Remissivo: storia di un cornuto consapevole (EPISODIO 02)
di
PadronD
genere
corna
Sono PadronD, Master reale, amante della dominazione in generale ed in particolare su coppie cuckold e slaves. Sono in questo mondo fatto di dominazione ed intelletto da anni. Ultimamente ho riscoperto il gusto della scrittura applicata alla mia passione. Tutte le storie che scrivo hanno sempre qualcosa di vero, a volte lo sono nella loro interezza, sta a te capirlo.
Non cerco nulla di diverso della condivisione di fantasie, per le sessioni reali utilizzo altri metodi e canali.
Mi fa piacere se esprimerai la tua opinione a fine lettura o se vorrai contattarmi per quel che vuoi, scrivimi a padron.d@hotmail.it
Intanto ti lascio al nuovo episodio del racconto. Buona lettura
___________________________
Nei giorni successivi l’interesse di Sara aumentò in modo lento, quasi impercettibile.
Non fu una cosa improvvisa. Fu piuttosto un’abitudine che si formò da sola. Il sabato successivo lo rivide al caffè. Questa volta non fu “per caso”. PadronD arrivò dieci minuti dopo di lei, la salutò con un cenno della testa e chiese se poteva sedersi al tavolo accanto. Sara accettò. Parlarono di nuovo. Di lavoro, di viaggi che non aveva ancora fatto, di come odiava le serate in cui restava chiusa in casa a guardare serie.
Alla fine di quell’incontro Sara sorrise in un modo che non usava con gli sconosciuti. Quando si alzò per andare via, esitò un secondo prima di dire:
«Magari… se passi di nuovo di qui, ci si vede.»
PadronD annuì soltanto. Non insiste. Non chiese il numero. Lasciò che fosse lei a volerlo.
Remissivo, intanto, riceveva ogni sera i resoconti. Li leggeva con le mani che tremavano. A volte si masturbava mentre scorreva le parole, a volte restava fermo, respirando a fatica, come se ogni dettaglio gli togliesse un pezzo di dignità. E ogni volta, senza che nessuno glielo chiedesse, trasferiva altri soldi.
«Continua», scriveva. «Falla aprire. Falla sentire speciale. Io pago tutto.»
PadronD non rispondeva sempre. A volte lasciava passare ore. Poi mandava solo poche righe:
«Oggi mi ha guardato più a lungo. Ha riso di una mia battuta. Quando le ho detto che mi piaceva il modo in cui si muoveva, ha abbassato gli occhi ma non si è allontanata.»
Sara iniziò a cercare quegli incontri. Non lo ammetteva neanche a se stessa, ma il mercoledì dopo la palestra si attardava qualche minuto in più fuori dall’ingresso. Il sabato sceglieva sempre lo stesso tavolo, quello da cui si vedeva meglio la strada. Quando PadronD appariva, qualcosa nel suo corpo si tendeva. Non era ancora desiderio esplicito. Era curiosità. Era il piacere di essere ascoltata da un uomo che non le chiedeva nulla, che non la giudicava, che sembrava interessato davvero a lei e non solo al suo corpo.
Una sera, dopo quasi tre settimane, Sara gli diede il numero di telefono.
«Così… se capita… possiamo sentirci», disse, guardando altrove.
PadronD salvò il contatto senza commentare. Quella stessa notte scrisse a remissivo:
«Ho il suo numero. Da domani posso scriverle quando voglio. Lei crede che sia solo un uomo che ha conosciuto per caso. Non sospetta niente. Continua a stare zitto e a pagare.»
Remissivo rispose quasi subito, la voce rotta anche nello scritto:
«Prendi tutto. Soldi, tempo, pazienza. Io non conto. Conta solo che tu la porti dove vuoi. Falla innamorare di te. Poi… quando sarà il momento… usala.»
PadronD chiuse la chat e guardò lo schermo del telefono. Il nome di Sara era lì, nuovo, pulito, ancora innocente.
Nei giorni successivi i messaggi tra loro si fecero più frequenti. Prima solo buongiorno e buonasera. Poi qualche battuta. Poi Sara iniziò a raccontargli pezzi della sua giornata. Di quanto fosse stanca del lavoro. Di come il marito fosse “sempre distante”. Di come a volte si sentisse invisibile.
PadronD ascoltava. Rispondeva poco. Faceva domande precise. Le faceva sentire importante. E ogni tanto, con naturalezza, lasciava cadere una frase che la faceva arrossire anche da sola, davanti allo schermo.
L’interesse di Sara cresceva.
E con esso cresceva anche la fame di remissivo, che da casa osservava la propria moglie scivolare lentamente verso un altro uomo… senza sapere che era stato proprio lui a consegnargliela.
Le confidenze di Sara arrivarono quasi senza che lei se ne accorgesse.
Una sera, mentre chiacchieravano al telefono, PadronD le chiese con naturalezza come andasse a casa. Sara restò in silenzio qualche secondo, poi parlò a voce più bassa.
«Mio marito… è strano ultimamente. È presente, ma non lo è. Mi guarda in un modo che non capisco. A volte sembra quasi… distante. Come se pensasse a qualcos’altro. Non mi tocca quasi più. E quando lo fa, è come se avesse fretta di finire.»
PadronD ascoltò senza interrompere. Poi rispose con calma:
«Forse è solo un periodo. Oppure… forse non ti vede più come dovresti essere vista.»
Sara non rispose subito. Quando lo fece, la voce era più sottile.
«A volte mi chiedo se sono io il problema. Se mi sono fatta… invisibile.»
Da quel giorno le confidenze divennero più frequenti. Sara gli raccontava pezzi di vita domestica: le cene silenziose, le notti in cui lei si addormentava senza essere toccata. Non diceva mai di odiarlo. Diceva solo di sentirsi sola. E ogni volta che lo diceva, PadronD le faceva sentire il contrario.
«Tu non sei invisibile», le scrisse una sera. «Sei solo con la persona sbagliata a notarlo.»
Sara lesse quel messaggio più volte. Poi, per la prima volta, gli propose di vedersi fuori dal caffè.
«Domani sera… se vuoi… potremmo prendere qualcosa da mangiare. Solo noi.»
PadronD accettò.
Il primo vero incontro fu in un ristorante piccolo, discreto, lontano dal centro. Sara arrivò un po’ in ritardo, vestita in modo semplice ma curato: jeans scuri, camicia bianca leggera, capelli sciolti. Quando lo vide alzarsi dal tavolo, sorrise con un misto di imbarazzo e piacere.
Parlarono a lungo. Di tutto e di niente. Sara beveva più del solito. A un certo punto, dopo il secondo bicchiere di vino, abbassò lo sguardo e disse:
«Non so perché mi sento così a mio agio con te. Con mio marito non riesco più a parlare così.»
PadronD non rispose a parole. Si limitò a guardarla. E in quello sguardo c’era qualcosa di più intenso di qualsiasi complimento.
Quando uscirono, l’aria della sera era fresca. Camminarono qualche metro senza parlare. Poi Sara si fermò vicino alla sua macchina, come se non volesse ancora andarsene.
PadronD si avvicinò. Non di colpo. Solo abbastanza da farle sentire il calore del suo corpo.
«Posso?» chiese a voce bassa, guardandole le labbra.
Sara non rispose. Alzò solo leggermente il viso.
Il bacio fu lento all’inizio. Solo labbra contro labbra, quasi esitanti. Poi Sara aprì leggermente la bocca e PadronD approfondì. Una mano le salì dietro la nuca, le dita si persero tra i capelli. L’altra le toccò appena la vita. Sara emise un piccolo respiro contro la sua bocca, un suono che non era protesta.
Quando si staccarono, i suoi occhi erano un po’ lucidi.
«Non avrei dovuto…» sussurrò, ma non si allontanò.
PadronD le accarezzò piano la guancia con il pollice.
«L’hai voluto anche tu.»
Sara abbassò lo sguardo, ma non negò. Restò ferma ancora qualche secondo, il cuore che batteva troppo forte, le labbra ancora calde. Poi, quasi in preda a un impulso, lo baciò di nuovo. Questa volta fu lei a cercare la sua bocca con più fame, più urgenza. Come se stesse rubando qualcosa che sapeva di non poter avere.
Quando finalmente si separarono, Sara aveva le guance rosse e il respiro corto.
«Devo andare…» disse, ma la voce tremava.
PadronD annuì.
«Scrivimi quando sei a casa.»
Lei salì in macchina senza rispondere. Ma quella notte, prima di spegnere la luce, gli mandò un messaggio:
«Non so cosa sto facendo. Ma non riesco a smettere di pensarci.»
Da casa, remissivo lesse il resoconto che PadronD gli inviò poco dopo. Ogni parola. Ogni dettaglio del bacio. Ogni respiro di Sara.
E mentre lo leggeva, si toccò con disperazione, già sapendo che quella era solo l’inizio.
Non cerco nulla di diverso della condivisione di fantasie, per le sessioni reali utilizzo altri metodi e canali.
Mi fa piacere se esprimerai la tua opinione a fine lettura o se vorrai contattarmi per quel che vuoi, scrivimi a padron.d@hotmail.it
Intanto ti lascio al nuovo episodio del racconto. Buona lettura
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Nei giorni successivi l’interesse di Sara aumentò in modo lento, quasi impercettibile.
Non fu una cosa improvvisa. Fu piuttosto un’abitudine che si formò da sola. Il sabato successivo lo rivide al caffè. Questa volta non fu “per caso”. PadronD arrivò dieci minuti dopo di lei, la salutò con un cenno della testa e chiese se poteva sedersi al tavolo accanto. Sara accettò. Parlarono di nuovo. Di lavoro, di viaggi che non aveva ancora fatto, di come odiava le serate in cui restava chiusa in casa a guardare serie.
Alla fine di quell’incontro Sara sorrise in un modo che non usava con gli sconosciuti. Quando si alzò per andare via, esitò un secondo prima di dire:
«Magari… se passi di nuovo di qui, ci si vede.»
PadronD annuì soltanto. Non insiste. Non chiese il numero. Lasciò che fosse lei a volerlo.
Remissivo, intanto, riceveva ogni sera i resoconti. Li leggeva con le mani che tremavano. A volte si masturbava mentre scorreva le parole, a volte restava fermo, respirando a fatica, come se ogni dettaglio gli togliesse un pezzo di dignità. E ogni volta, senza che nessuno glielo chiedesse, trasferiva altri soldi.
«Continua», scriveva. «Falla aprire. Falla sentire speciale. Io pago tutto.»
PadronD non rispondeva sempre. A volte lasciava passare ore. Poi mandava solo poche righe:
«Oggi mi ha guardato più a lungo. Ha riso di una mia battuta. Quando le ho detto che mi piaceva il modo in cui si muoveva, ha abbassato gli occhi ma non si è allontanata.»
Sara iniziò a cercare quegli incontri. Non lo ammetteva neanche a se stessa, ma il mercoledì dopo la palestra si attardava qualche minuto in più fuori dall’ingresso. Il sabato sceglieva sempre lo stesso tavolo, quello da cui si vedeva meglio la strada. Quando PadronD appariva, qualcosa nel suo corpo si tendeva. Non era ancora desiderio esplicito. Era curiosità. Era il piacere di essere ascoltata da un uomo che non le chiedeva nulla, che non la giudicava, che sembrava interessato davvero a lei e non solo al suo corpo.
Una sera, dopo quasi tre settimane, Sara gli diede il numero di telefono.
«Così… se capita… possiamo sentirci», disse, guardando altrove.
PadronD salvò il contatto senza commentare. Quella stessa notte scrisse a remissivo:
«Ho il suo numero. Da domani posso scriverle quando voglio. Lei crede che sia solo un uomo che ha conosciuto per caso. Non sospetta niente. Continua a stare zitto e a pagare.»
Remissivo rispose quasi subito, la voce rotta anche nello scritto:
«Prendi tutto. Soldi, tempo, pazienza. Io non conto. Conta solo che tu la porti dove vuoi. Falla innamorare di te. Poi… quando sarà il momento… usala.»
PadronD chiuse la chat e guardò lo schermo del telefono. Il nome di Sara era lì, nuovo, pulito, ancora innocente.
Nei giorni successivi i messaggi tra loro si fecero più frequenti. Prima solo buongiorno e buonasera. Poi qualche battuta. Poi Sara iniziò a raccontargli pezzi della sua giornata. Di quanto fosse stanca del lavoro. Di come il marito fosse “sempre distante”. Di come a volte si sentisse invisibile.
PadronD ascoltava. Rispondeva poco. Faceva domande precise. Le faceva sentire importante. E ogni tanto, con naturalezza, lasciava cadere una frase che la faceva arrossire anche da sola, davanti allo schermo.
L’interesse di Sara cresceva.
E con esso cresceva anche la fame di remissivo, che da casa osservava la propria moglie scivolare lentamente verso un altro uomo… senza sapere che era stato proprio lui a consegnargliela.
Le confidenze di Sara arrivarono quasi senza che lei se ne accorgesse.
Una sera, mentre chiacchieravano al telefono, PadronD le chiese con naturalezza come andasse a casa. Sara restò in silenzio qualche secondo, poi parlò a voce più bassa.
«Mio marito… è strano ultimamente. È presente, ma non lo è. Mi guarda in un modo che non capisco. A volte sembra quasi… distante. Come se pensasse a qualcos’altro. Non mi tocca quasi più. E quando lo fa, è come se avesse fretta di finire.»
PadronD ascoltò senza interrompere. Poi rispose con calma:
«Forse è solo un periodo. Oppure… forse non ti vede più come dovresti essere vista.»
Sara non rispose subito. Quando lo fece, la voce era più sottile.
«A volte mi chiedo se sono io il problema. Se mi sono fatta… invisibile.»
Da quel giorno le confidenze divennero più frequenti. Sara gli raccontava pezzi di vita domestica: le cene silenziose, le notti in cui lei si addormentava senza essere toccata. Non diceva mai di odiarlo. Diceva solo di sentirsi sola. E ogni volta che lo diceva, PadronD le faceva sentire il contrario.
«Tu non sei invisibile», le scrisse una sera. «Sei solo con la persona sbagliata a notarlo.»
Sara lesse quel messaggio più volte. Poi, per la prima volta, gli propose di vedersi fuori dal caffè.
«Domani sera… se vuoi… potremmo prendere qualcosa da mangiare. Solo noi.»
PadronD accettò.
Il primo vero incontro fu in un ristorante piccolo, discreto, lontano dal centro. Sara arrivò un po’ in ritardo, vestita in modo semplice ma curato: jeans scuri, camicia bianca leggera, capelli sciolti. Quando lo vide alzarsi dal tavolo, sorrise con un misto di imbarazzo e piacere.
Parlarono a lungo. Di tutto e di niente. Sara beveva più del solito. A un certo punto, dopo il secondo bicchiere di vino, abbassò lo sguardo e disse:
«Non so perché mi sento così a mio agio con te. Con mio marito non riesco più a parlare così.»
PadronD non rispose a parole. Si limitò a guardarla. E in quello sguardo c’era qualcosa di più intenso di qualsiasi complimento.
Quando uscirono, l’aria della sera era fresca. Camminarono qualche metro senza parlare. Poi Sara si fermò vicino alla sua macchina, come se non volesse ancora andarsene.
PadronD si avvicinò. Non di colpo. Solo abbastanza da farle sentire il calore del suo corpo.
«Posso?» chiese a voce bassa, guardandole le labbra.
Sara non rispose. Alzò solo leggermente il viso.
Il bacio fu lento all’inizio. Solo labbra contro labbra, quasi esitanti. Poi Sara aprì leggermente la bocca e PadronD approfondì. Una mano le salì dietro la nuca, le dita si persero tra i capelli. L’altra le toccò appena la vita. Sara emise un piccolo respiro contro la sua bocca, un suono che non era protesta.
Quando si staccarono, i suoi occhi erano un po’ lucidi.
«Non avrei dovuto…» sussurrò, ma non si allontanò.
PadronD le accarezzò piano la guancia con il pollice.
«L’hai voluto anche tu.»
Sara abbassò lo sguardo, ma non negò. Restò ferma ancora qualche secondo, il cuore che batteva troppo forte, le labbra ancora calde. Poi, quasi in preda a un impulso, lo baciò di nuovo. Questa volta fu lei a cercare la sua bocca con più fame, più urgenza. Come se stesse rubando qualcosa che sapeva di non poter avere.
Quando finalmente si separarono, Sara aveva le guance rosse e il respiro corto.
«Devo andare…» disse, ma la voce tremava.
PadronD annuì.
«Scrivimi quando sei a casa.»
Lei salì in macchina senza rispondere. Ma quella notte, prima di spegnere la luce, gli mandò un messaggio:
«Non so cosa sto facendo. Ma non riesco a smettere di pensarci.»
Da casa, remissivo lesse il resoconto che PadronD gli inviò poco dopo. Ogni parola. Ogni dettaglio del bacio. Ogni respiro di Sara.
E mentre lo leggeva, si toccò con disperazione, già sapendo che quella era solo l’inizio.
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