Remissivo: storia di un cornuto consapevole (EPISODIO 03)

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genere
corna

Sono PadronD, Master reale, amante della dominazione in generale ed in particolare su coppie cuckold e slaves. Sono in questo mondo fatto di dominazione ed intelletto da anni. Ultimamente ho riscoperto il gusto della scrittura applicata alla mia passione. Tutte le storie che scrivo hanno sempre qualcosa di vero, a volte lo sono nella loro interezza, sta a te capirlo.
Non cerco nulla di diverso della condivisione di fantasie, per le sessioni reali utilizzo altri metodi e canali.
Mi fa piacere se esprimerai la tua opinione a fine lettura o se vorrai contattarmi per quel che vuoi, scrivimi a padron.d@hotmail.it
Intanto ti lascio al nuovo episodio del racconto. Buona lettura

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Sara non riusciva a smettere di pensare a quel bacio.
Ogni volta che chiudeva gli occhi lo riviveva: la pressione delle labbra di PadronD, il calore della sua mano sulla nuca, il modo in cui l’aveva tenuta ferma senza forzare. La notte successiva si toccò da sola nel letto, mentre il marito dormiva di spalle, e venne mormorando tra i denti un nome che non era il suo.
Voleva di più.
Voleva essere sua.
Ma non osava dirlo.
A casa, intanto, il suo comportamento con remissivo cambiò. Divenne secca, distante, a tratti crudele. Gli rispondeva a monosillabi. Evitava i suoi tentativi di avvicinamento. Una sera, quando lui le posò una mano sulla coscia mentre guardavano la televisione, lei la scostò con un gesto netto e disse soltanto:
«Non mi toccare.»
Remissivo abbassò lo sguardo e non insisté. Dentro di sé, però, era in estasi. Ogni rifiuto, ogni freddezza, ogni sguardo di disprezzo che lei gli rivolgeva lo eccitavano fino a farlo quasi soffocare. Sapeva che stava perdendo la moglie. E voleva perderla.
Passarono altri giorni. I messaggi tra Sara e PadronD divennero più lunghi, più intimi. Lei gli scriveva di notte, quando il marito dormiva:
«Non smetto di pensare a quando mi hai baciata.»
«Vorrei rivederti.»
«A volte immagino cose che non dovrei.»
PadronD rispondeva poco, ma con precisione. La faceva parlare. La faceva confessare. Non le diceva mai «vieni da me». Aspettava che fosse lei a fare il passo.
E un pomeriggio, mentre remissivo era fuori per lavoro e non sarebbe tornato prima di sera, Sara non resistette più.
Aprì la chat e scrisse, con le dita che tremavano leggermente:
«Lui non c’è. Torna solo stasera tardi. Se vuoi… puoi venire a casa mia.»
Poi aggiunse, quasi subito:
«Solo se vuoi. Non so cosa sto facendo. Ma voglio rivederti.»
PadronD lesse il messaggio e sorrise. Rispose dopo pochi minuti:
«Mandami l’indirizzo. Arrivo tra un’ora.»
Sara gli mandò tutto. Poi si alzò, si guardò allo specchio, si cambiò. Scelse un vestito leggero, senza reggiseno, e lasciò i capelli sciolti. Il cuore le batteva così forte che sentiva il sangue nelle orecchie.
Quando il citofono suonò, restò ferma un secondo con la mano sulla maniglia. Poi aprì.
PadronD era lì, calmo, sicuro, lo sguardo già su di lei. Entrò senza dire una parola. Chiuse la porta alle sue spalle. Sara fece un passo indietro, il respiro corto.
«Sei… sei davvero venuto», sussurrò.
Lui la guardò da capo a piedi, lento.
«Mi hai chiamato tu.»
Poi si avvicinò. Le prese il viso tra le mani e la baciò. Questa volta non ci fu esitazione. Sara si abbandonò subito, le braccia intorno al suo collo, il corpo che si premeva contro il suo. Il bacio divenne più profondo, più affamato. Le mani di PadronD scesero lungo la sua schiena, le afferrarono i fianchi, la spinsero piano contro il muro del corridoio.
Quando si staccarono per respirare, Sara aveva le labbra rosse e gli occhi lucidi.
«Mio marito… non deve sapere», mormorò, quasi in preda al panico e al desiderio insieme.
PadronD le accarezzò il collo con le dita, poi le sussurrò all’orecchio:
«Non saprà niente. Oggi sei solo mia.»
Sara chiuse gli occhi e annuì, già persa.
PadronD non le diede il tempo di riprendere fiato.
La spinse contro il muro del corridoio e le sollevò il vestito con una mano sola. Sotto non aveva mutandine. La figa era già bagnata, calda, aperta. Lui le infilò due dita dentro senza preavviso e Sara emise un gemito lungo, quasi un lamento.
«Cazzo… sei già tutta bagnata», borbottò lui, muovendo le dita con forza. « è così tanto tempo che non vieni scopata per bene, eh?»
Sara scosse la testa, le labbra che tremavano.
«Non… non parlare di lui…»
«Perché? Ti dà fastidio?» PadronD le piegò le dita e le strofinò il punto giusto. «O ti eccita sapere che mentre ti metto le dita in figa tuo marito è chissà dove a fare il coglione?»
Sara non rispose. Si limitò a spalancare le gambe e a spingere il bacino contro la sua mano. PadronD sorrise e le tolse le dita. Se le portò alla bocca e le leccò lentamente, guardandola negli occhi.
«Sai di troia già adesso.»
La prese per un polso e la trascinò verso il soggiorno. La fece chinare sul divano, la faccia contro i cuscini, il culo all’aria. Le diede uno schiaffo secco su una chiappa. Sara gemette. Un secondo schiaffo, più forte. La pelle diventò rosa.
«Tieni il culo alto», ordinò.
Sara obbedì. PadronD si abbassò la zip, tirò fuori il cazzo. Era grosso, spesso, venoso, già completamente duro. La cappella lucida. Lo strofinò sulla fessura di lei, su e giù, bagnandolo con i suoi succhi.
«Guardami», disse.
Sara girò la testa quanto poteva. Lui le mostrò il cazzo, lo tenne con una mano e lo fece rimbalzare contro la sua chiappa.
«Lo vedi quanto è grosso? Tuo marito ce l’ha così?»
Lei scosse la testa, arrossendo.
«No… il suo è… piccolissimo.»
«Lo so. Per questo sei qui con il culo in aria ad aspettare il mio.»
Si posizionò e entrò con una spinta sola, fino in fondo. Sara urlò. Non un gemito: un urlo vero. Il cazzo di PadronD le riempiva completamente, le stirava le pareti, le toccava posti che nessuno aveva mai raggiunto. Lui non le diede tempo di abituarsi. Iniziò a scoparla con colpi lunghi e profondi, tenendola ferma per i fianchi.
«Oh cazzo… oh cazzo… è troppo…» ansimava lei.
«Troppo cosa? Troppo grosso? Troppo bello?» Le diede uno schiaffo sul culo mentre continuava a pompare. «Dillo. Dillo che ti piace il cazzo di un altro.»
«Mi… mi piace…» gemette Sara, la voce rotta. «Mi piace il tuo cazzo… cazzo che è grosso… mi stai spaccando…»
PadronD accelerò. Il suono umido dei loro corpi che si scontravano riempiva il soggiorno. Sara iniziò a venire dopo pochi minuti, un orgasmo violento che la fece tremare tutta. Ma lui non si fermò. Continuò a scoparla attraverso l’orgasmo, più forte, più a fondo.
«Ancora», ringhiò. «Vieni di nuovo. Voglio vederti squirtare come una puttana.»
Le mani di Sara si aggrapparono ai cuscini. Il secondo orgasmo arrivò quasi subito, più forte del primo. Un getto caldo le uscì dalla figa, bagnò le cosce di lui, il divano, il pavimento. Sara gridò, il corpo scosso da spasmi.
«Porca puttana…» mormorò PadronD, senza rallentare. «Guarda quanta acqua mi fai. Tuo marito ti ha mai fatta squirtare così?»
«No… mai… mai così…» singhiozzò lei.
Lui la sollevò, la fece girare e la mise a cavalcioni sulle sue cosce, sempre con il cazzo dentro. Sara iniziò a muoversi da sola, salendo e scendendo, il vestito ancora raccolto in vita, le tette che rimbalzavano. PadronD le afferrò i capelli e la costrinse a guardarlo.
«Più forte. Scopami tu adesso. Mostrami quanto sei troia.»
Sara obbedì. Si alzava e si riaffondava sul suo cazzo con forza, gemendo a ogni spinta. Un altro orgasmo la colpì mentre era ancora in movimento; squirtò di nuovo, bagnandogli l’addome e le cosce. PadronD rise basso.
«Brava. Continua. Voglio vederti distrutta.»
La scopò in ogni posizione. Sul divano, per terra, contro il tavolo del soggiorno, poi la portò in camera da letto – il letto matrimoniale – e la mise a quattro zampe. La prese da dietro con colpi secchi e profondi, una mano che le stringeva la gola, l’altra che le frustava il clitoride.
«Dillo», ordinò. «Dillo che sei la mia troia.»
«Sono… sono la tua troia…» ansimava Sara, la voce strozzata. «Sono la troia di… scopami… scopami più forte…»
Lui le diede retta. Il ritmo divenne brutale. Sara venne ancora, e ancora. Ogni orgasmo era più violento del precedente; ogni volta squirtava, il materasso si inzuppava, le lenzuola diventavano un disastro. Il cazzo di PadronD rimaneva duro, venoso, lucido dei suoi succhi. Sembrava non stancarsi mai.
A un certo punto Sara non riusciva più a tenere gli occhi aperti. Il corpo le tremava senza controllo, la voce era diventata un filo di suoni incoerenti. Continuava a venire anche quando lui rallentava, come se il suo corpo non riuscisse più a smettere.
«Basta… non ce la faccio più…» riuscì a mormorare a un certo punto, quasi piangendo di piacere.
PadronD le diede un’ultima serie di spinte profonde, poi si fermò. Restò immobile dentro di lei qualche secondo, respirando pesante. Poi uscì di scatto. Il cazzo era ancora duro, lucido, pulsante. Non era venuto.
Sara era sdraiata di pancia sul letto, le gambe aperte, la figa che pulsava e stillava, il corpo scosso da piccoli spasmi. Non riusciva a parlare. Non riusciva quasi a muoversi.
PadronD si rialzò i pantaloni, sistemò la zip, raccolse il telefono dal comodino. Guardò Sara una sola volta, distesa, senza espressione.
Poi si voltò e uscì dalla stanza.
Attraversò il corridoio, aprì la porta di casa e se ne andò senza dire una parola. Senza un bacio. Senza un «a presto». Senza nemmeno voltarsi.
Sara restò lì, nuda dalla vita in giù, distrutta, il materasso bagnato sotto di lei, il corpo ancora tremante. L’unico suono nella casa era il suo respiro rotto e il ticchettio di un orologio.
Sul comodino, il telefono vibrò una sola volta.
Era un messaggio di PadronD:
«La prossima volta non ti lascio neanche la forza di chiudere le gambe.»
Sara lo lesse con gli occhi pieni di lacrime e di desiderio.
E sapeva già che avrebbe risposto «sì».

Continua.......
scritto il
2026-08-24
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