Morbosa Corrispondenza – Capitolo 24
di
mari1980
genere
incesti
Anna
Dodici anni prima.
“Come sarebbe a dire che adesso ho una mia stanza?”
Luigi stava lì vicino alla finestra, guardando fuori, le spalle alzate.
“Pensavo ti piacesse questa camera…”
Anna saltò in piedi e gli strinse le braccia intorno alla vita, la guancia contro la sua schiena, premendo il corpo contro di lui. Ma il padre non si mosse.
“Da quando siamo tornati da Rio sei diventato uno stronzo, papà,” pensò lei, a denti stretti. “Pa’… non voglio e non mi piace. Non voglio dormire da sola, uffa.”
Invece gli strofinò il naso contro la scapola, inspirando quel profumo di dopobarba che conosceva a memoria. Prima era diverso. La teneva sveglia fino all’alba, rideva con lei, la stringeva forte, giocava con lei. Adesso sembrava assente, privo di calore.
“Sei cresciuta, piccola. Non puoi più dormire con me. È meglio così. Un giorno capirai.”
Aveva dormito nel suo letto per anni, tra le sue braccia, da quando la madre era morta. Era la loro normalità. E adesso lui cambiava tutto senza spiegazioni.
“Non capisco che ti è successo a Rio,” si ripeteva lei nella testa, mentre provava a insistere, a dirgli che da sola aveva paura. Ma con lui niente. Zero. Lui restava lì, freddo, controllato: l’unico uomo che non le dava ragione.
Il ricordo si interruppe di colpo.
Pippo sedeva di fronte a lei al tavolo del bar, le dita che tamburellavano sulla tazzina vuota. Stavano finendo il caffè e Anna era ancora persa nel passato.
Senza accorgersene si portò la tazzina vuota alla bocca, sfiorando il bordo con il labbro inferiore, premendolo piano, lentamente, distrattamente, lasciando un segno netto di rossetto carminio sul bianco della porcellana.
Il giovane cameriere si fermò al tavolo proprio in quel momento con una brioche su un piattino. Deglutì.
“Signorina, questa è per lei, omaggio mio. Sembra un po’ stanca… magari le serve energia.” Disse il cameriere, il viso dello stesso colore del rossetto di Anna.
Anna alzò lo sguardo solo allora. Vide il ragazzo che fissava il segno sulla tazzina. Invece di pulirla si limitò a passargliela, le dita che sfiorarono apposta le sue, lente, affusolate.
Il labbro inferiore ancora leggermente umido si curvò in un mezzo sorriso malizioso, senza dire una parola in più. Il cameriere arrossì fino alle orecchie.
Pippo dal canto suo si schiarì la voce. “Ehm…”
“Giusto. Ne porteresti una anche per il mio amico, per favore?” Chiese lei, con tono supplice.
Il ragazzo prese la tazzina, balbettò un “subito” e se ne andò con le orecchie in fiamme. Pippo ridacchiò sottovoce. “Santa Crocifissa, sei sempre la solita. Devo dire che uscire con te è divertente. Glielo hai fatto venire duro in un batter d’occhio. Povero cristo, stasera si farà una bella sega pensandoti.”
Anna scrollò le spalle, prese la brioche calda e la spezzò in due con le dita curate.
“Anche tra poco, se per questo,” pensò lei mentre strappava un pezzo e se lo infilava in bocca. La pasta era fragrante, tenera.
Esattamente come tutti gli uomini: pronti a sciogliersi per un tocco, un’occhiata. Con le dovute eccezioni.
“Perché cazzo non riesco a controllarlo? E intanto quella stronza di Marta ride, asseconda tutte le sue perversioni schifose e lui ci casca come un idiota. Non riesco a piegare l’unico uomo che vorrei salvare. Che schifo.” Pensò lei.
Si passò una mano sul viso con un gesto rapido, cancellando ogni traccia di emozione. Tornò subito fredda e composta. Il rossetto era ancora perfetto sulle labbra, i capelli tirati stretti sul capo, gli occhi vivaci.
Pippo si sporse in avanti. “Marta è un fantasma, tesoro. Ho controllato tutto: zero social, niente curriculum. È spuntata come un fungo.”
“Un fungo velenoso.”
“Già. Brava infermiera, dicono. Ma non si sa altro su di lei.”
“Pippo, non so come cazzo agire” disse lei a voce bassa, masticando lentamente la brioche. “Quella puttana di Marta mi sta ricattando, ma non capisco ancora cosa abbia in mano. Mi ha fatto capire che mi può aiutare a sfondare nel canto… a patto che io non mi metta in mezzo tra lei e mio padre.”
Pippo la guardò serio per un secondo, poi scosse la testa. “Tesoro, te l’ho promesso. Tu diventerai una cantante famosa. Non hai bisogno di quella stronza. Quando si farà viva di nuovo, ignorala. Tuo padre? Prima o poi capirà da solo con chi ha a che fare.”
Anna annuì, ma quel nodo restava lì.
E se anche lui fosse intrappolato in qualcosa che non riusciva a controllare?
Le tornarono in mente i suoi trofei di nuoto, spostati dal padre nella stanzetta nuova.
Si alzò di scatto. Avrebbe parlato con lui oggi stesso. Avrebbe vinto. Doveva vincere.
Mena
Il televisore della cucina era acceso, lo schermo che illuminava la penombra. Mena si passò una mano tra i capelli castani spettinati, sentì il capezzolo sinistro sfregare contro la seta leggera della vestaglia bordeaux, il tessuto fresco che le accarezzava la pelle e un brivido familiare le corse lungo la schiena. Il telefono vibrò nella tasca della vestaglia.
Aprì la chat.
Prof: Francesca? Ci sei?
Mena sorrise tra sé, maliziosamente. Digitò veloce, mentre la mano sinistra scese piano sotto la vestaglia, premendo appena la seta contro le cosce.
Francesca: Ciao prof, come stai?
Prof: Non bene… purtroppo!
Francesca: Che è successo?
Prof: Sono nervoso, infuriato, vorrei spaccare tutto!
Francesca: Perché?
Prof: Lascia stare…
Francesca: Strano, di solito sei così controllato, pacato… non ti avevo mai visto così nervoso.
Sentì il cuore accelerare. Digitò con cura, incuriosita, mentre la mano sinistra continuava a muoversi lenta, circolare.
Prof: Quella zoccola!
Francesca: Ma chi?
Prof: Non la conosci, lascia perdere…
Francesca: Hai litigato con qualcuno? Una tua studentessa?
Prof: Macché! La zia di un mio studente! Mi ha umiliato davanti al nipote, come si permette?
Mena dovette soffocare una risata bassa in gola, un suono roco che le uscì quasi come un gemito. Che scema, non aveva capito nulla. Ce l’aveva con lei. Il pensiero la fece bagnare. Immaginò il preside (il suo prof) rosso in faccia, umiliato, costretto a cedere davanti a una donna che lui aveva creduto debole e arrendevole.
Ed era andato a piangere… da Francesca.
Il prof iniziò a raccontare. Le descrisse tutto: l’incontro in ufficio, Mena che aveva preso in mano la situazione con voce calma, che l’aveva minacciato velatamente di ritirare le donazioni, che lo aveva costretto a chiudere la faccenda senza conseguenze, senza nemmeno un richiamo formale.
Mena lo assecondò, scrivendo frasi dolci, comprensive, piene di “oddio prof, che situazione imbarazzante”, mentre dentro di sé rideva fino alle lacrime.
Francesca: E scusa, tu le hai risposto a tono a questa signora?
Prof: E perché mai? Qual è la soddisfazione di vincere un confronto dialettico? L’altra parte ti odierà ancora di più. Bisogna vincere con i fatti.
Che paraculo.
Francesca: Ecco il prof che conosco! E quali sono i fatti?
Mena rise piano, un suono basso e roco, mentre il medio giocherellava col clitoride. “Tirati su… almeno mi sento meno in colpa,” pensò, divertita da morire.
Prof: La vorrei umiliare, non immagini quanto.
Francesca: Quanto?
Prof: Come, semmai. Se solo conoscessi qualcosa di segreto su di lei…
Francesca: Del tipo?
Prof: Ho qualche sospetto.
Francesca: Continua…
Prof: Secondo me quella si scopa il nipote … i compagni lo chiamano Mutandino perché lo hanno beccato che annusava delle mutandine femminili e si eccitava…
Povero nipotino. Non meritava di essere al centro di quei pettegolezzi. Avrebbe voluto vedere tutti quei moralisti alle prese con Teodora, sarebbero impazziti dopo un paio di giorni. Decise comunque di assecondarlo.
Francesca: Ma sarebbe assurdo dai… è sua zia.
Prof: Quella lussuria è ereditaria, fidati di me.
Francesca: Ma anche se fosse?
Prof: Se fosse? La ricatterei. Nessuno può umiliarmi e passarla liscia.
Francesca: Parli come se avessi già in mente una vendetta.
Prof: Certamente, sì.
Francesca: Racconta, dai.
Mena era molto divertita e immaginava come avrebbe potuto girare la situazione a suo favore.
Poi notò che il prof. le stava inviando in chat dei link per acquistare prodotti.
Sex toys.
Mena cliccò curiosa. Il primo era un plug anale di piccole dimensioni, perfetto per girare in pubblico: silicone nero opaco, forma a goccia elegante con base a fiore discreta, diametro massimo di 3 centimetri alla base, leggero, flessibile.
Il secondo era un lubrificante a base d’acqua, trasparente, in confezione da viaggio con beccuccio preciso.
Il terzo un uovo vaginale, rosa shocking, superficie liscia, con vibrazione che poteva attivarsi all’improvviso, a scatti imprevedibili.
Mena era ancora molto divertita. E sospettò dove volesse andare a parare il prof.
Si accarezzò lenta, il medio che premeva sul clitoride gonfio, mentre immaginava il prof che fantasticava di ricattarla. Ricattami pure, prof. Vediamo chi umilia chi alla fine. Il respiro le usciva corto, spezzato.
Prof: E ti dirò, secondo me anche il figlio si sega pensando alla mamma!
Mena sentì un fastidio sottile pungerla, una spina sotto l’unghia. “Come si permette?” Pensò. Il medio rallentò di colpo sul clitoride, quasi esitò.
Nessuno poteva permettersi di immaginare Toni in quel modo, tantomeno un professore frustrato che non sapeva niente della loro vita. Eppure continuò a toccarsi, anche se più piano, come se volesse ignorare quel pensiero.
Francesca: Perché pensi che il figlio si seghi pensando a lei?
Prof: Perché è una bella porca, di mezza età ma florida e tutta curve… Sarebbe strano se non lo facesse.
Francesca: L’incesto mi sembra una fantasia eccitante ma… la realtà è ben altra, caro il mio prof!
Prof: Pensi che siano tutti santi? Guarda la sorella della nostra amica milf…
Francesca: Pure la sorella è una maniaca? Non mi dire!
Prof: Nooo la sorella è una specie di mostro pazzo, una polpettona, culona e bigotta…
Mena tornò a ridacchiare. Descrizione accurata.
Francesca: E allora cosa c’entra in questo girone incestuoso?
Prof: Eh… secondo me… col nipote…
Mena sentì un nodo freddo stringerle piano la gola. Toni? Il suo Toni. Con Teodora. Smise di toccarsi.
Francesca: Con il nipote pure lei? Ma va.
Prof: Non ne sono certo, però… pare che la gente parli…
Francesca: Continua…
Prof: Li hanno visti sbaciucchiarsi in giardino e lei gli avrebbe messo le mani nelle tasche dei pantaloni.
Francesca: Forse sono solo affettuosi…
Affettuosi un corno, pensò, mentre un’immagine indesiderata le sfiorava la mente. Teodora che allungava le mani e toccava ciò che non era suo.
Prof: Famiglia incestuosa, te lo dico io. Comunque sia, lascio a quel bellimbusto senza cervello il piacere di scoparsi la polpettona, io passo. Io voglio lei. La nostra milf sarebbe perfetta da ricattare e costringere a fare quello che voglio io… ossia darmi quella sua ficona calda!
Francesca: Pensi sempre a quello?
Prof: Cosa può fare un professore se non pensare? E pensa che ripensa dove può finire il pensiero?
Francesca: Alla ficona, certo….
Prof: Brava! Ti eccitano quei gingilli che ti ho mandato?
Francesca: Belli, belli…
Mena inserì il “pilota automatico” mentre la mente correva altrove, lontana, velata da quella gelosia strisciante. Assieme immaginarono scene sporche, umilianti da brava zia Mena ricattata.
Lo fece venire dolcemente, con parole calde, quasi materne, mentre dentro di sé immaginava di prendere una stecca di legno e percuoterlo sul sedere, mentre lui implorava pietà.
Lo immaginò piegato sulla scrivania, i pantaloni abbassati, il culo pallido che diventava paonazzo sotto i colpi, mentre lei rideva bassa, crudele, bagnata.
Il prof venne con un messaggio tremante: “Porca… cazzo… vengo… per te…”.
Chiuse la chat, dopo un rapido saluto e si alzò lentamente, le gambe molli, la vestaglia di seta che le si apriva appena sul seno pesante.
Toni era suo. Solo suo. Teodora non doveva permettersi nemmeno di sfiorarlo. Mena si passò una mano sul ventre caldo, sentì il nettare scorrere lento lungo l’interno coscia.
Dovevano parlare.
Luigi
Dodici anni prima.
Ironico. Per la prima volta dopo anni poteva finalmente dormire da solo, e invece non riusciva a chiudere occhio. Restava supino nel letto matrimoniale, gli occhi spalancati nel buio più completo. Il posto accanto a lui era vuoto: per la prima volta da anni Anna non c’era. Aveva la sua stanza adesso.
Le lenzuola avevano ancora il suo odore. Un brivido gli attraversò la schiena. Il cazzo cominciò a indurirsi sotto le mutande, pesante, insistente, traditore.
Luigi deglutì. Non si era mai masturbato in quel lettone. Mai. Ma stanotte il sonno non arrivava e il corpo reclamava sollievo.
Gli sembrò quasi una botta di vita, un modo sporco di godersi finalmente un po’ di privacy dopo anni passati a dormire con sua figlia accanto.
“È solo per rilassarmi. Solo per dormire. Non sto pensando a nessuna in particolare.” Pensò lui, la mano destra che scivolava lentamente sotto le lenzuola. Le dita sfiorarono l’asta già dura, la pelle calda e tesa. Iniziò a muoverla piano, con movimenti lenti e controllati, lasciando che le lenzuola profumate gli accarezzassero il ventre e le cosce.
Vaniglia mista a un lievissimo odore di cloro della piscina.
Il respiro si fece più pesante. Il suono umido della mano che saliva e scendeva riempiva la stanza silenziosa.
“Non è lei. Non sto pensando a nessuna. Solo un banale momento di autoerotismo, tutto qui. Solo per sfogarmi e dormire.”
Ma l’inconscio lo tradiva senza pietà.
La mano accelerò appena.
Lei che usciva dalla piscina, capelli neri mossi appiccicati alla schiena nuda, pelle bagnata, il costume che aderiva ai seni tondi e perfetti, capezzoli scuri che spingevano contro il tessuto.
Il pollice sfiorò la cappella rosa e sensibile, raccogliendo il liquido trasparente che usciva copioso. Non aveva nemmeno necessità di lubrificarsi con la saliva: perdeva già tanto da solo.
Il pube completamente depilato, liscio come seta.
“Sei un padre di merda. Un malato. Un porco schifoso.”
Senza rendersene conto Luigi iniziò a sussurrare nel buio, la voce roca e spezzata.
“Anna… Anna…”
Il profumo delle lenzuola era ovunque. Il piacere saliva lento, implacabile. Il corpo si inarcò leggermente, le palle pesanti che si contraevano.
“È solo piacere. Sto pensando a un’altra. Non è lei che mi guarda con quegli occhi neri. Non è lei che apre le gambe e mi mostra quel sesso liscio, caldo, bagnato… cazzo, basta. Basta…”
Il movimento divenne più deciso. Le lenzuola si muovevano ritmicamente. Il calore saliva. Luigi chiuse gli occhi più forte, il respiro rauco.
“Anna… Vieni qui…”
Non sentì il leggero fruscio delle lenzuola dall’altro lato del letto. Non sentì il materasso che si abbassava piano. Era troppo preso, la mano che pompava, la mente annebbiata dal desiderio.
Poi un corpo caldo si infilò sotto le lenzuola accanto a lui. Pelle liscia, profumo fresco, capelli neri mossi che gli sfiorarono il braccio.
Ormai le sue fantasie lo controllavano del tutto, al punto che gli sembrava di vederla davvero. Ma che importava? Voleva sborrare e basta.
“Anna… Vieni…”
“Papà…”
Per un secondo terribile, osceno, Luigi afferrò la ragazza per la testa. Voleva sborrare e basta. Basta con i sensi di colpa. Voleva spingere quel bel visino verso il basso, farle aprire quelle labbra stupende e ficcarle il cazzo in bocca mentre lei lo chiamava “papà”. L’immagine gli esplose nella testa così forte che il cazzo gli diede un altro spasmo violento, quasi venendo lì, sul posto.
“Papà… mi sei mancato tanto anche tu!” sussurrò la piccola Anna, la voce dolce, piena di sollievo, stringendogli la nuca di rimando.
Luigi spalancò gli occhi nel buio. Il cuore gli esplose nel petto.
Ma era davvero lei. Era reale.
Luigi ritrasse di scatto la mano dal cazzo, il cuore che batteva come un martello. Il membro rimase duro, a penzoloni tra le gambe, umido, dolorante.
Fece lo scocciato, la voce brusca per nascondere il panico e il desiderio.
“Anna! Che fai qui!”
“Come che faccio? Mi hai chiamato tu!”
“Non fare la furbetta, non hai bussato!”
“Scusami, sembravi sveglio! Mi hai anche detto di venire da te…”
Luigi tacque. Il cazzo gli pulsava ancora, traditore.
“Che fai?” chiese lei, tranquilla, mentre gli accarezzava il viso, giocosa.
Il cazzo di Luigi, ancora duro e umido, pulsò violentemente.
Pensava che lui avesse sussurrato il suo nome perché l’aveva sentita entrare.
Luigi capì l’equivoco in un lampo. Lei non aveva visto niente.
“Anna, non cambiare argomento. Vai nella tua stanza. Subito. Sei grande ormai. Hai disobbedito. Dovevi dormire in camera tua.”
Lei non si mosse. Rimase abbracciata a lui, il corpo caldo e tonico premuto contro il suo fianco. Luigi sentiva il calore della sua pelle attraverso il pigiama sottile. Sentiva il seno sodo che si alzava e abbassava contro di lui.
Il cazzo pulsava ancora, a pochi centimetri da lei.
Se lei avesse spostato la mano solo di qualche centimetro lo avrebbe toccato.
Se non gliel’avesse spostata prima lui.
Se.
“Ma papà… prima dormivamo sempre insieme. Da quando siamo tornati da Rio sei strano. Mi fai paura quando diventi così freddo.”
Luigi sudava freddo. L’erezione non calava. Anzi, il pericolo di essere scoperto la rendeva ancora più dura. Il profumo di Anna gli riempiva i polmoni.
Se fosse stato meno lucido, avrebbe costretto sua figlia a prendergli il cazzo in bocca.
Se.
“Anna, vai a letto. Subito” ripeté, la voce più dura, cercando di spingere via quel corpo che desiderava con ogni fibra del suo essere.
“Ma perché non posso dormire con te?”
“Insomma Anna, che ti prende? Me lo dici? Perché non vuoi ascoltarmi?”
“Non mi va di dormire da sola, tutto qui.”
“Perché?”
Lei scrollò le spalle.
“Da sola avrai i tuoi ritmi, potrei anche dormire di meno se ho un turno in ospedale e non voglio più svegliarti. Ne abbiamo parlato. E poi inizia l’anno di scuola, adesso. Devi essere riposata e pronta a studiare se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi.”
Lei annuì, di malavoglia.
“Va bene?”
Anna restò in silenzio per un lungo momento.
“Di stare sola, intendi?”
“Almeno a dormire… Papà ci sarà sempre.”
Poi lei annuì lentamente.
“Grazie papà.”
Insistette ancora un secondo, poi si arrese. Si alzò piano, gli occhi neri brillanti nel buio.
Luigi si mise a sedere, tenendo le lenzuola strette intorno alla vita per nascondere l’erezione che ancora non calava. La voce uscì controllata, paterna, ma dentro ribolliva tutto.
Lei si chinò di nuovo per abbracciarlo. Luigi si ritrasse di scatto, il corpo rigido.
“Vai a dormire, dai. Buonanotte.”
Le accarezzò la guancia con dita fredde, rapide, da chirurgo.
Lei uscì. La porta si chiuse.
Luigi rimase solo nel buio, il cazzo ancora duro tra le gambe. Si alzò di scatto, le lenzuola che gli scivolavano via. Rimase lì in piedi, nudo dalla vita in giù, il membro che oscillava pesante nell’aria fredda della stanza. Lo sguardo fisso sulla porta della stanza di Anna in fondo al corridoio.
“Adesso mi alzo. Vado là. Entro. Mi prendo quello che è mio. Lei è mia. È sempre stata mia. Basta nascondersi. Basta.” Pensò, frenetico.
Mena
Poteva tollerare Anna, sì. Quella era la classica “fidanzata di rappresentanza”: una ragazza carina, ambiziosa, ma che non avrebbe mai potuto competere con il suo legame. Una presenza estemporanea, che Toni avrebbe usato per sentirsi normale. E poi buttato.
Ma sua sorella Teodora non poteva allungare le mani. No. Teodora si era comprata la loro riconoscenza, ma non aveva diritto alle loro anime. Non aveva partorito Toni. Non lo aveva tenuto in braccio mentre piangeva di notte. Non aveva sentito il suo piccolo cuore battere contro il proprio.
Era come se il legame con Toni fosse l’unica cosa che ancora la teneva in piedi, l’unico possesso che le dava un senso di identità in mezzo alle macerie della sua vita. E lui… lui la voleva tutta per sé, lo sentiva nel modo in cui la guardava, nel tremito della sua voce quando lei rideva con Don Marco, nel modo in cui i suoi occhi verdi, identici ai suoi, si incupivano di gelosia.
Flashback improvvisi la assalivano: le dita di lui tra i suoi capelli da piccolo, il solletico sul divano che lo faceva ridere fino alle lacrime, gli abbracci quando tornava da scuola con le ginocchia sbucciate. Tutto era lì, intatto, ma distorto da un desiderio possessivo che non osava nominare.
Lo trovò sul divano, stravaccato, telefono in mano, faccia da funerale. Non alzò nemmeno lo sguardo quando lei entrò.
Luigi
Uscì dalla camera con il cazzo che gli pulsava tra le gambe come una creatura viva. Il corridoio gli sembrò infinito.
Aprì la porta della stanza di Anna con mano tremante. Il letto era lì, avvolto nella penombra. Lei era sotto le lenzuola, il corpo che si muoveva piano al suo ingresso.
Anna si girò, gli occhi neri che brillavano nel buio. Un sorriso dolce, complice, le incurvò le labbra.
“Papà… lo sapevo che avresti cambiato idea” sussurrò, la voce calda e piena di sollievo. “Vieni qui. Dormiamo assieme. Mi sei mancato da morire.”
Luigi salì sul letto. Si chinò su di lei, accarezzandole il viso e i capelli con la stessa tenerezza di sempre. Le baciò la fronte, poi le guance.
Si fermò un istante, il respiro corto, il cuore che gli martellava nel petto.
“Anna… ci ho pensato tanto, sai?” mormorò contro la sua pelle, la voce bassa e incerta. “Ho pensato a quanto mi manchi dormire con te. Vorrei davvero farlo stanotte, come quando eri piccola e ti stringevi a me perché avevi paura del buio. Ma tu non sei più piccola. Sei una ragazza grande ormai. E se vuoi che dormiamo assieme da adulti… allora dobbiamo baciarci come si baciano i grandi.”
Anna lo guardò, gli occhi spalancati, un misto di sorpresa e curiosità. Non disse niente, ma non si ritrasse.
Luigi deglutì. “Solo un bacio, amore. Come i grandi. Se non vuoi, basta dirlo e mi fermo. Ma se mi vuoi qui… allora baciami. Baciami sulla bocca.”
Lei rimase immobile per un secondo lunghissimo. Poi, lentamente, annuì.
Luigi le sfiorò di nuovo le labbra con le sue, piano, quasi timoroso. Questa volta non fu un bacio rapido e paterno. Si fermò lì, respirando il suo respiro, lasciando che le loro bocche si toccassero davvero. Le labbra di Anna erano morbide, calde, leggermente socchiuse. Lui le sfiorò con le sue, una volta, due volte, lentamente, assaporando ogni millimetro di quel contatto proibito.
“Sei un mostro. È tua figlia. Fermati ora.”
Ma non si fermò. Le mani scivolarono sotto il pigiama, sfiorando la pelle liscia del ventre prima di salire a stringere i seni tondi e perfetti. I capezzoli erano già duri. Li pizzicò piano, strappandole un gemito contro la sua bocca.
“Anna… mia bellissima Anna…” mormorò contro le sue labbra, mentre le sfilava il pigiama con gesti frenetici. Il corpo di lei si offrì nudo: le cosce lunghe, il pube completamente depilato, liscio e già luccicante di umori.
Era sua figlia e lui, padre tormentato, non riusciva più a frenare quella fame che lo divorava da mesi.
“Ti amo” mormorò Luigi, la voce bassa e roca.
Le prese delicatamente il viso, inclinò la testa e la baciò di nuovo, lentamente, teneramente, le labbra sottili premute contro quelle carnose e perfette di Anna.
Non si staccò subito. Rimase lì, immobile contro la sua bocca, una mano sulla guancia calda.
Luigi sentì il suo respiro calmarsi, il corpo tonico che si rilassava contro il proprio.
Poi mosse le labbra e lei sentì qualcosa di umido sfiorarle la bocca.
Era la sua lingua. Luigi spinse piano, assaporando il retrogusto di menta fresca del dentifricio. Il sapore era paradisiaco, proibito.
“Apri un po’ la bocca, amore” sussurrò.
La baciò di nuovo e la lingua di lei rispose, dapprima timida, poi sempre più audace, intrecciandosi alla sua in una danza lenta e bagnata.
Luigi sentì le braccia di Anna stringersi intorno a lui, le spalle che si contraevano piano. Il corpo di lei premeva contro il suo petto, i seni tondi e sodi che si alzavano e abbassavano rapidamente. I capezzoli scuri spingevano contro di lui, eretti. Luigi sentì un brivido corrergli lungo la schiena.
È sbagliato, è mia figlia, la mia piccola Anna che ho cresciuto… ma, Dio, quanto è bagnata per me.
Lui la sollevò per girarla completamente verso di sé. Lei mosse i fianchi, facendo scivolare le loro intimità l’una contro l’altra.
Le strinse i fianchi e iniziò a farla scivolare lentamente sopra di sé.
“Mi dispiace, amore. Non riesco a fermarmi. Non riesco proprio a fermarmi.”
“Smettere cosa, papà?”
“Non dovrei farlo.” Le mani scesero a stringerle il sedere alto, sodo e rotondo, un culo perfetto benedetto dalla giovinezza. Luigi lo afferrò con forza, le dita che affondavano nella carne, mentre la faceva muovere avanti e indietro sopra il suo cazzo, sempre più veloce. Era tutto scivoloso. Colpì quel punto preciso e la sentì impazzire. Anna gemette nella sua bocca, muovendo i fianchi con urgenza.
“Cazzo. Sei bagnata, amore. Non riesco a fermarmi. Scusa…”
Anna trattenne un grido trasformandolo in un piccolo squittio e si strinse forte a lui mentre l’orgasmo la travolgeva. Finirono seduti fianco a fianco, nudi. La sua coscia liscia premeva contro quella pelosa di lui.
Si sentiva potente. Terrificante ed emozionante al tempo stesso. Aveva creato quella ragazza, e ora poteva plasmarla come voleva.
E iniziò fin da subito, facendole prendere confidenza con il suo uccello caldo.
“Lo sai? Le persone adulte si accarezzano così, come sto facendo io con te e come fai tu con me…”
Le afferrò la mano e la guidò ad accarezzargli il cazzo con dolcezza, mentre le sue dita le sfioravano la fica con delicatezza.
“Continua così, stringilo come se fosse un trofeo di nuoto… Forte ma non troppo.”
La sua fessurina era totalmente depilata, liscia come seta, rosa e perfetta. Luigi fece scorrere le dita sulle labbra gonfie, aprendole piano, sentendo il calore liquido che colava abbondante.
Con quegli occhi da cerbiatta, guardava il cazzo del padre con un’espressione di adorazione e fame che lo lusingò profondamente.
In quel momento, con la mano di lei che gli pompava il cazzo, non gli sembrava più vergognoso. Gli sembrava giusto. Perché l’aveva creata lui. Quindi doveva essere sua.
Le lasciò la mano libera per qualche secondo, curioso di vedere se avrebbe continuato da sola. Anna non esitò: premette il palmo sul cazzo del padre e cominciò a muoverlo su e giù con sempre maggior vigore, assaporando la grossezza e la durezza sotto le dita. Luigi la osservava estasiato, il respiro pesante.
Lei esplorava ogni centimetro, dalla base fino alla cappella lucida, poi scese più in basso e gli prese le palle gonfie, pesanti, strapiene, soppesandole con la manina come se fossero un tesoro da scoprire. Le accarezzò a lungo, prima con la punta delle dita, poi con tutto il palmo, sentendone la rotondità e il calore.
“Brava, amore… così” mormorò lui, la voce roca. “Continua. Impari in fretta.”
Anna non parlò, ma il suo respiro accelerato e lo sguardo fisso sul cazzo dicevano tutto. Continuò a segarlo con movimenti lenti e decisi, la mano che scorreva su tutta l’asta, mentre con l’altra gli massaggiava le palle gonfie. Luigi si sentiva completamente fuori di testa a farsi toccare così dalla propria figlia, ma invece di vergognarsi diventava sempre più duro.
Poi lui si tirò indietro e si sedette.
“Hai fatto così bene, amore. Adesso succhia il cazzo di papà. Ho bisogno che tu mi faccia godere. Va bene?”
Lei annuì. Si accovacciò tra le sue ginocchia. Luigi le guidò la testa con dolcezza.
“Inizia baciandolo con la lingua.” Le sussurrò, la voce roca.
“Brava così… apri la bocca… sì, proprio così.”
Anna aprì le labbra e iniziò a far scivolare il cazzo dentro, dapprima incerta.
Luigi le spostò i capelli dal viso, accarezzandola.
“Proprio così… brava bambina.” Lei lo baciò, lo leccò, poi lo prese più a fondo. Quando si strozzò, lui la fermò con tenerezza. “Vai piano, amore. Solo i primi centimetri. Come se fosse un gelato.”
Non era perfetto, ma non importava. Era la sua Anna. E presto avrebbe assaporato anche il suo seme.
“Ti amo così tanto.”
Il contatto visivo lo fece impazzire di piacere. Non voleva venire subito. Le tolse il cazzo dalla bocca e la fece mettere a quattro zampe.
“Adesso chiudi gli occhi...”
Anna sospirò forte quando sentì la lingua del padre sulla sua fica.
Lui stava impazzendo nel fare qualcosa di così perverso con sua figlia, ma invece di vergognarsi, diventava ancora più eccitato.
Le infilò la lingua nella fica, poi due dita, mentre leccava il clitoride gonfio in cerchi lenti. Anna si contorse, schiacciandogli il viso contro la fica liscia, le cosce che tremavano.
“Voglio fare l’amore con te” disse infine Luigi, il cuore che gli martellava nel petto.
Anna spalancò gli occhi. “Vuoi dire… fare sesso?”
“Sì.” Lui si posizionò dietro di lei. “L’ho fatto solo con tua madre. Voglio che tu sia la mia seconda, la mia unica altra.”
“Aspetta… Sei sicuro che non sia sbagliato, pa’?”
“Non mi importa. Voglio entrare dentro te, amore.”
“Ma… farà male?”
“Non ti farò mai del male. Farò in modo che sia meraviglioso.”
“Va bene, papà...”
Tenendola a carponi, con una mano le aprì una natica, con l’altra guidò il cazzo contro la sua apertura.
Avanzò lentamente, continuando ad accarezzarle il viso e il collo.
“Ti amo, Anna, ti amo tanto.” Le coprì la bocca con una mano mentre scivolava dentro di lei, centimetro dopo centimetro, reclamando il corpo che aveva creato.
Quando fu completamente sepolto nella sua fica strettissima e calda, mormorò con profonda soddisfazione: “Oh, Anna… sono dentro di te, amore.”
“Mi fai male…”
Decise che non sarebbe uscito finché non l’avesse riempita di sborra. Iniziò a muoversi, prima piano, poi con più forza. “Rilassati… lascia che papà ti scopi bene.”
“Mio Dio…” gemette lei.
Luigi accelerò, sbattendo più forte, stringendole i fianchi. La baciò con passione mentre la scopava, alternando dolcezza e brutalità.
“Ti amo, Anna.”
“Ti amo, anche io, papà” rispose lei con voce tremante, mentre il piacere la travolgeva.
“Adoro stare dentro di te. Sei stata creata per ospitare il cazzo di papà. La mia ragazza stupenda.”
Quando Anna venne con un grido soffocato, stringendolo dentro di sé, Luigi non resistette più. Si seppellì fino in fondo e esplose, riempiendola di getti potenti di sperma caldo.
“Prendi tutto, amore… prendi la sborra di papà… ogni goccia. È solo per te, mia figlia.”
Rimasero così per lunghi istanti, lui ancora dentro di lei, abbracciati. Poi si girò di lato, tenendola stretta contro il petto.
“Oh mio Dio… è stato bellissimo!” Esclamò lei.
Luigi rise piano. “Ti è piaciuto, vero?”
“Tantissimo! La mia prima volta è stata con la persona che amo di più!”
“Amore… devo confessarti qualcosa di serio…” Disse Luigi, ancora col cazzo nella fica della figlia.
“Cosa, papà?” Poco dopo, il suo pene si ammorbidì e scivolò fuori mentre Lui si stendeva accanto ad Anna per parlarle.
“Non so perché mi sono deciso a farlo. Ho trovato il coraggio di entrare in questa stanza e confessarti tutto l’amore che provo per te perché ti amo, perché mi fai questo effetto… io sono tuo.”
“Pa’…”
“Da quando sei cresciuta, ogni volta che ti guardo sento il cuore spaccarsi. Una parte di me ti vede ancora come la mia bambina, quella che stringevo al petto cantandole la ninna nanna. L’altra parte ti desidera con una fame feroce, malata. Ti desidero quando ridi, quando esci dall’acqua, quando dormi. Ti desidero anche adesso, mentre ti parlo.”
“Ma…”
“Tu sei l’unica cosa bella che mi è rimasta. Sei la mia luce. Voglio essere il tuo uomo, il tuo papà, il tuo tutto.”
Lei non rispose.
Solo allora, nella nebbia del piacere che si diradava, Anna parlò.
“Anche io ti amo, paparinetto!” Disse lei e, inaspettatamente, fece un rutto rumoroso.
“Anna?”
Poi lei scoppiò a ridere, sguaiatamente.
No.
Quella risata stridula…
Il sangue gli si gelò nelle vene.
“Speriamo che sia un bel maschietto!” Marta scoppiò a ridere, guardandolo.
Il mondo si inclinò violentemente. I capelli neri di Anna svanirono come fumo. Al loro posto apparve il caschetto castano di Marta. Solo Marta.
Il disgusto lo colpì come un pugno allo stomaco. Corse barcollando verso il bagno.
Urtò lo stipite con la spalla, si piegò sul water e vomitò violentemente.
Marta
Ne aveva conosciuti di vecchi babbioni, ma nessuno perverso come quello. Le gambe ancora aperte, il seme di lui che le colava lento tra le cosce morbide; rise piano, un suono soffocato.
Chissà quanti anni aveva Anna in questa fantasia del fessacchiotto. Non si stupiva più di nulla.
Si stiracchiò languida, il corpo prosperoso che si inarcava sul materasso.
“Continua così, fessacchiotto. Presto ti toglierò tutto… tutto mio. E stavolta, sarai tu a essere così gentile da porgermi le tue chiappe da fottere.”
Sghignazzò, un suono sgradevole che copriva quello dell’acqua che scorreva nel bagno e i singhiozzi spezzati di un padre costernato.
Mena
“Toni.”
Nessuna risposta.
“Toni, dobbiamo parlare.”
Lui sbuffò, senza sollevare gli occhi. “Di cosa?”
Mena incrociò le braccia. “Del tuo rapporto con la zia.”
A quel nome lui alzò finalmente la testa, sorpreso. Gli occhi verdi si strinsero. “Zia Teodora?”
“Zia Teodora, sì. Ultimamente sembra… molto stretta con te.”
Le parole le uscirono più taglienti di quanto volesse. “Il telefono nuovo, gli abbracci troppo lunghi, le ore passate da lei… la gente parla, Toni. Potrebbero equivocare certe effusioni. Potrebbero pensare che ci sia qualcosa di… sbagliato. Voci che girano nel quartiere. Non voglio che mio figlio diventi argomento di pettegolezzi, capito? Non dopo tutto quello che abbiamo passato.”
Lui rise, una risata secca. “La gente parla, vero. Parlano anche di te e Don Marco?”
Mena sentì un calore salirle al viso. “È diverso.”
“Perché?” Toni si alzò di scatto. “Perché lui è un prete? O perché ti piace come ti guarda?”
“Non parlarmi così, non è giusto.”
“Comodo, vero!” La voce di Toni salì, arrabbiata. “Tu puoi andare dove vuoi, con chi vuoi. Io invece devo stare qui a guardarti sorridere a un altro mentre io… Mentre io non posso nemmeno avere un rapporto normale con mia zia.”
Mena fece un passo avanti, gli occhi che bruciavano. “Perché vedo come ti guarda lei. Come ti vizia. Come ti stringe. È troppo, Toni. Lo capisci?”
Lui strinse i pugni. “E io vedo come guardi Don Marco. Come la mettiamo?”
Il silenzio cadde pesante tra loro.
Mena sentì la rabbia montare, mescolata a qualcosa di più profondo, di più subdolo. Eccitazione. Lui è geloso. Di me. Di un prete. Quel pensiero le diede un brivido quasi dolce.
Sapeva che era sbagliato, che una madre non dovrebbe provare questa gelosia morbosa verso il proprio figlio, eppure non riusciva a fermarlo. Era un fuoco lento che le consumava il petto, un possesso che la faceva sentire ancora donna, ancora viva, in un mondo dove tutto il resto, Roberto, la casa, il futuro, era sospeso in un limbo.
Si guardarono ancora un secondo, poi Mena fece un passo. Toni non si mosse.
“Lui è un amico e comunque non mi ha mai messo le mani addosso!”
“E lei è mia zia, non vedo il problema se si comporti in maniera espansiva con me!”
Mena deglutì. “Dovresti capirlo.”
“Mamma, vuoi sapere cosa penso?”
“Cosa?”
“Penso che tu abbia paura. Paura di ammettere la tua attrazione per quel prete da strapazzo. Per questo accusi me. Stai solo nascondendo la testa sotto la sabbia.”
Mena sentì il sangue pulsarle alle tempie. “Stai esagerando.”
“È il tuo amante, vero? Mentre papà sta in coma, tu lo tradisci con un prete?”
Lo schiaffo di Mena lo colpì in pieno sul volto.
Toni
Il silenzio calò pesante, come se la casa avesse trattenuto il fiato. Toni e Mena si guardarono, entrambi con il respiro corto.
Mena fu la prima a parlare, la voce più bassa ma ancora irritata. “Scusami.”
Toni scosse la testa. “No. Colpa mia. Sono stato ingiusto. La storia del prete era una sciocchezza, lo so da me. Non volevo ferirti.”
“Però hai ragione su una cosa.” Lei fece un passo. “Ho paura.”
“Di cosa?”
“Di perderti. Di perdere mio figlio.”
Toni deglutì. Mia madre è gelosa. Di me.
“Io non vado da nessuna parte.”
Le parole uscirono piano. Toni sentì il cuore saltare. Mio figlio. Quel “mio” gli entrò dentro come una lama.
“Dillo ancora.”
“Tu sei mio figlio.”
Lui chiuse gli occhi un secondo. Il ricordo del solletico sul divano, delle dita di lei tra i capelli, gli esplose nella testa. È sbagliato. Lo so. Ma non si mosse.
Mena gli posò una mano sulla spalla. “Non litighiamo più.”
“Mai più.”
Si abbracciarono. Toni la strinse forte, il petto contro il suo, sentendo il calore morbido del suo seno premere contro di lui. Mena affondò il viso nella sua spalla.
“Mi stringi come quando eri piccolo,” mormorò lei.
“Ma non sono più piccolo.”
“No. Sei grande. Troppo grande.”
Toni sentì il respiro di lei caldo sulla pelle. “E ti piace ancora?”
Mena rimase zitta un attimo.
“Mi piace di più”.
Toni si staccò piano e si passò una mano sulla faccia. “Senti… devo parlarti di Anna.”
Mena si irrigidì appena, ma cercò di non farlo vedere. “Anna?”
“Sì.” Toni si sedette sul divano, la voce più bassa. “Abbiamo litigato di brutto. Però… voglio provare a sistemare le cose con lei.”
Mena si sedette accanto a lui, lentamente. Non disse niente subito. Solo un piccolo sospiro. “Capisco.”
Toni la guardò. “Tu non la sopporti, vero?”
Mena scrollò le spalle. “Non è che non la sopporti. È che… non so. La vedo e penso che non sia… abbastanza per te.”
“Abbastanza come?”
Mena fissò il pavimento. “Non lo so. Troppo ambiziosa. Tu meriti qualcuno che ti metta al primo posto. Sempre.”
Toni annuì, ma dentro sentì un calore strano.
“Però voglio provare,” ripeté. “Non voglio mollare così.”
Mena annuì, poco convinta. “Va bene. Prova.”
Restarono in silenzio un momento. Poi Toni si chinò in avanti, i gomiti sulle ginocchia. “Mà… scusa per prima. Non volevo dire quelle cose.”
Mena allungò una mano e gli toccò il braccio. “Vieni qui.”
Toni si lasciò tirare. Si abbracciarono sul divano, stretti. Mena cominciò a piangere piano, lacrime silenziose che gli bagnavano la maglietta. Toni sentì il nodo in gola sciogliersi e pianse anche lui, senza rumore, la faccia nascosta nei suoi capelli.
“Scusa,” mormorò lei tra i singhiozzi.
“Scusa tu,” rispose lui, la voce rotta.
Si strinsero più forte. Il pianto durò minuti, lunghi, liberatori. Nessuno dei due parlava più. Solo respiri spezzati e lacrime. Ma sotto le lacrime, sotto le scuse, il sentimento restava. Strisciante. Morboso. Si abbracciavano piangendo, spaventati per aver litigato, spaventati per quanto si erano detti, ma il legame non si allentava. Anzi. Si stringeva ancora di più, silenzioso, oscuro, inevitabile.
Madre e figlio.
Solo loro due.
Luigi
Una delle cose buone dell’essere un dirigente medico è quella di avere sempre del lavoro da fare, anche a casa.
Il lavoro ti tiene occupato.
Se lavori non pensi.
Luigi si tuffò nelle scartoffie di lavoro, pile di referti, cartelle cliniche, moduli da firmare, qualsiasi cosa.
Nella cameretta buia, lei era sotto di lui, a quattro zampe, gemeva piano mentre lui affondava lento, centimetro dopo centimetro, sentendo quel giovane sesso stringerlo, caldo e bagnato.
Poi il crollo. La risata di Marta.
Luigi strinse la penna fino a farsi male alle dita. Abbassò lo sguardo di colpo sul fascicolo, le mani strette sulle ginocchia per nascondere l’erezione. Dio santo, no… Non ora.
Era un mostro.
Un padre malato che si eccita per aver scopato una donna immaginando di fottersi la figlia.
All’epoca, una ragazzina. Vergogna.
Anna entrò in quel momento. Si fermò sulla soglia. Indossava jeans aderenti blu scuro che le modellavano perfettamente le gambe, una bellissima camicetta bianca leggera con i primi due bottoni aperti che lasciava intravedere la pelle del décolleté, e una giacca corta di jeans buttata sulle spalle.
“Papà… devo parlarti” disse lei, esitante.
Lui annuì, fissando il tavolo. “Dimmi.”
Lei si sedette di fronte. “Si tratta di Marta.”
Non la guardò.
“Papà, mi ascolti?” insisté lei, sporgendosi appena. “Hai sentito cosa ho detto? Marta. Ho fatto delle indagini su di lei.”
“Indagini? Addirittura?”
“Nessuno la conosce… Non si sa nulla di lei. Dove abitava?”
Lui alzò lo sguardo per un secondo, poi lo abbassò di nuovo. Le guance gli bruciavano. “Anna…”
“No, papà, non “Anna”.” La voce di lei si alzò appena, poi tornò bassa, come se facesse fatica a controllarla. “Parliamo. Non sai niente di questa donna. Niente. È losca. Non mi convince affatto.”
Luigi sospirò, voce monocorde. “Il fatto che non ci sia niente su di lei non significa che sia una pazza assassina.”
Anna rise, amareggiata. “Ah no?”
Respirò a fondo. “Papà, svegliati. Una donna compare dal nulla, si infila nella tua vita…”
Lui strinse i denti. Le mani sudavano. Non la guardava.
“Io mi trovo bene con lei. Marta è brava, dolce e mi capisce.”
“Vuole solo derubarti.”
“Hai delle prove?”
“Prove?” Anna batté la mano sul tavolo. “Nessuno sa da dove venga. Nessuno sa dove vivesse prima. È un fantasma. Un parassita. Che altre prove ti servono?”
“Anna, smettila.” La voce gli uscì strozzata.
“Smettila tu.” Lei respirava più veloce. “Tu la difendi sempre. Sempre. Marta ti capisce? Capisce cosa, papà? Perché non dici la verità?”
“Quale pensi sia la verità?” Rispose lui, acido.
Lei chiuse gli occhi, raccogliendo ogni frammento della propria pazienza.
“La verità è che non la conosci. Non sai nulla di lei.”
Il silenzio tra loro si fece denso, quasi palpabile.
“Papà, rispondi.”
“Non è nata ieri” rispose lui piano, fissando il fascicolo. “Lavora in ospedale. È una brava collega.”
“Il suo lavoro? Papà, per favore.” Il respiro le si spezzò. “È comparsa pochi mesi fa. E già ti comanda a bacchetta. Sei impazzito? Spiegami. Spiegami perché difendi una sconosciuta contro tua figlia.”
Luigi si alzò, camminò fino alla finestra, tornò indietro. “Anna, smettila. Non è un interrogatorio.”
“Invece sì.” Anna si alzò a sua volta. La sedia grattò il pavimento. “È un interrogatorio. Perché tua figlia, o meglio, la figlia che vuoi sostituire, deve sapere con chi ha a che fare suo padre.”
“Non sostituisco nessuno.”
Anna vide il suo disagio. Lo sentì nell’aria. Il silenzio divenne insopportabile.
“Papà, dimmi la verità.” La voce di Anna era rotta. “Ti ricatta? Ti ha promesso qualcosa?”
Luigi si fermò. Il sangue gli pulsava nelle tempie. Lo sa. Sa tutto. In quel momento, mentre lei pronunciava quelle parole, il flashback tornò violento: la lingua di Marta sulla cappella, ma nella sua testa era Anna che lo succhiava, gli occhi neri magnetici che lo fissavano dal basso, la bocca perfetta che prendeva ogni centimetro mentre lui le accarezzava i capelli. L’erezione pulsò più forte. Lui si sedette di scatto, incrociò le gambe, sperando che lei non notasse.
“O sei solo stanco di stare solo e hai preso la prima che è passata?”
“Sei fuori strada.”
“Allora chi è?” Anna si avvicinò di un passo. Lui indietreggiò impercettibilmente. “Chi è questa donna che nessuno conosce? Dimmi dove abitava prima. Dimmi una cosa, una sola, che non sia “lavora in ospedale”.”
Luigi tacque. Le parole gli morirono in gola, bloccate da un nodo improvviso di paura. Non trovava il coraggio di confessare a sua figlia che aveva intenzione di sposare Marta. Sapeva fin troppo bene quale sarebbe stata la sua reazione.
“Marta non è cattiva. Lei pensa alla mia felicità. Forse anche tu dovresti pensare alla tua.”
Anna si bloccò. Si voltò di scatto. “Cosa?”
“Da quanto tempo non parli con Toni?”
Lei si inalberò. Il viso le divenne rosso. “Non tirare fuori Toni. Non c’entra niente.”
“C’entra. Pensa alla tua vita, ad essere felice. Lasciami vivere la mia.”
Anna rise nervosa. “La mia felicità? Papà, non serve necessariamente stare insieme a qualcuno per essere felici. Non serve. Tu lo dovresti sapere bene. Anche se sono da sola senza Toni, mi sto concentrando sulla mia carriera come cantante. È lì che metto tutta me stessa. Non ho bisogno di un uomo per andare avanti.”
Luigi sentì una fitta al petto. Non ebbe il coraggio di guardarla negli occhi.
“Il canto… sì, vabbè. Non è che ti darà da vivere per sempre.”
Anna lo fissò, colpita. Il silenzio fu terribile. “Papà, è la mia vita. La mia carriera. Ci sto mettendo tutta me stessa. E tu lo butti via così? “Sì, vabbè”?”
Luigi deglutì. Era fiero di lei. Fiero da morire. Ma non poteva dirlo. Non poteva ammettere di essersi perso tutti i provini della figlia per inseguire le proprie ossessioni.
In quel momento il telefono sul tavolo vibrò. Volume alto. Luigi lo afferrò senza pensare. Rispose.
Dall’altro capo arrivò la voce di Marta, stridula, amplificata: “Papà… sei già a casa? Mi manchi, paparinetto. Quando ci vediamo stasera? Voglio sentirti dentro di nuovo.”
Luigi chiuse la chiamata di colpo. Il telefono gli cadde di mano.
Anna si bloccò sulla soglia.
Si voltò lentamente. Il viso contratto.
“Papà…?”
“Anna…” La voce gli uscì debole.
“No. Basta. Ho capito.” Lei aveva gli occhi lucidi. “Hai scelto tua figlia. Hai scelto lei. Io sono di troppo.”
“Ma che dici…”
Anna uscì, sbattendo la porta.
Luigi rimase seduto a guardare i fascicoli, parole burocratiche impossibili da leggere a causa degli occhi offuscati. Strappò un foglio e lo accartocciò, il suo cuore a brandelli.
Mena
Il pacchetto era arrivato quella mattina, anonimo come promesso dal sito. Mena lo aprì con mani tremanti sul tavolo della cucina, tirando fuori nell’ordine esatto in cui li aveva ordinati: prima il lubrificante, poi l’uovo vaginale liscio e ovale di un rosa tenue, e infine il plug anale. Piccolo, discreto, con la base piatta. Solo guardarli le fece salire il rossore alle guance.
Le parole della lite con Toni le martellavano ancora nella testa mentre svitava il tubetto di lubrificante. Il gel era gelido sulle dita, ma la sua fica non ne aveva quasi bisogno: era già fradicia, le grandi labbra gonfie e lucide. Infilò due dita dentro di sé con un sospiro, sentendo le pareti vellutate e bollenti contrarsi avidamente intorno alle nocche.
Prese l’uovo. Lo avvicinò alla fessura grondante e lo spinse dentro lentamente, godendo del modo in cui la sua fica lo inghiottiva con un risucchio bagnato fino in fondo. Il peso improvviso la fece contrarre istintivamente. Pochi secondi dopo l’uovo cominciò a vibrare: prima piano, poi con scatti improvvisi e violenti, come se avesse una volontà propria. Mena gemette forte, le ginocchia che le cedevano.
Ora il plug.
Si chinò sul tavolo, aprendo bene le gambe. La vestaglia scivolò via del tutto, lasciandola nuda dalla vita in giù. Spalmò generosamente il gel viscido sul silicone finché non brillò, poi premette la punta fredda contro il suo ano rosa e stretto. Quando la parte più larga forzò lo sfintere, un bruciore acuto e intenso la attraversò, facendola stringere i denti e urlare piano. Spinse più decisa, piano ma senza fermarsi, finché con un piccolo plop osceno il plug non scivolò tutto dentro, la base piatta premuta tra le natiche. La sensazione di essere dilatata e riempita in entrambi i buchi la fece ansimare.
Rimase ferma qualche secondo, respirando affannosamente. L’ano pulsava intorno al silicone, un misto di dolore e di un calore proibito che si diffondeva sempre di più. L’uovo nella fica premeva contro la sottile parete che separava i due canali… e all’improvviso ripartì a vibrare forte, con scatti che la fecero sobbalzare.
Si alzò sulle gambe tremanti e camminò lentamente per la cucina, ogni passo una tortura paradisiaca. Il plug si spostava dentro di lei, l’uovo vibrava a caso: a volte piano, a volte con scosse così intense che doveva aggrapparsi al bancone per non cadere. La fica le si bagnava senza controllo, umori densi sulle cosce.
Fu allora, appoggiata al bancone, che la fantasia la travolse improvvisa e violenta come un colpo di frusta.
Non era più il professore ad umiliarla. Era Toni.
Lo vide furioso, bellissimo nella sua rabbia, che la afferrava per i capelli da dietro e la piegava brutalmente sul tavolo. “Hai ragione tu, mà” ringhiò con voce bassa e furiosa, “guarda cosa sei diventata. Una pessima madre. Una troia gelosa che ha bisogno di essere punita dal proprio figlio”.
Nella sua mente Toni prendeva il plug ancora unto e glielo spingeva dentro con forza brutale, senza pietà, allargandole il culo mentre lei urlava di dolore e piacere mescolati.
“Ti meriti di essere sfondata da me. Ti meriti di avere il culo rotto dal tuo stesso figlio, brutta puttana incestuosa”.
Muoveva il plug dentro e fuori con rabbia, facendola gemere come una sgualdrina mentre l’uovo nella fica vibrava a scatti imprevedibili, mandandole scariche elettriche che la facevano tremare.
“Dimmi che sei la mia troia, mà. Dimmi che ti piace farti umiliare dal tuo bambino. Dimmi che sei una madre schifosa che bagna la fica solo a pensare al cazzo del figlio!”
Mena infilò due dita dentro di sé, sentendo l’uovo vibrare forte contro le nocche, e si masturbò furiosamente mentre la fantasia diventava sempre più sporca e crudele. Ogni parola di Toni le bruciava dentro, la umiliava fino in fondo all’anima… e proprio quella vergogna la faceva godere da morire.
“Sono… sono la tua troia…” sussurrò tra i denti, la voce rotta dal piacere e dalla colpa. “Sono una madre indegna… perdonami, Toni…”
L’orgasmo la colpì come una frustata. La fica si contrasse violentemente intorno all’uovo che vibrava impazzito, spremendolo con spasmi lunghissimi, mentre l’ano stringeva il plug in contrazioni quasi dolorose. Urlò, la voce roca che riempiva la cucina vuota, le gambe che tremavano.
“Sono una madre orribile.”
Ma proprio quel pensiero la fece venire di nuovo, più forte, più sporco, più disperato.
Quando finalmente l’orgasmo si placò, rimase aggrappata al bancone, il respiro spezzato, il corpo madido di sudore e umori. L’uovo continuava a vibrare a tratti dentro di lei, il plug la teneva dilatata e piena. Un promemoria costante di quanto fosse disposta a spingersi oltre per tenere Toni legato a sé.
Se solo il prof sapesse… se solo sapesse che la zoccola che lo aveva umiliato stava godendo così, con i toys dentro, mentre fantasticava di essere usata e punita dal proprio figlio.
Mena strinse le cosce, sentendo il plug e l’uovo ancora dentro di sé, e un brivido di piacere colpevole le attraversò il ventre.
Forse meritava di essere ricattata.
E, nel profondo, una parte di lei sperava che accadesse davvero.
Lia
L’acqua del bidet scorreva cristallina e fresca, un lieve sollievo contro la pelle accaldata. Lia sedeva lì ogni mattina, le gambe aperte, a lasciare che il seme di Sergio le gocciolasse fuori piano, denso, vischioso, in rivoli caldi che si mescolavano all’acqua. Ormai aveva capito l’antifona: lui non avrebbe mai accettato il preservativo. E lei aveva iniziato a prendere la pillola, l’unico modo per non finire incinta di lui.
Il ricordo della notte precedente le tornò addosso in flash violenti: le mani sul suo seno, le sue spinte profonde, il grugnito rauco quando era venuto dentro di lei, il calore che la riempiva fino a traboccare. L’orgasmo. Rabbrividì.
La porta d’ingresso si aprì. Sergio entrò fischiettando, con un piccolo vassoio in mano. L’odore di pasticceria fresca invase subito la stanza.
Lia si tirò su sui gomiti, la voce ancora impastata di sonno.
“Che hai comprato, papà?”
Lui sorrise, posò il vassoio sul comodino e aprì la scatola bianca.
“Un regalino per te. Dopotutto è la festa del papà,” disse con tono leggero, come se fosse la cosa più normale del mondo. “Ho preso un paio di bignè di San Giuseppe…”
Sul tavolo c’erano due pasticcini gonfi, la sfoglia dorata che lasciava intravedere la crema densa e lucida che strabordava leggermente. Bianchissima.
Lia li fissò. Suo padre aveva un senso dell’umorismo malato, perverso.
Sergio si tolse la giacca con calma.
“Vado a farmi una doccia,” disse, già diretto verso il bagno. “Poi ti aspetto in camera per un massaggio. Rilassiamoci, oggi è la mia festa.”
Chiuse la porta.
Lia rimase a guardare quei due bignè. La crema bianca trasudava lenta da uno dei due, formando un rivolo denso che lei raccolse tra le dita.
Chiuse gli occhi e se la portò alla bocca.
“Che bastardo,” sussurrò tra sé, la voce bassa.
Dodici anni prima.
“Come sarebbe a dire che adesso ho una mia stanza?”
Luigi stava lì vicino alla finestra, guardando fuori, le spalle alzate.
“Pensavo ti piacesse questa camera…”
Anna saltò in piedi e gli strinse le braccia intorno alla vita, la guancia contro la sua schiena, premendo il corpo contro di lui. Ma il padre non si mosse.
“Da quando siamo tornati da Rio sei diventato uno stronzo, papà,” pensò lei, a denti stretti. “Pa’… non voglio e non mi piace. Non voglio dormire da sola, uffa.”
Invece gli strofinò il naso contro la scapola, inspirando quel profumo di dopobarba che conosceva a memoria. Prima era diverso. La teneva sveglia fino all’alba, rideva con lei, la stringeva forte, giocava con lei. Adesso sembrava assente, privo di calore.
“Sei cresciuta, piccola. Non puoi più dormire con me. È meglio così. Un giorno capirai.”
Aveva dormito nel suo letto per anni, tra le sue braccia, da quando la madre era morta. Era la loro normalità. E adesso lui cambiava tutto senza spiegazioni.
“Non capisco che ti è successo a Rio,” si ripeteva lei nella testa, mentre provava a insistere, a dirgli che da sola aveva paura. Ma con lui niente. Zero. Lui restava lì, freddo, controllato: l’unico uomo che non le dava ragione.
Il ricordo si interruppe di colpo.
Pippo sedeva di fronte a lei al tavolo del bar, le dita che tamburellavano sulla tazzina vuota. Stavano finendo il caffè e Anna era ancora persa nel passato.
Senza accorgersene si portò la tazzina vuota alla bocca, sfiorando il bordo con il labbro inferiore, premendolo piano, lentamente, distrattamente, lasciando un segno netto di rossetto carminio sul bianco della porcellana.
Il giovane cameriere si fermò al tavolo proprio in quel momento con una brioche su un piattino. Deglutì.
“Signorina, questa è per lei, omaggio mio. Sembra un po’ stanca… magari le serve energia.” Disse il cameriere, il viso dello stesso colore del rossetto di Anna.
Anna alzò lo sguardo solo allora. Vide il ragazzo che fissava il segno sulla tazzina. Invece di pulirla si limitò a passargliela, le dita che sfiorarono apposta le sue, lente, affusolate.
Il labbro inferiore ancora leggermente umido si curvò in un mezzo sorriso malizioso, senza dire una parola in più. Il cameriere arrossì fino alle orecchie.
Pippo dal canto suo si schiarì la voce. “Ehm…”
“Giusto. Ne porteresti una anche per il mio amico, per favore?” Chiese lei, con tono supplice.
Il ragazzo prese la tazzina, balbettò un “subito” e se ne andò con le orecchie in fiamme. Pippo ridacchiò sottovoce. “Santa Crocifissa, sei sempre la solita. Devo dire che uscire con te è divertente. Glielo hai fatto venire duro in un batter d’occhio. Povero cristo, stasera si farà una bella sega pensandoti.”
Anna scrollò le spalle, prese la brioche calda e la spezzò in due con le dita curate.
“Anche tra poco, se per questo,” pensò lei mentre strappava un pezzo e se lo infilava in bocca. La pasta era fragrante, tenera.
Esattamente come tutti gli uomini: pronti a sciogliersi per un tocco, un’occhiata. Con le dovute eccezioni.
“Perché cazzo non riesco a controllarlo? E intanto quella stronza di Marta ride, asseconda tutte le sue perversioni schifose e lui ci casca come un idiota. Non riesco a piegare l’unico uomo che vorrei salvare. Che schifo.” Pensò lei.
Si passò una mano sul viso con un gesto rapido, cancellando ogni traccia di emozione. Tornò subito fredda e composta. Il rossetto era ancora perfetto sulle labbra, i capelli tirati stretti sul capo, gli occhi vivaci.
Pippo si sporse in avanti. “Marta è un fantasma, tesoro. Ho controllato tutto: zero social, niente curriculum. È spuntata come un fungo.”
“Un fungo velenoso.”
“Già. Brava infermiera, dicono. Ma non si sa altro su di lei.”
“Pippo, non so come cazzo agire” disse lei a voce bassa, masticando lentamente la brioche. “Quella puttana di Marta mi sta ricattando, ma non capisco ancora cosa abbia in mano. Mi ha fatto capire che mi può aiutare a sfondare nel canto… a patto che io non mi metta in mezzo tra lei e mio padre.”
Pippo la guardò serio per un secondo, poi scosse la testa. “Tesoro, te l’ho promesso. Tu diventerai una cantante famosa. Non hai bisogno di quella stronza. Quando si farà viva di nuovo, ignorala. Tuo padre? Prima o poi capirà da solo con chi ha a che fare.”
Anna annuì, ma quel nodo restava lì.
E se anche lui fosse intrappolato in qualcosa che non riusciva a controllare?
Le tornarono in mente i suoi trofei di nuoto, spostati dal padre nella stanzetta nuova.
Si alzò di scatto. Avrebbe parlato con lui oggi stesso. Avrebbe vinto. Doveva vincere.
Mena
Il televisore della cucina era acceso, lo schermo che illuminava la penombra. Mena si passò una mano tra i capelli castani spettinati, sentì il capezzolo sinistro sfregare contro la seta leggera della vestaglia bordeaux, il tessuto fresco che le accarezzava la pelle e un brivido familiare le corse lungo la schiena. Il telefono vibrò nella tasca della vestaglia.
Aprì la chat.
Prof: Francesca? Ci sei?
Mena sorrise tra sé, maliziosamente. Digitò veloce, mentre la mano sinistra scese piano sotto la vestaglia, premendo appena la seta contro le cosce.
Francesca: Ciao prof, come stai?
Prof: Non bene… purtroppo!
Francesca: Che è successo?
Prof: Sono nervoso, infuriato, vorrei spaccare tutto!
Francesca: Perché?
Prof: Lascia stare…
Francesca: Strano, di solito sei così controllato, pacato… non ti avevo mai visto così nervoso.
Sentì il cuore accelerare. Digitò con cura, incuriosita, mentre la mano sinistra continuava a muoversi lenta, circolare.
Prof: Quella zoccola!
Francesca: Ma chi?
Prof: Non la conosci, lascia perdere…
Francesca: Hai litigato con qualcuno? Una tua studentessa?
Prof: Macché! La zia di un mio studente! Mi ha umiliato davanti al nipote, come si permette?
Mena dovette soffocare una risata bassa in gola, un suono roco che le uscì quasi come un gemito. Che scema, non aveva capito nulla. Ce l’aveva con lei. Il pensiero la fece bagnare. Immaginò il preside (il suo prof) rosso in faccia, umiliato, costretto a cedere davanti a una donna che lui aveva creduto debole e arrendevole.
Ed era andato a piangere… da Francesca.
Il prof iniziò a raccontare. Le descrisse tutto: l’incontro in ufficio, Mena che aveva preso in mano la situazione con voce calma, che l’aveva minacciato velatamente di ritirare le donazioni, che lo aveva costretto a chiudere la faccenda senza conseguenze, senza nemmeno un richiamo formale.
Mena lo assecondò, scrivendo frasi dolci, comprensive, piene di “oddio prof, che situazione imbarazzante”, mentre dentro di sé rideva fino alle lacrime.
Francesca: E scusa, tu le hai risposto a tono a questa signora?
Prof: E perché mai? Qual è la soddisfazione di vincere un confronto dialettico? L’altra parte ti odierà ancora di più. Bisogna vincere con i fatti.
Che paraculo.
Francesca: Ecco il prof che conosco! E quali sono i fatti?
Mena rise piano, un suono basso e roco, mentre il medio giocherellava col clitoride. “Tirati su… almeno mi sento meno in colpa,” pensò, divertita da morire.
Prof: La vorrei umiliare, non immagini quanto.
Francesca: Quanto?
Prof: Come, semmai. Se solo conoscessi qualcosa di segreto su di lei…
Francesca: Del tipo?
Prof: Ho qualche sospetto.
Francesca: Continua…
Prof: Secondo me quella si scopa il nipote … i compagni lo chiamano Mutandino perché lo hanno beccato che annusava delle mutandine femminili e si eccitava…
Povero nipotino. Non meritava di essere al centro di quei pettegolezzi. Avrebbe voluto vedere tutti quei moralisti alle prese con Teodora, sarebbero impazziti dopo un paio di giorni. Decise comunque di assecondarlo.
Francesca: Ma sarebbe assurdo dai… è sua zia.
Prof: Quella lussuria è ereditaria, fidati di me.
Francesca: Ma anche se fosse?
Prof: Se fosse? La ricatterei. Nessuno può umiliarmi e passarla liscia.
Francesca: Parli come se avessi già in mente una vendetta.
Prof: Certamente, sì.
Francesca: Racconta, dai.
Mena era molto divertita e immaginava come avrebbe potuto girare la situazione a suo favore.
Poi notò che il prof. le stava inviando in chat dei link per acquistare prodotti.
Sex toys.
Mena cliccò curiosa. Il primo era un plug anale di piccole dimensioni, perfetto per girare in pubblico: silicone nero opaco, forma a goccia elegante con base a fiore discreta, diametro massimo di 3 centimetri alla base, leggero, flessibile.
Il secondo era un lubrificante a base d’acqua, trasparente, in confezione da viaggio con beccuccio preciso.
Il terzo un uovo vaginale, rosa shocking, superficie liscia, con vibrazione che poteva attivarsi all’improvviso, a scatti imprevedibili.
Mena era ancora molto divertita. E sospettò dove volesse andare a parare il prof.
Si accarezzò lenta, il medio che premeva sul clitoride gonfio, mentre immaginava il prof che fantasticava di ricattarla. Ricattami pure, prof. Vediamo chi umilia chi alla fine. Il respiro le usciva corto, spezzato.
Prof: E ti dirò, secondo me anche il figlio si sega pensando alla mamma!
Mena sentì un fastidio sottile pungerla, una spina sotto l’unghia. “Come si permette?” Pensò. Il medio rallentò di colpo sul clitoride, quasi esitò.
Nessuno poteva permettersi di immaginare Toni in quel modo, tantomeno un professore frustrato che non sapeva niente della loro vita. Eppure continuò a toccarsi, anche se più piano, come se volesse ignorare quel pensiero.
Francesca: Perché pensi che il figlio si seghi pensando a lei?
Prof: Perché è una bella porca, di mezza età ma florida e tutta curve… Sarebbe strano se non lo facesse.
Francesca: L’incesto mi sembra una fantasia eccitante ma… la realtà è ben altra, caro il mio prof!
Prof: Pensi che siano tutti santi? Guarda la sorella della nostra amica milf…
Francesca: Pure la sorella è una maniaca? Non mi dire!
Prof: Nooo la sorella è una specie di mostro pazzo, una polpettona, culona e bigotta…
Mena tornò a ridacchiare. Descrizione accurata.
Francesca: E allora cosa c’entra in questo girone incestuoso?
Prof: Eh… secondo me… col nipote…
Mena sentì un nodo freddo stringerle piano la gola. Toni? Il suo Toni. Con Teodora. Smise di toccarsi.
Francesca: Con il nipote pure lei? Ma va.
Prof: Non ne sono certo, però… pare che la gente parli…
Francesca: Continua…
Prof: Li hanno visti sbaciucchiarsi in giardino e lei gli avrebbe messo le mani nelle tasche dei pantaloni.
Francesca: Forse sono solo affettuosi…
Affettuosi un corno, pensò, mentre un’immagine indesiderata le sfiorava la mente. Teodora che allungava le mani e toccava ciò che non era suo.
Prof: Famiglia incestuosa, te lo dico io. Comunque sia, lascio a quel bellimbusto senza cervello il piacere di scoparsi la polpettona, io passo. Io voglio lei. La nostra milf sarebbe perfetta da ricattare e costringere a fare quello che voglio io… ossia darmi quella sua ficona calda!
Francesca: Pensi sempre a quello?
Prof: Cosa può fare un professore se non pensare? E pensa che ripensa dove può finire il pensiero?
Francesca: Alla ficona, certo….
Prof: Brava! Ti eccitano quei gingilli che ti ho mandato?
Francesca: Belli, belli…
Mena inserì il “pilota automatico” mentre la mente correva altrove, lontana, velata da quella gelosia strisciante. Assieme immaginarono scene sporche, umilianti da brava zia Mena ricattata.
Lo fece venire dolcemente, con parole calde, quasi materne, mentre dentro di sé immaginava di prendere una stecca di legno e percuoterlo sul sedere, mentre lui implorava pietà.
Lo immaginò piegato sulla scrivania, i pantaloni abbassati, il culo pallido che diventava paonazzo sotto i colpi, mentre lei rideva bassa, crudele, bagnata.
Il prof venne con un messaggio tremante: “Porca… cazzo… vengo… per te…”.
Chiuse la chat, dopo un rapido saluto e si alzò lentamente, le gambe molli, la vestaglia di seta che le si apriva appena sul seno pesante.
Toni era suo. Solo suo. Teodora non doveva permettersi nemmeno di sfiorarlo. Mena si passò una mano sul ventre caldo, sentì il nettare scorrere lento lungo l’interno coscia.
Dovevano parlare.
Luigi
Dodici anni prima.
Ironico. Per la prima volta dopo anni poteva finalmente dormire da solo, e invece non riusciva a chiudere occhio. Restava supino nel letto matrimoniale, gli occhi spalancati nel buio più completo. Il posto accanto a lui era vuoto: per la prima volta da anni Anna non c’era. Aveva la sua stanza adesso.
Le lenzuola avevano ancora il suo odore. Un brivido gli attraversò la schiena. Il cazzo cominciò a indurirsi sotto le mutande, pesante, insistente, traditore.
Luigi deglutì. Non si era mai masturbato in quel lettone. Mai. Ma stanotte il sonno non arrivava e il corpo reclamava sollievo.
Gli sembrò quasi una botta di vita, un modo sporco di godersi finalmente un po’ di privacy dopo anni passati a dormire con sua figlia accanto.
“È solo per rilassarmi. Solo per dormire. Non sto pensando a nessuna in particolare.” Pensò lui, la mano destra che scivolava lentamente sotto le lenzuola. Le dita sfiorarono l’asta già dura, la pelle calda e tesa. Iniziò a muoverla piano, con movimenti lenti e controllati, lasciando che le lenzuola profumate gli accarezzassero il ventre e le cosce.
Vaniglia mista a un lievissimo odore di cloro della piscina.
Il respiro si fece più pesante. Il suono umido della mano che saliva e scendeva riempiva la stanza silenziosa.
“Non è lei. Non sto pensando a nessuna. Solo un banale momento di autoerotismo, tutto qui. Solo per sfogarmi e dormire.”
Ma l’inconscio lo tradiva senza pietà.
La mano accelerò appena.
Lei che usciva dalla piscina, capelli neri mossi appiccicati alla schiena nuda, pelle bagnata, il costume che aderiva ai seni tondi e perfetti, capezzoli scuri che spingevano contro il tessuto.
Il pollice sfiorò la cappella rosa e sensibile, raccogliendo il liquido trasparente che usciva copioso. Non aveva nemmeno necessità di lubrificarsi con la saliva: perdeva già tanto da solo.
Il pube completamente depilato, liscio come seta.
“Sei un padre di merda. Un malato. Un porco schifoso.”
Senza rendersene conto Luigi iniziò a sussurrare nel buio, la voce roca e spezzata.
“Anna… Anna…”
Il profumo delle lenzuola era ovunque. Il piacere saliva lento, implacabile. Il corpo si inarcò leggermente, le palle pesanti che si contraevano.
“È solo piacere. Sto pensando a un’altra. Non è lei che mi guarda con quegli occhi neri. Non è lei che apre le gambe e mi mostra quel sesso liscio, caldo, bagnato… cazzo, basta. Basta…”
Il movimento divenne più deciso. Le lenzuola si muovevano ritmicamente. Il calore saliva. Luigi chiuse gli occhi più forte, il respiro rauco.
“Anna… Vieni qui…”
Non sentì il leggero fruscio delle lenzuola dall’altro lato del letto. Non sentì il materasso che si abbassava piano. Era troppo preso, la mano che pompava, la mente annebbiata dal desiderio.
Poi un corpo caldo si infilò sotto le lenzuola accanto a lui. Pelle liscia, profumo fresco, capelli neri mossi che gli sfiorarono il braccio.
Ormai le sue fantasie lo controllavano del tutto, al punto che gli sembrava di vederla davvero. Ma che importava? Voleva sborrare e basta.
“Anna… Vieni…”
“Papà…”
Per un secondo terribile, osceno, Luigi afferrò la ragazza per la testa. Voleva sborrare e basta. Basta con i sensi di colpa. Voleva spingere quel bel visino verso il basso, farle aprire quelle labbra stupende e ficcarle il cazzo in bocca mentre lei lo chiamava “papà”. L’immagine gli esplose nella testa così forte che il cazzo gli diede un altro spasmo violento, quasi venendo lì, sul posto.
“Papà… mi sei mancato tanto anche tu!” sussurrò la piccola Anna, la voce dolce, piena di sollievo, stringendogli la nuca di rimando.
Luigi spalancò gli occhi nel buio. Il cuore gli esplose nel petto.
Ma era davvero lei. Era reale.
Luigi ritrasse di scatto la mano dal cazzo, il cuore che batteva come un martello. Il membro rimase duro, a penzoloni tra le gambe, umido, dolorante.
Fece lo scocciato, la voce brusca per nascondere il panico e il desiderio.
“Anna! Che fai qui!”
“Come che faccio? Mi hai chiamato tu!”
“Non fare la furbetta, non hai bussato!”
“Scusami, sembravi sveglio! Mi hai anche detto di venire da te…”
Luigi tacque. Il cazzo gli pulsava ancora, traditore.
“Che fai?” chiese lei, tranquilla, mentre gli accarezzava il viso, giocosa.
Il cazzo di Luigi, ancora duro e umido, pulsò violentemente.
Pensava che lui avesse sussurrato il suo nome perché l’aveva sentita entrare.
Luigi capì l’equivoco in un lampo. Lei non aveva visto niente.
“Anna, non cambiare argomento. Vai nella tua stanza. Subito. Sei grande ormai. Hai disobbedito. Dovevi dormire in camera tua.”
Lei non si mosse. Rimase abbracciata a lui, il corpo caldo e tonico premuto contro il suo fianco. Luigi sentiva il calore della sua pelle attraverso il pigiama sottile. Sentiva il seno sodo che si alzava e abbassava contro di lui.
Il cazzo pulsava ancora, a pochi centimetri da lei.
Se lei avesse spostato la mano solo di qualche centimetro lo avrebbe toccato.
Se non gliel’avesse spostata prima lui.
Se.
“Ma papà… prima dormivamo sempre insieme. Da quando siamo tornati da Rio sei strano. Mi fai paura quando diventi così freddo.”
Luigi sudava freddo. L’erezione non calava. Anzi, il pericolo di essere scoperto la rendeva ancora più dura. Il profumo di Anna gli riempiva i polmoni.
Se fosse stato meno lucido, avrebbe costretto sua figlia a prendergli il cazzo in bocca.
Se.
“Anna, vai a letto. Subito” ripeté, la voce più dura, cercando di spingere via quel corpo che desiderava con ogni fibra del suo essere.
“Ma perché non posso dormire con te?”
“Insomma Anna, che ti prende? Me lo dici? Perché non vuoi ascoltarmi?”
“Non mi va di dormire da sola, tutto qui.”
“Perché?”
Lei scrollò le spalle.
“Da sola avrai i tuoi ritmi, potrei anche dormire di meno se ho un turno in ospedale e non voglio più svegliarti. Ne abbiamo parlato. E poi inizia l’anno di scuola, adesso. Devi essere riposata e pronta a studiare se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi.”
Lei annuì, di malavoglia.
“Va bene?”
Anna restò in silenzio per un lungo momento.
“Di stare sola, intendi?”
“Almeno a dormire… Papà ci sarà sempre.”
Poi lei annuì lentamente.
“Grazie papà.”
Insistette ancora un secondo, poi si arrese. Si alzò piano, gli occhi neri brillanti nel buio.
Luigi si mise a sedere, tenendo le lenzuola strette intorno alla vita per nascondere l’erezione che ancora non calava. La voce uscì controllata, paterna, ma dentro ribolliva tutto.
Lei si chinò di nuovo per abbracciarlo. Luigi si ritrasse di scatto, il corpo rigido.
“Vai a dormire, dai. Buonanotte.”
Le accarezzò la guancia con dita fredde, rapide, da chirurgo.
Lei uscì. La porta si chiuse.
Luigi rimase solo nel buio, il cazzo ancora duro tra le gambe. Si alzò di scatto, le lenzuola che gli scivolavano via. Rimase lì in piedi, nudo dalla vita in giù, il membro che oscillava pesante nell’aria fredda della stanza. Lo sguardo fisso sulla porta della stanza di Anna in fondo al corridoio.
“Adesso mi alzo. Vado là. Entro. Mi prendo quello che è mio. Lei è mia. È sempre stata mia. Basta nascondersi. Basta.” Pensò, frenetico.
Mena
Poteva tollerare Anna, sì. Quella era la classica “fidanzata di rappresentanza”: una ragazza carina, ambiziosa, ma che non avrebbe mai potuto competere con il suo legame. Una presenza estemporanea, che Toni avrebbe usato per sentirsi normale. E poi buttato.
Ma sua sorella Teodora non poteva allungare le mani. No. Teodora si era comprata la loro riconoscenza, ma non aveva diritto alle loro anime. Non aveva partorito Toni. Non lo aveva tenuto in braccio mentre piangeva di notte. Non aveva sentito il suo piccolo cuore battere contro il proprio.
Era come se il legame con Toni fosse l’unica cosa che ancora la teneva in piedi, l’unico possesso che le dava un senso di identità in mezzo alle macerie della sua vita. E lui… lui la voleva tutta per sé, lo sentiva nel modo in cui la guardava, nel tremito della sua voce quando lei rideva con Don Marco, nel modo in cui i suoi occhi verdi, identici ai suoi, si incupivano di gelosia.
Flashback improvvisi la assalivano: le dita di lui tra i suoi capelli da piccolo, il solletico sul divano che lo faceva ridere fino alle lacrime, gli abbracci quando tornava da scuola con le ginocchia sbucciate. Tutto era lì, intatto, ma distorto da un desiderio possessivo che non osava nominare.
Lo trovò sul divano, stravaccato, telefono in mano, faccia da funerale. Non alzò nemmeno lo sguardo quando lei entrò.
Luigi
Uscì dalla camera con il cazzo che gli pulsava tra le gambe come una creatura viva. Il corridoio gli sembrò infinito.
Aprì la porta della stanza di Anna con mano tremante. Il letto era lì, avvolto nella penombra. Lei era sotto le lenzuola, il corpo che si muoveva piano al suo ingresso.
Anna si girò, gli occhi neri che brillavano nel buio. Un sorriso dolce, complice, le incurvò le labbra.
“Papà… lo sapevo che avresti cambiato idea” sussurrò, la voce calda e piena di sollievo. “Vieni qui. Dormiamo assieme. Mi sei mancato da morire.”
Luigi salì sul letto. Si chinò su di lei, accarezzandole il viso e i capelli con la stessa tenerezza di sempre. Le baciò la fronte, poi le guance.
Si fermò un istante, il respiro corto, il cuore che gli martellava nel petto.
“Anna… ci ho pensato tanto, sai?” mormorò contro la sua pelle, la voce bassa e incerta. “Ho pensato a quanto mi manchi dormire con te. Vorrei davvero farlo stanotte, come quando eri piccola e ti stringevi a me perché avevi paura del buio. Ma tu non sei più piccola. Sei una ragazza grande ormai. E se vuoi che dormiamo assieme da adulti… allora dobbiamo baciarci come si baciano i grandi.”
Anna lo guardò, gli occhi spalancati, un misto di sorpresa e curiosità. Non disse niente, ma non si ritrasse.
Luigi deglutì. “Solo un bacio, amore. Come i grandi. Se non vuoi, basta dirlo e mi fermo. Ma se mi vuoi qui… allora baciami. Baciami sulla bocca.”
Lei rimase immobile per un secondo lunghissimo. Poi, lentamente, annuì.
Luigi le sfiorò di nuovo le labbra con le sue, piano, quasi timoroso. Questa volta non fu un bacio rapido e paterno. Si fermò lì, respirando il suo respiro, lasciando che le loro bocche si toccassero davvero. Le labbra di Anna erano morbide, calde, leggermente socchiuse. Lui le sfiorò con le sue, una volta, due volte, lentamente, assaporando ogni millimetro di quel contatto proibito.
“Sei un mostro. È tua figlia. Fermati ora.”
Ma non si fermò. Le mani scivolarono sotto il pigiama, sfiorando la pelle liscia del ventre prima di salire a stringere i seni tondi e perfetti. I capezzoli erano già duri. Li pizzicò piano, strappandole un gemito contro la sua bocca.
“Anna… mia bellissima Anna…” mormorò contro le sue labbra, mentre le sfilava il pigiama con gesti frenetici. Il corpo di lei si offrì nudo: le cosce lunghe, il pube completamente depilato, liscio e già luccicante di umori.
Era sua figlia e lui, padre tormentato, non riusciva più a frenare quella fame che lo divorava da mesi.
“Ti amo” mormorò Luigi, la voce bassa e roca.
Le prese delicatamente il viso, inclinò la testa e la baciò di nuovo, lentamente, teneramente, le labbra sottili premute contro quelle carnose e perfette di Anna.
Non si staccò subito. Rimase lì, immobile contro la sua bocca, una mano sulla guancia calda.
Luigi sentì il suo respiro calmarsi, il corpo tonico che si rilassava contro il proprio.
Poi mosse le labbra e lei sentì qualcosa di umido sfiorarle la bocca.
Era la sua lingua. Luigi spinse piano, assaporando il retrogusto di menta fresca del dentifricio. Il sapore era paradisiaco, proibito.
“Apri un po’ la bocca, amore” sussurrò.
La baciò di nuovo e la lingua di lei rispose, dapprima timida, poi sempre più audace, intrecciandosi alla sua in una danza lenta e bagnata.
Luigi sentì le braccia di Anna stringersi intorno a lui, le spalle che si contraevano piano. Il corpo di lei premeva contro il suo petto, i seni tondi e sodi che si alzavano e abbassavano rapidamente. I capezzoli scuri spingevano contro di lui, eretti. Luigi sentì un brivido corrergli lungo la schiena.
È sbagliato, è mia figlia, la mia piccola Anna che ho cresciuto… ma, Dio, quanto è bagnata per me.
Lui la sollevò per girarla completamente verso di sé. Lei mosse i fianchi, facendo scivolare le loro intimità l’una contro l’altra.
Le strinse i fianchi e iniziò a farla scivolare lentamente sopra di sé.
“Mi dispiace, amore. Non riesco a fermarmi. Non riesco proprio a fermarmi.”
“Smettere cosa, papà?”
“Non dovrei farlo.” Le mani scesero a stringerle il sedere alto, sodo e rotondo, un culo perfetto benedetto dalla giovinezza. Luigi lo afferrò con forza, le dita che affondavano nella carne, mentre la faceva muovere avanti e indietro sopra il suo cazzo, sempre più veloce. Era tutto scivoloso. Colpì quel punto preciso e la sentì impazzire. Anna gemette nella sua bocca, muovendo i fianchi con urgenza.
“Cazzo. Sei bagnata, amore. Non riesco a fermarmi. Scusa…”
Anna trattenne un grido trasformandolo in un piccolo squittio e si strinse forte a lui mentre l’orgasmo la travolgeva. Finirono seduti fianco a fianco, nudi. La sua coscia liscia premeva contro quella pelosa di lui.
Si sentiva potente. Terrificante ed emozionante al tempo stesso. Aveva creato quella ragazza, e ora poteva plasmarla come voleva.
E iniziò fin da subito, facendole prendere confidenza con il suo uccello caldo.
“Lo sai? Le persone adulte si accarezzano così, come sto facendo io con te e come fai tu con me…”
Le afferrò la mano e la guidò ad accarezzargli il cazzo con dolcezza, mentre le sue dita le sfioravano la fica con delicatezza.
“Continua così, stringilo come se fosse un trofeo di nuoto… Forte ma non troppo.”
La sua fessurina era totalmente depilata, liscia come seta, rosa e perfetta. Luigi fece scorrere le dita sulle labbra gonfie, aprendole piano, sentendo il calore liquido che colava abbondante.
Con quegli occhi da cerbiatta, guardava il cazzo del padre con un’espressione di adorazione e fame che lo lusingò profondamente.
In quel momento, con la mano di lei che gli pompava il cazzo, non gli sembrava più vergognoso. Gli sembrava giusto. Perché l’aveva creata lui. Quindi doveva essere sua.
Le lasciò la mano libera per qualche secondo, curioso di vedere se avrebbe continuato da sola. Anna non esitò: premette il palmo sul cazzo del padre e cominciò a muoverlo su e giù con sempre maggior vigore, assaporando la grossezza e la durezza sotto le dita. Luigi la osservava estasiato, il respiro pesante.
Lei esplorava ogni centimetro, dalla base fino alla cappella lucida, poi scese più in basso e gli prese le palle gonfie, pesanti, strapiene, soppesandole con la manina come se fossero un tesoro da scoprire. Le accarezzò a lungo, prima con la punta delle dita, poi con tutto il palmo, sentendone la rotondità e il calore.
“Brava, amore… così” mormorò lui, la voce roca. “Continua. Impari in fretta.”
Anna non parlò, ma il suo respiro accelerato e lo sguardo fisso sul cazzo dicevano tutto. Continuò a segarlo con movimenti lenti e decisi, la mano che scorreva su tutta l’asta, mentre con l’altra gli massaggiava le palle gonfie. Luigi si sentiva completamente fuori di testa a farsi toccare così dalla propria figlia, ma invece di vergognarsi diventava sempre più duro.
Poi lui si tirò indietro e si sedette.
“Hai fatto così bene, amore. Adesso succhia il cazzo di papà. Ho bisogno che tu mi faccia godere. Va bene?”
Lei annuì. Si accovacciò tra le sue ginocchia. Luigi le guidò la testa con dolcezza.
“Inizia baciandolo con la lingua.” Le sussurrò, la voce roca.
“Brava così… apri la bocca… sì, proprio così.”
Anna aprì le labbra e iniziò a far scivolare il cazzo dentro, dapprima incerta.
Luigi le spostò i capelli dal viso, accarezzandola.
“Proprio così… brava bambina.” Lei lo baciò, lo leccò, poi lo prese più a fondo. Quando si strozzò, lui la fermò con tenerezza. “Vai piano, amore. Solo i primi centimetri. Come se fosse un gelato.”
Non era perfetto, ma non importava. Era la sua Anna. E presto avrebbe assaporato anche il suo seme.
“Ti amo così tanto.”
Il contatto visivo lo fece impazzire di piacere. Non voleva venire subito. Le tolse il cazzo dalla bocca e la fece mettere a quattro zampe.
“Adesso chiudi gli occhi...”
Anna sospirò forte quando sentì la lingua del padre sulla sua fica.
Lui stava impazzendo nel fare qualcosa di così perverso con sua figlia, ma invece di vergognarsi, diventava ancora più eccitato.
Le infilò la lingua nella fica, poi due dita, mentre leccava il clitoride gonfio in cerchi lenti. Anna si contorse, schiacciandogli il viso contro la fica liscia, le cosce che tremavano.
“Voglio fare l’amore con te” disse infine Luigi, il cuore che gli martellava nel petto.
Anna spalancò gli occhi. “Vuoi dire… fare sesso?”
“Sì.” Lui si posizionò dietro di lei. “L’ho fatto solo con tua madre. Voglio che tu sia la mia seconda, la mia unica altra.”
“Aspetta… Sei sicuro che non sia sbagliato, pa’?”
“Non mi importa. Voglio entrare dentro te, amore.”
“Ma… farà male?”
“Non ti farò mai del male. Farò in modo che sia meraviglioso.”
“Va bene, papà...”
Tenendola a carponi, con una mano le aprì una natica, con l’altra guidò il cazzo contro la sua apertura.
Avanzò lentamente, continuando ad accarezzarle il viso e il collo.
“Ti amo, Anna, ti amo tanto.” Le coprì la bocca con una mano mentre scivolava dentro di lei, centimetro dopo centimetro, reclamando il corpo che aveva creato.
Quando fu completamente sepolto nella sua fica strettissima e calda, mormorò con profonda soddisfazione: “Oh, Anna… sono dentro di te, amore.”
“Mi fai male…”
Decise che non sarebbe uscito finché non l’avesse riempita di sborra. Iniziò a muoversi, prima piano, poi con più forza. “Rilassati… lascia che papà ti scopi bene.”
“Mio Dio…” gemette lei.
Luigi accelerò, sbattendo più forte, stringendole i fianchi. La baciò con passione mentre la scopava, alternando dolcezza e brutalità.
“Ti amo, Anna.”
“Ti amo, anche io, papà” rispose lei con voce tremante, mentre il piacere la travolgeva.
“Adoro stare dentro di te. Sei stata creata per ospitare il cazzo di papà. La mia ragazza stupenda.”
Quando Anna venne con un grido soffocato, stringendolo dentro di sé, Luigi non resistette più. Si seppellì fino in fondo e esplose, riempiendola di getti potenti di sperma caldo.
“Prendi tutto, amore… prendi la sborra di papà… ogni goccia. È solo per te, mia figlia.”
Rimasero così per lunghi istanti, lui ancora dentro di lei, abbracciati. Poi si girò di lato, tenendola stretta contro il petto.
“Oh mio Dio… è stato bellissimo!” Esclamò lei.
Luigi rise piano. “Ti è piaciuto, vero?”
“Tantissimo! La mia prima volta è stata con la persona che amo di più!”
“Amore… devo confessarti qualcosa di serio…” Disse Luigi, ancora col cazzo nella fica della figlia.
“Cosa, papà?” Poco dopo, il suo pene si ammorbidì e scivolò fuori mentre Lui si stendeva accanto ad Anna per parlarle.
“Non so perché mi sono deciso a farlo. Ho trovato il coraggio di entrare in questa stanza e confessarti tutto l’amore che provo per te perché ti amo, perché mi fai questo effetto… io sono tuo.”
“Pa’…”
“Da quando sei cresciuta, ogni volta che ti guardo sento il cuore spaccarsi. Una parte di me ti vede ancora come la mia bambina, quella che stringevo al petto cantandole la ninna nanna. L’altra parte ti desidera con una fame feroce, malata. Ti desidero quando ridi, quando esci dall’acqua, quando dormi. Ti desidero anche adesso, mentre ti parlo.”
“Ma…”
“Tu sei l’unica cosa bella che mi è rimasta. Sei la mia luce. Voglio essere il tuo uomo, il tuo papà, il tuo tutto.”
Lei non rispose.
Solo allora, nella nebbia del piacere che si diradava, Anna parlò.
“Anche io ti amo, paparinetto!” Disse lei e, inaspettatamente, fece un rutto rumoroso.
“Anna?”
Poi lei scoppiò a ridere, sguaiatamente.
No.
Quella risata stridula…
Il sangue gli si gelò nelle vene.
“Speriamo che sia un bel maschietto!” Marta scoppiò a ridere, guardandolo.
Il mondo si inclinò violentemente. I capelli neri di Anna svanirono come fumo. Al loro posto apparve il caschetto castano di Marta. Solo Marta.
Il disgusto lo colpì come un pugno allo stomaco. Corse barcollando verso il bagno.
Urtò lo stipite con la spalla, si piegò sul water e vomitò violentemente.
Marta
Ne aveva conosciuti di vecchi babbioni, ma nessuno perverso come quello. Le gambe ancora aperte, il seme di lui che le colava lento tra le cosce morbide; rise piano, un suono soffocato.
Chissà quanti anni aveva Anna in questa fantasia del fessacchiotto. Non si stupiva più di nulla.
Si stiracchiò languida, il corpo prosperoso che si inarcava sul materasso.
“Continua così, fessacchiotto. Presto ti toglierò tutto… tutto mio. E stavolta, sarai tu a essere così gentile da porgermi le tue chiappe da fottere.”
Sghignazzò, un suono sgradevole che copriva quello dell’acqua che scorreva nel bagno e i singhiozzi spezzati di un padre costernato.
Mena
“Toni.”
Nessuna risposta.
“Toni, dobbiamo parlare.”
Lui sbuffò, senza sollevare gli occhi. “Di cosa?”
Mena incrociò le braccia. “Del tuo rapporto con la zia.”
A quel nome lui alzò finalmente la testa, sorpreso. Gli occhi verdi si strinsero. “Zia Teodora?”
“Zia Teodora, sì. Ultimamente sembra… molto stretta con te.”
Le parole le uscirono più taglienti di quanto volesse. “Il telefono nuovo, gli abbracci troppo lunghi, le ore passate da lei… la gente parla, Toni. Potrebbero equivocare certe effusioni. Potrebbero pensare che ci sia qualcosa di… sbagliato. Voci che girano nel quartiere. Non voglio che mio figlio diventi argomento di pettegolezzi, capito? Non dopo tutto quello che abbiamo passato.”
Lui rise, una risata secca. “La gente parla, vero. Parlano anche di te e Don Marco?”
Mena sentì un calore salirle al viso. “È diverso.”
“Perché?” Toni si alzò di scatto. “Perché lui è un prete? O perché ti piace come ti guarda?”
“Non parlarmi così, non è giusto.”
“Comodo, vero!” La voce di Toni salì, arrabbiata. “Tu puoi andare dove vuoi, con chi vuoi. Io invece devo stare qui a guardarti sorridere a un altro mentre io… Mentre io non posso nemmeno avere un rapporto normale con mia zia.”
Mena fece un passo avanti, gli occhi che bruciavano. “Perché vedo come ti guarda lei. Come ti vizia. Come ti stringe. È troppo, Toni. Lo capisci?”
Lui strinse i pugni. “E io vedo come guardi Don Marco. Come la mettiamo?”
Il silenzio cadde pesante tra loro.
Mena sentì la rabbia montare, mescolata a qualcosa di più profondo, di più subdolo. Eccitazione. Lui è geloso. Di me. Di un prete. Quel pensiero le diede un brivido quasi dolce.
Sapeva che era sbagliato, che una madre non dovrebbe provare questa gelosia morbosa verso il proprio figlio, eppure non riusciva a fermarlo. Era un fuoco lento che le consumava il petto, un possesso che la faceva sentire ancora donna, ancora viva, in un mondo dove tutto il resto, Roberto, la casa, il futuro, era sospeso in un limbo.
Si guardarono ancora un secondo, poi Mena fece un passo. Toni non si mosse.
“Lui è un amico e comunque non mi ha mai messo le mani addosso!”
“E lei è mia zia, non vedo il problema se si comporti in maniera espansiva con me!”
Mena deglutì. “Dovresti capirlo.”
“Mamma, vuoi sapere cosa penso?”
“Cosa?”
“Penso che tu abbia paura. Paura di ammettere la tua attrazione per quel prete da strapazzo. Per questo accusi me. Stai solo nascondendo la testa sotto la sabbia.”
Mena sentì il sangue pulsarle alle tempie. “Stai esagerando.”
“È il tuo amante, vero? Mentre papà sta in coma, tu lo tradisci con un prete?”
Lo schiaffo di Mena lo colpì in pieno sul volto.
Toni
Il silenzio calò pesante, come se la casa avesse trattenuto il fiato. Toni e Mena si guardarono, entrambi con il respiro corto.
Mena fu la prima a parlare, la voce più bassa ma ancora irritata. “Scusami.”
Toni scosse la testa. “No. Colpa mia. Sono stato ingiusto. La storia del prete era una sciocchezza, lo so da me. Non volevo ferirti.”
“Però hai ragione su una cosa.” Lei fece un passo. “Ho paura.”
“Di cosa?”
“Di perderti. Di perdere mio figlio.”
Toni deglutì. Mia madre è gelosa. Di me.
“Io non vado da nessuna parte.”
Le parole uscirono piano. Toni sentì il cuore saltare. Mio figlio. Quel “mio” gli entrò dentro come una lama.
“Dillo ancora.”
“Tu sei mio figlio.”
Lui chiuse gli occhi un secondo. Il ricordo del solletico sul divano, delle dita di lei tra i capelli, gli esplose nella testa. È sbagliato. Lo so. Ma non si mosse.
Mena gli posò una mano sulla spalla. “Non litighiamo più.”
“Mai più.”
Si abbracciarono. Toni la strinse forte, il petto contro il suo, sentendo il calore morbido del suo seno premere contro di lui. Mena affondò il viso nella sua spalla.
“Mi stringi come quando eri piccolo,” mormorò lei.
“Ma non sono più piccolo.”
“No. Sei grande. Troppo grande.”
Toni sentì il respiro di lei caldo sulla pelle. “E ti piace ancora?”
Mena rimase zitta un attimo.
“Mi piace di più”.
Toni si staccò piano e si passò una mano sulla faccia. “Senti… devo parlarti di Anna.”
Mena si irrigidì appena, ma cercò di non farlo vedere. “Anna?”
“Sì.” Toni si sedette sul divano, la voce più bassa. “Abbiamo litigato di brutto. Però… voglio provare a sistemare le cose con lei.”
Mena si sedette accanto a lui, lentamente. Non disse niente subito. Solo un piccolo sospiro. “Capisco.”
Toni la guardò. “Tu non la sopporti, vero?”
Mena scrollò le spalle. “Non è che non la sopporti. È che… non so. La vedo e penso che non sia… abbastanza per te.”
“Abbastanza come?”
Mena fissò il pavimento. “Non lo so. Troppo ambiziosa. Tu meriti qualcuno che ti metta al primo posto. Sempre.”
Toni annuì, ma dentro sentì un calore strano.
“Però voglio provare,” ripeté. “Non voglio mollare così.”
Mena annuì, poco convinta. “Va bene. Prova.”
Restarono in silenzio un momento. Poi Toni si chinò in avanti, i gomiti sulle ginocchia. “Mà… scusa per prima. Non volevo dire quelle cose.”
Mena allungò una mano e gli toccò il braccio. “Vieni qui.”
Toni si lasciò tirare. Si abbracciarono sul divano, stretti. Mena cominciò a piangere piano, lacrime silenziose che gli bagnavano la maglietta. Toni sentì il nodo in gola sciogliersi e pianse anche lui, senza rumore, la faccia nascosta nei suoi capelli.
“Scusa,” mormorò lei tra i singhiozzi.
“Scusa tu,” rispose lui, la voce rotta.
Si strinsero più forte. Il pianto durò minuti, lunghi, liberatori. Nessuno dei due parlava più. Solo respiri spezzati e lacrime. Ma sotto le lacrime, sotto le scuse, il sentimento restava. Strisciante. Morboso. Si abbracciavano piangendo, spaventati per aver litigato, spaventati per quanto si erano detti, ma il legame non si allentava. Anzi. Si stringeva ancora di più, silenzioso, oscuro, inevitabile.
Madre e figlio.
Solo loro due.
Luigi
Una delle cose buone dell’essere un dirigente medico è quella di avere sempre del lavoro da fare, anche a casa.
Il lavoro ti tiene occupato.
Se lavori non pensi.
Luigi si tuffò nelle scartoffie di lavoro, pile di referti, cartelle cliniche, moduli da firmare, qualsiasi cosa.
Nella cameretta buia, lei era sotto di lui, a quattro zampe, gemeva piano mentre lui affondava lento, centimetro dopo centimetro, sentendo quel giovane sesso stringerlo, caldo e bagnato.
Poi il crollo. La risata di Marta.
Luigi strinse la penna fino a farsi male alle dita. Abbassò lo sguardo di colpo sul fascicolo, le mani strette sulle ginocchia per nascondere l’erezione. Dio santo, no… Non ora.
Era un mostro.
Un padre malato che si eccita per aver scopato una donna immaginando di fottersi la figlia.
All’epoca, una ragazzina. Vergogna.
Anna entrò in quel momento. Si fermò sulla soglia. Indossava jeans aderenti blu scuro che le modellavano perfettamente le gambe, una bellissima camicetta bianca leggera con i primi due bottoni aperti che lasciava intravedere la pelle del décolleté, e una giacca corta di jeans buttata sulle spalle.
“Papà… devo parlarti” disse lei, esitante.
Lui annuì, fissando il tavolo. “Dimmi.”
Lei si sedette di fronte. “Si tratta di Marta.”
Non la guardò.
“Papà, mi ascolti?” insisté lei, sporgendosi appena. “Hai sentito cosa ho detto? Marta. Ho fatto delle indagini su di lei.”
“Indagini? Addirittura?”
“Nessuno la conosce… Non si sa nulla di lei. Dove abitava?”
Lui alzò lo sguardo per un secondo, poi lo abbassò di nuovo. Le guance gli bruciavano. “Anna…”
“No, papà, non “Anna”.” La voce di lei si alzò appena, poi tornò bassa, come se facesse fatica a controllarla. “Parliamo. Non sai niente di questa donna. Niente. È losca. Non mi convince affatto.”
Luigi sospirò, voce monocorde. “Il fatto che non ci sia niente su di lei non significa che sia una pazza assassina.”
Anna rise, amareggiata. “Ah no?”
Respirò a fondo. “Papà, svegliati. Una donna compare dal nulla, si infila nella tua vita…”
Lui strinse i denti. Le mani sudavano. Non la guardava.
“Io mi trovo bene con lei. Marta è brava, dolce e mi capisce.”
“Vuole solo derubarti.”
“Hai delle prove?”
“Prove?” Anna batté la mano sul tavolo. “Nessuno sa da dove venga. Nessuno sa dove vivesse prima. È un fantasma. Un parassita. Che altre prove ti servono?”
“Anna, smettila.” La voce gli uscì strozzata.
“Smettila tu.” Lei respirava più veloce. “Tu la difendi sempre. Sempre. Marta ti capisce? Capisce cosa, papà? Perché non dici la verità?”
“Quale pensi sia la verità?” Rispose lui, acido.
Lei chiuse gli occhi, raccogliendo ogni frammento della propria pazienza.
“La verità è che non la conosci. Non sai nulla di lei.”
Il silenzio tra loro si fece denso, quasi palpabile.
“Papà, rispondi.”
“Non è nata ieri” rispose lui piano, fissando il fascicolo. “Lavora in ospedale. È una brava collega.”
“Il suo lavoro? Papà, per favore.” Il respiro le si spezzò. “È comparsa pochi mesi fa. E già ti comanda a bacchetta. Sei impazzito? Spiegami. Spiegami perché difendi una sconosciuta contro tua figlia.”
Luigi si alzò, camminò fino alla finestra, tornò indietro. “Anna, smettila. Non è un interrogatorio.”
“Invece sì.” Anna si alzò a sua volta. La sedia grattò il pavimento. “È un interrogatorio. Perché tua figlia, o meglio, la figlia che vuoi sostituire, deve sapere con chi ha a che fare suo padre.”
“Non sostituisco nessuno.”
Anna vide il suo disagio. Lo sentì nell’aria. Il silenzio divenne insopportabile.
“Papà, dimmi la verità.” La voce di Anna era rotta. “Ti ricatta? Ti ha promesso qualcosa?”
Luigi si fermò. Il sangue gli pulsava nelle tempie. Lo sa. Sa tutto. In quel momento, mentre lei pronunciava quelle parole, il flashback tornò violento: la lingua di Marta sulla cappella, ma nella sua testa era Anna che lo succhiava, gli occhi neri magnetici che lo fissavano dal basso, la bocca perfetta che prendeva ogni centimetro mentre lui le accarezzava i capelli. L’erezione pulsò più forte. Lui si sedette di scatto, incrociò le gambe, sperando che lei non notasse.
“O sei solo stanco di stare solo e hai preso la prima che è passata?”
“Sei fuori strada.”
“Allora chi è?” Anna si avvicinò di un passo. Lui indietreggiò impercettibilmente. “Chi è questa donna che nessuno conosce? Dimmi dove abitava prima. Dimmi una cosa, una sola, che non sia “lavora in ospedale”.”
Luigi tacque. Le parole gli morirono in gola, bloccate da un nodo improvviso di paura. Non trovava il coraggio di confessare a sua figlia che aveva intenzione di sposare Marta. Sapeva fin troppo bene quale sarebbe stata la sua reazione.
“Marta non è cattiva. Lei pensa alla mia felicità. Forse anche tu dovresti pensare alla tua.”
Anna si bloccò. Si voltò di scatto. “Cosa?”
“Da quanto tempo non parli con Toni?”
Lei si inalberò. Il viso le divenne rosso. “Non tirare fuori Toni. Non c’entra niente.”
“C’entra. Pensa alla tua vita, ad essere felice. Lasciami vivere la mia.”
Anna rise nervosa. “La mia felicità? Papà, non serve necessariamente stare insieme a qualcuno per essere felici. Non serve. Tu lo dovresti sapere bene. Anche se sono da sola senza Toni, mi sto concentrando sulla mia carriera come cantante. È lì che metto tutta me stessa. Non ho bisogno di un uomo per andare avanti.”
Luigi sentì una fitta al petto. Non ebbe il coraggio di guardarla negli occhi.
“Il canto… sì, vabbè. Non è che ti darà da vivere per sempre.”
Anna lo fissò, colpita. Il silenzio fu terribile. “Papà, è la mia vita. La mia carriera. Ci sto mettendo tutta me stessa. E tu lo butti via così? “Sì, vabbè”?”
Luigi deglutì. Era fiero di lei. Fiero da morire. Ma non poteva dirlo. Non poteva ammettere di essersi perso tutti i provini della figlia per inseguire le proprie ossessioni.
In quel momento il telefono sul tavolo vibrò. Volume alto. Luigi lo afferrò senza pensare. Rispose.
Dall’altro capo arrivò la voce di Marta, stridula, amplificata: “Papà… sei già a casa? Mi manchi, paparinetto. Quando ci vediamo stasera? Voglio sentirti dentro di nuovo.”
Luigi chiuse la chiamata di colpo. Il telefono gli cadde di mano.
Anna si bloccò sulla soglia.
Si voltò lentamente. Il viso contratto.
“Papà…?”
“Anna…” La voce gli uscì debole.
“No. Basta. Ho capito.” Lei aveva gli occhi lucidi. “Hai scelto tua figlia. Hai scelto lei. Io sono di troppo.”
“Ma che dici…”
Anna uscì, sbattendo la porta.
Luigi rimase seduto a guardare i fascicoli, parole burocratiche impossibili da leggere a causa degli occhi offuscati. Strappò un foglio e lo accartocciò, il suo cuore a brandelli.
Mena
Il pacchetto era arrivato quella mattina, anonimo come promesso dal sito. Mena lo aprì con mani tremanti sul tavolo della cucina, tirando fuori nell’ordine esatto in cui li aveva ordinati: prima il lubrificante, poi l’uovo vaginale liscio e ovale di un rosa tenue, e infine il plug anale. Piccolo, discreto, con la base piatta. Solo guardarli le fece salire il rossore alle guance.
Le parole della lite con Toni le martellavano ancora nella testa mentre svitava il tubetto di lubrificante. Il gel era gelido sulle dita, ma la sua fica non ne aveva quasi bisogno: era già fradicia, le grandi labbra gonfie e lucide. Infilò due dita dentro di sé con un sospiro, sentendo le pareti vellutate e bollenti contrarsi avidamente intorno alle nocche.
Prese l’uovo. Lo avvicinò alla fessura grondante e lo spinse dentro lentamente, godendo del modo in cui la sua fica lo inghiottiva con un risucchio bagnato fino in fondo. Il peso improvviso la fece contrarre istintivamente. Pochi secondi dopo l’uovo cominciò a vibrare: prima piano, poi con scatti improvvisi e violenti, come se avesse una volontà propria. Mena gemette forte, le ginocchia che le cedevano.
Ora il plug.
Si chinò sul tavolo, aprendo bene le gambe. La vestaglia scivolò via del tutto, lasciandola nuda dalla vita in giù. Spalmò generosamente il gel viscido sul silicone finché non brillò, poi premette la punta fredda contro il suo ano rosa e stretto. Quando la parte più larga forzò lo sfintere, un bruciore acuto e intenso la attraversò, facendola stringere i denti e urlare piano. Spinse più decisa, piano ma senza fermarsi, finché con un piccolo plop osceno il plug non scivolò tutto dentro, la base piatta premuta tra le natiche. La sensazione di essere dilatata e riempita in entrambi i buchi la fece ansimare.
Rimase ferma qualche secondo, respirando affannosamente. L’ano pulsava intorno al silicone, un misto di dolore e di un calore proibito che si diffondeva sempre di più. L’uovo nella fica premeva contro la sottile parete che separava i due canali… e all’improvviso ripartì a vibrare forte, con scatti che la fecero sobbalzare.
Si alzò sulle gambe tremanti e camminò lentamente per la cucina, ogni passo una tortura paradisiaca. Il plug si spostava dentro di lei, l’uovo vibrava a caso: a volte piano, a volte con scosse così intense che doveva aggrapparsi al bancone per non cadere. La fica le si bagnava senza controllo, umori densi sulle cosce.
Fu allora, appoggiata al bancone, che la fantasia la travolse improvvisa e violenta come un colpo di frusta.
Non era più il professore ad umiliarla. Era Toni.
Lo vide furioso, bellissimo nella sua rabbia, che la afferrava per i capelli da dietro e la piegava brutalmente sul tavolo. “Hai ragione tu, mà” ringhiò con voce bassa e furiosa, “guarda cosa sei diventata. Una pessima madre. Una troia gelosa che ha bisogno di essere punita dal proprio figlio”.
Nella sua mente Toni prendeva il plug ancora unto e glielo spingeva dentro con forza brutale, senza pietà, allargandole il culo mentre lei urlava di dolore e piacere mescolati.
“Ti meriti di essere sfondata da me. Ti meriti di avere il culo rotto dal tuo stesso figlio, brutta puttana incestuosa”.
Muoveva il plug dentro e fuori con rabbia, facendola gemere come una sgualdrina mentre l’uovo nella fica vibrava a scatti imprevedibili, mandandole scariche elettriche che la facevano tremare.
“Dimmi che sei la mia troia, mà. Dimmi che ti piace farti umiliare dal tuo bambino. Dimmi che sei una madre schifosa che bagna la fica solo a pensare al cazzo del figlio!”
Mena infilò due dita dentro di sé, sentendo l’uovo vibrare forte contro le nocche, e si masturbò furiosamente mentre la fantasia diventava sempre più sporca e crudele. Ogni parola di Toni le bruciava dentro, la umiliava fino in fondo all’anima… e proprio quella vergogna la faceva godere da morire.
“Sono… sono la tua troia…” sussurrò tra i denti, la voce rotta dal piacere e dalla colpa. “Sono una madre indegna… perdonami, Toni…”
L’orgasmo la colpì come una frustata. La fica si contrasse violentemente intorno all’uovo che vibrava impazzito, spremendolo con spasmi lunghissimi, mentre l’ano stringeva il plug in contrazioni quasi dolorose. Urlò, la voce roca che riempiva la cucina vuota, le gambe che tremavano.
“Sono una madre orribile.”
Ma proprio quel pensiero la fece venire di nuovo, più forte, più sporco, più disperato.
Quando finalmente l’orgasmo si placò, rimase aggrappata al bancone, il respiro spezzato, il corpo madido di sudore e umori. L’uovo continuava a vibrare a tratti dentro di lei, il plug la teneva dilatata e piena. Un promemoria costante di quanto fosse disposta a spingersi oltre per tenere Toni legato a sé.
Se solo il prof sapesse… se solo sapesse che la zoccola che lo aveva umiliato stava godendo così, con i toys dentro, mentre fantasticava di essere usata e punita dal proprio figlio.
Mena strinse le cosce, sentendo il plug e l’uovo ancora dentro di sé, e un brivido di piacere colpevole le attraversò il ventre.
Forse meritava di essere ricattata.
E, nel profondo, una parte di lei sperava che accadesse davvero.
Lia
L’acqua del bidet scorreva cristallina e fresca, un lieve sollievo contro la pelle accaldata. Lia sedeva lì ogni mattina, le gambe aperte, a lasciare che il seme di Sergio le gocciolasse fuori piano, denso, vischioso, in rivoli caldi che si mescolavano all’acqua. Ormai aveva capito l’antifona: lui non avrebbe mai accettato il preservativo. E lei aveva iniziato a prendere la pillola, l’unico modo per non finire incinta di lui.
Il ricordo della notte precedente le tornò addosso in flash violenti: le mani sul suo seno, le sue spinte profonde, il grugnito rauco quando era venuto dentro di lei, il calore che la riempiva fino a traboccare. L’orgasmo. Rabbrividì.
La porta d’ingresso si aprì. Sergio entrò fischiettando, con un piccolo vassoio in mano. L’odore di pasticceria fresca invase subito la stanza.
Lia si tirò su sui gomiti, la voce ancora impastata di sonno.
“Che hai comprato, papà?”
Lui sorrise, posò il vassoio sul comodino e aprì la scatola bianca.
“Un regalino per te. Dopotutto è la festa del papà,” disse con tono leggero, come se fosse la cosa più normale del mondo. “Ho preso un paio di bignè di San Giuseppe…”
Sul tavolo c’erano due pasticcini gonfi, la sfoglia dorata che lasciava intravedere la crema densa e lucida che strabordava leggermente. Bianchissima.
Lia li fissò. Suo padre aveva un senso dell’umorismo malato, perverso.
Sergio si tolse la giacca con calma.
“Vado a farmi una doccia,” disse, già diretto verso il bagno. “Poi ti aspetto in camera per un massaggio. Rilassiamoci, oggi è la mia festa.”
Chiuse la porta.
Lia rimase a guardare quei due bignè. La crema bianca trasudava lenta da uno dei due, formando un rivolo denso che lei raccolse tra le dita.
Chiuse gli occhi e se la portò alla bocca.
“Che bastardo,” sussurrò tra sé, la voce bassa.
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