sei tu.”
Sergio annuì piano, senza muoversi. La sua voce si fece quasi tenera.
“Già. Che vita triste.”
Lia sorrise, cercando di alleggerire l’imbarazzo.
“E con te, di sicuro, non servono certe precauzioni.”
Appena lo disse, si rese conto di quanto suonasse strano.
Si morse il labbro, provando a correggersi:
“intendevo dire che… che non…”
Lui la interruppe, voltandosi verso di lei con uno sguardo che la disarmò.
“Ho capito, tranquilla.”
Per un momento restarono così, a guardarsi. Poi lui le accarezzò piano la guancia.
“Non serve spiegare sempre tutto, Lia.”
Lia cercò di alleggerire la situazione, ma la voce le uscì più esitante del previsto.
“Allora… è andato bene il massaggio?”
Sergio aprì gli occhi e si voltò verso di lei.
“È andato benissimo,” rispose con un sorriso quieto. “ma tu lo sapevi già, teppistella”.
Lia annuì, ma non trovò subito le parole. Si accorse che aveva ancora le mani completamente unte. Si guardò intorno in cerca di un asciugamano, ma non ne trovò uno a portata di mano.
Senza riflettere troppo, strinse i palmi unti contro la maglietta chiara di cotone, morbida e leggermente larga. Non portava reggiseno durante il massaggio, così l’olio scivolò, assorbito rapidamente, lasciando sul tessuto macchie lucide e scure, che seguivano il movimento del suo corpo.
Non si accorse che la stoffa aderente rese i suoi seni grandi e sodi ben visibili, due meloni acerbi con i capezzoli sporgenti attraverso la maglietta bagnata d'olio.
“Grazie per sopportarmi…” disse Sergio, la voce bassa, quasi un soffio.
Lia si voltò verso di lui. Per un attimo rimase in silenzio, poi il suo sorriso si addolcì.
“Non ti sopporto,” rispose piano. “Ti voglio bene, è diverso.”
Fece un passo avanti e lo abbracciò.
Sergio rise, stringendola piano. “Sei l’unica, temo.”
Lei si chinò e gli posò un bacio leggero sulla guancia, un gesto rapido, quasi distratto, ma pieno di calore.
Percepiva il corpo di Sergio che tremava sotto il suo tocco, il respiro che cambiava ritmo, più lento, più profondo.
Poi si accorse di un irrigidimento improvviso sotto la stoffa dei boxer di suo padre, un piccolo scarto nel corpo che prima era morbido e disteso.
Si bloccò, arrossendo fino alle orecchie, guardandolo. Il bozzo era ben visibile e aveva un lieve movimento ondulatorio. Il suo pene sembrava pulsare sotto il tessuto dei boxer e Lia poteva vederne chiaramente il movimento.
Sergio, di colpo rosso come un peperone, abbassò la voce: “scusami… A volte succede quando mi rilasso troppo. Di solito riesco a… gestirla. Ti prego, non ti arrabbiare.”
Lia arrossì di colpo, le mani sospese a mezz’aria e sussurrò: “oh. Tranquillo, io… non volevo…”
Lui la interruppe, gentile. “Non è per te. Cioè sì, è anche per te, ma non è voluto.” Sorrise, balbettando come raramente gli succedeva.
“Ah…” mormorò Lia, cercando di sorridere. “Capisco.”
“Di solito riesco a… nasconderlo,” continuò lui, con un tono a metà tra l’imbarazzato e il rassegnato.
“Nasconderlo? Quando ti faccio i massaggi?” Chiese lei, arrossendo ancora di più.
“Sì,” disse, voltando appena la testa. “Tra le gambe. Ma stavolta è stato troppo improvviso.”
Lia si lasciò sfuggire una risata breve, nervosa, e il rossore le salì fino al collo.
“Forse dovremmo interrompere,” suggerì lui, più per scrupolo che per convinzione.
Lei scosse la testa, cercando di riprendere il controllo del tono.
“Non importa. È… solo una reazione fisiologica. Nessun massaggiatore serio smetterebbe.”
“Allora dammi un minuto. Magari riesco a farla passare.”
“Non serve,” disse lei, abbassando la voce e versandosi altro olio sulle mani. “Rilassati soltanto. Ti massaggio anche l’addome, così completo il lavoro.”
Sergio annuì piano, lasciandosi andare contro lo schienale della poltrona.
Lia si spostò in avanti, inginocchiandosi sul bordo del cuscino davanti a lui per avere più stabilità. Appoggiò le mani al centro dell’addome del padre, appena sopra l’ombelico, e cominciò a muoverle con movimenti ampi e regolari.
Usava la parte morbida dei palmi, disegnando cerchi che seguivano il ritmo naturale del respiro. A ogni espirazione, la pressione si faceva più profonda; a ogni inspirazione, le dita risalivano leggermente, lasciando scorrere l’olio sulla pelle.
Sospirando, Lia sentiva le mani muoversi quasi da sole, lente, metodiche, come se la pelle di Sergio le guidasse.
Quando le dita arrivarono alla vita, Lia si accorse di trattenere il fiato. A catturarla era soprattutto quel punto, là dove il boxer si piegava, rivelando quel muscolo centrale, compatto e potente, che sembrava racchiudere tutta la forza del padre.
Continuò a massaggiare, fingendo concentrazione, ma in realtà osservava quel movimento ipnotico, l’alternarsi di contrazione e rilascio, la pelle che tremava appena sotto le sue dita. Le sembrava un cuore che batteva fuori posto, una presenza viva che rispondeva a ogni suo tocco;
ogni volta che il pene del padre si muoveva, le sembrava che respirasse anche lei, nello stesso ritmo.
Cercò di distogliere lo sguardo, ma non ci riuscì.
Era come se tutto il resto della stanza fosse scomparso: la luce, l’olio, il respiro di Sergio, tutto ridotto a un solo punto di attenzione, a quell’appendice che si muoveva lenta e sicura, viva e turgida a pochi centimetri dalle sue mani.
Sergio aprì gli occhi per un istante. Li vide chiari, limpidi, e quando si posarono su di lei, Lia avvertì una scossa impercettibile.
Il battito del cuore le martellava nelle orecchie, mentre sospirava e muoveva le mani senza tregua.
Lui ebbe un sussulto improvviso, uno spasmo di gradimento che spezzò il ritmo lento del massaggio. Lia, sorpresa, perse per un attimo l’equilibrio e le sue mani, piene d’olio, scivolarono sul suo ventre. In un istante si trovò più vicina di quanto avesse previsto, il petto che urtò contro il grembo del padre, il florido seno unto che aderì alla stoffa dei boxer, tesi allo spasimo.
Il rumore secco del contatto si confuse con un piccolo gemito di sorpresa. Lia si tirò appena indietro, con un sorriso incerto sulle labbra.
“Scusami papà…sono scivolata!” Balbettò, cercando di ridere per sciogliere l’imbarazzo.
Ma Sergio non rise. Rimase immobile, il fiato corto, lo sguardo piantato su di lei.
Lia sentì il suo respiro così vicino da sfiorarla. Rialzò appena il viso, il volto teso, le labbra socchiuse.
Fu allora che lui alzò la mano, spinto da un impulso irresistibile. Le dita le sfiorarono il mento, indugiando per un respiro; poi, come fuori di sé, il pollice del padre trovò la bocca della figlia e vi scivolò dentro, con una naturalezza che fece tremare l’aria tra loro.
Il gesto fu rapido, deciso. La punta premette contro il labbro inferiore, costringendolo ad aprirsi. Un brivido le risalì il collo. Il pollice spinse ancora, quanto bastava per farla cedere, e per un istante tutto il resto svanì: solo il contatto, solo il respiro che si mescolava tra loro.
Il tocco la scosse, la pressione lieve che le riempiva la bocca: il pollice si muoveva appena, e ad ogni piccolo movimento il cuore le batteva più forte.
Le labbra si chiusero un attimo attorno al suo pollice, come in un riflesso involontario. Il respiro le si fermò in gola.
Travolta da una confusione che non riusciva più a contenere, Lia avvolse il dito tra le labbra e iniziò a succhiarlo piano, macchiandolo di rossetto. Gli occhi restavano fissi su di lui, lucidi, chiarissimi e le pupille, come le sue, dilatate fino quasi a cancellare il colore.
Per pochi secondi si sentì solo il lieve schiocco umido del dito che si muoveva avanti indietro tra le sue labbra, ritmico, ipnotico.
Poi Sergio si mosse d’impulso, come se qualcosa avesse ceduto dentro di lui e tutta la rigidità del suo uccello pulsante parve sciogliersi in un solo gesto, naturale, inevitabile: la sua mano trovò il bordo della scollatura di Lia e lo tirò giù in un gesto rapido, quasi brusco, liberando quei candidi ed enormi seni, già madidi di sudore e olio.
Ogni centimetro del corpo di Lia vibrò, cedendo senza esitazione, mentre le mani di lei si muovevano spontaneamente, seguendo un impulso irresistibile ed afferrando l’elastico del boxer. Il tessuto cedette tra le dita, e un brivido attraversò entrambi, quando lei sussultò alla vista del cazzo di papà.
Era spesso, largo, teso, grosso come il tronco di un albero, un corpo cavernoso massiccio, quasi tozzo, pieno di venature ben sporgenti che pompavano sangue, imponente per diametro e durezza granitica.
Per un istante, Lia fu attraversata da una vertigine sottile, ma non ebbe il tempo di fare altre riflessioni: suo padre, il suo migliore amico, le prese le tette tra le mani e vi poggiò il cazzo in mezzo come fosse su un vassoio e Lia sobbalzò per il calore; poi lui le strinse tra loro e iniziò una frenetica masturbazione.
Lei iniziò a muovere ritmicamente il busto in avanti, percependo un forte piacere ogni volta che stringeva le mammelle fradice di umori e olio lubrificante contro quel palo di carne; le premeva tra loro con forza, le dita affondavano nella pelle morbida che saliva e scendeva sopra il sesso del padre.
La punta del glande gli spuntava a malapena dall’incavo dei seni, sbattendo sul collo di Lia mentre lei continuava ad avvolgere il pollice del padre tra le labbra, il respiro affannato e il viso che avvampava dal desiderio e dall’eccitazione.
Sbrodolava alla sensazione di quel membro caldo scivolarle tra le tettone e la sua vagina colava così tanto da inzupparle le mutandine; il contatto col tessuto bagnato la stimolava ancora di più, costringendola a stare con i muscoli delle gambe un po’ in tensione, terribilmente eccitata da quell’atto proibito.
Intanto l’uccello di Sergio spariva e riemergeva dal solco delle sue tette; ora lui ne seguiva il ritmo con il bacino e lei si cingeva il petto, ammirando il prepuzio scappucciarsi più volte a liberare una cappella grossa, paonazza e carnosa che dava l’impressione di voler esplodere da un momento all’altro.
Lia vide il padre aumentare il ritmo col bacino, lo scroto morbido e liscio le sbatteva contro i seni per la foga e, quando sentì di essere al limite, lui si bloccò col cazzo sprofondato tra quelle accoglienti rotondità e rimase fermo, con le gambe che gli tremavano prima che Lia sentisse lo sperma paterno eruttare fuori.
Era bollente e i primi due schizzi colpirono con una forza indecente la parte interna del tenero incavo; poi seguirono altri fiotti, meno potenti ma abbondanti e ravvicinati.
Tolse la mano destra dal seno per darsi sollievo e, le dita appoggiate sulle grandi labbra, raggiunse l’orgasmo al semplice contatto con quella sborra vischiosa del colore della perla.
Chiuse gli occhi mentre un’ondata di piacere le attraversava il corpo, calda e improvvisa, tanto intensa da farle temere per un istante di smarrire l’equilibrio. In quell’istante sentì chiaramente di aver oltrepassato un confine proibito, e il modo in cui ci era arrivata le sfuggiva completamente.
Mentre il pene di Sergio si rilassava, lo sperma colava ovunque, raccogliendosi nell’incavo tra le mammelle e formando una piccola pozza con un forte odore che le faceva girare la testa; aveva voglia di bere tutta quella roba, ma era troppo sconvolta per muoversi. Un rivolo, due, e poi tre le scapparono, percorrendo il busto e arrivando sulla pancia; era meravigliata di quanto fosse caldo quel nettare.
La sua prima volta con un uomo era stata sconvolgente, oltre che proibita e schifosamente appagante.
Si guardarono negli occhi e il silenzio regnò tra loro per minuti infiniti; poi lui ritirò il pollice dalla bocca di sua figlia, le sfiorò la guancia con quel dito umido e disse solo: “non mi scuserò mai, per questo.”


Luca
Chiusa la porta di casa con molta delicatezza, Luca partì all’alba, con un vecchio zaino logoro e pochi euro presi dal cassetto.
La sera prima sua madre l’aveva picchiato di nuovo, stavolta per un sogno agitato che aveva deciso di far pagare a lui.
Strascicava i piedi, forse sperando che lei si accorgesse della sua assenza, aprisse la finestra e lo richiamasse con voce disperata.
Luca accennò un sorriso amaro: non era mai stato capace di farsi voler bene, soprattutto da chi lo riteneva la causa di ogni male del mondo.
Prese la strada verso la città, cercando almeno lui di svegliarsi da quell’incubo.
scritto il
2025-11-30
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