Manette

di
genere
etero

Mi chiamo Anna. Sono rossa di capelli, con ricci fiammeggianti che mi cadono pesanti sulle spalle e sulla schiena. Ho un seno abbondante, pieno, che tende sempre la stoffa dei vestiti e attira sguardi che non riesco più a ignorare. Scrivo racconti erotici da anni: storie di corpi che si arrendono, di piacere mescolato a paura, di controllo totale. Le pubblicavo online, ma qualcuno ha iniziato a leggermi con troppa fame.
L’ammiratore aveva scoperto dove lavoro. Mille email da account diversi, ogni giorno. Poi è arrivata quella foto: l’ingresso del mio ufficio, scattata mentre entravo. «Se non mi accontenti, diventerò cattivo» aveva scritto. Le sue richieste erano sempre più umilianti, sempre più precise. Ho smesso di pubblicare. Ho cancellato tutto. Sono sprofondata in una depressione buia, fatta di silenzi, porte chiuse e lacrime che non volevo mostrare a nessuno.
Una sera, disperata, ho contattato il fratello della mia amica su Facebook. Lavorava nel settore che si occupa di reati informatici. L’avevo visto qualche volta: alto, spalle larghe, sguardo calmo ma deciso. Gli ho scritto solo che avevo bisogno di aiuto urgente. Lui ha risposto subito. L’ho invitato a casa mia quella sera stessa. Volevo che fosse tutto privato.
Quando ha suonato, il cuore mi batteva in gola. L’ho fatto entrare. Era imponente: alto, muscoloso, camicia nera aderente. Ci siamo seduti sul divano. Gli ho raccontato tutto: le email, le minacce, la foto del mio posto di lavoro, la paura costante che mi divorava. Gli ho mostrato le mail sul computer. Poi, con le mani che tremavano, gli ho passato anche il telefono.
«Ci sono anche le mie foto… quelle nude, per i racconti. Voglio che tu capisca quanto è grave.»
Lui ha guardato lentamente, senza fretta. Quando ha alzato gli occhi su di me, il suo sguardo era cambiato: più scuro, più caldo, più possessivo.
«Sei molto più bella dal vivo, Anna» ha detto con voce bassa. «Quel seno… è enorme. Pesante. E i tuoi capelli rossi contro la pelle chiara… cazzo, sei perfetta.»
Ho sentito il viso andare a fuoco. Non era la reazione che cercavo, ma dopo settimane di terrore e solitudine, quelle parole mi hanno fatto vibrare qualcosa dentro. Qualcosa di rotto e affamato.
Si è alzato e si è messo in piedi dietro di me, ancora seduta. Le sue mani grandi si sono posate sulle mie spalle, iniziando un massaggio lento e deciso. Ha sciolto la tensione del collo, poi è sceso lungo le clavicole. Senza chiedere, ha infilato le mani sotto il mio top e ha afferrato i miei seni, soppesandoli, stringendoli forte tra le dita. I pollici hanno stuzzicato i capezzoli già duri, facendomi sfuggire un gemito.
«Rilassati» ha ordinato piano. «Hai portato questo peso da sola troppo tempo. Ora comando io.»
Mi ha fatta alzare, mi ha girata e mi ha baciata con forza, invadendomi la bocca. Le sue mani non lasciavano mai il mio seno: lo strizzavano, lo facevano traboccare, lo modellavano come se fosse suo.
Mi ha portata in camera da letto. Mi ha spogliata lentamente, godendosi ogni centimetro di pelle. Quando sono rimasta completamente nuda, mi ha fatta sdraiare supina sul letto. Si è tolto la camicia, mostrando il torace muscoloso, poi i pantaloni. Il suo cazzo era già duro, grosso e venoso.
«Da ora in poi fai esattamente quello che ti dico» ha detto, la voce bassa e autoritaria. «Capito?»
Ho annuito.
Si è chinato sul comodino dove avevo lasciato la mia borsa aperta. Ha preso le manette d’ordinanza che portava con sé. Erano fredde, lucide, pesanti. Mi ha guardata negli occhi mentre le chiudeva intorno ai miei polsi, fissandole alla testiera del letto di metallo. Click. Click. Ero bloccata, braccia tese sopra la testa, seno spinto in alto e in fuori, completamente esposta e vulnerabile.
Il metallo freddo contro i polsi mi ha fatto rabbrividire. Una scarica di paura vera si è mescolata all’eccitazione. Non potevo più muovere le braccia, non potevo coprirmi, non potevo fuggire. Ero alla sua completa mercé. E stranamente, dopo settimane passate a sentirmi perseguitata e impotente, quella sensazione di totale perdita di controllo mi ha bagnata ancora di più.
«Brava» ha mormorato, passando un dito tra le manette e la mia pelle per controllare che non fossero troppo strette. «Ora sei davvero mia.»
Prima posizione: si è inginocchiato tra le mie gambe aperte, mi ha sollevato i fianchi con un cuscino e ha iniziato a leccarmi con calma esasperante. Lingua larga sulla clitoride, poi dentro di me, poi di nuovo su. Mi teneva le cosce spalancate con le mani forti. Non potevo chiudere le gambe, non potevo abbassare le braccia. Potevo solo gemere e inarcarmi mentre lui mi torturava di piacere. Ogni volta che provavo a muovere il bacino, lui mi bloccava più forte. «Stai ferma. Godi e basta.»
Quando ero ormai fradicia e tremante, si è alzato sulle ginocchia e mi ha penetrata in quella posizione, spingendo in profondità con colpi lenti e potenti. Il mio seno enorme ballava a ogni affondo. Lui lo guardava ipnotizzato, lo afferrava con entrambe le mani, lo strizzava forte mentre mi scopava. «Guarda come ti tremano le tette mentre ti prendo. Sono mie.»
Mi ha fatta venire così, con il pollice sul clitoride e il cazzo che mi riempiva completamente, le manette che tintinnavano contro la testiera a ogni mio spasmo.
Poi mi ha girata. Ha sganciato una manetta solo per un momento, mi ha fatta mettere a carponi e me l’ha richiusa subito, braccia tese in avanti, faccia premuta contro il materasso, culo in alto. Seconda posizione: mi ha allargato le natiche e mi ha infilato due dita dentro, preparandomi. «Apri bene per me.» Quando è entrato da dietro, mi ha afferrato i capelli rossi con una mano, tirandoli come redini. L’altra mano mi schiaffeggiava ritmicamente il culo, lasciando impronte rosse. Spingeva forte, profondo. Il mio seno pesante penzolava e oscillava violentemente sotto di me. Ogni tanto si chinava, mi prendeva un capezzolo e lo tirava con forza, facendomi urlare di piacere e dolore mescolati.
«Dimmi che ti piace essere legata e dominata» ha ordinato, rallentando apposta.
«Mi piace… essere legata da te» ho ansimato, la voce rotta.
«Più forte.»
«Mi piace essere legata e scopata come una puttana!»
Ha accelerato, scopandomi con forza brutale ma controllata, le manette che sbattevano contro il letto a ogni colpo.
Terza posizione: mi ha fatta sdraiare di nuovo supina, ma questa volta mi ha sollevato le gambe, piegandole verso il petto e tenendole ferme con una mano mentre con l’altra mi penetrava. Le manette mi tenevano le braccia bloccate sopra la testa. Ero piegata in due, completamente aperta, il seno schiacciato contro le mie stesse cosce. Mi scopava con spinte profonde e possessive, guardandomi negli occhi. «Non puoi scappare. Non puoi nasconderti. Sei solo un corpo da usare ora.»
Alla fine mi ha messa di nuovo sulla schiena, gambe spalancate al massimo. Si è inginocchiato tra le mie cosce e ha iniziato a scoparmi con ritmo feroce, il corpo che sbatteva contro il mio. Il mio seno ballava selvaggiamente. Lui lo schiaffeggiava piano, lo stringeva, lo usava come voleva. Le manette tintinnavano a ogni spinta violenta.
«Voglio venire sulle tue tette enormi» ha ringhiato.
Si è tirato fuori, si è messo a cavalcioni sul mio petto e ha iniziato a segarsi furiosamente sopra di me. Io, ancora ammanettata e ansimante, ho spinto i miei seni uno contro l’altro creando una valle profonda e morbida. Ha eiaculato con un grugnito basso, schizzi caldi e abbondanti che mi coprivano il seno, il collo e arrivavano fino al mento. Il seme colava tra i miei seni pesanti mentre io lo guardavo, esausta, umiliata e stranamente calma.
Solo dopo qualche minuto ha preso le chiavi e mi ha liberata dalle manette. Mi ha massaggiato i polsi arrossati con le dita forti, poi si è sdraiato accanto a me, una mano possessiva ancora sul mio seno sporco di lui.
«Per ora è finita» ha detto con quel tono che non ammetteva repliche.
scritto il
2026-04-25
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