Remissivo: storia di un cornuto consapevole (EPISODIO 01)
di
PadronD
genere
corna
Sono PadronD, Master reale, amante della dominazione in generale ed in particolare su coppie cuckold e slaves. Sono in questo mondo fatto di dominazione ed intelletto da anni. Ultimamente ho riscoperto il gusto della scrittura applicata alla mia passione. Tutte le storie che scrivo hanno sempre qualcosa di vero, a volte lo sono nella loro interezza, sta a te capirlo.
Non cerco nulla di diverso della condivisione di fantasie, per le sessioni reali utilizzo altri metodi e canali.
Mi fa piacere se esprimerai la tua opinione a fine lettura o se vorrai contattarmi per quel che vuoi scrivi a Padron.d@hotmail.it.
Buona lettura
__________________________________________
PadronD passava le serate sui forum e sui siti di cuckold più hard, quelli dove i mariti deboli scrivevano le loro fantasie più umilianti. Non cercava più semplici chat. Cercava materiale vero. Uomini che volevano davvero essere ridotti a niente.
Una sera, mentre scorreva i messaggi privati, gli arrivò una richiesta da un profilo nuovo: remissivo.
Il messaggio era lungo, quasi tremolante:
«PadronD… ho letto i tuoi racconti. Li ho riletti tre volte. Mia moglie non sa niente. Io invece sogno solo una cosa: farla diventare una troia. Voglio cederla a te. Voglio che tu la usi, la rovini, e che io resti a guardare o a raccogliere quello che resta. Sono pronto a tutto.»
PadronD non rispose subito. Lasciò passare qualche ora. Poi scrisse solo:
«Foto. Nome. Età. Da quanto tempo pensi a questo.»
Remissivo obbedì in pochi minuti. Mandò tre foto della moglie: una al mare in costume, una in casa in pigiama, una vestita elegantemente per una cena. Bruna, trentadue anni, corpo ancora sodo, sorriso dolce da moglie fedele. Il tipo di donna insospettabile.
Il messaggio successivo di remissivo era ancora più chiaro:
«Si chiama Sara. Non sa niente. Io le ho già messo la pulce all’orecchio… le ho fatto vedere film, le ho fatto leggere storie… ma non sa che sono io a volerlo davvero. Voglio che tu la prenda. Voglio che tu la trasformi. Io voglio solo essere il cornuto che te la consegna.»
PadronD lesse e rise piano.
«Allora dimmi come la vuoi? Perché se me la cedi, non te la restituisco più la stessa.»
La risposta arrivò quasi subito, piena di eccitazione e di vergogna:
«Voglio che la baci davanti a me. Voglio che le metti le mani sotto la gonna mentre io sono nella stanza. Voglio che la scopi sul nostro letto e che io stia in ginocchio a guardare. Voglio che le dici cose sporche e che lei inizi a risponderti. Voglio che la fai venire più volte di quante io l’abbia mai fatta venire. E alla fine… voglio che tu le dica che da ora in poi è la tua troia. E che io sono solo un marito di merda che ti ha portato sua moglie da usare.»
PadronD si accese una sigaretta e rispose con calma:
«Va bene. Ma ci sono regole. Tu non parlerai mai di me a lei finché non te lo permetto. Tu preparerai tutto. Tu la porterai dove ti dico. E quando arriverà il momento, tu starai zitto e guarderai. Se lei dirà di no, si ferma tutto. Se dirà di sì… allora è mia.»
Remissivo rispose con una sola parola:
«Sì, PadronD.»
Nei giorni successivi i messaggi continuarono. Remissivo mandava dettagli: come Sara dormiva, cosa le piaceva, dove era più sensibile, quanto era gelosa, quanto era fiduciosa. PadronD ascoltava, prendeva appunti mentali, e di tanto in tanto mandava istruzioni precise:
«Stasera, mentre la scopi, chiamala troia. Guarda come reagisce.»
«Domani falla vestire senza mutandine e portala a cena. Dimmi se si è eccitata.»
«Quando torna dal lavoro, baciale il collo e digli che vorresti vederla scopata da un altro.»
Remissivo eseguiva tutto. E ogni volta tornava con resoconti sempre più caldi. Sara iniziava a rispondere. Rideva. A volte arrossiva. A volte gli chiedeva di ripetere certe frasi. Il seme stava crescendo.
Sara aveva trentadue anni, lavorava in un ufficio di consulenza, usciva di casa alle 8:15 ogni mattina e tornava verso le 18:40. Il mercoledì sera andava in palestra, sempre alla stessa ora, sempre nello stesso centro fitness. Il sabato pomeriggio, quando non aveva impegni, amava sedersi da sola in un piccolo caffè nel centro storico, quello con i tavolini all’aperto e la luce calda del tardo pomeriggio. Lì leggeva, scriveva sul telefono, a volte ordinava solo un cappuccino e restava per quasi un’ora.
Remissivo glielo raccontò tutto, senza trattenere nulla. Mandò orari, foto del locale, perfino la descrizione del posto dove di solito si sedeva. Aggiunse anche che Sara era riservata, poco incline a parlare con sconosciuti, e che se avesse scoperto le sue fantasie lo avrebbe disprezzato. «Mi odierebbe», scrisse. «Mi guarderebbe come se fossi uno schifo. Ecco perché non deve sapere mai che sono stato io a offrirtela.»
PadronD rispose con calma:
«Allora non lo saprà. Tu non esisti in questa storia. Io la avvicino come un uomo qualsiasi. Lei deve credere che sia un incontro casuale, che nessuno sappia niente. Tu resti fuori. Completamente.»
Remissivo accettò subito. Disse che avrebbe fatto qualsiasi cosa. Che se serviva denaro, lo avrebbe dato. Che se PadronD voleva spremerlo economicamente fino all’osso, poteva farlo. «Prendi tutto quello che vuoi da me», scrisse. «Soldi, umiliazioni, controllo. L’importante è che tu la prenda.»
PadronD non rispose subito a quell’offerta. Preferì concentrarsi sulla strategia.
Studiò le abitudini di Sara per alcuni giorni. Poi diede le istruzioni:
«Mercoledì prossimo, dopo la palestra. Lei esce verso le 20:10. Di solito si ferma cinque minuti fuori a bere dalla borraccia. Tu non ci sarai. Io sì. Mi avvicinerò come se fossi solo un uomo che ha notato una donna. Niente forzature. Solo una conversazione. Se lei è aperta, continuo. Se chiude, aspetto un’altra occasione.»
Remissivo obbedì in silenzio. Non fece domande. Si limitò a confermare gli orari e a trasferire, lo stesso giorno, una somma sul conto che PadronD gli aveva indicato. Non chiese a cosa servisse. Non voleva sapere. Voleva solo che tutto avvenisse.
Il mercoledì arrivò.
Sara uscì dalla palestra con i capelli ancora un po’ umidi, la borsa a tracolla, il viso leggermente arrossato dallo sforzo. Si fermò come sempre vicino all’ingresso, bevve un sorso d’acqua, controllò il telefono.
PadronD era già lì, appoggiato a una macchina a pochi metri di distanza. Non la fissò in modo invadente. Aspettò che lei alzasse lo sguardo, poi le rivolse un sorriso breve, naturale.
«Scusa… sai se qui vicino c’è ancora aperto un posto decente per un caffè a quest’ora?»
Sara lo guardò un attimo, valutò, poi rispose con educazione:
«C’è un bar due strade più avanti. Di solito chiudono più tardi.»
PadronD annuì, ringraziò, e invece di andarsene restò un secondo in più. Aggiunse qualcosa di leggero, quasi casuale, sul fatto che dopo la palestra un caffè aiutava a non tornare a casa ancora sudati. Sara sorrise di sfuggita. Non si allontanò subito.
Quella piccola fessura fu sufficiente.
Nei giorni successivi PadronD continuò a muoversi con precisione. Non la inseguì. Non la salutò. La incontrò di nuovo, “per caso”, vicino al caffè del sabato. Questa volta la conversazione durò più a lungo. Parlarono di libri, di lavoro, di quanto fosse raro trovare posti tranquilli in centro. Sara non sospettò nulla. Non aveva motivo di farlo. Quell’uomo sembrava solo un professionista educato, sicuro di sé, che sapeva ascoltare.
Remissivo, intanto, restava a casa. Leggeva i resoconti che PadronD gli inviava. Ogni dettaglio lo faceva tremare. Ogni progresso lo costringeva a toccarsi, a umiliarsi da solo, a mandare altri soldi senza che nessuno glielo chiedesse.
«Continua», scriveva. «Falla fidare di te. Falla sentire al sicuro. Poi… quando sarà il momento… prendila.»
PadronD non aveva fretta. Sapeva che la cosa più eccitante non era solo il corpo di Sara, ma il fatto che lei non immaginasse nulla. Che avrebbe riso, chiacchierato, forse addirittura accettato un invito a cenare, credendo di essere libera e incontrollata… mentre il marito, da casa, pagava e aspettava di essere distrutto.
E remissivo era pronto a essere spremuto fino all’osso.
Anzi, lo desiderava.
Non cerco nulla di diverso della condivisione di fantasie, per le sessioni reali utilizzo altri metodi e canali.
Mi fa piacere se esprimerai la tua opinione a fine lettura o se vorrai contattarmi per quel che vuoi scrivi a Padron.d@hotmail.it.
Buona lettura
__________________________________________
PadronD passava le serate sui forum e sui siti di cuckold più hard, quelli dove i mariti deboli scrivevano le loro fantasie più umilianti. Non cercava più semplici chat. Cercava materiale vero. Uomini che volevano davvero essere ridotti a niente.
Una sera, mentre scorreva i messaggi privati, gli arrivò una richiesta da un profilo nuovo: remissivo.
Il messaggio era lungo, quasi tremolante:
«PadronD… ho letto i tuoi racconti. Li ho riletti tre volte. Mia moglie non sa niente. Io invece sogno solo una cosa: farla diventare una troia. Voglio cederla a te. Voglio che tu la usi, la rovini, e che io resti a guardare o a raccogliere quello che resta. Sono pronto a tutto.»
PadronD non rispose subito. Lasciò passare qualche ora. Poi scrisse solo:
«Foto. Nome. Età. Da quanto tempo pensi a questo.»
Remissivo obbedì in pochi minuti. Mandò tre foto della moglie: una al mare in costume, una in casa in pigiama, una vestita elegantemente per una cena. Bruna, trentadue anni, corpo ancora sodo, sorriso dolce da moglie fedele. Il tipo di donna insospettabile.
Il messaggio successivo di remissivo era ancora più chiaro:
«Si chiama Sara. Non sa niente. Io le ho già messo la pulce all’orecchio… le ho fatto vedere film, le ho fatto leggere storie… ma non sa che sono io a volerlo davvero. Voglio che tu la prenda. Voglio che tu la trasformi. Io voglio solo essere il cornuto che te la consegna.»
PadronD lesse e rise piano.
«Allora dimmi come la vuoi? Perché se me la cedi, non te la restituisco più la stessa.»
La risposta arrivò quasi subito, piena di eccitazione e di vergogna:
«Voglio che la baci davanti a me. Voglio che le metti le mani sotto la gonna mentre io sono nella stanza. Voglio che la scopi sul nostro letto e che io stia in ginocchio a guardare. Voglio che le dici cose sporche e che lei inizi a risponderti. Voglio che la fai venire più volte di quante io l’abbia mai fatta venire. E alla fine… voglio che tu le dica che da ora in poi è la tua troia. E che io sono solo un marito di merda che ti ha portato sua moglie da usare.»
PadronD si accese una sigaretta e rispose con calma:
«Va bene. Ma ci sono regole. Tu non parlerai mai di me a lei finché non te lo permetto. Tu preparerai tutto. Tu la porterai dove ti dico. E quando arriverà il momento, tu starai zitto e guarderai. Se lei dirà di no, si ferma tutto. Se dirà di sì… allora è mia.»
Remissivo rispose con una sola parola:
«Sì, PadronD.»
Nei giorni successivi i messaggi continuarono. Remissivo mandava dettagli: come Sara dormiva, cosa le piaceva, dove era più sensibile, quanto era gelosa, quanto era fiduciosa. PadronD ascoltava, prendeva appunti mentali, e di tanto in tanto mandava istruzioni precise:
«Stasera, mentre la scopi, chiamala troia. Guarda come reagisce.»
«Domani falla vestire senza mutandine e portala a cena. Dimmi se si è eccitata.»
«Quando torna dal lavoro, baciale il collo e digli che vorresti vederla scopata da un altro.»
Remissivo eseguiva tutto. E ogni volta tornava con resoconti sempre più caldi. Sara iniziava a rispondere. Rideva. A volte arrossiva. A volte gli chiedeva di ripetere certe frasi. Il seme stava crescendo.
Sara aveva trentadue anni, lavorava in un ufficio di consulenza, usciva di casa alle 8:15 ogni mattina e tornava verso le 18:40. Il mercoledì sera andava in palestra, sempre alla stessa ora, sempre nello stesso centro fitness. Il sabato pomeriggio, quando non aveva impegni, amava sedersi da sola in un piccolo caffè nel centro storico, quello con i tavolini all’aperto e la luce calda del tardo pomeriggio. Lì leggeva, scriveva sul telefono, a volte ordinava solo un cappuccino e restava per quasi un’ora.
Remissivo glielo raccontò tutto, senza trattenere nulla. Mandò orari, foto del locale, perfino la descrizione del posto dove di solito si sedeva. Aggiunse anche che Sara era riservata, poco incline a parlare con sconosciuti, e che se avesse scoperto le sue fantasie lo avrebbe disprezzato. «Mi odierebbe», scrisse. «Mi guarderebbe come se fossi uno schifo. Ecco perché non deve sapere mai che sono stato io a offrirtela.»
PadronD rispose con calma:
«Allora non lo saprà. Tu non esisti in questa storia. Io la avvicino come un uomo qualsiasi. Lei deve credere che sia un incontro casuale, che nessuno sappia niente. Tu resti fuori. Completamente.»
Remissivo accettò subito. Disse che avrebbe fatto qualsiasi cosa. Che se serviva denaro, lo avrebbe dato. Che se PadronD voleva spremerlo economicamente fino all’osso, poteva farlo. «Prendi tutto quello che vuoi da me», scrisse. «Soldi, umiliazioni, controllo. L’importante è che tu la prenda.»
PadronD non rispose subito a quell’offerta. Preferì concentrarsi sulla strategia.
Studiò le abitudini di Sara per alcuni giorni. Poi diede le istruzioni:
«Mercoledì prossimo, dopo la palestra. Lei esce verso le 20:10. Di solito si ferma cinque minuti fuori a bere dalla borraccia. Tu non ci sarai. Io sì. Mi avvicinerò come se fossi solo un uomo che ha notato una donna. Niente forzature. Solo una conversazione. Se lei è aperta, continuo. Se chiude, aspetto un’altra occasione.»
Remissivo obbedì in silenzio. Non fece domande. Si limitò a confermare gli orari e a trasferire, lo stesso giorno, una somma sul conto che PadronD gli aveva indicato. Non chiese a cosa servisse. Non voleva sapere. Voleva solo che tutto avvenisse.
Il mercoledì arrivò.
Sara uscì dalla palestra con i capelli ancora un po’ umidi, la borsa a tracolla, il viso leggermente arrossato dallo sforzo. Si fermò come sempre vicino all’ingresso, bevve un sorso d’acqua, controllò il telefono.
PadronD era già lì, appoggiato a una macchina a pochi metri di distanza. Non la fissò in modo invadente. Aspettò che lei alzasse lo sguardo, poi le rivolse un sorriso breve, naturale.
«Scusa… sai se qui vicino c’è ancora aperto un posto decente per un caffè a quest’ora?»
Sara lo guardò un attimo, valutò, poi rispose con educazione:
«C’è un bar due strade più avanti. Di solito chiudono più tardi.»
PadronD annuì, ringraziò, e invece di andarsene restò un secondo in più. Aggiunse qualcosa di leggero, quasi casuale, sul fatto che dopo la palestra un caffè aiutava a non tornare a casa ancora sudati. Sara sorrise di sfuggita. Non si allontanò subito.
Quella piccola fessura fu sufficiente.
Nei giorni successivi PadronD continuò a muoversi con precisione. Non la inseguì. Non la salutò. La incontrò di nuovo, “per caso”, vicino al caffè del sabato. Questa volta la conversazione durò più a lungo. Parlarono di libri, di lavoro, di quanto fosse raro trovare posti tranquilli in centro. Sara non sospettò nulla. Non aveva motivo di farlo. Quell’uomo sembrava solo un professionista educato, sicuro di sé, che sapeva ascoltare.
Remissivo, intanto, restava a casa. Leggeva i resoconti che PadronD gli inviava. Ogni dettaglio lo faceva tremare. Ogni progresso lo costringeva a toccarsi, a umiliarsi da solo, a mandare altri soldi senza che nessuno glielo chiedesse.
«Continua», scriveva. «Falla fidare di te. Falla sentire al sicuro. Poi… quando sarà il momento… prendila.»
PadronD non aveva fretta. Sapeva che la cosa più eccitante non era solo il corpo di Sara, ma il fatto che lei non immaginasse nulla. Che avrebbe riso, chiacchierato, forse addirittura accettato un invito a cenare, credendo di essere libera e incontrollata… mentre il marito, da casa, pagava e aspettava di essere distrutto.
E remissivo era pronto a essere spremuto fino all’osso.
Anzi, lo desiderava.
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