Morbosa Corrispondenza – Capitolo 25
di
mari1980
genere
incesti
Mena
Quattordici anni prima.
Si rigirò tra le lenzuola ancora calde, gli occhi socchiusi per la luce morbida che filtrava dai vetri. Roberto era steso accanto a lei, i capelli scompigliati e quel solito mezzo sorriso. Lei gli sfiorò la guancia con le labbra in un bacio lento e pigro.
“Buongiorno, dormiglione” mormorò.
“Buongiorno a te, ninfetta.” Fece scivolare lentamente la mano lungo la schiena nuda della moglie, attirandola più vicina. “Se continui così con questi baci, mi farai iniziare la giornata già tutto infiammato di desiderio. Sei l’unica al mondo capace di accendermi il sangue con un semplice bacio sulla guancia.”
Mena rise piano contro le sue labbra. “Vorrei ben vedere se esistesse un’altra donna capace di baciarti così.”
Gli diede un bacio più lungo, più profondo, lasciando che le lingue si sfiorassero appena.
“Le farei a pezzi,” mormorò Roberto con finta ferocia, la voce già arrochita. Risero insieme, una risata bassa e complice tra le lenzuola.
Mena si mosse, premendo il corpo contro il suo.
“Fai la brava, sennò…”
“Promesse, promesse…” Ridacchiò lei, mordicchiandosi il labbro inferiore.
Roberto le sfiorò il naso con il suo.
“Il principino che fa?”
Lei alzò un sopracciglio, divertita.
“Si sta svegliando…”
“Scema!” rise lui, dandogli una piccola spinta sulla spalla. “Intendevo nostro figlio!”
Lei sorrise, maliziosa. “Ah, quello. Starà ancora dormendo, ma dovresti svegliarlo. Tra venti minuti dovrebbe uscire.”
“Stiamo freschi!” sospirò lei, poi alzò la voce senza staccarsi dal marito: “Toni!!!”
Dal corridoio arrivò subito la vocina impastata di sonno del piccolo.
“Mammaaa…”
Mena rispose senza staccarsi dal petto di Roberto, alzando appena la voce verso il corridoio.
“Toni, amore, preparati che è tardi! Vestiti e fatti la doccia, dai!”
Dal corridoio arrivò un lamento lungo e teatrale.
“Cinque minuti ancora, ti prego…”
“Sbrigati, monello, o ti butto sotto la doccia con tutti i vestiti addosso!” lo minacciò lei, ridendo.
Roberto sbuffò divertito: “Vedo con piacere che nostro figlio ha ereditato alla perfezione la mia pigrizia.”
Mena sospirò, si mise seduta e si passò una mano tra i capelli arruffati. Per alzarsi appoggiò il palmo proprio sul rigonfiamento evidente dei boxer di Roberto, premendolo piano, con aria scherzosa.
Lui fece un verso strozzato. “Ehi, attenta… se continui così sarò io a buttarti sotto la doccia.”
Lei rise, ritraendo la mano ma senza troppa fretta: “Altre promesse…”
Roberto le catturò di nuovo la mano e la riportò lì.
“Quanto starà via oggi il principino? Almeno un paio d’ore dal suo amico, no?”
“Almeno. Ha detto che giocano fino all’ora di pranzo.”
“Con te mi bastano molto meno di due ore, fidati,” rispose lui con un sorriso buffo.
Mena scoppiò a ridere e gli fece una linguaccia. “Spero non troppo di meno, però.”
Roberto le prese la mano con dolcezza e se la portò alle labbra. “Cercherò di lavorare di meno anch’io. Voglio passare più tempo con te. Con voi.”
Lei si chinò e gli diede un bacio tenero sulla fronte. “Grazie…”
“Del doman non c’è certezza, amore mio,” mormorò lui, facendole l’occhiolino.
Mena sorrise, si alzò, infilò la vestaglia leggera e uscì dalla stanza con un ultimo sguardo complice al marito ancora disteso tra le lenzuola.
Il ricordo si spezzò di colpo.
Mena si riscosse. L’infermiera di suo marito era lì accanto.
“Signora, le serve altro? Un caffè, qualsiasi cosa?”
Mena guardò un’ultima volta il letto dove Roberto giaceva immobile. Scosse la testa, la voce ferma.
“No, grazie. Non mi serve nulla.”
Chiuse piano la porta dietro di sé.
Lia
Digitò la frase lentamente, con circospezione: “il bambino sente il sesso durante la gravidanza?” Poi cancellò tutto, ricominciò, cancellò di nuovo. Si sentiva infantile, ridicola, una bambina stupida. Premette invio lo stesso.
“Secondo uno studio recente, il feto non è in grado di percepire direttamente il liquido seminale né tantomeno di entrare in contatto con esso. La barriera placentare e il sacco amniotico costituiscono una protezione impermeabile a livello molecolare. Tuttavia, il feto può percepire i cambiamenti meccanici indotti dall’attività coitale: le contrazioni uterine ritmiche, le variazioni di pressione intraddominale e i movimenti pelvici della madre possono tradursi in oscillazioni del liquido amniotico che il feto registra come stimoli tattili o vestibolari. In particolare, ricerche hanno dimostrato che il feto risponde con movimenti di suzione o di estensione degli arti a ritmi di dondolio superiori ai 0,5 Hz, frequenza tipica dell’atto sessuale in posizione missionaria o da dietro.”
Che tenerezza, suo padre l’aveva cullata per cinque mesi di fila. Ben più di quanto avesse fatto per il resto della sua vita.
Continuò a leggere.
“Ulteriori studi sottolineano che l’attività sessuale in gravidanza non altera i parametri biofisici fetali a condizione che non sia accompagnata da traumi meccanici o da emorragie. Il feto, immerso nel liquido amniotico, percepisce le vibrazioni come un ambiente acquatico in movimento, simile a quanto avviene durante la deambulazione materna o durante un viaggio in auto.”
Un viaggio assieme, solo questo.
“Non esiste evidenza scientifica di memoria traumatica fetale legata al coito materno; tuttavia, elevati picchi di adrenalina nella madre possono indurre una risposta di allerta temporanea nel feto. In sintesi, il rapporto sessuale consensuale e senza complicanze non rappresenta un rischio per il benessere fetale, ma richiede sempre un’attenta valutazione del contesto psicologico materno, poiché lo stress emotivo materno è il fattore di rischio più rilevante per lo sviluppo neuropsicologico del nascituro.”
Lia chiuse gli occhi un istante.
Contesto psicologico materno.
Il suo contesto era marcio. La mela non cade mai lontana dall’albero.
“Che stavi leggendo?” chiese Sergio, la voce bassa.
Lia chiuse di scatto il portatile. “Niente. Spulciavo i social.”
Sembrava malinconico, diverso dal solito. Da due giorni non veniva a trovarla, di notte.
Da due giorni non la toccava. Lia sentì un sollievo agrodolce salirle in gola. Che si sentisse in colpa per quello che le aveva fatto?
Improbabile.
Però forse era l’occasione giusta. Poteva parlargli chiaro. Poteva dirgli che era finita, che non poteva più andare avanti così, che era malato, che lei era malata, che dovevano fermarsi prima di distruggersi del tutto.
Aprì la bocca per parlare.
Sergio la precedette. “Mi sento fuori forma” disse piano, senza guardarla. “Vado a riposare un po’ a letto.”
Fa nulla, poteva comunque andare da lui più tardi. Poteva chiuderla lì. O poteva… lasciarsi scopare di nuovo.
Dipendeva da quanto fosse debole lei.
E da quanto fosse debole lui.
Alessio
“Ma insomma Ale, ancora con questa storia della beneficenza? Perdi tempo, con tutto quello che devi studiare, per aiutare chi? Quei poveracci? Il Signore vuole che si aiuti il prossimo, sì, ma prima viene il dovere verso lo studio!”
Teodora borbottava da ore, instancabile come una pentola a pressione.
Per la verità, ad Alessio non importava un fico secco di quell’iniziativa benefica.
Niente di niente.
Aveva ben altre fiche in mente.
Per zia Mena si sarebbe fatto cane al guinzaglio, avrebbe strisciato pur di starle vicino e levarsi dagli occhi della madre che lo soffocava.
Sospirando, Alessio cantilenò per l’ennesima volta la sua risposta: “Mi fa piacere aiutare gli altri, mamma”.
Mentì: “Mi sento… utile.”
Teodora lo guardò di traverso.
“Utile…” ripeté lei. “E io? Tu vai lì a perdere tempo e io resto sola.”
Alessio strinse i denti. Pensò che non sarebbe stata sola se avessero saputo dov’era finito Luca, ma tenne la bocca chiusa.
Alla fine disse, con voce quasi timida: “Non sarai sola, mamma. Ci sarà Toni.”
Al nome di Toni il viso di Teodora cambiò di colpo. Gli occhi si addolcirono per un istante.
Alessio rimase immobile, osservando quel piccolo cambiamento sul volto della madre.
Sentì il cuore battergli più forte.
Era l’occasione giusta.
Deglutì e buttò fuori le parole prima di pentirsi.
“Mamma… volevo chiederti una cosa.”
“Dimmi.”
“Hai sentito Luca, di recente? Non risponde al telefono…”
L’espressione di Teodora tornò buia e nervosa all’istante.
“Cosa vuoi che ne sappia di quel buono a nulla di tuo fratello?”
“Però…”
“Però nulla! Dovresti imparare da Luca come non comportarsi. Lui è esattamente il perditempo per eccellenza.”
“Sì ma…”
“Se continui così, Ale, vai nella sua brutta strada…”
“È solo che…”
“Che?”
“La gente mi chiede di lui, ecco!” mormorò lui, tutto d’un fiato.
Teodora lo fissò, perplessa. Poi, con una calma gelida che fece venire i brividi ad Alessio, disse:
“Capisco. Beh, se te lo chiedessero, rispondi che è in vacanza.”
“In vacanza?”
“Hai sentito quello che ho detto?”
“Sì… va bene. Dove?”
“Dove ti pare. In Costa Smeralda.”
Alessio annuì lentamente. Si sentiva come un omicida che concordava la versione con il complice.
Grottesco.
Ripensò alla gita con zia Mena e trovò la forza di annuire di nuovo, chiudendo il discorso.
Buona vacanza, Luca.
Divertiti, ovunque tu sia.
Luca
Nel frastuono del fast food, tra vassoi che sbattevano e bambini urlanti, dagli altoparlanti usciva una canzone di Ivan Graziani, anche se nessuno ci fece caso.
Figurarsi Luca, che non la conosceva nemmeno.
Peccato, perché gli sarebbe calzata a pennello:
“Venti giorni di fuga e neanche un appello per radio
Evidentemente mia madre
Non è neanche una buona padrona
Perfino per i cani smarriti
Si fanno appelli per radio
Ma io no, non ho imparato a leccare bene la mano
Di chi mi dà da mangiare”.
Non gliene importava niente della musica.
Stava seduto al tavolino di plastica, gli occhi inchiodati al cellulare.
Non aveva avuto il coraggio di raggiungere Lia.
Era rimasto a girare per la città, perdendo le strade, il senso del tempo.
La sera saliva sui bus notturni e dormiva rannicchiato sui sedili.
La mattina entrava in locali come quello, ordinava una bevanda e un cheeseburger e restava seduto ore a fissare lo schermo del telefonino.
Non gli mancava casa. Gli mancavano solo le sue miniature.
Le avrebbe ritrovate presto, una volta trovato il coraggio di… muoversi.
Con il telefono girato in orizzontale tra le mani, lo schermo largo che gli riempiva quasi tutto il campo visivo, guardava un video porno di Gabbie Carter.
Una bella biondina, ma bruttina di faccia.
Aveva un seno enorme, perfettamente appropriato.
E poi non somigliava granché a Sydney Sweeney, la sua dea.
Spalancò gli occhi, sorpreso e infastidito, quando lo schermo si spense di colpo.
Batteria scarica.
Maledizione.
Scosse il cavetto del caricatore attaccato alla presa del fast food.
Il cavo era guasto.
Maledizione.
Maledizione.
Fece i conti in tasca, aveva ancora qualche euro. Bastavano per un cavetto nuovo.
Si accorse che le persone intorno arricciavano il naso, si allontanavano schifate, qualcuno tossì. Forse avrebbe dovuto trovare un posto dove lavarsi.
Dopo ci avrebbe pensato.
Prima il telefono.
Tutto il resto poteva aspettare.
Teodora
In fondo era una buona cosa che Luca se ne fosse andato, pensò mentre passava lo straccio sul tavolo.
I guai se ne andavano tutti, uno dopo l’altro.
Prima Sergio, quel porco infedele che aveva ingrassato tutte le puttane del Paese.
Poi Lia, quella troietta ingrata.
E adesso Luca, quel maniaco schifoso, indegno cane in calore.
Meglio così.
La casa si stava ripulendo.
Represse un sorriso compiaciuto e pensò che doveva essere superiore a quei depravati; dopotutto, era la volontà di Dio a punirli, non lei.
“Signore, non li perdonare. Non perdonare nessuno di loro. Lascia che marciscano nel loro peccato.”
In quel momento la chiave girò nella serratura. Toni entrò, sudato, la maglietta appiccicata al petto.
“Mettiamoci sotto, zia!”
Teodora sentì un colpo dentro, come una mano che stringeva. Il cuore le batté più forte e un calore familiare le salì dal petto fino al collo.
Era solo gioia, si disse. Era la volontà di Dio.
Mena
Francesca: Ma prof, sei di nuovo qui a perdere tempo con me? Se continui a stare in chat tutto il giorno la cultura dei tuoi studenti ne risentirà, poverini. Chissà quanti esami da correggere hai lasciato lì a prendere polvere.
Prof: Vadano in malora tutti, Francesca. Che si arrangino. Io voglio togliermi qualche sfizio, e tu sei lo sfizio più bello che mi sia capitato da anni. La cultura può aspettare, io no.
Francesca: Oh, senti senti… che genere di sfizio hai in mente oggi?
Prof: Sfizi belli, Francesca. E tu sei una bella femmina, non come quella puttana che mi ha umiliato.
Mena ridacchiò tra sé, seduta sul bordo del letto. Bella femmina e puttana. Le piaceva quella doppia etichetta.
Francesca: Ancora pensi a lei? Mi devo ingelosire?
Prof: La vorrei mettere in castigo, ci penso sempre. E penso anche a te, sai? Ti lascio mezzo stipendio al mese molto volentieri. Soldi ben spesi.
Francesca: Mi fai arrossire, prof. Allora… ho un regalo per te, guarda qui.
Mena scattò le due foto: una ravvicinata del plug nero appoggiato all’ano, la punta che sfiorava il morbido buchetto già un po’ dilatato, l’altra con le cosce aperte che mostrava il filo rosa dell’uovo scomparire tra le grandi labbra, gonfie e lucide di umori.
Prof: Quanto sei bagnata…
Francesca: Dimmi, per esempio, come vorresti punire quella zia monella che ti ha umiliato l’altro giorno a scuola? Le metteresti nel culetto questo bel plug?
Prof: Lo vuoi sapere davvero?
Francesca: Certo…
Prof: La costringerei a uscire di casa con quegli affari addosso.
Mena rimase un attimo spiazzata.
Prof: Camminare per strada così, con la fica luccicante di umori e ben gonfia di giocattoli. Voglio che la gente le guardi il culo e non sappia che sotto il vestito ha il buchetto dilatato e la fica che cola.
Che scena, pensò Mena. Si era aspettata solo una bella sessione di masturbazione reciproca, invece il prof. faceva sul serio. Il cuore le batteva forte, la vergogna le bruciava le guance.
Francesca: Vuoi davvero che esca così? Con il plug nel culo e l’uovo nella figa?
Prof: Lo faresti per me?
Francesca: Dipende…
Prof: Da cosa? Ti prego dimmelo, ho il cazzo duro e non resisto più.
Pensò che poteva essere un’opportunità per un’innocua vendetta verso quel porco viscido.
Gli avrebbe svuotato il portafogli.
Francesca: Dovresti pagarmi, tutta la giornata in chat… è una bella spesa.
Prof: Fallo, non m’importa.
E gli avrebbe anche svuotato le palle, pensò lei.
Francesca: Va bene, ai tuoi ordini…
Prof: Che farai oggi?
Francesca: Andrò al mare con un mio giovane amico, perché?
Prof: Ancora meglio. Esci con quei giocattoli addosso. Indossa il costume più provocante che hai.
Francesca: E questo prendisole?
Mena fotografò il prendisole verde, molto scollato, e glielo mandò.
Prof: Sì, perfetto… Già ti vedo. Tu che cammini lenta, il prendisole che svolazza, le cosce che si sfregano, e il ragazzo che ti guarda senza sapere dei nostri giocattoli.
Mena scattò un’altra foto ravvicinata del plug infilato tra le natiche e la mandò.
Francesca: Ti piace?
Prof: Giudica tu…. Vedi? È duro per te.
E arrivò la foto: il cazzo del prof, la cappella lucida di pre-sperma, stretto nella mano con il solito Rolex.
Francesca: Professore… quanto vorrei che questo plug fosse quel bell’uccello. Lo sento dentro, grosso e freddo, e penso a te che me lo spingi fino in fondo.
Mena posò il telefono con le mani che tremavano. Le parole del prof l’avevano fatta bagnare. Accarezzò il monte di venere, sentì i peli del pube già fradici.
Prese l’uovo, lo lubrificò ancora una volta (anche se non serviva) e lo spinse dentro le pieghe della fica con un sospiro lungo e rauco.
Sentì le sue piccole labbra inghiottirlo, le pareti vellutate che si chiudevano attorno a quel peso liscio.
Poi prese il plug. Lo spalmò di lubrificante fino a farlo brillare, si chinò sul lavandino, spalancò il sedere con una mano e lo infilò piano.
Lo sfintere resistette un istante, stretto e ostinato, poi cedette di colpo; il tronco entrò tutto, la base premuta tra le natiche sode. Pensò che quel dolore era solo un piccolo assaggio, quello che si meritava una troia come lei.
Mena gemette piano, sentendo il culo dilatarsi intorno a quel corpo estraneo, fresco di lubrificante.
Ogni piccolo movimento faceva muovere entrambi i giocattoli. Il plug la apriva, l’uovo premeva.
Era una puttana che usciva con i buchi ben tappati, eppure non riusciva a fermarsi. La vergogna le bruciava le guance e la faceva bagnare ancora di più.
Si infilò un costume da bagno celeste sotto, poi il prendisole leggero. Il tessuto sfregava sui capezzoli duri.
Aprì la pochette dei trucchi e prese un rossetto. Rosso corallo. Le labbra si schiusero piano. Il rossetto scivolò caldo sulla pelle, tingendola di un rosso brillante. Mena premette le labbra una sull’altra, le fece schioccare piano, e sentì un brivido partire dal basso ventre.
Uscì di casa.
Il prof le aveva scritto di nuovo.
Prof: L’uovo acceso, Francesca. Voglio che vibri mentre cammini.
Francesca: No prof… lo tengo spento. È già abbastanza piacevole.
Uscì.
Ogni falcata era una tortura dolce.
Il culo ondeggiava pesante sotto il prendisole, le cosce tornite si sfregavano, portando il plug ancora più in fondo.
Arrossì.
Camminò lenta fino alla fermata del bus.
Il plug e l’uovo si muovevano a ogni passo, producendo un rumore umido e osceno che solo lei poteva sentire.
Il prendisole svolazzava, il costume le tormentava i capezzoli.
Arrivò alla fermata.
Alessio era già lì.
“Ciao Ale!”
“Ciao Zia…”
“Sei contento? Tra poco si parte per la spiaggia!”
Alessio deglutì, gli occhi fissi sulle sue gambe.
“Non vedo l’ora... Stai molto bene in verde, lo sai?”
“Grazie, nipotino mio!”
“Si adatta al colore dei tuoi occhi…”
Mena si morse il labbro, arrossì, rise nervosa, lo provocò dolcemente con lo sguardo. Si sedette accanto a lui alla fermata, le gambe leggermente aperte. Il prendisole salì sulle cosce, lasciando intravedere la pelle olivastra e le macchie solari.
Tirò fuori il telefono e scrisse al prof.
Francesca: Sarà una dolcissima giornata…
Teodora
“A proposito, zia… che fine ha fatto Luca? Non lo vedo da un pezzo.”
Teodora strinse le labbra. Rispose senza nemmeno pensarci: “È in vacanza. In Sardegna.”
Toni fece una mezza risata.
“Beato lui. Sta facendo la bella vita, eh?”
Teodora lo guardò. Sentì una tenerezza calda, quasi dolorosa.
“Se vuoi” disse piano “ci andiamo anche noi per una settimana. Ci penso io a tutto. Basta che me lo dici.”
Toni arrossì appena, imbarazzato.
“Grazie zia, sei troppo buona… ma non posso muovermi da casa adesso. Finché papà non si riprende, non mi sento di lasciare la mamma sola.”
Teodora annuì. Fece un gesto verso il divano.
“Vieni, stendiamoci un po’.”
Mena
Il pullman stava arrivando. A ogni passo Mena sentiva il plug spingere più a fondo, il silicone spesso che le apriva il culo, mentre l’uovo vaginale premeva piano.
Alessio la seguiva mezzo passo indietro, gli occhi inchiodati sul suo culo tondo e generoso che ondeggiava sotto il prendisole leggero. Due lune piene che tendevano il tessuto sottile.
Si sedettero in fondo. Lui le si piazzò accanto, vicinissimo, il ginocchio che sfiorò il suo con una scarica elettrica. Il ragazzo era già partito: respiro corto, mani che cercavano di nascondere il rigonfiamento nei pantaloni, guance in fiamme.
Mena sorrise, una risatina nervosa che le uscì bassa dalle labbra carnose.
Ricordava bene com’era a quell’età, quando il suo corpo da ragazzina era diventato quello di una femmina piena di voglia. I maschi erano bombe a ormoni: pisello duro in un attimo. Alessio era esattamente così.
Si morse il labbro inferiore.
Pensò al giorno in cui aveva assaggiato il suo sperma.
Non ne andava fiera, però…
Ripensava a quel sapore salato, giovane, che aveva leccato piano mentre si toccava nella sua stanza. Cucchiaini di crema bianca e pura. Il ricordo le fece contrarre la fica intorno all’uovo.
Stuzzicare Alessio era bello per lui, ma lo era anche per lei.
Mena lo ammise con un brivido caldo: si stava divertendo un sacco a provocare il nipote.
Senza esagerare, però.
Stiracchiò le braccia sopra la testa, fingendo uno sbadiglio stanco. “Che sonno… avrei dormito altre due ore volentieri.”
Il prendisole leggero si spostò. Il costume sotto scese appena e, per un paio di secondi, un capezzolo scuro e duro uscì fuori dal seno opulento, esposto all’aria fredda del bus.
Mena lo rimise a posto con calma, come se niente fosse.
Ma vide gli occhi di Alessio spalancarsi.
Lui si coprì il cavallo con le mani, inutilmente: il cazzo giovane premeva duro contro la stoffa.
Alessio deglutì. “Zia…”
“Eh?” fece lei, voltandosi con un sorriso dolce e malizioso, gli occhi verdi che lo inchiodavano.
Il ragazzo allungò una mano, timido ma spinto dagli ormoni, e gliela posò sulla coscia nuda, proprio sotto l’orlo del vestito.
Le dita tremavano, calde.
Mena sentì quel calore sulla pelle e il fuoco tra le cosce si fece più intenso.
Lo fermò subito. Un piccolo schiaffo deciso sulla mano, autoritario ma basso.
Gli sussurrò con voce roca: “Smettila. Siamo sul bus, c’è gente davanti. Dopo faremo i conti”.
Alessio ritirò la mano come se si fosse bruciato, rosso fino alle orecchie, sguardo basso.
Per un attimo Mena pensò di aver esagerato.
Ma aveva altri piani per la giornata e non voleva che tutto degenerasse lì, in pubblico.
La giornata era appena cominciata.
E lei era già bagnata fradicia.
Alessio
Era stato un dramma resistere là sul bus.
Una vera tortura. Guardare ma non toccare.
Stare seduto accanto alla zia con quel prendisole verde che le saliva sulle cosce, senza trovare il coraggio di allungare la mano e toccarla.
Pensava solo a quel capezzolo scuro che le era uscito fuori per un secondo, duro come una nocciolina, dritto contro il tessuto.
Gli aveva dato il colpo di grazia. La mano gli si era mossa da sola, come se avesse vita propria. Lei gli aveva bloccato il polso con uno schiaffetto secco, ma lui aveva fatto in tempo a sentire il calore della coscia olivastra, quella carne morbida e calda che tremava sotto le dita.
Scendendo dal pullman l’aria della spiaggia gli arrivò in faccia come uno schiaffo bagnato. L’erezione però non mollava. Camminava mezzo passo dietro di lei, gli occhi inchiodati su quel culo tondo che ondeggiava pesante sotto il prendisole.
Il sedere di zia era incredibile. Semplicemente perfetto. Era lì, sporgente, che implorava di essere ammirato, inclusa quella graziosa piega tra la natica e la gamba. Ci fu un leggero tremolio quando lei si mosse, ed era chiaro che era in perfetta forma, e tutto il suo sedere manteneva quella perfetta abbronzatura dorata, come il resto di lei.
La zia aveva lavorato in palestra e si vedeva.
“Guarda dove metti i piedi o inciampi nella sabbia!”
“Sì, Zia…”
Alessio si morse l’interno della guancia.
Raggiunsero don Marco e il gruppetto. Il prete aveva un volto aperto, simpatico, ma con una mascella squadrata che dava l’idea di una certa forza interiore. Trattava Mena con una familiarità che ad Alessio diede subito fastidio.
“Mena, avete fatto un buon viaggio?”
“Troppi scossoni sul bus, però diciamo di sì!” rispose Mena ridendo, e fece l’occhiolino al nipote.
Alessio sentì il cazzo dargli un’altra fitta dentro i pantaloncini. Come diavolo faceva la zia a rendere eccitante anche la conversazione più banale?
Don Marco rise di gusto e le diede una pacca leggera sulla spalla. “Brava, sempre positiva tu. I bambini ti aspettavano, sai? Oggi è giornata di pallavolo, sono carichissimi di energia.”
“Figurati, don. Con questi due diavoletti è sempre una festa.”
Alessio rimase lì a fissarli.
Si chiese se anche don Marco subisse il fascino della zia. Probabilmente no. I preti non hanno certe tentazioni. O almeno così si raccontava in giro.
Intorno c’erano altri bambini più piccoli che correvano sulla sabbia calda, strillando come pazzi sotto il sole di mezzogiorno.
Alessio si avvicinò alla borsa frigo, tirò fuori una bibita fresca e se la premette un secondo contro la fronte prima di berne un lungo sorso. Rimase lì a chiacchierare con i bimbi, sentendosi paradossalmente il più maturo in mezzo a loro.
Tutto quel chiasso, quelle vocette acute e quel correre senza senso avevano calmato un po’ l’erezione.
Ogni tanto lanciava un’occhiata di traverso a Mena e don Marco che parlottavano fitto fitto, teste vicine, risate basse. Una fitta strana di gelosia gli strinse lo stomaco.
Le chiacchiere vennero interrotte quando Mena batté le mani. “Ragazzi, tutti in costume! Il torneo di pallavolo inizia tra dieci minuti, forza!”
Don Marco: “Esatto, cambiatevi che il campo vi aspetta!”
Teodora
Si sdraiarono uno accanto all’altra. Toni era così grande, così atletico. Era una meraviglia di ragazzo, fatto e finito.
Strinse le mani sull’abito nero fino a farsi male. “Signore, perdonami” pensò, mordendosi dentro la guancia. “È solo affetto di zia… non è peccato guardare un nipote così bello, no?”
Toni sospirò.
“Io amavo stendermi sul divano con la mamma… ma da un po’ di tempo siamo ai ferri corti.”
Teodora voltò la testa.
“Avete litigato?”
“Sì. Ma abbiamo fatto pace.”
Rimase zitto un momento, poi parlò di nuovo, la voce più bassa.
“Non sono contento di questa storia che la mamma passi tanto tempo con Don Marco. Da un po’ siamo freddi, anche se abbiamo fatto pace. Non lo so… quel prete non mi convince per niente.”
Teodora sentì il sangue scaldarsi.
Ecco l’occasione
“La penso come te,” fece lei.
“Non si finisce in una chiesetta sperduta e diroccata come la sua senza motivi, sai.”
Toni la guardò incuriosito.
“Che motivi?”
Teodora fece un sorrisetto amaro.
“Come sei ingenuo, Toni mio.”
Lui insistette: “Tu sai qualcosa?”
“Io? No” rispose lei, secca.
“Ma certe cose si sentono.”
Dentro di sé pensò che forse poteva levarsi dai piedi anche quel prete bellimbusto che le stava portando via Alessio.
Si tirò su dal divano di scatto.
“Basta stare qui a chiacchierare. Abbiamo del lavoro da fare. Gliela faremo vedere noi a quel prete da strapazzo.”
Alessio
Si diressero verso le cabine di legno in fondo alla spiaggia.
La cabina era stretta, quasi soffocante.
Mena gli dava le spalle e, con un movimento fluido, si sfilò il prendisole, lasciandolo cadere sulla panca.
Ad Alessio per poco venne un infarto: il corpo della zia era spettacolare.
Abbassò lo sguardo, ma si rese conto che la visuale era leggermente ostruita.
Non dai capelli, né dal braccio, né niente del genere.
No, ciò che gli impediva di ammirare l’intera distesa del suo corpo erano le sue tette.
Non erano mai sembrate così grandi, la parte superiore dei seni incredibilmente rotonda, liscia e senza imperfezioni.
Il tessuto azzurro ed elastico era teso al massimo intorno al seno, modellandosi su di esso; l’unica imperfezione lungo quella superficie liscia era l’impronta lasciata dai capezzoli pulsanti, due noccioline scure che spingevano contro la stoffa sottile.
Il culo alto e rotondo riempiva gli slip in modo osceno.
Quando si legò il pareo intorno ai fianchi, ad Alessio parve di vedere qualcosa di scuro e spesso sporgere sotto il tessuto, proprio nel solco profondo tra le natiche.
Mentre si legava il pareo intorno ai fianchi, il telefono di Mena vibrò sulla panca.
Lei lo prese, lesse il messaggio con un piccolo sorriso malizioso sulle labbra e digitò rapidamente una risposta.
Alessio la vide di sfuggita nello specchio scheggiato: quel sorriso complice, gli occhi che si socchiudevano per un istante, mentre con l’altra mano si sistemava il pareo proprio dove quel qualcosa di scuro e spesso premeva contro il tessuto.
Per un secondo i suoi occhi verdi incrociarono quelli fuori dalle orbite del nipote nello specchio, come se sapesse perfettamente che lui la stava guardando.
Poi mise via il telefono e continuò, come se niente fosse.
Mentre si aggiustava il pareo, Mena fece un piccolo passo indietro per darsi spazio.
Il suo culo morbido e caldo premette per un istante contro il rigonfiamento duro nei pantaloncini di Alessio.
Mena si fermò per un secondo, come se anche lei avesse sentito.
Lui rimase impalato, il cazzo che pulsava dolorosamente, la cappella bagnata che strusciava contro il tessuto. Zia… ti prego… toccamelo. Non ce la faccio più.
“Zia…” gli uscì un sussurro rauco.
Mena si voltò appena, un sorriso lento sulle labbra. “Sì, Alessio?”
“Niente… scusa, ero sovrappensiero…”
Si cambiò in fretta, voltandosi di lato, cercando inutilmente di nascondere l’erezione evidente.
Il tessuto leggero dei pantaloncini da bagno non nascondeva niente.
E lei lo sapeva.
Lo vedeva.
Eppure non diceva nulla.
Uscirono.
Il torneo stava per iniziare.
Alessio si scaldò con gli altri ragazzi, correndo sulla sabbia, ma ogni volta che alzava gli occhi vedeva Mena in prima fila, il pareo che le scivolava sui fianchi, le tette maestose.
L’erezione tornò prepotente, la cappella che premeva contro la stoffa, visibile a metri di distanza.
Mena se ne accorse subito.
I suoi occhi verdi si piantarono sul suo pacco, un sorrisetto malizioso le curvò le labbra umide.
Lo prese da parte con una scusa: “Vieni un attimo, Alessio, devo spiegarti le regole del gioco.”
Mena gli si avvicinò fino a sfiorargli il petto con le unghie. “Dobbiamo finire il discorso di prima, mi sa” gli sussurrò.
Lia
Rimase immobile nel corridoio per quasi un minuto, la mano sospesa sulla maniglia. Doveva parlargli, dirgli che era finita. Che tra loro non poteva più continuare.
Una frase assurda, grottesca, da pronunciare da figlia a padre.
Spinse la porta.
Lo trovò piegato sul bordo del letto, scosso da spasmi, sudato come se avesse avuto un febbrone da cavallo. Gli occhi azzurri erano rossi, pieni di lacrime.
Piangeva.
Singhiozzava.
Quell’uomo, lo stesso che mesi prima l’aveva presa con forza brutale, schiacciandola sul suo letto fino a farle male, ora era ridotto a questo relitto sudato e tremante.
“Papà…” sussurrò.
Lui alzò la testa di scatto. Le lacrime continuavano a rigargli le guance senza controllo.
“Vattene” ringhiò, ma la voce gli si ruppe in un singhiozzo. “Non… non voglio che mi vedi così, cazzo.”
“Che ti succede?” chiese lei, la voce bassa.
Si strinse la testa, gemendo di dolore.
“Mi manca tutto… L’alcol… la roba… mi manca la roba, cazzo!”
“La roba?”
“Sì, la roba! Lascia stare… non è roba per te.”
Lia rimase inchiodata davanti a lui. Non l’aveva mai visto così fragile. Mai.
Fece un passo avanti.
“Sono qui” disse, ferma.
Sergio la guardò con gli occhi lucidi.
E in quel momento il pensiero la colpì, chiaro e feroce: se lei se ne fosse andata, se lo avesse lasciato solo con quel buco dentro, lui sarebbe impazzito.
Era lei l’unica che poteva aiutarlo.
Mena
Prof: Come va col culetto? Fa male?
Francesca: Sai, è una sensazione stranissima… sembra proprio di avere un palo spesso infilato nel culo che preme forte contro la pancia. All’inizio accavallo le gambe e mi siedo un po’ di lato, per sentire meno dolore. Poi respiro piano e, pian pianino, mi rilasso.
Il mix di fastidio e piacere la faceva impazzire. Il corpo si contraeva intorno all’oggetto estraneo, le pareti dell’ano che venivano massaggiate a ogni minimo movimento.
Prof: Non è eccitante? Qualcuno potrebbe scoprirti.
Francesca: Cerco di non pensarci. Ogni tanto vado in bagno. Lo tolgo e lo rimetto… devo abituarmi, far sì che il corpo si rilassi.
Mena sorrise, le guance che bruciavano. Si sorprendeva di come stesse parlando con quel maiale come se fosse un vecchio amico che sapeva tutti i suoi vizi più sporchi.
Prof: E dimmi, stai stuzzicando il tuo giovane amico?
Francesca: Già nel tragitto non si è dato pace, ha anche cercato di mettermi una mano sulla coscia, lo sai? Ma gliel’ho fermata.
Prof: che sarà mai… Potevi lasciarlo fare! Sei una bomba di lussuria, sai? Penso sia bello che una donna più grande prenda il compito di svezzare un ragazzo più giovane e introdurlo alle bellezze del sesso.
Francesca: Una volta, la nave scuola non era esattamente un ruolo onorevole.
Prof: Che nave scuola. Qui non si parla di fare esperienza, si parla di bellezza. A quella giovane età, ogni sensazione è decuplicata.
Mena aveva annuito mentalmente, il vibratore che le faceva formicolare la vulva, pensando al suo nipotino in estasi.
Francesca: Su questo concordo, gli ormoni non danno tregua a quell’età, lo so per esperienza.
Prof: Davvero?
Francesca: Mio figlio aveva gli stessi istinti, lo sai?
Prof: Non sapevo avessi un figlio.
Francesca: Oh, sì. All’epoca era molto timido e introverso, ma pendeva dalle mie labbra. Siamo sempre stati molto legati. Cercavo di non incoraggiarlo eccessivamente, ma era dura. Provavo un piacere sottile quando aveva l’occasione di guardare dentro la mia scollatura, per esempio.
Prof: Un cocco di mamma? E non lo sgridavi?
Francesca: Ammetto di no. Era la vanità che mi impediva di oppormi o di tirarmi indietro. Penso che sia un piacere innocente, giusto?
Prof: Se restano piccoli sprazzi di vanità, non ci vedo nulla di male… Tanto gli è passata, immagino.
Francesca: Oh, certo… E mio figlio sembra essere diventato, col tempo, più aperto nelle sue amicizie con le ragazze, quindi forse è una cosa positiva...
Mena sentiva il dildo che le premeva più forte contro la pancia ogni volta che si muoveva.
Prof: Mandami una foto delle tue cosce, dai…
Lei era restia a mostrare troppo, temeva che lui la scoprisse.
Francesca: Non posso, sono già in spiaggia… mi sono cambiata nello spogliatoio con il mio giovane amico.
Prof: Nello spogliatoio? Lo vuoi proprio torturare quel poveretto? Se ti spogli davanti a lui potrebbe non resistere…
Francesca: Dovevo solo mettermi il pareo, nulla di eccessivo…
Prof: Secondo me, c’è qualcosa che mi nascondi…
E se il prof avesse sospettato qualcosa? Il pensiero la fece bagnare ancora di più.
Francesca: E sarebbe?
Prof: Avevi già deciso di far sfogare un po’ il ragazzo, vero? Per questo lo stai provocando.
Francesca: Se lo meriterebbe, è un bravo piccolo… Ha sofferto tanto.
Prof: E tu sei una donna generosa, vero Franceschina?
Francesca: Ma va… Potrei essere…
Prof: Sua madre?
Francesca: Eh!
Prof: Ma non lo sei, giusto?
Francesca: Assolutamente no!
Prof: E allora! È un bravo ragazzo, serio e per come lo descrivi anche molto meritevole…
Francesca: Ma non vado a letto con ragazzi così giovani.
Prof: Mica devi andarci a letto, però… Qualcosa lo potresti fare per lui, non trovi?
Francesca: qualcosa?
Prof: una sega, ad esempio.
Il pensiero le causò una piccola contrazione violenta.
Francesca: una sega?
Prof: Per iniziare. Tutti i giovani meritano attenzioni, non trovi?
Francesca: Mi incasini sempre la testa con le tue parole, lo sai?
Prof: Lo so che vuoi farlo, forse lo avevi già deciso, vero? Perché stuzzicarlo così tanto, sennò?
Francesca: Mi sopravvaluti, non sono così calcolatrice.
Prof: Lo so, sciocchina. Sei una donna intelligente e bella, ma penso che a volte accarezzi questi pensieri senza avere la giusta “spintarella” per tuffarti.
Francesca: E tu saresti quella spintarella?
Prof: Lo farai?
Francesca: E che ci guadagno?
Prof: Se mi dai una prova… Metto sul tavolo questi.
Mena vide arrivare il bonifico sul sito. Sorrise, le guance in fiamme.
Francesca: Accidenti… Grazie…
Prof: Basta, come spintarella?
Francesca: Massì, hai ragione tu, forse… Che sarà mai una sega a quell’età?
Prof: Aspetto tue…
Alessio
La zia lo portò dietro una duna di sabbia piuttosto alta, proprio sul retro del campetto. Nessuno poteva vederli da lì senza fare lo stesso percorso.
Alessio aveva il cuore che gli martellava nelle tempie, il corpo efebico che tremava di vergogna mentre lei lo fissava con quegli occhi verdi penetranti.
“Alessio, guardati… ce l’hai durissimo” lo rimproverò affettuosamente lei. “Non puoi giocare così davanti a tutti.”
“Zia, scusa…”
“Non ti passerà, tanto facilmente, penso… Stai tranquillo. A casa tua madre non ti lascia mai in pace… qui invece la zia ti aiuta.”
Alessio non credeva ai suoi occhi, mentre vedeva la zia armeggiare nella borsa mare.
Tirò fuori dalla piccola bustina di plastica con dentro uno slip nero leggero, e glielo mise in mano.
Quelle mutandine erano troppo sexy. Avevano del pizzo nero in vita. Alessio le riconobbe subito e balbettò: “Zia, queste sono quelle di Victoria’s Secret?”
La zia rise, una risata bassa e roca.
“Conosci le mie mutandine meglio di me, amore di zia” mormorò lei, porgendogliele lentamente. “Devi stare attento, sai… qualcuno potrebbe pensare male.”
Mena armeggiò ancora un attimo nella borsa mare e tirò fuori un piccolo tubetto di lubrificante.
“La mano?” gli chiese.
Alessio, quasi catatonico, le porse subito la mano destra.
Sentì una sensazione fredda e viscida sul palmo.
“Lubrificante” spiegò lei con un sorrisetto complice, stringendogli piano le dita. “Per te, amore di zia.”
Ma… la zia si era preparata? Pensò Alessio.
“Sfogati pure… così non ti rovini la giornata” sussurrò lei, gli occhi fissi nei suoi per un ultimo secondo.
“V-va bene…”
“Faccio io da palo, controllo non passi nessuno e ti lascio un po' di privacy.”
Poi, senza aggiungere altro, si voltò e gli diede le spalle, guardando verso il campetto per controllare che nessuno si avvicinasse, il pareo leggero che le aderiva al corpo.
Alessio rimase lì, il pisello che gli pulsava violento sotto il costume da bagno, lo slip nero stretto in mano.
“Ahhh”, gemette lui, sentendo l’uccello ergersi completamente in mezzo secondo. Deglutì mentre fissava le minuscole mutandine. Le afferrò. Il tessuto era così liscio sulla sua pelle. Fresco. Liscio. Le accarezzò e poi le sollevò davanti a sé. Avevano un taglio stretto, quasi da perizoma.
Passò di nuovo le dita sul tessuto. Il suo dito scivolò fino al tassello centrale, stranamente umido. Sentì il tessuto che aveva premuto contro la fica della zia e lo annusò: sapeva di lei, di donna, di vaniglia salata.
Si abbassò i pantaloncini del costume. Il suo uccello schizzò fuori, già turgido e liscio. Passò la mano sul tronco, cospargendolo di lubrificante.
Il lubrificante di zia.
Le mutandine erano così belle. Così piacevoli al tatto. Le abbassò fino all’asta del pene. Non avrebbe dovuto farlo davanti a sua zia, ma era così eccitato.
E lei non sembrava particolarmente turbata.
Rabbrividì per quanto fresco fosse il tessuto. Avvolse le mutandine di zia intorno al membro e cominciò a segarsi lentamente, gli occhi azzurri inchiodati sul culo della Dea che gli stava davanti, a mezzo metro di distanza.
Iniziò a segarsi con una lentezza quasi dolorosa, assaporando ogni singolo centimetro. La mano scivolava piano, il lubrificante che rendeva tutto caldo, viscido, perfetto. Il pizzo nero del costume della zia gli accarezzava la cappella gonfia con una delicatezza oscena, mentre il tessuto fresco sfregava contro le vene.
Il tessuto delle mutande gli scivolava sulla cappella lucida, creando quel suono umido e osceno, uno schiocco leggero ogni volta che la mano saliva fino in cima e poi ridiscendeva fino alla base.
Il rumore era basso, quasi timido all’inizio: un fruscio bagnato, un leggero slap slap che si perdeva nel vento della spiaggia.
Rabbrividì.
Slap slap slap.
Chiuse gli occhi mentre faceva scorrere quel tessuto liscio su e giù per il pene. Ma li riaprì subito, incapace di staccare lo sguardo da lei.
Non poteva fare a meno di assaporare ogni istante. La zia era in piedi di fronte a lui, girata di spalle.
Il suo seno era così rotondo che, anche girata di spalle, poteva vedere buona parte dei lati coperti dal bikini azzurro, studiandone la graziosa curvatura.
“Ohhh”, gemette Alessio, accelerando il movimento con le mutandine.
La pressione aumentava nei testicoli.
Era troppo maledettamente eccitante.
Se qualcuno fosse sbucato dalla duna sarebbe stato rovinato per sempre. Eppure quel pensiero, invece di fermarlo, gli faceva pulsare il membro ancora più forte. La zia si era preparata tutto: lubrificante, bustina, slip nero… per lui.
L’incesto non gli era mai sembrato così bello.
Lei non si voltava.
Alessio accelerò un po’: slap slap; fece un passo avanti, poi un altro, il respiro corto e spezzato Era a mezzo metro da lei… a trenta centimetri…
“Zia…” ansimò lui, tremante di eccitazione e vergogna. “Zia… ti prego… aiutami…”
Lei non si voltò del tutto. Rimase di spalle, ma inclinò lentamente la testa all’indietro verso di lui, il corpo prosperoso che si avvicinava ancora di più. Alessio vide le labbra carnose di zia curvarsi in un sorriso monello e giurò che gli occhi verdi le brillassero di eccitazione mentre gli sussurrava all’orecchio: “Chiudi gli occhi, Alessio…”
Lui obbedì all’istante. Il mondo si spense in un buio caldo e denso, fatto solo del tocco viscido del pizzo nero sul suo cazzo pulsante.
E poi successe.
Le braccia di Mena lo avvolsero da dietro in un abbraccio, tirandolo con forza contro di sé. Il calore dei suoi seni enormi gli premette contro la schiena. Un primo schiocco umido e morbido gli esplose sulla guancia.
Poi un secondo, più deciso.
Le labbra della zia iniziarono a tempestarlo di baci sempre più insistenti: prima leggeri e caldi, poi più forti, bagnati. Un bacio viscido quando la lingua guizzò appena sulla pelle, un altro più rumoroso proprio sull’orecchio che gli fece contrarre le palle di colpo e pompò altro sangue bollente nel membro già al limite.
Uno schiocco lungo, prolungato, un succhiotto che gli risucchiò la guancia.
Da fuori la scena era oscena: la zia che lo abbracciava da dietro, le braccia avvolte intorno al suo corpo efebico, le labbra che gli davano baci a ripetizione sulla guancia, sporcandola di rossetto, mentre lui aveva i pantaloncini calati fino alle ginocchia e continuava a segarsi come un disperato.
Mena avvicinò ancora di più la bocca al suo orecchio, inspirò profondamente contro la sua pelle e sussurrò con un tono basso e soddisfatto:
“Bravissimo, amore di zia…”
E riprese a baciarlo senza sosta, le labbra morbide e umide che schioccavano calde e insistenti sulla sua guancia, una pioggia di baci sempre più famelici.
Alessio, con la mano che continuava a segare lo slip nero, riuscì a rispondere tra un ansimo e l’altro, la voce spezzata: “Faccio tutto quello che vuoi tu, zia… tutto…”
Lei rise piano contro la sua guancia, una risata complice, che gli vibrò sulla pelle.
I baci non si fermavano. Labbra morbide, umide, sempre più calde e insistenti. Alessio era al limite, le palle contratte, il cazzo che pulsava come impazzito dentro il pizzo nero.
“Zia… zia…”
“Sì, tesoro?”
La mano ormai volava.
Slap slap slap, sempre più forte, sempre più bagnato.
Preda di un’eccitazione incontrollabile, il ragazzo trovò il coraggio di chiedere, la voce tremante: “Zia… ti piace il mio pisello?”
Mena sorrise maliziosa: “Non sono domande da fare a tua zia, tesoro”.
“Zia, per favore, sto per impazzire…” e allungò l’altra mano cercando di palparle un seno. Lei la afferrò, la strinse forte nella sua mentre lui continuava a segarsi, poi gliela rimise sul fianco.
“Zia…”
“Certo che hai un bel pisello… cosa credi?”
Per un attimo la vista gli si annebbiò.
Esplose.
Venne con un gemito soffocato, l’uccello che sussultava dentro lo slip nero della zia. Litri di sperma caldo.
Il primo fiotto denso e rovente schizzò potente, impregnando il pizzo, caldo, cremoso, abbondante. Altri getti seguirono, uno dopo l’altro, la sborra bianca e viscosa che colava tra le dita, inzuppando completamente il tessuto.
Deglutì, sconvolto da ciò che aveva appena fatto. Era assurdo. Non avrebbe mai potuto immaginare che zia facesse una cosa del genere.
Lei continuò a sbaciucchiarlo sulla guancia mentre lui finiva di svuotarsi, i baci lenti e teneri, il rossetto ovunque.
Soddisfatta, Mena prese lo slip nero completamente fradicio, lo piegò con cura e lo rimise nella bustina di plastica, porgendo al nipote una salviettina che lui usò per pulire i residui di sperma sul glande.
Alessio, ancora ansimante e con le guance in fiamme, disse: “Zia… vorrei che ogni giorno fosse così…”
Lei gli accarezzò il collo, mentre con un’altra salvietta gli puliva la guancia dal rossetto e rispose da brava zia premurosa: “Sbrigati, tesoro, che non abbiamo tutto il giorno. Ora vai a giocare. E comportati bene.”
Gli sistemò i pantaloncini con un gesto rapido e tornò verso il campo con quell’andatura sinuosa.
Alessio la seguì con le gambe molli, già sapendo che la prossima sega sarebbe stata dedicata a quel momento, alla bustina di plastica, ai baci sulla guancia, al commento di zia e a tutte quelle piccole attenzioni al suo piacere.
Lia
Il brodo mandava un vapore leggero e innocente, vagamente tremolante all’aria fresca. Lia posò il vassoio sul comodino con un gesto premuroso.
“Ti ho portato qualcosa da mangiare” disse, la voce neutra.
“Stai meglio?”
Lui alzò lo sguardo.
“Sì… un po’ meglio.”
Per un attimo gli occhi azzurri si accesero, le palpebre si sollevarono lentamente e il suo sguardo scese sul corpo di lei con una franchezza spudorata.
“Grazie...”
La maglietta bianca, sottile e ancora umida della doccia, le aderiva al seno in modo evidente.
“Prego…”
Lia sentì su di sé quello sguardo segnarle la curva e il rilievo dei capezzoli come il dito di una mano.
C’era abituata.
Che stereotipo, l’infermiera procace che fa eccitare il vecchio porco malato in canottiera e boxer.
Non provò vergogna, non più: soltanto la strana, lucida soddisfazione di averlo aiutato a riprendersi.
Ma dentro di sé sapeva già che non sarebbe stato il brodo a saziarlo.
“Senti, papà… Vuoi che ti faccia un massaggio?”
Sergio deglutì. “Lia, non è il momento. Non voglio che tu…”
“Ssh.” Lei sorrise avvicinandosi, un sorriso da brava bambina. “Devi riprenderti.”
Gli prese il viso tra le mani morbide. “Dimmi la verità, papà. Ti senti davvero meglio?”
Lui annuì appena, gli occhi lucidi. “Poco meglio. Ancora a pezzi.”
“Allora lascia che ti curi, l’ho già fatto. Io sono l’unica medicina che funziona con te e lo sappiamo entrambi.”
Lui annuì, quasi imbarazzato.
Si sfilò la maglietta con un gesto lento, rimanendo in topless, spingendo in fuori due tette enormi, bianche come latte.
Sergio la guardò e per un secondo sembrò tornare vitale.
“Sei bellissima, teppistella… ma non devi…”
“Invece devo.”
Lia gli prese le mani e se le portò sul seno. Sentì subito le dita grandi e calde del padre affondare nella carne morbida. Era la prima volta che gli si offriva spontaneamente.
Lei non ci pensò troppo; come sempre, non appena le mani di Sergio furono sulle sue forme, ogni pensiero razionale sparì.
Era lei la medicina.
E le piaceva da morire.
“Toccale, papà” sussurrò con voce bassa e roca, spingendo un po’ di più il petto contro i suoi palmi. “Sono tue.”
Le dita di lui affondarono nella carne morbida. Lia chiuse gli occhi, mordendosi il labbro inferiore.
“Solo tue.”
Mentre lui le accarezzava i seni, Sergio sentì l’inguine caldo di Lia aderire alla sua coscia. Lei prese a strusciarsi piano contro quella gamba, un movimento basso e istintivo, le tette pesanti della figlia che gli premevano sul petto in un contatto morbido e ostinato, carne su carne, calore su calore.
Le mani di Lia scivolarono lentamente dalla pancia verso il basso, gli massaggiarono per qualche istante le cosce e poi risalirono fino a tastargli con lentezza il pacco. Sergio sentì il cazzo irrigidirsi come non gli succedeva da tempo, una durezza quasi dolorosa, mentre Lia vi passava sopra entrambi i palmi con gesti lenti e consapevoli, esplorando, soppesando, prendendo possesso.
“Lia…” mormorò Sergio con un filo di voce, un suono rauco che gli si spense in gola.
Lei, con le mani ben aperte, assaporava ogni secondo di quel momento e sentì l’eccitazione montare senza controllo, la fighetta che le si bagnava sempre di più, un calore liquido che le colava tra le grandi labbra. Il contatto con quel corpo febbricitante, le dita che frugavano l’uccello del padre da sopra i boxer fecero saltare ogni freno a Sergio. Cominciò a massaggiarle la schiena e poi scese fino al suo splendido culetto, stringendone le natiche sode con avidità, come se volesse marchiarle la carne giovane.
Sentiva il cazzo gonfio e grosso del padre sotto il palmo, premeva con forza per percepirne tutta la compattezza, la vena che pulsava, la durezza che cresceva sotto le sue dita.
Poi, all’improvviso, fu Sergio a prendere l’iniziativa. La staccò da sé, la prese per mano e si sedette sul letto, gambe larghe e testa appoggiata alla testiera. Vide Lia salire come una lucertolina sul lettone e accoccolarsi inginocchiata tra le sue cosce.
“Su, avvicinati un pochino” disse Sergio.
Lia si avvicinò e si lasciò palpeggiare a lungo tenendo le mani appoggiate sulle proprie cosce. Adorava farsi palpeggiare, sentire il proprio corpo quasi alla totale mercé di lui. Si sarebbe lasciata toccare per ore.
Poi Sergio scese massaggiandole l’ombelico e poi più giù, fino alla fichetta.
Lei allargò leggermente le gambe per permettere alla mano del padre di arrivare.
Con il dito medio cominciò a sfiorarla da sopra gli slip, sentendola già umida, eccitata e calda. Sentiva le labbra gonfie della fighetta schiudersi al passaggio delle sue dita, come una bocca che cede.
“Su, vieni” disse Sergio.
Lia tornò nella posizione di prima e si piegò leggermente verso il padre, riprendendo a massaggiargli il cazzo.
Poi lui afferrò i lembi dei boxer e se li tolse.
Non attendeva che quello.
Osservò il cazzo del padre ora liberato davanti ai suoi occhi, già mezzo duro. Lo guardò ammirata per qualche secondo.
Bellissimo.
Allungò la mano e cominciò a massaggiarlo con vigore per qualche secondo.
“Vedi? Già si sta svegliando” mormorò lei, la voce calda.
Si sputò sulla mano.
Un filo spesso di saliva le colò dal labbro inferiore fino al palmo.
Mentre lo faceva pensò che era la prima volta che compiva un gesto così sporco. Un gesto da troia.
Si sentiva sdoppiata: dall’esterno vedeva una ragazza in ginocchio che segava il cazzo del proprio padre, eppure quella troia non le sembrava lei.
Sembrava più simile a quella bambola di gomma del suo sogno, la mano bagnata si muoveva su e giù, lenta, facendo scivolare la saliva lungo tutta l’asta.
La bambola parlò, lussuriosa: “Quando hai portato i bignè la settimana scorsa… sospettavo che ci avessi sborrato dentro. Mi sono sentita una stupida mentre li mangiavo, pensando che magari la crema era la tua roba.”
Sergio emise una risata bassa, ironica. “Ci ho solo sborrato sopra, amore. Non dentro. Solo sopra!”
Rise con lui, gli occhi già lucidi di eccitazione. “Sei un bastardo.”
Sentiva sotto il palmo il peso caldo e carnoso della verga che le riempiva la mano. Continuò a massaggiarlo lentamente, sentendo il membro diventare più caldo e pesante. Lo afferrò alla base e lo tirò su come se fosse un grosso sex toy. La sua mano non riusciva quasi a chiudersi del tutto intorno a quell’asta. Cominciò a segarlo piano, su e giù, con movimenti lunghi mentre Sergio la guardava estasiato.
Poi riprese con più decisione. Tenne fermo il cazzo alla base, osservandolo in tutta la sua grossezza, e iniziò a segarlo con più ritmo. Andava su e giù, scappellandolo bene a ogni colpo. La cappella rossa e lucida spuntava fuori ogni volta, gonfia. Con l’altra mano gli massaggiava le palle, pesanti, piene. Immaginava quanta sborra ne sarebbe uscita. Le toccava, le stringeva, rapita.
Lasciò le palle e cominciò a sfiorarsi la fighetta. Non aveva mai toccato il cazzo del padre mentre si toccava, e quella cosa la fece impazzire.
Poi Lia salì con la mano e cominciò a segarlo con entrambe. Segava con foga, sempre più veloce, gli occhi fissi sul cazzo che scivolava tra le sue dita. La voglia di vederlo sborrare diventava urgente. Mentre segava aumentava anche il ritmo delle dita dentro di sé.
“Ti piace così, papà?” sussurrò, palpandogli le palle gonfie. “Dimmi la verità… le hai piene, vero?”
“Lia…”
Lei tornò seria, fissandolo negli occhi. “Dimenticavo, papà. Quei bignè erano deliziosi. Perché tutto quello che viene da te mi fa stare bene.”
Sergio rise piano e tacque.
Chiuse gli occhi, la testa all’indietro, abbandonandosi completamente al calore della mano della figlia intorno al suo cazzo. In quel momento esisteva solo il sollievo che lei sapeva dargli.
Lia continuò lenta e devota, stringendo appena alla base e risalendo fino alla cappella. Sentiva il calore aumentare, le vene gonfiarsi sotto le dita.
“Così, papà… Lasciati andare.”
Ma dopo un po’ capì che il cazzo faticava ancora a restare duro. Si irrigidiva un attimo e poi cedeva. Allora si fermò, guardò il membro barzotto e lo strusciò piano tra le sue tette. Fu il gesto giusto. Il cazzo si gonfiò subito, duro e turgido.
Sergio la guardò a lungo, il corpo pallido della figlia, la mano di lei che continuava a masturbarlo.
“Amore di papà… non devi farlo per forza…”
“Papà, ne abbiamo parlato” lo interruppe lei, dolce ma ferma, senza smettere di segarlo. “Voglio la tua felicità. Rilassati.”
Lui le mise una mano sulle natiche e cominciò a palpeggiarle lentamente. Lia sorrise, un po’ impacciata, sentendolo ora durissimo.
“Così va bene?” chiese piano.
“Sì, sei bravissima. Continua.”
“Papà… il tuo cazzo è bellissimo… non mi basta mai.”
Aumentò la velocità, scappellandolo con decisione. Dentro di sé sentiva crescere quel potere sporco: era lei a farlo tornare vivo, era lei l’unica che riusciva a curarlo.
“Grazie… grazie per l’aiuto che mi dai” mormorò Sergio, gli occhi fissi sulle tette che sobbalzavano.
Solo quando la verga fu di nuovo durissima, gonfia e pulsante, Lia decise che era il momento. Prese i seni con entrambe le mani, li schiacciò forte uno contro l’altro e si chinò in avanti. Infilò il cazzo tra le tette. L’asta scomparve completamente nella carne calda. Cominciò a muovere il busto su e giù, segandolo con le tette, sempre più veloce.
Strinse con forza, schiacciando i seni fino a farli traboccare tra le dita. La cappella violacea spuntava dall’incavo a ogni discesa, lucida di pre-sperma, lasciando una scia viscida sullo sterno. Lei ci sputava sopra per renderla più scivolosa.
“Grazie, papà” sussurrò roca. “Grazie per farmi sentire bella. Desiderata. Solo tu mi fai sentire così.”
Sergio gemette, le dita affondate nei capelli di lei, ma non spingeva. Lasciava fare.
“Sei la mia cura, Lia… solo tu…”
Lei accelerò. Le tette sbattevano ritmicamente contro il ventre del padre, rumore bagnato di carne contro carne.
Ogni discesa inghiottiva quasi tutto il cazzo, ogni risalita lasciava la cappella esposta e lucida.
“Senti come pulsa? È tutto per me… solo per la tua troietta.”
“Oh cazzo… Lia!”
Sergio venne, senza preavviso.
Il primo getto esplose con forza brutale, schizzando dritto sul viso di lei. Lia spalancò la bocca, incantata. Il secondo fiotto le centrò la guancia, il terzo il labbro superiore. Il seme denso, caldo, cremoso le colò sulle tette, riempì l’incavo tra i seni e traboccò sui capezzoli. Lei continuò a muovere il petto su e giù, spremendolo fino all’ultima goccia, mentre il cazzo pulsava e schizzava sulla sua pelle.
Rimase qualche secondo immobile, il cazzo ancora stretto tra le tette, sentendolo ammorbidirsi. Poi indietreggiò, si guardò il petto ricoperto di sperma. Il nettare caldo colava lento lungo le curve, gocciolava dai capezzoli, le scendeva dal mento fino alla gola. L’odore forte, muschiato, animale del seme del padre le riempì le narici.
Passò un dito tra i seni, raccolse un grosso grumo e se lo portò alla bocca. Lo succhiò lentamente, assaporando il gusto salato e denso.
“Guarda quanto ne hai tirato fuori… solo per me” mormorò.
Sergio la fissava con gli occhi lucidi, senza parlare.
Lia sorrise, dolce e sconvolta. Si spalmò il seme sul corpo, poi si portò un capezzolo alla bocca e lo leccò con calma. L’altra mano scese tra le cosce. La fica era fradicia. Due dita affondarono senza sforzo nel calore bagnato mentre lei continuava a leccarsi le tette sporche davanti agli occhi del padre.
L’orgasmo arrivò rapido, violento, silenzioso. La schiena si inarcò, i fianchi tremarono, un gemito basso e strozzato le uscì dalla gola mentre gli umori caldi le colavano lungo la coscia.
Quando riaprì gli occhi, Sergio la stava ancora guardando.
“Forse siamo più simili di quanto voglia ammettere” mormorò lui.
Lia si leccò le labbra sporche di sborra e sorrise, affettuosa, potente.
“Lo faccio solo per aiutarti, papà. Solo per questo.”
E dentro di sé, mentre il calore denso le colava ancora tra i seni, per la prima volta ci credette davvero.
Quattordici anni prima.
Si rigirò tra le lenzuola ancora calde, gli occhi socchiusi per la luce morbida che filtrava dai vetri. Roberto era steso accanto a lei, i capelli scompigliati e quel solito mezzo sorriso. Lei gli sfiorò la guancia con le labbra in un bacio lento e pigro.
“Buongiorno, dormiglione” mormorò.
“Buongiorno a te, ninfetta.” Fece scivolare lentamente la mano lungo la schiena nuda della moglie, attirandola più vicina. “Se continui così con questi baci, mi farai iniziare la giornata già tutto infiammato di desiderio. Sei l’unica al mondo capace di accendermi il sangue con un semplice bacio sulla guancia.”
Mena rise piano contro le sue labbra. “Vorrei ben vedere se esistesse un’altra donna capace di baciarti così.”
Gli diede un bacio più lungo, più profondo, lasciando che le lingue si sfiorassero appena.
“Le farei a pezzi,” mormorò Roberto con finta ferocia, la voce già arrochita. Risero insieme, una risata bassa e complice tra le lenzuola.
Mena si mosse, premendo il corpo contro il suo.
“Fai la brava, sennò…”
“Promesse, promesse…” Ridacchiò lei, mordicchiandosi il labbro inferiore.
Roberto le sfiorò il naso con il suo.
“Il principino che fa?”
Lei alzò un sopracciglio, divertita.
“Si sta svegliando…”
“Scema!” rise lui, dandogli una piccola spinta sulla spalla. “Intendevo nostro figlio!”
Lei sorrise, maliziosa. “Ah, quello. Starà ancora dormendo, ma dovresti svegliarlo. Tra venti minuti dovrebbe uscire.”
“Stiamo freschi!” sospirò lei, poi alzò la voce senza staccarsi dal marito: “Toni!!!”
Dal corridoio arrivò subito la vocina impastata di sonno del piccolo.
“Mammaaa…”
Mena rispose senza staccarsi dal petto di Roberto, alzando appena la voce verso il corridoio.
“Toni, amore, preparati che è tardi! Vestiti e fatti la doccia, dai!”
Dal corridoio arrivò un lamento lungo e teatrale.
“Cinque minuti ancora, ti prego…”
“Sbrigati, monello, o ti butto sotto la doccia con tutti i vestiti addosso!” lo minacciò lei, ridendo.
Roberto sbuffò divertito: “Vedo con piacere che nostro figlio ha ereditato alla perfezione la mia pigrizia.”
Mena sospirò, si mise seduta e si passò una mano tra i capelli arruffati. Per alzarsi appoggiò il palmo proprio sul rigonfiamento evidente dei boxer di Roberto, premendolo piano, con aria scherzosa.
Lui fece un verso strozzato. “Ehi, attenta… se continui così sarò io a buttarti sotto la doccia.”
Lei rise, ritraendo la mano ma senza troppa fretta: “Altre promesse…”
Roberto le catturò di nuovo la mano e la riportò lì.
“Quanto starà via oggi il principino? Almeno un paio d’ore dal suo amico, no?”
“Almeno. Ha detto che giocano fino all’ora di pranzo.”
“Con te mi bastano molto meno di due ore, fidati,” rispose lui con un sorriso buffo.
Mena scoppiò a ridere e gli fece una linguaccia. “Spero non troppo di meno, però.”
Roberto le prese la mano con dolcezza e se la portò alle labbra. “Cercherò di lavorare di meno anch’io. Voglio passare più tempo con te. Con voi.”
Lei si chinò e gli diede un bacio tenero sulla fronte. “Grazie…”
“Del doman non c’è certezza, amore mio,” mormorò lui, facendole l’occhiolino.
Mena sorrise, si alzò, infilò la vestaglia leggera e uscì dalla stanza con un ultimo sguardo complice al marito ancora disteso tra le lenzuola.
Il ricordo si spezzò di colpo.
Mena si riscosse. L’infermiera di suo marito era lì accanto.
“Signora, le serve altro? Un caffè, qualsiasi cosa?”
Mena guardò un’ultima volta il letto dove Roberto giaceva immobile. Scosse la testa, la voce ferma.
“No, grazie. Non mi serve nulla.”
Chiuse piano la porta dietro di sé.
Lia
Digitò la frase lentamente, con circospezione: “il bambino sente il sesso durante la gravidanza?” Poi cancellò tutto, ricominciò, cancellò di nuovo. Si sentiva infantile, ridicola, una bambina stupida. Premette invio lo stesso.
“Secondo uno studio recente, il feto non è in grado di percepire direttamente il liquido seminale né tantomeno di entrare in contatto con esso. La barriera placentare e il sacco amniotico costituiscono una protezione impermeabile a livello molecolare. Tuttavia, il feto può percepire i cambiamenti meccanici indotti dall’attività coitale: le contrazioni uterine ritmiche, le variazioni di pressione intraddominale e i movimenti pelvici della madre possono tradursi in oscillazioni del liquido amniotico che il feto registra come stimoli tattili o vestibolari. In particolare, ricerche hanno dimostrato che il feto risponde con movimenti di suzione o di estensione degli arti a ritmi di dondolio superiori ai 0,5 Hz, frequenza tipica dell’atto sessuale in posizione missionaria o da dietro.”
Che tenerezza, suo padre l’aveva cullata per cinque mesi di fila. Ben più di quanto avesse fatto per il resto della sua vita.
Continuò a leggere.
“Ulteriori studi sottolineano che l’attività sessuale in gravidanza non altera i parametri biofisici fetali a condizione che non sia accompagnata da traumi meccanici o da emorragie. Il feto, immerso nel liquido amniotico, percepisce le vibrazioni come un ambiente acquatico in movimento, simile a quanto avviene durante la deambulazione materna o durante un viaggio in auto.”
Un viaggio assieme, solo questo.
“Non esiste evidenza scientifica di memoria traumatica fetale legata al coito materno; tuttavia, elevati picchi di adrenalina nella madre possono indurre una risposta di allerta temporanea nel feto. In sintesi, il rapporto sessuale consensuale e senza complicanze non rappresenta un rischio per il benessere fetale, ma richiede sempre un’attenta valutazione del contesto psicologico materno, poiché lo stress emotivo materno è il fattore di rischio più rilevante per lo sviluppo neuropsicologico del nascituro.”
Lia chiuse gli occhi un istante.
Contesto psicologico materno.
Il suo contesto era marcio. La mela non cade mai lontana dall’albero.
“Che stavi leggendo?” chiese Sergio, la voce bassa.
Lia chiuse di scatto il portatile. “Niente. Spulciavo i social.”
Sembrava malinconico, diverso dal solito. Da due giorni non veniva a trovarla, di notte.
Da due giorni non la toccava. Lia sentì un sollievo agrodolce salirle in gola. Che si sentisse in colpa per quello che le aveva fatto?
Improbabile.
Però forse era l’occasione giusta. Poteva parlargli chiaro. Poteva dirgli che era finita, che non poteva più andare avanti così, che era malato, che lei era malata, che dovevano fermarsi prima di distruggersi del tutto.
Aprì la bocca per parlare.
Sergio la precedette. “Mi sento fuori forma” disse piano, senza guardarla. “Vado a riposare un po’ a letto.”
Fa nulla, poteva comunque andare da lui più tardi. Poteva chiuderla lì. O poteva… lasciarsi scopare di nuovo.
Dipendeva da quanto fosse debole lei.
E da quanto fosse debole lui.
Alessio
“Ma insomma Ale, ancora con questa storia della beneficenza? Perdi tempo, con tutto quello che devi studiare, per aiutare chi? Quei poveracci? Il Signore vuole che si aiuti il prossimo, sì, ma prima viene il dovere verso lo studio!”
Teodora borbottava da ore, instancabile come una pentola a pressione.
Per la verità, ad Alessio non importava un fico secco di quell’iniziativa benefica.
Niente di niente.
Aveva ben altre fiche in mente.
Per zia Mena si sarebbe fatto cane al guinzaglio, avrebbe strisciato pur di starle vicino e levarsi dagli occhi della madre che lo soffocava.
Sospirando, Alessio cantilenò per l’ennesima volta la sua risposta: “Mi fa piacere aiutare gli altri, mamma”.
Mentì: “Mi sento… utile.”
Teodora lo guardò di traverso.
“Utile…” ripeté lei. “E io? Tu vai lì a perdere tempo e io resto sola.”
Alessio strinse i denti. Pensò che non sarebbe stata sola se avessero saputo dov’era finito Luca, ma tenne la bocca chiusa.
Alla fine disse, con voce quasi timida: “Non sarai sola, mamma. Ci sarà Toni.”
Al nome di Toni il viso di Teodora cambiò di colpo. Gli occhi si addolcirono per un istante.
Alessio rimase immobile, osservando quel piccolo cambiamento sul volto della madre.
Sentì il cuore battergli più forte.
Era l’occasione giusta.
Deglutì e buttò fuori le parole prima di pentirsi.
“Mamma… volevo chiederti una cosa.”
“Dimmi.”
“Hai sentito Luca, di recente? Non risponde al telefono…”
L’espressione di Teodora tornò buia e nervosa all’istante.
“Cosa vuoi che ne sappia di quel buono a nulla di tuo fratello?”
“Però…”
“Però nulla! Dovresti imparare da Luca come non comportarsi. Lui è esattamente il perditempo per eccellenza.”
“Sì ma…”
“Se continui così, Ale, vai nella sua brutta strada…”
“È solo che…”
“Che?”
“La gente mi chiede di lui, ecco!” mormorò lui, tutto d’un fiato.
Teodora lo fissò, perplessa. Poi, con una calma gelida che fece venire i brividi ad Alessio, disse:
“Capisco. Beh, se te lo chiedessero, rispondi che è in vacanza.”
“In vacanza?”
“Hai sentito quello che ho detto?”
“Sì… va bene. Dove?”
“Dove ti pare. In Costa Smeralda.”
Alessio annuì lentamente. Si sentiva come un omicida che concordava la versione con il complice.
Grottesco.
Ripensò alla gita con zia Mena e trovò la forza di annuire di nuovo, chiudendo il discorso.
Buona vacanza, Luca.
Divertiti, ovunque tu sia.
Luca
Nel frastuono del fast food, tra vassoi che sbattevano e bambini urlanti, dagli altoparlanti usciva una canzone di Ivan Graziani, anche se nessuno ci fece caso.
Figurarsi Luca, che non la conosceva nemmeno.
Peccato, perché gli sarebbe calzata a pennello:
“Venti giorni di fuga e neanche un appello per radio
Evidentemente mia madre
Non è neanche una buona padrona
Perfino per i cani smarriti
Si fanno appelli per radio
Ma io no, non ho imparato a leccare bene la mano
Di chi mi dà da mangiare”.
Non gliene importava niente della musica.
Stava seduto al tavolino di plastica, gli occhi inchiodati al cellulare.
Non aveva avuto il coraggio di raggiungere Lia.
Era rimasto a girare per la città, perdendo le strade, il senso del tempo.
La sera saliva sui bus notturni e dormiva rannicchiato sui sedili.
La mattina entrava in locali come quello, ordinava una bevanda e un cheeseburger e restava seduto ore a fissare lo schermo del telefonino.
Non gli mancava casa. Gli mancavano solo le sue miniature.
Le avrebbe ritrovate presto, una volta trovato il coraggio di… muoversi.
Con il telefono girato in orizzontale tra le mani, lo schermo largo che gli riempiva quasi tutto il campo visivo, guardava un video porno di Gabbie Carter.
Una bella biondina, ma bruttina di faccia.
Aveva un seno enorme, perfettamente appropriato.
E poi non somigliava granché a Sydney Sweeney, la sua dea.
Spalancò gli occhi, sorpreso e infastidito, quando lo schermo si spense di colpo.
Batteria scarica.
Maledizione.
Scosse il cavetto del caricatore attaccato alla presa del fast food.
Il cavo era guasto.
Maledizione.
Maledizione.
Fece i conti in tasca, aveva ancora qualche euro. Bastavano per un cavetto nuovo.
Si accorse che le persone intorno arricciavano il naso, si allontanavano schifate, qualcuno tossì. Forse avrebbe dovuto trovare un posto dove lavarsi.
Dopo ci avrebbe pensato.
Prima il telefono.
Tutto il resto poteva aspettare.
Teodora
In fondo era una buona cosa che Luca se ne fosse andato, pensò mentre passava lo straccio sul tavolo.
I guai se ne andavano tutti, uno dopo l’altro.
Prima Sergio, quel porco infedele che aveva ingrassato tutte le puttane del Paese.
Poi Lia, quella troietta ingrata.
E adesso Luca, quel maniaco schifoso, indegno cane in calore.
Meglio così.
La casa si stava ripulendo.
Represse un sorriso compiaciuto e pensò che doveva essere superiore a quei depravati; dopotutto, era la volontà di Dio a punirli, non lei.
“Signore, non li perdonare. Non perdonare nessuno di loro. Lascia che marciscano nel loro peccato.”
In quel momento la chiave girò nella serratura. Toni entrò, sudato, la maglietta appiccicata al petto.
“Mettiamoci sotto, zia!”
Teodora sentì un colpo dentro, come una mano che stringeva. Il cuore le batté più forte e un calore familiare le salì dal petto fino al collo.
Era solo gioia, si disse. Era la volontà di Dio.
Mena
Francesca: Ma prof, sei di nuovo qui a perdere tempo con me? Se continui a stare in chat tutto il giorno la cultura dei tuoi studenti ne risentirà, poverini. Chissà quanti esami da correggere hai lasciato lì a prendere polvere.
Prof: Vadano in malora tutti, Francesca. Che si arrangino. Io voglio togliermi qualche sfizio, e tu sei lo sfizio più bello che mi sia capitato da anni. La cultura può aspettare, io no.
Francesca: Oh, senti senti… che genere di sfizio hai in mente oggi?
Prof: Sfizi belli, Francesca. E tu sei una bella femmina, non come quella puttana che mi ha umiliato.
Mena ridacchiò tra sé, seduta sul bordo del letto. Bella femmina e puttana. Le piaceva quella doppia etichetta.
Francesca: Ancora pensi a lei? Mi devo ingelosire?
Prof: La vorrei mettere in castigo, ci penso sempre. E penso anche a te, sai? Ti lascio mezzo stipendio al mese molto volentieri. Soldi ben spesi.
Francesca: Mi fai arrossire, prof. Allora… ho un regalo per te, guarda qui.
Mena scattò le due foto: una ravvicinata del plug nero appoggiato all’ano, la punta che sfiorava il morbido buchetto già un po’ dilatato, l’altra con le cosce aperte che mostrava il filo rosa dell’uovo scomparire tra le grandi labbra, gonfie e lucide di umori.
Prof: Quanto sei bagnata…
Francesca: Dimmi, per esempio, come vorresti punire quella zia monella che ti ha umiliato l’altro giorno a scuola? Le metteresti nel culetto questo bel plug?
Prof: Lo vuoi sapere davvero?
Francesca: Certo…
Prof: La costringerei a uscire di casa con quegli affari addosso.
Mena rimase un attimo spiazzata.
Prof: Camminare per strada così, con la fica luccicante di umori e ben gonfia di giocattoli. Voglio che la gente le guardi il culo e non sappia che sotto il vestito ha il buchetto dilatato e la fica che cola.
Che scena, pensò Mena. Si era aspettata solo una bella sessione di masturbazione reciproca, invece il prof. faceva sul serio. Il cuore le batteva forte, la vergogna le bruciava le guance.
Francesca: Vuoi davvero che esca così? Con il plug nel culo e l’uovo nella figa?
Prof: Lo faresti per me?
Francesca: Dipende…
Prof: Da cosa? Ti prego dimmelo, ho il cazzo duro e non resisto più.
Pensò che poteva essere un’opportunità per un’innocua vendetta verso quel porco viscido.
Gli avrebbe svuotato il portafogli.
Francesca: Dovresti pagarmi, tutta la giornata in chat… è una bella spesa.
Prof: Fallo, non m’importa.
E gli avrebbe anche svuotato le palle, pensò lei.
Francesca: Va bene, ai tuoi ordini…
Prof: Che farai oggi?
Francesca: Andrò al mare con un mio giovane amico, perché?
Prof: Ancora meglio. Esci con quei giocattoli addosso. Indossa il costume più provocante che hai.
Francesca: E questo prendisole?
Mena fotografò il prendisole verde, molto scollato, e glielo mandò.
Prof: Sì, perfetto… Già ti vedo. Tu che cammini lenta, il prendisole che svolazza, le cosce che si sfregano, e il ragazzo che ti guarda senza sapere dei nostri giocattoli.
Mena scattò un’altra foto ravvicinata del plug infilato tra le natiche e la mandò.
Francesca: Ti piace?
Prof: Giudica tu…. Vedi? È duro per te.
E arrivò la foto: il cazzo del prof, la cappella lucida di pre-sperma, stretto nella mano con il solito Rolex.
Francesca: Professore… quanto vorrei che questo plug fosse quel bell’uccello. Lo sento dentro, grosso e freddo, e penso a te che me lo spingi fino in fondo.
Mena posò il telefono con le mani che tremavano. Le parole del prof l’avevano fatta bagnare. Accarezzò il monte di venere, sentì i peli del pube già fradici.
Prese l’uovo, lo lubrificò ancora una volta (anche se non serviva) e lo spinse dentro le pieghe della fica con un sospiro lungo e rauco.
Sentì le sue piccole labbra inghiottirlo, le pareti vellutate che si chiudevano attorno a quel peso liscio.
Poi prese il plug. Lo spalmò di lubrificante fino a farlo brillare, si chinò sul lavandino, spalancò il sedere con una mano e lo infilò piano.
Lo sfintere resistette un istante, stretto e ostinato, poi cedette di colpo; il tronco entrò tutto, la base premuta tra le natiche sode. Pensò che quel dolore era solo un piccolo assaggio, quello che si meritava una troia come lei.
Mena gemette piano, sentendo il culo dilatarsi intorno a quel corpo estraneo, fresco di lubrificante.
Ogni piccolo movimento faceva muovere entrambi i giocattoli. Il plug la apriva, l’uovo premeva.
Era una puttana che usciva con i buchi ben tappati, eppure non riusciva a fermarsi. La vergogna le bruciava le guance e la faceva bagnare ancora di più.
Si infilò un costume da bagno celeste sotto, poi il prendisole leggero. Il tessuto sfregava sui capezzoli duri.
Aprì la pochette dei trucchi e prese un rossetto. Rosso corallo. Le labbra si schiusero piano. Il rossetto scivolò caldo sulla pelle, tingendola di un rosso brillante. Mena premette le labbra una sull’altra, le fece schioccare piano, e sentì un brivido partire dal basso ventre.
Uscì di casa.
Il prof le aveva scritto di nuovo.
Prof: L’uovo acceso, Francesca. Voglio che vibri mentre cammini.
Francesca: No prof… lo tengo spento. È già abbastanza piacevole.
Uscì.
Ogni falcata era una tortura dolce.
Il culo ondeggiava pesante sotto il prendisole, le cosce tornite si sfregavano, portando il plug ancora più in fondo.
Arrossì.
Camminò lenta fino alla fermata del bus.
Il plug e l’uovo si muovevano a ogni passo, producendo un rumore umido e osceno che solo lei poteva sentire.
Il prendisole svolazzava, il costume le tormentava i capezzoli.
Arrivò alla fermata.
Alessio era già lì.
“Ciao Ale!”
“Ciao Zia…”
“Sei contento? Tra poco si parte per la spiaggia!”
Alessio deglutì, gli occhi fissi sulle sue gambe.
“Non vedo l’ora... Stai molto bene in verde, lo sai?”
“Grazie, nipotino mio!”
“Si adatta al colore dei tuoi occhi…”
Mena si morse il labbro, arrossì, rise nervosa, lo provocò dolcemente con lo sguardo. Si sedette accanto a lui alla fermata, le gambe leggermente aperte. Il prendisole salì sulle cosce, lasciando intravedere la pelle olivastra e le macchie solari.
Tirò fuori il telefono e scrisse al prof.
Francesca: Sarà una dolcissima giornata…
Teodora
“A proposito, zia… che fine ha fatto Luca? Non lo vedo da un pezzo.”
Teodora strinse le labbra. Rispose senza nemmeno pensarci: “È in vacanza. In Sardegna.”
Toni fece una mezza risata.
“Beato lui. Sta facendo la bella vita, eh?”
Teodora lo guardò. Sentì una tenerezza calda, quasi dolorosa.
“Se vuoi” disse piano “ci andiamo anche noi per una settimana. Ci penso io a tutto. Basta che me lo dici.”
Toni arrossì appena, imbarazzato.
“Grazie zia, sei troppo buona… ma non posso muovermi da casa adesso. Finché papà non si riprende, non mi sento di lasciare la mamma sola.”
Teodora annuì. Fece un gesto verso il divano.
“Vieni, stendiamoci un po’.”
Mena
Il pullman stava arrivando. A ogni passo Mena sentiva il plug spingere più a fondo, il silicone spesso che le apriva il culo, mentre l’uovo vaginale premeva piano.
Alessio la seguiva mezzo passo indietro, gli occhi inchiodati sul suo culo tondo e generoso che ondeggiava sotto il prendisole leggero. Due lune piene che tendevano il tessuto sottile.
Si sedettero in fondo. Lui le si piazzò accanto, vicinissimo, il ginocchio che sfiorò il suo con una scarica elettrica. Il ragazzo era già partito: respiro corto, mani che cercavano di nascondere il rigonfiamento nei pantaloni, guance in fiamme.
Mena sorrise, una risatina nervosa che le uscì bassa dalle labbra carnose.
Ricordava bene com’era a quell’età, quando il suo corpo da ragazzina era diventato quello di una femmina piena di voglia. I maschi erano bombe a ormoni: pisello duro in un attimo. Alessio era esattamente così.
Si morse il labbro inferiore.
Pensò al giorno in cui aveva assaggiato il suo sperma.
Non ne andava fiera, però…
Ripensava a quel sapore salato, giovane, che aveva leccato piano mentre si toccava nella sua stanza. Cucchiaini di crema bianca e pura. Il ricordo le fece contrarre la fica intorno all’uovo.
Stuzzicare Alessio era bello per lui, ma lo era anche per lei.
Mena lo ammise con un brivido caldo: si stava divertendo un sacco a provocare il nipote.
Senza esagerare, però.
Stiracchiò le braccia sopra la testa, fingendo uno sbadiglio stanco. “Che sonno… avrei dormito altre due ore volentieri.”
Il prendisole leggero si spostò. Il costume sotto scese appena e, per un paio di secondi, un capezzolo scuro e duro uscì fuori dal seno opulento, esposto all’aria fredda del bus.
Mena lo rimise a posto con calma, come se niente fosse.
Ma vide gli occhi di Alessio spalancarsi.
Lui si coprì il cavallo con le mani, inutilmente: il cazzo giovane premeva duro contro la stoffa.
Alessio deglutì. “Zia…”
“Eh?” fece lei, voltandosi con un sorriso dolce e malizioso, gli occhi verdi che lo inchiodavano.
Il ragazzo allungò una mano, timido ma spinto dagli ormoni, e gliela posò sulla coscia nuda, proprio sotto l’orlo del vestito.
Le dita tremavano, calde.
Mena sentì quel calore sulla pelle e il fuoco tra le cosce si fece più intenso.
Lo fermò subito. Un piccolo schiaffo deciso sulla mano, autoritario ma basso.
Gli sussurrò con voce roca: “Smettila. Siamo sul bus, c’è gente davanti. Dopo faremo i conti”.
Alessio ritirò la mano come se si fosse bruciato, rosso fino alle orecchie, sguardo basso.
Per un attimo Mena pensò di aver esagerato.
Ma aveva altri piani per la giornata e non voleva che tutto degenerasse lì, in pubblico.
La giornata era appena cominciata.
E lei era già bagnata fradicia.
Alessio
Era stato un dramma resistere là sul bus.
Una vera tortura. Guardare ma non toccare.
Stare seduto accanto alla zia con quel prendisole verde che le saliva sulle cosce, senza trovare il coraggio di allungare la mano e toccarla.
Pensava solo a quel capezzolo scuro che le era uscito fuori per un secondo, duro come una nocciolina, dritto contro il tessuto.
Gli aveva dato il colpo di grazia. La mano gli si era mossa da sola, come se avesse vita propria. Lei gli aveva bloccato il polso con uno schiaffetto secco, ma lui aveva fatto in tempo a sentire il calore della coscia olivastra, quella carne morbida e calda che tremava sotto le dita.
Scendendo dal pullman l’aria della spiaggia gli arrivò in faccia come uno schiaffo bagnato. L’erezione però non mollava. Camminava mezzo passo dietro di lei, gli occhi inchiodati su quel culo tondo che ondeggiava pesante sotto il prendisole.
Il sedere di zia era incredibile. Semplicemente perfetto. Era lì, sporgente, che implorava di essere ammirato, inclusa quella graziosa piega tra la natica e la gamba. Ci fu un leggero tremolio quando lei si mosse, ed era chiaro che era in perfetta forma, e tutto il suo sedere manteneva quella perfetta abbronzatura dorata, come il resto di lei.
La zia aveva lavorato in palestra e si vedeva.
“Guarda dove metti i piedi o inciampi nella sabbia!”
“Sì, Zia…”
Alessio si morse l’interno della guancia.
Raggiunsero don Marco e il gruppetto. Il prete aveva un volto aperto, simpatico, ma con una mascella squadrata che dava l’idea di una certa forza interiore. Trattava Mena con una familiarità che ad Alessio diede subito fastidio.
“Mena, avete fatto un buon viaggio?”
“Troppi scossoni sul bus, però diciamo di sì!” rispose Mena ridendo, e fece l’occhiolino al nipote.
Alessio sentì il cazzo dargli un’altra fitta dentro i pantaloncini. Come diavolo faceva la zia a rendere eccitante anche la conversazione più banale?
Don Marco rise di gusto e le diede una pacca leggera sulla spalla. “Brava, sempre positiva tu. I bambini ti aspettavano, sai? Oggi è giornata di pallavolo, sono carichissimi di energia.”
“Figurati, don. Con questi due diavoletti è sempre una festa.”
Alessio rimase lì a fissarli.
Si chiese se anche don Marco subisse il fascino della zia. Probabilmente no. I preti non hanno certe tentazioni. O almeno così si raccontava in giro.
Intorno c’erano altri bambini più piccoli che correvano sulla sabbia calda, strillando come pazzi sotto il sole di mezzogiorno.
Alessio si avvicinò alla borsa frigo, tirò fuori una bibita fresca e se la premette un secondo contro la fronte prima di berne un lungo sorso. Rimase lì a chiacchierare con i bimbi, sentendosi paradossalmente il più maturo in mezzo a loro.
Tutto quel chiasso, quelle vocette acute e quel correre senza senso avevano calmato un po’ l’erezione.
Ogni tanto lanciava un’occhiata di traverso a Mena e don Marco che parlottavano fitto fitto, teste vicine, risate basse. Una fitta strana di gelosia gli strinse lo stomaco.
Le chiacchiere vennero interrotte quando Mena batté le mani. “Ragazzi, tutti in costume! Il torneo di pallavolo inizia tra dieci minuti, forza!”
Don Marco: “Esatto, cambiatevi che il campo vi aspetta!”
Teodora
Si sdraiarono uno accanto all’altra. Toni era così grande, così atletico. Era una meraviglia di ragazzo, fatto e finito.
Strinse le mani sull’abito nero fino a farsi male. “Signore, perdonami” pensò, mordendosi dentro la guancia. “È solo affetto di zia… non è peccato guardare un nipote così bello, no?”
Toni sospirò.
“Io amavo stendermi sul divano con la mamma… ma da un po’ di tempo siamo ai ferri corti.”
Teodora voltò la testa.
“Avete litigato?”
“Sì. Ma abbiamo fatto pace.”
Rimase zitto un momento, poi parlò di nuovo, la voce più bassa.
“Non sono contento di questa storia che la mamma passi tanto tempo con Don Marco. Da un po’ siamo freddi, anche se abbiamo fatto pace. Non lo so… quel prete non mi convince per niente.”
Teodora sentì il sangue scaldarsi.
Ecco l’occasione
“La penso come te,” fece lei.
“Non si finisce in una chiesetta sperduta e diroccata come la sua senza motivi, sai.”
Toni la guardò incuriosito.
“Che motivi?”
Teodora fece un sorrisetto amaro.
“Come sei ingenuo, Toni mio.”
Lui insistette: “Tu sai qualcosa?”
“Io? No” rispose lei, secca.
“Ma certe cose si sentono.”
Dentro di sé pensò che forse poteva levarsi dai piedi anche quel prete bellimbusto che le stava portando via Alessio.
Si tirò su dal divano di scatto.
“Basta stare qui a chiacchierare. Abbiamo del lavoro da fare. Gliela faremo vedere noi a quel prete da strapazzo.”
Alessio
Si diressero verso le cabine di legno in fondo alla spiaggia.
La cabina era stretta, quasi soffocante.
Mena gli dava le spalle e, con un movimento fluido, si sfilò il prendisole, lasciandolo cadere sulla panca.
Ad Alessio per poco venne un infarto: il corpo della zia era spettacolare.
Abbassò lo sguardo, ma si rese conto che la visuale era leggermente ostruita.
Non dai capelli, né dal braccio, né niente del genere.
No, ciò che gli impediva di ammirare l’intera distesa del suo corpo erano le sue tette.
Non erano mai sembrate così grandi, la parte superiore dei seni incredibilmente rotonda, liscia e senza imperfezioni.
Il tessuto azzurro ed elastico era teso al massimo intorno al seno, modellandosi su di esso; l’unica imperfezione lungo quella superficie liscia era l’impronta lasciata dai capezzoli pulsanti, due noccioline scure che spingevano contro la stoffa sottile.
Il culo alto e rotondo riempiva gli slip in modo osceno.
Quando si legò il pareo intorno ai fianchi, ad Alessio parve di vedere qualcosa di scuro e spesso sporgere sotto il tessuto, proprio nel solco profondo tra le natiche.
Mentre si legava il pareo intorno ai fianchi, il telefono di Mena vibrò sulla panca.
Lei lo prese, lesse il messaggio con un piccolo sorriso malizioso sulle labbra e digitò rapidamente una risposta.
Alessio la vide di sfuggita nello specchio scheggiato: quel sorriso complice, gli occhi che si socchiudevano per un istante, mentre con l’altra mano si sistemava il pareo proprio dove quel qualcosa di scuro e spesso premeva contro il tessuto.
Per un secondo i suoi occhi verdi incrociarono quelli fuori dalle orbite del nipote nello specchio, come se sapesse perfettamente che lui la stava guardando.
Poi mise via il telefono e continuò, come se niente fosse.
Mentre si aggiustava il pareo, Mena fece un piccolo passo indietro per darsi spazio.
Il suo culo morbido e caldo premette per un istante contro il rigonfiamento duro nei pantaloncini di Alessio.
Mena si fermò per un secondo, come se anche lei avesse sentito.
Lui rimase impalato, il cazzo che pulsava dolorosamente, la cappella bagnata che strusciava contro il tessuto. Zia… ti prego… toccamelo. Non ce la faccio più.
“Zia…” gli uscì un sussurro rauco.
Mena si voltò appena, un sorriso lento sulle labbra. “Sì, Alessio?”
“Niente… scusa, ero sovrappensiero…”
Si cambiò in fretta, voltandosi di lato, cercando inutilmente di nascondere l’erezione evidente.
Il tessuto leggero dei pantaloncini da bagno non nascondeva niente.
E lei lo sapeva.
Lo vedeva.
Eppure non diceva nulla.
Uscirono.
Il torneo stava per iniziare.
Alessio si scaldò con gli altri ragazzi, correndo sulla sabbia, ma ogni volta che alzava gli occhi vedeva Mena in prima fila, il pareo che le scivolava sui fianchi, le tette maestose.
L’erezione tornò prepotente, la cappella che premeva contro la stoffa, visibile a metri di distanza.
Mena se ne accorse subito.
I suoi occhi verdi si piantarono sul suo pacco, un sorrisetto malizioso le curvò le labbra umide.
Lo prese da parte con una scusa: “Vieni un attimo, Alessio, devo spiegarti le regole del gioco.”
Mena gli si avvicinò fino a sfiorargli il petto con le unghie. “Dobbiamo finire il discorso di prima, mi sa” gli sussurrò.
Lia
Rimase immobile nel corridoio per quasi un minuto, la mano sospesa sulla maniglia. Doveva parlargli, dirgli che era finita. Che tra loro non poteva più continuare.
Una frase assurda, grottesca, da pronunciare da figlia a padre.
Spinse la porta.
Lo trovò piegato sul bordo del letto, scosso da spasmi, sudato come se avesse avuto un febbrone da cavallo. Gli occhi azzurri erano rossi, pieni di lacrime.
Piangeva.
Singhiozzava.
Quell’uomo, lo stesso che mesi prima l’aveva presa con forza brutale, schiacciandola sul suo letto fino a farle male, ora era ridotto a questo relitto sudato e tremante.
“Papà…” sussurrò.
Lui alzò la testa di scatto. Le lacrime continuavano a rigargli le guance senza controllo.
“Vattene” ringhiò, ma la voce gli si ruppe in un singhiozzo. “Non… non voglio che mi vedi così, cazzo.”
“Che ti succede?” chiese lei, la voce bassa.
Si strinse la testa, gemendo di dolore.
“Mi manca tutto… L’alcol… la roba… mi manca la roba, cazzo!”
“La roba?”
“Sì, la roba! Lascia stare… non è roba per te.”
Lia rimase inchiodata davanti a lui. Non l’aveva mai visto così fragile. Mai.
Fece un passo avanti.
“Sono qui” disse, ferma.
Sergio la guardò con gli occhi lucidi.
E in quel momento il pensiero la colpì, chiaro e feroce: se lei se ne fosse andata, se lo avesse lasciato solo con quel buco dentro, lui sarebbe impazzito.
Era lei l’unica che poteva aiutarlo.
Mena
Prof: Come va col culetto? Fa male?
Francesca: Sai, è una sensazione stranissima… sembra proprio di avere un palo spesso infilato nel culo che preme forte contro la pancia. All’inizio accavallo le gambe e mi siedo un po’ di lato, per sentire meno dolore. Poi respiro piano e, pian pianino, mi rilasso.
Il mix di fastidio e piacere la faceva impazzire. Il corpo si contraeva intorno all’oggetto estraneo, le pareti dell’ano che venivano massaggiate a ogni minimo movimento.
Prof: Non è eccitante? Qualcuno potrebbe scoprirti.
Francesca: Cerco di non pensarci. Ogni tanto vado in bagno. Lo tolgo e lo rimetto… devo abituarmi, far sì che il corpo si rilassi.
Mena sorrise, le guance che bruciavano. Si sorprendeva di come stesse parlando con quel maiale come se fosse un vecchio amico che sapeva tutti i suoi vizi più sporchi.
Prof: E dimmi, stai stuzzicando il tuo giovane amico?
Francesca: Già nel tragitto non si è dato pace, ha anche cercato di mettermi una mano sulla coscia, lo sai? Ma gliel’ho fermata.
Prof: che sarà mai… Potevi lasciarlo fare! Sei una bomba di lussuria, sai? Penso sia bello che una donna più grande prenda il compito di svezzare un ragazzo più giovane e introdurlo alle bellezze del sesso.
Francesca: Una volta, la nave scuola non era esattamente un ruolo onorevole.
Prof: Che nave scuola. Qui non si parla di fare esperienza, si parla di bellezza. A quella giovane età, ogni sensazione è decuplicata.
Mena aveva annuito mentalmente, il vibratore che le faceva formicolare la vulva, pensando al suo nipotino in estasi.
Francesca: Su questo concordo, gli ormoni non danno tregua a quell’età, lo so per esperienza.
Prof: Davvero?
Francesca: Mio figlio aveva gli stessi istinti, lo sai?
Prof: Non sapevo avessi un figlio.
Francesca: Oh, sì. All’epoca era molto timido e introverso, ma pendeva dalle mie labbra. Siamo sempre stati molto legati. Cercavo di non incoraggiarlo eccessivamente, ma era dura. Provavo un piacere sottile quando aveva l’occasione di guardare dentro la mia scollatura, per esempio.
Prof: Un cocco di mamma? E non lo sgridavi?
Francesca: Ammetto di no. Era la vanità che mi impediva di oppormi o di tirarmi indietro. Penso che sia un piacere innocente, giusto?
Prof: Se restano piccoli sprazzi di vanità, non ci vedo nulla di male… Tanto gli è passata, immagino.
Francesca: Oh, certo… E mio figlio sembra essere diventato, col tempo, più aperto nelle sue amicizie con le ragazze, quindi forse è una cosa positiva...
Mena sentiva il dildo che le premeva più forte contro la pancia ogni volta che si muoveva.
Prof: Mandami una foto delle tue cosce, dai…
Lei era restia a mostrare troppo, temeva che lui la scoprisse.
Francesca: Non posso, sono già in spiaggia… mi sono cambiata nello spogliatoio con il mio giovane amico.
Prof: Nello spogliatoio? Lo vuoi proprio torturare quel poveretto? Se ti spogli davanti a lui potrebbe non resistere…
Francesca: Dovevo solo mettermi il pareo, nulla di eccessivo…
Prof: Secondo me, c’è qualcosa che mi nascondi…
E se il prof avesse sospettato qualcosa? Il pensiero la fece bagnare ancora di più.
Francesca: E sarebbe?
Prof: Avevi già deciso di far sfogare un po’ il ragazzo, vero? Per questo lo stai provocando.
Francesca: Se lo meriterebbe, è un bravo piccolo… Ha sofferto tanto.
Prof: E tu sei una donna generosa, vero Franceschina?
Francesca: Ma va… Potrei essere…
Prof: Sua madre?
Francesca: Eh!
Prof: Ma non lo sei, giusto?
Francesca: Assolutamente no!
Prof: E allora! È un bravo ragazzo, serio e per come lo descrivi anche molto meritevole…
Francesca: Ma non vado a letto con ragazzi così giovani.
Prof: Mica devi andarci a letto, però… Qualcosa lo potresti fare per lui, non trovi?
Francesca: qualcosa?
Prof: una sega, ad esempio.
Il pensiero le causò una piccola contrazione violenta.
Francesca: una sega?
Prof: Per iniziare. Tutti i giovani meritano attenzioni, non trovi?
Francesca: Mi incasini sempre la testa con le tue parole, lo sai?
Prof: Lo so che vuoi farlo, forse lo avevi già deciso, vero? Perché stuzzicarlo così tanto, sennò?
Francesca: Mi sopravvaluti, non sono così calcolatrice.
Prof: Lo so, sciocchina. Sei una donna intelligente e bella, ma penso che a volte accarezzi questi pensieri senza avere la giusta “spintarella” per tuffarti.
Francesca: E tu saresti quella spintarella?
Prof: Lo farai?
Francesca: E che ci guadagno?
Prof: Se mi dai una prova… Metto sul tavolo questi.
Mena vide arrivare il bonifico sul sito. Sorrise, le guance in fiamme.
Francesca: Accidenti… Grazie…
Prof: Basta, come spintarella?
Francesca: Massì, hai ragione tu, forse… Che sarà mai una sega a quell’età?
Prof: Aspetto tue…
Alessio
La zia lo portò dietro una duna di sabbia piuttosto alta, proprio sul retro del campetto. Nessuno poteva vederli da lì senza fare lo stesso percorso.
Alessio aveva il cuore che gli martellava nelle tempie, il corpo efebico che tremava di vergogna mentre lei lo fissava con quegli occhi verdi penetranti.
“Alessio, guardati… ce l’hai durissimo” lo rimproverò affettuosamente lei. “Non puoi giocare così davanti a tutti.”
“Zia, scusa…”
“Non ti passerà, tanto facilmente, penso… Stai tranquillo. A casa tua madre non ti lascia mai in pace… qui invece la zia ti aiuta.”
Alessio non credeva ai suoi occhi, mentre vedeva la zia armeggiare nella borsa mare.
Tirò fuori dalla piccola bustina di plastica con dentro uno slip nero leggero, e glielo mise in mano.
Quelle mutandine erano troppo sexy. Avevano del pizzo nero in vita. Alessio le riconobbe subito e balbettò: “Zia, queste sono quelle di Victoria’s Secret?”
La zia rise, una risata bassa e roca.
“Conosci le mie mutandine meglio di me, amore di zia” mormorò lei, porgendogliele lentamente. “Devi stare attento, sai… qualcuno potrebbe pensare male.”
Mena armeggiò ancora un attimo nella borsa mare e tirò fuori un piccolo tubetto di lubrificante.
“La mano?” gli chiese.
Alessio, quasi catatonico, le porse subito la mano destra.
Sentì una sensazione fredda e viscida sul palmo.
“Lubrificante” spiegò lei con un sorrisetto complice, stringendogli piano le dita. “Per te, amore di zia.”
Ma… la zia si era preparata? Pensò Alessio.
“Sfogati pure… così non ti rovini la giornata” sussurrò lei, gli occhi fissi nei suoi per un ultimo secondo.
“V-va bene…”
“Faccio io da palo, controllo non passi nessuno e ti lascio un po' di privacy.”
Poi, senza aggiungere altro, si voltò e gli diede le spalle, guardando verso il campetto per controllare che nessuno si avvicinasse, il pareo leggero che le aderiva al corpo.
Alessio rimase lì, il pisello che gli pulsava violento sotto il costume da bagno, lo slip nero stretto in mano.
“Ahhh”, gemette lui, sentendo l’uccello ergersi completamente in mezzo secondo. Deglutì mentre fissava le minuscole mutandine. Le afferrò. Il tessuto era così liscio sulla sua pelle. Fresco. Liscio. Le accarezzò e poi le sollevò davanti a sé. Avevano un taglio stretto, quasi da perizoma.
Passò di nuovo le dita sul tessuto. Il suo dito scivolò fino al tassello centrale, stranamente umido. Sentì il tessuto che aveva premuto contro la fica della zia e lo annusò: sapeva di lei, di donna, di vaniglia salata.
Si abbassò i pantaloncini del costume. Il suo uccello schizzò fuori, già turgido e liscio. Passò la mano sul tronco, cospargendolo di lubrificante.
Il lubrificante di zia.
Le mutandine erano così belle. Così piacevoli al tatto. Le abbassò fino all’asta del pene. Non avrebbe dovuto farlo davanti a sua zia, ma era così eccitato.
E lei non sembrava particolarmente turbata.
Rabbrividì per quanto fresco fosse il tessuto. Avvolse le mutandine di zia intorno al membro e cominciò a segarsi lentamente, gli occhi azzurri inchiodati sul culo della Dea che gli stava davanti, a mezzo metro di distanza.
Iniziò a segarsi con una lentezza quasi dolorosa, assaporando ogni singolo centimetro. La mano scivolava piano, il lubrificante che rendeva tutto caldo, viscido, perfetto. Il pizzo nero del costume della zia gli accarezzava la cappella gonfia con una delicatezza oscena, mentre il tessuto fresco sfregava contro le vene.
Il tessuto delle mutande gli scivolava sulla cappella lucida, creando quel suono umido e osceno, uno schiocco leggero ogni volta che la mano saliva fino in cima e poi ridiscendeva fino alla base.
Il rumore era basso, quasi timido all’inizio: un fruscio bagnato, un leggero slap slap che si perdeva nel vento della spiaggia.
Rabbrividì.
Slap slap slap.
Chiuse gli occhi mentre faceva scorrere quel tessuto liscio su e giù per il pene. Ma li riaprì subito, incapace di staccare lo sguardo da lei.
Non poteva fare a meno di assaporare ogni istante. La zia era in piedi di fronte a lui, girata di spalle.
Il suo seno era così rotondo che, anche girata di spalle, poteva vedere buona parte dei lati coperti dal bikini azzurro, studiandone la graziosa curvatura.
“Ohhh”, gemette Alessio, accelerando il movimento con le mutandine.
La pressione aumentava nei testicoli.
Era troppo maledettamente eccitante.
Se qualcuno fosse sbucato dalla duna sarebbe stato rovinato per sempre. Eppure quel pensiero, invece di fermarlo, gli faceva pulsare il membro ancora più forte. La zia si era preparata tutto: lubrificante, bustina, slip nero… per lui.
L’incesto non gli era mai sembrato così bello.
Lei non si voltava.
Alessio accelerò un po’: slap slap; fece un passo avanti, poi un altro, il respiro corto e spezzato Era a mezzo metro da lei… a trenta centimetri…
“Zia…” ansimò lui, tremante di eccitazione e vergogna. “Zia… ti prego… aiutami…”
Lei non si voltò del tutto. Rimase di spalle, ma inclinò lentamente la testa all’indietro verso di lui, il corpo prosperoso che si avvicinava ancora di più. Alessio vide le labbra carnose di zia curvarsi in un sorriso monello e giurò che gli occhi verdi le brillassero di eccitazione mentre gli sussurrava all’orecchio: “Chiudi gli occhi, Alessio…”
Lui obbedì all’istante. Il mondo si spense in un buio caldo e denso, fatto solo del tocco viscido del pizzo nero sul suo cazzo pulsante.
E poi successe.
Le braccia di Mena lo avvolsero da dietro in un abbraccio, tirandolo con forza contro di sé. Il calore dei suoi seni enormi gli premette contro la schiena. Un primo schiocco umido e morbido gli esplose sulla guancia.
Poi un secondo, più deciso.
Le labbra della zia iniziarono a tempestarlo di baci sempre più insistenti: prima leggeri e caldi, poi più forti, bagnati. Un bacio viscido quando la lingua guizzò appena sulla pelle, un altro più rumoroso proprio sull’orecchio che gli fece contrarre le palle di colpo e pompò altro sangue bollente nel membro già al limite.
Uno schiocco lungo, prolungato, un succhiotto che gli risucchiò la guancia.
Da fuori la scena era oscena: la zia che lo abbracciava da dietro, le braccia avvolte intorno al suo corpo efebico, le labbra che gli davano baci a ripetizione sulla guancia, sporcandola di rossetto, mentre lui aveva i pantaloncini calati fino alle ginocchia e continuava a segarsi come un disperato.
Mena avvicinò ancora di più la bocca al suo orecchio, inspirò profondamente contro la sua pelle e sussurrò con un tono basso e soddisfatto:
“Bravissimo, amore di zia…”
E riprese a baciarlo senza sosta, le labbra morbide e umide che schioccavano calde e insistenti sulla sua guancia, una pioggia di baci sempre più famelici.
Alessio, con la mano che continuava a segare lo slip nero, riuscì a rispondere tra un ansimo e l’altro, la voce spezzata: “Faccio tutto quello che vuoi tu, zia… tutto…”
Lei rise piano contro la sua guancia, una risata complice, che gli vibrò sulla pelle.
I baci non si fermavano. Labbra morbide, umide, sempre più calde e insistenti. Alessio era al limite, le palle contratte, il cazzo che pulsava come impazzito dentro il pizzo nero.
“Zia… zia…”
“Sì, tesoro?”
La mano ormai volava.
Slap slap slap, sempre più forte, sempre più bagnato.
Preda di un’eccitazione incontrollabile, il ragazzo trovò il coraggio di chiedere, la voce tremante: “Zia… ti piace il mio pisello?”
Mena sorrise maliziosa: “Non sono domande da fare a tua zia, tesoro”.
“Zia, per favore, sto per impazzire…” e allungò l’altra mano cercando di palparle un seno. Lei la afferrò, la strinse forte nella sua mentre lui continuava a segarsi, poi gliela rimise sul fianco.
“Zia…”
“Certo che hai un bel pisello… cosa credi?”
Per un attimo la vista gli si annebbiò.
Esplose.
Venne con un gemito soffocato, l’uccello che sussultava dentro lo slip nero della zia. Litri di sperma caldo.
Il primo fiotto denso e rovente schizzò potente, impregnando il pizzo, caldo, cremoso, abbondante. Altri getti seguirono, uno dopo l’altro, la sborra bianca e viscosa che colava tra le dita, inzuppando completamente il tessuto.
Deglutì, sconvolto da ciò che aveva appena fatto. Era assurdo. Non avrebbe mai potuto immaginare che zia facesse una cosa del genere.
Lei continuò a sbaciucchiarlo sulla guancia mentre lui finiva di svuotarsi, i baci lenti e teneri, il rossetto ovunque.
Soddisfatta, Mena prese lo slip nero completamente fradicio, lo piegò con cura e lo rimise nella bustina di plastica, porgendo al nipote una salviettina che lui usò per pulire i residui di sperma sul glande.
Alessio, ancora ansimante e con le guance in fiamme, disse: “Zia… vorrei che ogni giorno fosse così…”
Lei gli accarezzò il collo, mentre con un’altra salvietta gli puliva la guancia dal rossetto e rispose da brava zia premurosa: “Sbrigati, tesoro, che non abbiamo tutto il giorno. Ora vai a giocare. E comportati bene.”
Gli sistemò i pantaloncini con un gesto rapido e tornò verso il campo con quell’andatura sinuosa.
Alessio la seguì con le gambe molli, già sapendo che la prossima sega sarebbe stata dedicata a quel momento, alla bustina di plastica, ai baci sulla guancia, al commento di zia e a tutte quelle piccole attenzioni al suo piacere.
Lia
Il brodo mandava un vapore leggero e innocente, vagamente tremolante all’aria fresca. Lia posò il vassoio sul comodino con un gesto premuroso.
“Ti ho portato qualcosa da mangiare” disse, la voce neutra.
“Stai meglio?”
Lui alzò lo sguardo.
“Sì… un po’ meglio.”
Per un attimo gli occhi azzurri si accesero, le palpebre si sollevarono lentamente e il suo sguardo scese sul corpo di lei con una franchezza spudorata.
“Grazie...”
La maglietta bianca, sottile e ancora umida della doccia, le aderiva al seno in modo evidente.
“Prego…”
Lia sentì su di sé quello sguardo segnarle la curva e il rilievo dei capezzoli come il dito di una mano.
C’era abituata.
Che stereotipo, l’infermiera procace che fa eccitare il vecchio porco malato in canottiera e boxer.
Non provò vergogna, non più: soltanto la strana, lucida soddisfazione di averlo aiutato a riprendersi.
Ma dentro di sé sapeva già che non sarebbe stato il brodo a saziarlo.
“Senti, papà… Vuoi che ti faccia un massaggio?”
Sergio deglutì. “Lia, non è il momento. Non voglio che tu…”
“Ssh.” Lei sorrise avvicinandosi, un sorriso da brava bambina. “Devi riprenderti.”
Gli prese il viso tra le mani morbide. “Dimmi la verità, papà. Ti senti davvero meglio?”
Lui annuì appena, gli occhi lucidi. “Poco meglio. Ancora a pezzi.”
“Allora lascia che ti curi, l’ho già fatto. Io sono l’unica medicina che funziona con te e lo sappiamo entrambi.”
Lui annuì, quasi imbarazzato.
Si sfilò la maglietta con un gesto lento, rimanendo in topless, spingendo in fuori due tette enormi, bianche come latte.
Sergio la guardò e per un secondo sembrò tornare vitale.
“Sei bellissima, teppistella… ma non devi…”
“Invece devo.”
Lia gli prese le mani e se le portò sul seno. Sentì subito le dita grandi e calde del padre affondare nella carne morbida. Era la prima volta che gli si offriva spontaneamente.
Lei non ci pensò troppo; come sempre, non appena le mani di Sergio furono sulle sue forme, ogni pensiero razionale sparì.
Era lei la medicina.
E le piaceva da morire.
“Toccale, papà” sussurrò con voce bassa e roca, spingendo un po’ di più il petto contro i suoi palmi. “Sono tue.”
Le dita di lui affondarono nella carne morbida. Lia chiuse gli occhi, mordendosi il labbro inferiore.
“Solo tue.”
Mentre lui le accarezzava i seni, Sergio sentì l’inguine caldo di Lia aderire alla sua coscia. Lei prese a strusciarsi piano contro quella gamba, un movimento basso e istintivo, le tette pesanti della figlia che gli premevano sul petto in un contatto morbido e ostinato, carne su carne, calore su calore.
Le mani di Lia scivolarono lentamente dalla pancia verso il basso, gli massaggiarono per qualche istante le cosce e poi risalirono fino a tastargli con lentezza il pacco. Sergio sentì il cazzo irrigidirsi come non gli succedeva da tempo, una durezza quasi dolorosa, mentre Lia vi passava sopra entrambi i palmi con gesti lenti e consapevoli, esplorando, soppesando, prendendo possesso.
“Lia…” mormorò Sergio con un filo di voce, un suono rauco che gli si spense in gola.
Lei, con le mani ben aperte, assaporava ogni secondo di quel momento e sentì l’eccitazione montare senza controllo, la fighetta che le si bagnava sempre di più, un calore liquido che le colava tra le grandi labbra. Il contatto con quel corpo febbricitante, le dita che frugavano l’uccello del padre da sopra i boxer fecero saltare ogni freno a Sergio. Cominciò a massaggiarle la schiena e poi scese fino al suo splendido culetto, stringendone le natiche sode con avidità, come se volesse marchiarle la carne giovane.
Sentiva il cazzo gonfio e grosso del padre sotto il palmo, premeva con forza per percepirne tutta la compattezza, la vena che pulsava, la durezza che cresceva sotto le sue dita.
Poi, all’improvviso, fu Sergio a prendere l’iniziativa. La staccò da sé, la prese per mano e si sedette sul letto, gambe larghe e testa appoggiata alla testiera. Vide Lia salire come una lucertolina sul lettone e accoccolarsi inginocchiata tra le sue cosce.
“Su, avvicinati un pochino” disse Sergio.
Lia si avvicinò e si lasciò palpeggiare a lungo tenendo le mani appoggiate sulle proprie cosce. Adorava farsi palpeggiare, sentire il proprio corpo quasi alla totale mercé di lui. Si sarebbe lasciata toccare per ore.
Poi Sergio scese massaggiandole l’ombelico e poi più giù, fino alla fichetta.
Lei allargò leggermente le gambe per permettere alla mano del padre di arrivare.
Con il dito medio cominciò a sfiorarla da sopra gli slip, sentendola già umida, eccitata e calda. Sentiva le labbra gonfie della fighetta schiudersi al passaggio delle sue dita, come una bocca che cede.
“Su, vieni” disse Sergio.
Lia tornò nella posizione di prima e si piegò leggermente verso il padre, riprendendo a massaggiargli il cazzo.
Poi lui afferrò i lembi dei boxer e se li tolse.
Non attendeva che quello.
Osservò il cazzo del padre ora liberato davanti ai suoi occhi, già mezzo duro. Lo guardò ammirata per qualche secondo.
Bellissimo.
Allungò la mano e cominciò a massaggiarlo con vigore per qualche secondo.
“Vedi? Già si sta svegliando” mormorò lei, la voce calda.
Si sputò sulla mano.
Un filo spesso di saliva le colò dal labbro inferiore fino al palmo.
Mentre lo faceva pensò che era la prima volta che compiva un gesto così sporco. Un gesto da troia.
Si sentiva sdoppiata: dall’esterno vedeva una ragazza in ginocchio che segava il cazzo del proprio padre, eppure quella troia non le sembrava lei.
Sembrava più simile a quella bambola di gomma del suo sogno, la mano bagnata si muoveva su e giù, lenta, facendo scivolare la saliva lungo tutta l’asta.
La bambola parlò, lussuriosa: “Quando hai portato i bignè la settimana scorsa… sospettavo che ci avessi sborrato dentro. Mi sono sentita una stupida mentre li mangiavo, pensando che magari la crema era la tua roba.”
Sergio emise una risata bassa, ironica. “Ci ho solo sborrato sopra, amore. Non dentro. Solo sopra!”
Rise con lui, gli occhi già lucidi di eccitazione. “Sei un bastardo.”
Sentiva sotto il palmo il peso caldo e carnoso della verga che le riempiva la mano. Continuò a massaggiarlo lentamente, sentendo il membro diventare più caldo e pesante. Lo afferrò alla base e lo tirò su come se fosse un grosso sex toy. La sua mano non riusciva quasi a chiudersi del tutto intorno a quell’asta. Cominciò a segarlo piano, su e giù, con movimenti lunghi mentre Sergio la guardava estasiato.
Poi riprese con più decisione. Tenne fermo il cazzo alla base, osservandolo in tutta la sua grossezza, e iniziò a segarlo con più ritmo. Andava su e giù, scappellandolo bene a ogni colpo. La cappella rossa e lucida spuntava fuori ogni volta, gonfia. Con l’altra mano gli massaggiava le palle, pesanti, piene. Immaginava quanta sborra ne sarebbe uscita. Le toccava, le stringeva, rapita.
Lasciò le palle e cominciò a sfiorarsi la fighetta. Non aveva mai toccato il cazzo del padre mentre si toccava, e quella cosa la fece impazzire.
Poi Lia salì con la mano e cominciò a segarlo con entrambe. Segava con foga, sempre più veloce, gli occhi fissi sul cazzo che scivolava tra le sue dita. La voglia di vederlo sborrare diventava urgente. Mentre segava aumentava anche il ritmo delle dita dentro di sé.
“Ti piace così, papà?” sussurrò, palpandogli le palle gonfie. “Dimmi la verità… le hai piene, vero?”
“Lia…”
Lei tornò seria, fissandolo negli occhi. “Dimenticavo, papà. Quei bignè erano deliziosi. Perché tutto quello che viene da te mi fa stare bene.”
Sergio rise piano e tacque.
Chiuse gli occhi, la testa all’indietro, abbandonandosi completamente al calore della mano della figlia intorno al suo cazzo. In quel momento esisteva solo il sollievo che lei sapeva dargli.
Lia continuò lenta e devota, stringendo appena alla base e risalendo fino alla cappella. Sentiva il calore aumentare, le vene gonfiarsi sotto le dita.
“Così, papà… Lasciati andare.”
Ma dopo un po’ capì che il cazzo faticava ancora a restare duro. Si irrigidiva un attimo e poi cedeva. Allora si fermò, guardò il membro barzotto e lo strusciò piano tra le sue tette. Fu il gesto giusto. Il cazzo si gonfiò subito, duro e turgido.
Sergio la guardò a lungo, il corpo pallido della figlia, la mano di lei che continuava a masturbarlo.
“Amore di papà… non devi farlo per forza…”
“Papà, ne abbiamo parlato” lo interruppe lei, dolce ma ferma, senza smettere di segarlo. “Voglio la tua felicità. Rilassati.”
Lui le mise una mano sulle natiche e cominciò a palpeggiarle lentamente. Lia sorrise, un po’ impacciata, sentendolo ora durissimo.
“Così va bene?” chiese piano.
“Sì, sei bravissima. Continua.”
“Papà… il tuo cazzo è bellissimo… non mi basta mai.”
Aumentò la velocità, scappellandolo con decisione. Dentro di sé sentiva crescere quel potere sporco: era lei a farlo tornare vivo, era lei l’unica che riusciva a curarlo.
“Grazie… grazie per l’aiuto che mi dai” mormorò Sergio, gli occhi fissi sulle tette che sobbalzavano.
Solo quando la verga fu di nuovo durissima, gonfia e pulsante, Lia decise che era il momento. Prese i seni con entrambe le mani, li schiacciò forte uno contro l’altro e si chinò in avanti. Infilò il cazzo tra le tette. L’asta scomparve completamente nella carne calda. Cominciò a muovere il busto su e giù, segandolo con le tette, sempre più veloce.
Strinse con forza, schiacciando i seni fino a farli traboccare tra le dita. La cappella violacea spuntava dall’incavo a ogni discesa, lucida di pre-sperma, lasciando una scia viscida sullo sterno. Lei ci sputava sopra per renderla più scivolosa.
“Grazie, papà” sussurrò roca. “Grazie per farmi sentire bella. Desiderata. Solo tu mi fai sentire così.”
Sergio gemette, le dita affondate nei capelli di lei, ma non spingeva. Lasciava fare.
“Sei la mia cura, Lia… solo tu…”
Lei accelerò. Le tette sbattevano ritmicamente contro il ventre del padre, rumore bagnato di carne contro carne.
Ogni discesa inghiottiva quasi tutto il cazzo, ogni risalita lasciava la cappella esposta e lucida.
“Senti come pulsa? È tutto per me… solo per la tua troietta.”
“Oh cazzo… Lia!”
Sergio venne, senza preavviso.
Il primo getto esplose con forza brutale, schizzando dritto sul viso di lei. Lia spalancò la bocca, incantata. Il secondo fiotto le centrò la guancia, il terzo il labbro superiore. Il seme denso, caldo, cremoso le colò sulle tette, riempì l’incavo tra i seni e traboccò sui capezzoli. Lei continuò a muovere il petto su e giù, spremendolo fino all’ultima goccia, mentre il cazzo pulsava e schizzava sulla sua pelle.
Rimase qualche secondo immobile, il cazzo ancora stretto tra le tette, sentendolo ammorbidirsi. Poi indietreggiò, si guardò il petto ricoperto di sperma. Il nettare caldo colava lento lungo le curve, gocciolava dai capezzoli, le scendeva dal mento fino alla gola. L’odore forte, muschiato, animale del seme del padre le riempì le narici.
Passò un dito tra i seni, raccolse un grosso grumo e se lo portò alla bocca. Lo succhiò lentamente, assaporando il gusto salato e denso.
“Guarda quanto ne hai tirato fuori… solo per me” mormorò.
Sergio la fissava con gli occhi lucidi, senza parlare.
Lia sorrise, dolce e sconvolta. Si spalmò il seme sul corpo, poi si portò un capezzolo alla bocca e lo leccò con calma. L’altra mano scese tra le cosce. La fica era fradicia. Due dita affondarono senza sforzo nel calore bagnato mentre lei continuava a leccarsi le tette sporche davanti agli occhi del padre.
L’orgasmo arrivò rapido, violento, silenzioso. La schiena si inarcò, i fianchi tremarono, un gemito basso e strozzato le uscì dalla gola mentre gli umori caldi le colavano lungo la coscia.
Quando riaprì gli occhi, Sergio la stava ancora guardando.
“Forse siamo più simili di quanto voglia ammettere” mormorò lui.
Lia si leccò le labbra sporche di sborra e sorrise, affettuosa, potente.
“Lo faccio solo per aiutarti, papà. Solo per questo.”
E dentro di sé, mentre il calore denso le colava ancora tra i seni, per la prima volta ci credette davvero.
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