Morbosa Corrispondenza - Capitolo 26

di
genere
incesti

Anna
Dodici anni prima.
“Come stai?”
“Male” rispose Anna, senza guardare il padre. “Dormo poco. Non chiudo occhio. Ho gli incubi.”
Luigi alzò gli occhi al cielo. “Non voglio litigare ancora. Ma a quest’età è bene che inizi a dormire da sola.”
“Lasciami stare, papà…”
“Hai fatto i compiti?”
“Sì. E già so che prenderò un brutto voto.”
“Perché?”
“Perché dormo poco e non mi concentro.”
Luigi prese un quaderno dalla scrivania, lo sfogliò lentamente, poi lo rimise a posto allineandolo al bordo con due dita.
“Ci credo che prenderai un voto negativo, se scrivi in maniera così disordinata.”
Anna alzò la testa, infastidita. “È la giornata delle prediche?”
“Non serve essere perfetti” disse lui, calmo. “Basta essere disciplinati.”
La guardò dritto negli occhi.
“Devi stare attenta, Anna. La disciplina è alla base di tutto. Attenzione. Ordine. Controllo. Devi imparare a non mostrare mai niente di quello che provi, qualunque cosa accada dentro di te.”
Tacque. Luigi riprese, la voce più bassa.
“Le persone e la vita in generale diventeranno sempre più pericolose.”
“Pericolose?”
Annuì lentamente. “Una volta tua madre mi disse proprio questo. Fu una delle ultime cose che mi disse prima di…”
Anna drizzò la schiena. Per un istante il broncio scomparve.
“Cosa ti disse?”
Luigi abbassò leggermente lo sguardo.
“Mi disse di proteggerti. Che eri destinata a grandi cose.”
Anna lo fissò. “Davvero?”
“Sì” rispose lui, la voce appena incrinata. “E aveva ragione.”
Per qualche secondo Anna rimase in silenzio. Avrebbe voluto chiedere com’era stata quella frase, con che voce l’aveva detta, se sembrava triste o arrabbiata. Ma sapeva che suo padre non parlava mai di lei.
Quindi tacque.
Luigi riprese, il tono di nuovo fermo.
“Sei una ragazza forte Anna. Tua madre l’ha capito appena sei nata. Hai una grande forza di volontà. Sei determinata. E un giorno questa cosa ti condurrà molto in alto.”
Anna abbassò lo sguardo.
“Ma in questo mondo nessuno ti regalerà niente” continuò lui. “Ti invidieranno. Più arriverai in alto, più ti attaccheranno. Non dovrai mai abbassare la guardia. Mai.”
Lei lo fissò. Voleva dirgli che non le fregava niente della scuola né degli altri, che voleva solo non svegliarsi da sola nel cuore della notte.
Ma le parole le restarono incastrate in gola.
Luigi si alzò. Prese alcuni libri dagli scaffali e li mise per terra, uno sopra l’altro, con precisione.
“Erano messi male” disse. “Disordinati.”
Rimase a fissarlo, perplessa.
“Non vai a dormire finché non hai riordinato la stanza.”
Lei si chinò d’istinto. Luigi la fermò con la mano.
“Non adesso. Riordini più tardi. Ora vai a scuola. Poi studi, vai a nuoto, ti eserciti a scrivere. E solo alla fine della serata rimetti tutto a posto.”
“Perché?”
“Perché la sera rimetti ordine. Ogni sera. È un esercizio. Dormirai meglio, vedrai. Proviamo?”
Anna si sedette di nuovo. Guardò i libri per terra, poi suo padre.
Nei giorni seguenti, ogni pomeriggio tornava a casa e trovava la stanza in disordine. Libri per terra, quaderni sparsi, penne dappertutto.
Non toccava niente.
Studiava, andava a nuoto, tornava, si sedeva alla scrivania e scriveva per un’ora. Solo quando aveva finito tutto, alla sera, cominciava a rimettere a posto.
Un libro dopo l’altro.
Un quaderno dopo l’altro.
Con calma.
Funzionava. La stancava. Le dava un ritmo. E dopo qualche notte ricominciò a dormire senza svegliarsi di soprassalto.
Ma sotto quella calma ordinata, qualcosa continuava a ribollire. Un’ambizione sorda, ostinata. Qualcosa che non si lasciava mettere a tacere dalla disciplina, né dalle regole, né dalla stanchezza.
Si chiese se sua madre l’avesse davvero pensata, quella cosa delle “grandi cose”.
E mentre rimetteva l’ultimo libro al suo posto, sentì che dentro di lei c’era già una risposta.
Mai abbassare la guardia.
Mai.

Il presente.
Anna sollevò il mento.
Il ricordo si dissolse quando la voce dello speaker rimbombò nel teatro.
Mancava un'ora al suo turno e Anna abbassò lo sguardo sul proprio riflesso. Il blazer bianco era abbottonato stretto sul solo reggiseno di pizzo nero che lasciava scoperto il solco tra i seni.
I pantaloni bianchi erano decorati da piccoli motivetti neri che correvano lungo le gambe. I suoi occhi scesero sulle scarpe eleganti: décolleté bianche dal tacco sottile e affilato,
Dal palco arrivò una voce roca.
Jake.
Anna si spostò quel tanto che bastava per vederlo.
Il rapper barcollava davanti al microfono.
Aveva gli occhi lucidi, la camicia aperta sul petto e i movimenti goffi di un pachiderma.
Il pubblico rideva, lo applaudiva, lo incoraggiava.
Partì la base di “Se tornerai” degli 883.
Jake entrò con un verso di ritardo.
“Ti ricordi... quell'estate... in moto... anche se... chissenefrega...”
Anna trattenne una smorfia.
Un vero e proprio stupro musicale.
“Tentavamo... tutte... tutte quante...” gridò, accompagnando le parole con un gesto osceno.
Il pubblico scoppiò a ridere.
Jake rise con loro, poi riprese a cantare.
“Se tornerai... magari... poi... ci riprendiamo... tutto... come... una volta...”
Si interruppe a metà del ritornello.
“Questa... questa è per te... fratello.”
Indicò un punto nel buio oltre i riflettori.
“Lo so che mi stai guardando.”
Abbassò la testa.
“Mi manchi.”
Per qualche secondo nel teatro calò il silenzio.
Poi Jake riprese a stonare, ancora più fuori tempo di prima.
Osservò il pubblico.
Ridevano e lo incitavano.
Era curioso quanto la fama riuscisse a cambiare il giudizio delle persone.
Se sul palco ci fosse stato un bravo cantante sconosciuto, lo avrebbero fischiato dopo il primo minuto.
Jake, invece, poteva dimenticare le parole, stonare, ubriacarsi davanti a tutti. La sua nomea di "personaggio" lo proteggeva da tutto.
Anna sbuffò. Non vedeva l’ora che fosse il suo turno, per mostrare a tutti il suo destino.

Lia
I pesci nuotavano piano, sempre nella stessa acqua. Arrivavano fino al vetro, cambiavano direzione e ricominciavano il giro.
Cercò di immaginarseli in mare aperto.
Dopo una vita trascorsa in una vasca, sarebbero stati capaci di sopravvivere? Di trovare il cibo, di scappare da un predatore, di scegliere una direzione?
Erano pochi.
Sempre gli stessi.
Si domandò se i pesci fossero imparentati. Si riproducevano tra loro? Forse, in uno spazio così piccolo, non c'era altro modo per continuare a vivere. Forse, nessuno di loro distingueva più un estraneo da un familiare.
Ma a loro importava davvero?
“Lia?”
“Mmm?”
“Entriamo?”
La voce impaziente del padre la raggiunse alle spalle; distolse gli occhi dall’acquario del ristorante e lo seguì.
La sala era grande e quieta. Le luci cadevano basse sui tavoli, che stavano lontani l'uno dall'altro. La musica si sentiva appena. I clienti mangiavano parlando piano, ognuno badava ai fatti propri.
Quell’indifferenza rassicurò Lia.
Almeno lì dentro non c'erano occhi curiosi.
Il vestito, invece, continuava a pesarle addosso, aderiva ai fianchi, lasciava una spalla scoperta. Più volte ebbe l'impulso di tirare su la stoffa, di coprirsi almeno un poco.
Le dita arrivavano fino al bordo della scollatura, poi si fermavano.
Sapeva che non sarebbe cambiato nulla.
Si sfiorò il collo, vergognandosi.
Sergio, al contrario, sembrava a suo agio: salutò il maître con disinvoltura, si guardò intorno con evidente soddisfazione e seguì il cameriere fino al tavolo, con passo sicuro.
Li fecero accomodare in un angolo della sala.
Il cameriere scostò la sedia per Lia.
Nel sedersi sentì la stoffa tendersi sul petto e il ragazzo abbassò gli occhi.
Lia portò d'istinto una mano alla scollatura, stringendo il tessuto contro il petto mentre sentiva il calore salirle al viso.
La infastidì quello sguardo. Ristorante di lusso o no, gli istinti rimanevano gli stessi. Quando rialzò gli occhi, il cameriere si era già allontanato.
“Hai visto come ti ha guardato le tette il cameriere?”
“Non ci ho fatto caso…”
“Che segaiolo.”
“Colpa del vestito, troppo scollato…”
“Sei incantevole, stasera” disse Sergio, con voce bassa.
“Mi sento ridicola. Mi fissano tutti.”
“Perché sei una seducente teppistella.”
“Come no…”
“I signori vogliono ordinare?” intervenne il cameriere.
Sergio scelse con decisione: filetto di manzo al sangue con contorno di verdure saltate e un vino rosso corposo.
“Per te, amore?”
Lia arrossì.
“Un’insalata di mare, per me.”
Lui sorrise, soddisfatto, quando gli arrivò il cibo.
A un certo punto guardò il suo filetto, piccolo e perfettamente impiattato al centro del piatto bianco, e rise piano.
“Guarda qua. Paghi una cifra assurda e ti danno un pezzo di carne grande come un francobollo.”
“Hai insistito tanto per venire qui…”
“Ma è comunque un posto di lusso” rispose lui.
Lia annuì distrattamente.
“E allora?”
“È come per il cameriere.”
“Il cameriere di prima?”
“Mi piace frequentare posti da ricchi. Il pensiero di stare in un posto che per il novantanove per cento della gente è inarrivabile.”
“E che c’entra il cameriere guardone?”
“Come che c’entra?” rise lui.
“Papà…”
“Ti spiego. Mi piace essere invidiato, lo ammetto. Dal novantanove per cento dei pezzenti, come quel cameriere, e non solo. Guardati intorno, se non mi credi.”
Lia guardò la sala. Notò un paio di tavoli in cui uomini sposati, con la moglie al seguito, le lanciavano occhiatine. Quando se ne accorse, distolsero lo sguardo tutti.
“Ora mi capisci? Anche quell’uno per cento di ricconi ci invidia. Le donne invidiano la tua bellezza. Gli uomini mi invidiano una compagna sexy. Questo vale tutti i francobolli del mondo.”
“Smettila dai…”
Lia assaggiò poco, quasi senza assaporare. Il vino lo beveva a piccoli sorsi. Ogni tanto alzava lo sguardo su Sergio, poi lo abbassava di nuovo.
“Sai, Lia… a volte penso che la gente si complichi la vita per niente. Tutti a negarsi i piaceri, a chiamare “sbagliato” tutto ciò che dà gioia. Dobbiamo abbracciare ciò che ci fa sentire vivi. È permettere al corpo e alla mente di provare piacere senza chiedere il permesso al mondo intero. E certe sfumature di quel piacere… quelle più intense, più proibite… sono proprio le più pure.”
Fece una pausa, poi continuò, guardandola negli occhi.
“Prendi noi, per esempio. Quello che c’è tra noi. Il desiderio non chiede scusa. Il leone non chiede il permesso all’antilope di mangiarla. E noi, teppistella cara, siamo leoni. Non chiediamo il permesso. E soprattutto, non chiediamo mai scusa.”
“Lo so…” Ricordava la scena del loro ultimo amplesso. In quel momento riusciva solo a pensare al cazzo di suo padre, a come era stato dentro di lei, a come aveva pulsato e si era svuotato nella sua figa — nella figa di sua figlia.
Lui doveva aver intuito quel pensiero.
“I leoni a volte sono bruschi anche tra loro, è vero. Ma si amano lo stesso.” Le accarezzò teneramente una guancia. Lia sentì le parole entrarle dentro come qualcosa di caldo, liquido e pericoloso.
“Papà… smettila” disse lei, e le scappò una risata stridula. Per un istante fu attraversata da un pensiero curioso: possibile che quell'uomo così fiero fosse lo stesso che, appena pochi giorni prima, aveva visto distrutto da una crisi d'astinenza?
“Lo so a che stai pensando.”
“Davvero?”
“Vuoi sapere a che sto pensando io?”
“Ho paura a chiedertelo…”
“Penso che da quando ho trovato il coraggio di lasciare tua madre, non ho più niente da perdere. Voglio solo prendere. E dare.”
“Papà, che fai?”
“Ti conviene non chiamarmi così, almeno mentre ti sfioro le labbra. Potrebbero sentirci…”
“Ti prego, parla piano…” Un sorriso di plastica le spuntò sulla bocca mentre Sergio spostava le dita, percorrendo piano il mento candido.
Lia lo ascoltava, sorridendo. Non riusciva a crederci, stava sorridendo.
“E capire che ci amiamo…”
“Finora hai parlato di altro, non di amore.”
“Oh, il sesso è solo una delle sfumature più profonde dell’amore. Non è forse bello permettere al corpo di riconoscere un altro corpo — anche quando quel corpo è sangue del tuo sangue — e decidere che il piacere vale più di ogni regola?” Rispose lui, indugiando col pollice sul labbro inferiore di lei, sporcando leggermente il dito di lucidalabbra.
“Ti piace quando ti accarezzo così, vero? Ricordi la scorsa volta? Questo è il piacere.”
“Papà, dobbiamo smetterla…”
“Lascia stare le ipocrisie. Il piacere è fatto così. Devi fregartene, Lia. Davvero. Devi smettere di torturarti con quello che “dovrebbe” essere e quello che “non dovrebbe”. Il piacere non ha padri né figlie. Fregatene di quello che penserebbe la gente. Fregatene di quello che pensi tu quando non sei eccitata. Quando mi tocchi, quando ti fai toccare… in quel momento sai già la verità.”
Lia tacque, sentendo le dita del padre sulla sua bocca.
“Siamo uguali, l’ho capito ora. Non sappiamo perché lo proviamo ma dobbiamo prendercelo, vero?”
“Non…” Lia si bloccò, pensando alla prima volta che aveva baciato Anna, d’impeto. Forse lui aveva ragione, a modo suo.
“E soprattutto… è un modo per ribellarsi a chi ci ha sempre imposto cosa è giusto e cosa non lo è. Non credi che anche questo sia un modo per dirle che non siamo più sotto il suo controllo?”
Quello la divertiva, in qualche modo.
Provò a cambiare argomento.
“Pensa quando le arriverà il conto di questo posto…”
“Oh, per te non farà domande. Pur di tenerti lontana, pagherà senza far storie.”
Risero assieme.
Durante la cena Sergio fu presente come non lo era da tempo. La ascoltava. Le faceva domande. Sembrava davvero interessato a quello che lei diceva.
“Dimmi degli esami all’università” disse a un certo punto, versandole altro vino. “Come procedono?”
“Non sto facendo esami, al momento.”
“Brava, tutta papà!” rispose lui, ridendo della sua stessa battuta.
Lia non parlò della pressione che sentiva, di quanto si sentisse tagliata fuori dalla vita delle sue amiche.
Si vergognava.
Lei aveva pensato che se gli avesse dato un po’ di piacere, un po’ di sollievo, forse si sarebbe ripreso e sarebbe tornato tutto come prima.
E in parte era successo. Ma adesso non si poteva tornare indietro. Era sua figlia.
Lui era suo padre. Non c’era modo di rendere quella cosa “normale”. Non c’era modo di farla diventare solo “piacere”.
Eppure, continuava.
Avrebbe voluto urlare che non era felice.
Ma non riusciva a fermarsi.
Sergio sembrò leggerle in faccia qualcosa di quel conflitto, perché inclinò leggermente la testa e la interruppe, con voce più dolce ma ferma.
“Stai tranquilla: nemmeno io intendo fermarmi. Manda il conto del ristorante a tua madre. Andiamo a casa, adesso. Saluta i segaioli.”

Teodora
Aveva sempre tenuto per fermo che i denari non si facessero spendendoli, ma tenendoli stretti in tasca. Per questo non aveva mai cambiato la vecchia Fiat Panda che guidava da anni.
La comodità era roba da sciuponi; le bastava un mezzo che la portasse dove doveva andare, non un gingillo per la vanità.
E lei voleva arrivare allo scopo, altro non le premeva.
L’abitacolo era caldo.
L’aria condizionata non funzionava da anni e l’odore del deodorante si mescolava a quello del nipote Toni, sudore leggero e sapone, che le arrivava a ogni suo movimento.
Toni riempiva lo spazio accanto a lei: gambe lunghe piegate, spalle larghe che quasi sfioravano il finestrino, mascella che si muoveva lenta mentre guardava la strada.
Che bel ragazzo era suo nipote. Teodora scacciò il pensiero con un colpo di tosse e fissò la strada sterrata. Che pensieri inopportuni.
Gongolava comunque. L’idea era stata sua; vedeva già Don Marco accartocciato, Mena rimessa a posto, la famiglia salva.
“Sai, Toni,” disse con tono leggero, “tua madre è sempre stata esuberante. Troppo esposta al peccato, fin da ragazza. Io ho sempre cercato di stare attenta, di coprirmi. Mia sorella… sta esagerando con la confidenza a quel prete, siamo d’accordo?”
Toni si voltò. “Zia, mi sento in colpa solo a pensarlo. Che la mamma tradisca papà in coma con Don Marco… Non dovrei sospettare di lei. È mia madre.”
Teodora annuì, occhi sulla strada. Dentro sapeva che non l’avrebbe stupita: Mena era sempre stata troppo appariscente. “Hai ragione. Anche io mi fido di lei. Sono gli altri che non convincono. Don Marco ha quell’aria da filosofo... maniaco.”
Toni si rilassò. “Grazie zia. Anch’io mi fido di lei. E di te.”
Un piccolo calore le salì al petto. Che bello che è quando sorride. Guarda che braccia… forti. Si sistemò la gonna sulle cosce, improvvisamente consapevole del proprio corpo pesante sul sedile.
“Povera me. Sto sudando. Che caldo.”
“Ma dove stiamo andando, zia?”
“Devo verificare una cosa in città, però non sono certa di quello che scoprirò, quindi non posso dirti nulla, prima.”
“Dai…”
Teodora schioccò la lingua.
“Dai!” Lui le diede un buffetto sul fianco.
“Farabutto, smettila!” rise lei. Le dita di lui le sfiorarono il lato del seno. Nessuno l’aveva mai accarezzata con quella gentilezza.
Quando nominò il solletico, lui si fermò, togliendole la mano, stranamente mansueto.
“Scusa, zia…”
“Tranquillo, stavamo scherzando!” disse lei, ridendo in maniera poco convincente.
Lui sorrise e appoggiò la testa sulla sua spalla. Lei iniziò ad odorarlo senza ritegno. Ma che le prendeva? Satana la stava mettendo alla prova.
Dopo qualche chilometro Toni si mosse. “Zia, puoi fermarti un attimo? Devo fare pipì.”
Teodora accostò sulla stradina di campagna.
“Vai pure, tesoro.”
Lui scese dall’auto e si stirò. La maglietta salì, scoprendo una striscia di pelle abbronzata sulla schiena. Si diresse verso il cespuglio.
Teodora rimase seduta al posto di guida, il finestrino abbassato.
Guardava il grano che ondeggiava e un uccello che si alzava in volo. I
l silenzio era irreale.
Un sibilo netto, molto vicino, le arrivò improvviso e le preannunciò un fruscio sul prato.
Il cuore le balzò in gola.
Si irrigidì, le mani strette sul volante.
Gesù.
Sul ciglio della strada, proprio davanti al cespuglio, percepì il rumore di un corpo che strisciava.
Strinse gli occhi e la vide: una grossa vipera sembrava fissarla.
Occhi gialli e freddi, lingua biforcuta che usciva e rientrava, coda che si muoveva lenta e minacciosa.
Il sibilo si prolungò.
Teodora rimase immobile, paralizzata dalla paura.
La vipera, invece, gironzolava pigra vicino all’auto, senza smettere di guardarla.
Vade retro, satana!
Il petto le doleva.
Le mani tremavano.
Iniziò a sudare copiosamente.
Mossa da un istinto primitivo, si voltò per cercare nel cruscotto un cacciavite o qualsiasi arnese con cui difendersi. Quando si girò di nuovo, vide la vipera allontanarsi lenta verso il cespuglio dove Toni era scomparso.
Se ne stava andando.
Per fortuna.
Poi ebbe un lampo di lucidità.
Scese di scatto, sbattendo la portiera. “Toni! Attento! C’è un serpente!” gridò.
Nessuna risposta.
Corse goffamente tra la polvere secca e i sassolini affilati, il respiro corto. Dietro il cespuglio si fermò di colpo.
Toni era lì, di tre quarti contro l’albero, i pantaloni calati fino a metà coscia, mentre urinava. Teneva entrambe le mani strette davanti a sé, le dita chiuse e ferme sul pene in quel gesto intimo, il corpo leggermente inclinato in avanti, i fianchi sporgenti in quella posa naturale.
Del serpente non c’era traccia, però la povera Teodora non riuscì a distogliere lo sguardo.
Suo nipote aveva un membro ragguardevole, anche da moscio.
Grosso, pesante, spesso e lungo, un peso naturale tra le cosce. La pelle sembrava liscia e calda, le vene bluastre in rilievo lungo tutta la lunghezza.
Il prepuzio era solo leggermente retratto, abbastanza da lasciar intravedere il taglio umido da cui usciva il getto di urina, mentre il glande restava in gran parte coperto, rosa scuro e gonfio sotto la pelle tesa.
Il filo di urina cadeva tremolante, continuo. Imponente.
Rimase in trance, fissando il membro muoversi leggermente a ogni scrollata, le vene pulsare debolmente sotto la pelle, il contrasto brutale con le cosce muscolose e il sedere sodo mezzo scoperto.
Un’umidità vergognosa le fece aderire la biancheria, calda e viscida, mischiandosi al sudore che le bagnava l’interno delle cosce.
“Zia?”
La voce divertita di Toni la fece sobbalzare. Alzò gli occhi: lui si era voltato, il membro ancora in mano, con un mezzo sorriso.
“Ma che fai lì? Mi spii mentre faccio pipì?” rise senza malizia.
Lei si coprì il viso con le mani. “Scusa! Scusa, Toni! Ho visto un serpente… stavo venendo ad avvertirti! Non guardavo… cioè, non volevo… perdonami, Dio mio…”
Toni rise di cuore, imbarazzandola ancora di più. “Non ti preoccupare, dai. Siamo parenti. Non ci vedo nulla di male.”
Mentre parlava si scrollò di nuovo, lento, stringendo appena il ca.. il pene tra le dita e, facendolo dondolare una volta di più, si sistemò i pantaloni con naturalezza, infilando quel bastone dentro la stoffa.
Lo fece con una calma quasi crudele, come se non si rendesse conto (o fingesse di non rendersi conto) di quanto a lungo gli occhi della zia divorassero ogni centimetro della sua virilità prima che sparisse del tutto.
Tornarono in macchina in silenzio; Teodora ripartì, le mani tremanti sul volante.
Guidava troppo veloce, ma non le importava.
Dopo un po’, Toni chiese: “Allora, quel serpente… com’era? Non ho visto niente.”
Lei deglutì. “Era… notevole.”
Silenzio imbarazzato.
Poi Toni scoppiò a ridere. “Notevole? Zia, ma come parli! Sei proprio una donna d’altri tempi…”
Teodora arrossì fino alle radici dei capelli, stringendo il volante così forte che le dolevano le dita.
Tacque e riprese a guidare, mentre il grano scorreva dorato e indifferente fuori dal finestrino.
Vide solo di sfuggita la notifica sul telefono: un pagamento con la carta di credito da parte di Lia. Settecento euro per una cena in un ristorante di lusso.
Poco male.
Mangiasse pure tartufo bianco a colazione e manzo Kobe a merenda, l’importante era che sua figlia restasse lontana da lei.
Quando cambiò marcia al semaforo, d’istinto Toni le prese la mano. La strinse con la sua grande e calda, intrecciando le dita con delicatezza, come per rassicurarla.
“Non ti preoccupare, zia…” disse tranquillamente. “Lo spavento è passato. Non è successo nulla.”
Ma il pensiero tornò, più dolce e più colpevole di prima.
Era un bel membro… simile a quello del marito, anche se più lungo.
E subito, come per punirsi, rivide gli occhi della vipera: gialli, freddi, maligni.
Le sibilava all’orecchio con voce beffarda: “Non temere, troia. Non abbiamo finito, con te.”

Lia
La porta di casa si chiuse alle loro spalle con un suono secco.
Il brusio e le luci del ristorante si spensero rapidamente, lasciando il posto al silenzio delle stanze buie.
Sergio si tolse la giacca e la lasciò cadere su una sedia, poi si diresse verso il divano del soggiorno.
Poco dopo lo raggiunse anche lei, il viso ancora umido dal lavaggio, il tubino sostituito da una canottiera leggera e le mutandine. Lui la guardò un momento prima di parlare.
“Dai, fammi un massaggio” disse lui, spavaldo.
Lei rise, dicendo che era stanca e aveva bevuto troppo, ma lui la pregò, dicendole che altrimenti non sarebbe riuscito a dormire.
Lei sospirò e fece per infilarsi la canottiera, ma Sergio la bloccò.
“Non serve” disse.
La baciò.
Quei baci le ottundeva i sensi, facendola sprofondare in un delirio incestuoso.
Stava baciando suo padre, dopotutto. Tra un bacio e l’altro, lui si stese sul divano e lei si mise a cavalcioni, massaggiandogli il petto mentre chiacchieravano.
Resistette alla voglia di toccarsi tra le cosce e iniziò a massaggiargli i piedi con devozione.
Sbuffava, ma in realtà le piaceva: era un gesto intimo, sottomesso e premuroso nei suoi confronti.
Lui le disse di togliere le mutandine e rimasero entrambi nudi, ridendo e baciandosi.
A lui piaceva che lei fosse nuda per il contatto pelle a pelle, e gli piaceva la sensazione della sua vagina che sfregava delicatamente contro il suo corpo.
Non lo avrebbe mai ammesso, ma amava l’intimità che si creava.
A lei piaceva fare i massaggi: vedere quanto lui fosse calmo, sereno e rilassato le faceva sentire di calmarlo e confortarlo con le mani.
Lui disse che adorava quanto fossero piccole e morbide le sue mani.
A lei piaceva metterlo a suo agio in quel modo.
Palpava leggero, premeva con i pollici in cerchi lenti, salendo verso le caviglie.
Sergio si rilassava, appoggiando la testa allo schienale e chiuse gli occhi.
Lei continuò a massaggiare, ma lo sguardo le scendeva inevitabilmente.
Tra le sue gambe, nelle mutande bianche quasi trasparenti, si vedeva il contorno del suo uccello. Era grosso.
Una ramazza.
La stessa con cui l’aveva scopata altre volte.
Continuò a massaggiare, sbirciando. Il cuore le batteva forte.
Sergio se ne accorse.
Aprì gli occhi e le sorrise.
Un sorriso malizioso, lento, che le faceva venire i brividi.
Senza smettere di guardarla, infilò una mano dentro le mutande.
Si toccò il pacco, lentamente.
Il cazzo lungo si mosse, inturgidendosi sotto la stoffa bianca e la punta della cappella rosa cominciò a sbucare dall’elastico.
Era grossa. Carnosa. Gonfia.
Lia continuò a massaggiare i piedi, ma il suo sguardo rimase inchiodato lì.
Il cazzo cresceva.
La cappella era ormai completamente fuori dalle mutandine, lucida, tesa.
Sergio continuava a toccarsi piano, senza fretta, godendosi il suo sguardo.
Poi le fece cenno di fermarsi.
“Eri così emozionata anche la prima volta che lo hai visto, me lo ricordo…”
“Papà!” Lei rise, assurdamente, dandogli uno schiaffetto sull’inguine.
“Dimmi la verità…”
“Non ricordo nulla.”
“Bugiarda. Sì che lo ricordi.”
Sorrise, gli occhi glaciali le entravano dentro.
La prese per i fianchi nudi e la portò a sé, baciandola e baciando i suoi seni.
La bocca calda e umida gli premeva contro la pelle tesa, i capezzoli si indurivano al contatto della lingua, mentre lei sentiva il peso dei propri seni contro il viso del padre e il respiro di lui che le scaldava la pelle.
Ogni bacio le ottundeva ancora di più i sensi, facendola sprofondare in quel delirio incestuoso. Stava baciando suo padre, dopotutto.
“Ho imparato dal migliore, a mentire…”
Rispose lei e risero entrambi, baciandosi. Stavolta Lia non resistette e iniziò a toccarsi, sentendo la soffice peluria bionda accarezzarle le dita, fradice di umori.
“Sapevo quello che volevi e mi pento di non averti introdotta prima al piacere. Ma adesso rimediamo.”
Il cuore le martellava. E adesso?
Sergio non disse altro. Si limitò a togliere le mutande. Lei fece per abbassarsi, ma lui la fermò e le diede un altro bacio.
“Prima di baciare il cazzo è buona educazione baciare la bocca di una donna.”
Risero entrambi. Poi lui le prese la testa tra le mani e la spinse verso il suo grembo.
Lia si accucciò. Finalmente poté ammirarlo, fiero di sé, trionfante. Il cazzo di Sergio era lì, eretto, pesante, la cappella gonfia e lucida. Lo prese in mano. Le punte delle dita e il pollice si toccavano con difficoltà. Era così grande… Scivolava bene, ben irrorato dai liquidi pre-eiaculatori. Le piaceva masturbarlo mentre poteva vedere il suo corpo nudo.
“Prendilo bene in mano” disse, la voce bassa e controllata. “Tiralo un po’ su. Devi tenerlo fermo. Così, brava.”
“Adesso bacialo.”
Iniziò lentamente. Gli baciò delicatamente la base del membro. Risalì con le labbra, emozionata nel sentirlo flettersi e pulsare nella sua mano.
Baciò la punta, esitante.
Dopo una breve pausa lo baciò di nuovo, questa volta lasciando le labbra più a lungo.
La testa era calda e morbida contro la sua bocca.
La lingua le uscì quasi da sola e toccò la cappella, sondando il forellino in cima.
Sergio represse un gemito di piacere e proseguì:
“All’inizio bisogna leccarlo bene dappertutto. Sopra e attorno alla cappella… sul buchino… e sotto, sul frenulo. Attenta, Lia… lecca piano. Solletica la cappella tra gli spazi e insalivala bene, così scorre meglio in bocca.”
Lia riprese a leccarlo più lentamente, con più attenzione. Sergio le mise una mano tra i capelli, guidandola con calma. Lei obbedì, stringendo la base con la mano sinistra. Sergio continuò, paziente:
“Ora passagli la lingua bene sul frenulo… e tutto attorno alla cappella. Piano. Non avere fretta.”
Lei lo fece. La sua lingua, calda e vellutata, scorreva dove lui le indicava. Ogni tanto si fermava e alzava lo sguardo verso di lui, come in attesa di una conferma.
“Brava” mormorò. “Vai bene, Lia. Continua così. Stai imparando.”

Quelle parole le fecero qualcosa dentro. Sentì un piccolo calore nel petto, misto a eccitazione. Continuò a leccare, più concentrata.
“E ora succhialo.”
Non se lo fece ripetere.
Aprì la bocca e premette lentamente le labbra sulla cappella, facendola entrare.
Era grande, dura e tuttavia morbidissima.
La succhiò delicatamente, la lingua che la accarezzava, mentre una mano stringeva la base e l’altra accarezzava l’asta.
Tenendo gli occhi chiusi, fu ricompensata dalla sensazione unica di un pene che le scivolava sulla lingua e tra le labbra che si dilatarono al massimo per accogliere quel grosso pezzo di carne.
Era così caldo, e la pelle liscia era tesa sul fusto eretto.
Mentre prendeva il pene di suo padre in bocca per la prima volta, Lia si rese a malapena conto della portata di ciò che stava accadendo. Non stava succhiando un pene qualsiasi. No. Questa era una cosa speciale. Unica. Era il cazzo di suo padre quello che sentiva contro la lingua.
Il pensiero le attraversò la mente con una forza improvvisa. Voleva fargli vedere che sapeva essere brava per lui.
Provò a spingersi ancora più a fondo, ma i denti sfiorarono leggermente l’asta. Sergio emise un piccolo suono di fastidio e le mise una mano sulla testa, fermandola con delicatezza.
“Attenta” disse, la voce bassa ma ferma. “Concentrati sulla punta con la bocca e sul fusto con le mani. Non usare i denti.”
Lia si tirò leggermente indietro, le guance in fiamme. Sentiva un misto di vergogna ed eccitazione. Il pensiero le fece stringere lo stomaco. Si sentiva piccola. Si sentiva sbagliata. E si sentiva anche terribilmente eccitata.
“Scusa, papà…” mormorò.
Sergio le accarezzò i capelli.
“Non importa. Prova di nuovo. Piano.”
Lia annuì, imbarazzata, e riprese. Questa volta fu più cauta. Prese il cazzo con più attenzione, facendo in modo che i denti non toccassero. Sergio emise un suono di approvazione.
Continuò a succhiarlo per diversi minuti, alternando succhiate profonde a leccate più lente. Ogni tanto si tirava indietro solo per riprendere fiato, poi tornava subito giù, il cazzo sempre più duro nella sua bocca.
La sua lingua scorreva con cura, bagnando ogni parte. A tratti sembrava quasi che stesse leccando un gelato, lenta e concentrata, prima di chiudere le labbra intorno alla cappella e succhiare piano. Sergio emise un suono basso di approvazione.
“Così… esatto. Vedi che bocchini sai fare quando ti concentri?”
Le accarezzò i capelli mentre lei continuava.
Ogni tanto le dava una piccola spinta sulla nuca, facendole prendere la cappella più a fondo in bocca, poi la lasciava di nuovo libera di muoversi al suo ritmo.
Lia si era persa nel gesto. Le piaceva il modo in cui lui la guidava, le dava istruzioni precise, la correggeva senza essere crudele.
Ogni volta che le diceva “brava” o le accarezzava la nuca, sentiva il bisogno di fare meglio, di succhiarlo come voleva lui.
Sentiva il suo odore di sudore e sesso, mentre il cazzo le riempiva la bocca.
Leccandolo passò la lingua sulla cappella come lui le aveva insegnato.
Era calda e morbida.
Avvertiva assieme all’odore pungente di sesso e di sudore un odore più profondo, più intimo.
“L’odore dell’incesto”, pensò. Le fece venire i brividi. Si sentì sporca. E si sentì anche eccitata.
Sergio la guardò dall’alto, la voce più roca: “Su… fammi sentire quanto stai imparando. Muovi la lingua mentre succhi. Non solo la bocca.”
Lia obbedì. La sua lingua premeva e si muoveva sotto la cappella mentre succhiava, e Sergio gemette piano, le dita che si stringevano leggermente tra i suoi capelli. Ogni volta che scendeva sentiva la cappella premere contro il palato, poi più in fondo. Il riflesso del vomito arrivò presto. Lei si fermò, tossì leggermente, la saliva le colò dal mento sul seno nudo e prosperoso e Sergio approfittò di questo momento per appoggiarle il cazzo tra i seni, dandole piccoli colpetti ai capezzoli.
“Brava, teppistella” disse, più dolce. “Così. Stai andando bene.”
Riprese il cazzo in mano e lo accarezzò piano, sentendo le vene pulsare sotto le dita. Le piaceva stringerlo così, vedendo il corpo nudo del padre.
Poi si abbassò e poggiò la lingua proprio alla base, tra i testicoli. Cominciò a leccare con movimenti lenti e bagnati.
Il sapore era più forte qui, più muschiato. Continuò a leccare, poi prese un testicolo in bocca e lo succhiò delicatamente. Sergio emise un suono basso di approvazione e le mise una mano tra i capelli, non per forzarla, ma per accompagnarla a succhiarlo di nuovo.
Lia sentì un brivido percorrerle la schiena. Non rispose, ma riprese a succhiare, più decisa, più bagnata. Le sue guance si muovevano lentamente, e ogni tanto alzava lo sguardo verso di lui, come per assicurarsi di stare facendo bene.
Sergio la lasciava muovere da sola per un po’, poi ogni tanto riprendeva il controllo, guidandole la testa con la mano sulla nuca, facendole prendere il ritmo che voleva.
“Vedi?” mormorò dopo un po’, la voce bassa e soddisfatta. “Sapevo che avresti imparato in fretta.”
Lia sentì un piccolo brivido di eccitazione nervosa. Succhiò con più calma rispetto a prima, ma con più profondità. Ogni tanto si spingeva fino in fondo, lasciando che la cappella le premesse contro la gola, poi risaliva lentamente, leccando l’asta con la lingua. La saliva colava abbondante, scivolandole lungo il mento e gocciolando sul suo seno.
“Così…” mormorò. “Brava. Prendilo tutto.”
Lia chiuse gli occhi. Si concentrò solo sulle sensazioni: il calore del cazzo contro la lingua, la consistenza vellutata della pelle, il modo in cui le vene pulsavano. Le pareva di sentire il battito cardiaco del padre in quelle vene. Ogni volta che lo prendeva più a fondo, sentiva un brivido percorrerle la schiena. Non era più solo eccitazione. C’era qualcosa di più complesso. Un senso di resa.
Si tirò indietro per un momento, il cazzo lucido di saliva davanti al suo viso. Respirò profondamente, poi lo guardò e disse, quasi senza volerlo:
“Avevi ragione, prima.”
“Lo so. Ma all’epoca non potevamo.”
“Adesso sì?”
“Era solo una questione di tempo.”
Le parole le uscirono naturali, senza filtro.
“Ti amo, papà. E amo il tuo cazzo.”
Appena le disse, sentì il viso scaldarsi. Ma non se ne pentì.

Sergio la guardò per un secondo, poi le accarezzò le labbra con il cazzo turgido.
“Lo so” rispose semplicemente, un po’ sbruffone. “E io ti amo. E amo la tua bocca, pompinara di papà.”
“Stai andando troppo bene però” disse, la voce un po’ roca. “Se continui così, non riuscirò a trattenermi ancora per molto. Di questo passo mi farai sborrare. Vuoi assaggiarla?”
Lia rabbrividì. Quelle parole le fecero un effetto fortissimo. La pompinara di papà che ne assaggia la sborra. Provò tante emozioni: orgoglio, eccitazione, desiderio. E forse anche un pizzico di vergogna. Ma impallidiva tutto al confronto con la pura lussuria che provava.
“Mmmmh no papà ti prego non ancora…”
Lia deglutì. Sentì un nodo caldo formarsi nello stomaco. Non voleva che finisse. Non ancora.
Si abbassò di nuovo senza dire niente e riprese a succhiare, mentre lui si godeva la bocca calda della figlia.
Questa volta lo fece più lentamente, più profondamente.
Voleva prolungare il momento il più possibile. Voleva che lui rimanesse duro in bocca il più a lungo possibile.
Si abbassò di nuovo e prese il cazzo in bocca con più avidità.
Questa volta succhiò con più forza, muovendo la testa su e giù con un ritmo più deciso. Ogni tanto si spingeva fino in fondo e rimaneva lì, la gola piena, respirando dal naso.
I suoni che uscivano dalla sua bocca erano umidi e continui.
Come lui le aveva insegnato, avvolgeva l’asta con la lingua, lo prendeva tutto fino in gola fino ad avere le labbra quasi alla base, il naso vicino ai peli pubici.
Succhiava.
Faceva su e giù più velocemente, ma senza perdere la regolarità del tempo.
Sentiva la sua pelle fremere sulla schiena e il cazzo di Sergio sempre più duro.
Scossa da quella frenesia sessuale, Lia era un turbine di emozioni.
Da una parte c’era la vergogna. La consapevolezza che stava spompinando suo padre. Dall’altra parte c’era un’eccitazione crescente, una fame che non riusciva a controllare.
Voleva essere brava. Voleva fargli piacere. Voleva che lui la guardasse come la stava guardando in quel momento: con desiderio, con possesso, con approvazione.
Continuò a succhiare, più profondamente, più intenzionalmente. Come se ad ogni succhiata si illudesse di squarciare un brandello in più dell’impenetrabile mantello di lussuria dell’enigmatico padre, raggiungendo finalmente i suoi veri sentimenti per lei.
Sergio gemette forte, parecchio eccitato.
“Lia non resisto più, fai fare a me adesso amore di papà…”
Le mise entrambe le mani sulla testa e cominciò a muoverla con più decisione, scopandole la bocca con movimenti lenti ma profondi. Non era violento, ma era fermo.
Lia lo lasciò fare. Chiuse gli occhi e si perse nel ritmo. Sentiva che il suo corpo era completamente acceso: la fica fradicia, le cosce bagnate, i capezzoli duri. Eppure, non cercava di toccarsi.
Voleva solo continuare a succhiarlo.
Il grosso cazzo rimase pochi secondi completamente nella sua gola, i suoi testicoli poggiavano pesanti e caldi sul suo mento. Il suo pene la riempì completamente in un modo incredibile e le sembrava di stare in una dolce, infinita apnea e la stanza si riempì di suoni di suzione osceni: glu-glu-glu.
Dopo qualche minuto, Sergio cominciò ad ansimare più forte. Le dita si strinsero tra i suoi capelli.
“Lia…” disse, la voce roca.
Poi sentì il cambiamento e capì che stava per venire.
Sergio le tenne la testa con entrambe le mani, le dita intrecciate tra i suoi capelli mentre si svuotava dentro la bocca di sua figlia, inarcando leggermente i fianchi.
“Non ti muovere” disse, la voce roca e bassa.
Lia sentì il membro gonfiarsi all’improvviso. Il glande le si ingrossò in bocca, diventando più spesso e duro come il guscio di una noce.
Un secondo dopo, il primo schizzo le esplose in gola, denso e caldo. Poi un altro. E un altro ancora.
Continuò a pompare dentro la sua bocca mentre si svuotava, tenendole la testa con entrambe le mani mentre continuava a venire, pompando dentro di lei getto dopo getto.
Non sentiva altro sapore che quello del cazzo e questo la mandava completamente fuori di testa.
Lo sperma le riempiva la bocca, caldo, spesso, salato. Le uscì dagli angoli delle labbra e le colò sul mento e sul collo.
Lia cercò istintivamente di tirarsi indietro, ma le mani di Sergio sulla testa erano ferme.
“Tienilo in bocca” le ordinò, senza ancora allentare la presa.
“Non deglutire. Tienilo lì.”
Continuò a svuotarsi dentro di lei, lentamente, fino all’ultimo schizzo.
Quando l’orgasmo iniziò a rallentare, lui si tirò fuori lentamente e la guardò, il respiro ancora affannato.
Lei si tirò indietro lentamente. Si staccò dal suo cazzo con uno schiocco umido, ansimando, con la faccia arrossata e scivolosa di saliva. Rimase in ginocchio per qualche secondo, il respiro pesante, lo sperma che le colava dal mento sul seno.
Non riuscì a controllare bene i suoi riflessi e deglutì istintivamente, lo sperma era davvero tanto. Le colò dagli angoli delle labbra e le scese sul mento.
Continuò a succhiare piano finché Sergio non smise di tremare.
Lia rimase in ginocchio, la bocca spalancata, piena della sborra di suo padre, assaporando l’ultimo debole getto che le ricopriva la lingua: denso, salato-amaro… creava dipendenza.
Deglutì avidamente, leccandosi le labbra.
Non le dispiaceva.
Anzi, all’improvviso si pentì di averne sprecato alcuni schizzi, sparsi sulle grandi mammelle.
Finalmente poteva sfogare quella tensione.
Si passò il dorso della mano sulle labbra e sul mento, togliendo un po’ di saliva e sperma.
Restò in ginocchio ancora qualche secondo, poi lasciò cadere la mano tra le cosce.
Con le dita sfiorò appena le grandi labbra, sentendo quanto fossero gonfie e bagnate.
Rimase così per qualche momento, toccandosi piano, senza ancora entrare e accarezzandosi con entrambe le mani.
Con la sinistra aprì leggermente le grandi labbra, mentre con due dita della destra cominciò a muoversi dentro di sé.
Lo fece per qualche secondo, poi aumentò il ritmo, spingendo più a fondo e sfregando il palmo contro il clitoride, il respiro le si fece più corto.
Dopo qualche spinta decisa, il corpo le si irrigidì all’improvviso: venne tra le dita con uno scatto violento, spruzzando un piccolo getto di umori sul pavimento mentre gemeva forte, le gambe che tremavano.
“Porca miseria, teppistella…” ridacchiò Sergio, guardando il pavimento tra le sue gambe. “Sembra che tu abbia fatto un pasticcio. Hai squirtato dappertutto. Ti eccita proprio tanto succhiarlo, eh?”
Lia lo guardò, ancora in ginocchio.
“Che cosa…?”
Sergio rise piano, divertito dalla sua espressione.
“Quando una donna viene forte, a volte le esce liquido dalla fica. Squirta. Sembra piscio, ma non lo è. Il tuo è stato uno squirt da manuale.”
Lia si alzò lentamente e si sdraiò di nuovo contro di lui.
Lui la strinse subito a sé, passandole un braccio intorno, mentre con l’altra mano le accarezzava i capelli con calma.
Per un po’ rimasero così, in silenzio.
Dopo qualche minuto, Sergio le baciò i capelli e le sussurrò:
“Sei stata bravissima.”
Lia non rispose subito. Teneva il viso contro il suo petto.
Gustava ancora il sapore del suo sperma in bocca e lo sperma secco sulla pelle. Ma non era solo il sapore. Era qualcosa di più profondo.
Aveva la testa leggera, come se fosse leggermente ubriaca. Il calore dello sperma le era sceso nello stomaco, denso e pesante, e ogni volta che deglutiva ne sentiva ancora il retrogusto.
Era caldo, salato, leggermente amaro. E le piaceva. Le piaceva troppo.
Si sentiva piena di lui. Usata. E stranamente appagata.
Vide colare ancora un filo di sborra dalla punta del cazzo e, dopo un altro momento di silenzio, si mosse lentamente.
Si sollevò un po’ e guardò il cazzo di Sergio, ancora semi-duro e bagnato.
Poi si chinò e lo baciò sulla punta, succhiando via le ultime gocce residue. Lo fece con calma, quasi con tenerezza.
Poi alzò lo sguardo su di suo padre che diede una piccola spremuta al glande, tirando fuori un altro residuo di sperma, piuttosto denso.
“Grazie…” rispose piano lei; si chinò di nuovo e gli diede un altro bacio lento e bagnato sulla cappella, succhiando via l’ultima goccia appena servita.
“Che brava,” mormorò.
Lia chiuse gli occhi per un secondo, succhiando il membro paterno come se non volesse ancora smettere. Poi si sdraiò di nuovo contro di lui, premendo il corpo contro il suo. Si sentiva la testa leggera.
Si strinse di più contro il suo petto e disse, quasi in un sussurro:
“Mi…mi sento strana. Stordita.”
Sergio le accarezzò i capelli con calma.
“Lo so” rispose piano. “È l’orgasmo.”
Lia rimase in silenzio per un po’, poi parlò di nuovo, la voce bassa: “Voglio rifarlo...”
Sergio la strinse un po’ più forte, accarezzandole il seno prosperoso.
“Sì” disse. “Più tardi.” Le baciò la testa e lei annuì.
Dopo un po’, Sergio le parlò di nuovo, la voce bassa e ferma, ma più dolce del solito:
“Sei mia…” aggiunse, quasi sottovoce.
Lia non rispose. Si strinse un po’ di più contro di lui, una mano che le restava posata sul seno burroso. Chiuse gli occhi.
Per un lungo momento rimasero così, in silenzio.
Dopo qualche minuto, il suo respiro si fece più regolare, fino ad addormentarsi con il viso premuto contro il petto di Sergio.
Lui rimase sveglio ancora per un po’, guardandola dormire.
Non fece caso al telefono di Lia che vibrava a causa dei messaggi di Anna.
Delicatamente, prese col mignolo un ultimo filamento di sperma cascato sul capezzolo destro e lo appoggiò sulle labbra della figlia; poi le accarezzò i capelli, spense la luce del soggiorno e chiuse anche lui gli occhi.

Toni
Quando la porta del duomo si era riaperta, Teodora era uscita con un'energia che Toni non le vedeva da mesi.
Aveva stretto la borsetta contro il petto e aveva attraversato il sagrato con un passo quasi saltellante.
Era contenta?
Salì in macchina con un'agilità sorprendente per una donna piuttosto robusta.
Toni, al posto di guida, aveva acceso il motore; percorsero poche centinaia di metri prima che iniziasse a farle domande.
“Zia...?”
Teodora continuava a guardare davanti a sé, sorridendo.
Le dita accarezzavano la chiusura della borsetta.
“Non dire nulla a nessuno.”
La sua voce era bassa, soddisfatta.
“Presto ci toglieremo tanti sassolini dalle scarpe.”
Si fermò.
Un sorriso le attraversò il volto.
“E faremo le scarpe nuove al nostro amico Don Marco.”
Toni la guardò.
“In che senso?”
“Sapevo che ne sarebbe valsa la pena.”
“Hai scoperto qualcosa?”
Teodora tornò seria.
“Tutto a tempo debito.”
Lui annuì e non insistette, dubbioso.
Quando arrivarono in Paese, accostò.
“Scendo qui.”
Teodora si voltò.
“Sicuro di non voler dormire a casa mia? Si è fatto tardi…”
“Ho voglia di fare due passi.”
Lei lo fissò per un istante e poi annuì, rimettendosi alla guida.
Toni chiuse la portiera e la guardò allontanarsi.
L'aria della sera era tiepida; in lontananza si distingueva la sagoma del teatro comunale.

Anna
Spense il cellulare e scosse la testa. Lia la odiava, ormai.
Jake concluse la canzone tra gli applausi e scese dal palco barcollando, visibilmente alticcio. Dietro le quinte lo accolsero come un trionfatore.
“Grande!” “Hai spaccato tutto!” “Che emozione!”
Qualcuno gli batté una mano sulla spalla con servile entusiasmo, ma Jake si fece largo tra la gente e andò dritto da Anna.
“Bella.”
La baciò sulla guancia con un suono simile a un grugnito.
“Se fai la brava…” Le sussurrò mentre la baciava.
Lei sentì il sudore appiccicoso restarle sulla pelle e tornò a fissargli le mani. Quelle stesse mani che, pochi mesi prima, le aveva messo addosso.
Non voleva ricordare altro. Da quel giorno, ogni volta che lo vedeva, provava una sola cosa: disgusto.
Pippo si avvicinò a Jake, incuriosito.
“Santa Costantina, Jake! Sei stato eccezionale. Mi togli una curiosità? A chi era dedicata la canzone? Mi ha colpito quando hai parlato di quella persona in cielo. Un tuo amico defunto?”
Jake lo guardò per un istante, poi scoppiò a ridere.
“Ma quale defunto!” Bevve un sorso dalla bottiglia. “Non era dedicata a un cazzo di nessuno.”
Attorno a lui qualcuno ridacchiò.
“Le storie degli amici morti fanno vendere. La gente si commuove e compra.”
Le risate si allargarono. Anna incrociò lo sguardo di Pippo e decisero di allontanarsi.
“Accompagnami a fumare, amore…”
“Sì… Oppure lo ammazzo.”
“No, dai. Non prima di aver mostrato al ciccione come si canta.”
Mentre si dirigevano verso l’uscita, il produttore li fermò.
“Anna, senti, ho brutte notizie…”
Lei spalancò gli occhi, perplessa.
“Ci siamo resi conto che stasera i tempi sono stretti. Jake è andato lungo e la produzione vuole lasciargli fare un altro pezzo. Tu recuperi in una delle prossime serate. Magari martedì. Sistemiamo tutto.” Lo disse tutto d’un fiato, poi tacque.
Anna guardò Pippo annuire sconsolato. Non c’era altro da fare.
“Va bene. Nessun problema.”
La voce le uscì calma. Il produttore tirò un sospiro di sollievo.
“Grazie. Lo apprezzo davvero.”
Mentre parlava, lo sguardo dell’uomo scivolò per un istante nella scollatura del reggiseno. Anna se ne accorse. Per una frazione di secondo valutò se sfruttare quell’esitazione. Le sarebbe bastato inclinare appena il viso, sorridere, lasciargli credere che ci fosse uno spiraglio. Non mosse un muscolo. Inutile provarci, non dipendeva da lui.
L’uomo le diede una leggera pacca sulla spalla, sbirciò ancora una volta nella scollatura e se ne andò senza aggiungere altro.
Sentì la rabbia salire, ma rimase calma. Trovò Pippo vicino all’uscita di servizio, che la stava aspettando.
Uscirono senza salutare nessuno. Pippo accese una sigaretta.
“Che schifo” borbottò lui.
Anna continuò a camminare.
“Prima fanno cantare quel coglione ubriaco. Poi gli regalano pure il bis. E tu sei spostata a martedì, quando non c’è nessuno in teatro.”
Inspirò profondamente. Sentiva ancora addosso l’odore di Jake.
Avrebbe voluto lavarsi. Avrebbe voluto cancellare anche il ricordo delle sue mani.
Continuò a camminare.
Svoltarono l’angolo.
Dall’altra parte della strada, sotto un lampione, c’era Toni.
Strano, sembrava stesse tornando a casa.
La vide e le fece cenno con la mano.
Pippo guardò Anna.
“Vuoi che mi tolga di mezzo?”
Lei scosse la testa.

Toni
La vide appena svoltò l’angolo. Camminava accanto a Pippo, il vestito bianco che risaltava sotto i lampioni. Per un momento gli sembrò la ragazza di cui si era innamorato. Avere una fidanzata così bella non era mai stato semplice: gli uomini la guardavano ovunque andasse. Alcuni si limitavano a seguirla con lo sguardo, altri trovavano sempre una scusa per fermarla, farle un complimento, offrirle qualcosa. Toni aveva imparato a convivere con quella sensazione, ma non aveva mai smesso di odiarla.
Prima Anna sembrava indifferente a quelle attenzioni. Adesso, invece, viveva in un ambiente dove tutto questo era normale: gente che prometteva il successo.
“Allora? Ora che hai finito di farti guardare da tutti, possiamo parlare?”
Anna si fermò. “Non ora, Toni.”
“Ah, no? Quando allora? Quando hai finito di ignorarmi da giorni? Da quando hai deciso che la tua carriera da cantante vale più di noi?”
Pippo fece un mezzo passo avanti. “Toni, calmati. Non è il momento.”
Toni non degnò Pippo nemmeno di uno sguardo. In quel momento il telefono vibrò: Mamma. Rispose quasi d’istinto.
“Sì, mamma?”
La voce di Mena arrivò dolce e preoccupata. “Tutto bene, tesoro? Non sei ancora tornato. È tardi.”
Per un istante gli venne voglia di dirle che non andava bene niente. “Sto arrivando” rispose invece, poi chiuse la chiamata.
“Dove l’hai preso quell’iPhone?” chiese Anna, incuriosita.
“L’ho comprato.”
Lei accennò un sorriso amaro. “Con quali soldi?”
Toni esitò. “Me l’ha regalato la zia Teodora.”
Anna inclinò leggermente la testa. “Ah.” Fece una breve pausa. “Quindi adesso puoi farti fare le seghe dalla zia mentre giochi con l’iPhone nuovo. Comodo.”
Toni sentì il sangue salirgli alla testa e strinse il telefono fino a farsi male. “Chiudi quella bocca di merda.”
“O cosa?” La voce di Anna rimase bassa e controllata.
“Anna, basta…” intervenne Pippo, mettendosi tra loro.
Toni si voltò di scatto. “Tu non sai un cazzo della mia vita, stronza di merda!”
Quella calma lo faceva sentire ancora più piccolo. Pippo alzò il tono. “Toni, basta! Lasciala in pace, per la coscia di Diana!”
Anna continuava a guardarlo negli occhi. “So che ti fai mantenere da mammina e zia mentre ignori tutti i miei sforzi per crescere. E so che ti dà fastidio perché non riesci più a controllarmi come vorresti.”
Quelle parole gli arrivarono una dopo l’altra. Il braccio si mosse prima della volontà. Lo schiaffo risuonò nel silenzio.
Per un attimo nessuno parlò. Anna si portò lentamente una mano alla guancia.
Non gridò. Non pianse. Lo guardò freddamente.
Quello sguardo gli fece più male dello schiaffo che le aveva appena dato.
Lei si raddrizzò e con una mano si sistemò il vestito.
“Bravo. Adesso potrai fare da solo quanto vuoi.”
Lei fece un respiro e si voltò, Pippo la seguì senza dire una parola.
“È finita, Toni.”
Rimase immobile sul marciapiede. E pensare che voleva provare a farci pace.

Anna
“Come stai?” le chiese Pippo, la voce bassa.
Anna abbassò lentamente la mano dalla guancia. “Non è successo nulla.”
Pippo la guardò, preoccupato. Lei fece spallucce. Non pensava più a Toni. Lo schiaffo non l’aveva sorpresa, aveva solo confermato quello che già sapeva: quando un uomo perde il controllo, mostra chi è davvero. La guancia bruciava appena; aveva provato dolori peggiori. Molto peggiori.
“È solo un altro cavernicolo.”
Continuarono a camminare. Pippo le lanciava qualche occhiata di sottecchi, come se volesse assicurarsi che stesse bene.
“Comunque,” disse a un certo punto, “mia zia Assunta al massimo mi regala i campioncini dei profumi. Beato lui che riceve gli iPhone.”
Pippo rise piano, ma Anna non rispose. Camminava in silenzio, lo sguardo fisso davanti a sé. All’improvviso si fermò.
Sul marciapiede opposto c’era Marta.
Sola.
Guardò furtivamente a destra, poi a sinistra, come se volesse accertarsi che nessuno la stesse seguendo.
Si sistemò la borsa sulla spalla e riprese a camminare con passo svelto.
“Che c’è?” chiese Pippo.
Anna continuava a fissarla.
“Vieni con me.”
Pippo aggrottò la fronte.
“Dove?”
“Alla tua macchina,” rispose Anna senza staccare gli occhi da Marta. “La seguiamo.”
Pippo guardò prima lei, poi la figura di Marta che si allontanava.
“Non sai dove sta andando. Non è meglio essere cauti, bellezza?”
Ma Anna aveva già iniziato a correre verso il parcheggio.
“Basta con la prudenza,” disse.
“Corri, o la perdiamo.”
scritto il
2026-07-13
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