Morbosa Corrispondenza - Capitolo 23
di
mari1980
genere
incesti
Mena
Le dita passavano sulla guancia di Roberto, la barba ispida sotto i polpastrelli. Ogni tanto una palpebra gli tremava, ma non si apriva.
Il torace si sollevava seguendo il ritmo meccanico del ventilatore, un sibilo costante, mentre Mena passava le dita sul volto del marito per controllare che non fosse diventato un estraneo, la pelle ancora familiare sotto le unghie.
Il telefono vibrò nella tasca della giacca, un fremito che le salì lungo la coscia e le fece stringere i muscoli per un secondo. Continuò ad accarezzare Roberto, ma il gesto era diventato meccanico. Il corpo di lui non reagiva più a niente, mentre il suo reagiva eccome: un calore umido si aprì tra le gambe, lento ma insistente quando arrivava un messaggio.
Il telefono vibrò di nuovo. Mena sapeva chi era. Non serviva guardare lo schermo. Si chiese quanto tempo sarebbe passato prima che iniziasse a leggere i messaggi dei suoi affezionati clienti anche in presenza di suo marito. Stupide fantasie, tutto qui.
La badante entrò, controllò il monitor, regolò la flebo.
“Signora, può andare a riposare un po’. Ci penso io.”
Mena annuì. Si chinò, sfiorò la fronte di Roberto con le labbra. La pelle era fresca contro la sua bocca umida. Si alzò, sistemò la sedia con un rumore sordo, uscì dalla stanza e chiuse la porta piano. Entrò in cucina, si sedette al tavolo e aprì il laptop. Il seno abbondante, pesante, premeva contro la canottiera nera senza reggiseno. La tutina rosa aderente le fasciava i fianchi pieni e le cosce, il tessuto sottile che segnava ogni curva.
Mena aprì la chat e il primo messaggio del prof era già lì, in attesa.
Prof: Pensavo avessi deciso di sparire, mia cara Francesca.
Mena ridacchiò piano, un suono basso in gola, e le dita volarono sulla tastiera. Sentiva già l’eccitazione che le saliva lenta dalla pancia.
Francesca: Non sparisco mai, però ti vedevo così a tuo agio nella tua filippica sull’amore moderno che non me la sono sentita di interromperti.
La risposta arrivò dopo pochi secondi, lunga e pomposa.
Prof: Vero, tuttavia in questo mondo di effimera digitalità, dove ogni emozione viene ridotta a un emoji o a uno swipe frettoloso, l’acquiescenza non è mai la soluzione. Dobbiamo smetterla di inseguire l’amore irrealistico propinato dai media mainstream, di assecondare i nostri piaceri più banali e istantanei, per riscoprire invece la bellezza profonda, quasi sacra, del dialogo proibito: quel territorio inverecondo della parola carezzevole, dove la mente si spoglia prima del corpo e il desiderio si accende proprio perché sa di essere vietato. Non trovi, mia cara?
Mena si divertiva troppo con lui. In piccolo e in una maniera totalmente distorta, le ricordava Roberto. Digitò, mordicchiandosi il labbro inferiore.
Francesca: Oh, caro prof, il tuo fascino virtuale mi avvolge tutta.
Prof: E non è che un assaggio. Il proibito, Francesca, è il sale che rende ogni cosa più viva. Oggi parliamo di libertà, ma dimentichiamo che il vero brivido nasce quando si varca una soglia che la società ha sigillato con il suo moralismo ipocrita. È lì che l’uomo morde la mela, non credi?
Mena rise bassa, ma la risata le uscì un po’ roca. Digitò veloce, la mano sinistra che restava lì, a premere piano.
Francesca: Oh, professore, sempre con queste ardite dissertazioni. Io sto sola qui in cucina, con addosso poco, e penso solo a come stuzzicarti. Quali dialoghi possono essere proibiti, secondo te?
Prof: Prendi Paolo e Francesca, non a caso tua omonima. Dante li colloca nel secondo cerchio dell’Inferno perché si sono innamorati tra cognati, leggendo insieme di Lancillotto e Ginevra. “E quel libro fu il Galeotto.” Un bacio, un solo bacio, e furono dannati per l’eternità. Il proibito, mia cara, è tutta una questione di prospettiva. Oggi nessuno si stupirebbe di una relazione extraconiugale tra cognati; un tempo bastava quello per finire all’inferno.
Francesca: Anche oggi non sarebbe una cosa tanto normale, prof. Però sì… capisco il punto.”
Prof: Dimmi la verità, Francesca. Sei mai stata attratta da un cognato? O meglio, da un qualsiasi parente?
Francesca: No, mai. Mentì lei.
E se conoscessi mio cognato, poi… Te lo raccomando, quel deficiente! Pensò lei, scuotendo la testa.
Prof: Spesso l’attrazione non dipende dalla fisicità, quanto dalla violazione della regola. Violare una norma morale, sapere che non si dovrebbe… è quello che accende il fuoco. Il corpo reagisce prima della testa.
Mena sentì un piccolo nodo allo stomaco.
Francesca: Probabilmente è vero… però Francesca non meritava comunque di andare all’inferno per questa piccola… leggerezza.
Prof: Hai ragione. Probabilmente Dante era geloso di quel loro rapporto proibito, di quell’intimità rubata che lui non aveva mai avuto.
A Mena venne da ridere. Digitò.
Francesca: Me lo vedo, sai? Dante che spia da dietro una colonna, si tocca e intanto mormora “peccatori… peccatori…
Prof: Molto storicamente accurato, mia cara.
Risero insieme, i messaggi che arrivavano uno dopo l’altro, veloci. Mena sentì il tepore tra le gambe farsi più insistente, il capezzolo sinistro sfiorava il bordo della canottiera ogni volta che respirava più forte.
Francesca: Dimmi cosa vuoi stasera, professore. Quali pensieri proibiti ti attraversano stasera?
Prof: Gli stessi che attraversavano la nostra infernale Francesca mentre si condannava alla dannazione prendendo il fallo del cognato. Violare le regole. Sentire quel brivido di chi sa di sbagliare eppure non riesce a fermarsi. Il potere di dire “non dovrei” e farlo lo stesso. Ecco cosa voglio stasera: parlare di regole che si infrangono.
Mena lesse l’ultima frase del prof e sentì un piccolo brivido caldo lungo la schiena. Digitò senza pensarci troppo.
Francesca: Quale violazione ti appassiona?
Prof: Non c’è violazione più bella di quella dell’abusare del proprio potere. La mia passione, se devo confessarla, risiede nel potere dell’autorità accademica. Immagino di usarla per sedurre le mie studentesse ventitreenni, giovani donne piene di vitalità, e le loro madri. È una dinamica irresistibile, non trovi?
Francesca: Professore vizioso! Sfruttare il tuo ruolo per portarti a letto le studentesse e le mamme? Ma dimmi di più, come lo fai? Le convochi in ufficio e poi?
Prof: Precisamente. Le studentesse arrivano con i loro occhi spaventati, le gonne corte, e io le guido attraverso discussioni che sfociano nel carnale. E le madri… oh, loro capiscono il gioco del potere, offrono sé stesse per un voto in più alla figlia. È l’essenza dell’eccitazione intellettuale mista al proibito.
Mena si morse l’interno della guancia, le labbra carnose si incurvarono in un sorriso malizioso. Sentì un’onda di eccitazione salire dal basso ventre fino ai seni. La mano sinistra scese piano sull’interno della coscia, premette la carne morbida attraverso la tutina rosa.
Francesca: E come le convinci, prof? Non mi dire che basta un bel discorso.
Mena sentì il clitoride vibrare. Le dita premettero più in alto, proprio contro il sesso, attraverso il tessuto rosa bagnato. Immaginò sé stessa in quel ruolo, una madre che si offre, il corpo che freme sotto lo sguardo di un uomo che decide. Ridacchiò di nuovo al computer, eccitata, il respiro che si faceva più corto. Il seno pesante si alzava e abbassava veloce. Quando si spostò sulla sedia, il capezzolo sinistro scivolò fuori dal bordo della canottiera, turgido e scuro.
Prof: Le parole, certo, ma soprattutto il peso di un esame che decide tutto. Prendi una ragazza all’ultimo esame di laurea. Sa che se prende un voto basso non entrerà mai nel corso che vuole, o peggio, rischia di non laurearsi in tempo e perdere la borsa di studio, il tirocinio, tutta la vita che si è immaginata. Io la guardo dall’altra parte della scrivania, calmo, e le dico: “Signorina, questo capitolo della tesi è insufficiente. Potrei bocciarla oggi stesso e farle perdere un anno intero.” Vedo il panico nei suoi occhi, le mani che stringono i fogli fino a sbiancare le nocche. Allora abbasso la voce e propongo la soluzione: una “lezione privata” nel mio studio, dopo l’orario. Solo io e lei.
Francesca: Dio prof, sei proprio un bastardo. Minacciare di rovinare la vita di una ragazza di ventitré anni solo per fartela… e poi pure la madre che si offre per salvare la figlia?
Prof: Proprio così. E quando la madre viene a implorare, vestita elegante ma con lo sguardo disperato, è ancora meglio. “Professore, mia figlia non può permettersi di ripetere l’anno…” Io sorrido e rispondo che forse c’è un modo per sistemare le cose, se lei è disposta a fare un po' di… corsi aggiuntivi. A volte basta farle capire che basta una mia firma per rovinare tutto o per aprire tutte le porte. È lì che cedono, Francesca. Ed è lì che mi eccito di più.
Mena deglutì, il sesso che palpitava sotto le dita.
Francesca: Ma dimmi la verità: quante volte l’hai fatto davvero? Scommetto che ne hai una collezione di storie da raccontare.
Proprio in quel momento la voce di Toni arrivò dalla porta della cucina.
“Mamma, sto per uscire. Con chi messaggi?”
Mena sobbalzò leggermente e tolse la mano dal sesso, senza accorgersi del capezzolo fuori dalla canottiera.
“Con Don Marco, tesoro.” Rispose lei, dicendo la prima cosa che le venne in mente.
Toni appoggiò la spalla allo stipite, il viso incupito.
“Non capisco perché passi così tanto tempo con lui.”
Mena alzò finalmente lo sguardo, sorrise distratta, il corpo ancora caldo, il nettare dolce che continuava a colare lenta tra le gambe.
“Vorrei fare un po’ di beneficenza, Toni. La chiesa ha bisogno di volontari, e io ho tempo. Non è niente di che.”
Toni mugugnò, non convinto, ma abbozzò.
“Va bene, porto Alessio a scuola e poi vado da zia. A dopo.”
Uscì dalla cucina senza aggiungere altro.
Mena tornò alla chat, ormai eccitata.
Toni
Diciassette anni prima.
Toni usciva dal cancello della scuola, guance rosse, occhi bassi. Otto anni, magro, goffo, e quando apriva bocca balbettava. Ancora si ricordava quel figlio di puttana di Emanuel che gli apriva lo zaino davanti a tutti, gli pigliava la gomma nuova e se la ficcava in tasca, ridendo. Toni aveva provato a riprendersela, spinte di qua e di là, ma Emanuel era più grosso, l'aveva buttato a terra, e gli altri a sghignazzare.
Uscito, andò dai genitori che aspettavano un po' più in là. Il padre Roberto, alto e secco, con gli occhiali, quel sorrisetto accomodante. Accanto, la mamma, capelli castani sul viso, curve morbide. Si tenevano per mano, come al solito.
Toni buttò fuori tutto d'un fiato: “E-Emanuel m-mi ha trattato male. M-mi ha preso la gomma e m-mi ha spinto.”
Roberto annuì piano, gli posò una mano sulla spalla, leggera. “Non esagerare, Toni. I ragazzini son così, irrequieti. Magari Emanuel c'ha i suoi guai. Domani gli parli, fate pace, e ti fai ridare la gomma.”
Quelle parole lo calmarono un poco. Toni annuì, fissò il marciapiede, sfregò la scarpa su una crepa. Il padre aveva ragione: pensare, capire, non reagire d'istinto.
Ma Mena no, non era d'accordo, e partì come una furia. “Cosa? Quel monello t'ha toccato?”
Toni la guardò. Quel ricordo gli rimaneva nitido, dopo tutti quegli anni: Mamma era bella quel pomeriggio, con l'abito arancione di cotone spesso, stretto sui fianchi magri e sul petto pieno, che pareva sprigionare fuoco. Rossetto rosa tenue. Il cuore gli batteva forte, non di paura, ma di qualcosa di misto, gratitudine e febbre. Si sentiva al sicuro solo con lei vicino, il suo profumo che lo avvolgeva e lo avvolgeva.
Mena marciò dritta dal padre di Emanuel, che chiacchierava con altri. Un tizio stempiato, faccia ottusa.
Toni la seguì con gli occhi, il respiro sospeso. Roberto rimase lì, mani in tasca, a guardare con un sorriso divertito.
Mena puntò il dito. “Vostro figlio ha picchiato il mio. Gli ha rubato la gomma e l'ha preso a botte. Che razza d'educazione gli date?”
L'uomo, grosso, camicia stropicciata, si voltò seccato. “Ma che dice? I bambini giocano, si azzuffano. Non ne faccia un dramma.”
Litigarono, voci alte. Responsabilità, bulli, non si permetta; il tono di lei, tenace, rumoroso, attirava gli sguardi. Il padre di Emanuel si fece rosso, borbottò, poi chiamò il figlio a brutto muso.
Emanuel arrivò, testa china, mani intrecciate. Guardò Toni. “Scusa.” E gli ridiede la gomma.
Toni sentì il petto aprirsi, confuso. “V-va bene.” Ma dentro, pensava che quelle scuse non se l'era guadagnate da solo.
In macchina, Roberto disse: “tua madre preferisce tagliare i nodi invece di scioglierli. È il suo modo di volerti bene.”
“Roby, non adesso...” rise lei, dandogli un buffetto sul braccio.
Il padre era strano quando parlava delle sue poesie, ma lei gli voleva bene lo stesso, e pareva avere occhi solo per lui.
Mena in auto lo teneva sulle ginocchia, davanti, e lui si perdeva in quel profumo. “Bisogna farsi rispettare, amore di mamma. Avere grinta. Avere gli attributi. Non farti calpestare da nessuno, ci siamo capiti? Se non ti difendi da solo, chi lo farà? Io ci sarò sempre, ma impara a stare in piedi da solo, testa alta.”
Toni la fissò, mentre le mani di mamma gli accarezzavano piano il braccio. “M-ma come, mamma? Io balbetto, non sono forte come te.”
Lei rise, occhi decisi. Gli scompigliò i capelli e lo abbracciò. Lui percepì la pressione morbida dei suoi seni contro di sé. “La forza non sta nei muscoli, piccolo. Sta nel cuore. E negli attributi.”
“C-che sono gli attributi?”
Risero tutti.
“Un giorno te lo spiegheremo. Ora ricorda quello che ti ho detto.”
Annuì, ridendo con loro.
Diciassette anni dopo.
Toni ricordò le sue piccole dita scorrere tremanti sulla gomma, stringendo quella curva ruvida, scura, calda di usura. Sembrava simile al capezzolo della madre: turgido, bruno, intravisto un attimo prima quando la canottiera nera le era scivolata giù, liberando il bocciolo eretto che gli aveva incendiato il sangue.
Non riusciva più a dividere l’amore per lei dalla fame cruda del suo corpo.
Quella sera avrebbe aperto di nuovo lo schermo, cercando l’ennesimo porno incestuoso, sperando di spegnere almeno per un minuto quella sete che lei, inconsapevole, gli accendeva ogni volta che respirava.
Represse i ricordi e si sforzò di essere normale: salutò Alessio e iniziò a chiacchierare disinvolto, calcio e solite cazzate.
Una cosa era certa: lei era la sua forza, l’unica che lo legava a qualcosa di grande, di carnale.
Alessio
Suo cugino Toni (o Zaniolo, com’era soprannominato) era uno a posto. Simpatico, alla mano, tutti lo rispettavano nel quartiere. Peccato che viveva solo per il pallone.
“Hai visto ieri il Milan? Leão ha piazzato un gol mica male, ma da quella posizione io ne avrei infilati altri dieci, più belli. Non basta buttare dentro la palla, devi anche saper intrattenere il pubblico. Tu che ne dici, Ale?”
Alessio annuiva, la testa che andava su e giù come un pupazzo. Ma non sentiva una mazza. Pensava solo alla zia Mena.
Adesso era tutto finito. La madre aveva parlato chiaro. Niente più seghe. Ripensava al reggiseno di pizzo che aveva odorato l’ultima volta. L’aveva schiacciato contro la faccia, l’odore di lei che gli entrava dentro, dolce e caldo all’inizio, poi sempre più acre, quel fondo salato di sudore che lo faceva impazzire.
Toni andava avanti a parlare di rigori e Alessio rispondeva solo con grugniti, gli occhi bassi sul marciapiede crepato.
All’angolo della scuola videro Anna. La fidanzata di Toni, o presunta tale. Camminava qualche metro avanti, i leggings neri lucidi che le stringevano le gambe lunghe e il sedere alto, così aderenti che si vedeva il segno delle mutandine infilato tra le natiche.
Sopra aveva un top corto bianco, scollato, che lasciava nuda una striscia di pancia liscia e abbronzata; il reggiseno sportivo rosa shocking si intravedeva sotto il tessuto.
La coda alta, mora, le ondeggiava sulla schiena a ogni passo, scarpe da ginnastica bianche con calzini corti di pizzo e una borsa da palestra su una spalla.
Era una brava nuotatrice, oltre che una figona mondiale.
Toni accelerò.
“Ehi! Aspetta un attimo.”
Lei non si voltò. Continuò dritta, cuffiette nelle orecchie, telefono in mano.
“Anna, cazzo, sono io!”
Niente. Anna salì i gradini dell’ingresso della piscina comunale senza girare la testa.
Toni si fermò, faccia rossa. Diede una gomitata ad Alessio.
“Vedi? Prima o poi la lascio, quella cretina. Pensa solo a cantare. Abbiamo litigato per una cazzata, ma guarda come fa la superiore…”
Alessio però non ascoltava più. Se fosse stato al posto di Toni si sarebbe fatto calpestare le palle con dei tacchi a spillo per un solo sguardo di quella lì. Si voltò a fissarla mentre saliva. I leggings le entravano tra le chiappe, segnavano ogni piega.
Subito gli venne in mente zia Mena. Se la vedeva lì, davanti a lui, che gli porgeva quei leggings neri ancora caldi, appena sfilati dal culo di Anna. “Tieni, tesoro,” gli diceva con quel sorriso tenero sulle labbra, la voce bassa, “sporcali per bene.”
Il cazzo gli pulsò forte dentro i boxer. Deglutì, imbarazzato.
Toni gli diede un’altra gomitata.
“Ma mi stai a sentire o no?”
Alessio annuì, gli occhi ancora fissi sulla porta dove Anna era sparita.
“Sì… sì, certo.”
La campanella suonò. Toni lo lasciò all'ingresso e andò via. Alessio entrò in classe, ma il culo di Anna stretto nei leggings gli tornava davanti agli occhi come un frutto proibito avvolto nella notte.
Mena
La sua tutina profumata si muoveva al ritmo del dito medio che premeva sul clitoride gonfio, mentre il respiro le usciva corto. Digitò, breve e calda.
Francesca: Scusa l’interruzione, prof; racconta… quante madri e figlie hai ricattato?
Prof: Al contrario, mia cara. Le ho aiutate. Le ho aiutate a raggiungere i loro obiettivi e gli ho dato maggior consapevolezza dei loro limiti e di quanto la loro bellezza sia importante.
Francesca: Tutto verte sul potere, mio caro prof? È solo questo a muoverci? Eppure non credo che tu vada a letto con tutte le tue allieve più belle, sbaglio?
Prof: Non sbagli, certo…
Francesca: E allora come le scegli?
Prof: Dipende… Ho criteri diversi per madre e figlia. Riguardo le madri… beh… con tutta la loro esperienza di vita, è bellissimo umiliarle, tapparle quelle loro bocche petulanti con la propria carne, costringerle a negoziare il corpo della figlia e il proprio… quello sì che è potere vero. Renderle consapevoli della loro assenza di autorità tra queste mura. Una donna che ha cresciuto quella ragazza, che l’ha protetta per anni, che ora si offre per salvarla: “Sua figlia rischia di non laurearsi. Ma se lei è disposta a essere… collaborativa, possiamo trovare un accordo”. Il piacere di farle abbassare lo sguardo, di farle capire che il suo ruolo di madre non conta nulla di fronte alla mia autorità e che basta una mia firma per cancellare anni di sacrifici.
Francesca: E delle figlie?
Prof: Delle figlie, mi eccita l’innocenza. Vedere una ragazza che trema davanti alla mia scrivania, consapevole che una mia parola può distruggere i suoi piani per il futuro, ha qualcosa di primitivo. Gli occhioni che si allargano quando capisce che non basta studiare, che il voto dipende da quanto è disposta a darmi. Poi abbasso il tono e dico: “Forse possiamo trovare un modo… privato”. L’innocenza che si spezza lentamente, il corpo che reagisce.
Mena si sistemò meglio sulla sedia della cucina, le cosce piene che si aprivano un po’ sotto il tavolo di legno. La tutina rosa aderente le tirava tra le gambe, il tessuto ormai fradicio appiccicato alla pelle calda del sesso.
Francesca: Uno intelligente come te non si accontenta di cose banali, vero prof? Le studentesse già pronte, già docili… no, tu cerchi la sfida vera. Dimmi… ce n’è una in particolare che ti ha dato più filo da torcere?
Il prof ci mise qualche minuto prima di rispondere.
Prof: Ho sempre avuto un debole per una studentessa, in effetti. Si chiama Bianca. Occhioni innocenti, frangetta bionda, ventitré anni. Bellissima: un metro e sessanta, terza soda, fondoschiena a mandolino che faceva girare la testa a tutto l’ateneo, viso bianco e dolce come zucchero filato. La bocciai per la terza volta all’esame. Aveva studiato tre mesi filati, rispondeva quasi a tutto, ma io la guardavo negli occhi e dicevo solo “Mi dispiace signorina, ritorni la prossima volta”. Quella volta esplose, mi urlò contro in aula, disse che si meritava un voto positivo, che ero ingiusto. Alla fine del suo sfogo le sussurrai: “Signorina, l’esame lo passa solo quando decido io. Se vuole ulteriori spiegazioni venga martedì nel mio ufficio”. La vidi trattenere le lacrime, prendere la borsa e scappare.
Francesca: L’hai fatta piangere… Non si fa! Posso quasi immaginare che quella notte non dormì, pensò al futuro che stava per crollare, al tirocinio, a tutto.
Prof: Alla fine decise di non venire da me.
Francesca: Fammi indovinare… Si presentò la madre al posto suo, vero?
Prof: Già… Iniziò a flirtare con me. Senza pudore.
Francesca: E…?
Prof: La mandai via, quasi infastidito.
Francesca: Questo mi sorprende, caro prof.
Prof: Sorprese molto anche me…
Francesca: La indovino? Volevi Bianca, vero? La sua innocenza. Quella frangetta bionda… è lei che volevi punire, dico bene? Il potere su una ragazza così pura, che ti guarda dal basso mentre decidi il suo destino. E ha paura, una sottile paura di te che la innervosisce e la eccita. Sa di essere alla tua mercé.
Mena si toccava più lenta adesso, il medio che girava piano sul clitoride, assaporando ogni contrazione calda. Il bottoncino fuori dalla canottiera sfregava contro il bordo ogni volta che respirava più forte. Aspettava la risposta del prof, le dita lucide di miele caldo.
Prof: Mi spaventa la tua conoscenza di me…
Francesca: Pensa come sarebbe andata se si fosse presentata lei invece della madre. La piccola, innocente Bianca.
Mena intanto si toccava più lenta, godendosi il fremere del suo corpo che le dava quel fastidio delizioso. Era sempre soddisfatta della sua bravura come scrittrice.
Il prof ci mise un po’ a rispondere. Mena, con il respiro già corto, rallentò le dita sulla fica. Si accarezzava lenta, assaporando quel nodo caldo che le tirava dentro, con un fastidio che le mandava scintille di lussuria.
Prof: Sei una musa crudele… Mi stai lubrificando il cervello e il cazzo da due ore, lo sai? Mi tira come se fossi un adolescente.
Mena rise piano, ansimante, le dita a premere con forza sul sesso, mentre un liquido caldo le bagnava le mutandine. Digitò, breve e sporca, entrando subito nel ruolo.
Francesca: “Prof, ti sei comportato male con me, non meritavo quella bocciatura.”
Prof: “Ah, Bianca… vieni nello studio con me. Hai pensato a quello che ti ho detto?”
Francesca: “Prof… sono venuta per capire… Cosa mi manca per essere promossa?” Ho il cuore che mi batte fortissimo, vedo lo sguardo del prof sulla mia gonna, ho la tremenda sensazione di essere in trappola.
Prof: Io rido piano. “I miei assistenti ti trovano preparata, ma a me non basta. Voglio che tu prenda questo impegno seriamente.”
Francesca: “Insisto, prof! Ho studiato tre mesi, so rispondere a tutto”.
Prof: Ti squadro, gli occhi che ti spogliano: “Una ragazza così bella non dovrebbe studiare. Dovrebbe fare la modella, la velina,” le rispondo, divertito.
Francesca: “Che c’entra il mio aspetto? Il mio sogno è laurearmi, a qualsiasi prezzo!” Vedo con orrore che il prof si alza, ha un’erezione ben evidente.
Prof: A quel punto sorrido: “A qualsiasi prezzo, Bianca?”. La vedo impallidire, forse sta ricordando le voci di corridoio su di me, su quello che faccio con certe studentesse. Mi alzo, vengo accanto a lei e sussurro: “Ora vedremo quanto tieni ai tuoi sogni”.
Francesca: “Non capisco cosa intende, prof…”
Prof: “Bianca, diamoci del tu. Va bene?”
Francesca: “Va bene…”
Prof: “Vuoi passare l’esame? Sai qual è il prezzo che devi pagare…” Dico mentre le struscio il rigonfiamento nella patta dei pantaloni sul viso.
Francesca: “No Prof… Per favore… non sono quel tipo di ragazza, ho fatto sesso solo col mio fidanzato in modi normali, non riuscirei a soddisfarti…”
Prof: “Poche storie, ci siamo capiti. Fammi un pompino come si deve.” Sussurro malizioso mentre mi slaccio i pantaloni e vedo la faccia disgustata di Bianca.
Francesca: “Che schifo.”
Prof: “Indovinato, puttanella. Non faccio una doccia dall’ultima volta che ci siamo parlati.”
Francesca: “E si sente…” Ho un conato. Piscio vecchio e sudore concentrato. L’aroma acre, muschiato, mi colpisce dritto in faccia. Piango… le lacrime mi scendono calde mentre quell’odore mi entra nel naso. “La prego, prof…”
Prof: “Voglio farti percepire quell’odore forte che avevo lasciato maturare apposta per tutto il fine settimana.” Sorrido vedendo come ti paralizzi.
Francesca: “Ti denuncerò, porco!”
Prof: “Denunciami pure. Ma scordati la laurea, qui e ovunque.”
Francesca: Crollo, annientata dal ricatto… la laurea, il futuro, tutto che rischiava di sparire. “Ti prego…”
Prof: Bianca apre la bocca. Le sbatto la cappella sulle labbra, poi le picchietto la faccia con il cazzo duro, bocca, occhi, guance, lasciandole strisce lucide di quel liquido salato. Vedo quegli occhioni azzurri e innocenti che mi fissano, spaventati.
Francesca: Le lacrime mi colano sul mento, mescolandosi a quella roba appiccicosa. Come un automa apro le labbra e sento la durezza del suo cazzo violarmi.
Prof: Appena le apre, la spingo ancora più avanti, poggiandole la cappella gonfia direttamente sulla lingua.
Francesca: Resto interdetta, bloccata con le labbra intorno alla cappella paonazza e maleodorante.
Prof: “Beh, puttanella,” aggiunsi, “ti devo spiegare come si fa? Dico, con quel ghigno che mi viene sempre in questi casi.
Francesca: Cerco di respirare con il naso per non sentire quell’odore. A questo punto ho chiuso gli occhi, mentre le mie labbra si serrarono sul suo pene. Cerco di pensare che sia quello del mio fidanzato.
Prof: All’inizio le tengo la mano ferma dietro la nuca, perché ho paura che Bianca si rifiuti, ma poi, quando mi rendo conto che non ci sono problemi, la lascio libera e mi godo il pompino, rilassato.
Francesca: L’ho sentito farsi sempre più duro e spesso dentro la mia bocca, le vene gonfie che martellavano e fremevano contro le mie labbra tese, pompando sangue caldo ed eccitazione turgida sulla mia lingua. Ad un certo punto ho aperto gli occhi e, invece che il corpo giovane del mio fidanzato, mi sono trovata davanti la sua pancia schifosa e sudata, con quel ciuffo di peli neri e grigi che mi faceva il solletico nelle narici. Allora ho richiuso subito gli occhi e ho continuato, sperando che durasse ancora poco.
Prof: Quando ho capito che voleva staccarsi dal mio cazzo, le ho bloccato la testa con entrambe le mani, premendo forte sulle guance morbide, mentre mi muovevo avanti e indietro. “Dove vai, puttanella?” Grugnisco.
Francesca: Cerco di implorarlo ancora, ma non riesco a parlare con il suo membro ben piantato in bocca. Sentivo la tua cappella gonfia che entrava e usciva dalle mie labbra tese, calda, bagnata di saliva e lacrime.
Prof: Le prendo la testa con entrambe le mani e comincio a scoparle la bocca, su e giù, la fronte che sbatte contro la mia pancia pelosa a ogni affondo. La cappella le struscia sulla lingua, l’odore forte la fa tossire. Continuo a stantuffare, gemendo basso, finché non esco. “Guardami, puttanella!” Vedo che abbassa gli occhi, umiliata.
Francesca: “Prof, non mi stai umiliando abbastanza? La prego, finisca e mi lasci in pace.” Non capisco più se dargli del tu o del lei, è inquietante dare del lei a un professore a cui sto succhiando il cazzo.
Prof: Le struscio il cazzo sulla lingua, le dico di leccare. Vedo che cerca di estraniarsi e le ordino di leccare anche l’asta. “Vai su e giù, prendi la cappella in bocca ogni tanto.”
Francesca: Tremo, piango e succhio. Non so che mi succede, la lingua accelera, i movimenti diventano più sicuri, voraci. Prendo il cazzo in mano da sola, lo stringo, lo soppeso, me lo struscio sul viso, scendo sulle palle pesanti e succhio un testicolo.
Prof: “Brava… Così…”
Francesca: All’inizio pensavo di vomitare… quel sapore acre, salato e amaro di piscio vecchio e sudore concentrato mi riempiva la bocca di veleno caldo. A ogni passata di lingua sentivo il retrogusto ferroso della pelle non lavata, il sale secco che mi si appiccicava al palato, e quell’odore denso, animale, maschio che mi entrava nelle narici anche se cercavo di respirare solo dalla bocca. Mi veniva da vomitare, le lacrime mi colavano sul mento e si mescolavano alla saliva che mi sgocciolava sulla camicetta. Mi sentivo la più schifosa, la più sporca delle troie, umiliata fino al midollo, le guance in fiamme per la vergogna. Col mio fidanzato non mi era mai successo niente del genere… con lui era sempre tutto pulito, profumato di sapone neutro, dolce, quasi asettico. Un pompino rapido, prevedibile, senza odori, senza sapore. Qui invece era tutto sbagliato, tutto proibito, e proprio per questo il mio corpo mi stava tradendo.
Prof: “Sbaglio o ti sta piacendo, troietta?”
Francesca: Il calore pesante del suo cazzo sulla lingua, lo spessore che mi allargava le labbra… piano piano quel sapore muschiato invece di farmi vomitare cominciava a sembrarmi ipnotico, quasi dolce nella sua oscenità. La fica ha iniziato a dolermi, bagnandosi in modo imbarazzante, i succhi che mi colavano lungo le cosce. La vergogna bruciava ancora fortissima, mi faceva odiare me stessa con tutta l’anima, eppure non riuscivo a fermarmi. La lingua ha iniziato a muoversi da sola, prima lenta e incerta, poi sempre più veloce, più vorace, più avida, leccando via ogni traccia di quel sudore vecchio come se ne avessi bisogno per respirare. Non sentivo più solo schifo… sentivo fame. Una fame umida, sporca, proibita che mi faceva eccitare ancora di più della vergogna stessa.
Prof: “Ah, lo sapevo. Fai la dolce sempliciotta ma sei una porcona come tutte. Brava, accarezzami le palle con quelle labbrucce innocenti, usa per bene la lingua. Senti il mio cazzo che scorre sopra, la cappella gonfia che ti sfiora. Mostrami quanto lo vuoi, troietta.”
Francesca: Sono tutta bagnata, schifata dalla reazione del mio corpo, i succhi che mi colavano lungo le cosce.
Prof: Brava, sei bagnata, lo vedo. Vuol dire che ti piace quello che stai facendo. E che bisogna assecondarlo. Sfiorati fra le gambe e sentirai che brividi, che piacere.
Francesca: Non sembra che il prof intenda eiaculare presto, vedo il suo membro ondeggiare, turgido e marmoreo. Sono terrorizzata, frenetica. Potrebbe venirgli voglia di violentarmi. Posso solo sperare che l’eccitazione lo tradisca e finisca tutto presto. Non so come mi venga in mente ma decido di provocarlo. Straparlo. “Se ti faccio sborrare entro dieci secondi, mi metti trenta, prof?” Sono una troia. Chiedo silenziosamente perdono al mio fidanzato.
Prof: “Se continui a succhiarmelo così, ci riuscirai facilmente. Continua Bianca… mi stai facendo impazzire…”
Francesca: “Dieci!” La bocca scivola piano sull’asta, la lingua gira intorno alla cappella, leccando via quella goccia salata. “Accarezzalo più veloce, prof. Guarda…” Allungo le gambe. Mi sento subdola, una vera puttanella.
Prof: “Cazzo Bianca… quella passerina rosa… continua, apriti di più per me… Conta più veloce, sto impazzendo…”
Francesca: “Nove! Vedi le mutandine bianche che ho messo? Le spingo di lato. Ecco la mia verginità, giovane e fresca.” Sento un brivido, mentre lotto per non strofinarmi in tua presenza.
Francesca: “Otto!” Prendo di più, succhio con le guance incavate, saliva che cola sul mento. “Guarda come apro le gambe… la fica passa dal rosa chiaro al rosa scuro. Vedi i miei succhi che brillano?”
“Sette! Adoro guardare mentre ti seghi… la mano che stringe quel cazzo grosso. La pelle che scivola sulla cappella.”
Prof: “Sei la mia puttanella preferita… più veloce Bianca, ti supplico… conta più veloce non resisto più…”
Francesca: “Sei! Ti accarezzo le palle, sono ruvide e rugose.:
Francesca: “Cinque! Infilo il tuo cazzo fino in gola, faccio questo per la prima volta e devo lottare contro la nausea, ma vedo che apprezzi.”
Prof: “Ti amo Bianca… sei mia… più veloce cazzo, ti prego conta più veloce sto per scoppiare… Guarda come sto…”
Proprio allora arrivò la notifica: una foto.
Era il cazzo del prof. Carino, medio, non circonciso. La cappella affusolata, rosa scura, che spuntava da un prepuzio lungo, carnoso e scuro, tirato indietro quel tanto che bastava per farla vedere. Intorno alla base, una corona di peli scuri e fitti, ricci, che arrivavano fino alle palle pesanti. La mano che lo stringeva aveva un orologio costoso, in pelle marrone.
Francesca: “Prof, scommetto che questo cazzo ha promosso più tesi di laurea di tutto il dipartimento messo insieme. Ti immagino in aula a parlare di Foucault, e sotto il tavolo ce l’hai duro pensando a Bianca.”
Prof: “Continua, Bianca… Mi stai facendo impazzire…”
Francesca: “Prof, sei un vizioso di merda e mi fai bagnare come un lago mentre mi stai scopando freneticamente la gola… Quattro!”
Francesca: “Tre!” Tiro fuori il cazzo, madido di saliva e umori, dalla mia gola. Che schifo.
Francesca: “Due!” Sono disgustata dal mio orgasmo imminente ma non riesco a smettere di toccarmi mentre lo sego piano.
Francesca: “Uno! Eiacula per me. Sborra per Bianca.”
Mena ansimava, le dita che pompavano veloci dentro la tutina, il medio affondato fino alla nocca nel sesso caldo e scivoloso, le pareti che si contraevano. Il seno le tirava, gonfio, il bordo della canottiera le dava piacere a ogni scossa. Un brivido le percorse la schiena, mentre il nettare denso le colava sulle cosce.
Immaginò il rumore bagnato della mano che pompava furiosa dall’altra parte, poi arrivò il messaggio del prof: “Bianca! Cazzo, Bianca! Vengo per te!” e immaginò anche il suono degli schizzi potenti che colpivano il lavandino del bagno, lo sperma denso, caldo, bianco, che colava sulla mano e sul pavimento.
Mena venne insieme a lui, un orgasmo violento che le fece stringere le cosce attorno alla mano, il sesso che sprizzava umori sulle dita, sulle mutandine, sulla sedia. Il corpo le tremò tutta, il seno ballò e si sfregò forte sulla stoffa. Gemette senza ritegno, gli occhi verdi dilatati, la testa buttata indietro.
Quando riaprì gli occhi, il telefono squillò. Era la scuola di Alessio.
Mena ansimava ancora, il sesso tremante, le dita bagnate. Rispose con la voce leggermente ansimante.
“Pronto?”
La voce al telefono sembrava imbarazzata. Mena sospirò, il corpo ancora caldo e appiccicoso. Digitò veloce al prof.
Francesca: Prof, ha ottenuto quello che voleva. Ora posso andare con la certezza che questa storia resti in questa stanza e che al prossimo appello passerò l’esame?
Prof: Sì… Promossa…
Francesca: Ora devo andare però! Ciao dolce prof!
Chiuse il laptop, si alzò, sistemò la tutina rosa che le si era appiccicata tra le cosce fradice e indossò una giacca a coprire la canottiera. Prese le chiavi e uscì, le gambe che ancora le tremavano un po’ per l’orgasmo.
Lia
Perché l’aveva lasciato fare?
La domanda le martellava nella testa da ore, come un chiodo piantato nel petto che non voleva uscire. Aveva vent’anni, cazzo. Poteva dire di no. Invece aveva aperto le cosce, aveva spinto contro di lui mentre Sergio le veniva dentro, due volte.
E il pensiero che la faceva stare peggio di tutto era che una parte di lei, quella più nascosta, più sporca, aveva voluto esattamente quello. La sensazione brutale di essere presa, usata da lui fino in fondo. Di appartenere completamente a lui.
Lia spinse la porta di casa con la spalla. Il sacchetto della farmacia era un macigno. Aveva preso la pillola mezz’ora prima, seduta su una panchina gelata del parco, le dita fredde che faticavano ad aprire la confezione. Aveva pianto. Non tantissimo, però.
Dalla cucina arrivava l’odore familiare di uova strapazzate e pane tostato. Sergio canticchiava piano, di buon umore, il maledetto. Come se la sera prima non fosse successo niente. Come se non l’avesse scopata sul suo letto, venendole dentro senza preservativo.
Lia lasciò cadere le chiavi sul mobiletto. Il tintinnio secco rimbombò nel silenzio. Lui si voltò, mestolo in mano, un sorriso tranquillo sulle labbra.
“Bentornata, piccola. Ho preparato la colazione. Uova come piacciono a te.”
Lei rimase ferma sulla soglia, il sacchetto ancora stretto tra le dita. Voleva urlargli contro. Voleva gridargli che era un mostro, che non poteva fare finta di niente, che lei era andata a prendere la pillola del giorno dopo perché lui era una bestia senza controllo.
Ma dalla bocca non uscì niente.
Non aveva la forza.
Non sapeva nemmeno da dove cominciare. Le parole le si erano incastrate in gola, pesanti come sassi, e alla fine riuscì solo a mormorare, con la voce bassa e incrinata:
“Voglio stare da sola.”
Sergio non rispose. Rimase in silenzio, il mestolo ancora in mano, lo sguardo tranquillo. Lia non aspettò. Percorse il corridoio, entrò in camera e chiuse la porta dietro di sé, anche se sapeva che non sarebbe servito a niente.
Si spogliò lentamente, le mani che tremavano. La felpa finì sulla sedia. I jeans scivolarono lungo i fianchi larghi con un fruscio leggero. Rimase in reggiseno e mutande, i capelli biondi lisci che le ricadevano sulle spalle in ciocche morbide, quasi dorati nella luce grigia che filtrava dalla finestra. Gli occhi azzurri erano grandi, intensi, ancora velati di stanchezza e vergogna.
Quel corpo, tutto curve generose, seni grandi e naturali che si alzavano pesanti a ogni respiro, vita stretta, fianchi larghi, sedere tondo, sembrava tradirla a ogni occasione.
Tra le cosce avvertiva ancora la presenza appiccicosa e densa del seme del padre che non se n’era andato del tutto. Lui gliel’aveva lasciato dentro la sera prima, lunghi schizzi caldi che l’avevano riempita fino a farla traboccare.
Valutò per un secondo di farsi una doccia, di lavarsi via tutto. Ma non ne aveva le forze. Le gambe non la reggevano. Si sentiva sporca, usata.
La porta si aprì senza bussare.
Sergio entrò.
“Vai via,” disse lei subito, la voce bassa ma tremante, coprendosi il petto con le braccia. “ho detto che voglio stare da sola.”
Lui non rispose. Si avvicinò lo stesso, silenzioso, lo sguardo fisso su di lei. Le mani grandi le sfiorarono le spalle, scesero lungo le braccia, finirono sul gancio del reggiseno.
Lei provò a fermarlo, le dita che stringevano i suoi polsi, ma senza vera forza. “No papà… basta…” sussurrò, eppure già il reggiseno cadeva a terra.
Le mammelle uscirono libere, i piccoli capezzoli che si indurirono all’aria fresca della stanza.
Sergio continuò. Le abbassò le mutande lungo le cosce, fino a farle cadere ai piedi. Ora lei era completamente nuda davanti a lui. Lui invece rimase in mutande, il rigonfiamento che tendeva la stoffa.
Lia sentì il respiro fermarsi in gola.
Lui era rimasto in mutande, la stoffa tesa al limite. La sagoma del suo cazzo si vedeva chiaramente, spessa, pesante, quasi brutale. Ora era lì, a pochi centimetri da lei, quel gonfiore massiccio che premeva contro il tessuto.
Sergio le prese il polso con dolcezza e le guidò la mano verso il suo inguine.
“Senti quanto è duro per te?”
“Papà… smettila…” sussurrò lei, ma la voce le uscì debole, spezzata, senza convinzione.
Lui non disse niente. Le dita di Lia toccarono quel rigonfiamento caldo attraverso la stoffa. Era enorme. Così spesso che il palmo non riusciva quasi a contenerlo. Pompava sotto la sua mano, vivo, duro, esigente. La nausea le strinse lo stomaco, un sapore acido che le salì in gola, ma la mano non si ritrasse. Rimase lì, stretta intorno a quella verga coperta, sentendo attraverso il cotone la sua circonferenza brutale riempirle il palmo.
Le dita di Sergio scesero tra le sue cosce. Trovò subito quell’apertura ancora bagnata, calda, traditrice. Due dita entrarono senza fatica, una spinta lenta ma profonda. Il pollice cominciò a ruotare sul clitoride, lento, preciso, implacabile. Lia gemette piano, un suono basso che non riuscì a trattenere. Le gambe le tremavano. Non voleva.
Poi, con l’altra mano, lui abbassò l’elastico delle mutande quel tanto che bastava.
Il cazzo di Sergio saltò fuori dalle mutande con un movimento pesante, quasi arrogante. Era di media lunghezza, ma così spesso, così massiccio, che Lia trattenne il respiro.
Senza dire una parola, Sergio le prese la mano. Le sue dita forti avvolsero quelle di lei, guidandola senza fretta fino a quella verga bollente. Le fece stringere la base con il palmo, premendo il polso contro il suo perché sentisse il peso, il calore, la durezza. Poi, con una pressione lenta e decisa, la spinse a muovere la mano su e giù, insegnandole un ritmo pigro, costante.
Era pesante. Bollente. La pelle tirata sulle vene in rilievo, la cappella gonfia e lucida di pre-sperma. Le dita di Lia si chiusero a fatica intorno a quella circonferenza brutale, il pollice che scivolava sul bordo liscio e bagnato, scappellandolo con facilità.
Lo ricordava dalla sera prima, ma non aveva mai potuto stringerlo così a lungo, così completamente.
Il calore le bruciava il palmo, la durezza era quasi spaventosa, il diametro così enorme che le dita riuscivano appena a circondarlo.
Era massiccio. Vivo. Pulsante sotto la sua presa.
Un’ondata di nausea le risalì dallo stomaco, amara, viscida, mescolata a vergogna di sé stessa. Eppure la mano non si ritrasse.
Rimase lì, ben stretta intorno a quella verga spessa, sentendo ogni battito, ogni contrazione sotto la pelle calda.
Non voleva.
La mano di Sergio scivolò sul suo fianco nudo, lenta e possessiva, salendo fino a coprire completamente uno dei suoi seni grandi.
Il palmo era caldo, ruvido. Il pollice sfiorò il seno, poi prese il capezzolo tra le dita e lo strinse piano, rendendolo dolorosamente sensibile, mandandole una scarica elettrica dritta tra le gambe.
Lia trattenne il respiro.
Un gemito basso, involontario, le sfuggì dalla gola.
Lui la accompagnò verso il letto con il braccio, senza mai lasciare la presa sul suo seno e si stese accanto a lei che non mollò il cazzo del padre neppure per un istante; la mente vuota, un vortice rovente di pensieri che correvano tutti nella stessa oscena direzione.
Pensò a quanto fosse sbagliato.
Pensò al silenzio assoluto della casa vuota, rotto solo dal rumore dei loro respiri e dal suono umido delle loro mani intente a frugarsi, avide.
Non erano poi tanto diversi. Entrambi succubi dei loro impulsi più bassi, più sporchi.
“Lo so a cosa stai pensando,” mormorò Sergio contro le sue labbra, la voce bassa e calda, mentre le dita affondavano lentamente dentro di lei. “Era destino, vero?”
“Ti prego, papà…” sussurrò Lia, la voce incrinata, quasi spezzata.
“C’è una cosa che non ti ho mai detto.”
“Smettila…”
“Vuoi saperla?”
Sentiva la sua vulva stringersi intorno a quelle dita, gonfia, ipersensibile, traditrice. Deglutì a fatica e, contro ogni ragione, annuì.
Sergio avvicinò la bocca al suo orecchio, il fiato caldo che le fece venire la pelle d’oca.
“Aspettavo questo momento da più di vent’anni.”
Lia sentì un brivido gelido scenderle lungo la schiena.
“Da quando eri nella pancia di tua madre.”
“No…” Il rifiuto le uscì debole, soffocato.
Non voleva.
Un’ondata di ribrezzo le strinse le viscere, fredda e viscida. Eppure il corpo reagì in modo opposto: la fica si contrasse, bagnandosi ancora di più, tradendola senza pietà.
“Nei mesi in cui era incinta di te, scopavo tua madre ogni santo giorno,” continuò lui, la voce eccitata. “Anche quando avrei voluto strangolarla. E soprattutto… le sborravo dentro. Godevo come un pazzo ogni volta.”
Lia sentì il respiro spezzarsi. La verga spessa che stringeva nella mano palpitava, calda e pesante. Le parole di lui le entravano dentro come veleno dolce.
“Perché mi dici questo…” sussurrò, la voce rotta.
“Perché eri tu.” La mano di Sergio strinse più forte il suo seno, quasi ossessivamente, il pollice che tormentava i suoi morbidi globi di carne. “Era il pensiero di riempirti di sborra fin dall’inizio. Di fartela bere ancora prima del latte. Mi mandava completamente fuori di testa.”
Un’ondata violenta di piacere la travolse all’improvviso. Le dita di lui che la scopavano, il pollice sul clitoride gonfio, quelle parole oscene che le riempivano la testa… Lia si contorse, un orgasmo brutale e improvviso le esplose dentro. La fica ebbe uno spasmo intorno alle dita di Sergio, spremendole, mentre un gemito lungo e spezzato le uscì dalla gola. Le gambe le tremavano, i grandi meloni che sobbalzavano nella mano di lui.
Quando riaprì gli occhi, era scossa, ansimante, le guance bagnate di lacrime che non si era accorta di aver versato.
“Mi piaceva immaginare che le mie spinte ti cullassero,” continuò Sergio, implacabile, la voce bassa e calda contro il suo orecchio. “Che ti facessero stare bene, come adesso. Mi piaceva pensare che ti stessi preparando… per me.”
“No… Basta…” supplicò lei, ma la voce era debole, quasi un sospiro.
“Lo so che ti ricordi di quella sera. Ci stavi spiando mentre ci divertivamo. Lo so che volevi toccarlo già da allora.”
Lia lo fissò scuotendo la testa, gli occhi lucidi. Era lo stesso cazzo che aveva intravisto da bambina. Ora finalmente lo stringeva davvero nella mano: spesso, furioso, vivo.
“Ti prego…”
Voleva sentirlo di nuovo dentro di sé. Voleva sentire di nuovo quegli schizzi caldi e densi che la riempivano. Voleva sentirsi sua.
“Ma non potevo fartelo accarezzare. Eri troppo piccola. Ti avrei fatto male. Ho aspettato.”
Era troppo. Troppo sporco. Troppo malato.
Non voleva.
Anche se era la cosa più sbagliata, più sporca, più perversa del mondo.
“L’ho fatto per te, amore,” mormorò Sergio.
“Finalmente… adesso possiamo stare insieme.”
Solo allora lui la baciò.
Le labbra di Sergio si posarono sulle sue all’improvviso, calde, esigenti, quasi fameliche. Lia si irrigidì di colpo, un’ondata di ribrezzo puro le esplose nel petto, la bocca di suo padre sulla sua, la lingua che cercava di entrare. Il sapore di uomo, di lui. Le venne quasi da vomitare.
Ma il bacio non si fermò. La lingua di Sergio accarezzò la sua con una dolcezza crudele, avvolgente.
E qualcosa dentro di lei cedette. Lo schifo rimase lì, viscido e freddo in fondo allo stomaco, ma il piacere lo sovrastò come un’onda di acqua sporca.
Non voleva.
Le piaceva.
Oddio, le piaceva da morire.
Gemette contro la sua bocca mentre le dita di Sergio affondavano di nuovo dentro di lei, lente e spesse, entrando e uscendo con quel ritmo viscido e perfetto.
La mano libera continuava a torturarle il seno: tutto insieme, il bacio bagnato, le dita che la scopavano, quel grosso cazzo massiccio che pulsava nella sua mano, la stava facendo impazzire.
Ora era lei a baciarlo con fame disperata. La bocca aperta, la lingua che cercava la sua con urgenza, un gemito basso e roco che le saliva dalla gola mentre lo baciava con trasporto e il piacere annegava tutto il resto.
Le bocce ballavano nella mano di lui, sentiva il rumore osceno delle dita che entravano e uscivano dal suo sesso grondante, lo schiocco dei baci, il suo stesso respiro spezzato che si mescolava a quello di Sergio.
Era eccitata come non era mai stata in vita sua.
Sergio sorrise contro la sua bocca.
“Brava,” mormorò tra un bacio e l’altro, la voce tremante. “Così…”
Lia non rispose infilando la lingua più a fondo nella sua bocca, baciandolo con una fame quasi rabbiosa.
Il bacio divenne disperato, bagnato, pieno di saliva che le colava sul mento e lungo il collo.
I fianchi si muovevano da soli contro la sua mano e il piacere saliva rapido, violento, inarrestabile. Le cosce le tremavano. Il cazzo di Sergio tremava come se avesse vita propria.
E poi, Lia venne. Di nuovo.
L’orgasmo la travolse con forza brutale. La fica si contrasse violentemente intorno alle dita di Sergio, stringendole in spasmi profondi, mentre un gemito lungo e soffocato le usciva dalla bocca ancora incollata alla sua.
Succhi caldi e abbondanti le colarono sulla mano di lui in fiotti copiosi. Il corpo le tremava tutta, le tettone che si alzavano e abbassavano rapide, i capezzoli durissimi e sensibili tra le dita di Sergio. Il bacio continuò, lento, anche mentre veniva, la lingua di lui che le accarezzava la sua, rubandole ogni singolo gemito, ogni respiro spezzato.
Quando l’orgasmo finalmente si spense, Lia rimase lì, ansimante, le labbra ancora sfiorate da quelle di Sergio, il sapore di lui ancora sulla lingua. Il disgusto tornò, un’ombra fredda e perfida. Aveva baciato suo padre. Aveva goduto mentre lui la baciava, mentre le palpava le tette, mentre la masturbava, mentre stringeva nella mano quel cazzo così grosso e massiccio. E le era piaciuto. Le era piaciuto da morire.
Sergio tirò fuori le dita lentamente, lucide dei suoi umori, e se le portò alla bocca.
“Ora tocca a te,” disse piano.
Lia si voltò verso di lui, il cuore che le martellava nel petto.
Il cazzo di Sergio era duro come marmo, la pelle che scivolava morbida sulla cappella violacea, lucida di pre-sperma. Lo fissò. Era lì, pesante, vivo, così spesso che solo a guardarlo le si strinse la gola. Era lo stesso cazzo che l’aveva concepita.
Le dita tremanti si chiusero intorno al fusto caldo e teso. Era bollente. La pelle tirata, durissima, ma sotto incredibilmente morbida, quasi vellutata. Pesante. Così pesante che il polso le faceva già male. Non si accontentava più di stringerlo.
Adesso lo segava con movimenti lenti, profondi, come una brava mogliettina che si prende cura del suo uomo.
Continuò così per un tempo che le sembrò infinito, la mano che saliva e scendeva lungo quella verga massiccia, sentendo ogni vena contrarsi sotto i polpastrelli.
Il cazzo diventò ancora più duro sotto il suo tocco. Il glande si gonfiò, paonazzo, lucido. Sergio si dimenava piano, il respiro sempre più corto, rauco. Lei gli diede qualche colpo più deciso, percorrendogli tutta l’asta dalla punta gonfia fino alla base, sentendo quanto fosse lunga, quanto fosse spessa, quanto fosse… sua.
Ad un certo punto lui fece per alzarsi.
Lia lasciò la presa per un secondo.
“Continua a toccarlo,” disse lui, la voce bassa e urgente. “Non smettere. Siediti sul letto.”
Lei obbedì, il cuore in gola. Sergio rimase in piedi davanti a lei, la verga che puntava dritta verso le sue tette.
“Amore… tieni le tette sollevate,” ordinò all’improvviso, la voce bruciante, quasi strozzata. “Voglio sborrarci sopra. Mmm, madonna che bomboloni hai, figlia mia.”
Lia sentì il cuore fermarsi per un istante. Un’ondata di vergogna bruciante le esplose nello stomaco, calda e umiliante. Eppure le mani si mossero da sole. Si afferrò i seni grandi e pieni, li sollevò, li strinse forte uno contro l’altro, creando un solco profondo e morbido. Erano pesanti nelle sue mani, caldi, la pelle liscia e leggermente sudata.
La saliva le colava dal mento senza che se ne accorgesse, scivolando lenta giù per il collo e finendo proprio in quel solco tra le tette che teneva abbracciate strette. Sembravano due palloni soffici e osceni, bianchi, pieni, che tremavano leggermente nella sua stretta.
Ricominciò a segarlo con la mano, colpi decisi, sicuri, mentre lui grugniva di soddisfazione profonda.
La punta del cazzo sfregava contro la pelle morbida dei suoi seni, lasciando strisce lucide di pre-sperma.
Lia sentiva il cazzo a pochi centimetri, il rumore bagnato e osceno della mano sull’asta, il respiro rauco e animalesco del padre nelle orecchie.
Poi arrivarono i fiotti.
Il primo fiotto fu denso e bruciante, le colpì il seno destro in pieno, una striscia calda e collosa che si allargò subito sulla pelle morbida. Il secondo arrivò subito dopo, lungo e potente, centrando il seno sinistro e colando pesantemente nel solco profondo che lei stessa teneva aperto. Poi vennero gli altri: fiotti abbondanti, pesanti, vischiosi, che le schizzavano sui seni senza ritegno, imbrattandoli completamente, scivolando in rivoli spessi lungo la curva inferiore, gocciolando sul ventre e tra le dita.
Il quinto fiotto la colpì in faccia, caldo e umiliante, sporcandole la guancia destra e parte del labbro. L’odore forte dello sperma le invase le narici all’istante, salato, muschiato, leggermente dolce e animale; un profumo così intimo e sporco che le fece stringere lo stomaco.
Sentiva il peso di quei fiotti che le appesantivano i seni, la viscosità appiccicosa che le tirava la pelle, i rivoli caldi che le colavano tra le dita con cui teneva i globi morbidi sollevati per lui. Le mani le tremavano.
Il calore denso dello sperma di suo padre iniziò a raffreddarsi lentamente sulla sua carne, trasformandosi da lava bollente in una colla tiepida e filamentosa che le tirava la pelle dei seni, scivolando pigra tra i capezzoli turgidi e lasciando lunghi rivoli lucidi che le colavano fino alla pancia.
Eppure lei non smise: continuò a masturbarlo con la mano fradicia, le dita strette intorno alla verga ancora pulsante, spremendo con movimenti lenti e devoti fino all’ultima tenue goccia che le colò pigramente sul polso e tra le nocche.
Poi si fermò, il respiro pesante, e i loro occhi chiari si incontrarono: quelli di lui, freddi come ghiaccio, affondarono nei suoi, trasparenti e inermi.
“Stai ferma,” disse piano, la voce ancora eccitata. “Lasciami ammirare quanto sei bella così.”
La sborra di papà era densa, filamentosa, ancora tiepida. Le colava lenta tra le dita, sul palmo, lungo i polsi in rivoli lenti e osceni. L’odore di seme era ovunque, forte, soffocante.
Una tristezza profonda, umiliante, le strinse la gola. Eppure, tra le gambe, la sua vulva si contraeva, vuota, scivolosa, tradendola senza pietà.
La fica di una bambolina di gomma.
Lia rimase così, i seni grandi e pesanti sollevati e stretti tra le sue mani, completamente imbrattati di sperma perlaceo. I fiotti densi colavano lenti sulla pelle chiara, scivolando verso i capezzoli turgidi e gocciolando ovunque in rivoli lucidi. Le sue tette sembravano due morbidi meloni osceni, bianchi come latte sotto quella colata vischiosa che le ricopriva senza pietà.
Era coperta di sborra di suo padre. I seni imbrattati come una puttana da quattro soldi. Le mani le tremavano mentre li teneva sollevati per lui, esposti, offerti. Si sentiva sporca fino al midollo. Degradata. Malata.
Eppure il suo corpo la tradiva ancora, ferocemente. Calda, vuota, bagnata come non mai.
Sergio la guardava compiaciuto, gli occhi che scorrevano lentamente sulle sue colline burrose.
“Quanto sei bella,” mormorò, la voce bassa. “Così pura… e così oscena allo stesso tempo. Le mie tette. Le tette della mia bambina. Dopo tutto questo tempo.”
Lia sentì le lacrime scenderle calde sulle guance, mescolandosi alla sborra densa che le sporcava il viso.
Sergio le accarezzò i capelli biondi con una tenerezza inusuale, le dita che le sfioravano la guancia sporca di sperma.
“Brava, teppistella,” mormorò, la voce bassa e soddisfatta. “Hai visto? È così che si fa una sega come si deve. Sei stata perfetta.”
Lei annuì piano, senza riuscire a parlare. Sperava solo che lui smettesse di parlare. Le mani le tremavano ancora, appiccicose, coperte di quella roba.
Sergio le prese il mento con due dita e le sollevò il viso. I suoi occhi erano glaciali, brillanti, fissi nei suoi.
“Presto ti insegno anche il resto,” disse, la voce bassa e focosa, quasi euforica. “Domani ti insegno a succhiarmelo. Voglio sentire quella tua boccuccia carnosa intorno al mio cazzo. Ti faccio vedere come si fa, Lia. Diventerai bravissima, te lo prometto. La pompinara di papà.”
L’eccitazione le serrò la gola come una morsa di velluto e ferro. Succhiargli il cazzo.
Quel pensiero la travolse, vivido e osceno. Immaginò le mani grandi di Sergio affondate nei suoi capelli biondi, dita che si stringevano piano guidandola con calma possessiva, facendole tremare le gambe. La sola fantasia le diede la pelle d’oca, un brivido caldo che si fuse al tepore denso dello sperma ancora fresco sui seni. Ogni goccia scivolava lenta sul suo corpo, disegnando rivoli lucidi sulla pelle arrossata.
L’odore forte, salato e muschiato, le riempiva le narici a ogni respiro. Sentiva il liquido che si stava seccando sui polsi, formando una crosta sottile. Eppure non le toglieva. Le teneva lì, strette intorno a quel cazzo che si ammorbidiva lentamente, sentendo ogni piccola pulsazione residua sotto le dita. La ragione le gridava di fermarsi, di alzarsi, di correre via e lavarsi via tutto. Ma il corpo non obbediva. Il corpo voleva di più. Voleva diventare brava per lui.
Non aveva il coraggio di assaggiare tutto lo sperma che aveva addosso. Lo avrebbe lasciato lì, a seccarsi sulla pelle, come un marchio.
Pensò ad Anna. Anna che ora avrebbe avuto gli occhi pieni di delusione, se l’avesse vista così: nuda, i seni e le mani zuppe, il corpo che tremava. Il pensiero le fece venire le lacrime agli occhi, una vergogna bruciante che le strinse il petto. Era malata. Era sporca fino al midollo. Era esattamente la troia che papà voleva.
Lui le accarezzò ancora i capelli, le dita che scivolavano leggere sulla guancia fino a sfiorarle le labbra carnose.
“Lo vuoi, vero?” mormorò, gli occhi che brillavano di desiderio oscuro. “Lo vedo come ti bagni solo a pensarci.”
Sapeva che avrebbe detto di sì.
Raccolse un filo denso di seme sul pollice e lo premette sull’arco di Cupido delle sue labbra, violando con noncuranza quella simmetria perfetta.
“Assaggia.”
Sapeva che la bambolina avrebbe aperto la bocca, era stata fabbricata apposta.
Il sapore salato, dolciastro, lievemente metallico le invase la lingua. La sborra di papà. Calda. Viscosa. La deglutì d’istinto, lasciandosi sfuggire solo un piccolo gemito.
Sapeva che avrebbe imparato a succhiarlo.
Sergio tolse il dito, si voltò e uscì dalla stanza senza aggiungere altro.
Lia rimase lì, nuda, le mani ancora sporche, il corpo tremante.
E Sergio, voltato di spalle mentre si allontanava nel corridoio, sorrideva, sapendo di aver già vinto.
Mena
Parcheggiò di fretta, scese dall’auto ed entrò rapidamente nella scuola. La tutina rosa le aderiva ancora alle cosce, fradicia tra le gambe per quello che era successo in cucina, ma lei non ci pensò.
L’insegnante l’aspettava, una donna magra e nervosa.
“Signora Mena, grazie per essere venuta subito. Alessio ha chiesto espressamente di chiamare lei, non la madre. Dice che la zia è meno… severa.”
Mena annuì bonaria. “E che ha combinato, il piccolo?”
“L’hanno trovato in sala pc durante l’intervallo. Guardava… video hard. E…”
“E…?”
L’insegnante arrossì, abbassò gli occhi.
“Faceva cose improprie. Comunque, il preside vuole parlarne con lei e con il ragazzo.”
Mentre seguiva l’insegnante lungo il corridoio, Mena ripensò a com’era essere madre di un adolescente. Toni non avrebbe mai fatto queste cose. Era impetuoso, sì, ma aveva trovato una sua dimensione in Anna. E, inizialmente, in lei. Ricordò le sessioni di solletico sul divano. Sentì una sensazione familiare risalirle tra le gambe. Scacciò subito il ricordo. Non era il caso di bagnarsi a scuola.
Mena sospirò corrucciata, ma dentro di sé ridacchiò. Video hard. Quasi immaginava lo sguardo orripilato della professoressa mentre scopriva Alessio col pisellotto in mano. Alessio aveva fatto bene a far chiamare lei. Teodora, bigotta fino al midollo, lo avrebbe seppellito vivo.
Entrarono nell’ufficio del preside. L’uomo era in piedi dietro la scrivania, cinquant’anni passati, barbetta, occhi scuri, pochi capelli ai bordi della nuca. Appena vide Mena si illuminò, lo sguardo che le scivolava sul seno.
“Signora Mena… che piacere conoscerla di persona. A saperlo che Alessio aveva una zia così affascinante… l’avrei convocata ad ogni colloquio!”
Mena lo guardò dritto negli occhi, la voce calorosa. “La ringrazio, ma ho già fatto infiniti colloqui per mio figlio Toni fino ai diciotto anni! Preferisco passare il tempo libero con mio marito.”
“Ma certo, certo… si accomodi, prego.” Il preside indicò la sedia con un gesto ampio, gli occhi che indugiavano sul suo corpo mentre lei si sedeva composta.
“Sa, in questi casi è sempre meglio parlarne con calma, tra adulti.”
Mena sorrise appena, cortese; non disse nulla.
Lui si schiarì la gola, cercando di fare il severo, ma la voce gli uscì untuosa. “Suo nipote è stato sorpreso a visionare materiale pornografico esplicito. Questo è un istituto serio, non possiamo tollerare certi comportamenti. Però… capisco che sia una situazione delicata. Magari possiamo risolverla in privato, senza coinvolgere troppo la famiglia. Io e lei...” Lo sguardo gli scese di nuovo sul suo seno mentre appoggiava la mano sul proprio mento, riflessivo, mostrando il polso.
Mena sentì un brivido freddo risalirle lungo la schiena.
Incredibile Era lui. Lo stesso orologio.
Il prof!
Nella chat era potente, vizioso, un intellettuale che dominava studentesse e madri. Qui era solo un uomo di cinquant’anni con la voce che tremava. A volte la realtà non è divertente come la fantasia.
Con uno sforzo di volontà titanico, restò seria. “Preside, mio nipote ha quattordici anni. Tutti i ragazzi guardano porno. Lei no?”
L’uomo arrossì violentemente.
“Io… be’, non è questo il punto. Ci sono delle regole. Signora Mena, lei è una donna intelligente, matura… mi piacerebbe discuterne con più tranquillità?”
Mena accavallò l’altra gamba, lenta, lo sguardo fermo.
“La ringrazio per l’offerta, ma non è necessario. Le dirò cosa faremo. Non racconteremo niente a mia sorella. Lei è molto religiosa, lo sappiamo entrambi. E versa un sacco di soldi a questa scuola ogni anno, tra offerte, feste, donazioni. Non le conviene che sappia che suo figlio guarda porno nel laboratorio di informatica, vero? Perché se sapesse che questa scuola non tiene d’occhio suo figlio a dovere potrebbe decidere di cambiare scuola. E azzerare le sue donazioni. E noi non vogliamo questo, giusto?”
Il preside impallidì.
“Ovviamente, caro preside, questo episodio non si ripeterà più, parlerò io col ragazzo. Era per questo che ci aveva convocato o sbaglio?”
Il preside/prof. aprì la bocca, la richiuse e annuì, imbarazzato.
“Io… naturalmente… per il bene del ragazzo…”
“Perfetto” tagliò corto Mena, la voce dolce ma definitiva. “Allora siamo d’accordo. Tutto risolto, vero?”
Il preside annuì, lo sguardo che l’aveva radiografata prima, ormai serio.
“Mi hai sottovalutata, caro prof.”, pensò Mena. “Non sono Bianca.”
Prese Alessio per un braccio. “Andiamo, tesoro. La zia ti porta a casa.”
Uscirono dall’ufficio. Nel corridoio, mentre si dirigevano all’uscita, Mena pensò alla chat. Pensava che nella fantasia lui era potente, vizioso, un intellettuale che dominava studentesse e madri. Nella realtà era solo un uomo di cinquant’anni con la sborra sui pantaloni e la faccia da topo.
Però era simpatico, peccato non potergli raccontare l’episodio.
Mentre spingevano la porta a vetri per uscire, Mena vide distrattamente una distinta signora di mezza età, che chiamava:
“Bianca! Bianca, vieni!”
Una ragazzina con frangetta bionda, occhioni innocenti, zaino da studentessa sulle spalle, le corse incontro e l’abbracciò forte.
Mena strinse la mano di Alessio e sorrise tra sé.
La realtà era proprio meno divertente della fantasia.
Alessio
Guardava di sottecchi zia Mena guidare concentrata, le dita lunghe sul volante, i capelli castani spettinati che le ricadevano sulla spalla. Sembrava ancora arrabbiata, gli occhi verdi lucidi. Lui sentiva il cuore battere troppo forte.
Non parlava. Lei lo aveva salvato. A casa con mamma sarebbe stato l’inferno.
Alessio deglutì. Doveva dirglielo. Tutto.
“Zia…” la voce gli uscì bassa, rotta. “Io… io non ce la faccio più a stare in quella casa.”
Mena non rispose subito. Lui continuò, le parole che uscivano a fiotti.
“È sempre tutto sbagliato. Mamma controlla ogni cosa. Il telefono, il computer, i libri. Dice che sono già corrotto. Ho paura di lei, zia. Paura vera. E poi…” Si fermò di colpo. Le parole gli morirono in gola. Non poteva dirle che Luca era scomparso da giorni. Non poteva farla preoccupare di più.
Mena rallentò, mise la freccia e accostò di colpo. Il motore si spense. Si girò verso di lui, gli occhi verdi adesso duri, arrabbiati.
“Alessio, basta.” La voce di lei era tagliente, bassa. “Prima di tutto, quello che hai fatto oggi a scuola è una cosa gravissima. Guardare porno in sala pc, davanti a tutti? Sei impazzito? Ti rendi conto del rischio che hai corso? Io ti ho difeso, ma adesso basta. Giuramelo. Adesso. Giurami che non lo farai mai più. Mai più, Alessio. Guardami negli occhi e giura.”
Lui alzò lo sguardo, le lacrime già agli occhi. La voce di zia Mena era dura, ma lui sentiva che era arrabbiata perché gli voleva bene, perché aveva paura per lui. Annuì piano, la gola stretta.
“Lo giuro, zia. Non lo farò più. Mai più. Te lo giuro su… su tutto.”
Mena lo fissò ancora un secondo, poi sospirò, la rabbia che si scioglieva un po’. Ma la voce restò ferma.
“Sei giovane, Alessio. Hai quattordici anni. Tua madre ti vuole bene, anche se lo dimostra male. Devi rispettarla. È lei che ti ha cresciuto. Non puoi parlare così di lei. Punto.”
Le lacrime gli scesero sulle guance. Scosse la testa, disperato.
“Ma io sono disperato, zia! Non ce la faccio più! Ogni giorno è una guerra. Non respiro. Ti prego… ti prego, portami a casa con te. Voglio stare di nuovo nella tua camera. Voglio passare del tempo con te. Solo tu mi capisci. Solo tu non mi giudichi. Ti prego. Non voglio tornare là stasera. Non voglio.”
La voce gli si ruppe del tutto. Singhiozzava piano, le spalle che tremavano. Voleva solo lei, il suo odore, la sua voce.
Mena lo guardò a lungo. Poi, lentamente, sorrise. Un sorriso caldo, stanco, ma deciso. Allungò una mano e gli asciugò una lacrima con il pollice.
“Va bene, tesoro. Ho un’idea. Tu assecondami.” E ripartì.
Toni
Spinse l’ultimo paletto nel terreno duro del giardino dietro casa. Il legno scricchiolò e si infilò dritto. Si tirò su e sospirò soddisfatto.
Gli piaceva rendersi utile. Solo quella cretina di Anna riusciva a guastargli la giornata.
“Toni! Vieni un attimo in cucina, tesoro di zia!” La voce di zia Teodora arrivò dalla finestra aperta, brusca come sempre.
Entrò. La zia stava seduta al tavolo con un pacchetto rettangolare davanti. Gli si illuminarono gli occhi.
“Zia! Che c’è?” disse.
“Sei stato gentilissimo a fare tutti questi lavori per me,” disse lei. “Voglio premiarti. Chiudi gli occhi.”
Toni chiuse gli occhi subito.
Sentì la carta che si strappava. Poi un peso freddo e liscio tra le mani.
“Apri.”
Toni aprì gli occhi. Rimase fermo un secondo. La bocca spalancata. Era un iPhone, l’ultimo modello.
“Zia… ma è vero? Per me? Non dovevi. Costa una marea di soldi!”
Non ci pensò due volte. Si avvicinò di slancio, le buttò le braccia al collo e la strinse forte. La sollevò quasi dalla sedia per un secondo. Le diede due baci rumorosi sulla guancia, uno per parte.
“Grazie grazie grazie! Sei la zia più forte del mondo!” Le dava baci su baci, sulla guancia, sulla tempia, sulla fronte. Rideva forte. Il corpo si muoveva da solo. La teneva stretta, le mani grandi che le passavano sulla schiena su e giù. Non pensava a niente. Solo contento. Espansivo. Sincero.
Teodora ricambiò l’abbraccio. Le braccia intorno alla sua vita. Il viso premuto contro la spalla. Toni sentì il respiro di lei caldo sulla pelle, un po’ più lento del solito. Non ci badò. Era zia. Era fatta così. A volte stava zitta e lo stringeva tanto. Lui invece parlava senza fermarsi.
“Ci metto subito la cover verde militare che ho visto su internet! Zia, ti voglio bene da morire, lo sai? Sei la migliore!”
Lei gli mise una mano sulla nuca e lo tenne lì un secondo di più. Poi disse piano, vicinissima all’orecchio: “Chiudi gli occhi un altro momento, tesoro. C’è ancora una cosina”.
Toni rise. Chiuse gli occhi di nuovo. La faccia gli faceva male per quanto sorrideva. Sentì la mano di zia Teodora scivolare lenta nella tasca anteriore dei pantaloni da lavoro. Le dita entrarono piano, sfiorarono la coscia attraverso la stoffa, si fermarono in fondo alla tasca e premettero un attimo di più. Rimase così una decina di secondi. Poi sentì che gli infilava qualcosa in tasca. La cover verde militare.
Arrossì di colpo. Un formicolio familiare gli salì dal collo fino alle orecchie. La solita zia, religiosa e goffamente espansiva. Era solo il suo modo di essere affettuosa. Un po’ goffa. Un po’ vecchia maniera.
Aprì gli occhi. Vide la cover. La strinse di nuovo forte. Le diede un bacio sulla guancia e rise per coprire l’imbarazzo. “Zia, sei matta! Mi vizi così!”
Teodora sorrise e lo abbracciò ancora.
“Ti voglio bene zia, ti voglio bene un sacco! Quando finisco l’orto ti faccio vedere come crescono le piante, e poi usiamo il telefono nuovo per fare le foto insieme, eh?”
Parlava a raffica. La strinse ancora. La faccia contro la sua spalla, il profumo di sapone e bucato gli riempiva il naso.
Teodora gli accarezzò i capelli, lenta. Mormorò qualcosa. Lui non ci fece troppo caso. Era troppo felice.
Poi il campanello suonò.
Toni si staccò di colpo dall’abbraccio. Aveva ancora il sorriso stampato in faccia. Stringeva forte l’iPhone nuovo in mano.
“Chi è?” chiese ad alta voce. Si girò di scatto verso la porta della cucina.
Teodora andò ad aprire.
Sulla soglia c’erano zia Mena e Alessio.
“Mà!” disse Toni.
Toni alzò la mano con l’iPhone, lo tese verso Mena come se fosse un trofeo. “Mà! Guarda cosa mi ha regalato la zia!” disse.
Mena sorrise, gli occhi verdi che brillavano. “Tesoro di mamma, è bellissimo! Grazie Teddy!” rispose, e gli scompigliò i capelli con la mano calda.
“Che ci fate voi due qui?” chiese Teodora, come se non avesse sentito.
Mena parlò tranquilla. Disse che Alessio stava male a scuola. Sudava freddo. I bidelli lo avevano mandato a casa. Lei passava di lì per caso e lo aveva riportato.
Teodora rispose burbera, irritata. La voce bassa ma tagliente. “E non mi avete chiamata? Tipico. I bidelli sono tutti incompetenti, non sanno fare niente”.
“Senti, Teddy,” disse Mena, la voce morbida, affabile. “Ho pensato una cosa bella. Don Marco organizza un’iniziativa per i ragazzi del quartiere e penso che parteciperò.”
Teodora fece una risata secca. “Un’iniziativa benefica. Con Don Marco… Non c’era un prete migliore?”
“È un’iniziativa di beneficenza vera, Teodora,” disse Mena. “Pregano. Aiutano. Stanno insieme.”
“Sarà…” disse Teodora. Sogghignò.
“Non è finita,” continuò Mena. “Alessio mi ha chiesto se poteva venire da me per qualche giorno. Così non perde la scuola e fa questa cosa con me e Don Marco. Non hai nulla in contrario, vero? Si tratta pur sempre di un’iniziativa religiosa.”
Teodora rimase in silenzio per lunghi secondi, il volto una maschera di pietra.
“Se c’è Dio di mezzo,” disse alla fine, “va bene. Che devo dirti? Mi fa piacere vedere che finalmente sei diventata una donna di chiesa… C’è voluto don Marco?”
Don Marco.
Sempre lui.
Toni sentì la gelosia stringergli la gola.
La mamma passava troppo tempo con quel prete. Sempre. Voleva dire qualcosa. Voleva dire “Mamma, perché sempre con il don?”.
Ma non lo disse. Rimase lì, silenzioso.
Gli occhi fissi su zia Teodora che diventava sempre più irritata, burbera, mentre Mena continuava a parlare calma, sorridente.
Zia Teodora aveva ragione. Bisognava diffidare di quel prete. Ma subito dopo arrivò il senso di colpa, pesante, che gli schiacciava il petto.
Si vergognava. Si vergognava di sembrare un bambino petulante, geloso di un prete verso la propria mamma. Era una cosa ridicola, sbagliata, da ragazzino viziato che non vuole dividere nulla. La mamma era buona, andava in chiesa, faceva beneficenza, aiutava la gente. Lui non doveva pensare così. Eppure non riusciva a fermarsi. Io sono suo figlio, pensò. Non voleva dividerla con nessuno, nemmeno con Dio o con quel prete.
L’iPhone nuovo gli pesava in mano; la gioia di prima era rovinata e la gelosia restava lì, bruciante, ostinata.
Le dita passavano sulla guancia di Roberto, la barba ispida sotto i polpastrelli. Ogni tanto una palpebra gli tremava, ma non si apriva.
Il torace si sollevava seguendo il ritmo meccanico del ventilatore, un sibilo costante, mentre Mena passava le dita sul volto del marito per controllare che non fosse diventato un estraneo, la pelle ancora familiare sotto le unghie.
Il telefono vibrò nella tasca della giacca, un fremito che le salì lungo la coscia e le fece stringere i muscoli per un secondo. Continuò ad accarezzare Roberto, ma il gesto era diventato meccanico. Il corpo di lui non reagiva più a niente, mentre il suo reagiva eccome: un calore umido si aprì tra le gambe, lento ma insistente quando arrivava un messaggio.
Il telefono vibrò di nuovo. Mena sapeva chi era. Non serviva guardare lo schermo. Si chiese quanto tempo sarebbe passato prima che iniziasse a leggere i messaggi dei suoi affezionati clienti anche in presenza di suo marito. Stupide fantasie, tutto qui.
La badante entrò, controllò il monitor, regolò la flebo.
“Signora, può andare a riposare un po’. Ci penso io.”
Mena annuì. Si chinò, sfiorò la fronte di Roberto con le labbra. La pelle era fresca contro la sua bocca umida. Si alzò, sistemò la sedia con un rumore sordo, uscì dalla stanza e chiuse la porta piano. Entrò in cucina, si sedette al tavolo e aprì il laptop. Il seno abbondante, pesante, premeva contro la canottiera nera senza reggiseno. La tutina rosa aderente le fasciava i fianchi pieni e le cosce, il tessuto sottile che segnava ogni curva.
Mena aprì la chat e il primo messaggio del prof era già lì, in attesa.
Prof: Pensavo avessi deciso di sparire, mia cara Francesca.
Mena ridacchiò piano, un suono basso in gola, e le dita volarono sulla tastiera. Sentiva già l’eccitazione che le saliva lenta dalla pancia.
Francesca: Non sparisco mai, però ti vedevo così a tuo agio nella tua filippica sull’amore moderno che non me la sono sentita di interromperti.
La risposta arrivò dopo pochi secondi, lunga e pomposa.
Prof: Vero, tuttavia in questo mondo di effimera digitalità, dove ogni emozione viene ridotta a un emoji o a uno swipe frettoloso, l’acquiescenza non è mai la soluzione. Dobbiamo smetterla di inseguire l’amore irrealistico propinato dai media mainstream, di assecondare i nostri piaceri più banali e istantanei, per riscoprire invece la bellezza profonda, quasi sacra, del dialogo proibito: quel territorio inverecondo della parola carezzevole, dove la mente si spoglia prima del corpo e il desiderio si accende proprio perché sa di essere vietato. Non trovi, mia cara?
Mena si divertiva troppo con lui. In piccolo e in una maniera totalmente distorta, le ricordava Roberto. Digitò, mordicchiandosi il labbro inferiore.
Francesca: Oh, caro prof, il tuo fascino virtuale mi avvolge tutta.
Prof: E non è che un assaggio. Il proibito, Francesca, è il sale che rende ogni cosa più viva. Oggi parliamo di libertà, ma dimentichiamo che il vero brivido nasce quando si varca una soglia che la società ha sigillato con il suo moralismo ipocrita. È lì che l’uomo morde la mela, non credi?
Mena rise bassa, ma la risata le uscì un po’ roca. Digitò veloce, la mano sinistra che restava lì, a premere piano.
Francesca: Oh, professore, sempre con queste ardite dissertazioni. Io sto sola qui in cucina, con addosso poco, e penso solo a come stuzzicarti. Quali dialoghi possono essere proibiti, secondo te?
Prof: Prendi Paolo e Francesca, non a caso tua omonima. Dante li colloca nel secondo cerchio dell’Inferno perché si sono innamorati tra cognati, leggendo insieme di Lancillotto e Ginevra. “E quel libro fu il Galeotto.” Un bacio, un solo bacio, e furono dannati per l’eternità. Il proibito, mia cara, è tutta una questione di prospettiva. Oggi nessuno si stupirebbe di una relazione extraconiugale tra cognati; un tempo bastava quello per finire all’inferno.
Francesca: Anche oggi non sarebbe una cosa tanto normale, prof. Però sì… capisco il punto.”
Prof: Dimmi la verità, Francesca. Sei mai stata attratta da un cognato? O meglio, da un qualsiasi parente?
Francesca: No, mai. Mentì lei.
E se conoscessi mio cognato, poi… Te lo raccomando, quel deficiente! Pensò lei, scuotendo la testa.
Prof: Spesso l’attrazione non dipende dalla fisicità, quanto dalla violazione della regola. Violare una norma morale, sapere che non si dovrebbe… è quello che accende il fuoco. Il corpo reagisce prima della testa.
Mena sentì un piccolo nodo allo stomaco.
Francesca: Probabilmente è vero… però Francesca non meritava comunque di andare all’inferno per questa piccola… leggerezza.
Prof: Hai ragione. Probabilmente Dante era geloso di quel loro rapporto proibito, di quell’intimità rubata che lui non aveva mai avuto.
A Mena venne da ridere. Digitò.
Francesca: Me lo vedo, sai? Dante che spia da dietro una colonna, si tocca e intanto mormora “peccatori… peccatori…
Prof: Molto storicamente accurato, mia cara.
Risero insieme, i messaggi che arrivavano uno dopo l’altro, veloci. Mena sentì il tepore tra le gambe farsi più insistente, il capezzolo sinistro sfiorava il bordo della canottiera ogni volta che respirava più forte.
Francesca: Dimmi cosa vuoi stasera, professore. Quali pensieri proibiti ti attraversano stasera?
Prof: Gli stessi che attraversavano la nostra infernale Francesca mentre si condannava alla dannazione prendendo il fallo del cognato. Violare le regole. Sentire quel brivido di chi sa di sbagliare eppure non riesce a fermarsi. Il potere di dire “non dovrei” e farlo lo stesso. Ecco cosa voglio stasera: parlare di regole che si infrangono.
Mena lesse l’ultima frase del prof e sentì un piccolo brivido caldo lungo la schiena. Digitò senza pensarci troppo.
Francesca: Quale violazione ti appassiona?
Prof: Non c’è violazione più bella di quella dell’abusare del proprio potere. La mia passione, se devo confessarla, risiede nel potere dell’autorità accademica. Immagino di usarla per sedurre le mie studentesse ventitreenni, giovani donne piene di vitalità, e le loro madri. È una dinamica irresistibile, non trovi?
Francesca: Professore vizioso! Sfruttare il tuo ruolo per portarti a letto le studentesse e le mamme? Ma dimmi di più, come lo fai? Le convochi in ufficio e poi?
Prof: Precisamente. Le studentesse arrivano con i loro occhi spaventati, le gonne corte, e io le guido attraverso discussioni che sfociano nel carnale. E le madri… oh, loro capiscono il gioco del potere, offrono sé stesse per un voto in più alla figlia. È l’essenza dell’eccitazione intellettuale mista al proibito.
Mena si morse l’interno della guancia, le labbra carnose si incurvarono in un sorriso malizioso. Sentì un’onda di eccitazione salire dal basso ventre fino ai seni. La mano sinistra scese piano sull’interno della coscia, premette la carne morbida attraverso la tutina rosa.
Francesca: E come le convinci, prof? Non mi dire che basta un bel discorso.
Mena sentì il clitoride vibrare. Le dita premettero più in alto, proprio contro il sesso, attraverso il tessuto rosa bagnato. Immaginò sé stessa in quel ruolo, una madre che si offre, il corpo che freme sotto lo sguardo di un uomo che decide. Ridacchiò di nuovo al computer, eccitata, il respiro che si faceva più corto. Il seno pesante si alzava e abbassava veloce. Quando si spostò sulla sedia, il capezzolo sinistro scivolò fuori dal bordo della canottiera, turgido e scuro.
Prof: Le parole, certo, ma soprattutto il peso di un esame che decide tutto. Prendi una ragazza all’ultimo esame di laurea. Sa che se prende un voto basso non entrerà mai nel corso che vuole, o peggio, rischia di non laurearsi in tempo e perdere la borsa di studio, il tirocinio, tutta la vita che si è immaginata. Io la guardo dall’altra parte della scrivania, calmo, e le dico: “Signorina, questo capitolo della tesi è insufficiente. Potrei bocciarla oggi stesso e farle perdere un anno intero.” Vedo il panico nei suoi occhi, le mani che stringono i fogli fino a sbiancare le nocche. Allora abbasso la voce e propongo la soluzione: una “lezione privata” nel mio studio, dopo l’orario. Solo io e lei.
Francesca: Dio prof, sei proprio un bastardo. Minacciare di rovinare la vita di una ragazza di ventitré anni solo per fartela… e poi pure la madre che si offre per salvare la figlia?
Prof: Proprio così. E quando la madre viene a implorare, vestita elegante ma con lo sguardo disperato, è ancora meglio. “Professore, mia figlia non può permettersi di ripetere l’anno…” Io sorrido e rispondo che forse c’è un modo per sistemare le cose, se lei è disposta a fare un po' di… corsi aggiuntivi. A volte basta farle capire che basta una mia firma per rovinare tutto o per aprire tutte le porte. È lì che cedono, Francesca. Ed è lì che mi eccito di più.
Mena deglutì, il sesso che palpitava sotto le dita.
Francesca: Ma dimmi la verità: quante volte l’hai fatto davvero? Scommetto che ne hai una collezione di storie da raccontare.
Proprio in quel momento la voce di Toni arrivò dalla porta della cucina.
“Mamma, sto per uscire. Con chi messaggi?”
Mena sobbalzò leggermente e tolse la mano dal sesso, senza accorgersi del capezzolo fuori dalla canottiera.
“Con Don Marco, tesoro.” Rispose lei, dicendo la prima cosa che le venne in mente.
Toni appoggiò la spalla allo stipite, il viso incupito.
“Non capisco perché passi così tanto tempo con lui.”
Mena alzò finalmente lo sguardo, sorrise distratta, il corpo ancora caldo, il nettare dolce che continuava a colare lenta tra le gambe.
“Vorrei fare un po’ di beneficenza, Toni. La chiesa ha bisogno di volontari, e io ho tempo. Non è niente di che.”
Toni mugugnò, non convinto, ma abbozzò.
“Va bene, porto Alessio a scuola e poi vado da zia. A dopo.”
Uscì dalla cucina senza aggiungere altro.
Mena tornò alla chat, ormai eccitata.
Toni
Diciassette anni prima.
Toni usciva dal cancello della scuola, guance rosse, occhi bassi. Otto anni, magro, goffo, e quando apriva bocca balbettava. Ancora si ricordava quel figlio di puttana di Emanuel che gli apriva lo zaino davanti a tutti, gli pigliava la gomma nuova e se la ficcava in tasca, ridendo. Toni aveva provato a riprendersela, spinte di qua e di là, ma Emanuel era più grosso, l'aveva buttato a terra, e gli altri a sghignazzare.
Uscito, andò dai genitori che aspettavano un po' più in là. Il padre Roberto, alto e secco, con gli occhiali, quel sorrisetto accomodante. Accanto, la mamma, capelli castani sul viso, curve morbide. Si tenevano per mano, come al solito.
Toni buttò fuori tutto d'un fiato: “E-Emanuel m-mi ha trattato male. M-mi ha preso la gomma e m-mi ha spinto.”
Roberto annuì piano, gli posò una mano sulla spalla, leggera. “Non esagerare, Toni. I ragazzini son così, irrequieti. Magari Emanuel c'ha i suoi guai. Domani gli parli, fate pace, e ti fai ridare la gomma.”
Quelle parole lo calmarono un poco. Toni annuì, fissò il marciapiede, sfregò la scarpa su una crepa. Il padre aveva ragione: pensare, capire, non reagire d'istinto.
Ma Mena no, non era d'accordo, e partì come una furia. “Cosa? Quel monello t'ha toccato?”
Toni la guardò. Quel ricordo gli rimaneva nitido, dopo tutti quegli anni: Mamma era bella quel pomeriggio, con l'abito arancione di cotone spesso, stretto sui fianchi magri e sul petto pieno, che pareva sprigionare fuoco. Rossetto rosa tenue. Il cuore gli batteva forte, non di paura, ma di qualcosa di misto, gratitudine e febbre. Si sentiva al sicuro solo con lei vicino, il suo profumo che lo avvolgeva e lo avvolgeva.
Mena marciò dritta dal padre di Emanuel, che chiacchierava con altri. Un tizio stempiato, faccia ottusa.
Toni la seguì con gli occhi, il respiro sospeso. Roberto rimase lì, mani in tasca, a guardare con un sorriso divertito.
Mena puntò il dito. “Vostro figlio ha picchiato il mio. Gli ha rubato la gomma e l'ha preso a botte. Che razza d'educazione gli date?”
L'uomo, grosso, camicia stropicciata, si voltò seccato. “Ma che dice? I bambini giocano, si azzuffano. Non ne faccia un dramma.”
Litigarono, voci alte. Responsabilità, bulli, non si permetta; il tono di lei, tenace, rumoroso, attirava gli sguardi. Il padre di Emanuel si fece rosso, borbottò, poi chiamò il figlio a brutto muso.
Emanuel arrivò, testa china, mani intrecciate. Guardò Toni. “Scusa.” E gli ridiede la gomma.
Toni sentì il petto aprirsi, confuso. “V-va bene.” Ma dentro, pensava che quelle scuse non se l'era guadagnate da solo.
In macchina, Roberto disse: “tua madre preferisce tagliare i nodi invece di scioglierli. È il suo modo di volerti bene.”
“Roby, non adesso...” rise lei, dandogli un buffetto sul braccio.
Il padre era strano quando parlava delle sue poesie, ma lei gli voleva bene lo stesso, e pareva avere occhi solo per lui.
Mena in auto lo teneva sulle ginocchia, davanti, e lui si perdeva in quel profumo. “Bisogna farsi rispettare, amore di mamma. Avere grinta. Avere gli attributi. Non farti calpestare da nessuno, ci siamo capiti? Se non ti difendi da solo, chi lo farà? Io ci sarò sempre, ma impara a stare in piedi da solo, testa alta.”
Toni la fissò, mentre le mani di mamma gli accarezzavano piano il braccio. “M-ma come, mamma? Io balbetto, non sono forte come te.”
Lei rise, occhi decisi. Gli scompigliò i capelli e lo abbracciò. Lui percepì la pressione morbida dei suoi seni contro di sé. “La forza non sta nei muscoli, piccolo. Sta nel cuore. E negli attributi.”
“C-che sono gli attributi?”
Risero tutti.
“Un giorno te lo spiegheremo. Ora ricorda quello che ti ho detto.”
Annuì, ridendo con loro.
Diciassette anni dopo.
Toni ricordò le sue piccole dita scorrere tremanti sulla gomma, stringendo quella curva ruvida, scura, calda di usura. Sembrava simile al capezzolo della madre: turgido, bruno, intravisto un attimo prima quando la canottiera nera le era scivolata giù, liberando il bocciolo eretto che gli aveva incendiato il sangue.
Non riusciva più a dividere l’amore per lei dalla fame cruda del suo corpo.
Quella sera avrebbe aperto di nuovo lo schermo, cercando l’ennesimo porno incestuoso, sperando di spegnere almeno per un minuto quella sete che lei, inconsapevole, gli accendeva ogni volta che respirava.
Represse i ricordi e si sforzò di essere normale: salutò Alessio e iniziò a chiacchierare disinvolto, calcio e solite cazzate.
Una cosa era certa: lei era la sua forza, l’unica che lo legava a qualcosa di grande, di carnale.
Alessio
Suo cugino Toni (o Zaniolo, com’era soprannominato) era uno a posto. Simpatico, alla mano, tutti lo rispettavano nel quartiere. Peccato che viveva solo per il pallone.
“Hai visto ieri il Milan? Leão ha piazzato un gol mica male, ma da quella posizione io ne avrei infilati altri dieci, più belli. Non basta buttare dentro la palla, devi anche saper intrattenere il pubblico. Tu che ne dici, Ale?”
Alessio annuiva, la testa che andava su e giù come un pupazzo. Ma non sentiva una mazza. Pensava solo alla zia Mena.
Adesso era tutto finito. La madre aveva parlato chiaro. Niente più seghe. Ripensava al reggiseno di pizzo che aveva odorato l’ultima volta. L’aveva schiacciato contro la faccia, l’odore di lei che gli entrava dentro, dolce e caldo all’inizio, poi sempre più acre, quel fondo salato di sudore che lo faceva impazzire.
Toni andava avanti a parlare di rigori e Alessio rispondeva solo con grugniti, gli occhi bassi sul marciapiede crepato.
All’angolo della scuola videro Anna. La fidanzata di Toni, o presunta tale. Camminava qualche metro avanti, i leggings neri lucidi che le stringevano le gambe lunghe e il sedere alto, così aderenti che si vedeva il segno delle mutandine infilato tra le natiche.
Sopra aveva un top corto bianco, scollato, che lasciava nuda una striscia di pancia liscia e abbronzata; il reggiseno sportivo rosa shocking si intravedeva sotto il tessuto.
La coda alta, mora, le ondeggiava sulla schiena a ogni passo, scarpe da ginnastica bianche con calzini corti di pizzo e una borsa da palestra su una spalla.
Era una brava nuotatrice, oltre che una figona mondiale.
Toni accelerò.
“Ehi! Aspetta un attimo.”
Lei non si voltò. Continuò dritta, cuffiette nelle orecchie, telefono in mano.
“Anna, cazzo, sono io!”
Niente. Anna salì i gradini dell’ingresso della piscina comunale senza girare la testa.
Toni si fermò, faccia rossa. Diede una gomitata ad Alessio.
“Vedi? Prima o poi la lascio, quella cretina. Pensa solo a cantare. Abbiamo litigato per una cazzata, ma guarda come fa la superiore…”
Alessio però non ascoltava più. Se fosse stato al posto di Toni si sarebbe fatto calpestare le palle con dei tacchi a spillo per un solo sguardo di quella lì. Si voltò a fissarla mentre saliva. I leggings le entravano tra le chiappe, segnavano ogni piega.
Subito gli venne in mente zia Mena. Se la vedeva lì, davanti a lui, che gli porgeva quei leggings neri ancora caldi, appena sfilati dal culo di Anna. “Tieni, tesoro,” gli diceva con quel sorriso tenero sulle labbra, la voce bassa, “sporcali per bene.”
Il cazzo gli pulsò forte dentro i boxer. Deglutì, imbarazzato.
Toni gli diede un’altra gomitata.
“Ma mi stai a sentire o no?”
Alessio annuì, gli occhi ancora fissi sulla porta dove Anna era sparita.
“Sì… sì, certo.”
La campanella suonò. Toni lo lasciò all'ingresso e andò via. Alessio entrò in classe, ma il culo di Anna stretto nei leggings gli tornava davanti agli occhi come un frutto proibito avvolto nella notte.
Mena
La sua tutina profumata si muoveva al ritmo del dito medio che premeva sul clitoride gonfio, mentre il respiro le usciva corto. Digitò, breve e calda.
Francesca: Scusa l’interruzione, prof; racconta… quante madri e figlie hai ricattato?
Prof: Al contrario, mia cara. Le ho aiutate. Le ho aiutate a raggiungere i loro obiettivi e gli ho dato maggior consapevolezza dei loro limiti e di quanto la loro bellezza sia importante.
Francesca: Tutto verte sul potere, mio caro prof? È solo questo a muoverci? Eppure non credo che tu vada a letto con tutte le tue allieve più belle, sbaglio?
Prof: Non sbagli, certo…
Francesca: E allora come le scegli?
Prof: Dipende… Ho criteri diversi per madre e figlia. Riguardo le madri… beh… con tutta la loro esperienza di vita, è bellissimo umiliarle, tapparle quelle loro bocche petulanti con la propria carne, costringerle a negoziare il corpo della figlia e il proprio… quello sì che è potere vero. Renderle consapevoli della loro assenza di autorità tra queste mura. Una donna che ha cresciuto quella ragazza, che l’ha protetta per anni, che ora si offre per salvarla: “Sua figlia rischia di non laurearsi. Ma se lei è disposta a essere… collaborativa, possiamo trovare un accordo”. Il piacere di farle abbassare lo sguardo, di farle capire che il suo ruolo di madre non conta nulla di fronte alla mia autorità e che basta una mia firma per cancellare anni di sacrifici.
Francesca: E delle figlie?
Prof: Delle figlie, mi eccita l’innocenza. Vedere una ragazza che trema davanti alla mia scrivania, consapevole che una mia parola può distruggere i suoi piani per il futuro, ha qualcosa di primitivo. Gli occhioni che si allargano quando capisce che non basta studiare, che il voto dipende da quanto è disposta a darmi. Poi abbasso il tono e dico: “Forse possiamo trovare un modo… privato”. L’innocenza che si spezza lentamente, il corpo che reagisce.
Mena si sistemò meglio sulla sedia della cucina, le cosce piene che si aprivano un po’ sotto il tavolo di legno. La tutina rosa aderente le tirava tra le gambe, il tessuto ormai fradicio appiccicato alla pelle calda del sesso.
Francesca: Uno intelligente come te non si accontenta di cose banali, vero prof? Le studentesse già pronte, già docili… no, tu cerchi la sfida vera. Dimmi… ce n’è una in particolare che ti ha dato più filo da torcere?
Il prof ci mise qualche minuto prima di rispondere.
Prof: Ho sempre avuto un debole per una studentessa, in effetti. Si chiama Bianca. Occhioni innocenti, frangetta bionda, ventitré anni. Bellissima: un metro e sessanta, terza soda, fondoschiena a mandolino che faceva girare la testa a tutto l’ateneo, viso bianco e dolce come zucchero filato. La bocciai per la terza volta all’esame. Aveva studiato tre mesi filati, rispondeva quasi a tutto, ma io la guardavo negli occhi e dicevo solo “Mi dispiace signorina, ritorni la prossima volta”. Quella volta esplose, mi urlò contro in aula, disse che si meritava un voto positivo, che ero ingiusto. Alla fine del suo sfogo le sussurrai: “Signorina, l’esame lo passa solo quando decido io. Se vuole ulteriori spiegazioni venga martedì nel mio ufficio”. La vidi trattenere le lacrime, prendere la borsa e scappare.
Francesca: L’hai fatta piangere… Non si fa! Posso quasi immaginare che quella notte non dormì, pensò al futuro che stava per crollare, al tirocinio, a tutto.
Prof: Alla fine decise di non venire da me.
Francesca: Fammi indovinare… Si presentò la madre al posto suo, vero?
Prof: Già… Iniziò a flirtare con me. Senza pudore.
Francesca: E…?
Prof: La mandai via, quasi infastidito.
Francesca: Questo mi sorprende, caro prof.
Prof: Sorprese molto anche me…
Francesca: La indovino? Volevi Bianca, vero? La sua innocenza. Quella frangetta bionda… è lei che volevi punire, dico bene? Il potere su una ragazza così pura, che ti guarda dal basso mentre decidi il suo destino. E ha paura, una sottile paura di te che la innervosisce e la eccita. Sa di essere alla tua mercé.
Mena si toccava più lenta adesso, il medio che girava piano sul clitoride, assaporando ogni contrazione calda. Il bottoncino fuori dalla canottiera sfregava contro il bordo ogni volta che respirava più forte. Aspettava la risposta del prof, le dita lucide di miele caldo.
Prof: Mi spaventa la tua conoscenza di me…
Francesca: Pensa come sarebbe andata se si fosse presentata lei invece della madre. La piccola, innocente Bianca.
Mena intanto si toccava più lenta, godendosi il fremere del suo corpo che le dava quel fastidio delizioso. Era sempre soddisfatta della sua bravura come scrittrice.
Il prof ci mise un po’ a rispondere. Mena, con il respiro già corto, rallentò le dita sulla fica. Si accarezzava lenta, assaporando quel nodo caldo che le tirava dentro, con un fastidio che le mandava scintille di lussuria.
Prof: Sei una musa crudele… Mi stai lubrificando il cervello e il cazzo da due ore, lo sai? Mi tira come se fossi un adolescente.
Mena rise piano, ansimante, le dita a premere con forza sul sesso, mentre un liquido caldo le bagnava le mutandine. Digitò, breve e sporca, entrando subito nel ruolo.
Francesca: “Prof, ti sei comportato male con me, non meritavo quella bocciatura.”
Prof: “Ah, Bianca… vieni nello studio con me. Hai pensato a quello che ti ho detto?”
Francesca: “Prof… sono venuta per capire… Cosa mi manca per essere promossa?” Ho il cuore che mi batte fortissimo, vedo lo sguardo del prof sulla mia gonna, ho la tremenda sensazione di essere in trappola.
Prof: Io rido piano. “I miei assistenti ti trovano preparata, ma a me non basta. Voglio che tu prenda questo impegno seriamente.”
Francesca: “Insisto, prof! Ho studiato tre mesi, so rispondere a tutto”.
Prof: Ti squadro, gli occhi che ti spogliano: “Una ragazza così bella non dovrebbe studiare. Dovrebbe fare la modella, la velina,” le rispondo, divertito.
Francesca: “Che c’entra il mio aspetto? Il mio sogno è laurearmi, a qualsiasi prezzo!” Vedo con orrore che il prof si alza, ha un’erezione ben evidente.
Prof: A quel punto sorrido: “A qualsiasi prezzo, Bianca?”. La vedo impallidire, forse sta ricordando le voci di corridoio su di me, su quello che faccio con certe studentesse. Mi alzo, vengo accanto a lei e sussurro: “Ora vedremo quanto tieni ai tuoi sogni”.
Francesca: “Non capisco cosa intende, prof…”
Prof: “Bianca, diamoci del tu. Va bene?”
Francesca: “Va bene…”
Prof: “Vuoi passare l’esame? Sai qual è il prezzo che devi pagare…” Dico mentre le struscio il rigonfiamento nella patta dei pantaloni sul viso.
Francesca: “No Prof… Per favore… non sono quel tipo di ragazza, ho fatto sesso solo col mio fidanzato in modi normali, non riuscirei a soddisfarti…”
Prof: “Poche storie, ci siamo capiti. Fammi un pompino come si deve.” Sussurro malizioso mentre mi slaccio i pantaloni e vedo la faccia disgustata di Bianca.
Francesca: “Che schifo.”
Prof: “Indovinato, puttanella. Non faccio una doccia dall’ultima volta che ci siamo parlati.”
Francesca: “E si sente…” Ho un conato. Piscio vecchio e sudore concentrato. L’aroma acre, muschiato, mi colpisce dritto in faccia. Piango… le lacrime mi scendono calde mentre quell’odore mi entra nel naso. “La prego, prof…”
Prof: “Voglio farti percepire quell’odore forte che avevo lasciato maturare apposta per tutto il fine settimana.” Sorrido vedendo come ti paralizzi.
Francesca: “Ti denuncerò, porco!”
Prof: “Denunciami pure. Ma scordati la laurea, qui e ovunque.”
Francesca: Crollo, annientata dal ricatto… la laurea, il futuro, tutto che rischiava di sparire. “Ti prego…”
Prof: Bianca apre la bocca. Le sbatto la cappella sulle labbra, poi le picchietto la faccia con il cazzo duro, bocca, occhi, guance, lasciandole strisce lucide di quel liquido salato. Vedo quegli occhioni azzurri e innocenti che mi fissano, spaventati.
Francesca: Le lacrime mi colano sul mento, mescolandosi a quella roba appiccicosa. Come un automa apro le labbra e sento la durezza del suo cazzo violarmi.
Prof: Appena le apre, la spingo ancora più avanti, poggiandole la cappella gonfia direttamente sulla lingua.
Francesca: Resto interdetta, bloccata con le labbra intorno alla cappella paonazza e maleodorante.
Prof: “Beh, puttanella,” aggiunsi, “ti devo spiegare come si fa? Dico, con quel ghigno che mi viene sempre in questi casi.
Francesca: Cerco di respirare con il naso per non sentire quell’odore. A questo punto ho chiuso gli occhi, mentre le mie labbra si serrarono sul suo pene. Cerco di pensare che sia quello del mio fidanzato.
Prof: All’inizio le tengo la mano ferma dietro la nuca, perché ho paura che Bianca si rifiuti, ma poi, quando mi rendo conto che non ci sono problemi, la lascio libera e mi godo il pompino, rilassato.
Francesca: L’ho sentito farsi sempre più duro e spesso dentro la mia bocca, le vene gonfie che martellavano e fremevano contro le mie labbra tese, pompando sangue caldo ed eccitazione turgida sulla mia lingua. Ad un certo punto ho aperto gli occhi e, invece che il corpo giovane del mio fidanzato, mi sono trovata davanti la sua pancia schifosa e sudata, con quel ciuffo di peli neri e grigi che mi faceva il solletico nelle narici. Allora ho richiuso subito gli occhi e ho continuato, sperando che durasse ancora poco.
Prof: Quando ho capito che voleva staccarsi dal mio cazzo, le ho bloccato la testa con entrambe le mani, premendo forte sulle guance morbide, mentre mi muovevo avanti e indietro. “Dove vai, puttanella?” Grugnisco.
Francesca: Cerco di implorarlo ancora, ma non riesco a parlare con il suo membro ben piantato in bocca. Sentivo la tua cappella gonfia che entrava e usciva dalle mie labbra tese, calda, bagnata di saliva e lacrime.
Prof: Le prendo la testa con entrambe le mani e comincio a scoparle la bocca, su e giù, la fronte che sbatte contro la mia pancia pelosa a ogni affondo. La cappella le struscia sulla lingua, l’odore forte la fa tossire. Continuo a stantuffare, gemendo basso, finché non esco. “Guardami, puttanella!” Vedo che abbassa gli occhi, umiliata.
Francesca: “Prof, non mi stai umiliando abbastanza? La prego, finisca e mi lasci in pace.” Non capisco più se dargli del tu o del lei, è inquietante dare del lei a un professore a cui sto succhiando il cazzo.
Prof: Le struscio il cazzo sulla lingua, le dico di leccare. Vedo che cerca di estraniarsi e le ordino di leccare anche l’asta. “Vai su e giù, prendi la cappella in bocca ogni tanto.”
Francesca: Tremo, piango e succhio. Non so che mi succede, la lingua accelera, i movimenti diventano più sicuri, voraci. Prendo il cazzo in mano da sola, lo stringo, lo soppeso, me lo struscio sul viso, scendo sulle palle pesanti e succhio un testicolo.
Prof: “Brava… Così…”
Francesca: All’inizio pensavo di vomitare… quel sapore acre, salato e amaro di piscio vecchio e sudore concentrato mi riempiva la bocca di veleno caldo. A ogni passata di lingua sentivo il retrogusto ferroso della pelle non lavata, il sale secco che mi si appiccicava al palato, e quell’odore denso, animale, maschio che mi entrava nelle narici anche se cercavo di respirare solo dalla bocca. Mi veniva da vomitare, le lacrime mi colavano sul mento e si mescolavano alla saliva che mi sgocciolava sulla camicetta. Mi sentivo la più schifosa, la più sporca delle troie, umiliata fino al midollo, le guance in fiamme per la vergogna. Col mio fidanzato non mi era mai successo niente del genere… con lui era sempre tutto pulito, profumato di sapone neutro, dolce, quasi asettico. Un pompino rapido, prevedibile, senza odori, senza sapore. Qui invece era tutto sbagliato, tutto proibito, e proprio per questo il mio corpo mi stava tradendo.
Prof: “Sbaglio o ti sta piacendo, troietta?”
Francesca: Il calore pesante del suo cazzo sulla lingua, lo spessore che mi allargava le labbra… piano piano quel sapore muschiato invece di farmi vomitare cominciava a sembrarmi ipnotico, quasi dolce nella sua oscenità. La fica ha iniziato a dolermi, bagnandosi in modo imbarazzante, i succhi che mi colavano lungo le cosce. La vergogna bruciava ancora fortissima, mi faceva odiare me stessa con tutta l’anima, eppure non riuscivo a fermarmi. La lingua ha iniziato a muoversi da sola, prima lenta e incerta, poi sempre più veloce, più vorace, più avida, leccando via ogni traccia di quel sudore vecchio come se ne avessi bisogno per respirare. Non sentivo più solo schifo… sentivo fame. Una fame umida, sporca, proibita che mi faceva eccitare ancora di più della vergogna stessa.
Prof: “Ah, lo sapevo. Fai la dolce sempliciotta ma sei una porcona come tutte. Brava, accarezzami le palle con quelle labbrucce innocenti, usa per bene la lingua. Senti il mio cazzo che scorre sopra, la cappella gonfia che ti sfiora. Mostrami quanto lo vuoi, troietta.”
Francesca: Sono tutta bagnata, schifata dalla reazione del mio corpo, i succhi che mi colavano lungo le cosce.
Prof: Brava, sei bagnata, lo vedo. Vuol dire che ti piace quello che stai facendo. E che bisogna assecondarlo. Sfiorati fra le gambe e sentirai che brividi, che piacere.
Francesca: Non sembra che il prof intenda eiaculare presto, vedo il suo membro ondeggiare, turgido e marmoreo. Sono terrorizzata, frenetica. Potrebbe venirgli voglia di violentarmi. Posso solo sperare che l’eccitazione lo tradisca e finisca tutto presto. Non so come mi venga in mente ma decido di provocarlo. Straparlo. “Se ti faccio sborrare entro dieci secondi, mi metti trenta, prof?” Sono una troia. Chiedo silenziosamente perdono al mio fidanzato.
Prof: “Se continui a succhiarmelo così, ci riuscirai facilmente. Continua Bianca… mi stai facendo impazzire…”
Francesca: “Dieci!” La bocca scivola piano sull’asta, la lingua gira intorno alla cappella, leccando via quella goccia salata. “Accarezzalo più veloce, prof. Guarda…” Allungo le gambe. Mi sento subdola, una vera puttanella.
Prof: “Cazzo Bianca… quella passerina rosa… continua, apriti di più per me… Conta più veloce, sto impazzendo…”
Francesca: “Nove! Vedi le mutandine bianche che ho messo? Le spingo di lato. Ecco la mia verginità, giovane e fresca.” Sento un brivido, mentre lotto per non strofinarmi in tua presenza.
Francesca: “Otto!” Prendo di più, succhio con le guance incavate, saliva che cola sul mento. “Guarda come apro le gambe… la fica passa dal rosa chiaro al rosa scuro. Vedi i miei succhi che brillano?”
“Sette! Adoro guardare mentre ti seghi… la mano che stringe quel cazzo grosso. La pelle che scivola sulla cappella.”
Prof: “Sei la mia puttanella preferita… più veloce Bianca, ti supplico… conta più veloce non resisto più…”
Francesca: “Sei! Ti accarezzo le palle, sono ruvide e rugose.:
Francesca: “Cinque! Infilo il tuo cazzo fino in gola, faccio questo per la prima volta e devo lottare contro la nausea, ma vedo che apprezzi.”
Prof: “Ti amo Bianca… sei mia… più veloce cazzo, ti prego conta più veloce sto per scoppiare… Guarda come sto…”
Proprio allora arrivò la notifica: una foto.
Era il cazzo del prof. Carino, medio, non circonciso. La cappella affusolata, rosa scura, che spuntava da un prepuzio lungo, carnoso e scuro, tirato indietro quel tanto che bastava per farla vedere. Intorno alla base, una corona di peli scuri e fitti, ricci, che arrivavano fino alle palle pesanti. La mano che lo stringeva aveva un orologio costoso, in pelle marrone.
Francesca: “Prof, scommetto che questo cazzo ha promosso più tesi di laurea di tutto il dipartimento messo insieme. Ti immagino in aula a parlare di Foucault, e sotto il tavolo ce l’hai duro pensando a Bianca.”
Prof: “Continua, Bianca… Mi stai facendo impazzire…”
Francesca: “Prof, sei un vizioso di merda e mi fai bagnare come un lago mentre mi stai scopando freneticamente la gola… Quattro!”
Francesca: “Tre!” Tiro fuori il cazzo, madido di saliva e umori, dalla mia gola. Che schifo.
Francesca: “Due!” Sono disgustata dal mio orgasmo imminente ma non riesco a smettere di toccarmi mentre lo sego piano.
Francesca: “Uno! Eiacula per me. Sborra per Bianca.”
Mena ansimava, le dita che pompavano veloci dentro la tutina, il medio affondato fino alla nocca nel sesso caldo e scivoloso, le pareti che si contraevano. Il seno le tirava, gonfio, il bordo della canottiera le dava piacere a ogni scossa. Un brivido le percorse la schiena, mentre il nettare denso le colava sulle cosce.
Immaginò il rumore bagnato della mano che pompava furiosa dall’altra parte, poi arrivò il messaggio del prof: “Bianca! Cazzo, Bianca! Vengo per te!” e immaginò anche il suono degli schizzi potenti che colpivano il lavandino del bagno, lo sperma denso, caldo, bianco, che colava sulla mano e sul pavimento.
Mena venne insieme a lui, un orgasmo violento che le fece stringere le cosce attorno alla mano, il sesso che sprizzava umori sulle dita, sulle mutandine, sulla sedia. Il corpo le tremò tutta, il seno ballò e si sfregò forte sulla stoffa. Gemette senza ritegno, gli occhi verdi dilatati, la testa buttata indietro.
Quando riaprì gli occhi, il telefono squillò. Era la scuola di Alessio.
Mena ansimava ancora, il sesso tremante, le dita bagnate. Rispose con la voce leggermente ansimante.
“Pronto?”
La voce al telefono sembrava imbarazzata. Mena sospirò, il corpo ancora caldo e appiccicoso. Digitò veloce al prof.
Francesca: Prof, ha ottenuto quello che voleva. Ora posso andare con la certezza che questa storia resti in questa stanza e che al prossimo appello passerò l’esame?
Prof: Sì… Promossa…
Francesca: Ora devo andare però! Ciao dolce prof!
Chiuse il laptop, si alzò, sistemò la tutina rosa che le si era appiccicata tra le cosce fradice e indossò una giacca a coprire la canottiera. Prese le chiavi e uscì, le gambe che ancora le tremavano un po’ per l’orgasmo.
Lia
Perché l’aveva lasciato fare?
La domanda le martellava nella testa da ore, come un chiodo piantato nel petto che non voleva uscire. Aveva vent’anni, cazzo. Poteva dire di no. Invece aveva aperto le cosce, aveva spinto contro di lui mentre Sergio le veniva dentro, due volte.
E il pensiero che la faceva stare peggio di tutto era che una parte di lei, quella più nascosta, più sporca, aveva voluto esattamente quello. La sensazione brutale di essere presa, usata da lui fino in fondo. Di appartenere completamente a lui.
Lia spinse la porta di casa con la spalla. Il sacchetto della farmacia era un macigno. Aveva preso la pillola mezz’ora prima, seduta su una panchina gelata del parco, le dita fredde che faticavano ad aprire la confezione. Aveva pianto. Non tantissimo, però.
Dalla cucina arrivava l’odore familiare di uova strapazzate e pane tostato. Sergio canticchiava piano, di buon umore, il maledetto. Come se la sera prima non fosse successo niente. Come se non l’avesse scopata sul suo letto, venendole dentro senza preservativo.
Lia lasciò cadere le chiavi sul mobiletto. Il tintinnio secco rimbombò nel silenzio. Lui si voltò, mestolo in mano, un sorriso tranquillo sulle labbra.
“Bentornata, piccola. Ho preparato la colazione. Uova come piacciono a te.”
Lei rimase ferma sulla soglia, il sacchetto ancora stretto tra le dita. Voleva urlargli contro. Voleva gridargli che era un mostro, che non poteva fare finta di niente, che lei era andata a prendere la pillola del giorno dopo perché lui era una bestia senza controllo.
Ma dalla bocca non uscì niente.
Non aveva la forza.
Non sapeva nemmeno da dove cominciare. Le parole le si erano incastrate in gola, pesanti come sassi, e alla fine riuscì solo a mormorare, con la voce bassa e incrinata:
“Voglio stare da sola.”
Sergio non rispose. Rimase in silenzio, il mestolo ancora in mano, lo sguardo tranquillo. Lia non aspettò. Percorse il corridoio, entrò in camera e chiuse la porta dietro di sé, anche se sapeva che non sarebbe servito a niente.
Si spogliò lentamente, le mani che tremavano. La felpa finì sulla sedia. I jeans scivolarono lungo i fianchi larghi con un fruscio leggero. Rimase in reggiseno e mutande, i capelli biondi lisci che le ricadevano sulle spalle in ciocche morbide, quasi dorati nella luce grigia che filtrava dalla finestra. Gli occhi azzurri erano grandi, intensi, ancora velati di stanchezza e vergogna.
Quel corpo, tutto curve generose, seni grandi e naturali che si alzavano pesanti a ogni respiro, vita stretta, fianchi larghi, sedere tondo, sembrava tradirla a ogni occasione.
Tra le cosce avvertiva ancora la presenza appiccicosa e densa del seme del padre che non se n’era andato del tutto. Lui gliel’aveva lasciato dentro la sera prima, lunghi schizzi caldi che l’avevano riempita fino a farla traboccare.
Valutò per un secondo di farsi una doccia, di lavarsi via tutto. Ma non ne aveva le forze. Le gambe non la reggevano. Si sentiva sporca, usata.
La porta si aprì senza bussare.
Sergio entrò.
“Vai via,” disse lei subito, la voce bassa ma tremante, coprendosi il petto con le braccia. “ho detto che voglio stare da sola.”
Lui non rispose. Si avvicinò lo stesso, silenzioso, lo sguardo fisso su di lei. Le mani grandi le sfiorarono le spalle, scesero lungo le braccia, finirono sul gancio del reggiseno.
Lei provò a fermarlo, le dita che stringevano i suoi polsi, ma senza vera forza. “No papà… basta…” sussurrò, eppure già il reggiseno cadeva a terra.
Le mammelle uscirono libere, i piccoli capezzoli che si indurirono all’aria fresca della stanza.
Sergio continuò. Le abbassò le mutande lungo le cosce, fino a farle cadere ai piedi. Ora lei era completamente nuda davanti a lui. Lui invece rimase in mutande, il rigonfiamento che tendeva la stoffa.
Lia sentì il respiro fermarsi in gola.
Lui era rimasto in mutande, la stoffa tesa al limite. La sagoma del suo cazzo si vedeva chiaramente, spessa, pesante, quasi brutale. Ora era lì, a pochi centimetri da lei, quel gonfiore massiccio che premeva contro il tessuto.
Sergio le prese il polso con dolcezza e le guidò la mano verso il suo inguine.
“Senti quanto è duro per te?”
“Papà… smettila…” sussurrò lei, ma la voce le uscì debole, spezzata, senza convinzione.
Lui non disse niente. Le dita di Lia toccarono quel rigonfiamento caldo attraverso la stoffa. Era enorme. Così spesso che il palmo non riusciva quasi a contenerlo. Pompava sotto la sua mano, vivo, duro, esigente. La nausea le strinse lo stomaco, un sapore acido che le salì in gola, ma la mano non si ritrasse. Rimase lì, stretta intorno a quella verga coperta, sentendo attraverso il cotone la sua circonferenza brutale riempirle il palmo.
Le dita di Sergio scesero tra le sue cosce. Trovò subito quell’apertura ancora bagnata, calda, traditrice. Due dita entrarono senza fatica, una spinta lenta ma profonda. Il pollice cominciò a ruotare sul clitoride, lento, preciso, implacabile. Lia gemette piano, un suono basso che non riuscì a trattenere. Le gambe le tremavano. Non voleva.
Poi, con l’altra mano, lui abbassò l’elastico delle mutande quel tanto che bastava.
Il cazzo di Sergio saltò fuori dalle mutande con un movimento pesante, quasi arrogante. Era di media lunghezza, ma così spesso, così massiccio, che Lia trattenne il respiro.
Senza dire una parola, Sergio le prese la mano. Le sue dita forti avvolsero quelle di lei, guidandola senza fretta fino a quella verga bollente. Le fece stringere la base con il palmo, premendo il polso contro il suo perché sentisse il peso, il calore, la durezza. Poi, con una pressione lenta e decisa, la spinse a muovere la mano su e giù, insegnandole un ritmo pigro, costante.
Era pesante. Bollente. La pelle tirata sulle vene in rilievo, la cappella gonfia e lucida di pre-sperma. Le dita di Lia si chiusero a fatica intorno a quella circonferenza brutale, il pollice che scivolava sul bordo liscio e bagnato, scappellandolo con facilità.
Lo ricordava dalla sera prima, ma non aveva mai potuto stringerlo così a lungo, così completamente.
Il calore le bruciava il palmo, la durezza era quasi spaventosa, il diametro così enorme che le dita riuscivano appena a circondarlo.
Era massiccio. Vivo. Pulsante sotto la sua presa.
Un’ondata di nausea le risalì dallo stomaco, amara, viscida, mescolata a vergogna di sé stessa. Eppure la mano non si ritrasse.
Rimase lì, ben stretta intorno a quella verga spessa, sentendo ogni battito, ogni contrazione sotto la pelle calda.
Non voleva.
La mano di Sergio scivolò sul suo fianco nudo, lenta e possessiva, salendo fino a coprire completamente uno dei suoi seni grandi.
Il palmo era caldo, ruvido. Il pollice sfiorò il seno, poi prese il capezzolo tra le dita e lo strinse piano, rendendolo dolorosamente sensibile, mandandole una scarica elettrica dritta tra le gambe.
Lia trattenne il respiro.
Un gemito basso, involontario, le sfuggì dalla gola.
Lui la accompagnò verso il letto con il braccio, senza mai lasciare la presa sul suo seno e si stese accanto a lei che non mollò il cazzo del padre neppure per un istante; la mente vuota, un vortice rovente di pensieri che correvano tutti nella stessa oscena direzione.
Pensò a quanto fosse sbagliato.
Pensò al silenzio assoluto della casa vuota, rotto solo dal rumore dei loro respiri e dal suono umido delle loro mani intente a frugarsi, avide.
Non erano poi tanto diversi. Entrambi succubi dei loro impulsi più bassi, più sporchi.
“Lo so a cosa stai pensando,” mormorò Sergio contro le sue labbra, la voce bassa e calda, mentre le dita affondavano lentamente dentro di lei. “Era destino, vero?”
“Ti prego, papà…” sussurrò Lia, la voce incrinata, quasi spezzata.
“C’è una cosa che non ti ho mai detto.”
“Smettila…”
“Vuoi saperla?”
Sentiva la sua vulva stringersi intorno a quelle dita, gonfia, ipersensibile, traditrice. Deglutì a fatica e, contro ogni ragione, annuì.
Sergio avvicinò la bocca al suo orecchio, il fiato caldo che le fece venire la pelle d’oca.
“Aspettavo questo momento da più di vent’anni.”
Lia sentì un brivido gelido scenderle lungo la schiena.
“Da quando eri nella pancia di tua madre.”
“No…” Il rifiuto le uscì debole, soffocato.
Non voleva.
Un’ondata di ribrezzo le strinse le viscere, fredda e viscida. Eppure il corpo reagì in modo opposto: la fica si contrasse, bagnandosi ancora di più, tradendola senza pietà.
“Nei mesi in cui era incinta di te, scopavo tua madre ogni santo giorno,” continuò lui, la voce eccitata. “Anche quando avrei voluto strangolarla. E soprattutto… le sborravo dentro. Godevo come un pazzo ogni volta.”
Lia sentì il respiro spezzarsi. La verga spessa che stringeva nella mano palpitava, calda e pesante. Le parole di lui le entravano dentro come veleno dolce.
“Perché mi dici questo…” sussurrò, la voce rotta.
“Perché eri tu.” La mano di Sergio strinse più forte il suo seno, quasi ossessivamente, il pollice che tormentava i suoi morbidi globi di carne. “Era il pensiero di riempirti di sborra fin dall’inizio. Di fartela bere ancora prima del latte. Mi mandava completamente fuori di testa.”
Un’ondata violenta di piacere la travolse all’improvviso. Le dita di lui che la scopavano, il pollice sul clitoride gonfio, quelle parole oscene che le riempivano la testa… Lia si contorse, un orgasmo brutale e improvviso le esplose dentro. La fica ebbe uno spasmo intorno alle dita di Sergio, spremendole, mentre un gemito lungo e spezzato le uscì dalla gola. Le gambe le tremavano, i grandi meloni che sobbalzavano nella mano di lui.
Quando riaprì gli occhi, era scossa, ansimante, le guance bagnate di lacrime che non si era accorta di aver versato.
“Mi piaceva immaginare che le mie spinte ti cullassero,” continuò Sergio, implacabile, la voce bassa e calda contro il suo orecchio. “Che ti facessero stare bene, come adesso. Mi piaceva pensare che ti stessi preparando… per me.”
“No… Basta…” supplicò lei, ma la voce era debole, quasi un sospiro.
“Lo so che ti ricordi di quella sera. Ci stavi spiando mentre ci divertivamo. Lo so che volevi toccarlo già da allora.”
Lia lo fissò scuotendo la testa, gli occhi lucidi. Era lo stesso cazzo che aveva intravisto da bambina. Ora finalmente lo stringeva davvero nella mano: spesso, furioso, vivo.
“Ti prego…”
Voleva sentirlo di nuovo dentro di sé. Voleva sentire di nuovo quegli schizzi caldi e densi che la riempivano. Voleva sentirsi sua.
“Ma non potevo fartelo accarezzare. Eri troppo piccola. Ti avrei fatto male. Ho aspettato.”
Era troppo. Troppo sporco. Troppo malato.
Non voleva.
Anche se era la cosa più sbagliata, più sporca, più perversa del mondo.
“L’ho fatto per te, amore,” mormorò Sergio.
“Finalmente… adesso possiamo stare insieme.”
Solo allora lui la baciò.
Le labbra di Sergio si posarono sulle sue all’improvviso, calde, esigenti, quasi fameliche. Lia si irrigidì di colpo, un’ondata di ribrezzo puro le esplose nel petto, la bocca di suo padre sulla sua, la lingua che cercava di entrare. Il sapore di uomo, di lui. Le venne quasi da vomitare.
Ma il bacio non si fermò. La lingua di Sergio accarezzò la sua con una dolcezza crudele, avvolgente.
E qualcosa dentro di lei cedette. Lo schifo rimase lì, viscido e freddo in fondo allo stomaco, ma il piacere lo sovrastò come un’onda di acqua sporca.
Non voleva.
Le piaceva.
Oddio, le piaceva da morire.
Gemette contro la sua bocca mentre le dita di Sergio affondavano di nuovo dentro di lei, lente e spesse, entrando e uscendo con quel ritmo viscido e perfetto.
La mano libera continuava a torturarle il seno: tutto insieme, il bacio bagnato, le dita che la scopavano, quel grosso cazzo massiccio che pulsava nella sua mano, la stava facendo impazzire.
Ora era lei a baciarlo con fame disperata. La bocca aperta, la lingua che cercava la sua con urgenza, un gemito basso e roco che le saliva dalla gola mentre lo baciava con trasporto e il piacere annegava tutto il resto.
Le bocce ballavano nella mano di lui, sentiva il rumore osceno delle dita che entravano e uscivano dal suo sesso grondante, lo schiocco dei baci, il suo stesso respiro spezzato che si mescolava a quello di Sergio.
Era eccitata come non era mai stata in vita sua.
Sergio sorrise contro la sua bocca.
“Brava,” mormorò tra un bacio e l’altro, la voce tremante. “Così…”
Lia non rispose infilando la lingua più a fondo nella sua bocca, baciandolo con una fame quasi rabbiosa.
Il bacio divenne disperato, bagnato, pieno di saliva che le colava sul mento e lungo il collo.
I fianchi si muovevano da soli contro la sua mano e il piacere saliva rapido, violento, inarrestabile. Le cosce le tremavano. Il cazzo di Sergio tremava come se avesse vita propria.
E poi, Lia venne. Di nuovo.
L’orgasmo la travolse con forza brutale. La fica si contrasse violentemente intorno alle dita di Sergio, stringendole in spasmi profondi, mentre un gemito lungo e soffocato le usciva dalla bocca ancora incollata alla sua.
Succhi caldi e abbondanti le colarono sulla mano di lui in fiotti copiosi. Il corpo le tremava tutta, le tettone che si alzavano e abbassavano rapide, i capezzoli durissimi e sensibili tra le dita di Sergio. Il bacio continuò, lento, anche mentre veniva, la lingua di lui che le accarezzava la sua, rubandole ogni singolo gemito, ogni respiro spezzato.
Quando l’orgasmo finalmente si spense, Lia rimase lì, ansimante, le labbra ancora sfiorate da quelle di Sergio, il sapore di lui ancora sulla lingua. Il disgusto tornò, un’ombra fredda e perfida. Aveva baciato suo padre. Aveva goduto mentre lui la baciava, mentre le palpava le tette, mentre la masturbava, mentre stringeva nella mano quel cazzo così grosso e massiccio. E le era piaciuto. Le era piaciuto da morire.
Sergio tirò fuori le dita lentamente, lucide dei suoi umori, e se le portò alla bocca.
“Ora tocca a te,” disse piano.
Lia si voltò verso di lui, il cuore che le martellava nel petto.
Il cazzo di Sergio era duro come marmo, la pelle che scivolava morbida sulla cappella violacea, lucida di pre-sperma. Lo fissò. Era lì, pesante, vivo, così spesso che solo a guardarlo le si strinse la gola. Era lo stesso cazzo che l’aveva concepita.
Le dita tremanti si chiusero intorno al fusto caldo e teso. Era bollente. La pelle tirata, durissima, ma sotto incredibilmente morbida, quasi vellutata. Pesante. Così pesante che il polso le faceva già male. Non si accontentava più di stringerlo.
Adesso lo segava con movimenti lenti, profondi, come una brava mogliettina che si prende cura del suo uomo.
Continuò così per un tempo che le sembrò infinito, la mano che saliva e scendeva lungo quella verga massiccia, sentendo ogni vena contrarsi sotto i polpastrelli.
Il cazzo diventò ancora più duro sotto il suo tocco. Il glande si gonfiò, paonazzo, lucido. Sergio si dimenava piano, il respiro sempre più corto, rauco. Lei gli diede qualche colpo più deciso, percorrendogli tutta l’asta dalla punta gonfia fino alla base, sentendo quanto fosse lunga, quanto fosse spessa, quanto fosse… sua.
Ad un certo punto lui fece per alzarsi.
Lia lasciò la presa per un secondo.
“Continua a toccarlo,” disse lui, la voce bassa e urgente. “Non smettere. Siediti sul letto.”
Lei obbedì, il cuore in gola. Sergio rimase in piedi davanti a lei, la verga che puntava dritta verso le sue tette.
“Amore… tieni le tette sollevate,” ordinò all’improvviso, la voce bruciante, quasi strozzata. “Voglio sborrarci sopra. Mmm, madonna che bomboloni hai, figlia mia.”
Lia sentì il cuore fermarsi per un istante. Un’ondata di vergogna bruciante le esplose nello stomaco, calda e umiliante. Eppure le mani si mossero da sole. Si afferrò i seni grandi e pieni, li sollevò, li strinse forte uno contro l’altro, creando un solco profondo e morbido. Erano pesanti nelle sue mani, caldi, la pelle liscia e leggermente sudata.
La saliva le colava dal mento senza che se ne accorgesse, scivolando lenta giù per il collo e finendo proprio in quel solco tra le tette che teneva abbracciate strette. Sembravano due palloni soffici e osceni, bianchi, pieni, che tremavano leggermente nella sua stretta.
Ricominciò a segarlo con la mano, colpi decisi, sicuri, mentre lui grugniva di soddisfazione profonda.
La punta del cazzo sfregava contro la pelle morbida dei suoi seni, lasciando strisce lucide di pre-sperma.
Lia sentiva il cazzo a pochi centimetri, il rumore bagnato e osceno della mano sull’asta, il respiro rauco e animalesco del padre nelle orecchie.
Poi arrivarono i fiotti.
Il primo fiotto fu denso e bruciante, le colpì il seno destro in pieno, una striscia calda e collosa che si allargò subito sulla pelle morbida. Il secondo arrivò subito dopo, lungo e potente, centrando il seno sinistro e colando pesantemente nel solco profondo che lei stessa teneva aperto. Poi vennero gli altri: fiotti abbondanti, pesanti, vischiosi, che le schizzavano sui seni senza ritegno, imbrattandoli completamente, scivolando in rivoli spessi lungo la curva inferiore, gocciolando sul ventre e tra le dita.
Il quinto fiotto la colpì in faccia, caldo e umiliante, sporcandole la guancia destra e parte del labbro. L’odore forte dello sperma le invase le narici all’istante, salato, muschiato, leggermente dolce e animale; un profumo così intimo e sporco che le fece stringere lo stomaco.
Sentiva il peso di quei fiotti che le appesantivano i seni, la viscosità appiccicosa che le tirava la pelle, i rivoli caldi che le colavano tra le dita con cui teneva i globi morbidi sollevati per lui. Le mani le tremavano.
Il calore denso dello sperma di suo padre iniziò a raffreddarsi lentamente sulla sua carne, trasformandosi da lava bollente in una colla tiepida e filamentosa che le tirava la pelle dei seni, scivolando pigra tra i capezzoli turgidi e lasciando lunghi rivoli lucidi che le colavano fino alla pancia.
Eppure lei non smise: continuò a masturbarlo con la mano fradicia, le dita strette intorno alla verga ancora pulsante, spremendo con movimenti lenti e devoti fino all’ultima tenue goccia che le colò pigramente sul polso e tra le nocche.
Poi si fermò, il respiro pesante, e i loro occhi chiari si incontrarono: quelli di lui, freddi come ghiaccio, affondarono nei suoi, trasparenti e inermi.
“Stai ferma,” disse piano, la voce ancora eccitata. “Lasciami ammirare quanto sei bella così.”
La sborra di papà era densa, filamentosa, ancora tiepida. Le colava lenta tra le dita, sul palmo, lungo i polsi in rivoli lenti e osceni. L’odore di seme era ovunque, forte, soffocante.
Una tristezza profonda, umiliante, le strinse la gola. Eppure, tra le gambe, la sua vulva si contraeva, vuota, scivolosa, tradendola senza pietà.
La fica di una bambolina di gomma.
Lia rimase così, i seni grandi e pesanti sollevati e stretti tra le sue mani, completamente imbrattati di sperma perlaceo. I fiotti densi colavano lenti sulla pelle chiara, scivolando verso i capezzoli turgidi e gocciolando ovunque in rivoli lucidi. Le sue tette sembravano due morbidi meloni osceni, bianchi come latte sotto quella colata vischiosa che le ricopriva senza pietà.
Era coperta di sborra di suo padre. I seni imbrattati come una puttana da quattro soldi. Le mani le tremavano mentre li teneva sollevati per lui, esposti, offerti. Si sentiva sporca fino al midollo. Degradata. Malata.
Eppure il suo corpo la tradiva ancora, ferocemente. Calda, vuota, bagnata come non mai.
Sergio la guardava compiaciuto, gli occhi che scorrevano lentamente sulle sue colline burrose.
“Quanto sei bella,” mormorò, la voce bassa. “Così pura… e così oscena allo stesso tempo. Le mie tette. Le tette della mia bambina. Dopo tutto questo tempo.”
Lia sentì le lacrime scenderle calde sulle guance, mescolandosi alla sborra densa che le sporcava il viso.
Sergio le accarezzò i capelli biondi con una tenerezza inusuale, le dita che le sfioravano la guancia sporca di sperma.
“Brava, teppistella,” mormorò, la voce bassa e soddisfatta. “Hai visto? È così che si fa una sega come si deve. Sei stata perfetta.”
Lei annuì piano, senza riuscire a parlare. Sperava solo che lui smettesse di parlare. Le mani le tremavano ancora, appiccicose, coperte di quella roba.
Sergio le prese il mento con due dita e le sollevò il viso. I suoi occhi erano glaciali, brillanti, fissi nei suoi.
“Presto ti insegno anche il resto,” disse, la voce bassa e focosa, quasi euforica. “Domani ti insegno a succhiarmelo. Voglio sentire quella tua boccuccia carnosa intorno al mio cazzo. Ti faccio vedere come si fa, Lia. Diventerai bravissima, te lo prometto. La pompinara di papà.”
L’eccitazione le serrò la gola come una morsa di velluto e ferro. Succhiargli il cazzo.
Quel pensiero la travolse, vivido e osceno. Immaginò le mani grandi di Sergio affondate nei suoi capelli biondi, dita che si stringevano piano guidandola con calma possessiva, facendole tremare le gambe. La sola fantasia le diede la pelle d’oca, un brivido caldo che si fuse al tepore denso dello sperma ancora fresco sui seni. Ogni goccia scivolava lenta sul suo corpo, disegnando rivoli lucidi sulla pelle arrossata.
L’odore forte, salato e muschiato, le riempiva le narici a ogni respiro. Sentiva il liquido che si stava seccando sui polsi, formando una crosta sottile. Eppure non le toglieva. Le teneva lì, strette intorno a quel cazzo che si ammorbidiva lentamente, sentendo ogni piccola pulsazione residua sotto le dita. La ragione le gridava di fermarsi, di alzarsi, di correre via e lavarsi via tutto. Ma il corpo non obbediva. Il corpo voleva di più. Voleva diventare brava per lui.
Non aveva il coraggio di assaggiare tutto lo sperma che aveva addosso. Lo avrebbe lasciato lì, a seccarsi sulla pelle, come un marchio.
Pensò ad Anna. Anna che ora avrebbe avuto gli occhi pieni di delusione, se l’avesse vista così: nuda, i seni e le mani zuppe, il corpo che tremava. Il pensiero le fece venire le lacrime agli occhi, una vergogna bruciante che le strinse il petto. Era malata. Era sporca fino al midollo. Era esattamente la troia che papà voleva.
Lui le accarezzò ancora i capelli, le dita che scivolavano leggere sulla guancia fino a sfiorarle le labbra carnose.
“Lo vuoi, vero?” mormorò, gli occhi che brillavano di desiderio oscuro. “Lo vedo come ti bagni solo a pensarci.”
Sapeva che avrebbe detto di sì.
Raccolse un filo denso di seme sul pollice e lo premette sull’arco di Cupido delle sue labbra, violando con noncuranza quella simmetria perfetta.
“Assaggia.”
Sapeva che la bambolina avrebbe aperto la bocca, era stata fabbricata apposta.
Il sapore salato, dolciastro, lievemente metallico le invase la lingua. La sborra di papà. Calda. Viscosa. La deglutì d’istinto, lasciandosi sfuggire solo un piccolo gemito.
Sapeva che avrebbe imparato a succhiarlo.
Sergio tolse il dito, si voltò e uscì dalla stanza senza aggiungere altro.
Lia rimase lì, nuda, le mani ancora sporche, il corpo tremante.
E Sergio, voltato di spalle mentre si allontanava nel corridoio, sorrideva, sapendo di aver già vinto.
Mena
Parcheggiò di fretta, scese dall’auto ed entrò rapidamente nella scuola. La tutina rosa le aderiva ancora alle cosce, fradicia tra le gambe per quello che era successo in cucina, ma lei non ci pensò.
L’insegnante l’aspettava, una donna magra e nervosa.
“Signora Mena, grazie per essere venuta subito. Alessio ha chiesto espressamente di chiamare lei, non la madre. Dice che la zia è meno… severa.”
Mena annuì bonaria. “E che ha combinato, il piccolo?”
“L’hanno trovato in sala pc durante l’intervallo. Guardava… video hard. E…”
“E…?”
L’insegnante arrossì, abbassò gli occhi.
“Faceva cose improprie. Comunque, il preside vuole parlarne con lei e con il ragazzo.”
Mentre seguiva l’insegnante lungo il corridoio, Mena ripensò a com’era essere madre di un adolescente. Toni non avrebbe mai fatto queste cose. Era impetuoso, sì, ma aveva trovato una sua dimensione in Anna. E, inizialmente, in lei. Ricordò le sessioni di solletico sul divano. Sentì una sensazione familiare risalirle tra le gambe. Scacciò subito il ricordo. Non era il caso di bagnarsi a scuola.
Mena sospirò corrucciata, ma dentro di sé ridacchiò. Video hard. Quasi immaginava lo sguardo orripilato della professoressa mentre scopriva Alessio col pisellotto in mano. Alessio aveva fatto bene a far chiamare lei. Teodora, bigotta fino al midollo, lo avrebbe seppellito vivo.
Entrarono nell’ufficio del preside. L’uomo era in piedi dietro la scrivania, cinquant’anni passati, barbetta, occhi scuri, pochi capelli ai bordi della nuca. Appena vide Mena si illuminò, lo sguardo che le scivolava sul seno.
“Signora Mena… che piacere conoscerla di persona. A saperlo che Alessio aveva una zia così affascinante… l’avrei convocata ad ogni colloquio!”
Mena lo guardò dritto negli occhi, la voce calorosa. “La ringrazio, ma ho già fatto infiniti colloqui per mio figlio Toni fino ai diciotto anni! Preferisco passare il tempo libero con mio marito.”
“Ma certo, certo… si accomodi, prego.” Il preside indicò la sedia con un gesto ampio, gli occhi che indugiavano sul suo corpo mentre lei si sedeva composta.
“Sa, in questi casi è sempre meglio parlarne con calma, tra adulti.”
Mena sorrise appena, cortese; non disse nulla.
Lui si schiarì la gola, cercando di fare il severo, ma la voce gli uscì untuosa. “Suo nipote è stato sorpreso a visionare materiale pornografico esplicito. Questo è un istituto serio, non possiamo tollerare certi comportamenti. Però… capisco che sia una situazione delicata. Magari possiamo risolverla in privato, senza coinvolgere troppo la famiglia. Io e lei...” Lo sguardo gli scese di nuovo sul suo seno mentre appoggiava la mano sul proprio mento, riflessivo, mostrando il polso.
Mena sentì un brivido freddo risalirle lungo la schiena.
Incredibile Era lui. Lo stesso orologio.
Il prof!
Nella chat era potente, vizioso, un intellettuale che dominava studentesse e madri. Qui era solo un uomo di cinquant’anni con la voce che tremava. A volte la realtà non è divertente come la fantasia.
Con uno sforzo di volontà titanico, restò seria. “Preside, mio nipote ha quattordici anni. Tutti i ragazzi guardano porno. Lei no?”
L’uomo arrossì violentemente.
“Io… be’, non è questo il punto. Ci sono delle regole. Signora Mena, lei è una donna intelligente, matura… mi piacerebbe discuterne con più tranquillità?”
Mena accavallò l’altra gamba, lenta, lo sguardo fermo.
“La ringrazio per l’offerta, ma non è necessario. Le dirò cosa faremo. Non racconteremo niente a mia sorella. Lei è molto religiosa, lo sappiamo entrambi. E versa un sacco di soldi a questa scuola ogni anno, tra offerte, feste, donazioni. Non le conviene che sappia che suo figlio guarda porno nel laboratorio di informatica, vero? Perché se sapesse che questa scuola non tiene d’occhio suo figlio a dovere potrebbe decidere di cambiare scuola. E azzerare le sue donazioni. E noi non vogliamo questo, giusto?”
Il preside impallidì.
“Ovviamente, caro preside, questo episodio non si ripeterà più, parlerò io col ragazzo. Era per questo che ci aveva convocato o sbaglio?”
Il preside/prof. aprì la bocca, la richiuse e annuì, imbarazzato.
“Io… naturalmente… per il bene del ragazzo…”
“Perfetto” tagliò corto Mena, la voce dolce ma definitiva. “Allora siamo d’accordo. Tutto risolto, vero?”
Il preside annuì, lo sguardo che l’aveva radiografata prima, ormai serio.
“Mi hai sottovalutata, caro prof.”, pensò Mena. “Non sono Bianca.”
Prese Alessio per un braccio. “Andiamo, tesoro. La zia ti porta a casa.”
Uscirono dall’ufficio. Nel corridoio, mentre si dirigevano all’uscita, Mena pensò alla chat. Pensava che nella fantasia lui era potente, vizioso, un intellettuale che dominava studentesse e madri. Nella realtà era solo un uomo di cinquant’anni con la sborra sui pantaloni e la faccia da topo.
Però era simpatico, peccato non potergli raccontare l’episodio.
Mentre spingevano la porta a vetri per uscire, Mena vide distrattamente una distinta signora di mezza età, che chiamava:
“Bianca! Bianca, vieni!”
Una ragazzina con frangetta bionda, occhioni innocenti, zaino da studentessa sulle spalle, le corse incontro e l’abbracciò forte.
Mena strinse la mano di Alessio e sorrise tra sé.
La realtà era proprio meno divertente della fantasia.
Alessio
Guardava di sottecchi zia Mena guidare concentrata, le dita lunghe sul volante, i capelli castani spettinati che le ricadevano sulla spalla. Sembrava ancora arrabbiata, gli occhi verdi lucidi. Lui sentiva il cuore battere troppo forte.
Non parlava. Lei lo aveva salvato. A casa con mamma sarebbe stato l’inferno.
Alessio deglutì. Doveva dirglielo. Tutto.
“Zia…” la voce gli uscì bassa, rotta. “Io… io non ce la faccio più a stare in quella casa.”
Mena non rispose subito. Lui continuò, le parole che uscivano a fiotti.
“È sempre tutto sbagliato. Mamma controlla ogni cosa. Il telefono, il computer, i libri. Dice che sono già corrotto. Ho paura di lei, zia. Paura vera. E poi…” Si fermò di colpo. Le parole gli morirono in gola. Non poteva dirle che Luca era scomparso da giorni. Non poteva farla preoccupare di più.
Mena rallentò, mise la freccia e accostò di colpo. Il motore si spense. Si girò verso di lui, gli occhi verdi adesso duri, arrabbiati.
“Alessio, basta.” La voce di lei era tagliente, bassa. “Prima di tutto, quello che hai fatto oggi a scuola è una cosa gravissima. Guardare porno in sala pc, davanti a tutti? Sei impazzito? Ti rendi conto del rischio che hai corso? Io ti ho difeso, ma adesso basta. Giuramelo. Adesso. Giurami che non lo farai mai più. Mai più, Alessio. Guardami negli occhi e giura.”
Lui alzò lo sguardo, le lacrime già agli occhi. La voce di zia Mena era dura, ma lui sentiva che era arrabbiata perché gli voleva bene, perché aveva paura per lui. Annuì piano, la gola stretta.
“Lo giuro, zia. Non lo farò più. Mai più. Te lo giuro su… su tutto.”
Mena lo fissò ancora un secondo, poi sospirò, la rabbia che si scioglieva un po’. Ma la voce restò ferma.
“Sei giovane, Alessio. Hai quattordici anni. Tua madre ti vuole bene, anche se lo dimostra male. Devi rispettarla. È lei che ti ha cresciuto. Non puoi parlare così di lei. Punto.”
Le lacrime gli scesero sulle guance. Scosse la testa, disperato.
“Ma io sono disperato, zia! Non ce la faccio più! Ogni giorno è una guerra. Non respiro. Ti prego… ti prego, portami a casa con te. Voglio stare di nuovo nella tua camera. Voglio passare del tempo con te. Solo tu mi capisci. Solo tu non mi giudichi. Ti prego. Non voglio tornare là stasera. Non voglio.”
La voce gli si ruppe del tutto. Singhiozzava piano, le spalle che tremavano. Voleva solo lei, il suo odore, la sua voce.
Mena lo guardò a lungo. Poi, lentamente, sorrise. Un sorriso caldo, stanco, ma deciso. Allungò una mano e gli asciugò una lacrima con il pollice.
“Va bene, tesoro. Ho un’idea. Tu assecondami.” E ripartì.
Toni
Spinse l’ultimo paletto nel terreno duro del giardino dietro casa. Il legno scricchiolò e si infilò dritto. Si tirò su e sospirò soddisfatto.
Gli piaceva rendersi utile. Solo quella cretina di Anna riusciva a guastargli la giornata.
“Toni! Vieni un attimo in cucina, tesoro di zia!” La voce di zia Teodora arrivò dalla finestra aperta, brusca come sempre.
Entrò. La zia stava seduta al tavolo con un pacchetto rettangolare davanti. Gli si illuminarono gli occhi.
“Zia! Che c’è?” disse.
“Sei stato gentilissimo a fare tutti questi lavori per me,” disse lei. “Voglio premiarti. Chiudi gli occhi.”
Toni chiuse gli occhi subito.
Sentì la carta che si strappava. Poi un peso freddo e liscio tra le mani.
“Apri.”
Toni aprì gli occhi. Rimase fermo un secondo. La bocca spalancata. Era un iPhone, l’ultimo modello.
“Zia… ma è vero? Per me? Non dovevi. Costa una marea di soldi!”
Non ci pensò due volte. Si avvicinò di slancio, le buttò le braccia al collo e la strinse forte. La sollevò quasi dalla sedia per un secondo. Le diede due baci rumorosi sulla guancia, uno per parte.
“Grazie grazie grazie! Sei la zia più forte del mondo!” Le dava baci su baci, sulla guancia, sulla tempia, sulla fronte. Rideva forte. Il corpo si muoveva da solo. La teneva stretta, le mani grandi che le passavano sulla schiena su e giù. Non pensava a niente. Solo contento. Espansivo. Sincero.
Teodora ricambiò l’abbraccio. Le braccia intorno alla sua vita. Il viso premuto contro la spalla. Toni sentì il respiro di lei caldo sulla pelle, un po’ più lento del solito. Non ci badò. Era zia. Era fatta così. A volte stava zitta e lo stringeva tanto. Lui invece parlava senza fermarsi.
“Ci metto subito la cover verde militare che ho visto su internet! Zia, ti voglio bene da morire, lo sai? Sei la migliore!”
Lei gli mise una mano sulla nuca e lo tenne lì un secondo di più. Poi disse piano, vicinissima all’orecchio: “Chiudi gli occhi un altro momento, tesoro. C’è ancora una cosina”.
Toni rise. Chiuse gli occhi di nuovo. La faccia gli faceva male per quanto sorrideva. Sentì la mano di zia Teodora scivolare lenta nella tasca anteriore dei pantaloni da lavoro. Le dita entrarono piano, sfiorarono la coscia attraverso la stoffa, si fermarono in fondo alla tasca e premettero un attimo di più. Rimase così una decina di secondi. Poi sentì che gli infilava qualcosa in tasca. La cover verde militare.
Arrossì di colpo. Un formicolio familiare gli salì dal collo fino alle orecchie. La solita zia, religiosa e goffamente espansiva. Era solo il suo modo di essere affettuosa. Un po’ goffa. Un po’ vecchia maniera.
Aprì gli occhi. Vide la cover. La strinse di nuovo forte. Le diede un bacio sulla guancia e rise per coprire l’imbarazzo. “Zia, sei matta! Mi vizi così!”
Teodora sorrise e lo abbracciò ancora.
“Ti voglio bene zia, ti voglio bene un sacco! Quando finisco l’orto ti faccio vedere come crescono le piante, e poi usiamo il telefono nuovo per fare le foto insieme, eh?”
Parlava a raffica. La strinse ancora. La faccia contro la sua spalla, il profumo di sapone e bucato gli riempiva il naso.
Teodora gli accarezzò i capelli, lenta. Mormorò qualcosa. Lui non ci fece troppo caso. Era troppo felice.
Poi il campanello suonò.
Toni si staccò di colpo dall’abbraccio. Aveva ancora il sorriso stampato in faccia. Stringeva forte l’iPhone nuovo in mano.
“Chi è?” chiese ad alta voce. Si girò di scatto verso la porta della cucina.
Teodora andò ad aprire.
Sulla soglia c’erano zia Mena e Alessio.
“Mà!” disse Toni.
Toni alzò la mano con l’iPhone, lo tese verso Mena come se fosse un trofeo. “Mà! Guarda cosa mi ha regalato la zia!” disse.
Mena sorrise, gli occhi verdi che brillavano. “Tesoro di mamma, è bellissimo! Grazie Teddy!” rispose, e gli scompigliò i capelli con la mano calda.
“Che ci fate voi due qui?” chiese Teodora, come se non avesse sentito.
Mena parlò tranquilla. Disse che Alessio stava male a scuola. Sudava freddo. I bidelli lo avevano mandato a casa. Lei passava di lì per caso e lo aveva riportato.
Teodora rispose burbera, irritata. La voce bassa ma tagliente. “E non mi avete chiamata? Tipico. I bidelli sono tutti incompetenti, non sanno fare niente”.
“Senti, Teddy,” disse Mena, la voce morbida, affabile. “Ho pensato una cosa bella. Don Marco organizza un’iniziativa per i ragazzi del quartiere e penso che parteciperò.”
Teodora fece una risata secca. “Un’iniziativa benefica. Con Don Marco… Non c’era un prete migliore?”
“È un’iniziativa di beneficenza vera, Teodora,” disse Mena. “Pregano. Aiutano. Stanno insieme.”
“Sarà…” disse Teodora. Sogghignò.
“Non è finita,” continuò Mena. “Alessio mi ha chiesto se poteva venire da me per qualche giorno. Così non perde la scuola e fa questa cosa con me e Don Marco. Non hai nulla in contrario, vero? Si tratta pur sempre di un’iniziativa religiosa.”
Teodora rimase in silenzio per lunghi secondi, il volto una maschera di pietra.
“Se c’è Dio di mezzo,” disse alla fine, “va bene. Che devo dirti? Mi fa piacere vedere che finalmente sei diventata una donna di chiesa… C’è voluto don Marco?”
Don Marco.
Sempre lui.
Toni sentì la gelosia stringergli la gola.
La mamma passava troppo tempo con quel prete. Sempre. Voleva dire qualcosa. Voleva dire “Mamma, perché sempre con il don?”.
Ma non lo disse. Rimase lì, silenzioso.
Gli occhi fissi su zia Teodora che diventava sempre più irritata, burbera, mentre Mena continuava a parlare calma, sorridente.
Zia Teodora aveva ragione. Bisognava diffidare di quel prete. Ma subito dopo arrivò il senso di colpa, pesante, che gli schiacciava il petto.
Si vergognava. Si vergognava di sembrare un bambino petulante, geloso di un prete verso la propria mamma. Era una cosa ridicola, sbagliata, da ragazzino viziato che non vuole dividere nulla. La mamma era buona, andava in chiesa, faceva beneficenza, aiutava la gente. Lui non doveva pensare così. Eppure non riusciva a fermarsi. Io sono suo figlio, pensò. Non voleva dividerla con nessuno, nemmeno con Dio o con quel prete.
L’iPhone nuovo gli pesava in mano; la gioia di prima era rovinata e la gelosia restava lì, bruciante, ostinata.
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