Caccia all' uomo
di
Lea G
genere
saffico
La notizia della rapina alla banca apriva il tg regionale: quattro malviventi in fuga, la polizia li stava cercando con droni ed elicotteri, c' erano posti di blocco ovunque.
"Claudio farà tardi" pensai, mentre preparavo per la cena.
Il resto delle faccende domestiche erano sistemate, ad eccezione della montagna di roba che avevo rinunciato a stirare: che diamine, va bene fare la casalinga, pulire, lavare, far da mangiare, curare i fiori in giardino...ma stirare no. Eccheccazzo. Sono troppo giovane per questo.
Io e Claudio ci eravamo sposati poco più che ventenni, e dopo neanche tre anni la poesia dei primi momenti era quasi svanita.
Non che potessi imputare niente, a lui. Era quello di sempre, carino, premuroso, si ricordava di ogni ricorrenza, anche il giorno in cui ci eravamo conosciuti, schiacciava il tubetto del dentifricio dal fondo e chiudeva sempre la tavoletta del wc.
Era a letto, che qualcosa era cambiato: lui ce la metteva sempre tutta, era anche bravo, ma ero io, a non essere più la stessa.
Era come se non mi bastasse più, come se sentissi la mancanza di qualcosa, ma non sapessi di cosa.
Non ne avevo ancora parlato, con lui, ma ero da un po' di tempo che, a letto, fingevo; e, fingendo, facevo arrivare l'orgasmo sempre prima, perché la manfrina finisse il più presto possibile.
Non sapevo ancora il perché, anche se lo avrei scoperto presto; comunque, in quel momento, mentre tagliavo le verdure per il soffritto, e il tg rimandava le immagini della caccia all' uomo in corso, la mia unica preoccupazione era decidere quando mettere l'arrosto in forno perché fosse pronto per quando Claudio fosse rientrato.
Sentii aprirsi la porta sul retro, quella del garage e pensai che era strano: di solito, parcheggiava sotto il portico, perché più comodo.
Uscii dalla cucina per andargli incontro.
-Amo'... Pensavo facessi più tardi e ho messo l'arrosto in forno solo da cinque minuti...- mi bloccai.
Claudio era in piedi nell' anticamera, e non era solo.
C' erano altre quattro persone: due uomini e due donne, vestite di nero. Gli uomini erano robusti, di carnagione olivastra, più alti di Claudio, che pure era alto 1.80; delle due donne, una aveva capelli a caschetto neri l' altra era bionda, con i capelli raccolti in una coda. Anche loro, erano piuttosto alte di statura, snelle e atletiche.
"Si è portato dei colleghi a cena senza avvisarmi" fu il primo pensiero che mi venne, l' unico logicamente possibile.
Ma non erano colleghi.
-Stia calma e andrà tutto bene- disse uno degli ospiti.
Gli altri tre si divisero, andando a chiudere le tende alle finestre.
-Marta...mi dispiace- disse Claudio.
Io stavo cercando di razionalizzare, di mettere insieme i pezzi, ma non riuscivo a farli combaciare.
Fu solo quando ci ebbero fatti sedere in soggiorno ed ebbi riconosciuto gli oggetti che i nostri ospiti portavano per quello che erano, cioè armi da fuoco, che capii.
-Voi siete quelli della rapina- dissi.
Quello che sembrava il capo sorrise.
-Perspicace, la signora- disse.
La consapevolezza della situazione mi colpì come un pugno nello stomaco: eravamo ostaggi dei malviventi che la polizia stava cercando.
Erano certamente gente del mestiere: si muovevano con una precisione quasi militare, come se che ciascuno sapesse esattamente cosa fare.
Mi colpirono soprattutto le due donne del commando: i loro volti sembravano scolpiti nella pietra, fredde e determinate com'erano. Avevano un che di mascolino e, in qualche modo, affascinante nel modo di muoversi.
Un brivido mi percorse la spina dorsale, risonando stranamente tra le gambe; lo attribuii alla paura.
Se la polizia li stava cercando, li avrebbe trovati.
Avrebbero circondato la casa.
Avrebbero sfondato la porta e avrebbero fatto irruzione.
In modo del tutto incoerente, pensai che avrebbero sporcato con i loro scarponi il tappeto persiano regalo di nozze di zia Carla.
Ci sarebbe stato un conflitto a fuoco, forse saremmo rimasti feriti, forse...forse saremmo MORTI.
-Mi sento male- dissi.
-Cosa c'è?- chiese il capo.
-Mi manca l' aria-
-Marta!- esclamò Claudio, facendo per alzarsi; la donna con i capelli biondi gli mise una mano sulla spalla e lo rispinse sulla sedia.
-Mi manca l' aria-
-Il solito attacco di panico- disse il capo. Fece un cenno alla donna coi capelli neri:
-Portala a bere un bicchiere d'acqua, fa qualcosa, ma falla calmare. Ci mancano solo le crisi isteriche-
Mi afferrò per un braccio e mi portò verso la cucina.
Richiuse la porta alle sue spalle e mi spinse verso il lavandino.
-Bevi- disse: la sua voce aveva un suono tagliente, e l' effetto era amplificato dall' accento straniero che non riuscii ad identificare.
Ancora quel brivido.
Tremando, presi un bicchiere e lo riempii sotto il rubinetto; me lo portai alla bocca, ma il panico mi fece sbagliare misura e una parte del contenuto mi si rovesciò sulla camicetta, inzuppandola.
La donna fissò la macchia all' altezza del mio seno.
Prese un canovaccio e si avvicinò.
-Ferma- disse.
Cominciò tamponando sopra il tessuto, ma il risultato non dovette soddisfarla, perché mi ordinò di sbottonarmi.
-Cosa?- dissi -Non ho niente, sotto-
-Togliti quella camicetta del cazzo- intimò.
Obbedii. Me la sfilai con una mano, mentre con l' altra cercavo di coprire la mia nudità, e l' appoggiai sul tavolo.
-Togli quella mano-
Di nuovo, obbedii, rabbrividendo sotto il suo sguardo.
Strofinò il canovaccio sulla mia pelle, dapprima in modo piuttosto rude, poi più insinuante.
Sentivo il suo sguardo su di me, ma non osavo alzare gli occhi.
Nonostante la mia volontà, i miei capezzoli si stavano indurendo.
-Ehi, ti stai eccitando- disse.
Mi sentii arrossire.
Lei continuò a strofinare, sebbene ormai il mio seno fosse asciutto.
-Ti piace, eh, puttanella-
Mi piaceva, si. Era perverso, era sbagliato, ma mi piaceva, anche se non ero pronta ad ammetterlo.
-No. La prego, mi lasci- dissi.
Lei guardò verso la porta, poi si voltò verso di me disse:
-Sss-
Lasciò cadere il canovaccio, ma continuò ad accarezzarmi: come ipnotizzata, guardai le sue dita avvolgere i miei seni, soppesarli e manegguarli, mentre i pollici giravano attorno ai capezzoli dolorosamente eretti.
Mi sfuggì un gemito.
-Zitta. Non vogliamo che i miei soci ci scoprano, vero? Potrebbero farsi venire strane idee e non sarebbe simpatico. Credimi-
Si chinò in avanti e vidi il mio capezzolo destro scomparire tra le sue labbra: lo sentii vellicare dalla sua lingua. Rovesciai indietro la testa, mentre lei si spostava sull'altro seno.
Quando si staccò, e a quel punto ero eccitata come mai prima, abbassò la cerniera lampo della sua tuta.
-Vuoi provare?- disse, liberando i suoi seni dal sottile top che li conteneva.
Guardai, col cuore che batteva a mille: pensai che non avevo mai visto un seno così bello e questo pensiero mi causò le vertigini.
Lei mi mise una mano sulla nuca e mi tirò verso di sé.
-Leccami- ordinò e io, di nuovo, obbedii.
-Mmm...sei brava- disse -tuo marito lo sa, che ti piacciono le donne?-
Certo che non lo sa. Non lo sapevo neanche io.
Come potevo sapere se mi piacevano "le donne": a me, piaceva "quella" donna; mi piaceva quello che "quella" donna mi stava facendo, e mi piaceva quello che mi stava facendo fare.
Sarei andata avanti per ore, a far giocare la mia lingua con quel capezzolo turgido, ma lei mi fece staccare.
-Vediamo come sei messa quaggiù- disse.
Allargò l' elastico dei pantaloni e vi infilò una mano: boccheggiai, quando mi sentii toccare tra le gambe.
Sarebbe stato l' orgasmo più veloce della storia, ma la porta si aprì di scatto e la donna coi capelli biondi si affacciò:
-Lascia stare quella troia, testa di cazzo: abbiamo visite-
Scomparve dietro lo stipite, seguita dall' altra.
Ci furono grida, colpi, spari.
Abbandonata, confusa e smarrita, mi sedetti sul pavimento, abbracciandomi le ginocchia.
Non mi accorsi neanche che Claudio mi era lì vicino a me e mi chiamava.
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