La voglia matta di Laura cresce (prima parte)
di
Massimo FKR
genere
esibizionismo
iero di ritrovarmi le sue mani addosso in mezzo alla folla.
Il giorno della partenza, poco prima di lasciare l’appartamento, il mio ragazzo frugò all'interno del mio trolley e tirò fuori la minigonna cortissima. «Rimetti la gonna di lino in valigia. Il viaggio lo fai con questa. E non c'è bisogno che ti ricordi cosa non devi indossare sotto. E metti le scarpe con il tacco.»
Il fiato mi si mozzò in gola mentre guardavo quei pochi centimetri di tessuto. L'idea di affrontare non solo l'aeroporto, ma persino il tragitto in macchina completamente nuda sotto quel velo di stoffa mi fece girare la testa. Eppure, non riuscii a opporre resistenza, ero troppo eccitata all’idea. Andai in bagno, sfilai la biancheria intima e infilai la minigonna, sentendo l'aria fresca della stanza accarezzarmi la pelle scoperta delle cosce. Quando uscii, lui mi squadrò dalla testa ai piedi e, con lo sguardo pieno di approvazione, prese le chiavi ed uscimmo.
Il vero supplizio iniziò sul sedile posteriore del taxi diretto a Fiumicino. Appena l'auto si immise nel traffico di Roma, lui si voltò verso di me. Mi afferrò il ginocchio con decisione, spingendo la mia gamba verso l'esterno. «Niente gambe incrociate, e niente scuse. Per tutto il viaggio in taxi devi tenere le gambe leggermente aperte.»
«Ti prego, l'autista potrebbe guardare nello specchietto...» sussurrai, stringendo le mani sulla borsa a mano nel disperato tentativo di usarla come scudo.
«Togli la borsa, l’autista guarda la strada, tu pensa a fare quello che ti ho detto», ribatté lui a voce bassissima, la mano che risaliva lentamente l'interno della mia coscia nuda, fermandosi a un millimetro dal centro del mio piacere, proprio dove la pelle bruciava di più. «Voglio che entri nella parte ancor prima di arrivare al terminal.»
Passai l'intero tragitto sull'autostrada in uno stato di perenne e totale vulnerabilità. Ogni volta che il taxi sobbalzava su un avvallamento, e la consapevolezza di essere completamente esposta mi provocavano un grande disagio misto a eccitazione. Quando finalmente le insegne dell'aeroporto di Fiumicino apparvero all'orizzonte, ero già visibilmente sfinita e bagnata, con il cuore che batteva all'impazzata per il terrore di dover scendere dall'auto in quelle condizioni.
Arrivati ai varchi della sicurezza di Fiumicino, la tensione era diventata quasi insostenibile. La fila si muoveva lentamente e io cercavo disperatamente di tirare verso il basso quel lembo di tessuto della minigonna, con le cosce che continuavano a sfiorarsi a ogni passo, ricordandomi a ogni millimetro la totale assenza di biancheria intima. Il mio fidanzato mi camminava subito dietro, impassibile, godendosi ogni istante.
Misi la borsa e il trolley sul nastro trasportatore. Quando l'agente mi fece cenno di avanzare, respirai a fondo e attraversai lo scanner.
Un segnale acustico stridulo e improvviso spezzò il ronzio del terminal. Bip. Bip. Bip.
«Torni indietro, per favore», mi disse una donna in divisa alla fine del tunnel dello scanner, alzando una mano. Mi sentii raggelare il sangue. «Ha dimenticato qualche oggetto metallico addosso?»
«N-no, non credo», risposi con un filo di voce, sentendo gli occhi di tutta la fila puntati su di me. Guardai di scatto il mio fidanzato; nei suoi occhi non c'era traccia di preoccupazione, solo un'attesa maliziosa.
«Saranno i ferretti del reggiseno, o qualche inserto nelle calzature», intervenne un secondo agente, un uomo di mezza età con la divisa dell'aeroporto, indicando i miei piedi. «Signorina, per favore, torni indietro, tolga le scarpe e le metta in una vaschetta.»
Il panico mi strinse la gola. I miei sandali con il tacco non avevano ganci evidenti, ma forse qualche chiodo aveva fatto scattare l'allarme. Il vero problema, però, era un altro: per togliere quelle scarpe dovevo chinarmi. E con una minigonna così ridotta, senza nulla sotto, qualsiasi movimento inclinato sarebbe stato un disastro.
Tornai indietro verso i rulli con le gambe che mi tremavano. Mi avvicinai a una delle vaschette vuote e cercai di fare la manovra più cauta possibile. Provai a piegare le ginocchia tenendo il busto dritto per non sollevare il tessuto, ma i lacci del sandalo erano stretti e la posizione era instabile. Persi l'equilibrio per un millisecondo. Per non cadere, fui costretta a fare un movimento brusco, aprendo le gambe di scatto e piegando il busto in avanti.
L’agente allo scanner si trovò in lontananza la visuale completamente aperta sulla mia intimità esposta. Lo vidi sgranare gli occhi, l'espressione che passava dalla routine lavorativa a puro stupore. Il suo sguardo rimase inchiodato lì, sulla mia pelle nuda e visibilmente lucida per l'eccitazione del viaggio in taxi, per un secondo che parve un'eternità.
Arrossii così violentemente da sentire le orecchie fischiare. Con un movimento veloce mi tirai in piedi, e misi le scarpe nella vaschetta, senza trovare il coraggio di guardare nessuno in faccia. Sentivo il sesso pulsare selvaggiamente per l'adrenalina e la vergogna di essere forse stata scoperta in quel modo, proprio sotto gli occhi del mio uomo, che da dietro osservava la scena.
Ma il mio tormento non era ancora finito. Dopo aver superato nuovamente lo scanner, questa volta in totale silenzio e sotto lo sguardo visibilmente alterato dell'agente che non riusciva a staccarmi gli occhi di dosso, la vaschetta con le mie scarpe scivolò lungo il rullo, fermandosi proprio davanti a me.
Il problema si ripresentò identico, ma amplificato dalla consapevolezza di avere i suoi occhi puntati addosso. Dovevo rimettermi quei maledetti sandali.
«Fai con calma, tesoro», sussurrò il mio fidanzato da dietro, la sua voce intrisa di una calma sadica mentre recuperava il suo trolley, l’orologio e la cintura. Si posizionò in modo da godersi la scena da un'angolazione perfetta, senza fare il minimo movimento per aiutarmi.
Mi avvicinai alla panca di metallo lì vicino, sperando di sedermi, ma c'erano già altri passeggeri. Fui costretta a farlo in piedi. Sollevai il piede destro, cercando di infilare il cinturino senza flettere il busto, ma l'equilibrio precario mi tradì subito. Per evitare di oscillare, dovetti sollevare il ginocchio verso il petto e appoggiare il piede sulla panca. Fu un disastro. Il tessuto della minigonna salì davanti, scoprendo completamente la mia vulva.
Con le dita che tremavano per la vergogna e l'eccitazione, riuscii finalmente a chiudere la prima scarpa e poi, con movimenti rapidi e il viso in fiamme, la seconda. Diedi un colpo secco alla minigonna per rimetterla in posizione, incrociando per un millisecondo lo sguardo complice del mio fidanzato.
«Sei stata brava, in fondo non ti ha vista nessuno», mi sussurrò all'orecchio non appena afferrai la mia borsa dal nastro, stringendomi forte il fianco per spingermi verso la zona dei negozi. «Sei una visione. Ma adesso basta giocare. I bagni del terminal sono proprio lì davanti. È il momento di attappare il tuo buchetto.»
Afferrai l'oggetto di metallo freddo che lui mi porse in un corridoio laterale e mi infilai di corsa nei bagni del terminal, cercando la cabina più lontana e isolata. Richiusi la porta a chiave e mi appoggiai con la schiena contro il pannello di plastica, con il cuore che mi rimbombava fin dentro le orecchie.
Le mani mi tremavano vistosamente mentre guardavo il dispositivo. Era un plug di dimensioni medie: l'acciaio lucido rifletteva la luce fredda del neon e la base sembrava enorme rispetto a come mi sentivo in quel momento. La parte più larga del bulbo centrale mi fece deglutire.
Stupidamente non avevo lubrificanti con me. Sollevai la minigonna fino alla vita, lasciando i fianchi completamente liberi. Portai le dita alla bocca, bagnandole abbondantemente di saliva, per poi passarle sul metallo freddo e sulla mia intimità, che era già sensibilmente calda e reattiva per via di tutto quello che era successo ai controlli di sicurezza.
Mi accovacciai leggermente, poggiando la punta arrotondata contro l'ingresso teso della mia carne. Al primo contatto, il freddo dell'acciaio mi fece sobbalzare, strappandomi un gemito che riuscii a soffocare solo stringendo i denti.
Cominciai a spingere. Fu una fatica enorme. La tensione del luogo pubblico e le dimensioni del plug rendevano ogni millimetro una conquista dolorosa e incredibilmente intensa. Il muscolo opponeva resistenza, costringendomi a fermarmi a ogni minima spinta per riprendere fiato e ricominciare da capo, bagnando di nuovo il metallo con la saliva. Sentivo le pareti interne tendersi al limite, mentre un calore sordo e profondo cominciava a irradiarsi in tutto il bacino. «Andiamo... entra...» sussurrai a me stessa, con la fronte imperlata di sudore.
Feci un respiro profondo, espirai e spinsi con più decisione. Il bulbo centrale, superato il punto di massima resistenza, scivolò finalmente all'interno con un movimento repentino, venendo risucchiato e posizionandosi del tutto. Dopo aver contrastato per qualche minuto l’esigenza di espellerlo, la base piatta finalmente rimase aderente all’anello anale, sigillandolo, mentre il mio corpo reagiva a quella stimolazione profonda in modo incontrollabile. Passato il disagio, cominciai infatti a eccitarmi e a bagnarmi così tanto che le secrezioni, non trovando alcun freno a causa dell'assenza di mutandine, iniziarono a scivolare calde lungo l'interno delle cosce, rigando la pelle nuda fin sopra le ginocchia.
Ero completamente sopraffatta, piena, e sapevo che mancava ancora tutto il volo per la Sicilia. Ripulendomi alla meglio con un pezzo di carta e sistemando l'orlo della minigonna, sbloccai la porta del bagno per tornare da lui.
Dopo esserci imbarcati avevamo preso posto nella prima fila dell'aereo. Io sedevo vicino al finestrino, una posizione che mi lasciava completamente esposta alla vista degli assistenti di volo, considerando il maggiore spazio per le gambe che c’è per quei posti. La mancanza assoluta degli slip sotto la minigonna mi faceva percepire il fresco dell’aria condizionata, mentre il plug, spinto a fondo, continuava a mandarmi scariche di calore a ogni minimo movimento.
Il mio fidanzato, si sporse verso di me e, con un tono di voce basso ma che non ammetteva repliche, mi diede un nuovo ordine: «Laura, slaccia di più la camicia. Voglio che si veda chiaramente che non indossi il reggiseno».
Con il cuore che batteva all'impazzata, obbedii alle sue parole. Provavo una forte voglia di scoprirmi e di assecondare quel gioco fino in fondo, spinta da un'eccitazione che mi incendiava il sangue. Portai la mano al colletto della mia camicetta e slacciai i primi bottoni con dita ferme e decise, esponendo la pelle lucida di sudore e accaldata. L'unico vero freno era l'ansia temendo che il personale di bordo potesse redarguirmi davanti a tutti i passeggeri per un abbigliamento e un atteggiamento così spudorati. Ma ero talmente eccitata che rischiavo seriamente di perdere il controllo, lo stimolo del plug che premeva dentro di me mi stava portando al limite. Sentivo i muscoli contrarsi involontariamente attorno all'acciaio. Ogni volta che cercavo di trattenermi, il piacere diventava più acuto, tanto da farmi desiderare di sprofondare nel sedile per nascondere i brividi che mi scuotevano il bacino.
A peggiorare la mia deliziosa tortura, la mano del mio fidanzato si posò con decisione sulla mia coscia dal lato esterno. Le sue dita risalirono con calma studiata lungo la mia pelle nuda, agganciando l'orlo della minigonna dal suo lato. Senza fretta, iniziò a far scorrere la gonna verso l'alto, scoprendo progressivamente il fianco e lasciando che il tessuto si arricciasse quasi del tutto vicino alla mia anca, e chiunque fosse passato lungo il corridoio l’avrebbe potuto notare.
Dopo la partenza, lo steward con il carrello delle bevande superò la nostra fila, ma c’era una hostess dall’altra parte del carrello a servirci. Era una ragazza molto carina, con la divisa impeccabile e i capelli raccolti, che si muoveva con una grazia. La hostess si fermò esattamente di fianco a noi, bloccando il carrello. Guardò le mie gambe, poi la mano di lui, e infine sollevò gli occhi su di noi. Invece di irrigidirsi, sul suo viso si dipinse un sorriso incredibilmente complice e malizioso. Aveva capito perfettamente che stavamo giocando. Piegò leggermente il busto in avanti, riducendo la distanza, e parlò con un tono di voce basso, udibile solo a noi due, ma intriso di una stuzzicante ironia.
«Desiderate qualcosa da bere o qualcosa per rinfrescarvi? Per l'agitazione del volo, intendo...» esordì, guardandomi dritto negli occhi con un luccichio divertito. Poi, abbassò ulteriormente la voce, lanciando un'occhiata d'approvazione per il seno in bella mostra. «O forse desiderate altro che non è presente sul carrello?»
Sentii una vampata di calore investirci il viso, mentre il plug dentro di me sembrava farsi ancora più pesante. Il mio fidanzato, per nulla intimorito, sostenne il suo sguardo con un sorriso audace, stringendo con decisione la mia coscia nuda. La hostess sostenne il gioco senza scomporsi. Ci diede quanto richiesto e prima di riprendere il carrello, ci guardò entrambi e, con assoluta spudoratezza, aggiunse a bassa voce: «Sapete... fate proprio una bellissima figura. Mi piacerebbe davvero tanto passare una vacanza insieme a voi due in Sicilia. Sono sicura che non ci si annoierebbe un secondo…»
Ci lasciò con un ultimo ammiccamento complice prima di spingere il carrello verso la fila successiva, lasciandomi completamente senza fiato, eccitata all'inverosimile e con il cuore a mille per il brivido di essere stata scoperta in quel modo così inaspettato.
Non appena il carrello delle bevande si allontanò di qualche fila, il mio fidanzato colse al volo l'occasione. Senza togliere la mano dalla mia coscia, tese il braccio e premette il pulsante di chiamata sopra le nostre teste.
Pochi istanti dopo, la hostess molto carina si voltò e, vedendo che eravamo noi, tornò indietro lungo il corridoio con un passo leggero e quel solito sorriso complice sulle labbra.
«Ditemi, posso aiutarvi in qualcosa?» chiese chinandosi leggermente verso di noi, con un tono che di formale non aveva più nulla.
«Sì, per favore. La mia ragazza è improvvisamente molto accaldata, le servirebbe un bicchiere d'acqua», rispose lui con una sfacciataggine che mi lasciò senza fiato. Mentre parlava, fece scorrere la sua mano lungo la coscia. La pressione decisa del suo palmo proprio contro la mia intimità mi fece sussultare.
Trattenni il respiro, stringendo le labbra per non emettere suoni. La hostess notò immediatamente la posizione della mano, ben visibile, e lo sguardo sul suo viso si fece ancora più intenso e divertito.
«Certamente, glielo porto subito», rispose lei, rimanendo però ferma a guardarci per prolungare quella breve chiacchierata clandestina. «Il volo per la Sicilia dura poco, ma vedo che sapete come far volare il tempo» disse, con gli occhi che le brillavano.
«Ci piace goderci il viaggio fin dal principio», ribatté il mio fidanzato, fissandola negli occhi. Poi, con una mossa fluida, usò l’altra mano per sfilare un bigliettino da visita dalla tasca interna della giacca e glielo tese. «Se l'offerta per la vacanza insieme era seria, qui ci sono i nostri contatti. Dimmi dove e quando atterri a Catania, e ti veniamo a prendere noi…o magari a Roma, se fai basi lì»
La hostess prese il biglietto con un movimento rapido, facendolo scivolare con destrezza nella tasca della sua divisa. «Grazie dell’offerta, mi farò viva», sussurrò con un ammiccamento malizioso, lo sguardo che indugiava ancora per un istante sulla mano di lui saldamente appoggiata in mezzo alle mie gambe. «Vado a prendere l'acqua»
Si allontanò lasciandomi con il sesso che pulsava selvaggiamente, eccitata all'idea di quello che sarebbe potuto succedere una volta arrivati in Sicilia con quella nuova e inaspettata complicità.
Il giorno della partenza, poco prima di lasciare l’appartamento, il mio ragazzo frugò all'interno del mio trolley e tirò fuori la minigonna cortissima. «Rimetti la gonna di lino in valigia. Il viaggio lo fai con questa. E non c'è bisogno che ti ricordi cosa non devi indossare sotto. E metti le scarpe con il tacco.»
Il fiato mi si mozzò in gola mentre guardavo quei pochi centimetri di tessuto. L'idea di affrontare non solo l'aeroporto, ma persino il tragitto in macchina completamente nuda sotto quel velo di stoffa mi fece girare la testa. Eppure, non riuscii a opporre resistenza, ero troppo eccitata all’idea. Andai in bagno, sfilai la biancheria intima e infilai la minigonna, sentendo l'aria fresca della stanza accarezzarmi la pelle scoperta delle cosce. Quando uscii, lui mi squadrò dalla testa ai piedi e, con lo sguardo pieno di approvazione, prese le chiavi ed uscimmo.
Il vero supplizio iniziò sul sedile posteriore del taxi diretto a Fiumicino. Appena l'auto si immise nel traffico di Roma, lui si voltò verso di me. Mi afferrò il ginocchio con decisione, spingendo la mia gamba verso l'esterno. «Niente gambe incrociate, e niente scuse. Per tutto il viaggio in taxi devi tenere le gambe leggermente aperte.»
«Ti prego, l'autista potrebbe guardare nello specchietto...» sussurrai, stringendo le mani sulla borsa a mano nel disperato tentativo di usarla come scudo.
«Togli la borsa, l’autista guarda la strada, tu pensa a fare quello che ti ho detto», ribatté lui a voce bassissima, la mano che risaliva lentamente l'interno della mia coscia nuda, fermandosi a un millimetro dal centro del mio piacere, proprio dove la pelle bruciava di più. «Voglio che entri nella parte ancor prima di arrivare al terminal.»
Passai l'intero tragitto sull'autostrada in uno stato di perenne e totale vulnerabilità. Ogni volta che il taxi sobbalzava su un avvallamento, e la consapevolezza di essere completamente esposta mi provocavano un grande disagio misto a eccitazione. Quando finalmente le insegne dell'aeroporto di Fiumicino apparvero all'orizzonte, ero già visibilmente sfinita e bagnata, con il cuore che batteva all'impazzata per il terrore di dover scendere dall'auto in quelle condizioni.
Arrivati ai varchi della sicurezza di Fiumicino, la tensione era diventata quasi insostenibile. La fila si muoveva lentamente e io cercavo disperatamente di tirare verso il basso quel lembo di tessuto della minigonna, con le cosce che continuavano a sfiorarsi a ogni passo, ricordandomi a ogni millimetro la totale assenza di biancheria intima. Il mio fidanzato mi camminava subito dietro, impassibile, godendosi ogni istante.
Misi la borsa e il trolley sul nastro trasportatore. Quando l'agente mi fece cenno di avanzare, respirai a fondo e attraversai lo scanner.
Un segnale acustico stridulo e improvviso spezzò il ronzio del terminal. Bip. Bip. Bip.
«Torni indietro, per favore», mi disse una donna in divisa alla fine del tunnel dello scanner, alzando una mano. Mi sentii raggelare il sangue. «Ha dimenticato qualche oggetto metallico addosso?»
«N-no, non credo», risposi con un filo di voce, sentendo gli occhi di tutta la fila puntati su di me. Guardai di scatto il mio fidanzato; nei suoi occhi non c'era traccia di preoccupazione, solo un'attesa maliziosa.
«Saranno i ferretti del reggiseno, o qualche inserto nelle calzature», intervenne un secondo agente, un uomo di mezza età con la divisa dell'aeroporto, indicando i miei piedi. «Signorina, per favore, torni indietro, tolga le scarpe e le metta in una vaschetta.»
Il panico mi strinse la gola. I miei sandali con il tacco non avevano ganci evidenti, ma forse qualche chiodo aveva fatto scattare l'allarme. Il vero problema, però, era un altro: per togliere quelle scarpe dovevo chinarmi. E con una minigonna così ridotta, senza nulla sotto, qualsiasi movimento inclinato sarebbe stato un disastro.
Tornai indietro verso i rulli con le gambe che mi tremavano. Mi avvicinai a una delle vaschette vuote e cercai di fare la manovra più cauta possibile. Provai a piegare le ginocchia tenendo il busto dritto per non sollevare il tessuto, ma i lacci del sandalo erano stretti e la posizione era instabile. Persi l'equilibrio per un millisecondo. Per non cadere, fui costretta a fare un movimento brusco, aprendo le gambe di scatto e piegando il busto in avanti.
L’agente allo scanner si trovò in lontananza la visuale completamente aperta sulla mia intimità esposta. Lo vidi sgranare gli occhi, l'espressione che passava dalla routine lavorativa a puro stupore. Il suo sguardo rimase inchiodato lì, sulla mia pelle nuda e visibilmente lucida per l'eccitazione del viaggio in taxi, per un secondo che parve un'eternità.
Arrossii così violentemente da sentire le orecchie fischiare. Con un movimento veloce mi tirai in piedi, e misi le scarpe nella vaschetta, senza trovare il coraggio di guardare nessuno in faccia. Sentivo il sesso pulsare selvaggiamente per l'adrenalina e la vergogna di essere forse stata scoperta in quel modo, proprio sotto gli occhi del mio uomo, che da dietro osservava la scena.
Ma il mio tormento non era ancora finito. Dopo aver superato nuovamente lo scanner, questa volta in totale silenzio e sotto lo sguardo visibilmente alterato dell'agente che non riusciva a staccarmi gli occhi di dosso, la vaschetta con le mie scarpe scivolò lungo il rullo, fermandosi proprio davanti a me.
Il problema si ripresentò identico, ma amplificato dalla consapevolezza di avere i suoi occhi puntati addosso. Dovevo rimettermi quei maledetti sandali.
«Fai con calma, tesoro», sussurrò il mio fidanzato da dietro, la sua voce intrisa di una calma sadica mentre recuperava il suo trolley, l’orologio e la cintura. Si posizionò in modo da godersi la scena da un'angolazione perfetta, senza fare il minimo movimento per aiutarmi.
Mi avvicinai alla panca di metallo lì vicino, sperando di sedermi, ma c'erano già altri passeggeri. Fui costretta a farlo in piedi. Sollevai il piede destro, cercando di infilare il cinturino senza flettere il busto, ma l'equilibrio precario mi tradì subito. Per evitare di oscillare, dovetti sollevare il ginocchio verso il petto e appoggiare il piede sulla panca. Fu un disastro. Il tessuto della minigonna salì davanti, scoprendo completamente la mia vulva.
Con le dita che tremavano per la vergogna e l'eccitazione, riuscii finalmente a chiudere la prima scarpa e poi, con movimenti rapidi e il viso in fiamme, la seconda. Diedi un colpo secco alla minigonna per rimetterla in posizione, incrociando per un millisecondo lo sguardo complice del mio fidanzato.
«Sei stata brava, in fondo non ti ha vista nessuno», mi sussurrò all'orecchio non appena afferrai la mia borsa dal nastro, stringendomi forte il fianco per spingermi verso la zona dei negozi. «Sei una visione. Ma adesso basta giocare. I bagni del terminal sono proprio lì davanti. È il momento di attappare il tuo buchetto.»
Afferrai l'oggetto di metallo freddo che lui mi porse in un corridoio laterale e mi infilai di corsa nei bagni del terminal, cercando la cabina più lontana e isolata. Richiusi la porta a chiave e mi appoggiai con la schiena contro il pannello di plastica, con il cuore che mi rimbombava fin dentro le orecchie.
Le mani mi tremavano vistosamente mentre guardavo il dispositivo. Era un plug di dimensioni medie: l'acciaio lucido rifletteva la luce fredda del neon e la base sembrava enorme rispetto a come mi sentivo in quel momento. La parte più larga del bulbo centrale mi fece deglutire.
Stupidamente non avevo lubrificanti con me. Sollevai la minigonna fino alla vita, lasciando i fianchi completamente liberi. Portai le dita alla bocca, bagnandole abbondantemente di saliva, per poi passarle sul metallo freddo e sulla mia intimità, che era già sensibilmente calda e reattiva per via di tutto quello che era successo ai controlli di sicurezza.
Mi accovacciai leggermente, poggiando la punta arrotondata contro l'ingresso teso della mia carne. Al primo contatto, il freddo dell'acciaio mi fece sobbalzare, strappandomi un gemito che riuscii a soffocare solo stringendo i denti.
Cominciai a spingere. Fu una fatica enorme. La tensione del luogo pubblico e le dimensioni del plug rendevano ogni millimetro una conquista dolorosa e incredibilmente intensa. Il muscolo opponeva resistenza, costringendomi a fermarmi a ogni minima spinta per riprendere fiato e ricominciare da capo, bagnando di nuovo il metallo con la saliva. Sentivo le pareti interne tendersi al limite, mentre un calore sordo e profondo cominciava a irradiarsi in tutto il bacino. «Andiamo... entra...» sussurrai a me stessa, con la fronte imperlata di sudore.
Feci un respiro profondo, espirai e spinsi con più decisione. Il bulbo centrale, superato il punto di massima resistenza, scivolò finalmente all'interno con un movimento repentino, venendo risucchiato e posizionandosi del tutto. Dopo aver contrastato per qualche minuto l’esigenza di espellerlo, la base piatta finalmente rimase aderente all’anello anale, sigillandolo, mentre il mio corpo reagiva a quella stimolazione profonda in modo incontrollabile. Passato il disagio, cominciai infatti a eccitarmi e a bagnarmi così tanto che le secrezioni, non trovando alcun freno a causa dell'assenza di mutandine, iniziarono a scivolare calde lungo l'interno delle cosce, rigando la pelle nuda fin sopra le ginocchia.
Ero completamente sopraffatta, piena, e sapevo che mancava ancora tutto il volo per la Sicilia. Ripulendomi alla meglio con un pezzo di carta e sistemando l'orlo della minigonna, sbloccai la porta del bagno per tornare da lui.
Dopo esserci imbarcati avevamo preso posto nella prima fila dell'aereo. Io sedevo vicino al finestrino, una posizione che mi lasciava completamente esposta alla vista degli assistenti di volo, considerando il maggiore spazio per le gambe che c’è per quei posti. La mancanza assoluta degli slip sotto la minigonna mi faceva percepire il fresco dell’aria condizionata, mentre il plug, spinto a fondo, continuava a mandarmi scariche di calore a ogni minimo movimento.
Il mio fidanzato, si sporse verso di me e, con un tono di voce basso ma che non ammetteva repliche, mi diede un nuovo ordine: «Laura, slaccia di più la camicia. Voglio che si veda chiaramente che non indossi il reggiseno».
Con il cuore che batteva all'impazzata, obbedii alle sue parole. Provavo una forte voglia di scoprirmi e di assecondare quel gioco fino in fondo, spinta da un'eccitazione che mi incendiava il sangue. Portai la mano al colletto della mia camicetta e slacciai i primi bottoni con dita ferme e decise, esponendo la pelle lucida di sudore e accaldata. L'unico vero freno era l'ansia temendo che il personale di bordo potesse redarguirmi davanti a tutti i passeggeri per un abbigliamento e un atteggiamento così spudorati. Ma ero talmente eccitata che rischiavo seriamente di perdere il controllo, lo stimolo del plug che premeva dentro di me mi stava portando al limite. Sentivo i muscoli contrarsi involontariamente attorno all'acciaio. Ogni volta che cercavo di trattenermi, il piacere diventava più acuto, tanto da farmi desiderare di sprofondare nel sedile per nascondere i brividi che mi scuotevano il bacino.
A peggiorare la mia deliziosa tortura, la mano del mio fidanzato si posò con decisione sulla mia coscia dal lato esterno. Le sue dita risalirono con calma studiata lungo la mia pelle nuda, agganciando l'orlo della minigonna dal suo lato. Senza fretta, iniziò a far scorrere la gonna verso l'alto, scoprendo progressivamente il fianco e lasciando che il tessuto si arricciasse quasi del tutto vicino alla mia anca, e chiunque fosse passato lungo il corridoio l’avrebbe potuto notare.
Dopo la partenza, lo steward con il carrello delle bevande superò la nostra fila, ma c’era una hostess dall’altra parte del carrello a servirci. Era una ragazza molto carina, con la divisa impeccabile e i capelli raccolti, che si muoveva con una grazia. La hostess si fermò esattamente di fianco a noi, bloccando il carrello. Guardò le mie gambe, poi la mano di lui, e infine sollevò gli occhi su di noi. Invece di irrigidirsi, sul suo viso si dipinse un sorriso incredibilmente complice e malizioso. Aveva capito perfettamente che stavamo giocando. Piegò leggermente il busto in avanti, riducendo la distanza, e parlò con un tono di voce basso, udibile solo a noi due, ma intriso di una stuzzicante ironia.
«Desiderate qualcosa da bere o qualcosa per rinfrescarvi? Per l'agitazione del volo, intendo...» esordì, guardandomi dritto negli occhi con un luccichio divertito. Poi, abbassò ulteriormente la voce, lanciando un'occhiata d'approvazione per il seno in bella mostra. «O forse desiderate altro che non è presente sul carrello?»
Sentii una vampata di calore investirci il viso, mentre il plug dentro di me sembrava farsi ancora più pesante. Il mio fidanzato, per nulla intimorito, sostenne il suo sguardo con un sorriso audace, stringendo con decisione la mia coscia nuda. La hostess sostenne il gioco senza scomporsi. Ci diede quanto richiesto e prima di riprendere il carrello, ci guardò entrambi e, con assoluta spudoratezza, aggiunse a bassa voce: «Sapete... fate proprio una bellissima figura. Mi piacerebbe davvero tanto passare una vacanza insieme a voi due in Sicilia. Sono sicura che non ci si annoierebbe un secondo…»
Ci lasciò con un ultimo ammiccamento complice prima di spingere il carrello verso la fila successiva, lasciandomi completamente senza fiato, eccitata all'inverosimile e con il cuore a mille per il brivido di essere stata scoperta in quel modo così inaspettato.
Non appena il carrello delle bevande si allontanò di qualche fila, il mio fidanzato colse al volo l'occasione. Senza togliere la mano dalla mia coscia, tese il braccio e premette il pulsante di chiamata sopra le nostre teste.
Pochi istanti dopo, la hostess molto carina si voltò e, vedendo che eravamo noi, tornò indietro lungo il corridoio con un passo leggero e quel solito sorriso complice sulle labbra.
«Ditemi, posso aiutarvi in qualcosa?» chiese chinandosi leggermente verso di noi, con un tono che di formale non aveva più nulla.
«Sì, per favore. La mia ragazza è improvvisamente molto accaldata, le servirebbe un bicchiere d'acqua», rispose lui con una sfacciataggine che mi lasciò senza fiato. Mentre parlava, fece scorrere la sua mano lungo la coscia. La pressione decisa del suo palmo proprio contro la mia intimità mi fece sussultare.
Trattenni il respiro, stringendo le labbra per non emettere suoni. La hostess notò immediatamente la posizione della mano, ben visibile, e lo sguardo sul suo viso si fece ancora più intenso e divertito.
«Certamente, glielo porto subito», rispose lei, rimanendo però ferma a guardarci per prolungare quella breve chiacchierata clandestina. «Il volo per la Sicilia dura poco, ma vedo che sapete come far volare il tempo» disse, con gli occhi che le brillavano.
«Ci piace goderci il viaggio fin dal principio», ribatté il mio fidanzato, fissandola negli occhi. Poi, con una mossa fluida, usò l’altra mano per sfilare un bigliettino da visita dalla tasca interna della giacca e glielo tese. «Se l'offerta per la vacanza insieme era seria, qui ci sono i nostri contatti. Dimmi dove e quando atterri a Catania, e ti veniamo a prendere noi…o magari a Roma, se fai basi lì»
La hostess prese il biglietto con un movimento rapido, facendolo scivolare con destrezza nella tasca della sua divisa. «Grazie dell’offerta, mi farò viva», sussurrò con un ammiccamento malizioso, lo sguardo che indugiava ancora per un istante sulla mano di lui saldamente appoggiata in mezzo alle mie gambe. «Vado a prendere l'acqua»
Si allontanò lasciandomi con il sesso che pulsava selvaggiamente, eccitata all'idea di quello che sarebbe potuto succedere una volta arrivati in Sicilia con quella nuova e inaspettata complicità.
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