Maledetta tentazione. Capitolo 10 - Finale
di
Michael035
genere
tradimenti
Il sole del primo pomeriggio filtrava attraverso i pini secolari di Villa Ada, proiettando ombre lunghe e frastagliate sulla ghiaia bianca del sentiero. Avevo scelto un angolo isolato, lontano dai percorsi di jogging e dalle aree cani. C'eravamo solo io, una panchina di legno scrostata e il ronzio asfissiante delle cicale.
Era il palcoscenico perfetto per chiudere i conti.
Asia arrivò con dieci minuti di ritardo, un vizio che non aveva mai perso. Quando la vidi spuntare in fondo al viale, notai subito un cambiamento nella sua postura. Non era più la ragazza curva sotto il peso della disperazione che mi aveva implorato all'Acquacetosa. C'era una nuova rigidità nelle sue spalle, un passo quasi spavaldo. La notte precedente, sotto l'acqua bollente di quella doccia, le avevo restituito la sua sicurezza. Credeva di avermi di nuovo in pugno. Credeva che quel sesso disperato fosse stato il sigillo sul nostro nuovo inizio.
Si sedette accanto a me, togliendosi i grandi occhiali scuri con un gesto teatrale. I suoi occhi erano stanchi, ma accesi da un'impazienza febbrile. Senza esitare, mi posò una mano sulla coscia, stringendo il tessuto dei miei jeans.
«Non ho dormito per niente stanotte,» esordì. Il suo tono non era una richiesta di conforto, ma un'affermazione di possesso.
«Continuavo a pensare a noi. A ieri. È stato pazzesco, Michael.» Si sporse verso di me, abbassando la voce. «Ma ora basta nascondersi. Sono stanca di fare l'amante di riserva. Ho bisogno di sapere quando parli con quella. Glielo dici oggi che è finita, vero?»
Lasciai passare tre secondi esatti. Il silenzio si dilatò, denso e pesante, inghiottendo persino il frinire delle cicale.
Poi, con una lentezza calcolata, afferrai il suo polso. Non con rabbia, ma con la fermezza clinica di chi sposta un oggetto fastidioso. Le tolsi la mano dalla mia gamba e la lasciai cadere nello spazio vuoto tra noi.
Mi voltai a guardarla, spegnendo qualsiasi luce nei miei occhi. Niente empatia. Niente calore. Solo il vuoto.
«Non glielo dico, Asia,» scandii, la voce piatta e glaciale.
«Perché io non lascerò mai Chloe.»
Asia sbatté le palpebre, il respiro bloccato in gola. Un sorriso confuso le increspò le labbra, come se stesse aspettando la fine di una pessima battuta.
«Cosa... che cazzo stai dicendo? Ieri noi—»
«Ieri noi abbiamo scopato,» la interruppi, affilato come un rasoio.
«Io ho scaricato la tensione, e tu ti sei illusa. Ma era solo questo. L'ultimo giro di giostra.»
Il sorriso le morì sulla faccia, ma invece del pallore della sconfitta, vidi un rossore violento salirle lungo il collo. Il velo della finta vittima si stracciò in un istante. L'animale ferito lasciò il posto alla vipera che conoscevo fin troppo bene. La principessa arrogante di Roma Nord tornò in superficie in una frazione di secondo.
Si alzò di scatto dalla panchina, piantandosi davanti a me. Mi guardò dall'alto in basso, i pugni lungo i fianchi.
«Tu stai scherzando,» sibilò, la voce che tremava di rabbia pura.
«Tu sei venuto a casa mia, mi hai scopata come se non ci fosse un domani, mi hai fatto credere di volermi... per poi fare marcia indietro? Sei un pezzo di merda, Michael. Un fottuto, viscido pezzo di merda!»
Rimasi seduto, appoggiando la schiena allo schienale di legno, le braccia allargate in una postura di totale rilassatezza. Quella calma la fece impazzire ancora di più.
«Non è marcia indietro, Asia. È un rapporto che non può esistere.» dissi, guardandola negli occhi.
«Hai davvero creduto che sarei tornato da te a mettere i cerotti sulle ferite? Dopo quello che mi hai fatto?»
Lei fece una risata stridula, isterica, carica di veleno.
«Ah, ecco cos'è! La vendetta del povero sfigato dal cuore spezzato!» Sputò le parole con un disprezzo feroce.
«Credi di aver vinto qualcosa? Sei rimasto il solito cagnolino, Michael. Un poveraccio che ha dovuto fare tutto questo teatrino per sentirsi uomo per cinque minuti. Sei un pezzo di merda.»
«Io? Sei sicura?» chiesi, alzandomi in piedi davanti a lei, piantandole lo sguardo addosso. La mia voce scese di un'ottava.
«Ieri sera, prima di venire a scoparti, ho incontrato Federico fuori dalla palestra.»
Asia si pietrificò. L'arroganza si incrinò per un istante, sostituita da un lampo di panico puro, ma durò solo un secondo prima che la corazza d'odio si richiudesse.
«Mi ha raccontato tutto, Asia,» continuai, implacabile. «Di come lo hai cornificato per mesi con Francesco. Di come gli mentivi per coprire le tue fughe al mare. Sei sempre uguale, non cambi mai. E so perfettamente che lo hai lasciato semplicemente perché ti sei stufata. Non sei una vittima degli eventi. Sei l'artefice.»
«E tu saresti meglio di me?!» urlò lei, la voce che si spezzava, l'eco che rimbalzava contro gli alberi. Fece un passo verso di me, il dito puntato a un centimetro dalla mia faccia.
«Fai la morale a me, ma hai passato l'ultima settimana a tradire la tua preziosa fidanzatina! Le sorridi, la baci, le racconti puttanate e poi vieni a infilarti tra le mie gambe! Fai schifo, Michael. Sei esattamente come me!»
Incassai il colpo senza battere ciglio, perché sapevo che aveva ragione. Ma non glielo avrei mai data vinta. Feci un passo verso di lei, sovrastandola. Le fui addosso con la mia presenza, costringendola ad alzare il mento per guardarmi.
«Forse,» le dissi, il tono freddo come l'azoto liquido.
«Tu, però, ferisci la gente solo per gioco. Non c'è niente dentro di te, Asia. Solo noia e arroganza. Chloe è tutto quello che tu non sarai mai. È pura, è leale. Non si è mai sognata di usarmi come un giocattolo. Non lascerò mai una donna come lei per una che allarga le gambe al miglior offerente nel momento in cui le cose si fanno difficili.»
Vidi la sua mano partire. Uno schiaffo carico di tutta la sua frustrazione.
Fui più veloce. Le afferrai il polso a mezz'aria, bloccandolo a pochi centimetri dal mio viso. La stretta fu dura, punitiva. Asia ansimò, cercando di divincolarsi, gli occhi pieni di lacrime di rabbia e di un odio nerissimo.
«Lasciami,» ringhiò a denti stretti.
Le lasciai il polso con uno strattone. Asia vacillò all'indietro, massaggiandosi il braccio arrossato. Il petto le si alzava e abbassava freneticamente, il respiro corto. Mi guardò, e in quell'istante esatto vidi la rabbia spegnersi nei suoi occhi, sostituita da un'epifania devastante: aveva esaurito le cartucce. La guerra aperta non funzionava. Mi stava perdendo per sempre.
Ed è lì che Asia, messa all'angolo, usò l'arma più letale che possedeva.
Il velo di arroganza crollò del tutto. Il suo viso si contorse, sfigurato da una disperazione che questa volta non era recitata. Le lacrime che prima erano di frustrazione divennero un pianto silenzioso, rotto. Fece un passo verso di me, ma non per attaccarmi. Accorciò la distanza e alzò le mani, non per colpirmi, ma per aggrapparsi ai lembi della mia maglietta, come un naufrago disperato.
«Michael...» sussurrò. La sua voce si era incrinata, diventando improvvisamente infantile, tremante.
«Ti prego.»
Non mi scostai. Rimasi immobile, paralizzato dal calore delle sue dita sul mio petto. Il profumo della sua pelle mi invase le narici, una fragranza che conoscevo a memoria e che mi rimescolò il sangue all'istante.
«Non farlo,» mi supplicò, alzando il viso bagnato verso il mio. I suoi occhi scuri erano due abissi spalancati, carichi di tutto il nostro passato.
«Tu lo sai che non è così. Lo sai cosa c'è tra noi due. L'hai sempre saputo. Chloe è rassicurante, è facile... ti fa sentire al sicuro. Ma non è me, Michael. Lei non ti fa provare le cose che provi con me.»
Mi sfiorò il petto con il palmo della mano, proprio all'altezza del cuore, e sentii il respiro mancarmi.
«Ieri sera, sotto quella doccia... quando mi hai guardata e mi hai baciata prima di andartene... non era una farsa. Non dirmelo, perché non ti credo. Tu mi ami ancora, io lo sento. Tu mi ami, Michael, come io amo te. Siamo legati da anni. Abbiamo sbagliato entrambi, io ho fatto un casino e me ne pento, ma possiamo ricominciare. Michael... non buttare via tutto per orgoglio. Non lasciarmi sola... non ora.»
Le sue parole furono una fitta lancinante, dritta alla bocca dello stomaco. Aveva mirato con una precisione chirurgica al mio punto debole, perché sapeva perfettamente di avere ragione. Il mio cuore perse un battito. Per un istante, uno schifoso, fottuto istante di pura debolezza, l'istinto animale di stringerla a me, di dirle che andava tutto bene e di mandare al diavolo il resto del mondo, minacciò di travolgermi. Era una tossicodipendenza, un veleno che mi scorreva nelle vene, e lei era la mia dose.
Ma poi, nell'aria afosa di Villa Ada, rividi l'espressione di Chloe. Rividi i suoi occhi limpidi mentre mi preparava la colazione, la sua lealtà assoluta, la purezza di un amore che non chiedeva dazi da pagare. Non potevo condannare me stesso, e soprattutto lei, a questo schifo senza fine.
Alzai lentamente le mani. Afferrai i polsi di Asia, sentendo le sue ossa sottili sotto le mie dita. Con una dolcezza che mi costò letteralmente tutta l'energia che avevo in corpo, staccai le sue mani dalla mia maglietta.
«È vero,» le dissi, la voce ridotta a un sussurro roco e graffiato. Non c'era più odio nel mio tono, solo un'infinita, devastante stanchezza.
«Ieri sera, alla fine, non stavo mentendo. Una parte di me ti amerà sempre, Asia. E ti avrei dato il mondo intero... se solo fossi stata in grado di tenerlo.»
Lei scosse la testa freneticamente, le lacrime che le rigavano il trucco sbavato sulle guance.
«Posso farlo, Michael, te lo giuro, dammi una possibi—»
«No, non puoi,» la interruppi, chiudendo gli occhi per un secondo.
«Perché tu non ami me. Tu ami l'idea che io sia sempre qui, fermo ad aspettarti mentre tu giochi con i sentimenti degli altri. Ma io non posso più essere il tuo rifugio sicuro quando fuori c'è la tempesta, per poi essere scartato non appena esce il sole.»
Asia mi afferrò improvvisamente per le braccia, stringendo con una forza disperata. Mi costrinse a guardarla. Piantò i suoi occhi bagnati e febbricitanti dritti nei miei, pretendendo un contatto visivo che cercavo in tutti i modi di evitare.
«Guardami, Michael. Guardami in faccia,» pretese, la voce ridotta a un filo spezzato.
«Dimmelo negli occhi che non mi vuoi più. Guardami e dimmi che tra noi non può funzionare. Dimmelo ora.»
Sentii la gola stringersi in una morsa d'acciaio. Volevo mantenere quella maschera da carnefice cinico, volevo sputare l'ultima frase glaciale per chiudere la faccenda, ma guardarla davvero — vedere il fondo della sua anima distrutta, specchiata nella mia — fu come incassare un colpo proibito.
Presi un respiro tremante, lo sguardo inchiodato al suo.
«Asia... tra noi... non può funzionare,» sussurrai.
Ma mentre lo dicevo, la mia corazza si frantumò. Non riuscii a controllarlo. Sentii un calore bruciante salirmi agli occhi e, prima che potessi fare qualsiasi cosa per fermarla, una lacrima solitaria mi scivolò lungo la guancia. Calda, pesante, traditrice. Fu un'emozione pura, violenta, totalmente fuori dal mio controllo. La prova scientifica che, nonostante tutto il fango, lei aveva ancora la chiave per ridurmi a brandelli.
Asia vide quella lacrima. Il suo respiro si bloccò in gola e un sussulto le attraversò il petto. In quel frammento di secondo, la gravità sembrò ruotare intorno a noi, attirandoci in un vortice vecchio di anni.
Si sporse in avanti, lentamente, come calamitata dal mio dolore. Io non arretrai. La distanza si annullò fino a diventare insostenibile.
Le nostre labbra arrivarono a sfiorarsi. Fu un contatto millimetrico, quasi impercettibile, dove la pelle toccò la pelle in un brivido elettrico e disperato. I nostri respiri, caldi, corti e spezzati, si mescolarono nell'aria immobile del parco. Potevo sentire l'odore della sua pelle, il sapore salato delle sue lacrime a un millimetro dalla mia bocca. Tutto dentro di me gridava di colmare quel vuoto, di cedere all'inferno e baciarla fino a perdere il senso di chi fossi.
Ma ci fermammo lì. Restammo sospesi su quel baratro per tre secondi che parvero un'eternità, con le labbra che si cercavano senza trovarsi, consapevoli che un millimetro in più avrebbe significato la fine di tutto.
Non ci baciammo.
Mi staccai bruscamente, facendo un passo indietro, spezzando quel filo invisibile. Respiravo a fatica, la scia umida della lacrima che mi bruciava sulla guancia come un marchio a fuoco.
Non dissi una parola. Non c'erano lezioni di vita da dare, nessuna frase ad effetto, nessuna finta morale da recitare. Non c'era nessun trionfo. Ero solo un uomo svuotato, ferito a sangue per l'ennesima volta in un punto che credevo ormai cicatrizzato, anche se questa volta non avevo ambizioni, né speranze, né pretese di un finale diverso.
Mi voltai e me ne andai in assoluto silenzio.
I miei passi sulla ghiaia bianca non erano più quelli fieri di un vincitore, ma il rumore pesante di una ritirata. E mentre mi allontanavo, lasciandola alle mie spalle, sentivo il sapore amaro della cenere riempirmi la bocca, consapevole che, per distruggere lei, avevo dovuto sacrificare l'ultimo pezzo pulito di me stesso.
Stringevo il volante dell’auto così forte che le nocche mi erano diventate bianche. Lo specchietto retrovisore mi rimandava l’immagine di un volto che faticavo a riconoscere: lo sguardo spento, le labbra serrate, l’espressione di chi ha appena compiuto un lavoro sporco ma necessario. Le parole di Asia continuavano a rimbombarmi dentro come un'eco fastidiosa "Sei esattamente come me."
Improvvisamente, sul display della macchina partì lo squillo della suoneria, interrompendo quel silenzio opprimente. Sullo schermo lesi il nome: Marco - Procuratore.
Schiacciai il tasto sul volante per rispondere, grato per quella distrazione.
«Dimmi, Marco.»
«Mike! Hai risposto alla prima chiamata, e chè successo? meno male che mi hai risposto subito,» la voce del mio agente era un fiume in piena, carica di quell'eccitazione frenetica tipica di quando c'è qualcosa di grosso sotto.
«Senti, cancella tutto quello che ci siamo detti ieri. Si è mossa una società seria. Hai presente lo Stockport County?»
Aggrottai la fronte, svoltando verso la Tangenziale.
«Quelli appena promossi in League One?»
«Esatto, proprio loro. Ma ascoltami bene: non è la solita neopromossa che punta a salvarsi. Hanno una proprietà solida, una barca di soldi e un progetto serio. Vogliono fare il doppio salto. Stanno costruendo una squadra per lottare per la promozione in Championship già in due anni, e il mister vuole un centrocampista fisico e difensivo, uno che meni li dietro. Tu difendi, ichi ti affianca si occupa della costruzione manovra. Hanno chiamato qualche ora fa. Vogliono fissare un primo incontro a Manchester già nei prossimi giorni. Mike, questi fanno sul serio e sul piatto c'è un contratto che l'Exeter non ti darà, il rinnovo alle loro condizioni te lo sconsiglio. Che ne dici?»
In quel preciso istante, sentii qualcosa sbloccarsi dentro di me. La notizia di mercato funzionò come una scossa elettrica, una ventata d'aria fresca che spazzò via, anche se solo temporaneamente, l'odore di piastrelle bagnate, di lacrime e di rabbia che mi portavo addosso da Villa Ada. Il calcio, il mio passaporto per il futuro, stava bussando alla porta nel momento perfetto. Era la mia via di fuga dal fango di Roma.
«Dico che è perfetto, Marco, un contratto migliore per me equivale ad un aumento per te,» risposi, e per la prima volta in tutta la giornata la mia voce suonò viva, autentica.
«Fissa l'incontro. Dimmi dove e quando e io ci sono.»
«Grande bomber. Ti mando i dettagli stasera per mail. Tu intanto tieniti pronto.»
Staccai la chiamata e accelerai. La sensazione di essere "marcio" era evaporata, sostituita dall'adrenalina pura. Avevo una meta, un obiettivo concreto. La vendetta era alle spalle, il futuro era davanti.
Cinque minuti dopo stavo infilando le chiavi nella serratura di casa dei miei. Non appena spinsi la porta, venni investito dal rumore di alcune risate e dal fruscio inconfondibile di buste di carta. Sul tavolo del salotto c'erano sparsi sacchetti di marca, scontrini e un paio di vestiti nuovi ancora sulle grucce.
Sia mia madre che Chloe si voltarono verso di me. Erano raggianti, con le guance leggermente rosse per il caldo e per il pomeriggio passato in giro per i negozi del centro. Chloe indossava un top estivo leggero, i capelli legati in una coda alta, e non appena i suoi occhi incrociarono i miei, il suo viso si illuminò di quella purezza limpida che mi faceva sentire, al tempo stesso, l'uomo più fortunato del mondo e il più grande dei peccatori.
Vederla lì, così distante dalle ombre e dai giochetti tossici di Asia, mi spinse a fare l'unica cosa che il mio istinto mi gridava di fare: aggrapparmi a lei. Per salvarmi.
Feci tre passi rapidi, superando il tavolo delle buste. Chloe fece in tempo a dire
«Ehi, com'è andata—» che io l'aveva già presa per i fianchi, tirandola verso di me con una foga quasi disperata.
La baciai. Fu un bacio profondo, intenso, affamato, in cui riversai tutta la gratitudine per la sua esistenza e la necessità assoluta di cancellare il sapore di quel pomeriggio. Le mie mani le stringevano la schiena, mentre lei, sorpresa da quell'irruenza improvvisa ma felice, ricambiava stringendosi a me e infilando le dita tra i miei capelli.
Rimanemmo così per diversi secondi, completamente isolati dal resto della stanza, finché un colpo di tosse palesemente finto ci costrinse a staccarci.
Mia madre era ferma accanto al divano, con le mani sui fianchi e un sorriso sornione stampato in faccia, tipico delle donne romane che sanno perfettamente come smorzare i toni.
«Ahò, e andateci piano, eh! Che me fate venì i bollori pure a me alla mia età,» esclamò in dialetto stretto, sventolandosi una mano davanti al viso.
«Michael, guarda che stiamo in salotto, mica stai in camera tua! Daje il tempo de respirà a 'sta pora ragazza.»
Chloe arrossì di colpo, nascondendo il viso contro la mia spalla con una risatina imbarazzata, mentre io scoppiai a ridere, sentendo il petto finalmente leggero.
«Hai ragione, mà, scusa,» dissi, tenendo ancora un braccio stretto intorno alla vita di Chloe. Guardai entrambe, l'eccitazione che mi faceva brillare gli occhi. «Ma ho una notizia enorme. Ha appena chiamato Marco.»
Chloe sollevò subito la testa, stringendomi la mano.
«Il procuratore? Che ti ha detto?»
«Ci ha cercato lo Stockport County. Sono appena saliti in League One, hanno una proprietà seria e un progetto ambizioso per andare in Championship in due anni. Mi vogliono, ragazze. Vogliono fare un incontro a Manchester nei prossimi giorni per chiudere il contratto.»
Il salotto esplose. Chloe mi saltò letteralmente al collo, baciandomi le guance e ridendo di pura felicità. Contenta per la conferma, il trasferimento non era una scusa, pensò.
In quel momento di festa condivisa, circondato dal calore di mia madre e dall'amore pulito di Chloe, mi imposi di credere che tutto fosse davvero finito. Che il conto con il passato fosse saldato e che la macchia nera dentro di me stesse scomparendo. Ma mentre stringevo Chloe e guardavo le buste dello shopping sul tavolo, sapevo che quella gioia era solo un bellissimo anestetico. Il viaggio verso l'Inghilterra era vicino, ma la vera partita con la mia coscienza era appena iniziata.
UNA SETTIMANA DOPO:
Eravamo a Manchester già da una settimana, nel limbo di un hotel in attesa che la burocrazia del calciomercato facesse il suo corso. In quei sette giorni, di Asia non c’era stata la minima traccia. Il suo silenzio era assoluto, un muro di gomma contro cui rimbalzava ogni mio pensiero. Ma se da un lato quel vuoto radio avrebbe dovuto darmi la pace che cercavo, la realtà era molto più bastarda. In fondo a me, dove nessuno poteva guardare, io soffrivo. Era un dolore sordo, una specie di arto fantasma che continuava a bruciare anche se era stato amputato. Cercavo di scacciare la sua immagine con ogni mezzo — lo studio dei moduli del mister, le telefonate con i compagni dell'exeter, le lunghe camminate — ma quel maledetto pomeriggio a Villa Ada sembrava essersi tinto a fuoco sotto le mie palpebre. Ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo le sue lacrime, sentivo il brivido di quel quasi-bacio che ci aveva distrutti senza toccarci.
La mia mente era un campo di battaglia, ma il mondo fuori continuava a girare a velocità folle.
Il pomeriggio dell'accordo si era consumato in una saletta privata del The Ivy a Spinningfields, uno dei posti più esclusivi della città. Al tavolo eravamo io, il mio procuratore Marco, e Richard, il direttore sportivo dello Stockport County. Il progetto del club era pazzesco: erano appena saliti in League One, ma la proprietà aveva la possibilità economica e l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Championship in due anni. Volevano me al centro del villaggio. L'accordo economico con me era praticamente fatto, mancava solo l’intesa definitiva tra i club per il cartellino. C'era un sapore dolceamaro in tutto questo: l'Exeter City, l'altra squadra di League One che mi aveva cercato e in cui avevo militato anni prima, mi era rimasta nel cuore, ma non aveva reali speranze di crescita. Lo Stockport era il futuro. Il calcio spietato mi imponeva di non guardarmi indietro.
Dopo aver salutato Marco, rimasi solo nel centro di Manchester. L'aria era frizzante, tipicamente britannica. Decisi di camminare lungo Deansgate per calmarmi e per fare un regalo a Chloe. Lei si era sradicata da tutto per seguirmi, affrontando i miei silenzi e la mia tensione senza mai chiedere nulla in cambio. Volevo darle un segnale forte, qualcosa che le dicesse che non era una transizione, ma l'inizio della nostra vita insieme.
Entrai in una gioielleria dal design minimalista. Tra le teche illuminate, scartai anelli e bracciali: cercavo qualcosa di diverso. Lo trovai quasi subito. Era un portachiavi d'argento, pesante, d'un’eleganza geometrica e moderna. Su un lato c'era incisa la sagoma stilizzata di una casa, e sotto, in un corsivo leggerissimo, la parola Ours (Nostra). Lo comprai senza badare al prezzo, me lo feci incartare in una scatolina di velluto nero e me lo infilai nella tasca interna della giacca.
Fu un attimo dopo, proprio mentre spingevo la porta di vetro della gioielleria per rimettermi in strada, che il mondo si fermò.
A pochi metri da me, sul marciapiede bagnato di Deansgate, una ragazza camminava di spalle. Aveva un giacchetto estivo nero, simile allo stile di Asia, i capelli neri e lunghi che le ricadevano mossi sulle scapole, e soprattutto quel modo di camminare — fiero, leggermente rigido sulle spalle, un’arroganza posturale che avrei riconosciuto tra un milione.
Il cuore mi saltò letteralmente in gola, battendo un colpo così violento da farmi male al petto. L'adrenalina mi investì come una secchiata di acqua gelida. Asia. Il nome mi si incastrò nella laringe, mozzandomi il fiato. Feci due passi istintivi in avanti, con le mani che tremavano dentro le tasche, pronto a compiere la follia di chiamarla, di correre, di fermarla in mezzo alla folla inglese.
Poi la ragazza si voltò di profilo per guardare una vetrina.
Non era lei. I lineamenti erano diversi, gli occhi scuri, un'altra storia, un'altra vita. Una perfetta sconosciuta. La testa mi giocò un brutto scherzo, come poteva essere lei? Li a Manchester.
Il crollo dell'adrenalina fu devastante. Un secondo dopo, venni travolto da un senso di vuoto così immenso e voraginoso da lasciarmi senza forze. Mi mancò l'aria. Era una sensazione fisica, totalizzante, come se mi avessero asportato una parte interna e al suo posto fosse rimasta solo una cavità buia. In quel momento, circondato dai palazzi di Manchester e il portachiavi d'argento nella tasca, realizzai la verità più amara: mi mancava qualcosa. Qualcosa di fondamentale, di tossico e vitale al tempo stesso, che avevo lasciato su quella panchina a Roma e che nessuna firma, nessun successo, avrebbe mai potuto colmare.
Avevo un bisogno disperato di aggrapparmi alla luce di Clhoe per non affogare in quel vuoto.
La sera successiva, portai Chloe a cena da "Tattu" un ristorante spettacolare con alberi di ciliegio in fiore ricostruiti all'interno e luci soffuse che le facevano brillare gli occhi. Era bellissima, con un vestito di seta scura che le scivolava addosso e il sorriso rilassato di chi si sente finalmente al sicuro.
Avevamo parlato dell'incontro con Richard per tutta la cena. Lei mi aveva ascoltato incantata, proiettando già la nostra vita a Stockport.
Quando il cameriere sparecchiò i piatti del dessert, ordinammo due bicchieri di Porto. L'atmosfera era intima, calda, perfetta.
«Mi dispiacerà un po' per Exeter,» confessò lei, appoggiando i gomiti sul tavolo e intrecciando le dita.
«Ci siamo conosciuti lì. È stato il nostro primo capitolo.»
«È vero,» risposi, guardandola negli occhi. La luce delle candele le donava dei riflessi dorati sui capelli.
«Ma a me interessa solo chi c'è nel prossimo capitolo. Non dove lo scriviamo.»
Chloe sorrise, abbassando lo sguardo, leggermente imbarazzata per la mia dolcezza improvvisa. Infilai la mano nella giacca e tirai fuori la scatolina di velluto nero. La feci scivolare lentamente sul tavolo, fermandola a un palmo dalla sua mano.
«Cos'è questo?» chiese lei, sgranando gli occhi. Un velo di sorpresa le bloccò il respiro per un secondo.
«Apri.»
Chloe prese la scatolina con delicatezza, quasi avesse paura di romperla. Quando sollevò il coperchio, la luce si riflesse sul metallo. All'interno non c'era un gioiello da indossare, ma un portachiavi d'argento. Era spesso, pesante, dal design molto elegante e moderno. Su un lato c'era incisa una piccola, stilizzata sagoma di una casa, e sotto, in corsivo leggero, la parola: Ours (Nostra).
Chloe rimase a fissarlo per qualche secondo, senza dire una parola. Le labbra le si aprirono in un piccolo cerchio d'emozione. Quando alzò lo sguardo verso di me, aveva gli occhi lucidi.
«Michael...» sussurrò, la voce che le tremava.
«Un portachiavi?»
«Esatto,» dissi, sporgendomi verso di lei e prendendole la mano libera.
«So che ad Exeter stavi da me quasi tutte le sere, ma tecnicamente ognuno aveva la propria casa. Adesso la situazione cambia. Se firmo con lo Stockport, dovrò cercare una casa nuova. E non voglio cercare un posto per me dove tu vieni a trovarmi. Voglio cercare un posto per noi. Voglio che tu viva con me ufficialmente, Chloe.»
Una lacrima le sfuggì, scivolando rapida lungo la guancia, ma il suo sorriso era così radioso che mi scaldò il petto. Prese il portachiavi tra le dita, accarezzando l'incisione con il pollice.
«Vuoi davvero convivere?» mi chiese, quasi incredula. «Voglio dire, sei sicuro?»
«Non sono mai stato così sicuro di niente in vita mia,» risposi, e mentre pronunciavo quelle parole, mi resi conto che era la verità assoluta.
Lei si alzò dalla sedia, ignorando gli sguardi degli altri tavoli, e mi si buttò al collo. La strinsi forte, affondando il viso tra i suoi capelli. In quell'abbraccio c'era la mia redenzione, la mia lavagna pulita.
Mentre l'odore del suo profumo mi riempiva i polmoni, chiusi gli occhi e, per la prima volta da settimane, il pensiero di Asia non era li nella mia testa.
Il tragitto in taxi dal ristorante al nostro hotel fu un preludio silenzioso e carico di elettricità. Chloe teneva la mia mano stretta tra le sue, il pollice che accarezzava continuamente il metallo freddo del nuovo portachiavi, come se volesse assicurarsi che fosse tutto reale. Non c'era bisogno di parole; l'aria tra noi vibrava di una promessa che avevamo appena sigillato.
Quando la porta della nostra camera si chiuse alle nostre spalle con uno scatto sordo, il mondo esterno smise di esistere. Quella stanza d'albergo, con le luci calde della città che filtravano dalle grandi vetrate affacciate su Manchester, divenne il nostro santuario.
Le tolsi il soprabito facendolo scivolare dalle sue spalle, ma prima che potessi avvicinarmi per baciarla, fu lei a prendere l'iniziativa. Chloe, che di solito nei nostri momenti di intimità era sempre la parte più dolce, accogliente e tranquilla, quella sera aveva negli occhi una luce diversa. Una fame assoluta.
Mi afferrò per i risvolti della giacca, tirandomi a sé con una foga che mi sorprese e mi fece impazzire all'istante. Le sue labbra si scontrarono con le mie in un bacio profondo, umido, disperato. Sentii il sapore dolce del Porto mischiato al suo respiro caldo. Le sue mani scivolarono veloci sui bottoni della mia camicia, slacciandoli con un'urgenza che non le avevo mai visto addosso.
«Chloe...» sussurrai, a fior di labbra, mentre lei mi spingeva letteralmente verso il bordo del grande letto king-size.
«Zitto,» mormorò lei, il respiro corto.
«Abbiamo parlato abbastanza..»
Mi feci cadere seduto sul materasso, guardandola mentre si spogliava. Lasciò cadere il vestito di seta ai suoi piedi con un fruscio elegante, restando solo con la biancheria di pizzo nero. La luce soffusa della stanza accarezzava le curve morbide del suo corpo, rendendola un'apparizione perfetta. Era bellissima, ma era la sua determinazione a rendermi schiavo in quell'istante.
Senza mai staccarmi gli occhi di dosso, mi spinse la schiena contro i cuscini, finendomi di spogliare con mani tremanti ma decise.
Senza aspettare una risposta, si arrampicò sopra di me. Le sue cosce morbide ma toniche strinsero i miei fianchi, intrappolandomi sotto il suo peso caldo e accogliente. Indossava solo quel perizoma di pizzo nero che le faceva risaltare le curve perfette del suo corpo. le slacciai il reggiseno, le sue tette sode e libere oscillavano leggermente mentre si sistemava. La sua coda bionda le ballava sulle spalle, un contrasto erotico con la pelle pallida illuminata dalla luce della stanza.
«Non pensare a nient’altro,» disse lei, piegandosi in avanti per appoggiare le mani sul mio petto. Le sue dita affondarono nei miei muscoli, vicino al tatuaggio sul braccio, e sentii la punta delle sue unghie graffiare leggermente la pelle.
«Solo a noi.»
Scivolò in avanti, permettendo al mio cazzo già duro di sfiorare la sua figa bagnata attraverso il tessuto sottile. Il calore che emanava era bruciante. Con un movimento rapido, spostò il tessuto di lato e mi prese in mano, guidandomi verso la sua entrata. Non ci furono preliminari lunghi, non ce ne fu bisogno. Era pronta, bagnata e affamata.
Si abbassò lentamente, inghiottendomi centimetro per centimetro. La sua fica era stretta, calda e incredibilmente viva, le pareti muscolari che si contraevano intorno a me mentre mi accoglieva. Io emisi un respiro sussultoso, le mani che le afferrarono istintivamente i fianchi per sostenerla, ma lei scosse la testa.
«No,» ordinò, prendendomi i polsi e spostando le mani sul suo culo con una forza sorprendente.
«Stasera comando io.»
Non c'era niente della brutalità o dell'oscurità che avevo vissuto a Roma. Questo era un romanticismo estremo, viscerale. Era fare l'amore nel senso più puro e assoluto del termine.
Il suo controllo era assoluto. Iniziò a muoversi, un ritmo lento e tortuoso che faceva schiacciare il clitoride contro il mio pube. Ogni movimento era calcolato per massimizzare la sua piacere e il mio. I suoi occhi verdi erano incollati ai miei, scrutando nel profondo della mia anima, come se volesse estrarre ogni residuo di Asia e bruciarlo con la sua passione pura. Nei suoi occhi c'era una devozione che mi fece tremare il cuore.
«Ahh! Sei bellissimo... Ah sii!» gemette, mentre aumentava l'intensità. Il suo viso era contorto in una maschera di puro godimento, le labbra socchiuse, il respiro affannoso che si mescolava al mio.
«Dio, è bellissimo. Oddio ah, aah, ah!.»
Lei si liberò dal pensiero di Asia, o almeno così sembrava, dando il meglio di sé con una violenza dolce che mi spiazzò. Non era più la ragazza dolce che aspettava di essere presa; voleva dimostrarmi che è era lei la donna per me. Il suo corpo ondeggiava sopra di me in un crescendo di velocità e forza. Le sue tette rimbalzavano ritmicamente, e io non potevo fare a meno di leccarle e morderle quando si offrì abbastanza vicina, sentendo i suoi capezzoli indurirsi contro la mia lingua.
«Sì, leccale,» incitò, affondandomi ancora più a fondo dentro di lei. La sua voce era rotta, strappata dalle urla di piacere che non riusciva a trattenere.
«Scopami amore... Sii!.»
La stanza si riempì dei suoni del nostro sesso: il rumore delle palle che si scontrava contro il suo culo, lo sciacquio bagnato della sua figa che mi divorava, i nostri gemiti disperati che riempirono la stanza. Ero completamente in suo potere, sottomesso alla sua volontà, e quella sensazione di perdere il controllo con lei era elettrizzante.
Il mio orgasmo iniziò a costruirsi alla base della spina dorsale, un calore irreversibile che si diffuse velocemente. Lei lo sentì, forse dal modo in cui il mio respiro si fece corto e irregolare, o dal modo in cui il mio cazzo si indurì ulteriormente dentro di lei.
«Non venire ora,» sibilò lei, accelerando il ritmo fino a diventare un impeto frenetico. I suoi capelli mi frustavano il viso mentre si muoveva su e giù, una furia erotica.
«Se aumenti il ritmo non aiuti, mmh» dissi stringendo i denti e graffiando il suo culo.
«Allora vieni dentro. Voglio sentirmi riempire. Ah, sii! Ti amo, ti amo da morire»
Quelle parole furono la mia rovina. Con un urlo strozzato, alzai i fianchi per incontrare la sua discesa e esplodii. Onde di piacere mi travolsero mentre eiaculavo violentemente dentro di lei, riempiendola del mio sperma caldo. Lei non si fermò, continuando a cavalcarmi attraverso il mio orgasmo, prolungando l'estasi fino a quando non fui un tremendo mucchio di nervi sotto di lei.
Infine, crollò su di me, il respiro affannoso che riscaldava il mio collo. Mi bacio ripetutamente su tutto il collo. Restammo così, intrecciati, con il mio cazzo ancora a impalare la sua figa pulsante, mentre il nostro respiro tornava lentamente alla normalità. Le passai una mano tra i capelli bagnati di sudore, sentendo il profumo dolce della sua pelle che si mescolava al nostro odore di sesso.
«Ti amo,» mormorò lei, la voce spenta ma carica di una verità che mi fece male al petto.
La baciai sulla fronte, chiudendo gli occhi e stranamente non pensai ad Asia.
«Anche io, Chloe.» dissi, accarezzandole la schiena e i capelli.
Chloe era ancora sopra di me, il suo peso caldo e familiare sulle mie cosce. Sentivo il calore umido della nostra unione scivolare lungo l'interno delle mie gambe; il mio sperma, colava ancora lentamente dalla sua figa aperta, bagnandomi la pelle. Era una sensazione viscerale. La stanza si riempì solo del rumore dello scrocchiare dei nostri baci e dei nostri respiri affannati.
Chloe notò che il mio cazzo, esausto per il primo round, era ancora molle tra noi. Non disse nulla, ma i suoi occhi verdi mi fissarono con una determinazione che mandò un fremito lungo la mia schiena. Si spostò leggermente più in basso, lasciando una scia di umidità sul mio addome, e afferrò il mio cazzo con la mano destra. La sua presa ferma ma delicata iniziò a muoversi su e giù, sfregando la pelle sensibile, cercando di riaccendere la scintilla che si era spenta. Con la sinistra invece mi massaggiava le palle.
«Non dirmi che ti sei già arreso?» mormorò, con un sorriso malizioso che non aspettava una risposta.
Si chinò in avanti e, senza preavviso, si portò il cazzo in bocca. La lingua calda e umida avvolse la cappella, leccando via i residui del nostro sesso misti al sapore salato della mia pelle. I suoi movimenti erano ritmici, mi leccava dalla base delle mie palle, risalendo lungo l'asta fino a prendere in bocca entrambe le palle, mentre la sua mano continuava a segarmi vigorosamente. La vista dei suoi capelli biondi che ondeggiano mentre lo prendeva in bocca, unita al suono schioccante delle sue labbra umide, fu più potente di qualsiasi iniezione di adrenalina. Sentii il sangue affluire rapido, ingrossando le vene, rendendo il mio cazzo duro come la pietra in pochi secondi.
Quando sentì che ero pronto, Chloe sollevò lo sguardo, le labbra rosse e gonfie, ma non fece in tempo a reagire. La presi per le spalle e, con un movimento brusco dettato da un bisogno improvviso di controllo, la scaraventai contro il materasso. Lei emise un piccolo urlo di sorpresa, atterrando con la schiena sul lenzuolo disordinato. Prima che potesse rialzarsi, mi lanciai sopra di lei, bloccandole i polsi sopra la testa con entrambe le mani, schiacciandoli contro il cuscino.
«Adesso tocca a me,» sibilai, il mio viso a pochi centimetri dal suo.
Con una mano guidai il mio cazzo duro verso la sua entrata, ancora bagnata e aperta, e la penetrai con un colpo secco e deciso. Chloe inalò rumorosamente, gli occhi che si spalancarono nel momento in cui la riempii completamente. Non c'era spazio per la dolcezza ora; il mio corpo chiedeva di possedere il suo, di cancellare ogni altro pensiero dalla mia testa attraverso la frizione fisica.
«Baciami amore, baciami» mi disse. Io mi chinai per darle un lungo ed intenso bacio.
Iniziai a scoparla con spinte violente e profonde. Lei era completamente bloccata sotto di me, incapace di muovere le braccia, costretta a subire la mia forza. Ogni volta che entravo, il mio pube sbatteva contro il suo, schiacciando il clitoride e strappandole gemiti inarrestabili.
«Oh Dio... Michael... ti voglio» ansimava, la voce rotta dal piacere, mentre il suo corpo si contorceva sotto il mio peso, cercando disperatamente più contatto, più profondità.
Sentii i suoi muscoli vaginali stringermi, iniziare a contrarsi in modo irregolare. Stava arrivando. Il suo respiro si fece corto, affannoso, e i suoi occhi persero la messa a fuoco, fissando il vuoto. Non rallentai. Al contrario, aumentai l'intensità, spingendo ancora più forte, più a fondo, volendo sentire la sua anima vibrare contro la mia.
«Ah sii, Ahh sii, siii... vengoo, ooh ssii!»
«Vieni,» ordinai, e fu come se avessi premuto un grilletto.
Chloe inclinò la schiena in un arco impossibile, strappando le mani dalla mia presa per aggrapparsi a me e tirarmi completamente sopra di lei. Il suo orgasmo la travolse, facendola tremare da capo a piedi, e la sensazione della sua figa che pulsava e si chiudeva attorno al mio cazzo unita alla sensazione del suo corpo premuto contro il mio fu la fine anche per me. Non potevo trattenermi. L'onda di piacere montò dai miei testicoli, esplose lungo la colonna vertebrale e mi scaricò dentro di lei con una forza che mi fece vedere le stelle.
Per impedirle di urlare così forte da svegliare l'intero piano dell'hotel, mi chinai e la baciai, divorandole la bocca in un momento di puro eccesso. I nostri denti si scontrarono bruscamente, un dolore metallico e tagliente che si fuse perfettamente con l'estasi del rilascio. Continuai a spingere, eiaculando getti caldi dentro di lei, mescolandomi al liquido che già la riempiva, mentre la nostra saliva si mescolava in un bacio disperato e disordinato.
Ci staccammo lentamente, entrambi affannati, il petto che si alzava e abbassava all'unisono. Restammo così, faccia a faccia, a pochi centimetri di distanza, i nostri sguardi intrecciati in un silenzio carico di tutto ciò che eravamo e tutto ciò che avevamo appena fatto. I suoi occhi verdi erano velati di lacrime di piacere, lucidi e profondi.
Le passai un pollice sul labbro inferiore, gonfio e rosso per il morso che le avevo appena dato, e poi, lentamente, lo morsi di nuovo, sentendo il suo sapore metallico.
«Se solo mia. Ti amo,» mormorai contro la sua bocca, una preghiera e una maledizione insieme.
Lei sorrise, un'espressione stanchezza e soddisfazione pura, e mi strinse forte contro di sé, ignorando il caos dei nostri corpi e il disastro del letto. In quel momento, con la pioggia che continuava a battere contro il mondo esterno, non c'era spazio per Asia o per i sensi di colpa.
Quella notte sacrificammo il sonno. Le ore scivolarono via tra sussurri nel buio, carezze leggere e baci pigri. Parlammo della nostra nuova casa, di come l'avremmo arredata, dei progetti e di quanto fossimo fortunati ad averci creduto così tanto. Restammo svegli a guardarci, a toccarci, a confermarci l'un l'altro che era tutto vero.
Quando le prime luci dell'alba iniziarono a filtrare dalle tende dell'hotel, colorando la stanza di un azzurro pallido, guardai Chloe che finalmente si era assopita contro il mio petto.
Non ero un uomo perfetto. Avevo i miei demoni e avevo fatto cose di cui non andavo fiero.
Io rimasi sveglio ancora un po', mentre le luci dell'alba cominciarono ad illuminare la stanza. Guardai il soffitto, c'era un silenzio irreale. Sentivo solo il calore della pelle di Clhoe, il peso del suo respiro e la certezza che avevamo ricreato il nostro mondo, imperfetto ma nostro.
Un momento così intenso che riuscì a cancellare, almeno per un po’ — e speravo per sempre — quella maledetta tentazione.
. . ...FINE
Era il palcoscenico perfetto per chiudere i conti.
Asia arrivò con dieci minuti di ritardo, un vizio che non aveva mai perso. Quando la vidi spuntare in fondo al viale, notai subito un cambiamento nella sua postura. Non era più la ragazza curva sotto il peso della disperazione che mi aveva implorato all'Acquacetosa. C'era una nuova rigidità nelle sue spalle, un passo quasi spavaldo. La notte precedente, sotto l'acqua bollente di quella doccia, le avevo restituito la sua sicurezza. Credeva di avermi di nuovo in pugno. Credeva che quel sesso disperato fosse stato il sigillo sul nostro nuovo inizio.
Si sedette accanto a me, togliendosi i grandi occhiali scuri con un gesto teatrale. I suoi occhi erano stanchi, ma accesi da un'impazienza febbrile. Senza esitare, mi posò una mano sulla coscia, stringendo il tessuto dei miei jeans.
«Non ho dormito per niente stanotte,» esordì. Il suo tono non era una richiesta di conforto, ma un'affermazione di possesso.
«Continuavo a pensare a noi. A ieri. È stato pazzesco, Michael.» Si sporse verso di me, abbassando la voce. «Ma ora basta nascondersi. Sono stanca di fare l'amante di riserva. Ho bisogno di sapere quando parli con quella. Glielo dici oggi che è finita, vero?»
Lasciai passare tre secondi esatti. Il silenzio si dilatò, denso e pesante, inghiottendo persino il frinire delle cicale.
Poi, con una lentezza calcolata, afferrai il suo polso. Non con rabbia, ma con la fermezza clinica di chi sposta un oggetto fastidioso. Le tolsi la mano dalla mia gamba e la lasciai cadere nello spazio vuoto tra noi.
Mi voltai a guardarla, spegnendo qualsiasi luce nei miei occhi. Niente empatia. Niente calore. Solo il vuoto.
«Non glielo dico, Asia,» scandii, la voce piatta e glaciale.
«Perché io non lascerò mai Chloe.»
Asia sbatté le palpebre, il respiro bloccato in gola. Un sorriso confuso le increspò le labbra, come se stesse aspettando la fine di una pessima battuta.
«Cosa... che cazzo stai dicendo? Ieri noi—»
«Ieri noi abbiamo scopato,» la interruppi, affilato come un rasoio.
«Io ho scaricato la tensione, e tu ti sei illusa. Ma era solo questo. L'ultimo giro di giostra.»
Il sorriso le morì sulla faccia, ma invece del pallore della sconfitta, vidi un rossore violento salirle lungo il collo. Il velo della finta vittima si stracciò in un istante. L'animale ferito lasciò il posto alla vipera che conoscevo fin troppo bene. La principessa arrogante di Roma Nord tornò in superficie in una frazione di secondo.
Si alzò di scatto dalla panchina, piantandosi davanti a me. Mi guardò dall'alto in basso, i pugni lungo i fianchi.
«Tu stai scherzando,» sibilò, la voce che tremava di rabbia pura.
«Tu sei venuto a casa mia, mi hai scopata come se non ci fosse un domani, mi hai fatto credere di volermi... per poi fare marcia indietro? Sei un pezzo di merda, Michael. Un fottuto, viscido pezzo di merda!»
Rimasi seduto, appoggiando la schiena allo schienale di legno, le braccia allargate in una postura di totale rilassatezza. Quella calma la fece impazzire ancora di più.
«Non è marcia indietro, Asia. È un rapporto che non può esistere.» dissi, guardandola negli occhi.
«Hai davvero creduto che sarei tornato da te a mettere i cerotti sulle ferite? Dopo quello che mi hai fatto?»
Lei fece una risata stridula, isterica, carica di veleno.
«Ah, ecco cos'è! La vendetta del povero sfigato dal cuore spezzato!» Sputò le parole con un disprezzo feroce.
«Credi di aver vinto qualcosa? Sei rimasto il solito cagnolino, Michael. Un poveraccio che ha dovuto fare tutto questo teatrino per sentirsi uomo per cinque minuti. Sei un pezzo di merda.»
«Io? Sei sicura?» chiesi, alzandomi in piedi davanti a lei, piantandole lo sguardo addosso. La mia voce scese di un'ottava.
«Ieri sera, prima di venire a scoparti, ho incontrato Federico fuori dalla palestra.»
Asia si pietrificò. L'arroganza si incrinò per un istante, sostituita da un lampo di panico puro, ma durò solo un secondo prima che la corazza d'odio si richiudesse.
«Mi ha raccontato tutto, Asia,» continuai, implacabile. «Di come lo hai cornificato per mesi con Francesco. Di come gli mentivi per coprire le tue fughe al mare. Sei sempre uguale, non cambi mai. E so perfettamente che lo hai lasciato semplicemente perché ti sei stufata. Non sei una vittima degli eventi. Sei l'artefice.»
«E tu saresti meglio di me?!» urlò lei, la voce che si spezzava, l'eco che rimbalzava contro gli alberi. Fece un passo verso di me, il dito puntato a un centimetro dalla mia faccia.
«Fai la morale a me, ma hai passato l'ultima settimana a tradire la tua preziosa fidanzatina! Le sorridi, la baci, le racconti puttanate e poi vieni a infilarti tra le mie gambe! Fai schifo, Michael. Sei esattamente come me!»
Incassai il colpo senza battere ciglio, perché sapevo che aveva ragione. Ma non glielo avrei mai data vinta. Feci un passo verso di lei, sovrastandola. Le fui addosso con la mia presenza, costringendola ad alzare il mento per guardarmi.
«Forse,» le dissi, il tono freddo come l'azoto liquido.
«Tu, però, ferisci la gente solo per gioco. Non c'è niente dentro di te, Asia. Solo noia e arroganza. Chloe è tutto quello che tu non sarai mai. È pura, è leale. Non si è mai sognata di usarmi come un giocattolo. Non lascerò mai una donna come lei per una che allarga le gambe al miglior offerente nel momento in cui le cose si fanno difficili.»
Vidi la sua mano partire. Uno schiaffo carico di tutta la sua frustrazione.
Fui più veloce. Le afferrai il polso a mezz'aria, bloccandolo a pochi centimetri dal mio viso. La stretta fu dura, punitiva. Asia ansimò, cercando di divincolarsi, gli occhi pieni di lacrime di rabbia e di un odio nerissimo.
«Lasciami,» ringhiò a denti stretti.
Le lasciai il polso con uno strattone. Asia vacillò all'indietro, massaggiandosi il braccio arrossato. Il petto le si alzava e abbassava freneticamente, il respiro corto. Mi guardò, e in quell'istante esatto vidi la rabbia spegnersi nei suoi occhi, sostituita da un'epifania devastante: aveva esaurito le cartucce. La guerra aperta non funzionava. Mi stava perdendo per sempre.
Ed è lì che Asia, messa all'angolo, usò l'arma più letale che possedeva.
Il velo di arroganza crollò del tutto. Il suo viso si contorse, sfigurato da una disperazione che questa volta non era recitata. Le lacrime che prima erano di frustrazione divennero un pianto silenzioso, rotto. Fece un passo verso di me, ma non per attaccarmi. Accorciò la distanza e alzò le mani, non per colpirmi, ma per aggrapparsi ai lembi della mia maglietta, come un naufrago disperato.
«Michael...» sussurrò. La sua voce si era incrinata, diventando improvvisamente infantile, tremante.
«Ti prego.»
Non mi scostai. Rimasi immobile, paralizzato dal calore delle sue dita sul mio petto. Il profumo della sua pelle mi invase le narici, una fragranza che conoscevo a memoria e che mi rimescolò il sangue all'istante.
«Non farlo,» mi supplicò, alzando il viso bagnato verso il mio. I suoi occhi scuri erano due abissi spalancati, carichi di tutto il nostro passato.
«Tu lo sai che non è così. Lo sai cosa c'è tra noi due. L'hai sempre saputo. Chloe è rassicurante, è facile... ti fa sentire al sicuro. Ma non è me, Michael. Lei non ti fa provare le cose che provi con me.»
Mi sfiorò il petto con il palmo della mano, proprio all'altezza del cuore, e sentii il respiro mancarmi.
«Ieri sera, sotto quella doccia... quando mi hai guardata e mi hai baciata prima di andartene... non era una farsa. Non dirmelo, perché non ti credo. Tu mi ami ancora, io lo sento. Tu mi ami, Michael, come io amo te. Siamo legati da anni. Abbiamo sbagliato entrambi, io ho fatto un casino e me ne pento, ma possiamo ricominciare. Michael... non buttare via tutto per orgoglio. Non lasciarmi sola... non ora.»
Le sue parole furono una fitta lancinante, dritta alla bocca dello stomaco. Aveva mirato con una precisione chirurgica al mio punto debole, perché sapeva perfettamente di avere ragione. Il mio cuore perse un battito. Per un istante, uno schifoso, fottuto istante di pura debolezza, l'istinto animale di stringerla a me, di dirle che andava tutto bene e di mandare al diavolo il resto del mondo, minacciò di travolgermi. Era una tossicodipendenza, un veleno che mi scorreva nelle vene, e lei era la mia dose.
Ma poi, nell'aria afosa di Villa Ada, rividi l'espressione di Chloe. Rividi i suoi occhi limpidi mentre mi preparava la colazione, la sua lealtà assoluta, la purezza di un amore che non chiedeva dazi da pagare. Non potevo condannare me stesso, e soprattutto lei, a questo schifo senza fine.
Alzai lentamente le mani. Afferrai i polsi di Asia, sentendo le sue ossa sottili sotto le mie dita. Con una dolcezza che mi costò letteralmente tutta l'energia che avevo in corpo, staccai le sue mani dalla mia maglietta.
«È vero,» le dissi, la voce ridotta a un sussurro roco e graffiato. Non c'era più odio nel mio tono, solo un'infinita, devastante stanchezza.
«Ieri sera, alla fine, non stavo mentendo. Una parte di me ti amerà sempre, Asia. E ti avrei dato il mondo intero... se solo fossi stata in grado di tenerlo.»
Lei scosse la testa freneticamente, le lacrime che le rigavano il trucco sbavato sulle guance.
«Posso farlo, Michael, te lo giuro, dammi una possibi—»
«No, non puoi,» la interruppi, chiudendo gli occhi per un secondo.
«Perché tu non ami me. Tu ami l'idea che io sia sempre qui, fermo ad aspettarti mentre tu giochi con i sentimenti degli altri. Ma io non posso più essere il tuo rifugio sicuro quando fuori c'è la tempesta, per poi essere scartato non appena esce il sole.»
Asia mi afferrò improvvisamente per le braccia, stringendo con una forza disperata. Mi costrinse a guardarla. Piantò i suoi occhi bagnati e febbricitanti dritti nei miei, pretendendo un contatto visivo che cercavo in tutti i modi di evitare.
«Guardami, Michael. Guardami in faccia,» pretese, la voce ridotta a un filo spezzato.
«Dimmelo negli occhi che non mi vuoi più. Guardami e dimmi che tra noi non può funzionare. Dimmelo ora.»
Sentii la gola stringersi in una morsa d'acciaio. Volevo mantenere quella maschera da carnefice cinico, volevo sputare l'ultima frase glaciale per chiudere la faccenda, ma guardarla davvero — vedere il fondo della sua anima distrutta, specchiata nella mia — fu come incassare un colpo proibito.
Presi un respiro tremante, lo sguardo inchiodato al suo.
«Asia... tra noi... non può funzionare,» sussurrai.
Ma mentre lo dicevo, la mia corazza si frantumò. Non riuscii a controllarlo. Sentii un calore bruciante salirmi agli occhi e, prima che potessi fare qualsiasi cosa per fermarla, una lacrima solitaria mi scivolò lungo la guancia. Calda, pesante, traditrice. Fu un'emozione pura, violenta, totalmente fuori dal mio controllo. La prova scientifica che, nonostante tutto il fango, lei aveva ancora la chiave per ridurmi a brandelli.
Asia vide quella lacrima. Il suo respiro si bloccò in gola e un sussulto le attraversò il petto. In quel frammento di secondo, la gravità sembrò ruotare intorno a noi, attirandoci in un vortice vecchio di anni.
Si sporse in avanti, lentamente, come calamitata dal mio dolore. Io non arretrai. La distanza si annullò fino a diventare insostenibile.
Le nostre labbra arrivarono a sfiorarsi. Fu un contatto millimetrico, quasi impercettibile, dove la pelle toccò la pelle in un brivido elettrico e disperato. I nostri respiri, caldi, corti e spezzati, si mescolarono nell'aria immobile del parco. Potevo sentire l'odore della sua pelle, il sapore salato delle sue lacrime a un millimetro dalla mia bocca. Tutto dentro di me gridava di colmare quel vuoto, di cedere all'inferno e baciarla fino a perdere il senso di chi fossi.
Ma ci fermammo lì. Restammo sospesi su quel baratro per tre secondi che parvero un'eternità, con le labbra che si cercavano senza trovarsi, consapevoli che un millimetro in più avrebbe significato la fine di tutto.
Non ci baciammo.
Mi staccai bruscamente, facendo un passo indietro, spezzando quel filo invisibile. Respiravo a fatica, la scia umida della lacrima che mi bruciava sulla guancia come un marchio a fuoco.
Non dissi una parola. Non c'erano lezioni di vita da dare, nessuna frase ad effetto, nessuna finta morale da recitare. Non c'era nessun trionfo. Ero solo un uomo svuotato, ferito a sangue per l'ennesima volta in un punto che credevo ormai cicatrizzato, anche se questa volta non avevo ambizioni, né speranze, né pretese di un finale diverso.
Mi voltai e me ne andai in assoluto silenzio.
I miei passi sulla ghiaia bianca non erano più quelli fieri di un vincitore, ma il rumore pesante di una ritirata. E mentre mi allontanavo, lasciandola alle mie spalle, sentivo il sapore amaro della cenere riempirmi la bocca, consapevole che, per distruggere lei, avevo dovuto sacrificare l'ultimo pezzo pulito di me stesso.
Stringevo il volante dell’auto così forte che le nocche mi erano diventate bianche. Lo specchietto retrovisore mi rimandava l’immagine di un volto che faticavo a riconoscere: lo sguardo spento, le labbra serrate, l’espressione di chi ha appena compiuto un lavoro sporco ma necessario. Le parole di Asia continuavano a rimbombarmi dentro come un'eco fastidiosa "Sei esattamente come me."
Improvvisamente, sul display della macchina partì lo squillo della suoneria, interrompendo quel silenzio opprimente. Sullo schermo lesi il nome: Marco - Procuratore.
Schiacciai il tasto sul volante per rispondere, grato per quella distrazione.
«Dimmi, Marco.»
«Mike! Hai risposto alla prima chiamata, e chè successo? meno male che mi hai risposto subito,» la voce del mio agente era un fiume in piena, carica di quell'eccitazione frenetica tipica di quando c'è qualcosa di grosso sotto.
«Senti, cancella tutto quello che ci siamo detti ieri. Si è mossa una società seria. Hai presente lo Stockport County?»
Aggrottai la fronte, svoltando verso la Tangenziale.
«Quelli appena promossi in League One?»
«Esatto, proprio loro. Ma ascoltami bene: non è la solita neopromossa che punta a salvarsi. Hanno una proprietà solida, una barca di soldi e un progetto serio. Vogliono fare il doppio salto. Stanno costruendo una squadra per lottare per la promozione in Championship già in due anni, e il mister vuole un centrocampista fisico e difensivo, uno che meni li dietro. Tu difendi, ichi ti affianca si occupa della costruzione manovra. Hanno chiamato qualche ora fa. Vogliono fissare un primo incontro a Manchester già nei prossimi giorni. Mike, questi fanno sul serio e sul piatto c'è un contratto che l'Exeter non ti darà, il rinnovo alle loro condizioni te lo sconsiglio. Che ne dici?»
In quel preciso istante, sentii qualcosa sbloccarsi dentro di me. La notizia di mercato funzionò come una scossa elettrica, una ventata d'aria fresca che spazzò via, anche se solo temporaneamente, l'odore di piastrelle bagnate, di lacrime e di rabbia che mi portavo addosso da Villa Ada. Il calcio, il mio passaporto per il futuro, stava bussando alla porta nel momento perfetto. Era la mia via di fuga dal fango di Roma.
«Dico che è perfetto, Marco, un contratto migliore per me equivale ad un aumento per te,» risposi, e per la prima volta in tutta la giornata la mia voce suonò viva, autentica.
«Fissa l'incontro. Dimmi dove e quando e io ci sono.»
«Grande bomber. Ti mando i dettagli stasera per mail. Tu intanto tieniti pronto.»
Staccai la chiamata e accelerai. La sensazione di essere "marcio" era evaporata, sostituita dall'adrenalina pura. Avevo una meta, un obiettivo concreto. La vendetta era alle spalle, il futuro era davanti.
Cinque minuti dopo stavo infilando le chiavi nella serratura di casa dei miei. Non appena spinsi la porta, venni investito dal rumore di alcune risate e dal fruscio inconfondibile di buste di carta. Sul tavolo del salotto c'erano sparsi sacchetti di marca, scontrini e un paio di vestiti nuovi ancora sulle grucce.
Sia mia madre che Chloe si voltarono verso di me. Erano raggianti, con le guance leggermente rosse per il caldo e per il pomeriggio passato in giro per i negozi del centro. Chloe indossava un top estivo leggero, i capelli legati in una coda alta, e non appena i suoi occhi incrociarono i miei, il suo viso si illuminò di quella purezza limpida che mi faceva sentire, al tempo stesso, l'uomo più fortunato del mondo e il più grande dei peccatori.
Vederla lì, così distante dalle ombre e dai giochetti tossici di Asia, mi spinse a fare l'unica cosa che il mio istinto mi gridava di fare: aggrapparmi a lei. Per salvarmi.
Feci tre passi rapidi, superando il tavolo delle buste. Chloe fece in tempo a dire
«Ehi, com'è andata—» che io l'aveva già presa per i fianchi, tirandola verso di me con una foga quasi disperata.
La baciai. Fu un bacio profondo, intenso, affamato, in cui riversai tutta la gratitudine per la sua esistenza e la necessità assoluta di cancellare il sapore di quel pomeriggio. Le mie mani le stringevano la schiena, mentre lei, sorpresa da quell'irruenza improvvisa ma felice, ricambiava stringendosi a me e infilando le dita tra i miei capelli.
Rimanemmo così per diversi secondi, completamente isolati dal resto della stanza, finché un colpo di tosse palesemente finto ci costrinse a staccarci.
Mia madre era ferma accanto al divano, con le mani sui fianchi e un sorriso sornione stampato in faccia, tipico delle donne romane che sanno perfettamente come smorzare i toni.
«Ahò, e andateci piano, eh! Che me fate venì i bollori pure a me alla mia età,» esclamò in dialetto stretto, sventolandosi una mano davanti al viso.
«Michael, guarda che stiamo in salotto, mica stai in camera tua! Daje il tempo de respirà a 'sta pora ragazza.»
Chloe arrossì di colpo, nascondendo il viso contro la mia spalla con una risatina imbarazzata, mentre io scoppiai a ridere, sentendo il petto finalmente leggero.
«Hai ragione, mà, scusa,» dissi, tenendo ancora un braccio stretto intorno alla vita di Chloe. Guardai entrambe, l'eccitazione che mi faceva brillare gli occhi. «Ma ho una notizia enorme. Ha appena chiamato Marco.»
Chloe sollevò subito la testa, stringendomi la mano.
«Il procuratore? Che ti ha detto?»
«Ci ha cercato lo Stockport County. Sono appena saliti in League One, hanno una proprietà seria e un progetto ambizioso per andare in Championship in due anni. Mi vogliono, ragazze. Vogliono fare un incontro a Manchester nei prossimi giorni per chiudere il contratto.»
Il salotto esplose. Chloe mi saltò letteralmente al collo, baciandomi le guance e ridendo di pura felicità. Contenta per la conferma, il trasferimento non era una scusa, pensò.
In quel momento di festa condivisa, circondato dal calore di mia madre e dall'amore pulito di Chloe, mi imposi di credere che tutto fosse davvero finito. Che il conto con il passato fosse saldato e che la macchia nera dentro di me stesse scomparendo. Ma mentre stringevo Chloe e guardavo le buste dello shopping sul tavolo, sapevo che quella gioia era solo un bellissimo anestetico. Il viaggio verso l'Inghilterra era vicino, ma la vera partita con la mia coscienza era appena iniziata.
UNA SETTIMANA DOPO:
Eravamo a Manchester già da una settimana, nel limbo di un hotel in attesa che la burocrazia del calciomercato facesse il suo corso. In quei sette giorni, di Asia non c’era stata la minima traccia. Il suo silenzio era assoluto, un muro di gomma contro cui rimbalzava ogni mio pensiero. Ma se da un lato quel vuoto radio avrebbe dovuto darmi la pace che cercavo, la realtà era molto più bastarda. In fondo a me, dove nessuno poteva guardare, io soffrivo. Era un dolore sordo, una specie di arto fantasma che continuava a bruciare anche se era stato amputato. Cercavo di scacciare la sua immagine con ogni mezzo — lo studio dei moduli del mister, le telefonate con i compagni dell'exeter, le lunghe camminate — ma quel maledetto pomeriggio a Villa Ada sembrava essersi tinto a fuoco sotto le mie palpebre. Ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo le sue lacrime, sentivo il brivido di quel quasi-bacio che ci aveva distrutti senza toccarci.
La mia mente era un campo di battaglia, ma il mondo fuori continuava a girare a velocità folle.
Il pomeriggio dell'accordo si era consumato in una saletta privata del The Ivy a Spinningfields, uno dei posti più esclusivi della città. Al tavolo eravamo io, il mio procuratore Marco, e Richard, il direttore sportivo dello Stockport County. Il progetto del club era pazzesco: erano appena saliti in League One, ma la proprietà aveva la possibilità economica e l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Championship in due anni. Volevano me al centro del villaggio. L'accordo economico con me era praticamente fatto, mancava solo l’intesa definitiva tra i club per il cartellino. C'era un sapore dolceamaro in tutto questo: l'Exeter City, l'altra squadra di League One che mi aveva cercato e in cui avevo militato anni prima, mi era rimasta nel cuore, ma non aveva reali speranze di crescita. Lo Stockport era il futuro. Il calcio spietato mi imponeva di non guardarmi indietro.
Dopo aver salutato Marco, rimasi solo nel centro di Manchester. L'aria era frizzante, tipicamente britannica. Decisi di camminare lungo Deansgate per calmarmi e per fare un regalo a Chloe. Lei si era sradicata da tutto per seguirmi, affrontando i miei silenzi e la mia tensione senza mai chiedere nulla in cambio. Volevo darle un segnale forte, qualcosa che le dicesse che non era una transizione, ma l'inizio della nostra vita insieme.
Entrai in una gioielleria dal design minimalista. Tra le teche illuminate, scartai anelli e bracciali: cercavo qualcosa di diverso. Lo trovai quasi subito. Era un portachiavi d'argento, pesante, d'un’eleganza geometrica e moderna. Su un lato c'era incisa la sagoma stilizzata di una casa, e sotto, in un corsivo leggerissimo, la parola Ours (Nostra). Lo comprai senza badare al prezzo, me lo feci incartare in una scatolina di velluto nero e me lo infilai nella tasca interna della giacca.
Fu un attimo dopo, proprio mentre spingevo la porta di vetro della gioielleria per rimettermi in strada, che il mondo si fermò.
A pochi metri da me, sul marciapiede bagnato di Deansgate, una ragazza camminava di spalle. Aveva un giacchetto estivo nero, simile allo stile di Asia, i capelli neri e lunghi che le ricadevano mossi sulle scapole, e soprattutto quel modo di camminare — fiero, leggermente rigido sulle spalle, un’arroganza posturale che avrei riconosciuto tra un milione.
Il cuore mi saltò letteralmente in gola, battendo un colpo così violento da farmi male al petto. L'adrenalina mi investì come una secchiata di acqua gelida. Asia. Il nome mi si incastrò nella laringe, mozzandomi il fiato. Feci due passi istintivi in avanti, con le mani che tremavano dentro le tasche, pronto a compiere la follia di chiamarla, di correre, di fermarla in mezzo alla folla inglese.
Poi la ragazza si voltò di profilo per guardare una vetrina.
Non era lei. I lineamenti erano diversi, gli occhi scuri, un'altra storia, un'altra vita. Una perfetta sconosciuta. La testa mi giocò un brutto scherzo, come poteva essere lei? Li a Manchester.
Il crollo dell'adrenalina fu devastante. Un secondo dopo, venni travolto da un senso di vuoto così immenso e voraginoso da lasciarmi senza forze. Mi mancò l'aria. Era una sensazione fisica, totalizzante, come se mi avessero asportato una parte interna e al suo posto fosse rimasta solo una cavità buia. In quel momento, circondato dai palazzi di Manchester e il portachiavi d'argento nella tasca, realizzai la verità più amara: mi mancava qualcosa. Qualcosa di fondamentale, di tossico e vitale al tempo stesso, che avevo lasciato su quella panchina a Roma e che nessuna firma, nessun successo, avrebbe mai potuto colmare.
Avevo un bisogno disperato di aggrapparmi alla luce di Clhoe per non affogare in quel vuoto.
La sera successiva, portai Chloe a cena da "Tattu" un ristorante spettacolare con alberi di ciliegio in fiore ricostruiti all'interno e luci soffuse che le facevano brillare gli occhi. Era bellissima, con un vestito di seta scura che le scivolava addosso e il sorriso rilassato di chi si sente finalmente al sicuro.
Avevamo parlato dell'incontro con Richard per tutta la cena. Lei mi aveva ascoltato incantata, proiettando già la nostra vita a Stockport.
Quando il cameriere sparecchiò i piatti del dessert, ordinammo due bicchieri di Porto. L'atmosfera era intima, calda, perfetta.
«Mi dispiacerà un po' per Exeter,» confessò lei, appoggiando i gomiti sul tavolo e intrecciando le dita.
«Ci siamo conosciuti lì. È stato il nostro primo capitolo.»
«È vero,» risposi, guardandola negli occhi. La luce delle candele le donava dei riflessi dorati sui capelli.
«Ma a me interessa solo chi c'è nel prossimo capitolo. Non dove lo scriviamo.»
Chloe sorrise, abbassando lo sguardo, leggermente imbarazzata per la mia dolcezza improvvisa. Infilai la mano nella giacca e tirai fuori la scatolina di velluto nero. La feci scivolare lentamente sul tavolo, fermandola a un palmo dalla sua mano.
«Cos'è questo?» chiese lei, sgranando gli occhi. Un velo di sorpresa le bloccò il respiro per un secondo.
«Apri.»
Chloe prese la scatolina con delicatezza, quasi avesse paura di romperla. Quando sollevò il coperchio, la luce si riflesse sul metallo. All'interno non c'era un gioiello da indossare, ma un portachiavi d'argento. Era spesso, pesante, dal design molto elegante e moderno. Su un lato c'era incisa una piccola, stilizzata sagoma di una casa, e sotto, in corsivo leggero, la parola: Ours (Nostra).
Chloe rimase a fissarlo per qualche secondo, senza dire una parola. Le labbra le si aprirono in un piccolo cerchio d'emozione. Quando alzò lo sguardo verso di me, aveva gli occhi lucidi.
«Michael...» sussurrò, la voce che le tremava.
«Un portachiavi?»
«Esatto,» dissi, sporgendomi verso di lei e prendendole la mano libera.
«So che ad Exeter stavi da me quasi tutte le sere, ma tecnicamente ognuno aveva la propria casa. Adesso la situazione cambia. Se firmo con lo Stockport, dovrò cercare una casa nuova. E non voglio cercare un posto per me dove tu vieni a trovarmi. Voglio cercare un posto per noi. Voglio che tu viva con me ufficialmente, Chloe.»
Una lacrima le sfuggì, scivolando rapida lungo la guancia, ma il suo sorriso era così radioso che mi scaldò il petto. Prese il portachiavi tra le dita, accarezzando l'incisione con il pollice.
«Vuoi davvero convivere?» mi chiese, quasi incredula. «Voglio dire, sei sicuro?»
«Non sono mai stato così sicuro di niente in vita mia,» risposi, e mentre pronunciavo quelle parole, mi resi conto che era la verità assoluta.
Lei si alzò dalla sedia, ignorando gli sguardi degli altri tavoli, e mi si buttò al collo. La strinsi forte, affondando il viso tra i suoi capelli. In quell'abbraccio c'era la mia redenzione, la mia lavagna pulita.
Mentre l'odore del suo profumo mi riempiva i polmoni, chiusi gli occhi e, per la prima volta da settimane, il pensiero di Asia non era li nella mia testa.
Il tragitto in taxi dal ristorante al nostro hotel fu un preludio silenzioso e carico di elettricità. Chloe teneva la mia mano stretta tra le sue, il pollice che accarezzava continuamente il metallo freddo del nuovo portachiavi, come se volesse assicurarsi che fosse tutto reale. Non c'era bisogno di parole; l'aria tra noi vibrava di una promessa che avevamo appena sigillato.
Quando la porta della nostra camera si chiuse alle nostre spalle con uno scatto sordo, il mondo esterno smise di esistere. Quella stanza d'albergo, con le luci calde della città che filtravano dalle grandi vetrate affacciate su Manchester, divenne il nostro santuario.
Le tolsi il soprabito facendolo scivolare dalle sue spalle, ma prima che potessi avvicinarmi per baciarla, fu lei a prendere l'iniziativa. Chloe, che di solito nei nostri momenti di intimità era sempre la parte più dolce, accogliente e tranquilla, quella sera aveva negli occhi una luce diversa. Una fame assoluta.
Mi afferrò per i risvolti della giacca, tirandomi a sé con una foga che mi sorprese e mi fece impazzire all'istante. Le sue labbra si scontrarono con le mie in un bacio profondo, umido, disperato. Sentii il sapore dolce del Porto mischiato al suo respiro caldo. Le sue mani scivolarono veloci sui bottoni della mia camicia, slacciandoli con un'urgenza che non le avevo mai visto addosso.
«Chloe...» sussurrai, a fior di labbra, mentre lei mi spingeva letteralmente verso il bordo del grande letto king-size.
«Zitto,» mormorò lei, il respiro corto.
«Abbiamo parlato abbastanza..»
Mi feci cadere seduto sul materasso, guardandola mentre si spogliava. Lasciò cadere il vestito di seta ai suoi piedi con un fruscio elegante, restando solo con la biancheria di pizzo nero. La luce soffusa della stanza accarezzava le curve morbide del suo corpo, rendendola un'apparizione perfetta. Era bellissima, ma era la sua determinazione a rendermi schiavo in quell'istante.
Senza mai staccarmi gli occhi di dosso, mi spinse la schiena contro i cuscini, finendomi di spogliare con mani tremanti ma decise.
Senza aspettare una risposta, si arrampicò sopra di me. Le sue cosce morbide ma toniche strinsero i miei fianchi, intrappolandomi sotto il suo peso caldo e accogliente. Indossava solo quel perizoma di pizzo nero che le faceva risaltare le curve perfette del suo corpo. le slacciai il reggiseno, le sue tette sode e libere oscillavano leggermente mentre si sistemava. La sua coda bionda le ballava sulle spalle, un contrasto erotico con la pelle pallida illuminata dalla luce della stanza.
«Non pensare a nient’altro,» disse lei, piegandosi in avanti per appoggiare le mani sul mio petto. Le sue dita affondarono nei miei muscoli, vicino al tatuaggio sul braccio, e sentii la punta delle sue unghie graffiare leggermente la pelle.
«Solo a noi.»
Scivolò in avanti, permettendo al mio cazzo già duro di sfiorare la sua figa bagnata attraverso il tessuto sottile. Il calore che emanava era bruciante. Con un movimento rapido, spostò il tessuto di lato e mi prese in mano, guidandomi verso la sua entrata. Non ci furono preliminari lunghi, non ce ne fu bisogno. Era pronta, bagnata e affamata.
Si abbassò lentamente, inghiottendomi centimetro per centimetro. La sua fica era stretta, calda e incredibilmente viva, le pareti muscolari che si contraevano intorno a me mentre mi accoglieva. Io emisi un respiro sussultoso, le mani che le afferrarono istintivamente i fianchi per sostenerla, ma lei scosse la testa.
«No,» ordinò, prendendomi i polsi e spostando le mani sul suo culo con una forza sorprendente.
«Stasera comando io.»
Non c'era niente della brutalità o dell'oscurità che avevo vissuto a Roma. Questo era un romanticismo estremo, viscerale. Era fare l'amore nel senso più puro e assoluto del termine.
Il suo controllo era assoluto. Iniziò a muoversi, un ritmo lento e tortuoso che faceva schiacciare il clitoride contro il mio pube. Ogni movimento era calcolato per massimizzare la sua piacere e il mio. I suoi occhi verdi erano incollati ai miei, scrutando nel profondo della mia anima, come se volesse estrarre ogni residuo di Asia e bruciarlo con la sua passione pura. Nei suoi occhi c'era una devozione che mi fece tremare il cuore.
«Ahh! Sei bellissimo... Ah sii!» gemette, mentre aumentava l'intensità. Il suo viso era contorto in una maschera di puro godimento, le labbra socchiuse, il respiro affannoso che si mescolava al mio.
«Dio, è bellissimo. Oddio ah, aah, ah!.»
Lei si liberò dal pensiero di Asia, o almeno così sembrava, dando il meglio di sé con una violenza dolce che mi spiazzò. Non era più la ragazza dolce che aspettava di essere presa; voleva dimostrarmi che è era lei la donna per me. Il suo corpo ondeggiava sopra di me in un crescendo di velocità e forza. Le sue tette rimbalzavano ritmicamente, e io non potevo fare a meno di leccarle e morderle quando si offrì abbastanza vicina, sentendo i suoi capezzoli indurirsi contro la mia lingua.
«Sì, leccale,» incitò, affondandomi ancora più a fondo dentro di lei. La sua voce era rotta, strappata dalle urla di piacere che non riusciva a trattenere.
«Scopami amore... Sii!.»
La stanza si riempì dei suoni del nostro sesso: il rumore delle palle che si scontrava contro il suo culo, lo sciacquio bagnato della sua figa che mi divorava, i nostri gemiti disperati che riempirono la stanza. Ero completamente in suo potere, sottomesso alla sua volontà, e quella sensazione di perdere il controllo con lei era elettrizzante.
Il mio orgasmo iniziò a costruirsi alla base della spina dorsale, un calore irreversibile che si diffuse velocemente. Lei lo sentì, forse dal modo in cui il mio respiro si fece corto e irregolare, o dal modo in cui il mio cazzo si indurì ulteriormente dentro di lei.
«Non venire ora,» sibilò lei, accelerando il ritmo fino a diventare un impeto frenetico. I suoi capelli mi frustavano il viso mentre si muoveva su e giù, una furia erotica.
«Se aumenti il ritmo non aiuti, mmh» dissi stringendo i denti e graffiando il suo culo.
«Allora vieni dentro. Voglio sentirmi riempire. Ah, sii! Ti amo, ti amo da morire»
Quelle parole furono la mia rovina. Con un urlo strozzato, alzai i fianchi per incontrare la sua discesa e esplodii. Onde di piacere mi travolsero mentre eiaculavo violentemente dentro di lei, riempiendola del mio sperma caldo. Lei non si fermò, continuando a cavalcarmi attraverso il mio orgasmo, prolungando l'estasi fino a quando non fui un tremendo mucchio di nervi sotto di lei.
Infine, crollò su di me, il respiro affannoso che riscaldava il mio collo. Mi bacio ripetutamente su tutto il collo. Restammo così, intrecciati, con il mio cazzo ancora a impalare la sua figa pulsante, mentre il nostro respiro tornava lentamente alla normalità. Le passai una mano tra i capelli bagnati di sudore, sentendo il profumo dolce della sua pelle che si mescolava al nostro odore di sesso.
«Ti amo,» mormorò lei, la voce spenta ma carica di una verità che mi fece male al petto.
La baciai sulla fronte, chiudendo gli occhi e stranamente non pensai ad Asia.
«Anche io, Chloe.» dissi, accarezzandole la schiena e i capelli.
Chloe era ancora sopra di me, il suo peso caldo e familiare sulle mie cosce. Sentivo il calore umido della nostra unione scivolare lungo l'interno delle mie gambe; il mio sperma, colava ancora lentamente dalla sua figa aperta, bagnandomi la pelle. Era una sensazione viscerale. La stanza si riempì solo del rumore dello scrocchiare dei nostri baci e dei nostri respiri affannati.
Chloe notò che il mio cazzo, esausto per il primo round, era ancora molle tra noi. Non disse nulla, ma i suoi occhi verdi mi fissarono con una determinazione che mandò un fremito lungo la mia schiena. Si spostò leggermente più in basso, lasciando una scia di umidità sul mio addome, e afferrò il mio cazzo con la mano destra. La sua presa ferma ma delicata iniziò a muoversi su e giù, sfregando la pelle sensibile, cercando di riaccendere la scintilla che si era spenta. Con la sinistra invece mi massaggiava le palle.
«Non dirmi che ti sei già arreso?» mormorò, con un sorriso malizioso che non aspettava una risposta.
Si chinò in avanti e, senza preavviso, si portò il cazzo in bocca. La lingua calda e umida avvolse la cappella, leccando via i residui del nostro sesso misti al sapore salato della mia pelle. I suoi movimenti erano ritmici, mi leccava dalla base delle mie palle, risalendo lungo l'asta fino a prendere in bocca entrambe le palle, mentre la sua mano continuava a segarmi vigorosamente. La vista dei suoi capelli biondi che ondeggiano mentre lo prendeva in bocca, unita al suono schioccante delle sue labbra umide, fu più potente di qualsiasi iniezione di adrenalina. Sentii il sangue affluire rapido, ingrossando le vene, rendendo il mio cazzo duro come la pietra in pochi secondi.
Quando sentì che ero pronto, Chloe sollevò lo sguardo, le labbra rosse e gonfie, ma non fece in tempo a reagire. La presi per le spalle e, con un movimento brusco dettato da un bisogno improvviso di controllo, la scaraventai contro il materasso. Lei emise un piccolo urlo di sorpresa, atterrando con la schiena sul lenzuolo disordinato. Prima che potesse rialzarsi, mi lanciai sopra di lei, bloccandole i polsi sopra la testa con entrambe le mani, schiacciandoli contro il cuscino.
«Adesso tocca a me,» sibilai, il mio viso a pochi centimetri dal suo.
Con una mano guidai il mio cazzo duro verso la sua entrata, ancora bagnata e aperta, e la penetrai con un colpo secco e deciso. Chloe inalò rumorosamente, gli occhi che si spalancarono nel momento in cui la riempii completamente. Non c'era spazio per la dolcezza ora; il mio corpo chiedeva di possedere il suo, di cancellare ogni altro pensiero dalla mia testa attraverso la frizione fisica.
«Baciami amore, baciami» mi disse. Io mi chinai per darle un lungo ed intenso bacio.
Iniziai a scoparla con spinte violente e profonde. Lei era completamente bloccata sotto di me, incapace di muovere le braccia, costretta a subire la mia forza. Ogni volta che entravo, il mio pube sbatteva contro il suo, schiacciando il clitoride e strappandole gemiti inarrestabili.
«Oh Dio... Michael... ti voglio» ansimava, la voce rotta dal piacere, mentre il suo corpo si contorceva sotto il mio peso, cercando disperatamente più contatto, più profondità.
Sentii i suoi muscoli vaginali stringermi, iniziare a contrarsi in modo irregolare. Stava arrivando. Il suo respiro si fece corto, affannoso, e i suoi occhi persero la messa a fuoco, fissando il vuoto. Non rallentai. Al contrario, aumentai l'intensità, spingendo ancora più forte, più a fondo, volendo sentire la sua anima vibrare contro la mia.
«Ah sii, Ahh sii, siii... vengoo, ooh ssii!»
«Vieni,» ordinai, e fu come se avessi premuto un grilletto.
Chloe inclinò la schiena in un arco impossibile, strappando le mani dalla mia presa per aggrapparsi a me e tirarmi completamente sopra di lei. Il suo orgasmo la travolse, facendola tremare da capo a piedi, e la sensazione della sua figa che pulsava e si chiudeva attorno al mio cazzo unita alla sensazione del suo corpo premuto contro il mio fu la fine anche per me. Non potevo trattenermi. L'onda di piacere montò dai miei testicoli, esplose lungo la colonna vertebrale e mi scaricò dentro di lei con una forza che mi fece vedere le stelle.
Per impedirle di urlare così forte da svegliare l'intero piano dell'hotel, mi chinai e la baciai, divorandole la bocca in un momento di puro eccesso. I nostri denti si scontrarono bruscamente, un dolore metallico e tagliente che si fuse perfettamente con l'estasi del rilascio. Continuai a spingere, eiaculando getti caldi dentro di lei, mescolandomi al liquido che già la riempiva, mentre la nostra saliva si mescolava in un bacio disperato e disordinato.
Ci staccammo lentamente, entrambi affannati, il petto che si alzava e abbassava all'unisono. Restammo così, faccia a faccia, a pochi centimetri di distanza, i nostri sguardi intrecciati in un silenzio carico di tutto ciò che eravamo e tutto ciò che avevamo appena fatto. I suoi occhi verdi erano velati di lacrime di piacere, lucidi e profondi.
Le passai un pollice sul labbro inferiore, gonfio e rosso per il morso che le avevo appena dato, e poi, lentamente, lo morsi di nuovo, sentendo il suo sapore metallico.
«Se solo mia. Ti amo,» mormorai contro la sua bocca, una preghiera e una maledizione insieme.
Lei sorrise, un'espressione stanchezza e soddisfazione pura, e mi strinse forte contro di sé, ignorando il caos dei nostri corpi e il disastro del letto. In quel momento, con la pioggia che continuava a battere contro il mondo esterno, non c'era spazio per Asia o per i sensi di colpa.
Quella notte sacrificammo il sonno. Le ore scivolarono via tra sussurri nel buio, carezze leggere e baci pigri. Parlammo della nostra nuova casa, di come l'avremmo arredata, dei progetti e di quanto fossimo fortunati ad averci creduto così tanto. Restammo svegli a guardarci, a toccarci, a confermarci l'un l'altro che era tutto vero.
Quando le prime luci dell'alba iniziarono a filtrare dalle tende dell'hotel, colorando la stanza di un azzurro pallido, guardai Chloe che finalmente si era assopita contro il mio petto.
Non ero un uomo perfetto. Avevo i miei demoni e avevo fatto cose di cui non andavo fiero.
Io rimasi sveglio ancora un po', mentre le luci dell'alba cominciarono ad illuminare la stanza. Guardai il soffitto, c'era un silenzio irreale. Sentivo solo il calore della pelle di Clhoe, il peso del suo respiro e la certezza che avevamo ricreato il nostro mondo, imperfetto ma nostro.
Un momento così intenso che riuscì a cancellare, almeno per un po’ — e speravo per sempre — quella maledetta tentazione.
. . ...FINE
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