Schiava dell'ancella (seconda parte)
di
Massimo FKR
genere
sentimentali
Ornella si chinò sulla panca, le dita tremanti per l'adrenalina che ancora le circolava in corpo mentre sganciava le spesse fibbie di cuoio che stringevano i polsi e le caviglie di Valeria. Non appena i vincoli si allentarono, il corpo di Valeria scivolò indietro, incapace di sostenere il proprio peso. Un brivido freddo le scosse la schiena, interamente imperlata di sudore, mentre un gemito debole le sfuggiva dalle labbra socchiuse.
Con una cautela che tradiva il profondo senso di colpa per il trauma appena inflitto, Ornella le passò un braccio sotto l’ascella e l'altro sotto il sedere, sollevandola a fatica. Il dolore profondo, sordo e pulsante che irradiava l'intero bacino di Valeria le strappò una smorfia d'agonia. Le sue gambe, completamente prive di tono, non riuscivano a fare alcuna presa sul pavimento del dungeon.
Marco interruppe quell’operazione incerta piazzandosi davanti a Valeria. Le sollevò il mento con due dita, costringendola a guardarlo nonostante gli occhi della ragazza fossero ancora pieni di lacrime.
«Guardati, sei uno straccio», disse Marco, analizzando con freddezza il tremore della ragazza. «L'allargamento forzato e il dolore ti hanno tolto ogni controllo muscolare. Per le prossime ore non sarai assolutamente in grado di trattenere nulla da quell’ano spanato».
Valeria abbassò lo sguardo, arrossendo per l'umiliazione, ma Marco le strinse il mento con più decisione.
«Ascoltami bene. Devi evitare di sporcare in giro, e per non perdere merda a causa della dilatazione, da questo momento in poi dovrai indossare un pannolino per l’incontinenza. Lo terrai per tutta la notte e anche domani, sotto i vestiti, per l'intera giornata lavorativa.
Ornella, che sosteneva ancora l’amica, sentì il corpo di Valeria irrigidirsi per la vergogna. L'idea di dover camminare tra i corridoi dell'ufficio con un pannolino addosso, aggiungeva una sottomissione psicologica persino peggiore del dolore fisico.
«Ornella, ci dovrebbe essere un pannolino nell'armadio», comandò Marco, senza distogliere lo sguardo dalla ragazza. «Mettiglielo tu stessa, stringendo bene gli adesivi sui fianchi. Voglio che sia sistemato perfettamente prima che usciate da questa stanza, non voglio che sporchi tutta casa».
«Voglio andare a casa mia... vi prego, portatemi a casa mia», sussurrò Valeria con voce tremante, guardando Ornella che le sistemava il pannolino.
Ornella esitò, stringendo le labbra. Volse lo sguardo verso Marco, che era rimasto sulla porta della stanza a osservare la scena in silenzio, con le braccia incrociate. L'uomo valutò la profonda spossatezza fisica della ragazza, le vibrazioni involontarie dei muscoli delle sue cosce e, con un cenno freddo della testa, acconsentì. Quella ritirata forzata, in fondo, non faceva che prolungare l'isolamento e la dipendenza psicologica di Valeria.
I due aiutarono Valeria a indossare un abito morbido, badando a non fare pressione sulle zone più tese e doloranti. Poi, sostenendola sotto le braccia, la accompagnarono fino alla macchina. Il viaggio verso l'appartamento di Valeria si svolse in un silenzio pesante, rotto solo dal rumore del motore. Valeria, seduta sul sedile posteriore, rimaneva immobile di lato per non appoggiare il bacino, con lo sguardo fisso fuori dal finestrino mentre la città scorreva via nella penombra. Anche Ornella sedeva a fatica, soffrendo non poco per i colpi ricevuti sul culo e sul seno, completamente in fiamme.
Arrivati a destinazione, Marco e Ornella la scortarono fin dentro l'appartamento, adagiandola sul letto prima di lasciarla sola con il suo dolore sordo e persistente, non prima di aver ricevuto per precauzione da Valeria le chiavi dell’appartamento.
La notte per lei fu un calvario insonne. Ogni minimo spostamento nel letto le strappava un gemito soffocato. La carne dello sfintere, snervata dalla spinta forzata dello strap-on, era calda e pulsante, gonfia e incapace di contrarsi, rendendole impossibile trattenere i fluidi e le feci.
Il mattino seguente, l'orologio segnò le otto. Valeria, con le mani ancora tremanti per lo shock e la spossatezza per la notte insonne, afferrò il cellulare sul comodino per compiere l'atto definitivo di rinuncia alla routine quotidiana. Dall'altro capo del filo, la voce di Ornella rispose con la consueta prontezza sebbene attenuata da una sfumatura di segreta apprensione.
«Ornella...», esordì la ragazza, la voce ridotta a un filo roco. «Oggi non verrò in ufficio. Non ce la faccio... il dolore è troppo forte e non ho alcun controllo... non riesco a trattenere nulla. È impossibile per me muovermi da qui».
Ornella strinse i denti, sentendo le ferite del proprio petto pulsare dolorosamente sotto la costrizione del reggiseno che Marco le aveva imposto di portare.
«Ho capito, Valeria. Resta a casa», rispose Ornella, abbassando il tono di voce per non farsi sentire da Marco. «Appena arrivo in ufficio sistemo io la pratica per la tua assenza. Cerca di riposare, magari prenditi qualcosa per dormire, se ce l’hai. Questa sera vengo a casa tua, non ti lascio sola. Prima di venire, passerò in una farmacia, prendo dei farmaci e delle pomate per ridurre l'infiammazione e il rigonfiamento dei tessuti. E ti comprerò una confezione di pannolini per adulti. Dovrai indossarli per i prossimi giorni, Vale. Sarà l'unico modo per proteggerti e permetterti di stare in piedi finché lo sfintere non avrà ripreso la sua naturale elasticità. Chiamami se hai bisogno, ora vado sennò faccio tardi».
«Grazie, Ornella... ti aspetto…», sussurrò la ragazza, prima di riagganciare e rimanere sola nella penombra della sua stanza. Valeria appoggiò la testa sul cuscino, avvertendo tanta stanchezza mista a un profondo senso di sollievo. L'idea di essere ridotta a portare i pannolini nei giorni successivi, sotto la supervisione della sua amica-padrona, le confermava che ogni residuo di autonomia era azzerato.
La sera, Ornella lasciò l’ufficio e si diresse rapidamente verso una farmacia dove acquistò il necessario, poi salì in auto e guidò fino all’appartamento di Valeria. Quando aprì la porta con le chiavi che le erano state affidate la sera prima, trovò la ragazza distesa a letto, immobile e senza forze.
Valeria provò ad alzarsi, stringendo i denti a ogni minimo movimento per via dei tessuti ancora doloranti. Accanto al letto, Ornella le fece cenno di non sforzarsi. Con delicatezza, la aiutò a sollevare la camicia da notte per verificare le sue condizioni: l’incontinenza causata dal forte trauma della sera precedente non aveva lasciato scampo alla ragazza. Valeria avvampò, sopraffatta da un’ondata di profonda vergogna per essersi ridotta in quello stato davanti all’amica.
Ornella, tuttavia, mantenne la calma. Prese le salviette intime e, con estrema cura, pulì la pelle arrossata e i tessuti tumefatti. Subito dopo, aprì un tubo di pomata lenitiva e ne stese uno strato abbondante sulla zona infiammata, massaggiando con movimenti leggerissimi per ridurre il bruciore profondo. Sentendola ancora tremare e arrossire per la vergogna, Ornella le posò una mano sulla spalla e tentò di rassicurarla: le spiegò che lo sfintere era stato solo fortemente sollecitato e che, nel giro di qualche giorno, i muscoli avrebbero riacquistato il loro normale tono elastico.
In quel momento di assoluta vulnerabilità, l’atmosfera nella stanza cambiò. Negli occhi di Ornella, solitamente distaccati, brillava una luce carica di un’autentica, gelosa infatuazione, mista alla sua stessa sofferenza fisica. Valeria, mossa da una colpa torbida e dal bisogno di condividere quel fardello, guardò l’amica.
«Voglio vedere, Ornella... ti prego…», implorò Valeria, sfiorando i bottoni della sua camicetta. «Ho bisogno… devo vedere cosa ti ho fatto ieri sera».
Ornella esitò un secondo, poi, reprimendo un lamento che le contrasse il viso, assecondò la richiesta decidendo di non nasconderle nulla. Si sbottonò il tessuto scuro della camicetta e sfilò a fatica il reggiseno che Marco le aveva imposto di indossare per punizione. Il seno apparve con la parte inferiore violacea, gonfia e solcata da lividi a rilievo lasciati dalla canna, con le areole deformate e i capezzoli vistosamente tumefatti. Valeria portò una mano alla bocca, trattenendo un gemito davanti a quel petto martoriato per mano sua.
Ma Ornella non si fermò lì. Con movimenti lenti, fece scivolare a terra il tubino scuro e il perizoma, spogliandosi completamente davanti a lei. Si voltò lentamente di spalle per mostrare il resto del disastro. Il sedere era un'unica distesa di ematomi paonazzi e violacei, completamente livido e gonfio a causa dei colpi spietati e metodici inferti da Valeria con il padre.
Scendendo con lo sguardo, Valeria notò che anche i fianchi e le cosce erano pesantemente segnati: la pelle chiara era interrotta in più punti dalle striature rossastre e bluastre lasciate dalle dure sferzate del flogger. L'intera zona era stata coperta di crema, applicata nel tentativo di lenire quel bruciore incessante.
Valeria le chiese di avvicinarsi, contemplando quel corpo nudo che portava i segni devastanti del suo braccio.
«Oggi deve essere stato un inferno per te stare su quella sedia... conciata così», disse con una voce piena di angoscia.
Ornella si voltò di nuovo verso di lei, incurante della propria nudità e dei segni che la ricoprivano. L’emozione e il sollievo di essere finalmente sole, lontane dall’ombra opprimente di Marco, diventarono insostenibili. Ornella annullò la distanza piegandosi verso Valeria e le due donne si baciarono con passione, un contatto lungo, umido e disperato, in cui le loro lingue si cercarono con una foga che cancellò per un istante ogni violenza subita. Mentre le loro labbra erano ancora unite, Ornella le sussurrò contro la bocca: «Sapere che il mio corpo è stato segnato da te è l'unica cosa che mi ha dato la forza di resistere oggi. Siamo legate, Vale, adesso più che mai».
Valeria strinse le mani sui fianchi segnati di Ornella, attenta a non farle male, annuendo eccitata. Aveva trovato in quel legame segreto, e nella sottomissione alle cure e alla nudità violata di Ornella, l’unico vero sollievo al proprio dolore.
Quando le loro labbra si separarono a fatica per riprendere fiato, Ornella si stese sul letto, lo sguardo lucido fisso in quello di Valeria.
«Sai qual è la cosa che mi piace di questo momento?» mormorò Ornella, la voce ridotta a un filo.
«Quale?».
«Che, come in ufficio a fine giornata, finalmente siamo sole. Lì dentro passiamo la giornata a essere efficienti, precise, sempre controllate, fingiamo distacco, e poi finalmente tutto svanisce» continuò Ornella, stringendo inconsciamente un braccio sul petto, dove il seno violaceo e gonfio per la canna pulsava dolorosamente.
Valeria la guardò con un misto di malinconia.
«Tu ci riesci meglio di me».
«Davvero lo pensi?».
«Sempre».
Ornella abbassò lentamente lo sguardo.
«Ti sbagli. La differenza è che io sono più brava a nasconderlo».
Valeria rimase sorpresa, stringendole le dita con trasporto.
«Non ti avevo mai sentito dire una cosa del genere».
«Perché non me l'avevi mai chiesta».
Di nuovo il silenzio avvolse la stanza, mentre fuori la pioggia aveva cominciato a battere sui vetri. Valeria osservò la sua amica, accorgendosi che Ornella la stava fissando con un'intensità torbida e protettiva. Abbassò subito gli occhi, sentendo le guance andare a fuoco.
«Che c'è?» domandò Ornella con un'inedita dolcezza.
«Niente».
«Non è vero».
Valeria accennò un sorriso imbarazzato.
«Stavo pensando... che è strano. Ci vediamo quasi tutti i giorni, magari di sfuggita. Eppure ho la sensazione di conoscerti meno di quanto tu conosca me».
Ornella rimase qualche secondo in silenzio, sfiorandole il viso. «Forse perché sei tu che, poco alla volta, hai deciso di raccontarti. Io non ti ho mai chiesto nulla».
Valeria sollevò gli occhi, incrociando lo sguardo di Ornella.
«È questo il problema. Che tu hai sempre aspettato che fossi io ad aprirmi».
Ornella sorrise appena.
«Le cose importanti non si possono pretendere».
Valeria abbassò lo sguardo, sentendo l'eccitazione del bacio precedente rifluire in una dolcezza disperata.
«Forse è per questo che con te riesco a parlare».
Ornella non rispose e, per la prima volta, la certezza del loro trasporto reciproco divenne assoluta. Si presero per mano, unite dalle ferite che laceravano i loro corpi.
«Posso chiederti una cosa?» domandò Valeria, la voce ridotta a un filo, mossa da un trasporto improvviso.
Ornella annuì lentamente, respirando a fatica.
«Certo».
«Promettimi che, se ti sembrerà una sciocchezza, me lo dirai».
Un sorriso lieve, venato di una dolcezza dolente, increspò il volto di Ornella.
«Non credo che tu mi abbia mai fatto una domanda sciocca».
Valeria inspirò profondamente, stringendo il lenzuolo per scaricare la tensione erotica che le accendeva il sangue.
«Da qualche tempo mi succede una cosa strana».
«Quale?» sussurrò Ornella, accorciando le distanze finché il profumo costoso della sua pelle non invase lo spazio tra loro.
«Ogni mattina, quando entro in ufficio...» Valeria si fermò per un istante, incrociando quegli occhi severi che la notte prima aveva visto sbarrati dalle lacrime nel dungeon «...il primo volto che cerco è il tuo».
Il silenzio che seguì non aveva nulla di imbarazzante, era denso, saturo di un'eccitazione febbrile e clandestina. Ornella non abbassò gli occhi, sostenendo quel legame con un trasporto assoluto.
«Non so nemmeno quando abbia cominciato a succedere» continuò Valeria, accennando un sorriso soffuso di un'ombra di imbarazzo e devozione.
«All'inizio non ci facevo caso. Poi me ne sono accorta, ma mi accorgevo di non essere vista».
Ornella le sfiorò la guancia con la punta delle dita, un contatto elettrico che fece sussultare Valeria.
«E questo ti spaventa?».
«Un po'».
«Perché?».
«Perché non mi era mai successo in questo modo» ammise Valeria, sentendo il proprio bacino vibrare per il ricordo delle dilatazioni subite.
Ornella rifletté per qualche istante, mantenendo le dita incollate alla sua pelle. «Forse perché ti fa sentire insicura».
Valeria rimase in silenzio, assaporando quel contatto esclusivo. «Può darsi».
Ornella voltò brevemente lo sguardo verso la finestra, reprimendo una fitta lancinante alle natiche paonazze, prima di tornare a fissarla con un trasporto totale.
«Sai una cosa?».
«Dimmi».
«Credo che succeda anche a me» confessò Ornella, la voce che vibrava di un trasporto impossibile da arginare.
Valeria la guardò sorpresa, gli occhi lucidi.
«Davvero?».
«Quando entro e vedo che sei già arrivata, mi rilasso».
«Perché?».
Ornella sorrise appena, annullando l'ultimo centimetro di distanza e premendo il proprio ventre contro quello della ragazza.
«Perché so che la giornata avrà almeno un momento in cui potrò essere semplicemente me stessa».
Quelle parole colpirono Valeria con una violenza erotica più profonda di quanto Ornella potesse immaginare, fondendosi con la sottomissione vissuta sulla panca.
«Pensavo che fossi tu quella forte».
Ornella scosse lentamente il capo, le labbra vicinissime alle sue. «Essere forti non significa non aver bisogno di qualcuno».
Valeria abbassò gli occhi sul petto martoriato di Ornella.
«Non avevo mai pensato a questa differenza».
«Nemmeno io».
Rimasero qualche istante in quel silenzio magnetico, i respiri che si mescolavano. Fu Valeria a romperlo.
«Posso dirti una cosa senza che tu la interpreti male?».
«Puoi dirmi tutto» rispose Ornella.
«Credo che, negli ultimi mesi, tu sia diventata la persona con cui riesco finalmente a parlare, sinceramente».
Ornella non rispose subito; l’eccitazione per quella vicinanza proibita le fece contrarre il sesso, poi disse, con voce bassa e carica di promesse:
«È una responsabilità che sento».
«Ti pesa?».
«No». Fece una pausa, guardandole le labbra ancora arrossate dal bacio precedente. «Mi rende soltanto più attenta».
«A cosa?».
«Alle parole che scelgo».
«Per paura di ferirmi?» domandò Valeria, stringendola più forte.
Ornella annuì. «Sì».
Valeria sorrise, un'espressione di puro abbandono erotico e sentimentale.
«Sai qual è la cosa più strana?».
«Quale?».
«Che non ho mai avuto la sensazione di doverti convincere di chi sono».
Ornella la osservò con una dolcezza torbida, passandole una mano tra i capelli.
«Forse perché non ho mai cercato di costruirmi un'idea di te».
«E allora cosa hai fatto?».
«Ti ho lasciato il tempo di raccontarti, di aprirti, per questo ora voglio entrare nel tuo corpo con le mie mani».
Valeria abbassò lo sguardo, sentendosi improvvisamente bagnata e fremente sotto quella dichiarazione di possesso e complicità. «Credo che sia il regalo più grande che qualcuno mi potrebbe fare».
Improvvisamente iniziarono a baciarsi in modo molto sensuale e carico di un erotismo travolgente. Le loro labbra si cercarono con una foga affamata, mentre le lingue si intrecciavano con lentezza studiata per assaporare la libertà di quel contatto proibito.
Valeria circondò il collo dell’amica con le braccia, accarezzando la pelle sensibile della nuca, mentre le dita di Ornella scendevano con urgenza lungo i fianchi di Valeria, premendola contro il proprio corpo caldo. I loro respiri si fecero subito corti e affannosi, infiammati da una carica sensuale rimasta fino a quel momento repressa a causa della situazione fisica di Valeria.
Il loro rapporto sessuale si consumò sul materasso con una foga assoluta, trasformandosi in un intreccio spietato e dolcissimo di piacere estremo e sofferenza fisica. Ogni carezza e ogni attrito forzato sulle zone martoriate scatenavano reazioni intense: quando Valeria le stringeva il petto e le tirava i capezzoli, o le sfiorava con le labbra il solco, Ornella sussultava per le fitte lancinanti provate sui pomfi gonfi e violacei lasciati dalla canna, emettendo gemiti acuti che tradivano un abbandono totale al tocco della ragazza. Allo stesso modo, quando Ornella le premeva i fianchi per stringerla a sé, Valeria contraeva i muscoli del bacino, scossa dal dolore bruciante del proprio anello anale lacerato dalla notte precedente. Questo contrasto sensoriale, anziché frenarle, funse da amplificatore erotico: la stimolazione reciproca delle ferite e dei corpi violati portò l'eccitazione a un livello febbrile, provocando una reazione fisiologica estrema. Il liquido vaginale cominciò a fuoriuscire copioso da entrambe, bagnando interamente le loro cosce e il lenzuolo, una secrezione densa e calda che lubrificava i loro movimenti e testimone della vertigine perversa in cui erano sprofondate. Verso la fine affondarono il viso l'una nel sesso dell'altra; il contatto umido e prolungato della lingua sulle vulve infiammate portò entrambe a un orgasmo travolgente, i cui spasmi finali fecero contrarre le pareti vaginali e scorrere ulteriormente quegli umori fluidi prima del crollo definitivo.
La pioggia all'esterno dell'appartamento di Valeria continuava a battere sulla finestra della camera da letto, lasciando spazio a piccole gocce solitarie che scivolavano lentamente lungo il vetro. L'ambiente sembrava sospeso fuori dal tempo, saturo dell'odore del sesso, del sudore e della crema che si fondevano nell'aria.
Ora, sdraiate una accanto all'altra, il loro dialogo riprese a fluire, intervallato da baci languidi sulle labbra e carezze metodiche e bagnate sulla fica e sul seno. Valeria si sollevò parzialmente, incrociando le braccia sul petto prima di chinarsi a sfiorare la bocca di Ornella.
«Sai...» esordì Valeria, passando un dito umido sul bordo del capezzolo tumefatto dell’amica.
Ornella rimase in silenzio, accarezzandole con dolcezza le grandi labbra bagnate di umori e la zona gonfia e semiaperta dell’ano. Stava imparando che Valeria iniziava quasi sempre così quando stava per confessarle qualcosa di importante.
«C'è una domanda che mi porto dietro da molto tempo» sussurrò la ragazza, leccandole il lobo dell’orecchio e poi baciandole il collo.
«Quale?» domandò Ornella, la voce resa roca dai gemiti precedenti.
Valeria si fermò a fissare i suoi occhi lucidi.
«Che cosa vedi quando mi guardi?».
Ornella non rispose subito, stringendole un fianco con intensità erotica.
«È una domanda difficile».
«Lo so».
«Perché proprio adesso?» le chiese, scendendo con i baci lungo il seno di Valeria.
Valeria sorrise appena, abbandonandosi a quel tocco che le risvegliava i sensi
«Perché credo che tu sia la prima persona a cui riesco a farla».
Ornella abbassò lentamente lo sguardo, le dita che continuavano a stimolarle lievemente la fica .
«Hai paura della risposta?».
«Sì».
«Perché?».
«Perché ho sempre avuto la sensazione che le persone vedessero soltanto quello che non andava in me» ammise Valeria, stringendo i denti quando una carezza più profonda le sfiorò la carne sensibile.
Ornella si avvicinò ancora di più, premendo il proprio corpo nudo contro il suo.
«Io non vedo quello».
Valeria si voltò a guardarla.
«Davvero?».
«No».
«E allora cosa vedi?».
Ornella rimase qualche secondo in silenzio, catturando e succhiando le sue labbra in un bacio umido prima di riprendere:
«Vedo una donna che ha passato molto tempo a chiedersi chi dovesse essere per piacere agli altri».
Valeria abbassò gli occhi, mentre la mano di Ornella risaliva con delicatezza sul suo ventre.
«Continua...».
«Vedo qualcuno che ha imparato a controllarsi così bene da non sapere più quando stava recitando e quando fosse davvero sé stessa».
Valeria inspirò lentamente, avvertendo il calore e l’umido del sesso di Ornella premuto contro la propria coscia.
«È una sensazione che conosco».
«Lo immaginavo».
Ornella le baciò la punta del naso, scendendo bacio dopo bacio a leccare delicatamente il clitoride gonfio e pronto ad esplodere della ragazza.
«Sai qual è la cosa che mi ha colpito di più di te?».
«No…».
«Che nonostante tutta quella fatica non hai mai smesso di cercare la verità» sussurrò Ornella contro la sua pelle.
Valeria sorrise amaramente, inarcando il bacino sotto quella stimolazione liquida che la stava facendo sciogliere. «A volte… penso di aver cercato soltanto di non perdermi».
«È la stessa cosa».
Valeria rimase sorpresa, stringendole i capelli.
«Davvero lo credi?».
«Sì».
«Perché?».
«Perché chi smette di cercarsi finisce per accontentarsi della persona che gli altri hanno costruito» affermò Ornella, risalendo per baciarla di nuovo con passione sulla bocca.
Valeria sentì un lieve nodo alla gola, unendo le proprie dita a quelle della sua amica-padrona.
«Sai qual è la cosa che mi fa più paura?».
«Dimmela».
«Che tu mi stia vedendo migliore di quello che sono» sussurrò Valeria, baciandole il petto violaceo con estrema devozione.
Ornella sorrise con dolcezza, incurante della fitta di dolore al seno. «No».
«Come puoi esserne così sicura?».
«Perché non sto guardando un'immagine. Sto guardando una persona» decretò, mentre le loro fiche tornavano a sfregarsi bagnate.
Fu Valeria a insistere, accarezzandole i fianchi segnati.
«Tu non mi hai mai giudicata, nonostante tutto».
«No».
«Nemmeno quando ti raccontavo cose di cui io stessa mi vergognavo... delle punizioni, del piacere che provavo nel dungeon e della mia degradazione estrema».
«No».
«Perché?».
«Perché mi sembrava che tu lo facessi già abbastanza da sola» rispose Ornella, baciandole le palpebre umide.
Valeria abbassò il capo.
«Hai ragione».
«Che senso avrebbe avuto aggiungere anche il mio giudizio? E poi chi ti dice che non mi piaccia fartele vivere di nuovo, se lo desideri?».
Valeria rimase in silenzio, godendo della morsa calda che le dita di Ornella continuavano a mantenere stringendole il clitoride.
«Credo che nessuno mi abbia mai guardata così».
Ornella non rispose; strinse ancora di più il clitoride di Valeria e incrociò il suo sguardo per riaccendere un'eccitazione torbida.
«Posso farti una confessione?» mormorò Valeria con la voce tramante.
«Certo».
«Quando mi guardi…mi guardi in quel modo ho la sensazione di diventare una persona migliore» gemette Valeria.
Ornella scosse lentamente la testa, spingendo due dita dentro la sua carne umida .
«No, Valeria».
«No?».
«Diventi soltanto più vicina a quella che sei davvero» sussurrò l’amica contro il suo orecchio.
Valeria abbassò gli occhi, scossa da un ultimo brivido di piacere mentre il corpo di Ornella si stringeva al suo. Per la prima volta da molto tempo sentì che qualcuno non stava cercando di cambiarla, ma cercava semplicemente di comprenderla nella sua totalità erotica e dolorosa. Fu allora che entrambe si accorsero che il loro dialogo aveva smesso di essere una conversazione tra semplici amiche. Era diventato un luogo protetto, un rifugio clandestino in cui due donne si concedevano il privilegio di essere sincere e di appartenersi interamente.
Il momento di assoluta intimità e vicinanza emotiva tra le due donne venne bruscamente interrotto dal suono acuto di uno smartphone. Sul display del telefono di Ornella, appoggiato sul comodino, era comparso il nome di Marco.
Un brivido di fredda lucidità tese istantaneamente i muscoli ancora doloranti di Ornella. Valeria si irrigidì, trattenendo il fiato mentre la osservava sbloccare lo schermo. Il messaggio di Marco era secco, una disposizione imperiosa che esigeva un riscontro immediato:
«Dove cazzo sei? Ti ho cercata a casa. Rispondi subito».
Ornella fissò quelle parole per qualche secondo. Poi, mossa da una folata di ribellione e da quell'ossessione che ormai la spingeva a rivendicare il possesso esclusivo sulla ragazza, decise di rompere i confini del silenzio e dell'ubbidienza. Con le dita ancora bagnate dagli umori di Valeria, digitò una risposta definitiva, una provocazione aperta che suonava come una dichiarazione di totale distacco dal compagno:
«Non tornerò a casa questa notte. Sono da Valeria. Sto scopando la mia schiava».
L'invio del messaggio lasciò la stanza in un silenzio ancora più profondo e carico di elettricità. Ornella posò il telefono a schermo in giù, voltandosi nuovamente verso la sua ancella con lo sguardo lucido, mentre la consapevolezza della possibile trappola che si sarebbe chiusa su di loro l'indomani si fondeva con l'urgenza di viversi fino in fondo.
Con una cautela che tradiva il profondo senso di colpa per il trauma appena inflitto, Ornella le passò un braccio sotto l’ascella e l'altro sotto il sedere, sollevandola a fatica. Il dolore profondo, sordo e pulsante che irradiava l'intero bacino di Valeria le strappò una smorfia d'agonia. Le sue gambe, completamente prive di tono, non riuscivano a fare alcuna presa sul pavimento del dungeon.
Marco interruppe quell’operazione incerta piazzandosi davanti a Valeria. Le sollevò il mento con due dita, costringendola a guardarlo nonostante gli occhi della ragazza fossero ancora pieni di lacrime.
«Guardati, sei uno straccio», disse Marco, analizzando con freddezza il tremore della ragazza. «L'allargamento forzato e il dolore ti hanno tolto ogni controllo muscolare. Per le prossime ore non sarai assolutamente in grado di trattenere nulla da quell’ano spanato».
Valeria abbassò lo sguardo, arrossendo per l'umiliazione, ma Marco le strinse il mento con più decisione.
«Ascoltami bene. Devi evitare di sporcare in giro, e per non perdere merda a causa della dilatazione, da questo momento in poi dovrai indossare un pannolino per l’incontinenza. Lo terrai per tutta la notte e anche domani, sotto i vestiti, per l'intera giornata lavorativa.
Ornella, che sosteneva ancora l’amica, sentì il corpo di Valeria irrigidirsi per la vergogna. L'idea di dover camminare tra i corridoi dell'ufficio con un pannolino addosso, aggiungeva una sottomissione psicologica persino peggiore del dolore fisico.
«Ornella, ci dovrebbe essere un pannolino nell'armadio», comandò Marco, senza distogliere lo sguardo dalla ragazza. «Mettiglielo tu stessa, stringendo bene gli adesivi sui fianchi. Voglio che sia sistemato perfettamente prima che usciate da questa stanza, non voglio che sporchi tutta casa».
«Voglio andare a casa mia... vi prego, portatemi a casa mia», sussurrò Valeria con voce tremante, guardando Ornella che le sistemava il pannolino.
Ornella esitò, stringendo le labbra. Volse lo sguardo verso Marco, che era rimasto sulla porta della stanza a osservare la scena in silenzio, con le braccia incrociate. L'uomo valutò la profonda spossatezza fisica della ragazza, le vibrazioni involontarie dei muscoli delle sue cosce e, con un cenno freddo della testa, acconsentì. Quella ritirata forzata, in fondo, non faceva che prolungare l'isolamento e la dipendenza psicologica di Valeria.
I due aiutarono Valeria a indossare un abito morbido, badando a non fare pressione sulle zone più tese e doloranti. Poi, sostenendola sotto le braccia, la accompagnarono fino alla macchina. Il viaggio verso l'appartamento di Valeria si svolse in un silenzio pesante, rotto solo dal rumore del motore. Valeria, seduta sul sedile posteriore, rimaneva immobile di lato per non appoggiare il bacino, con lo sguardo fisso fuori dal finestrino mentre la città scorreva via nella penombra. Anche Ornella sedeva a fatica, soffrendo non poco per i colpi ricevuti sul culo e sul seno, completamente in fiamme.
Arrivati a destinazione, Marco e Ornella la scortarono fin dentro l'appartamento, adagiandola sul letto prima di lasciarla sola con il suo dolore sordo e persistente, non prima di aver ricevuto per precauzione da Valeria le chiavi dell’appartamento.
La notte per lei fu un calvario insonne. Ogni minimo spostamento nel letto le strappava un gemito soffocato. La carne dello sfintere, snervata dalla spinta forzata dello strap-on, era calda e pulsante, gonfia e incapace di contrarsi, rendendole impossibile trattenere i fluidi e le feci.
Il mattino seguente, l'orologio segnò le otto. Valeria, con le mani ancora tremanti per lo shock e la spossatezza per la notte insonne, afferrò il cellulare sul comodino per compiere l'atto definitivo di rinuncia alla routine quotidiana. Dall'altro capo del filo, la voce di Ornella rispose con la consueta prontezza sebbene attenuata da una sfumatura di segreta apprensione.
«Ornella...», esordì la ragazza, la voce ridotta a un filo roco. «Oggi non verrò in ufficio. Non ce la faccio... il dolore è troppo forte e non ho alcun controllo... non riesco a trattenere nulla. È impossibile per me muovermi da qui».
Ornella strinse i denti, sentendo le ferite del proprio petto pulsare dolorosamente sotto la costrizione del reggiseno che Marco le aveva imposto di portare.
«Ho capito, Valeria. Resta a casa», rispose Ornella, abbassando il tono di voce per non farsi sentire da Marco. «Appena arrivo in ufficio sistemo io la pratica per la tua assenza. Cerca di riposare, magari prenditi qualcosa per dormire, se ce l’hai. Questa sera vengo a casa tua, non ti lascio sola. Prima di venire, passerò in una farmacia, prendo dei farmaci e delle pomate per ridurre l'infiammazione e il rigonfiamento dei tessuti. E ti comprerò una confezione di pannolini per adulti. Dovrai indossarli per i prossimi giorni, Vale. Sarà l'unico modo per proteggerti e permetterti di stare in piedi finché lo sfintere non avrà ripreso la sua naturale elasticità. Chiamami se hai bisogno, ora vado sennò faccio tardi».
«Grazie, Ornella... ti aspetto…», sussurrò la ragazza, prima di riagganciare e rimanere sola nella penombra della sua stanza. Valeria appoggiò la testa sul cuscino, avvertendo tanta stanchezza mista a un profondo senso di sollievo. L'idea di essere ridotta a portare i pannolini nei giorni successivi, sotto la supervisione della sua amica-padrona, le confermava che ogni residuo di autonomia era azzerato.
La sera, Ornella lasciò l’ufficio e si diresse rapidamente verso una farmacia dove acquistò il necessario, poi salì in auto e guidò fino all’appartamento di Valeria. Quando aprì la porta con le chiavi che le erano state affidate la sera prima, trovò la ragazza distesa a letto, immobile e senza forze.
Valeria provò ad alzarsi, stringendo i denti a ogni minimo movimento per via dei tessuti ancora doloranti. Accanto al letto, Ornella le fece cenno di non sforzarsi. Con delicatezza, la aiutò a sollevare la camicia da notte per verificare le sue condizioni: l’incontinenza causata dal forte trauma della sera precedente non aveva lasciato scampo alla ragazza. Valeria avvampò, sopraffatta da un’ondata di profonda vergogna per essersi ridotta in quello stato davanti all’amica.
Ornella, tuttavia, mantenne la calma. Prese le salviette intime e, con estrema cura, pulì la pelle arrossata e i tessuti tumefatti. Subito dopo, aprì un tubo di pomata lenitiva e ne stese uno strato abbondante sulla zona infiammata, massaggiando con movimenti leggerissimi per ridurre il bruciore profondo. Sentendola ancora tremare e arrossire per la vergogna, Ornella le posò una mano sulla spalla e tentò di rassicurarla: le spiegò che lo sfintere era stato solo fortemente sollecitato e che, nel giro di qualche giorno, i muscoli avrebbero riacquistato il loro normale tono elastico.
In quel momento di assoluta vulnerabilità, l’atmosfera nella stanza cambiò. Negli occhi di Ornella, solitamente distaccati, brillava una luce carica di un’autentica, gelosa infatuazione, mista alla sua stessa sofferenza fisica. Valeria, mossa da una colpa torbida e dal bisogno di condividere quel fardello, guardò l’amica.
«Voglio vedere, Ornella... ti prego…», implorò Valeria, sfiorando i bottoni della sua camicetta. «Ho bisogno… devo vedere cosa ti ho fatto ieri sera».
Ornella esitò un secondo, poi, reprimendo un lamento che le contrasse il viso, assecondò la richiesta decidendo di non nasconderle nulla. Si sbottonò il tessuto scuro della camicetta e sfilò a fatica il reggiseno che Marco le aveva imposto di indossare per punizione. Il seno apparve con la parte inferiore violacea, gonfia e solcata da lividi a rilievo lasciati dalla canna, con le areole deformate e i capezzoli vistosamente tumefatti. Valeria portò una mano alla bocca, trattenendo un gemito davanti a quel petto martoriato per mano sua.
Ma Ornella non si fermò lì. Con movimenti lenti, fece scivolare a terra il tubino scuro e il perizoma, spogliandosi completamente davanti a lei. Si voltò lentamente di spalle per mostrare il resto del disastro. Il sedere era un'unica distesa di ematomi paonazzi e violacei, completamente livido e gonfio a causa dei colpi spietati e metodici inferti da Valeria con il padre.
Scendendo con lo sguardo, Valeria notò che anche i fianchi e le cosce erano pesantemente segnati: la pelle chiara era interrotta in più punti dalle striature rossastre e bluastre lasciate dalle dure sferzate del flogger. L'intera zona era stata coperta di crema, applicata nel tentativo di lenire quel bruciore incessante.
Valeria le chiese di avvicinarsi, contemplando quel corpo nudo che portava i segni devastanti del suo braccio.
«Oggi deve essere stato un inferno per te stare su quella sedia... conciata così», disse con una voce piena di angoscia.
Ornella si voltò di nuovo verso di lei, incurante della propria nudità e dei segni che la ricoprivano. L’emozione e il sollievo di essere finalmente sole, lontane dall’ombra opprimente di Marco, diventarono insostenibili. Ornella annullò la distanza piegandosi verso Valeria e le due donne si baciarono con passione, un contatto lungo, umido e disperato, in cui le loro lingue si cercarono con una foga che cancellò per un istante ogni violenza subita. Mentre le loro labbra erano ancora unite, Ornella le sussurrò contro la bocca: «Sapere che il mio corpo è stato segnato da te è l'unica cosa che mi ha dato la forza di resistere oggi. Siamo legate, Vale, adesso più che mai».
Valeria strinse le mani sui fianchi segnati di Ornella, attenta a non farle male, annuendo eccitata. Aveva trovato in quel legame segreto, e nella sottomissione alle cure e alla nudità violata di Ornella, l’unico vero sollievo al proprio dolore.
Quando le loro labbra si separarono a fatica per riprendere fiato, Ornella si stese sul letto, lo sguardo lucido fisso in quello di Valeria.
«Sai qual è la cosa che mi piace di questo momento?» mormorò Ornella, la voce ridotta a un filo.
«Quale?».
«Che, come in ufficio a fine giornata, finalmente siamo sole. Lì dentro passiamo la giornata a essere efficienti, precise, sempre controllate, fingiamo distacco, e poi finalmente tutto svanisce» continuò Ornella, stringendo inconsciamente un braccio sul petto, dove il seno violaceo e gonfio per la canna pulsava dolorosamente.
Valeria la guardò con un misto di malinconia.
«Tu ci riesci meglio di me».
«Davvero lo pensi?».
«Sempre».
Ornella abbassò lentamente lo sguardo.
«Ti sbagli. La differenza è che io sono più brava a nasconderlo».
Valeria rimase sorpresa, stringendole le dita con trasporto.
«Non ti avevo mai sentito dire una cosa del genere».
«Perché non me l'avevi mai chiesta».
Di nuovo il silenzio avvolse la stanza, mentre fuori la pioggia aveva cominciato a battere sui vetri. Valeria osservò la sua amica, accorgendosi che Ornella la stava fissando con un'intensità torbida e protettiva. Abbassò subito gli occhi, sentendo le guance andare a fuoco.
«Che c'è?» domandò Ornella con un'inedita dolcezza.
«Niente».
«Non è vero».
Valeria accennò un sorriso imbarazzato.
«Stavo pensando... che è strano. Ci vediamo quasi tutti i giorni, magari di sfuggita. Eppure ho la sensazione di conoscerti meno di quanto tu conosca me».
Ornella rimase qualche secondo in silenzio, sfiorandole il viso. «Forse perché sei tu che, poco alla volta, hai deciso di raccontarti. Io non ti ho mai chiesto nulla».
Valeria sollevò gli occhi, incrociando lo sguardo di Ornella.
«È questo il problema. Che tu hai sempre aspettato che fossi io ad aprirmi».
Ornella sorrise appena.
«Le cose importanti non si possono pretendere».
Valeria abbassò lo sguardo, sentendo l'eccitazione del bacio precedente rifluire in una dolcezza disperata.
«Forse è per questo che con te riesco a parlare».
Ornella non rispose e, per la prima volta, la certezza del loro trasporto reciproco divenne assoluta. Si presero per mano, unite dalle ferite che laceravano i loro corpi.
«Posso chiederti una cosa?» domandò Valeria, la voce ridotta a un filo, mossa da un trasporto improvviso.
Ornella annuì lentamente, respirando a fatica.
«Certo».
«Promettimi che, se ti sembrerà una sciocchezza, me lo dirai».
Un sorriso lieve, venato di una dolcezza dolente, increspò il volto di Ornella.
«Non credo che tu mi abbia mai fatto una domanda sciocca».
Valeria inspirò profondamente, stringendo il lenzuolo per scaricare la tensione erotica che le accendeva il sangue.
«Da qualche tempo mi succede una cosa strana».
«Quale?» sussurrò Ornella, accorciando le distanze finché il profumo costoso della sua pelle non invase lo spazio tra loro.
«Ogni mattina, quando entro in ufficio...» Valeria si fermò per un istante, incrociando quegli occhi severi che la notte prima aveva visto sbarrati dalle lacrime nel dungeon «...il primo volto che cerco è il tuo».
Il silenzio che seguì non aveva nulla di imbarazzante, era denso, saturo di un'eccitazione febbrile e clandestina. Ornella non abbassò gli occhi, sostenendo quel legame con un trasporto assoluto.
«Non so nemmeno quando abbia cominciato a succedere» continuò Valeria, accennando un sorriso soffuso di un'ombra di imbarazzo e devozione.
«All'inizio non ci facevo caso. Poi me ne sono accorta, ma mi accorgevo di non essere vista».
Ornella le sfiorò la guancia con la punta delle dita, un contatto elettrico che fece sussultare Valeria.
«E questo ti spaventa?».
«Un po'».
«Perché?».
«Perché non mi era mai successo in questo modo» ammise Valeria, sentendo il proprio bacino vibrare per il ricordo delle dilatazioni subite.
Ornella rifletté per qualche istante, mantenendo le dita incollate alla sua pelle. «Forse perché ti fa sentire insicura».
Valeria rimase in silenzio, assaporando quel contatto esclusivo. «Può darsi».
Ornella voltò brevemente lo sguardo verso la finestra, reprimendo una fitta lancinante alle natiche paonazze, prima di tornare a fissarla con un trasporto totale.
«Sai una cosa?».
«Dimmi».
«Credo che succeda anche a me» confessò Ornella, la voce che vibrava di un trasporto impossibile da arginare.
Valeria la guardò sorpresa, gli occhi lucidi.
«Davvero?».
«Quando entro e vedo che sei già arrivata, mi rilasso».
«Perché?».
Ornella sorrise appena, annullando l'ultimo centimetro di distanza e premendo il proprio ventre contro quello della ragazza.
«Perché so che la giornata avrà almeno un momento in cui potrò essere semplicemente me stessa».
Quelle parole colpirono Valeria con una violenza erotica più profonda di quanto Ornella potesse immaginare, fondendosi con la sottomissione vissuta sulla panca.
«Pensavo che fossi tu quella forte».
Ornella scosse lentamente il capo, le labbra vicinissime alle sue. «Essere forti non significa non aver bisogno di qualcuno».
Valeria abbassò gli occhi sul petto martoriato di Ornella.
«Non avevo mai pensato a questa differenza».
«Nemmeno io».
Rimasero qualche istante in quel silenzio magnetico, i respiri che si mescolavano. Fu Valeria a romperlo.
«Posso dirti una cosa senza che tu la interpreti male?».
«Puoi dirmi tutto» rispose Ornella.
«Credo che, negli ultimi mesi, tu sia diventata la persona con cui riesco finalmente a parlare, sinceramente».
Ornella non rispose subito; l’eccitazione per quella vicinanza proibita le fece contrarre il sesso, poi disse, con voce bassa e carica di promesse:
«È una responsabilità che sento».
«Ti pesa?».
«No». Fece una pausa, guardandole le labbra ancora arrossate dal bacio precedente. «Mi rende soltanto più attenta».
«A cosa?».
«Alle parole che scelgo».
«Per paura di ferirmi?» domandò Valeria, stringendola più forte.
Ornella annuì. «Sì».
Valeria sorrise, un'espressione di puro abbandono erotico e sentimentale.
«Sai qual è la cosa più strana?».
«Quale?».
«Che non ho mai avuto la sensazione di doverti convincere di chi sono».
Ornella la osservò con una dolcezza torbida, passandole una mano tra i capelli.
«Forse perché non ho mai cercato di costruirmi un'idea di te».
«E allora cosa hai fatto?».
«Ti ho lasciato il tempo di raccontarti, di aprirti, per questo ora voglio entrare nel tuo corpo con le mie mani».
Valeria abbassò lo sguardo, sentendosi improvvisamente bagnata e fremente sotto quella dichiarazione di possesso e complicità. «Credo che sia il regalo più grande che qualcuno mi potrebbe fare».
Improvvisamente iniziarono a baciarsi in modo molto sensuale e carico di un erotismo travolgente. Le loro labbra si cercarono con una foga affamata, mentre le lingue si intrecciavano con lentezza studiata per assaporare la libertà di quel contatto proibito.
Valeria circondò il collo dell’amica con le braccia, accarezzando la pelle sensibile della nuca, mentre le dita di Ornella scendevano con urgenza lungo i fianchi di Valeria, premendola contro il proprio corpo caldo. I loro respiri si fecero subito corti e affannosi, infiammati da una carica sensuale rimasta fino a quel momento repressa a causa della situazione fisica di Valeria.
Il loro rapporto sessuale si consumò sul materasso con una foga assoluta, trasformandosi in un intreccio spietato e dolcissimo di piacere estremo e sofferenza fisica. Ogni carezza e ogni attrito forzato sulle zone martoriate scatenavano reazioni intense: quando Valeria le stringeva il petto e le tirava i capezzoli, o le sfiorava con le labbra il solco, Ornella sussultava per le fitte lancinanti provate sui pomfi gonfi e violacei lasciati dalla canna, emettendo gemiti acuti che tradivano un abbandono totale al tocco della ragazza. Allo stesso modo, quando Ornella le premeva i fianchi per stringerla a sé, Valeria contraeva i muscoli del bacino, scossa dal dolore bruciante del proprio anello anale lacerato dalla notte precedente. Questo contrasto sensoriale, anziché frenarle, funse da amplificatore erotico: la stimolazione reciproca delle ferite e dei corpi violati portò l'eccitazione a un livello febbrile, provocando una reazione fisiologica estrema. Il liquido vaginale cominciò a fuoriuscire copioso da entrambe, bagnando interamente le loro cosce e il lenzuolo, una secrezione densa e calda che lubrificava i loro movimenti e testimone della vertigine perversa in cui erano sprofondate. Verso la fine affondarono il viso l'una nel sesso dell'altra; il contatto umido e prolungato della lingua sulle vulve infiammate portò entrambe a un orgasmo travolgente, i cui spasmi finali fecero contrarre le pareti vaginali e scorrere ulteriormente quegli umori fluidi prima del crollo definitivo.
La pioggia all'esterno dell'appartamento di Valeria continuava a battere sulla finestra della camera da letto, lasciando spazio a piccole gocce solitarie che scivolavano lentamente lungo il vetro. L'ambiente sembrava sospeso fuori dal tempo, saturo dell'odore del sesso, del sudore e della crema che si fondevano nell'aria.
Ora, sdraiate una accanto all'altra, il loro dialogo riprese a fluire, intervallato da baci languidi sulle labbra e carezze metodiche e bagnate sulla fica e sul seno. Valeria si sollevò parzialmente, incrociando le braccia sul petto prima di chinarsi a sfiorare la bocca di Ornella.
«Sai...» esordì Valeria, passando un dito umido sul bordo del capezzolo tumefatto dell’amica.
Ornella rimase in silenzio, accarezzandole con dolcezza le grandi labbra bagnate di umori e la zona gonfia e semiaperta dell’ano. Stava imparando che Valeria iniziava quasi sempre così quando stava per confessarle qualcosa di importante.
«C'è una domanda che mi porto dietro da molto tempo» sussurrò la ragazza, leccandole il lobo dell’orecchio e poi baciandole il collo.
«Quale?» domandò Ornella, la voce resa roca dai gemiti precedenti.
Valeria si fermò a fissare i suoi occhi lucidi.
«Che cosa vedi quando mi guardi?».
Ornella non rispose subito, stringendole un fianco con intensità erotica.
«È una domanda difficile».
«Lo so».
«Perché proprio adesso?» le chiese, scendendo con i baci lungo il seno di Valeria.
Valeria sorrise appena, abbandonandosi a quel tocco che le risvegliava i sensi
«Perché credo che tu sia la prima persona a cui riesco a farla».
Ornella abbassò lentamente lo sguardo, le dita che continuavano a stimolarle lievemente la fica .
«Hai paura della risposta?».
«Sì».
«Perché?».
«Perché ho sempre avuto la sensazione che le persone vedessero soltanto quello che non andava in me» ammise Valeria, stringendo i denti quando una carezza più profonda le sfiorò la carne sensibile.
Ornella si avvicinò ancora di più, premendo il proprio corpo nudo contro il suo.
«Io non vedo quello».
Valeria si voltò a guardarla.
«Davvero?».
«No».
«E allora cosa vedi?».
Ornella rimase qualche secondo in silenzio, catturando e succhiando le sue labbra in un bacio umido prima di riprendere:
«Vedo una donna che ha passato molto tempo a chiedersi chi dovesse essere per piacere agli altri».
Valeria abbassò gli occhi, mentre la mano di Ornella risaliva con delicatezza sul suo ventre.
«Continua...».
«Vedo qualcuno che ha imparato a controllarsi così bene da non sapere più quando stava recitando e quando fosse davvero sé stessa».
Valeria inspirò lentamente, avvertendo il calore e l’umido del sesso di Ornella premuto contro la propria coscia.
«È una sensazione che conosco».
«Lo immaginavo».
Ornella le baciò la punta del naso, scendendo bacio dopo bacio a leccare delicatamente il clitoride gonfio e pronto ad esplodere della ragazza.
«Sai qual è la cosa che mi ha colpito di più di te?».
«No…».
«Che nonostante tutta quella fatica non hai mai smesso di cercare la verità» sussurrò Ornella contro la sua pelle.
Valeria sorrise amaramente, inarcando il bacino sotto quella stimolazione liquida che la stava facendo sciogliere. «A volte… penso di aver cercato soltanto di non perdermi».
«È la stessa cosa».
Valeria rimase sorpresa, stringendole i capelli.
«Davvero lo credi?».
«Sì».
«Perché?».
«Perché chi smette di cercarsi finisce per accontentarsi della persona che gli altri hanno costruito» affermò Ornella, risalendo per baciarla di nuovo con passione sulla bocca.
Valeria sentì un lieve nodo alla gola, unendo le proprie dita a quelle della sua amica-padrona.
«Sai qual è la cosa che mi fa più paura?».
«Dimmela».
«Che tu mi stia vedendo migliore di quello che sono» sussurrò Valeria, baciandole il petto violaceo con estrema devozione.
Ornella sorrise con dolcezza, incurante della fitta di dolore al seno. «No».
«Come puoi esserne così sicura?».
«Perché non sto guardando un'immagine. Sto guardando una persona» decretò, mentre le loro fiche tornavano a sfregarsi bagnate.
Fu Valeria a insistere, accarezzandole i fianchi segnati.
«Tu non mi hai mai giudicata, nonostante tutto».
«No».
«Nemmeno quando ti raccontavo cose di cui io stessa mi vergognavo... delle punizioni, del piacere che provavo nel dungeon e della mia degradazione estrema».
«No».
«Perché?».
«Perché mi sembrava che tu lo facessi già abbastanza da sola» rispose Ornella, baciandole le palpebre umide.
Valeria abbassò il capo.
«Hai ragione».
«Che senso avrebbe avuto aggiungere anche il mio giudizio? E poi chi ti dice che non mi piaccia fartele vivere di nuovo, se lo desideri?».
Valeria rimase in silenzio, godendo della morsa calda che le dita di Ornella continuavano a mantenere stringendole il clitoride.
«Credo che nessuno mi abbia mai guardata così».
Ornella non rispose; strinse ancora di più il clitoride di Valeria e incrociò il suo sguardo per riaccendere un'eccitazione torbida.
«Posso farti una confessione?» mormorò Valeria con la voce tramante.
«Certo».
«Quando mi guardi…mi guardi in quel modo ho la sensazione di diventare una persona migliore» gemette Valeria.
Ornella scosse lentamente la testa, spingendo due dita dentro la sua carne umida .
«No, Valeria».
«No?».
«Diventi soltanto più vicina a quella che sei davvero» sussurrò l’amica contro il suo orecchio.
Valeria abbassò gli occhi, scossa da un ultimo brivido di piacere mentre il corpo di Ornella si stringeva al suo. Per la prima volta da molto tempo sentì che qualcuno non stava cercando di cambiarla, ma cercava semplicemente di comprenderla nella sua totalità erotica e dolorosa. Fu allora che entrambe si accorsero che il loro dialogo aveva smesso di essere una conversazione tra semplici amiche. Era diventato un luogo protetto, un rifugio clandestino in cui due donne si concedevano il privilegio di essere sincere e di appartenersi interamente.
Il momento di assoluta intimità e vicinanza emotiva tra le due donne venne bruscamente interrotto dal suono acuto di uno smartphone. Sul display del telefono di Ornella, appoggiato sul comodino, era comparso il nome di Marco.
Un brivido di fredda lucidità tese istantaneamente i muscoli ancora doloranti di Ornella. Valeria si irrigidì, trattenendo il fiato mentre la osservava sbloccare lo schermo. Il messaggio di Marco era secco, una disposizione imperiosa che esigeva un riscontro immediato:
«Dove cazzo sei? Ti ho cercata a casa. Rispondi subito».
Ornella fissò quelle parole per qualche secondo. Poi, mossa da una folata di ribellione e da quell'ossessione che ormai la spingeva a rivendicare il possesso esclusivo sulla ragazza, decise di rompere i confini del silenzio e dell'ubbidienza. Con le dita ancora bagnate dagli umori di Valeria, digitò una risposta definitiva, una provocazione aperta che suonava come una dichiarazione di totale distacco dal compagno:
«Non tornerò a casa questa notte. Sono da Valeria. Sto scopando la mia schiava».
L'invio del messaggio lasciò la stanza in un silenzio ancora più profondo e carico di elettricità. Ornella posò il telefono a schermo in giù, voltandosi nuovamente verso la sua ancella con lo sguardo lucido, mentre la consapevolezza della possibile trappola che si sarebbe chiusa su di loro l'indomani si fondeva con l'urgenza di viversi fino in fondo.
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