La voglia matta di Laura cresce (prima parte)
scritto il 2026-08-25 tempo di lettura 25 min
di
Massimo FKR
genere
esibizionismo
cura
A
Qualche settimana dopo, la routine di tutti i giorni sembrava aver ripreso il sopravvento nell'appartamento di Roma, ma sotto la superficie l'elettricità di quella notte fuori porta non si era mai spenta. I nostri sguardi erano diventati più densi, carichi di una complicità che non aveva più bisogno di parole, ed io ero sempre più consapevole del piacere che provavo a mostrarmi in situazioni particolari. Completamente assecondata dal mio fidanzato.
Una sera, mentre eravamo in cucina a preparare la cena, lui posò il bicchiere sul tavolo e mi guardò con un'espressione insolitamente seria.
«Laura, devo dirti una cosa importante», esordì, avvicinandosi alla penisola. «Il prossimo mese dovrò andare via per qualche giorno. C'è una riunione di lavoro importante in Sicilia. È un incontro aziendale di altissimo livello, hanno organizzato tutto nei minimi dettagli. Verranno discussi i successi fin qui raggiunti e le politiche aziendali dei prossimi anni.
Ma non si tratterà solo di un incontro di lavoro. La prima sera ci sarà una grande cena in un locale molto elegante, una di quelle serate fatte apposta per socializzare tra colleghi e, probabilmente, ci saranno altre serata organizzate al momento. Saremo un gruppo numeroso, persone che provengono da varie parti d'Italia e d'Europa. E io sarò l'unico a rappresentare la filiale di Roma. Per me è un importante riconoscimento di quanto ho fatto finora».
Un sorriso complice e malizioso mi piegò le labbra non appena finì di parlare. Posai i piatti sul tavolo, mi voltai lentamente e gli appoggiai le mani sul petto, guardandolo dritto negli occhi con orgoglio. Ma l'occasione era troppo ghiotta per lasciarmela sfuggire: un tavolo pieno di dirigenti e colleghi stranieri, tutti sconosciuti, in una città lontana…
«Allora vengo con te», dissi con voce bassa e suadente, facendo scivolare le dita lungo il colletto della sua camicia. «Ma…non ci vorrei venire come la tua fidanzata, troppo banale. E’ un’occasione d’oro per organizzare uno dei nostri giochi. Se vogliamo farlo di nuovo, mi porterai a quella cena formale e mi presenterai a tutti i tuoi colleghi come…come…una escort. Una di quelle da 1000 euro al giorno… Voglio che tutti i presenti a quel tavolo sappiano che sono una professionista, una merce costosa acquistata solo per accompagnarti e soddisfare ogni tuo capriccio durante la trasferta».
Sentire quella proposta così estrema e dettagliata lo lasciò per un istante senza fiato. L'idea di esibirmi davanti ai vertici e ai colleghi della sua azienda come una squillo d'alto bordo, colpì dritto al cuore la sua perversione. Vidi il suo sesso turgido premere con forza contro i pantaloni, mentre le sue mani si inchiodavano sui miei fianchi.
«Mille euro al giorno...», ripeté lui a mezza voce, con il respiro che si faceva già corto e affannoso. «E poi le spese del viaggio…penseranno tutti che sono un pazzo o un milionario. Ti guarderanno per tutta la sera cercando di capire cosa sono in grado di comprare con quei soldi».
«Esatto, amore», sussurrai, baciandogli il collo e sentendolo già completamente soggiogato. «E dovrò comportarmi esattamente come tale. Scegli tu il vestiario, ma ricorda: tutti devono credere che io sia lì solo perché mi hai pagata per godere».
«Non so, ci devo pensare… Fammi capire se altri colleghi verranno accompagnati, altrimenti dovrei far finta di averti incontrata lì, e non mi sembra opportuno. Però l’idea mi piace, saresti la mia troia in quei giorni e non potresti rifiutarmi nulla. Già…la MIA SCHIAVETTA…Fammici pensare»
«Andiamo a Taormina», disse lui due giorni dopo, mentre un sorriso carico di anticipazione perversa gli distendeva i lineamenti del viso. «Laggiù farà già abbastanza caldo. È lo scenario perfetto per mostrare tutte le tue virtù».
Le sue mani si strinsero con più decisione sui miei fianchi, attirandomi contro il suo corpo per farmi sentire quanto quell'idea lo stesse eccitando.
«Ma ascoltami bene, Laura.», continuò, con la voce ridotta a un sussurro deciso e autoritario. «Voglio che tu porti solo abiti estremamente eleganti e sensuali, cose che si addicano a una escort da mille euro al giorno, ma devono essere tutti capi di facile accesso. Niente cerniere complicate o bottoni infiniti. Voglio che basti un solo gesto per poterti scoprire o toccarti in qualunque momento, ovunque ci troviamo».
Si staccò leggermente da me, incrociando le braccia sul petto con l'aria di chi stava già pianificando la regia dell'intera trasferta.
«Alla biancheria intima invece ci penso io. Comprerò tutto prima di partire», aggiunse, e un lampo spietato gli accese lo sguardo. «Sceglierò i modelli più provocanti e sfacciati da farti mettere sotto quei vestiti. E non è tutto... porterò con me anche qualche giochetto. Voglio avere gli strumenti adatti per passare le serate, magari in compagnia, se i miei colleghi decideranno di unirsi a noi dopo cena, oppure in giro in qualche locale».
Quel programma così dettagliato, pianificato solo per espormi al pericolo, mi bloccò il respiro e mi fece pulsare intimamente per l'eccitazione. La trasferta in Sicilia si profilava come il palcoscenico perfetto per il nostro gioco più estremo. Mi rendevo conto che il mio fidanzato stava assumendo il controllo totale della situazione, escludendomi da ogni decisione e lasciandomi solo il compito di ubbidire.
Qualche giorno prima della partenza, lui tornò a casa con un borsone che non gli avevo mai visto prima. Lo posò sul letto matrimoniale con una lentezza deliberata, invitandomi ad avvicinarmi con un cenno del capo. I suoi occhi erano accesi da quella solita, torbida eccitazione che ormai guidava ogni nostro pensiero.
«Vieni a vedere cosa indosserai in Sicilia, Laura», disse a bassa voce, aprendo la zip del borsone.
Mi avvicinai al bordo del letto, sentendo il cuore accelerare il battito. Lui infilò la mano all'interno e tirò fuori due scatole di cartone rigido, lucide e prive di marchi, insieme a una busta di velluto scuro più pesante. Aprì la prima scatola, rivelando il contenuto: un completino intimo in pizzo nero completamente aperto nei punti strategici. Il reggiseno a balconcino aveva le coppe tagliate a metà, lasciando i capezzoli del tutto scoperti, mentre lo slip abbinato era un modello a perizoma aperto, privo di tessuto sulla zona del pube e dell'ano.
«Questo lo metterai la sera della cena aziendale, sotto l'abito da sera», sussurrò lui, facendomi scivolare il pizzo tra le dita per farmene sentire la consistenza. «I miei colleghi vedranno un vestito elegantissimo, ma io e te sapremo che sarai completamente accessibile a ogni mio tocco sotto il tavolo…».
Subito dopo aprì la seconda scatola, che conteneva due body, uno rosso fuoco fatto interamente di stringhe elastiche incrociate, un gioco di legami che avrebbe stretto e incorniciato le forme del mio corpo, lasciando scoperti i glutei e il petto. Il secondo un body accollato di pizzo nero, molto sexy, che avrebbero valorizzato seno e culo.
Ma la parte più inquietante e magnetica del borsone era la busta di velluto. Lui la afferrò e ne rovesciò il contenuto sul copriletto di raso. Davanti ai miei occhi comparvero gli strumenti che aveva pianificato di usare per le nostre serate in compagnia: un ovulo vibrante in silicone dotato di un piccolo telecomando a distanza, tre pinzette unite da una catenella, e un plug anale con un gioiello incastonato sulla base. Prese l'ovulo vibrante tra le dita e me lo mise in mano, facendolo scattare alla massima potenza con il telecomando. L'apparecchio iniziò a ronzare nel silenzio della stanza, emanando una vibrazione intensa.
«Questo lo indosserai ogni volta che usciamo dalla stanza», mi disse, fissandomi dritto negli occhi con un'insistenza febbrile, mentre la sua mano scendeva a toccarmi in mezzo alle gambe. «Il telecomando lo terrò io in tasca. Deciderò io quando accenderlo e a che intensità, mentre tu reciterai la parte della escort. Farai conversazione mentre questo ti farà vibrare dentro…ti farò diventare un lago» disse mentre continuava a palparmi la fica.
«E c'è un'altra cosa, Laura», aggiunse subito dopo, la voce che si faceva ancora più bassa e carica di una determinazione maliziosa. Con la punta del dito indicò il plug anale con il gioiello che brillava sul copriletto di raso. «Questo non rimarrà nella valigia. Anche questo dovrai portarlo ogni sera, dal momento in cui usciremo dalla stanza d'hotel fino a quando non ci ritorneremo», mi ordinò, stringendomi un gluteo con forza per farmi capire che non ammetteva repliche. «Il gioiello starà lì, nascosto sotto l'abito da sera, pronto a brillare non appena deciderò di scoprirti davanti a qualcuno».
Sentire quel programma così spietato, e vedere quegli oggetti pronti per essere usati su di me davanti ad altre persone, mi provocò un'ondata di calore improvvisa che mi fece bagnare all'istante, confermando che il viaggio a Taormina avrebbe superato ogni limite precedente.
«Anzi, ho deciso, si cambia programma», mi disse all'improvviso, molto sicuro di se, stringendo la presa sul mio sesso e avvicinando ancora di più le labbra al mio orecchio, mentre il suo respiro si faceva visibilmente più corto. «Non aspetteremo l'arrivo in Sicilia per indossarlo».
Lo guardai di scatto, interdetta, mentre la mia mano stringeva ancora il tessuto del completino in pizzo aperto rimasto sul letto.
«Lo indosserai già all'aeroporto di Roma», mi ordinò a bassa voce, con una determinazione maliziosa che mi fece vibrare i sensi. «Andrai nei bagni del terminal appena avremo superato il controllo di sicurezza. Voglio che tu te lo inserisca lì, prima ancora di salire sull'aereo. Voglio essere assolutamente certo che tu arriverai a destinazione già completamente infoiata, con quel metallo che ti spinge dentro. Voglio che la Sicilia ti accolga così, aperta».
Sentire quell'anticipazione così spietata e immediata, che trasformava persino il viaggio in aereo in una tortura di lussuria clandestina, mi provocò un'ulteriore, violentissima ondata di calore tra le cosce. L'idea di camminare tra i passeggeri del terminal e sedermi accanto a lui ad alta quota sapendo di avere il plug inserito e il gioiello nascosto sotto i vestiti mi tolse l'ultimo briciolo di fiato.
«Va bene, amore... farò come dici», risposi con un filo di voce, sentendo il sesso pulsare e bagnarsi ancora di più al pensiero di quello che mi aspettava già all’aeroporto.
«Allora, hai deciso cosa mettere in quel trolley oltre al vestito per la cena di gala, o vuoi che scelga io?» mi chiese lui, appoggiandosi allo stipite della porta con le braccia incrociate e quel sorriso sornione che mi mandava in cortocircuito il cervello.
«Sto facendo, sto facendo...» risposi, cercando di darmi un tono mentre sistemavo i capi sul letto. «Per il viaggio ho pensato a una gonna lunga e ampia in lino nero con un top morbido in seta a spalline. Niente elastici stretti, così quando sarò seduta in aereo... beh, hai capito. E ai piedi sandali bassi in cuoio, pratici per i controlli a Fiumicino.»
Lui fece un passo avanti, sollevando un sopracciglio mentre esaminava la pila di vestiti. «Intelligente. Ma per i giorni in Sicilia voglio qualcosa di altrettanto... accessibile. Hai preso una gonna a portafoglio?»
«Sì, guarda, questa qui al ginocchio», dissi mostrandogliela. «E ho aggiunto anche questa minigonna molto corta, per quando deciderai che le gambe devono restare completamente scoperte.»
«Ho preso anche dei prendisole leggeri in cotone per il giorno. Oh, e ho preso questo», dissi, tirando fuori un vestito lungo, elegantissimo, di un tessuto lucido e scuro. «Ha una particolarità... guarda dietro. C'è una fila di bottoni che corre lungo tutto il vestito.»
Lo sguardo di lui si accese «Meraviglioso. Ci vorrà un'eternità per abbottonarlo, ma io potrò decidere esattamente quanti lasciarne aperti durante la cena. E per il mare, invece? Cosa hai scelto per farmi impazzire in spiaggia?»
Sentii le guance andare a fuoco mentre tiravo fuori l'ultimo pezzo, un cyber-scampolo di tessuto elastico. «Ho preso questo costume da bagno molto ridotto. Il tassello è strettissimo, copre a malapena lo stretto necessario davanti... e dietro è praticamente un filo.»
Lui tese la mano, prese il bikini tra le dita e lo sollevò, studiandone le dimensioni minimali con evidente approvazione. «Questo è perfetto per la piscina dell'hotel. Ma voglio che tu lo indossi anche quando andrai in spiaggia. Voglio vedere quanti sguardi ti attirerai addosso, sapendo che solo io posso toccarti. Naturalmente porta anche quello bianco…»
«E poi un paio di pantaloni larghi con i tasconi», risposi, accarezzando il cotone leggero. «Sono comodi per le escursioni, e le tasche sono enormi... capienti abbastanza per nascondere qualsiasi cosa tu decise di farmi portare dietro.»
Lui si avvicinò di scatto, sfilandomi i pantaloni dalle mani. Infilò le dita dentro una delle grandi tasche, sagomando il tessuto dall'interno con una pressione decisa che mi fece sussultare.
«Mmm, l'idea mi piace, ma non ci siamo ancora», disse con voce bassa e deliberata, voltandosi a guardarmi negli occhi. «Taglia via la fodera interna di tutte le tasche, sia di quelle davanti che di quelle posteriori. Non credo ci sia bisogno di una sarta».
Lo guardai a bocca aperta, sentendo il cuore accelerare il battito. «Tagliare la fodera? Ma così…e poi dietro bisogna tagliare il tessuto, le tasche sono a toppa…»
«Esatto», mi interruppe, con un sorriso decisamente malizioso. «Così le tasche diventeranno solo dei passaggi diretti. Quando infilerò le mani lì dentro mentre siamo in giro, non troverò del tessuto, ma la tua pelle nuda. Sarai completamente accessibile in ogni momento, senza che nessuno intorno a noi possa accorgersene. Li useremo anche qui a Roma, sarà divertente». Un brivido violento mi attraversò la schiena mentre lui mi ripassava i pantaloni.
«Va bene...», sussurrai, con le dita che già tremavano al solo pensiero di ritrovarmi le sue mani addosso in mezzo alla folla.
«E ricorda di abbinarli a quelle camicette nude look che hai comprato il mese scorso» aggiunse «Voglio che si veda chiaramente che sotto non indossi nulla, soprattutto quando passeggeremo sotto il sole di Taormina.»
Il giorno della partenza, poco prima di lasciare l’appartamento, il mio ragazzo frugò all'interno del mio trolley e tirò fuori la minigonna cortissima. «Rimetti la gonna di lino in valigia. Il viaggio lo fai con questa. E non c'è bisogno che ti ricordi cosa non devi indossare sotto. E metti le scarpe con il tacco.»
Il fiato mi si mozzò in gola mentre guardavo quei pochi centimetri di tessuto. L'idea di affrontare non solo l'aeroporto, ma persino il tragitto in macchina completamente nuda sotto quel velo di stoffa mi fece girare la testa. Eppure, non riuscii a opporre resistenza, ero troppo eccitata all’idea. Andai in bagno, sfilai la biancheria intima e infilai la minigonna, sentendo l'aria fresca della stanza accarezzarmi la pelle scoperta delle cosce. Quando uscii, lui mi squadrò dalla testa ai piedi e, con lo sguardo pieno di approvazione, prese le chiavi ed uscimmo.
Il vero supplizio iniziò sul sedile posteriore del taxi diretto a Fiumicino. Appena l'auto si immise nel traffico di Roma, lui si voltò verso di me. Mi afferrò il ginocchio con decisione, spingendo la mia gamba verso l'esterno. «Niente gambe incrociate, e niente scuse. Per tutto il viaggio in taxi devi tenere le gambe leggermente aperte.»
«Ti prego, l'autista potrebbe guardare nello specchietto...» sussurrai, stringendo le mani sulla borsa a mano nel disperato tentativo di usarla come scudo.
«Togli la borsa, l’autista guarda la strada, tu pensa a fare quello che ti ho detto», ribatté lui a voce bassissima, la mano che risaliva lentamente l'interno della mia coscia nuda, fermandosi a un millimetro dal centro del mio piacere, proprio dove la pelle bruciava di più. «Voglio che entri nella parte ancor prima di arrivare al terminal.»
Passai l'intero tragitto sull'autostrada in uno stato di perenne e totale vulnerabilità. Ogni volta che il taxi sobbalzava su un avvallamento, e la consapevolezza di essere completamente esposta mi provocavano un grande disagio misto a eccitazione. Quando finalmente le insegne dell'aeroporto di Fiumicino apparvero all'orizzonte, ero già visibilmente sfinita e bagnata, con il cuore che batteva all'impazzata per il terrore di dover scendere dall'auto in quelle condizioni.
Arrivati ai varchi della sicurezza di Fiumicino, la tensione era diventata quasi insostenibile. La fila si muoveva lentamente e io cercavo disperatamente di tirare verso il basso quel lembo di tessuto della minigonna, con le cosce che continuavano a sfiorarsi a ogni passo, ricordandomi a ogni millimetro la totale assenza di biancheria intima. Il mio fidanzato mi camminava subito dietro, impassibile, godendosi ogni istante.
Misi la borsa e il trolley sul nastro trasportatore. Quando l'agente mi fece cenno di avanzare, respirai a fondo e attraversai lo scanner.
Un segnale acustico stridulo e improvviso spezzò il ronzio del terminal. Bip. Bip. Bip.
«Torni indietro, per favore», mi disse una donna in divisa alla fine del tunnel dello scanner, alzando una mano. Mi sentii raggelare il sangue. «Ha dimenticato qualche oggetto metallico addosso?»
«N-no, non credo», risposi con un filo di voce, sentendo gli occhi di tutta la fila puntati su di me. Guardai di scatto il mio fidanzato; nei suoi occhi non c'era traccia di preoccupazione, solo un'attesa maliziosa.
«Saranno i ferretti del reggiseno, o qualche inserto nelle calzature», intervenne un secondo agente, un uomo di mezza età con la divisa dell'aeroporto, indicando i miei piedi. «Signorina, per favore, torni indietro, tolga le scarpe e le metta in una vaschetta.»
Il panico mi strinse la gola. I miei sandali con il tacco non avevano ganci evidenti, ma forse qualche chiodo aveva fatto scattare l'allarme. Il vero problema, però, era un altro: per togliere quelle scarpe dovevo chinarmi. E con una minigonna così ridotta, senza nulla sotto, qualsiasi movimento inclinato sarebbe stato un disastro.
Tornai indietro verso i rulli con le gambe che mi tremavano. Mi avvicinai a una delle vaschette vuote e cercai di fare la manovra più cauta possibile. Provai a piegare le ginocchia tenendo il busto dritto per non sollevare il tessuto, ma i lacci del sandalo erano stretti e la posizione era instabile. Persi l'equilibrio per un millisecondo. Per non cadere, fui costretta a fare un movimento brusco, aprendo le gambe di scatto e piegando il busto in avanti.
L’agente allo scanner si trovò in lontananza la visuale completamente aperta sulla mia intimità esposta. Lo vidi sgranare gli occhi, l'espressione che passava dalla routine lavorativa a puro stupore. Il suo sguardo rimase inchiodato lì, sulla mia pelle nuda e visibilmente lucida per l'eccitazione del viaggio in taxi, per un secondo che parve un'eternità.
Arrossii così violentemente da sentire le orecchie fischiare. Con un movimento veloce mi tirai in piedi, e misi le scarpe nella vaschetta, senza trovare il coraggio di guardare nessuno in faccia. Sentivo il sesso pulsare selvaggiamente per l'adrenalina e la vergogna di essere forse stata scoperta in quel modo, proprio sotto gli occhi del mio uomo, che da dietro osservava la scena.
Ma il mio tormento non era ancora finito. Dopo aver superato nuovamente lo scanner, questa volta in totale silenzio e sotto lo sguardo visibilmente alterato dell'agente che non riusciva a staccarmi gli occhi di dosso, la vaschetta con le mie scarpe scivolò lungo il rullo, fermandosi proprio davanti a me.
Il problema si ripresentò identico, ma amplificato dalla consapevolezza di avere i suoi occhi puntati addosso. Dovevo rimettermi quei maledetti sandali.
«Fai con calma, tesoro», sussurrò il mio fidanzato da dietro, la sua voce intrisa di una calma sadica mentre recuperava il suo trolley, l’orologio e la cintura. Si posizionò in modo da godersi la scena da un'angolazione perfetta, senza fare il minimo movimento per aiutarmi.
Mi avvicinai alla panca di metallo lì vicino, sperando di sedermi, ma c'erano già altri passeggeri. Fui costretta a farlo in piedi. Sollevai il piede destro, cercando di infilare il cinturino senza flettere il busto, ma l'equilibrio precario mi tradì subito. Per evitare di oscillare, dovetti sollevare il ginocchio verso il petto e appoggiare il piede sulla panca. Fu un disastro. Il tessuto della minigonna salì davanti, scoprendo completamente la mia vulva.
Con le dita che tremavano per la vergogna e l'eccitazione, riuscii finalmente a chiudere la prima scarpa e poi, con movimenti rapidi e il viso in fiamme, la seconda. Diedi un colpo secco alla minigonna per rimetterla in posizione, incrociando per un millisecondo lo sguardo complice del mio fidanzato.
«Sei stata brava, in fondo non ti ha vista nessuno», mi sussurrò all'orecchio non appena afferrai la mia borsa dal nastro, stringendomi forte il fianco per spingermi verso la zona dei negozi. «Sei una visione. Ma adesso basta giocare. I bagni del terminal sono proprio lì davanti. È il momento di attappare il tuo buchetto.»
Afferrai l'oggetto di metallo freddo che lui mi porse in un corridoio laterale e mi infilai di corsa nei bagni del terminal, cercando la cabina più lontana e isolata. Richiusi la porta a chiave e mi appoggiai con la schiena contro il pannello di plastica, con il cuore che mi rimbombava fin dentro le orecchie.
Le mani mi tremavano vistosamente mentre guardavo il dispositivo. Era un plug di dimensioni medie: l'acciaio lucido rifletteva la luce fredda del neon e la base sembrava enorme rispetto a come mi sentivo in quel momento. La parte più larga del bulbo centrale mi fece deglutire.
Stupidamente non avevo lubrificanti con me. Sollevai la minigonna fino alla vita, lasciando i fianchi completamente liberi. Portai le dita alla bocca, bagnandole abbondantemente di saliva, per poi passarle sul metallo freddo e sulla mia intimità, che era già sensibilmente calda e reattiva per via di tutto quello che era successo ai controlli di sicurezza.
Mi accovacciai leggermente, poggiando la punta arrotondata contro l'ingresso teso della mia carne. Al primo contatto, il freddo dell'acciaio mi fece sobbalzare, strappandomi un gemito che riuscii a soffocare solo stringendo i denti.
Cominciai a spingere. Fu una fatica enorme. La tensione del luogo pubblico e le dimensioni del plug rendevano ogni millimetro una conquista dolorosa e incredibilmente intensa. Il muscolo opponeva resistenza, costringendomi a fermarmi a ogni minima spinta per riprendere fiato e ricominciare da capo, bagnando di nuovo il metallo con la saliva. Sentivo le pareti interne tendersi al limite, mentre un calore sordo e profondo cominciava a irradiarsi in tutto il bacino. «Andiamo... entra...» sussurrai a me stessa, con la fronte imperlata di sudore.
Feci un respiro profondo, espirai e spinsi con più decisione. Il bulbo centrale, superato il punto di massima resistenza, scivolò finalmente all'interno con un movimento repentino, venendo risucchiato e posizionandosi del tutto. Dopo aver contrastato per qualche minuto l’esigenza di espellerlo, la base piatta finalmente rimase aderente all’anello anale, sigillandolo, mentre il mio corpo reagiva a quella stimolazione profonda in modo incontrollabile. Passato il disagio, cominciai infatti a eccitarmi e a bagnarmi così tanto che le secrezioni, non trovando alcun freno a causa dell'assenza di mutandine, iniziarono a scivolare calde lungo l'interno delle cosce, rigando la pelle nuda fin sopra le ginocchia.
Ero completamente sopraffatta, piena, e sapevo che mancava ancora tutto il volo per la Sicilia. Ripulendomi alla meglio con un pezzo di carta e sistemando l'orlo della minigonna, sbloccai la porta del bagno per tornare da lui.
Dopo esserci imbarcati avevamo preso posto nella prima fila dell'aereo. Io sedevo vicino al finestrino, una posizione che mi lasciava completamente esposta alla vista degli assistenti di volo, considerando il maggiore spazio per le gambe che c’è per quei posti. La mancanza assoluta degli slip sotto la minigonna mi faceva percepire il fresco dell’aria condizionata, mentre il plug, spinto a fondo, continuava a mandarmi scariche di calore a ogni minimo movimento.
Il mio fidanzato, si sporse verso di me e, con un tono di voce basso ma che non ammetteva repliche, mi diede un nuovo ordine: «Laura, slaccia di più la camicia. Voglio che si veda chiaramente che non indossi il reggiseno».
Con il cuore che batteva all'impazzata, obbedii alle sue parole. Provavo una forte voglia di scoprirmi e di assecondare quel gioco fino in fondo, spinta da un'eccitazione che mi incendiava il sangue. Portai la mano al colletto della mia camicetta e slacciai i primi bottoni con dita ferme e decise, esponendo la pelle lucida di sudore e accaldata. L'unico vero freno era l'ansia temendo che il personale di bordo potesse redarguirmi davanti a tutti i passeggeri per un abbigliamento e un atteggiamento così spudorati. Ma ero talmente eccitata che rischiavo seriamente di perdere il controllo, lo stimolo del plug che premeva dentro di me mi stava portando al limite. Sentivo i muscoli contrarsi involontariamente attorno all'acciaio. Ogni volta che cercavo di trattenermi, il piacere diventava più acuto, tanto da farmi desiderare di sprofondare nel sedile per nascondere i brividi che mi scuotevano il bacino.
A peggiorare la mia deliziosa tortura, la mano del mio fidanzato si posò con decisione sulla mia coscia dal lato esterno. Le sue dita risalirono con calma studiata lungo la mia pelle nuda, agganciando l'orlo della minigonna dal suo lato. Senza fretta, iniziò a far scorrere la gonna verso l'alto, scoprendo progressivamente il fianco e lasciando che il tessuto si arricciasse quasi del tutto vicino alla mia anca, e chiunque fosse passato lungo il corridoio l’avrebbe potuto notare.
Dopo la partenza, lo steward con il carrello delle bevande superò la nostra fila, ma c’era una hostess dall’altra parte del carrello a servirci. Era una ragazza molto carina, con la divisa impeccabile e i capelli raccolti, che si muoveva con una certa grazia. La hostess si fermò esattamente di fianco a noi, bloccando il carrello. Guardò le mie gambe, poi la mano di lui, e infine sollevò gli occhi su di noi. Invece di irrigidirsi, sul suo viso si dipinse un sorriso incredibilmente complice e malizioso. Aveva capito perfettamente che stavamo giocando. Piegò leggermente il busto in avanti, riducendo la distanza, e parlò con un tono di voce basso, udibile solo a noi due, ma intriso di una stuzzicante ironia.
«Desiderate qualcosa da bere o qualcosa per rinfrescarvi? Per l'agitazione del volo, intendo...» esordì, guardandomi dritto negli occhi con un luccichio divertito. Poi, abbassò ulteriormente la voce, lanciando un'occhiata d'approvazione per il seno in bella mostra. «O forse desiderate altro che non è presente sul carrello?»
Sentii una vampata di calore investirci il viso, mentre il plug dentro di me sembrava farsi ancora più pesante. Il mio fidanzato, per nulla intimorito, sostenne il suo sguardo con un sorriso audace, stringendo con decisione la mia coscia nuda. La hostess sostenne il gioco senza scomporsi. Ci diede quanto richiesto e prima di riprendere il carrello, ci guardò entrambi e, con assoluta spudoratezza, aggiunse a bassa voce: «Sapete... fate proprio una bellissima figura. Mi piacerebbe davvero tanto passare una vacanza insieme a voi due in Sicilia. Sono sicura che non ci si annoierebbe un secondo…»
Ci lasciò con un ultimo ammiccamento complice prima di spingere il carrello verso la fila successiva, lasciandomi completamente senza fiato, eccitata all'inverosimile e con il cuore a mille per il brivido di essere stata scoperta in quel modo così inaspettato.
Non appena il carrello delle bevande si allontanò di qualche fila, il mio fidanzato colse al volo l'occasione. Senza togliere la mano dalla mia coscia, tese il braccio e premette il pulsante di chiamata sopra le nostre teste.
Pochi istanti dopo, la hostess molto carina si voltò e, vedendo che eravamo noi, tornò indietro lungo il corridoio con un passo leggero e quel solito sorriso complice sulle labbra.
«Ditemi, posso aiutarvi in qualcosa?» chiese chinandosi leggermente verso di noi, con un tono che di formale non aveva più nulla.
«Sì, per favore. La mia ragazza è improvvisamente molto accaldata, le servirebbe un bicchiere d'acqua», rispose lui con una sfacciataggine che mi lasciò senza fiato. Mentre parlava, fece scorrere la sua mano lungo la coscia. La pressione decisa del suo palmo proprio contro la mia intimità mi fece sussultare.
Trattenni il respiro, stringendo le labbra per non emettere suoni. La hostess notò immediatamente la posizione della mano, ben visibile, e lo sguardo sul suo viso si fece ancora più intenso e divertito.
«Certamente, glielo porto subito», rispose lei, rimanendo però ferma a guardarci per prolungare quella breve chiacchierata clandestina. «Il volo per la Sicilia dura poco, ma vedo che sapete come far volare il tempo» disse, con gli occhi che le brillavano.
«Ci piace goderci il viaggio fin dal principio», ribatté il mio fidanzato, fissandola negli occhi. Poi, con una mossa fluida, usò l’altra mano per sfilare un bigliettino da visita dalla tasca interna della giacca e glielo tese. «Se l'offerta per la vacanza insieme era seria, qui ci sono i nostri contatti. Dimmi dove e quando atterri a Catania, e ti veniamo a prendere noi…o magari a Roma, se fai basi lì»
La hostess prese il biglietto con un movimento rapido, facendolo scivolare con destrezza nella tasca della sua divisa. «Grazie dell’offerta, mi farò viva», sussurrò con un ammiccamento malizioso, lo sguardo che indugiava ancora per un istante sulla mano di lui saldamente appoggiata in mezzo alle mie gambe. «Vado a prendere l'acqua»
Si allontanò lasciandomi con il sesso che pulsava selvaggiamente, eccitata all'idea di quello che sarebbe potuto succedere una volta arrivati in Sicilia con quella nuova e inaspettata complicità.
Una sera, mentre eravamo in cucina a preparare la cena, lui posò il bicchiere sul tavolo e mi guardò con un'espressione insolitamente seria.
«Laura, devo dirti una cosa importante», esordì, avvicinandosi alla penisola. «Il prossimo mese dovrò andare via per qualche giorno. C'è una riunione di lavoro importante in Sicilia. È un incontro aziendale di altissimo livello, hanno organizzato tutto nei minimi dettagli. Verranno discussi i successi fin qui raggiunti e le politiche aziendali dei prossimi anni.
Ma non si tratterà solo di un incontro di lavoro. La prima sera ci sarà una grande cena in un locale molto elegante, una di quelle serate fatte apposta per socializzare tra colleghi e, probabilmente, ci saranno altre serata organizzate al momento. Saremo un gruppo numeroso, persone che provengono da varie parti d'Italia e d'Europa. E io sarò l'unico a rappresentare la filiale di Roma. Per me è un importante riconoscimento di quanto ho fatto finora».
Un sorriso complice e malizioso mi piegò le labbra non appena finì di parlare. Posai i piatti sul tavolo, mi voltai lentamente e gli appoggiai le mani sul petto, guardandolo dritto negli occhi con orgoglio. Ma l'occasione era troppo ghiotta per lasciarmela sfuggire: un tavolo pieno di dirigenti e colleghi stranieri, tutti sconosciuti, in una città lontana…
«Allora vengo con te», dissi con voce bassa e suadente, facendo scivolare le dita lungo il colletto della sua camicia. «Ma…non ci vorrei venire come la tua fidanzata, troppo banale. E’ un’occasione d’oro per organizzare uno dei nostri giochi. Se vogliamo farlo di nuovo, mi porterai a quella cena formale e mi presenterai a tutti i tuoi colleghi come…come…una escort. Una di quelle da 1000 euro al giorno… Voglio che tutti i presenti a quel tavolo sappiano che sono una professionista, una merce costosa acquistata solo per accompagnarti e soddisfare ogni tuo capriccio durante la trasferta».
Sentire quella proposta così estrema e dettagliata lo lasciò per un istante senza fiato. L'idea di esibirmi davanti ai vertici e ai colleghi della sua azienda come una squillo d'alto bordo, colpì dritto al cuore la sua perversione. Vidi il suo sesso turgido premere con forza contro i pantaloni, mentre le sue mani si inchiodavano sui miei fianchi.
«Mille euro al giorno...», ripeté lui a mezza voce, con il respiro che si faceva già corto e affannoso. «E poi le spese del viaggio…penseranno tutti che sono un pazzo o un milionario. Ti guarderanno per tutta la sera cercando di capire cosa sono in grado di comprare con quei soldi».
«Esatto, amore», sussurrai, baciandogli il collo e sentendolo già completamente soggiogato. «E dovrò comportarmi esattamente come tale. Scegli tu il vestiario, ma ricorda: tutti devono credere che io sia lì solo perché mi hai pagata per godere».
«Non so, ci devo pensare… Fammi capire se altri colleghi verranno accompagnati, altrimenti dovrei far finta di averti incontrata lì, e non mi sembra opportuno. Però l’idea mi piace, saresti la mia troia in quei giorni e non potresti rifiutarmi nulla. Già…la MIA SCHIAVETTA…Fammici pensare»
«Andiamo a Taormina», disse lui due giorni dopo, mentre un sorriso carico di anticipazione perversa gli distendeva i lineamenti del viso. «Laggiù farà già abbastanza caldo. È lo scenario perfetto per mostrare tutte le tue virtù».
Le sue mani si strinsero con più decisione sui miei fianchi, attirandomi contro il suo corpo per farmi sentire quanto quell'idea lo stesse eccitando.
«Ma ascoltami bene, Laura.», continuò, con la voce ridotta a un sussurro deciso e autoritario. «Voglio che tu porti solo abiti estremamente eleganti e sensuali, cose che si addicano a una escort da mille euro al giorno, ma devono essere tutti capi di facile accesso. Niente cerniere complicate o bottoni infiniti. Voglio che basti un solo gesto per poterti scoprire o toccarti in qualunque momento, ovunque ci troviamo».
Si staccò leggermente da me, incrociando le braccia sul petto con l'aria di chi stava già pianificando la regia dell'intera trasferta.
«Alla biancheria intima invece ci penso io. Comprerò tutto prima di partire», aggiunse, e un lampo spietato gli accese lo sguardo. «Sceglierò i modelli più provocanti e sfacciati da farti mettere sotto quei vestiti. E non è tutto... porterò con me anche qualche giochetto. Voglio avere gli strumenti adatti per passare le serate, magari in compagnia, se i miei colleghi decideranno di unirsi a noi dopo cena, oppure in giro in qualche locale».
Quel programma così dettagliato, pianificato solo per espormi al pericolo, mi bloccò il respiro e mi fece pulsare intimamente per l'eccitazione. La trasferta in Sicilia si profilava come il palcoscenico perfetto per il nostro gioco più estremo. Mi rendevo conto che il mio fidanzato stava assumendo il controllo totale della situazione, escludendomi da ogni decisione e lasciandomi solo il compito di ubbidire.
Qualche giorno prima della partenza, lui tornò a casa con un borsone che non gli avevo mai visto prima. Lo posò sul letto matrimoniale con una lentezza deliberata, invitandomi ad avvicinarmi con un cenno del capo. I suoi occhi erano accesi da quella solita, torbida eccitazione che ormai guidava ogni nostro pensiero.
«Vieni a vedere cosa indosserai in Sicilia, Laura», disse a bassa voce, aprendo la zip del borsone.
Mi avvicinai al bordo del letto, sentendo il cuore accelerare il battito. Lui infilò la mano all'interno e tirò fuori due scatole di cartone rigido, lucide e prive di marchi, insieme a una busta di velluto scuro più pesante. Aprì la prima scatola, rivelando il contenuto: un completino intimo in pizzo nero completamente aperto nei punti strategici. Il reggiseno a balconcino aveva le coppe tagliate a metà, lasciando i capezzoli del tutto scoperti, mentre lo slip abbinato era un modello a perizoma aperto, privo di tessuto sulla zona del pube e dell'ano.
«Questo lo metterai la sera della cena aziendale, sotto l'abito da sera», sussurrò lui, facendomi scivolare il pizzo tra le dita per farmene sentire la consistenza. «I miei colleghi vedranno un vestito elegantissimo, ma io e te sapremo che sarai completamente accessibile a ogni mio tocco sotto il tavolo…».
Subito dopo aprì la seconda scatola, che conteneva due body, uno rosso fuoco fatto interamente di stringhe elastiche incrociate, un gioco di legami che avrebbe stretto e incorniciato le forme del mio corpo, lasciando scoperti i glutei e il petto. Il secondo un body accollato di pizzo nero, molto sexy, che avrebbero valorizzato seno e culo.
Ma la parte più inquietante e magnetica del borsone era la busta di velluto. Lui la afferrò e ne rovesciò il contenuto sul copriletto di raso. Davanti ai miei occhi comparvero gli strumenti che aveva pianificato di usare per le nostre serate in compagnia: un ovulo vibrante in silicone dotato di un piccolo telecomando a distanza, tre pinzette unite da una catenella, e un plug anale con un gioiello incastonato sulla base. Prese l'ovulo vibrante tra le dita e me lo mise in mano, facendolo scattare alla massima potenza con il telecomando. L'apparecchio iniziò a ronzare nel silenzio della stanza, emanando una vibrazione intensa.
«Questo lo indosserai ogni volta che usciamo dalla stanza», mi disse, fissandomi dritto negli occhi con un'insistenza febbrile, mentre la sua mano scendeva a toccarmi in mezzo alle gambe. «Il telecomando lo terrò io in tasca. Deciderò io quando accenderlo e a che intensità, mentre tu reciterai la parte della escort. Farai conversazione mentre questo ti farà vibrare dentro…ti farò diventare un lago» disse mentre continuava a palparmi la fica.
«E c'è un'altra cosa, Laura», aggiunse subito dopo, la voce che si faceva ancora più bassa e carica di una determinazione maliziosa. Con la punta del dito indicò il plug anale con il gioiello che brillava sul copriletto di raso. «Questo non rimarrà nella valigia. Anche questo dovrai portarlo ogni sera, dal momento in cui usciremo dalla stanza d'hotel fino a quando non ci ritorneremo», mi ordinò, stringendomi un gluteo con forza per farmi capire che non ammetteva repliche. «Il gioiello starà lì, nascosto sotto l'abito da sera, pronto a brillare non appena deciderò di scoprirti davanti a qualcuno».
Sentire quel programma così spietato, e vedere quegli oggetti pronti per essere usati su di me davanti ad altre persone, mi provocò un'ondata di calore improvvisa che mi fece bagnare all'istante, confermando che il viaggio a Taormina avrebbe superato ogni limite precedente.
«Anzi, ho deciso, si cambia programma», mi disse all'improvviso, molto sicuro di se, stringendo la presa sul mio sesso e avvicinando ancora di più le labbra al mio orecchio, mentre il suo respiro si faceva visibilmente più corto. «Non aspetteremo l'arrivo in Sicilia per indossarlo».
Lo guardai di scatto, interdetta, mentre la mia mano stringeva ancora il tessuto del completino in pizzo aperto rimasto sul letto.
«Lo indosserai già all'aeroporto di Roma», mi ordinò a bassa voce, con una determinazione maliziosa che mi fece vibrare i sensi. «Andrai nei bagni del terminal appena avremo superato il controllo di sicurezza. Voglio che tu te lo inserisca lì, prima ancora di salire sull'aereo. Voglio essere assolutamente certo che tu arriverai a destinazione già completamente infoiata, con quel metallo che ti spinge dentro. Voglio che la Sicilia ti accolga così, aperta».
Sentire quell'anticipazione così spietata e immediata, che trasformava persino il viaggio in aereo in una tortura di lussuria clandestina, mi provocò un'ulteriore, violentissima ondata di calore tra le cosce. L'idea di camminare tra i passeggeri del terminal e sedermi accanto a lui ad alta quota sapendo di avere il plug inserito e il gioiello nascosto sotto i vestiti mi tolse l'ultimo briciolo di fiato.
«Va bene, amore... farò come dici», risposi con un filo di voce, sentendo il sesso pulsare e bagnarsi ancora di più al pensiero di quello che mi aspettava già all’aeroporto.
«Allora, hai deciso cosa mettere in quel trolley oltre al vestito per la cena di gala, o vuoi che scelga io?» mi chiese lui, appoggiandosi allo stipite della porta con le braccia incrociate e quel sorriso sornione che mi mandava in cortocircuito il cervello.
«Sto facendo, sto facendo...» risposi, cercando di darmi un tono mentre sistemavo i capi sul letto. «Per il viaggio ho pensato a una gonna lunga e ampia in lino nero con un top morbido in seta a spalline. Niente elastici stretti, così quando sarò seduta in aereo... beh, hai capito. E ai piedi sandali bassi in cuoio, pratici per i controlli a Fiumicino.»
Lui fece un passo avanti, sollevando un sopracciglio mentre esaminava la pila di vestiti. «Intelligente. Ma per i giorni in Sicilia voglio qualcosa di altrettanto... accessibile. Hai preso una gonna a portafoglio?»
«Sì, guarda, questa qui al ginocchio», dissi mostrandogliela. «E ho aggiunto anche questa minigonna molto corta, per quando deciderai che le gambe devono restare completamente scoperte.»
«Ho preso anche dei prendisole leggeri in cotone per il giorno. Oh, e ho preso questo», dissi, tirando fuori un vestito lungo, elegantissimo, di un tessuto lucido e scuro. «Ha una particolarità... guarda dietro. C'è una fila di bottoni che corre lungo tutto il vestito.»
Lo sguardo di lui si accese «Meraviglioso. Ci vorrà un'eternità per abbottonarlo, ma io potrò decidere esattamente quanti lasciarne aperti durante la cena. E per il mare, invece? Cosa hai scelto per farmi impazzire in spiaggia?»
Sentii le guance andare a fuoco mentre tiravo fuori l'ultimo pezzo, un cyber-scampolo di tessuto elastico. «Ho preso questo costume da bagno molto ridotto. Il tassello è strettissimo, copre a malapena lo stretto necessario davanti... e dietro è praticamente un filo.»
Lui tese la mano, prese il bikini tra le dita e lo sollevò, studiandone le dimensioni minimali con evidente approvazione. «Questo è perfetto per la piscina dell'hotel. Ma voglio che tu lo indossi anche quando andrai in spiaggia. Voglio vedere quanti sguardi ti attirerai addosso, sapendo che solo io posso toccarti. Naturalmente porta anche quello bianco…»
«E poi un paio di pantaloni larghi con i tasconi», risposi, accarezzando il cotone leggero. «Sono comodi per le escursioni, e le tasche sono enormi... capienti abbastanza per nascondere qualsiasi cosa tu decise di farmi portare dietro.»
Lui si avvicinò di scatto, sfilandomi i pantaloni dalle mani. Infilò le dita dentro una delle grandi tasche, sagomando il tessuto dall'interno con una pressione decisa che mi fece sussultare.
«Mmm, l'idea mi piace, ma non ci siamo ancora», disse con voce bassa e deliberata, voltandosi a guardarmi negli occhi. «Taglia via la fodera interna di tutte le tasche, sia di quelle davanti che di quelle posteriori. Non credo ci sia bisogno di una sarta».
Lo guardai a bocca aperta, sentendo il cuore accelerare il battito. «Tagliare la fodera? Ma così…e poi dietro bisogna tagliare il tessuto, le tasche sono a toppa…»
«Esatto», mi interruppe, con un sorriso decisamente malizioso. «Così le tasche diventeranno solo dei passaggi diretti. Quando infilerò le mani lì dentro mentre siamo in giro, non troverò del tessuto, ma la tua pelle nuda. Sarai completamente accessibile in ogni momento, senza che nessuno intorno a noi possa accorgersene. Li useremo anche qui a Roma, sarà divertente». Un brivido violento mi attraversò la schiena mentre lui mi ripassava i pantaloni.
«Va bene...», sussurrai, con le dita che già tremavano al solo pensiero di ritrovarmi le sue mani addosso in mezzo alla folla.
«E ricorda di abbinarli a quelle camicette nude look che hai comprato il mese scorso» aggiunse «Voglio che si veda chiaramente che sotto non indossi nulla, soprattutto quando passeggeremo sotto il sole di Taormina.»
Il giorno della partenza, poco prima di lasciare l’appartamento, il mio ragazzo frugò all'interno del mio trolley e tirò fuori la minigonna cortissima. «Rimetti la gonna di lino in valigia. Il viaggio lo fai con questa. E non c'è bisogno che ti ricordi cosa non devi indossare sotto. E metti le scarpe con il tacco.»
Il fiato mi si mozzò in gola mentre guardavo quei pochi centimetri di tessuto. L'idea di affrontare non solo l'aeroporto, ma persino il tragitto in macchina completamente nuda sotto quel velo di stoffa mi fece girare la testa. Eppure, non riuscii a opporre resistenza, ero troppo eccitata all’idea. Andai in bagno, sfilai la biancheria intima e infilai la minigonna, sentendo l'aria fresca della stanza accarezzarmi la pelle scoperta delle cosce. Quando uscii, lui mi squadrò dalla testa ai piedi e, con lo sguardo pieno di approvazione, prese le chiavi ed uscimmo.
Il vero supplizio iniziò sul sedile posteriore del taxi diretto a Fiumicino. Appena l'auto si immise nel traffico di Roma, lui si voltò verso di me. Mi afferrò il ginocchio con decisione, spingendo la mia gamba verso l'esterno. «Niente gambe incrociate, e niente scuse. Per tutto il viaggio in taxi devi tenere le gambe leggermente aperte.»
«Ti prego, l'autista potrebbe guardare nello specchietto...» sussurrai, stringendo le mani sulla borsa a mano nel disperato tentativo di usarla come scudo.
«Togli la borsa, l’autista guarda la strada, tu pensa a fare quello che ti ho detto», ribatté lui a voce bassissima, la mano che risaliva lentamente l'interno della mia coscia nuda, fermandosi a un millimetro dal centro del mio piacere, proprio dove la pelle bruciava di più. «Voglio che entri nella parte ancor prima di arrivare al terminal.»
Passai l'intero tragitto sull'autostrada in uno stato di perenne e totale vulnerabilità. Ogni volta che il taxi sobbalzava su un avvallamento, e la consapevolezza di essere completamente esposta mi provocavano un grande disagio misto a eccitazione. Quando finalmente le insegne dell'aeroporto di Fiumicino apparvero all'orizzonte, ero già visibilmente sfinita e bagnata, con il cuore che batteva all'impazzata per il terrore di dover scendere dall'auto in quelle condizioni.
Arrivati ai varchi della sicurezza di Fiumicino, la tensione era diventata quasi insostenibile. La fila si muoveva lentamente e io cercavo disperatamente di tirare verso il basso quel lembo di tessuto della minigonna, con le cosce che continuavano a sfiorarsi a ogni passo, ricordandomi a ogni millimetro la totale assenza di biancheria intima. Il mio fidanzato mi camminava subito dietro, impassibile, godendosi ogni istante.
Misi la borsa e il trolley sul nastro trasportatore. Quando l'agente mi fece cenno di avanzare, respirai a fondo e attraversai lo scanner.
Un segnale acustico stridulo e improvviso spezzò il ronzio del terminal. Bip. Bip. Bip.
«Torni indietro, per favore», mi disse una donna in divisa alla fine del tunnel dello scanner, alzando una mano. Mi sentii raggelare il sangue. «Ha dimenticato qualche oggetto metallico addosso?»
«N-no, non credo», risposi con un filo di voce, sentendo gli occhi di tutta la fila puntati su di me. Guardai di scatto il mio fidanzato; nei suoi occhi non c'era traccia di preoccupazione, solo un'attesa maliziosa.
«Saranno i ferretti del reggiseno, o qualche inserto nelle calzature», intervenne un secondo agente, un uomo di mezza età con la divisa dell'aeroporto, indicando i miei piedi. «Signorina, per favore, torni indietro, tolga le scarpe e le metta in una vaschetta.»
Il panico mi strinse la gola. I miei sandali con il tacco non avevano ganci evidenti, ma forse qualche chiodo aveva fatto scattare l'allarme. Il vero problema, però, era un altro: per togliere quelle scarpe dovevo chinarmi. E con una minigonna così ridotta, senza nulla sotto, qualsiasi movimento inclinato sarebbe stato un disastro.
Tornai indietro verso i rulli con le gambe che mi tremavano. Mi avvicinai a una delle vaschette vuote e cercai di fare la manovra più cauta possibile. Provai a piegare le ginocchia tenendo il busto dritto per non sollevare il tessuto, ma i lacci del sandalo erano stretti e la posizione era instabile. Persi l'equilibrio per un millisecondo. Per non cadere, fui costretta a fare un movimento brusco, aprendo le gambe di scatto e piegando il busto in avanti.
L’agente allo scanner si trovò in lontananza la visuale completamente aperta sulla mia intimità esposta. Lo vidi sgranare gli occhi, l'espressione che passava dalla routine lavorativa a puro stupore. Il suo sguardo rimase inchiodato lì, sulla mia pelle nuda e visibilmente lucida per l'eccitazione del viaggio in taxi, per un secondo che parve un'eternità.
Arrossii così violentemente da sentire le orecchie fischiare. Con un movimento veloce mi tirai in piedi, e misi le scarpe nella vaschetta, senza trovare il coraggio di guardare nessuno in faccia. Sentivo il sesso pulsare selvaggiamente per l'adrenalina e la vergogna di essere forse stata scoperta in quel modo, proprio sotto gli occhi del mio uomo, che da dietro osservava la scena.
Ma il mio tormento non era ancora finito. Dopo aver superato nuovamente lo scanner, questa volta in totale silenzio e sotto lo sguardo visibilmente alterato dell'agente che non riusciva a staccarmi gli occhi di dosso, la vaschetta con le mie scarpe scivolò lungo il rullo, fermandosi proprio davanti a me.
Il problema si ripresentò identico, ma amplificato dalla consapevolezza di avere i suoi occhi puntati addosso. Dovevo rimettermi quei maledetti sandali.
«Fai con calma, tesoro», sussurrò il mio fidanzato da dietro, la sua voce intrisa di una calma sadica mentre recuperava il suo trolley, l’orologio e la cintura. Si posizionò in modo da godersi la scena da un'angolazione perfetta, senza fare il minimo movimento per aiutarmi.
Mi avvicinai alla panca di metallo lì vicino, sperando di sedermi, ma c'erano già altri passeggeri. Fui costretta a farlo in piedi. Sollevai il piede destro, cercando di infilare il cinturino senza flettere il busto, ma l'equilibrio precario mi tradì subito. Per evitare di oscillare, dovetti sollevare il ginocchio verso il petto e appoggiare il piede sulla panca. Fu un disastro. Il tessuto della minigonna salì davanti, scoprendo completamente la mia vulva.
Con le dita che tremavano per la vergogna e l'eccitazione, riuscii finalmente a chiudere la prima scarpa e poi, con movimenti rapidi e il viso in fiamme, la seconda. Diedi un colpo secco alla minigonna per rimetterla in posizione, incrociando per un millisecondo lo sguardo complice del mio fidanzato.
«Sei stata brava, in fondo non ti ha vista nessuno», mi sussurrò all'orecchio non appena afferrai la mia borsa dal nastro, stringendomi forte il fianco per spingermi verso la zona dei negozi. «Sei una visione. Ma adesso basta giocare. I bagni del terminal sono proprio lì davanti. È il momento di attappare il tuo buchetto.»
Afferrai l'oggetto di metallo freddo che lui mi porse in un corridoio laterale e mi infilai di corsa nei bagni del terminal, cercando la cabina più lontana e isolata. Richiusi la porta a chiave e mi appoggiai con la schiena contro il pannello di plastica, con il cuore che mi rimbombava fin dentro le orecchie.
Le mani mi tremavano vistosamente mentre guardavo il dispositivo. Era un plug di dimensioni medie: l'acciaio lucido rifletteva la luce fredda del neon e la base sembrava enorme rispetto a come mi sentivo in quel momento. La parte più larga del bulbo centrale mi fece deglutire.
Stupidamente non avevo lubrificanti con me. Sollevai la minigonna fino alla vita, lasciando i fianchi completamente liberi. Portai le dita alla bocca, bagnandole abbondantemente di saliva, per poi passarle sul metallo freddo e sulla mia intimità, che era già sensibilmente calda e reattiva per via di tutto quello che era successo ai controlli di sicurezza.
Mi accovacciai leggermente, poggiando la punta arrotondata contro l'ingresso teso della mia carne. Al primo contatto, il freddo dell'acciaio mi fece sobbalzare, strappandomi un gemito che riuscii a soffocare solo stringendo i denti.
Cominciai a spingere. Fu una fatica enorme. La tensione del luogo pubblico e le dimensioni del plug rendevano ogni millimetro una conquista dolorosa e incredibilmente intensa. Il muscolo opponeva resistenza, costringendomi a fermarmi a ogni minima spinta per riprendere fiato e ricominciare da capo, bagnando di nuovo il metallo con la saliva. Sentivo le pareti interne tendersi al limite, mentre un calore sordo e profondo cominciava a irradiarsi in tutto il bacino. «Andiamo... entra...» sussurrai a me stessa, con la fronte imperlata di sudore.
Feci un respiro profondo, espirai e spinsi con più decisione. Il bulbo centrale, superato il punto di massima resistenza, scivolò finalmente all'interno con un movimento repentino, venendo risucchiato e posizionandosi del tutto. Dopo aver contrastato per qualche minuto l’esigenza di espellerlo, la base piatta finalmente rimase aderente all’anello anale, sigillandolo, mentre il mio corpo reagiva a quella stimolazione profonda in modo incontrollabile. Passato il disagio, cominciai infatti a eccitarmi e a bagnarmi così tanto che le secrezioni, non trovando alcun freno a causa dell'assenza di mutandine, iniziarono a scivolare calde lungo l'interno delle cosce, rigando la pelle nuda fin sopra le ginocchia.
Ero completamente sopraffatta, piena, e sapevo che mancava ancora tutto il volo per la Sicilia. Ripulendomi alla meglio con un pezzo di carta e sistemando l'orlo della minigonna, sbloccai la porta del bagno per tornare da lui.
Dopo esserci imbarcati avevamo preso posto nella prima fila dell'aereo. Io sedevo vicino al finestrino, una posizione che mi lasciava completamente esposta alla vista degli assistenti di volo, considerando il maggiore spazio per le gambe che c’è per quei posti. La mancanza assoluta degli slip sotto la minigonna mi faceva percepire il fresco dell’aria condizionata, mentre il plug, spinto a fondo, continuava a mandarmi scariche di calore a ogni minimo movimento.
Il mio fidanzato, si sporse verso di me e, con un tono di voce basso ma che non ammetteva repliche, mi diede un nuovo ordine: «Laura, slaccia di più la camicia. Voglio che si veda chiaramente che non indossi il reggiseno».
Con il cuore che batteva all'impazzata, obbedii alle sue parole. Provavo una forte voglia di scoprirmi e di assecondare quel gioco fino in fondo, spinta da un'eccitazione che mi incendiava il sangue. Portai la mano al colletto della mia camicetta e slacciai i primi bottoni con dita ferme e decise, esponendo la pelle lucida di sudore e accaldata. L'unico vero freno era l'ansia temendo che il personale di bordo potesse redarguirmi davanti a tutti i passeggeri per un abbigliamento e un atteggiamento così spudorati. Ma ero talmente eccitata che rischiavo seriamente di perdere il controllo, lo stimolo del plug che premeva dentro di me mi stava portando al limite. Sentivo i muscoli contrarsi involontariamente attorno all'acciaio. Ogni volta che cercavo di trattenermi, il piacere diventava più acuto, tanto da farmi desiderare di sprofondare nel sedile per nascondere i brividi che mi scuotevano il bacino.
A peggiorare la mia deliziosa tortura, la mano del mio fidanzato si posò con decisione sulla mia coscia dal lato esterno. Le sue dita risalirono con calma studiata lungo la mia pelle nuda, agganciando l'orlo della minigonna dal suo lato. Senza fretta, iniziò a far scorrere la gonna verso l'alto, scoprendo progressivamente il fianco e lasciando che il tessuto si arricciasse quasi del tutto vicino alla mia anca, e chiunque fosse passato lungo il corridoio l’avrebbe potuto notare.
Dopo la partenza, lo steward con il carrello delle bevande superò la nostra fila, ma c’era una hostess dall’altra parte del carrello a servirci. Era una ragazza molto carina, con la divisa impeccabile e i capelli raccolti, che si muoveva con una certa grazia. La hostess si fermò esattamente di fianco a noi, bloccando il carrello. Guardò le mie gambe, poi la mano di lui, e infine sollevò gli occhi su di noi. Invece di irrigidirsi, sul suo viso si dipinse un sorriso incredibilmente complice e malizioso. Aveva capito perfettamente che stavamo giocando. Piegò leggermente il busto in avanti, riducendo la distanza, e parlò con un tono di voce basso, udibile solo a noi due, ma intriso di una stuzzicante ironia.
«Desiderate qualcosa da bere o qualcosa per rinfrescarvi? Per l'agitazione del volo, intendo...» esordì, guardandomi dritto negli occhi con un luccichio divertito. Poi, abbassò ulteriormente la voce, lanciando un'occhiata d'approvazione per il seno in bella mostra. «O forse desiderate altro che non è presente sul carrello?»
Sentii una vampata di calore investirci il viso, mentre il plug dentro di me sembrava farsi ancora più pesante. Il mio fidanzato, per nulla intimorito, sostenne il suo sguardo con un sorriso audace, stringendo con decisione la mia coscia nuda. La hostess sostenne il gioco senza scomporsi. Ci diede quanto richiesto e prima di riprendere il carrello, ci guardò entrambi e, con assoluta spudoratezza, aggiunse a bassa voce: «Sapete... fate proprio una bellissima figura. Mi piacerebbe davvero tanto passare una vacanza insieme a voi due in Sicilia. Sono sicura che non ci si annoierebbe un secondo…»
Ci lasciò con un ultimo ammiccamento complice prima di spingere il carrello verso la fila successiva, lasciandomi completamente senza fiato, eccitata all'inverosimile e con il cuore a mille per il brivido di essere stata scoperta in quel modo così inaspettato.
Non appena il carrello delle bevande si allontanò di qualche fila, il mio fidanzato colse al volo l'occasione. Senza togliere la mano dalla mia coscia, tese il braccio e premette il pulsante di chiamata sopra le nostre teste.
Pochi istanti dopo, la hostess molto carina si voltò e, vedendo che eravamo noi, tornò indietro lungo il corridoio con un passo leggero e quel solito sorriso complice sulle labbra.
«Ditemi, posso aiutarvi in qualcosa?» chiese chinandosi leggermente verso di noi, con un tono che di formale non aveva più nulla.
«Sì, per favore. La mia ragazza è improvvisamente molto accaldata, le servirebbe un bicchiere d'acqua», rispose lui con una sfacciataggine che mi lasciò senza fiato. Mentre parlava, fece scorrere la sua mano lungo la coscia. La pressione decisa del suo palmo proprio contro la mia intimità mi fece sussultare.
Trattenni il respiro, stringendo le labbra per non emettere suoni. La hostess notò immediatamente la posizione della mano, ben visibile, e lo sguardo sul suo viso si fece ancora più intenso e divertito.
«Certamente, glielo porto subito», rispose lei, rimanendo però ferma a guardarci per prolungare quella breve chiacchierata clandestina. «Il volo per la Sicilia dura poco, ma vedo che sapete come far volare il tempo» disse, con gli occhi che le brillavano.
«Ci piace goderci il viaggio fin dal principio», ribatté il mio fidanzato, fissandola negli occhi. Poi, con una mossa fluida, usò l’altra mano per sfilare un bigliettino da visita dalla tasca interna della giacca e glielo tese. «Se l'offerta per la vacanza insieme era seria, qui ci sono i nostri contatti. Dimmi dove e quando atterri a Catania, e ti veniamo a prendere noi…o magari a Roma, se fai basi lì»
La hostess prese il biglietto con un movimento rapido, facendolo scivolare con destrezza nella tasca della sua divisa. «Grazie dell’offerta, mi farò viva», sussurrò con un ammiccamento malizioso, lo sguardo che indugiava ancora per un istante sulla mano di lui saldamente appoggiata in mezzo alle mie gambe. «Vado a prendere l'acqua»
Si allontanò lasciandomi con il sesso che pulsava selvaggiamente, eccitata all'idea di quello che sarebbe potuto succedere una volta arrivati in Sicilia con quella nuova e inaspettata complicità.
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Massimo FKR
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