Gino

di
genere
pissing

Ho trentadue anni, capelli di un rosso acceso che catturano la luce del sole, un seno abbondante e pesante che ha sempre attirato gli sguardi, fianchi morbidi e generosi, e un sedere rotondo che ondeggia dolcemente mentre spingo il passeggino di mio figlio piccolo. Mi piace sentirmi guardata, anche se non l’ho mai ammesso apertamente. C’è qualcosa di eccitante nel sapere che il mio corpo, così femminile e pieno, può ancora accendere desideri.
Quel mattino arrivai al parco come sempre. Il sole era tiepido, l’aria profumava di erba tagliata. Mi sedetti sulla panchina accanto ai soliti pensionati e salutai con un sorriso. Appena mi accomodai, però, una pressione improvvisa e urgente mi colpì la vescica. La pipì mi scappava forte, troppo forte. Strinsi le cosce, sentendo il calore umido che premeva contro le mutandine di pizzo bianco. Oddio, non qui… non adesso, pensai, già in imbarazzo all’idea di dover scappare via di corsa con il bambino.
«Tutto bene, Anna?» La voce rauca e gentile di Gino mi fece alzare lo sguardo. Aveva settantadue anni, era magro, con radi capelli bianchi pettinati all’indietro, occhiali sottili e uno sguardo vivo, quasi giovanile, dietro le lenti. Abitava proprio di fronte, al piano terra di un vecchio palazzo.
«Mi scappa tantissimo la pipì…» confessai arrossendo violentemente. «Devo proprio andare.»
Lui mi guardò per un istante, poi sorrise con una dolcezza che nascondeva qualcosa di più profondo. «Casa mia è lì davanti. Vieni, ti faccio usare il bagno. Non devi correre via con il piccolo.»
Ero troppo disperata per rifiutare. Il bisogno era diventato doloroso. Lo seguii attraverso la strada, il cuore che batteva forte per l’imbarazzo e per una strana, inaspettata tensione.
Entrammo nel suo appartamento piccolo, ordinato, che odorava di caffè e di dopobarba vecchio stile. Mi indicò il bagno in fondo al breve corridoio. «Fai pure con calma, Anna.»
Chiusi la porta… ma la serratura non scattò. Provai più volte, spingendo la maniglia, ma niente. La pipì premeva ormai in modo insopportabile, la vescica gonfia e pulsante. Non potevo più aspettare. Con le mani che tremavano leggermente per la vergogna, mi abbassai i leggings neri aderenti e le mutandine di pizzo fino alle caviglie. Le cosce morbide e chiare si aprirono mentre mi sedevo sul water freddo. Il mio cespuglio rosso vivo, folto e naturale, era completamente esposto. Sentivo già qualche goccia sfuggire.
Proprio allora bussarono piano.
«Anna? Ti ho portato la carta igienica e un asciugamano pulito. Se vuoi usare il bidet dopo, è a tua disposizione.»
Senza attendere risposta, aprì la porta.
Rimasi congelata. Ero seduta lì, con i pantaloni calati, il seno grosso che tendeva la maglietta leggera, i capezzoli già inturgiditi dall’imbarazzo e da un’eccitazione traditrice che non riuscivo a controllare. Le gambe leggermente divaricate mostravano tutto: le grandi labbra gonfie e rosate, il clitoride che spuntava timidamente tra i peli rossi, la fessura umida. Gino rimase sulla soglia per un lungo, lunghissimo istante. I suoi occhi, di solito gentili, scesero lentamente dal mio viso arrossato ai miei seni pesanti, poi giù, fino al mio sesso aperto e vulnerabile. Non disse una parola volgare. Solo un morbido: «Fai con calma.» Poi uscì… ma lasciò la porta completamente spalancata.
Dal divano della cucina, che si affacciava direttamente sul corridoio, poteva vedermi perfettamente, senza ostacoli.
Il mio cuore batteva così forte che lo sentivo nelle orecchie. Oddio… mi sta guardando. Sa che la porta è aperta. Sa che può vedere ogni cosa. La vergogna mi bruciava le guance e il collo, ma tra le gambe sentivo un calore liquido, diverso da quello della pipì. Il mio clitoride pulsava. Ero eccitata. Mi eccitava l’idea che quell’uomo anziano, così educato e discreto, mi stesse osservando in un momento così intimo e privato. C’era qualcosa di proibito, di potente, nel regalargli quella vista. Mi sentivo esposta, vulnerabile… e stranamente potente.
Chiusi gli occhi, respirai profondamente e mi lasciai andare. Un getto forte, caldo, rumoroso uscì dal mio sesso, schizzando con forza nel water. Aprii un po’ di più le gambe, quasi inconsapevolmente, in modo che Gino potesse vedere chiaramente il fiotto dorato che usciva dalle mie labbra intime, il modo in cui le pieghe si aprivano sotto la pressione. Sentivo il suo sguardo fisso su di me come una carezza calda e insistente. Ogni secondo durava un’eternità. La pipì continuava a uscire, calda, liberatoria, mentre il mio corpo tremava per l’imbarazzo e per un piacere sottile che mi saliva dal basso ventre.
Quando il getto finalmente si affievolì, non mi alzai subito. Invece, mi spostai sul bidet. Aprii l’acqua tiepida e mi posizionai con cura, in modo che il getto mi colpisse direttamente sul clitoride gonfio. Cominciai a lavarmi lentamente, con movimenti deliberati. Le dita scivolarono tra le grandi labbra tumide, aprendo le pieghe rosa e umide per far entrare l’acqua. Mi sfregai con più cura del necessario, passando i polpastrelli sui peli rossi bagnati, accarezzando il clitoride in piccoli cerchi, infilando appena la punta di un dito dentro di me mentre l’acqua calda mi massaggiava. Sapevo che lui mi stava guardando. Sapevo che vedeva ogni dettaglio: il modo in cui il mio seno si alzava e si abbassava con il respiro accelerato, il rossore che mi colorava il petto, le mie dita che giocavano con il mio sesso aperto.
Gino, seduto sul divano, non si muoveva. Il suo respiro era diventato più profondo, più rumoroso. Dio santo… questa donna giovane, con quel seno così pieno e quel cespuglio rosso fuoco… si sta lavando proprio davanti a me. Lo fa apposta. Guarda come apre le gambe, come si tocca con quelle dita delicate. Quelle tette enormi che si muovono ogni volta che respira… il modo in cui il getto d’acqua le colpisce il clitoride. Il suo vecchio membro, che da anni rispondeva solo debolmente, cominciò a gonfiarsi nei pantaloni di tela leggera. Sentiva un calore familiare che credeva perduto, un desiderio lento ma intenso che gli stringeva il petto. Non osava toccarsi, non voleva rovinare quel momento con gesti volgari. Voleva solo guardare, assaporare quel regalo inaspettato che una donna bella e generosa gli stava offrendo. Si sentiva grato, eccitato, quasi commosso da tanta intimità concessa.
Quando finii, mi asciugai con calma, passando l’asciugamano più volte tra le gambe, premendolo contro il clitoride ancora sensibile. Mi rialzai, mi sistemai i leggings e le mutandine, sentendo la stoffa aderire alla pelle umida. Uscii dal bagno con le guance ancora in fiamme e il respiro corto.
Gino era ancora seduto sul divano. Mi guardò con occhi lucidi, un sorriso dolce e profondo sul viso. La sua voce era bassa, rauca per l’emozione: «Grazie per il regalo che mi hai fatto oggi, Anna.»
Quelle parole mi provocarono un brivido lungo la schiena. Non era solo gratitudine. Era riconoscimento di ciò che avevo scelto di condividere.
Da quel giorno, tutto divenne un rituale segreto e dolcissimo.
Ogni mattina, al parco, allattavo mio figlio davanti alle panchine lasciando che la maglietta si aprisse un po’ di più, permettendo a Gino – e solo a lui – di intravedere il mio seno grande, pesante, con il capezzolo rosa scuro che il bambino succhiava avidamente. Sentivo i suoi occhi su di me, caldi, rispettosi, pieni di desiderio trattenuto. Mi piaceva quel potere sottile, quel gioco silenzioso.
Quando la pipì cominciava a premere, non andavo più via. Attraversavo la strada con il passeggino e bussavo alla sua porta. Lui mi apriva sempre con quel sorriso gentile e malizioso allo stesso tempo, gli occhi già brillanti di anticipazione.
Ormai non fingevo più. Entravo, andavo dritta in bagno, lasciavo la porta spalancata e mi abbassavo i pantaloni lentamente, con gesti quasi teatrali. Mi sedevo sul water con le gambe ben aperte, guardando verso il divano per assicurarmi che mi stesse osservando. Pisciavo con calma, godendo del suono del getto, del calore che mi liberava, del suo sguardo che mi accarezzava il sesso esposto. Poi passavo al bidet, aprivo l’acqua tiepida e mi lavavo con movimenti lenti, sensuali: sfregavo il clitoride gonfio, aprivo le labbra con le dita, infilavo un dito dentro di me mentre l’acqua mi massaggiava, lasciando che vedesse ogni piega, ogni goccia, ogni tremito del mio corpo.
Gino rimaneva sul divano, il respiro pesante, il membro duro nei pantaloni, gli occhi fissi su di me come se stesse assistendo a un miracolo. Nei suoi pensieri c’era solo gratitudine profonda e un desiderio quieto, intenso: È bellissima… mi regala tutto questo senza chiedere niente in cambio. Il suo corpo giovane, pieno, aperto solo per i miei occhi…
E io, ogni volta, uscivo dal bagno con le gambe molli per l’eccitazione, sapendo che quel vecchio signore educato viveva solo per quei momenti in cui gli concedevo la vista più intima e preziosa del mio corpo femminile.
scritto il
2026-04-25
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