Morbosa Corrispondenza – Capitolo 22

di
genere
incesti

Lia
Un tepore viscoso le si aggrappava alla pelle, un residuo appiccicoso sul seno. Lia dischiuse gli occhi piano, il cuore che le rimbombava nel petto nel silenzio ovattato della stanza, mentre il ricordo della sera prima le affiorava con una nitidezza che le mozzava il fiato: le sue dita sul corpo atletico di Sergio, il massaggio partito con innocenza, per sciogliere la rigidità nelle sue spalle e poi scivolato in un’intimità proibita.
In un istante di cedimento aveva premuto i seni contro l’erezione del padre. I capezzoli le si erano inturgiditi al contatto, un brivido elettrico che le aveva percorso la pelle mentre si muoveva su di lui, fino a quando il suo seme bollente non le aveva inondato il petto.
Il cuore le martellava e sotto la vergogna covava un’eccitazione confusa, un istinto radicato e selvaggio che le sembrava fluire dal sangue condiviso con lui.
“Cosa ho fatto?” bisbigliò a sé stessa, la voce tremula, portandosi una mano alla bocca. Si alzò dal letto con le gambe molli, un senso di smarrimento che la avvolgeva, rendendola vulnerabile come la ragazza ingenua e innocente che era sempre stata, estranea ai vizi che aveva scorto nel padre.
In casa non si sentiva nulla. Nessun rumore.

Toni
La sera era diventata un momento di puro nervosismo.
Sdraiato sul letto, con la luce del telefono che gli illuminava il viso, Toni inseguiva la sua ossessione senza mai afferrarla davvero.
Nella vita reale si sarebbe vergognato del suo pseudonimo, “Bimbo Grande”, ma lì dentro gli sembrava l’unico nome possibile per ciò che cercava. Scorreva chat su chat. Ora aveva i soldi della zia in tasca, poteva pagare chat private, premium, tutto quello che voleva. Comunque, non cambiava niente.
La prima fu “MammaDolce69”. Foto di profilo: donna mora sui cinquanta, tette rifatte, rossetto rosso.
Non male. Pagò subito per la chat privata. “Ciao piccolo mio. La mamma è qui per te stasera.”
Toni sentì un calore familiare salirgli dal petto. “Mi sento solo, mamma.” “Oh tesoro… la mamma sa.
Dimmi cosa ti pesa sul cuore.
Raccontami tutto, piano piano.”
Lei aspettò.
Gli mandò un cuore, poi un altro.
Si accarezzò il petto,
“Mi manca quando mi accarezzavi i capelli da piccolo. Vorrei che lo facessi ancora.” “La mamma te li accarezza adesso, amore. Chiudi gli occhi. Senti le dita che ti sfiorano la fronte, scendono sulle tempie. Ti va bene così?”
Era dolce, paziente. Toni quasi ci credette. Quasi.
“E poi… vorrei che mi stringessi. Che mi dicessi che sono il tuo bambino e che non mi lasci mai.” “Ma certo, tesoro. La mamma ti stringe forte contro il petto. Ti protegge da tutto. Sei al sicuro qui.”
Chiuse gli occhi un momento. Il cazzo si indurì. Eppure, dopo qualche messaggio, lei aggiunse: “Vuoi che la mamma ti faccia vedere quanto è bagnata per te?”
Il momento si ruppe di colpo. Toni riaprì gli occhi. Non era quello che voleva. Era davvero per questo che stava pagando? Per una foto di una fica in primo piano? Si sentì improvvisamente freddo, quasi aggressivo.
“Non serve, grazie. Vorrei solo che parlassi con me… come se ti importasse davvero. Non mi interessa la tua figa.”
Dall’altro lato ci fu un secondo di silenzio incredulo, poi una risatina secca. “Questa è nuova. Non mi era mai capitato. Che sei, uno di quelli…?” La interruppe, la voce bassa. “Sono uno che paga. Ti dispiace fare quello che ti chiedo?”
“Senti, tesoro, se non ti piace il mio modo di fare roleplay non è un mio problema. Ci sono un sacco di clienti che invece lo adorano. Ciao.” La seconda era “MammaProntaX”. Foto: donna sulla quarantina, capelli biondi, posa da gatta morta.
Pagò di nuovo. “Ciao bimbo. Cosa vuole la tua mammina stasera?” Il tono era piatto, meccanico, come se leggesse un copione. “Ho bisogno di te. Di sentirti vicina.” “Ok piccolo. La mamma è vicina.
Dimmi dove vuoi le mani.” “Sulle spalle. Sul petto.” “Va bene. La mamma ti culla. Ti accarezza il petto. Ti piace?” Era tutto così veloce, così ripetitivo. Nessuna pausa, nessun ascolto vero. Toni scrisse più piano, sperando di rallentarla. “Mi manca quando dormivi accanto a me. Dimmi che lo fai ancora.”
“Sì, ti guardo mentre dormi. Sei bellissimo. Ora vuoi che la mamma ti tocchi più in basso?” Di nuovo. Sentì la gola stringersi. “No. Dimmi solo che sono importante.” “Dai, non fare il difficile. Il tempo scorre.”
Il nervosismo gli saliva dal petto. Scrisse senza pensare: “Sei solo una baldracca svogliata!” Chat chiusa all’istante.
Rimase fermo, il respiro corto. Colpa sua, pensò. Troppo brusco.
Vide un’ultima utente online: “RealMommy”. Capelli castani raccolti, sorriso tranquillo, niente pose. Sembrava una persona normale. Pagò. “Ciao. Sei tu Bimbo Grande?” “Sì.” “Ti vedo spesso qui. Irrequieto?” Toni esitò. Era la prima volta che qualcuno lo notava. “Voglio una mamma con cui stare...” Ci fu una pausa.
Lei rispose: “capisco. È difficile trovarla qui, lo so. Ma posso provarci. Dimmi di te. Cosa ti manca del rapporto con tua madre?” “Mi mancano i giochi assieme…” “Che giochi?” “Il solletico”, pensò. Ma non ebbe il coraggio di dirlo, nemmeno in chat.
Si sentiva ridicolo.
“Tutto bene, Bimbo? A che gioco pensavi?” “Non lo so...” “Va bene… Allora pensami, la mamma ti accarezza i capelli adesso.
Ti stringe. Ti dice che va tutto bene. Che sei il suo bambino e che non ti lascerà.” Toni fissò le parole. Non rispose subito.
Pensò di scrivere qualcosa di duro, di accusarla. Invece scrisse solo: “Non ci riesco… Mi sembra tutto così finto.”
Lei rispose con una notevole sincerità: “mi dispiace, piccolo. Posso darti tenerezza, posso ascoltarti. Ma qui dentro… è sempre un po’ finzione. Dopo tutto, di madre ce n’è una. Lei ti conosce davvero.”
“Grazie lo stesso.” E uscì.
Lo schermo rimase vuoto. Il cuore gli batteva forte, non di eccitazione, ma di una rabbia sorda contro sé stesso.
Aveva pagato, aveva chiesto, aveva quasi creduto. E ogni volta era tornato al punto di partenza. Colpa sua, pensò di nuovo. Troppo esigente. Troppo fragile. Troppo tutto. Chiuse gli occhi, ma il buio non portò pace.
Solo il silenzio di chi aspetta ancora. Si sentiva patetico. Pagava, scriveva cose vere, provava a spiegare.
Loro volevano il copione facile: pagamento, orgasmo, saluti. Ogni volta finiva così. Lui restava solo.
Chiuse gli occhi. Provò a richiamare una delle chat, una frase qualunque, un “bravo cucciolo”, un commento meccanico, annoiato.
Ma l’immagine non reggeva. Si impose di concentrarsi su quelle parole finte, su quel ruolo che non voleva. Invece arrivò lei, senza preavviso. Mena sul terrazzo, quella sera d’estate. L’aveva vista dalla finestra della cucina, senza farsi notare. Lei seduta sul bordo della sdraio, gambe aperte, mano tra le cosce, movimenti lenti.
Il corpo illuminato dalla luce fioca della lampada. Un fisico da urlo, curve che lui non aveva mai osato guardare così.
Si era nascosto, aveva trattenuto il respiro, e da allora aveva dedicato milioni di seghe proprio a quella scena. Si segò freneticamente. Rabbioso. Il ricordo era più forte di qualsiasi chat. Più forte di “Vieni qui piccolo, la mamma ti succhia”. Più forte di ogni “cucciolo” buttato lì per chiudere in fretta.
Venne in silenzio, sul ventre, con un gemito strozzato che sembrava più un singhiozzo. Spense il telefono.
La luce si spense con un clic secco.
Rimase al buio. Si pulì la mano con un tovagliolo. Il tessuto era freddo contro la pelle appiccicosa. Fissò il soffitto. Parole vuote, patetiche rispetto a quello che aveva visto davvero. Rispetto al corpo di Mena sul terrazzo, sudato, reale, proibito. Si sentiva respinto non solo dalla finzione, ma dalla realtà.
Eppure, continuava. Fermarsi significava ammettere che quel desiderio non si sarebbe mai realizzato.
Che nessuna chat poteva dargli ciò che voleva. Quando si segava immaginando Mena, veniva in silenzio.
Si eccitava proprio perché era impossibile. Perché era proibito. Perché non poteva averlo mai.
Dopo restava il vuoto, una mano appiccicosa, un vago senso di colpa.
La verità era semplice. Di madre ce n’è una.

Mena
Uscirono dalla chiesa affiancati e Don Marco le offrì il braccio con naturalezza, Mena lo prese senza pensarci.
Camminarono lungo il vialetto, scambiandosi frasi leggere sul tempo, sulla messa, su niente di importante.
Poi Mena sospirò.
“Ahia…” disse lui.
“Sospiri così quando c’è qualcosa.”
“Marco! Che dici,” rise lei, ma la risata uscì tesa.
“Sette confessioni in una settimana. Questa sarebbe l’ottava?”
Mena si fermò.
Guardò il vialetto di ghiaia, le punte delle scarpe.
“È che… tutti hanno qualcosa. Toni corre da una parte all’altra, ha sempre la testa indaffarata. Io invece… passo le giornate ad aspettare.” Lui non rispose subito. Continuarono a camminare, il silenzio che le dava spazio.
“Aspettare cosa?” Domandò alla fine. Mena abbassò gli occhi.
“Che si svegli mio marito. O che io capisca cosa fare nel frattempo.”
Il telefono vibrò nella borsa. Lo tirò fuori d’istinto. Due messaggi sullo schermo. Foto di cazzi. Li guardò un secondo, li cancellò senza rispondere.
Le guance le si scaldarono appena.
“Non rispondi?” Chiese lui, voce calma. “Niente di importante,” disse Mena, infilando di nuovo il telefono. Don Marco annuì piano. “Posso chiederti un favore, Mena?” “Dimmi pure, Marco.” “Sto mettendo in piedi una giornata al mare. Bambini disabili, le loro famiglie. Giochi semplici, musica, aria buona. … Normalità!”
Mena lo guardò, sorpresa.
“Pensavo che tu potresti aiutare la parrocchia in questa iniziativa,” continuò lui.
“Sai parlare con le persone. Sai far ridere i bambini.”
Lei si fermò di nuovo. Sentì il petto stringersi.
“Non so se ce la faccio.”
“Perché?”
Mena guardò lontano, verso il parcheggio.
“Mio figlio ha bisogno di me. Roberto pure. Se mi muovo… mi sembra di togliergli tempo.”
Don Marco annuì, sereno.
“Non ti sto chiedendo di scegliere tra loro e gli altri. Tuo marito è seguito, curato. Hai fatto tanto, Mena. Tanto.”
Lei deglutì.
Per un attimo vide sé stessa: le mani che sistemavano lenzuola, le ore al capezzale, le notti a controllare il monitor sul letto di Roberto. E poi le altre ore, quelle nascoste, le chat con sconosciuti che si eccitavano con lei, per lei. Fare del bene poteva aiutarla a stare meglio?
“Ci penso,” disse alla fine, la voce più bassa.
“Va bene. Qualunque cosa deciderai.”
Si salutarono con un abbraccio e un sorriso. Mena camminò verso la macchina, le chiavi che tintinnavano nella mano.
Salì, chiuse la portiera, restò ferma un attimo con le mani sul volante. Pensò che qualunque strada avrebbe preso, la famiglia sarebbe rimasta sempre al primo posto.
Per ora, bastava mettere in moto.

Lia
Si sfilò la maglietta con un gesto brusco, quasi infastidita dal contatto appiccicoso che le ricordava troppo vividamente la notte prima. Il seme secco si sbriciolò in frammenti leggeri sul pavimento; Lia li fissò, il disgusto che le stringeva lo stomaco misto a un’attrazione ipnotica che le accelerava il battito.
La buttò nella cesta senza guardarla, come se ignorarla potesse cancellare ciò che era successo. Ne prese una pulita dall’armadio, la infilò in fretta, sentendo i seni pesanti dondolare liberi per un attimo.
Si diresse al bagno, il corpo formicolante, la mente un vortice di pensieri che la lasciavano smarrita, ancora sconvolta ma con una calma fragile che cominciava a insinuarsi, come se il tempo stesse attutendo l’impatto iniziale.
Davanti allo specchio, i capelli biondi arruffati le incorniciavano il viso accaldato, gli occhi azzurri dilatati dal residuo di eccitazione repressa. Il suo corpo voluttuoso vibrava lievemente, le curve generose e invitanti che si tendevano sotto la maglietta fresca, i seni che si gonfiavano al ritmo del suo respiro spezzato, i capezzoli ancora sensibili che premevano contro il tessuto.
Suo padre non era in casa.
Lia controllò stanza per stanza, il silenzio che le pesava addosso come una coperta troppo pesante, amplificando ogni battito accelerato. Dove diavolo si era cacciato? Provò a chiamarlo, ma il telefono squillò a vuoto. Un nodo le strinse la gola; irritazione, preoccupazione, e sotto sotto qualcos’altro: era uscito davvero così, dopo quello che era successo?
Il telefono vibrò nella mano. Anna. Il nome sullo schermo le diede una fitta secca al petto, ricordi della rottura che riaffioravano come schegge. Non rispose. Non ora.
Tornò in camera di Sergio quasi per inerzia. Il letto era ancora sfatto, lenzuola aggrovigliate che conservavano l’odore del massaggio di prima. Si lasciò cadere sul materasso, notando che sul comodino il PC era acceso, lo schermo illuminato di una luce fioca.
Lo aprì con dita tremanti, quasi temendo (o sperando) di trovare qualcosa che la facesse vergognare ancora di più. Nessuna password.
“Che schifo” pensò Lia, gli occhi che si spalancavano su un video porno sospeso a metà.
Tipico di suo padre.
Eppure quel pensiero le provocò un calore traditore tra le cosce, un’umidità che la turbava, ricordandole quanto i loro istinti si somigliassero.
Incuriosita e con le dita tremanti, riavviò il video intitolato “Overprotective Daddy” con Brad Newman e Lily Larimar.
Un papà iperprotettivo. Se non era ironia questa…
“Che schifo, parte due” pensò Lia, il disgusto che le stringeva lo stomaco mentre il video procedeva. La protagonista era vestita come una cheerleader, una ragazzina, con un aspetto adolescenziale, bionda, volto angelico.
Che gusti da maschio alfa del cazzo, pensò.
Nel video, il patrigno non faceva uscire la figliastra cheerleader, furioso per quell’outfit provocante e iniziava a interrogarla sul suo fidanzato. “Dimmi la verità… ti ha preso la verginità quel ragazzo?”.
Quando la figliastra, con la voce incrinata, confessava di non essere più vergine, il patrigno esplodeva di rabbia.
“Quello stronzo ti ha messo le mani addosso? Lo faccio a pezzi, lo denuncio, gli rovino la vita.”
“Papà, ti prego… dimmi cosa posso fare. Dimmi come dimostrarti che sono ancora la tua brava bambina.”
Eh sì, cara, proprio una frase da Oscar. Che schifo, parte tre.
L’aspetto dei protagonisti catturò maggiormente la sua attenzione. Lui: un cazzo enorme, venoso, sproporzionato, che la ragazza commentava con voce tremante: “È troppo grande… non entra…” mentre provava a prenderlo in bocca. Le labbra si tendevano al massimo intorno al glande gonfio, scivolavano lente, incerte, quasi spaventate dal volume che le riempiva la gola.
Non doveva essere facile gestire un uccello di quello spessore…
La cheerleader aveva seni piccoli, quasi da adolescente – niente a che vedere con i suoi, gonfi, pesanti, che traballavano a ogni respiro. Quel confronto le accese una scintilla di orgoglio malsano.
Non si accorse nemmeno di quando le sue dita erano scivolate sotto l’elastico delle mutandine. Era già bagnata, calda, pronta. Seguiva il ritmo del video: le spinte decise di lui che aprivano la fichetta della ragazza.
Con la mano libera scivolò sotto la maglietta, afferrando una delle sue mammelle rotonde e stringendola piano, mentre il capezzolo si inturgidiva all'istante sotto il palmo caldo. Le palpò entrambe, le sollevò e le lasciò cadere, assaporando il peso, il rimbalzo invitante, l'idea perversa che lui avrebbe bramato le sue grandi tette succose, non i seni acerbi della biondina sullo schermo.
Nel video, l'attore si ritrasse all'ultimo istante, riversando sul pube liscio della figliastra tanti piccoli schizzetti di sborra, buffamente sproporzionati al quel membro imponente e molto meno abbondanti di quelli del padre, pensò Lia.
Fu abbastanza. L'orgasmo la travolse, le cosce che fremevano, il bacino che si inarcava. Gemiti rochi le sfuggirono, soffocati contro il braccio, mentre il piacere la scuoteva e i pensieri incestuosi svanivano in una calma fragile, quasi dolce.
Il sonno la reclamò poco dopo, pesante, irrequieto.
Alla fine, lo schifo (parte quattro, finale) era lei.

Anna
L'attesa le torceva lo stomaco, facendole salire un'onda di rabbiosa frustrazione. Lia non rispondeva, malgrado i suoi infiniti tentativi di chiamarla. Voleva disperatamente scusarsi per essere stata una stronza, per aver urlato durante il litigio: quella confessione sul padre Luigi forse era stata inopportuna e, in effetti, anche difficile da credere.
Dopo giorni di lacrime nascoste, Anna si sentiva finalmente pronta ad ammettere di aver esagerato; aveva fretta di chiedere scusa, di spiegare che aveva capito il suo punto di vista, che non voleva perdere quel legame.
Ma lei non gliene lasciava la possibilità, cazzo.
Entrò nel locale, il corpo snello che si faceva largo tra la folla, sentendo gli sguardi su di sé come sempre. Indossava un abito rosa aderente e corto, con scollatura profonda che le metteva in evidenza il décolleté e i fianchi snelli.
Iniziò a cantare, la voce incerta che usciva dal petto, sperando che le note calmassero il nervosismo, i palmi sudati che facevano scivolare il microfono tra le dita.

Lia
Nel sogno si sentiva molle, gommosa, il corpo appiccicoso dopo l’orgasmo di prima, una bambola di silicone usata fino all’ultimo spasmo, con il succo rappreso tra le cosce in strati viscidi e freddi che le tiravano la pelle.
Nel sogno era una bambola perfetta, un giocattolo gonfiabile con seni enormi, addirittura più di quelli reali, capezzoli sempre turgidi di plastica lucida. Stava in un armadio buio, le gambe piegate, la fessura spalancata e lucida di lubrificante profumato. Poi la porta si apriva piano e una mano maschile la afferrava, la buttava sul letto con cura possessiva e le accarezzava i seni gonfi.
“Bambolina,” sussurrava con voce bassa, metallica: “guarda quanto sei cresciuta… guarda quanto sei eccitata per papà.”
Le appoggiava il membro duro e turgido tra i seni gommosi, li stringeva forte intorno alla cappella gonfia, cominciava a muoversi piano, avanti e indietro, usando la sua carne artificiale come un canale docile e pronto all’uso.
Il sogno era così vivido che Lia sentiva il peso del cazzo scivolare tra i suoi seni, la pelle finta che si tendeva e si deformava, il pre-sperma che colava viscoso ovunque, sporcandole il collo, il mento, le labbra socchiuse in un sorriso eternamente ammiccante, da bambolina.
“Brava teppistella,” mormorava lui, accelerando, “apri la bocca per papà… fammi vedere quanto mi vuoi.”
Lei non poteva parlare, paralizzata in quel sorriso plastificato, ma nel sogno sentiva la gola contrarsi, la voglia di ingoiare, di essere scopata ovunque. Lui spingeva più forte, il cazzo che sfregava tra i seni fino a gonfiarsi, pulsare, e poi schizzava getti di sperma densissimo sul suo viso di bambola, sul petto, colando lento sul suo volto impassibile.
Il piacere dell’uomo era accompagnato da un sussurro: “Puttanella… la mia piccola puttanella… prendi tutto l’amore di papà.” Soddisfatto, l’uomo la sciacquava con acqua tiepida, le dita che entravano e uscivano bruscamente dal silicone per pulirlo a fondo, rimuovendo le tracce dell’uso.
Nel sogno, ricominciava all’infinito lo stesso ciclo: la rimetteva nell’armadio buio, al chiuso, al silenzio, sapendo che l’avrebbe tirata fuori di nuovo la prossima volta che il desiderio incestuoso lo avesse colto. La prossima volta che avesse voluto sporcare la sua “bambolina” con il proprio piacere.
E ogni volta che la luce filtrava dalla fessura dell’armadio, Lia-bambola fremeva, pronta a essere usata, pronta a essere riempita, pronta a sentire di nuovo quella voce profonda che la chiamava “bambolina” mentre la innaffiava tutta.
Fu allora che una luce vera filtrò dalla fessura della porta, e il cigolio basso e familiare la strappò di colpo dal sogno, mandando in pezzi quel loop infinito.
Poi la porta si richiuse con un clic secco e indifferente, lasciando solo una crepa sottile da cui filtrava un tenue filo di luce.
Lia avvertì il materasso che si muoveva sotto un peso vivo ed estraneo. Il respiro di Sergio sopra di lei, l’odore di eccitazione maschile che le invase le narici, il calore del suo fisico atletico che le calava addosso.
Non era più una bambola nell’armadio.
Era Lia, vera, in mutandine e maglietta stropicciata, con la vagina ancora gonfia e umida del proprio nettare e suo padre (in carne ed ossa) che si avvicinava a lei.
“Papà?”
Mormorò, gli occhi socchiusi che cercavano di mettere a fuoco nel buio. Non ottenne risposta. Sentì solo il rumore metallico della fibbia della cintura che si slacciava, poi il fruscio dei pantaloni che cadevano a terra.
Il cuore le accelerò nel petto, ma il corpo rimase immobile, pesante, come se il sonno la tenesse ancora inchiodata.
Le dita di Sergio le sfiorarono l’interno coscia, fredde contro la pelle calda. Salirono lente fino alle mutandine, scostandole e accarezzando il suo nido, ancora sensibile e umido della masturbazione di prima.
Lui non parlò. Premette un dito tra le pieghe, lo fece scivolare dentro con facilità, sentendo quanto fosse già bagnata.
Lia sussultò piano, un “Ah” strozzato che le uscì dalle labbra. La carne interna era tenera, un po’ dolorante, ma il dito entrò senza resistenza.
Era il suo ditone, grosso, così diverso dalle dita delicate con cui si toccava da piccola, quelle dita sottili, infantili, che esploravano timidamente la sua innocenza, di nascosto.
Ora era il dito di papà, rude, adulto, che la invadeva con una pressione diversa.
Quel contrasto la colpì senza mezze misure: il piacere che saliva era lo stesso, ma la vergogna era mille volte più forte, perché era il dito di papà a farla bagnare così.
Lui lo mosse dentro e fuori, costante, senza fretta, senza toccarle il clitoride. Era meccanico, quasi distaccato: non cercava di farla venire, solo di prepararla. Lia sentì il calore montarle in basso, traditore.
Il suo corpo reagiva da solo, contraendosi intorno al dito, producendo quel rumore osceno che riempiva il silenzio, suoni viscidi, il succo che colava in rivoli caldi.
Era imbarazzante sapere che lui lo sentiva, che capiva quanto fosse eccitata nonostante tutto. Il dito scivolava sempre più facilmente, le pareti interne si aprivano e si chiudevano intorno a lui, bagnandosi di più a ogni passaggio lento.
Lia si morse il labbro, combattuta: il piacere le saliva piano dalla fica, un formicolio eccitante che le faceva contrarre il basso ventre, ma allo stesso tempo la vergogna le bruciava le guance, le stringeva la gola.
“Mi sta lubrificando,” pensò, la mente che urlava contro la carne che tradiva. “Non mi vuole far godere, mi vuole solo far bagnare. E.…ci sta riuscendo.”
Il dito entrava e usciva con movimenti sempre più intensi, il suo succo che gli ricopriva la mano, e lei si sentiva sporca, persa.
Voleva che smettesse, voleva che continuasse, voleva che la trattasse esattamente come stava facendo: una bambolina da dilatare. Poi, senza preavviso, Sergio aggiunse un secondo dito.
La fica si dilatò di colpo intorno a entrambe le dita, un bruciore dolce che le strappò un gemito soffocato nel cuscino.
Due dita grosse, due dita di papà, che la aprivano di più, che la preparavano meglio, spingendo contro le pareti interne con una pressione lenta, allargandola fino a farla sentire piena.
Lia tremò, le cosce che si contraevano involontariamente, il clitoride che pulsava senza essere toccato, un altro fiotto di succo che fluiva fuori. Il piacere era più intenso ora, ma la vergogna aumentava.
Il suo succo colava abbondante, bagnando le due dita che entravano e uscivano, preparandola, il rumore bagnato che riecheggiava nella stanza.
Era umiliante, era perfetto. Lui continuò, in silenzio, come se lei fosse solo un buco da ungere.
Non la guardava in faccia, non le parlava. Voleva solo masturbarla.
Poi le dita uscirono lente, lasciandole la fica spalancata e gocciolante. Lia sentì il materasso spostarsi mentre lui si rialzava.
Nella penombra vide la sua sagoma: si toglieva la camicia, i boxer.
Intravide il cazzo, già duro, grosso, spesso, che oscillava pesante mentre si muoveva, la cappella gonfia sgusciata fuori dal prepuzio.
Le mani di Sergio le afferrarono i fianchi con forza e la girarono a pancia in giù senza delicatezza. Il viso di Lia finì premuto contro il cuscino, il naso immerso nell’odore di lavanda del detersivo, le lenzuola che si incollavano alla pelle sudata del suo petto.
Lui le abbassò le mutandine con un gesto secco, poi afferrò l’orlo della maglietta, la tirò verso l’alto senza dire una parola.
Lia non oppose resistenza: alzò le braccia in un gesto inerme, quasi automatico, lasciando che il tessuto le scivolasse via dal corpo, scoprendo gli opulenti seni che rimbalzarono liberi, la pelle ancora calda e sudata che luccicava nella penombra.
Quella posizione la fece sentire ancora più esposta: la fica aperta, il sedere inarcato contro il suo inguine. Lui si posizionò sopra di lei e il suo peso le calò addosso: la pancia premuta contro la schiena, le cosce che le aprivano le gambe.
Lia boccheggiò, il respiro corto, affannoso. Il materasso affondava sotto di loro, le forme compresse contro le lenzuola umide, i capezzoli duri che sfregavano dolorosamente contro il tessuto.
Sentì il glande vellutato premere contro l’ingresso delle sue piccole labbra. Lui spinse piano, senza fretta, ma con decisione.
La carne si aprì, dilatandosi intorno al suo cazzo con un movimento soffice. Lia gemette piano nel cuscino, le mani che stringevano le lenzuola.
Il bruciore iniziale si mescolò al piacere: era grosso, la riempiva completamente, ogni centimetro che entrava le mandava scariche lungo la schiena, le vene che pulsavano contro le pareti interne, dilatandola con spinte lente e decise, il suo peso che le rendeva il respiro corto e affannoso.
Lui iniziò a muoversi. Spinte lente e possenti.
Il bacino sbatteva contro le natiche di Lia con schiocchi bagnati, facendo schizzare fuori stille di umori vaginali.
Quando affondava fino in fondo, il suo peso la schiacciava di più contro il materasso: la pancia gli si incollava alla schiena sudata, le cosce muscolose le spalancavano le gambe, il petto le comprimeva i polmoni fino a farle uscire l’aria in sbuffi corti. Il respiro le si mozzava, ma sotto quella oppressione il piacere montava lo stesso, inarrestabile, come se avesse bisogno proprio di quel peso paterno per sentirsi piena, posseduta.
Sentiva il cazzo pulsare dentro di lei, grosso e venoso, le vene rigonfie che sfregavano contro le pareti interne già sensibili, spandendo scariche su per la spina dorsale.
Il suo succo colava abbondante, mescolandosi al pre-eiaculato di lui in un lubrificante denso, scivoloso, che rendeva ogni spinta più rapida e rumorosa della precedente, carne che si apriva e si richiudeva intorno all’asta rigida, gli umori che le bagnavano le natiche colando lenti lungo le cosce spalancate.
I suoi meravigliosi seni, morbidi globi di carne voluttuosa, erano compressi: strisciavano contro le lenzuola fradice, i capezzoli duri che sfregavano sul tessuto umido inturgidendosi ancora di più e pulsando al ritmo delle spinte, lampi di piacere estenuante.
Nessuno dei due parlava. Solo il respiro del padre che le entrava nell’orecchio mentre i loro corpi sbattevano l’uno contro l’altro, schiaffi umidi di carne bagnata.
Lia si concentrò solo sulle sensazioni: il clitoride gonfio che sfregava contro il tessuto ruvido, il calore che le saliva dal basso ventre, i muscoli interni che si contraevano intorno al cazzo senza che lei potesse fermarli, stringendolo, spremendolo, succhiandolo, una fica affamata che non ne aveva mai abbastanza.
Era fradicia, colava da morire, e lo sapeva.
Il pensiero la colpì come una scarica elettrica: “Ma che sto facendo?”, pensò. Gli istinti selvaggi che aveva scoperto la sera prima si stavano risvegliando, più forti, più sporchi. Lui le afferrò i fianchi con forza, le dita callose che affondavano nella carne morbida fino a lasciare segni rossi, e Lia godette di quel dolore improvviso.
Le spinte si fecero più veloci, più dure, il letto che cigolava sotto di loro come se stesse per cedere.
Lia sentiva il cazzo gonfiarsi ancora di più dentro, premere contro punti sensibili che le facevano tremare le gambe, la cappella che sbatteva ripetutamente contro la cervice provocandole un dolore inebriante.
Sentiva le pareti interne contrarsi, un ritmo primordiale che non dipendeva più dalla sua volontà, amplificando il piacere fino a farle lacrimare gli occhi.
Lei contraeva i muscoli interni stringendolo con una morsa che lo invitava a spingere forte, più forte.
Suo padre lo percepì.
Il suo respiro si fece più rauco, spezzato, un grugnito basso gli uscì dalla gola mentre sentiva il dolce canale della figlia stringerlo avidamente.
Rompendo il silenzio per la prima volta dall’inizio del loro amplesso febbrile, le sussurrò: “Brava...” contro il collo sudato di lei, mandandole brividi lungo la schiena e affondò un’ultima volta, sepolto fino alle palle nel suo calore avvolgente.
E venne, riversando dentro di lei un’esplosione di sborra rovente. Il primo fiotto esplose, torrido come carne fusa, un getto pulsante che colpì la cervice facendola sobbalzare sotto di lui.
Poi un secondo, un terzo, getti potenti e ritmici che la riempirono a fondo, il seme bollente che si accumulava, premeva contro le pareti già dilatate, traboccava intorno al cazzo ancora sepolto dentro sua figlia.
Lia sentì tutto: il membro che si contraeva dentro di lei, il liquido denso che schizzava e si spandeva, colando fuori in residui appiccicosi che le bagnavano le grandi labbra, il culo, il materasso. Era tanto, troppo liquido.
Tremò sotto il suo peso, le cosce che si contraevano, un orgasmo silenzioso e devastante che risalì in una scarica elettrica.
Era stremata dall’amplesso.
Il respiro le si bloccò in gola mentre un ennesimo fiotto del suo succo schizzava fuori intorno al cazzo ancora piantato dentro, mescolandosi al seme in un lago incestuoso.
Rimase immobile sotto il peso del padre. Il cazzo ancora semi-eretto le sfregava tra le labbra gonfie, viscido di tutto quello che avevano prodotto insieme.
Lei respirava a fatica, il viso pressato nel cuscino, il corpo esausto ma ancora percorso da tremiti leggeri.
Lia aprì gli occhi a fatica, la voce debole, spezzata: “Hai finito?” Lui non rispose subito.
Si ritrasse a metà, poi spinse di nuovo dentro con lentezza, le palle che sbattevano contro le sue labbra umide.
Sentì il suo petto ruvido premere di nuovo contro la schiena arcuata, il respiro regolare e tiepido sul collo, l’odore di sudore e sesso che le riempiva le narici.
Lia strinse il cuscino mentre si preparava nuovamente ad accoglierlo. Era ancora dentro di lei, la fica che lo avvolgeva calda e stretta, piena del primo carico di seme che le colava fuori. Le palle sbatterono contro le sue labbra umide.
Il rumore bagnato riempì di nuovo la stanza, carne contro carne. “Non ancora…” Le sussurrò lui all’orecchio.
Il cazzo sembrò gonfiarsi ancora e Lia afferrò il cuscino con più forza, le dita che affondavano nel tessuto.
Lui accelerò, le spinte più veloci e dure. Il letto cigolava, il rumore umido dei loro corpi che si scontravano riempiva la stanza.
Lia sentiva il suo inguine premere contro le natiche, i testicoli che sbattevano ritmicamente, coperti di seme e succo.
Lui continuò a pompare con quel maledetto ritmo brutale e lento che le faceva contrarre le pareti vaginali in spasmi disperati per trattenerlo dentro, un’invasione cruda che la faceva sentire spalancata, divisa in due.
Il suo peso le comprimeva i polmoni e l’inspirazione forzata le faceva sentire le costole premute contro il materasso, creando una pressione sorda e costante che le faceva pulsare le tempie e le faceva venire un formicolio elettrico lungo la spina dorsale.
Poi, con un mormorio ruvido, Sergio spostò una mano dal fianco della figlia. Le dita callose, ancora umide di sudore e dei loro fluidi, scivolarono sotto le forme di lei, afferrando uno dei suoi seni gonfi, turgidi.
La pelle diafana del seno era calda e tesa, l’areola larga e scura già raggrinzita, il capezzolo un’amarena grossa e dura.
Quando le dita lo strinsero con forza, affondando nella carne morbida e piena fino a farla debordare tra le nocche, Lia trasalì per quella morsa calda e ruvida che le comprimeva il seno intero, la pelle che si tendeva dolorosamente sotto la pressione.
Sergio lo strinse più forte, le dita che affondavano fino a lasciare segni rossi sulla pelle pallida e sensibile, il seno che si muoveva sotto la presa, schiacciato contro il palmo calloso, una torsione lenta e crudele che le mandava fitte lancinanti di dolore acuto misto a piacere sconvolgente, facendole contrarre la fica intorno al cazzo in un unico circuito di piacere-dolore.
Ormai era chiaro, stava usando sua figlia come un buco soffice e accogliente da scopare. E quel pensiero traditore la faceva eccitare ancora di più.
“S-s-spingi...” le sfuggì in un sussurro roco e frammentato, la voce disintegrata dal piacere infernale che le torceva le viscere, mentre le labbra tremavano e l'orgasmo montava inesorabile.
Sergio rispose con un grugnito soddisfatto, torcendo quel capezzolo eretto un’ultima volta in una morsa crudele che le strappò un urlo strozzato di agonia ed estasi.
Poi lo rilasciò con uno schiocco brutale, un gesto che innescò in Lia un umiliante orgasmo che le squassò il corpo in convulsioni, facendola arcuare come un manichino con i fili rotti.
Il seno liberato rimbalzò con voluttuosa arroganza, ondeggiando, la pelle arrossata e marchiata dalle impronte violacee delle dita del padre.
In quell’istante, Sergio affondò il suo cazzo con una spinta feroce, seppellendolo fino alle palle strappandole un gemito di resa totale.
Poi esplose con un ruggito bestiale, riversando nuovamente tutta la sua sborra dentro la figlia.
“Godo, Lia!” Il membro pulsò con furia selvaggia, eiaculando un fiume di sborra bollente e densa contro le pareti vaginali.
Lia lo avvertì accumularsi, sovrapponendosi alla sborra di prima e colando giù per le cosce tremanti in rivoli lenti. Lui rimase immobile per un istante eterno, il respiro affannoso.
Poi si ritrasse con lentezza, il cazzo che slittava fuori con un “plop” bagnato, lasciando dietro un ultimo ribelle schizzetto di seme che le sporcò l’interno coscia.
Plop.
Poi, senza dire altro, Sergio si girò dall’altra parte, addormentandosi. Lia ansimò, ancora percorsa da ondate residue di piacere devastante, dolorante, la mente in subbuglio.
La vagina le pulsava, gonfia, dolorante, spalancata dal doppio orgasmo del padre, e il seme di lui le colava fuori in fili densi.
Due volte. Due volte aveva scaricato tutto dentro di lei senza esitazione, senza scrupolo, senza nemmeno fingere di tirarsi indietro o chiederle nulla.
Una tristezza opprimente le si depositò sullo stomaco, più forte del piacere residuo che ancora le faceva contrarre i muscoli interni in deboli spasmi patetici.
Non si era fatto problemi.
Nessuno.
La prima volta poteva essere impulsiva, animalesca, ma la seconda… la seconda era stata deliberata, egoista, schifosamente indifferente.
Aveva sentito il suo sperma già dentro di lei e invece di fermarsi, invece di chiederle “stai bene?”, invece di preoccuparsi di non rischiare troppo, aveva semplicemente continuato senza nemmeno accorgersi delle lacrime di stupore negli occhi di sua figlia.
Un contenitore da colmare fino all’orlo, finché non si fosse svuotato del tutto, finché non avesse lasciato dentro di lei tutto il suo piacere; senza ritegno, senza protezione.
Le venne da vomitare per quella consapevolezza: non contava che fosse la sua teppistella, la figlia che venerava e chiamava con vezzeggiativi affettuosi solo quando gli faceva comodo. Contava solo il suo piacere, il suo bisogno di svuotarsi per bene.
Rimase solo quella tristezza muta, umida come il seme che le colava fuori, e la consapevolezza ancora più crudele, più umiliante, che nonostante tutto l’egoismo, una parte di lei si era eccitata proprio per quello.
E questo la faceva sentire ancora più piccola, più sporca, più patetica: sapere che il suo corpo aveva tradito la sua dignità, che aveva goduto proprio dell’essere trattata come un buco.
Chiuse gli occhi, la nausea che arrivava piano, portando con sé l’odore di lui, di lei, di quello che avevano fatto – un tanfo viscido di sesso familiare che le restava addosso come una seconda pelle.
Ma sotto la vergogna, sotto la nausea che saliva piano, il calore residuo pulsava ancora debole tra le gambe.
“Perché, papà?” sussurrò nel buio, la voce rotta. Lui russava. E nel silenzio che seguì, lei capì amaramente che non sempre c’è un perché alle cose del mondo.
Anna
Finì l'ultima nota, la voce che uscì pulita e potente nonostante i nervi a fior di pelle.
Il pubblico applaudì forte, come sempre, e lei scese dal palco con le gambe molli, il sudore che le colava lungo la schiena sotto l'abito rosa aderente.
Jake le si avvicinò subito, il solito sorriso viscido, il corpaccione coperto di tatuaggi, capelli rasati, l'odore di fumo e birra economica che le arrivò dritto al naso. Le mise una mano sulla spalla e disse qualcosa tipo "grande, baby, come al solito", ma Anna annuì appena, lo sguardo fisso sul telefono in mano. Pensava solo a Lia.
Si allontanò dalla folla, infilandosi in una stanzetta sul retro del locale. Si appoggiò al muro, il respiro corto mentre componeva il numero.

Lia
L’odore di disinfettante della farmacia era quasi rassicurante, stordente. Tanto meglio. Si avvicinò al banco, mani nelle tasche della felpa.
Il commesso era un ragazzo sui trentacinque, annoiato. Lia aprì la bocca, ma una cliente le sfiorò il braccio passandole accanto. Lia si voltò di scatto, fingendo di guardare gli sciroppi per la tosse. Quando la donna uscì, tornò al banco.
«Salve» sussurrò. «La pillola del giorno dopo, per cortesia.»
Lui alzò appena gli occhi dallo schermo. «Maggiorenne?»
Lia annuì, senza guardarlo.
«Non servono ricette. Trentacinque euro.»
Pagò in fretta, prese la bustina di carta e la infilò nella tasca.
Mentre tornava a casa, sentì di nuovo quel calore lento, viscoso, scendere piano lungo l’interno della coscia. Non era tanto il fastidio fisico, quanto il pensiero che le si piantò in gola: era ancora dentro di lei, una parte di lui, e lei stava andando in giro con quella roba nelle mutande.
Per fortuna viveva in una grande città, pensò. Al paese, il farmacista lo avrebbe già detto a tutti.
Il telefono vibrò.
Lia si fermò su una panchina e fissò il nome sullo schermo. Anna.
Anna
Finalmente Lia rispose, al quarto squillo.
“Pronto.” Una voce piatta, lontana.
Anna deglutì. “Lia… scusami. Scusami mille volte. Sono stata una stronza, ho urlato, ho esagerato con quella storia di mio padre. Non dovevo dirtelo così. Ho capito che avevi ragione a non crederci subito. Mi dispiace, davvero.” La voce le si incrinò un po'.
Silenzio. Poi Lia, monotona, disse solo: “Ok.”
“Mi manchi. Voglio rivederti. Possiamo parlare? Chiariamo tutto. Non voglio perderti per una cazzata.”
Altro silenzio. Poi Lia, con una risata breve e strana: “Come no. Esageravi. Mi fa piacere che tu abbia capito che mio padre… non è un porco come il tuo.”
“Non è una gara a chi ha il padre peggiore, Lia. Non è questo il punto.”
“Ah no?” La voce di Lia diventò tagliente.
“Sei ubriaca? Ti sento strana.”
“Che cazzo ti importa?” Lia rise di nuovo, secca. “Non ti importa niente di quello che penso io, vero? Una volta mi hai detto che non ci saremmo perse, nemmeno quando ci saremmo perse. Era già una questione di tempo. Lo sapevi da prima che ci lasciassimo, no? Adesso scusa, devo prendere un farmaco.”
“Che farmaco? Stai male?”
“Che palle, togliti quel palo dal culo per favore. È un anticoncezionale, e quindi? Ci siamo lasciate, ricordi?”
Anna sbottò, la voce che uscì rauca. “Sei una troia egoista, biondina del cazzo! Ti scopi chiunque ti passi vicino, senza protezioni peraltro e poi mi tratti come una rompicoglioni. Dimmi, è tuo padre che ti ha fatto bere stasera? Ti ha trascinata in qualche bar schifoso? Non seguirlo, è un alcolista del cazzo, lo sai.”
Lia rispose con la voce che tremava. “Non è vero. Mio padre ha smesso di bere da settimane. Non è come pensi.”
Anna rise, amareggiata. “Ha smesso lui e hai iniziato tu, evidentemente. Ti piace fare quella vita, eh? Bere, scopare, fingere di essere la vittima. Continua pure, sfondati di schifezze e segui tuo padre per bar. È l'unica vita decente che forse sai fare.”
Silenzio, solo il respiro affannato di Lia. Poi, strozzata: “Pensa al tuo di padre che sogna solo di scoparti… di scoparti…”
Lia scoppiò a piangere, singhiozzi forti che le spezzavano il respiro.
La linea cadde.

Anna
Rimase lì con il telefono in mano, incredula. Si asciugò le lacrime col dorso della mano, inspirò piano, espirò forte, cercando di calmarsi come sempre. Lo stomaco si allentò un po', ma il nodo in gola restava.
Jake le strinse i fianchi da dietro, facendola sobbalzare.
“Tranquilla, baby, sono io…” L’odore di sudore stantio e birra le invase le narici.
“Ti stavo cercando. Dov’eri finita?” Voce bassa, untuosa, occhi già sul décolleté.
“Stavo facendo una telefonata…”
“Se ti serve un posto tranquillo, casa mia è grande…” Anna rise piano, suono forzato.
“Immagino. Peccato sia lontana dal teatro, mi viene scomodo.” “Non sei curiosa di vederla? Ti accompagno io…”
La mano grande sfiorò il bordo della scollatura, tirando il tessuto rosa aderente, esponendole il reggiseno nero.
Anna sussultò, nausea che saliva dalla schiena.
Spostò gentilmente la mano.
“Non è il caso, Jake.”
“Dai…” Sussurrò, prendendole il polso e cercando di portarglielo sul pacco. Anna vide il rigonfiamento sotto la tuta sporca.
Nausea forte. Lui le baciò il collo, strusciandosi.
“Lo so che lo vuoi…”
“Jake… Sono fidanzata…”
“Si, quando ti conviene! Ma se non ci stai mai con quel coglione…”
Anna pensò: "Toni è mille volte più uomo di te, maiale", ma rimase paralizzata.
Considerò di lasciarlo fare, magari finiva presto. Vide con orrore la mano entrare nella scollatura, afferrarle un seno. Sussultò, un gemito di disgusto. “Ah no? Lo sai che solo io posso farti avere successo.
Che sarà mai trasgredire un paio d’ore?”
Forse aveva ragione.
Forse si meritava solo questo, per come aveva trattato Lia. Due lacrime le colarono dagli occhi. Accettando la sua punizione, decise di non opporre resistenza e consegnarsi al peggior carnefice, un imbecille che biascicava di trasgressione.
“Anna! Santa Barbara, dove sei?” Pippo irruppe, snello e affaccendato.
Jake dovette mollare.
Borbottò solo: “pensaci”, occhi ancora sul décolleté, e se ne andò lasciando quel tanfo appiccicoso.
Anna rimase lì, respiro corto.
Pensò: come no. “Tesoro, sembri un fantasma! Cos’è successo?”
Si lasciò abbracciare, il petto di Pippo contro il suo, l’odore di colonia dolce che la calmò un po'. “Niente, solo Jake che ci ha provato di nuovo.”
Pippo si staccò, occhi spalancati.
“Per la barba di zia Peppina, quel porco! Non cedere, è troppo schifoso!” Anna rise piano, il corpo che si rilassava.
“Già, mi ha chiesto di andare a casa sua.”
Pippo fece il verso del maiale: “Oink oink, figa sei proprio una baldracca, vieni qui oink oink!”
Anna scoppiò a ridere, lacrime liberatorie stavolta, petto che tremava. Ridendo insieme si abbracciarono di nuovo.
“Dai, usciamo, prendiamo una boccata d’aria. Dall’odore sembra esserci stata una monta suina!” Fuori, Pippo accese una sigaretta, Anna guardò le stelle.
“Dimmi, Pippo. Quando hai capito di essere gay?” “A sedici anni. Ho capito che mi piaceva il cazzo, punto e basta.”
Risero ancora.
“A diciotto ho detto tutto ai miei. Grave errore. Mi hanno cacciato. Ho vissuto per strada settimane. Per dieci anni non mi hanno rivolto parola. Sono morti col rancore dentro.”
Anna sentì un nodo in gola.
“Mi dispiace.”
“Non vivere nel rancore, Annina. Ti divora. Vai avanti. Chi mi ama mi segua!”
Anna lo abbracciò stretto.
Dopo un pianto liberatorio vuotò il sacco: Toni che la maltrattava, Lia, il padre Luigi coi suoi desideri proibiti, Marta che la ricattava.
Pippo ascoltò, costernato.
“E io che credevo di avere una famiglia complicata!”
“Che devo fare?”
“Pensare a te stessa, amore.”
“Chi mi ama… mi segua?” sussurrò Anna.
“Brava! E tu cosa vuoi, gnoccona?”
“Voglio diventare una cantante famosa” disse lei, sottovoce.
“Non ti sento, soldatessa gnocca!”
“Voglio diventare una cantante famosa!”
Disse lei ridendo, la voce calda.
Pippo annuì.
“E io ti aiuterò, lo giuro sul culo di Freddy Mercury. Ti starò accanto, qualunque cosa succeda.”

Marta
Si tolse lentamente il cappello e gli occhiali scuri, lasciando che la luce fioca del teatro in lontananza le illuminasse il viso.
Bene, bene; tutto estremamente interessante, pensò, mentre le unghie laccate di rosso tamburellavano piano sulla guancia paffuta.
Aveva del lavoro da fare.
La caccia al capricorno era aperta.

scritto il
2026-01-31
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