Vita da badante capitolo 3
di
Anna_83
genere
gay
Eravamo lì da dieci giorni in quella zona naturista selvaggia vicino a Marina di Grosseto, e il camper era diventato il nostro piccolo regno di piacere. Una mattina Gino e Franco tornarono dalla spiaggia con un sorriso strano, quasi da ragazzini. Dietro di loro c’era lei: Lara, una fotografa di ventotto anni, capelli neri corti e spettinati, corpo snello e abbronzato, tette piccole e sode con piercing ai capezzoli, e un tatuaggio di rose che le scendeva lungo la pancia fino al pube completamente rasato. L’avevano conosciuta il giorno prima mentre scattava foto al tramonto. Aveva visto me nuda che servivo il caffè ai tre vecchi e le era brillato qualcosa negli occhi.
«Anna, tesoro» disse Franco con la voce rauca, «Lara è un’artista. Pratica l’antica arte della legatura giapponese, lo shibari. Vuole legarti. E noi vogliamo guardarti mentre lo fa».
Il cuore mi schizzò in gola. Ero già bagnata solo a sentirlo. Mi fecero entrare nel camper. Il caldo del pomeriggio filtrava dalle finestrelle aperte, l’aria sapeva di mare e di crema solare. Mi spogliarono completamente – anche se ero già nuda – e mi fecero sdraiare sul letto matrimoniale. Lara tirò fuori dalla sua borsa una corda di juta morbida, color rosso scuro, spessa un dito, profumata di legno e di qualcosa di antico.
«Voglio sospenderla» disse lei piano, la voce bassa e sicura. «Voglio che sia completamente esposta, indifesa, bellissima».
Gino e Franco annuirono, eccitati. Mi fecero alzare in piedi al centro del camper, proprio sotto la barra di metallo del tetto che usavano per appendere gli asciugamani. Lara iniziò a legarmi con una calma che mi faceva tremare.
Prima le braccia: mi portò i polsi dietro la schiena, li incrociò e iniziò a avvolgere la corda in spire strette ma non dolorose. Ogni giro era preciso, la juta che scivolava sulla mia pelle calda, lasciando una traccia leggera di rossore. La corda saliva lungo gli avambracci, stringeva i gomiti che si toccavano, e poi saliva ancora, formando un harness intorno al petto. Mi legò i seni con due anelli perfetti: la corda passava sotto le mie tette grosse e pesanti, le stringeva alla base, le spingeva in alto e in fuori finché non diventarono due globi tesi, gonfi, la pelle tirata e lucida, i capezzoli rosa scuro durissimi e puntati verso l’alto. Sentivo il sangue pulsare dentro di loro, un calore pesante, quasi doloroso ma così eccitante.
Poi le gambe. Mi fece aprire le cosce e legò ogni caviglia a una coscia, piegandomi le ginocchia in modo che restassi con le gambe spalancate, la figa completamente esposta, le grandi labbra già gonfie e lucide di umori che colavano lungo l’interno delle cosce. La corda passava tra le mie pieghe, sfiorandomi il clitoride a ogni nodo, facendomi sussultare. Un’ultima corda dal petto saliva fino alla barra del tetto: Lara la fissò e tirò.
E io mi sollevai.
I piedi si staccarono dal pavimento di pochi centimetri. Ero sospesa, il peso del mio corpo distribuito perfettamente tra la corda che mi stringeva il torace e le braccia dietro la schiena. Le tette enormi, legate e gonfie, tremavano a ogni respiro. La figa era aperta, esposta, il buchetto del culo in vista, tutto il mio corpo in mostra come un’opera d’arte vivente. La corda mi mordeva la pelle in modo delizioso: non troppo stretta da far male, ma abbastanza da ricordarmi a ogni secondo che ero prigioniera, indifesa, offerta.
Lara fece un passo indietro, gli occhi che brillavano.
«Perfetta» sussurrò. Prese la macchina fotografica e iniziò a scattare.
Click. Click. Click.
Il rumore dell’otturatore mi faceva bagnare ancora di più. Mi guardava attraverso l’obiettivo, girandomi intorno, abbassandosi per inquadrare la mia figa aperta, alzandosi per catturare le mie tette legate che sporgevano oscene. Io ero in un altro mondo: la mente fluttuava. Mi sentivo bellissima, vulnerabile, potente. Ogni corda era una carezza rude e dolce insieme. Il sangue pulsava nelle tette legate, il clitoride pulsava senza essere toccato, la figa colava un filo continuo di bagnato che gocciolava sul pavimento del camper. Ero completamente sua, dei tre vecchi che guardavano seduti sul divanetto, e di me stessa. Non c’era più vergogna, solo un calore profondo, una resa totale che mi faceva sentire viva come mai.
Dopo una ventina di minuti Lara posò la macchina.
«Ora… ora uso il tuo corpo» disse semplicemente.
Si avvicinò nuda, il suo corpo snello contro il mio sospeso. Mi baciò prima sulla bocca, piano, poi più forte, la lingua che invadeva la mia mentre le sue mani stringevano le mie tette legate. Le strizzò forte, facendomi gemere dentro la sua bocca. I capezzoli erano così sensibili che ogni pizzicotto mi mandava scariche elettriche fino alla figa.
Si abbassò e mi prese un capezzolo in bocca, succhiando forte, mordicchiando, mentre con una mano mi apriva le grandi labbra lisce. Due dita entrarono dentro di me senza preavviso, profonde, curve a cercare quel punto che mi fa impazzire. Io ero legata, non potevo muovermi, potevo solo gemere e tremare. La sospensione mi faceva dondolare leggermente, le corde che sfregavano sulla pelle a ogni movimento.
Lara si mise in ginocchio tra le mie gambe aperte e mi leccò. La sua lingua era calda, insistente, girava intorno al clitoride gonfio, lo succhiava, lo picchiettava mentre due dita mi scopavano piano ma deciso. Venni la prima volta così, forte, con un grido rauco, le tette che tremavano, la figa che si contraeva intorno alle sue dita, bagnandole fino al polso. Ma lei non si fermò.
Si alzò, mi baciò di nuovo, facendomi assaggiare il mio stesso sapore, poi si mise a cavalcioni su una mia coscia legata. Iniziò a strofinarsi contro di me: la sua figa bagnatissima e rasata contro la mia pelle, il suo clitoride che sfregava sul mio mentre mi guardava negli occhi. Le sue mani mi stringevano il culo, tirandomi verso di lei. Io ero sospesa, dondolavo, completamente alla sua mercé. Venimmo insieme, lei che gemeva piano contro la mia bocca, io che singhiozzavo di piacere, le corde che mi tenevano aperta e offerta.
Ma non finì lì. Lara prese un piccolo vibratore dalla borsa, lo accese e me lo premette sul clitoride mentre si inginocchiava di nuovo e mi leccava il buchetto del culo. Mi penetrò con la lingua lì dietro, mentre il vibratore mi faceva impazzire. Venni una terza volta, più forte delle altre, il corpo che si tendeva contro le corde, le tette che sembravano sul punto di scoppiare, la mente completamente vuota, solo piacere liquido che mi inondava.
Quando finalmente mi sciolse – ore dopo – ero un ammasso di gelatina tremante, segni rossi della corda su tutto il corpo, figa gonfia e lucida, tette segnate dai nodi. Lara mi baciò dolcemente sulle labbra e sussurrò:
«Sei la modella più bella che abbia mai legato».
Gino e Franco applaudirono, i cazzi già duri nei pantaloncini. Carlo sorrideva soddisfatto.
Io, ancora con il respiro corto, sorrisi tra me.
Ero la loro badante, la loro puttana di vacanza… e ora anche la loro opera d’arte vivente.
«Anna, tesoro» disse Franco con la voce rauca, «Lara è un’artista. Pratica l’antica arte della legatura giapponese, lo shibari. Vuole legarti. E noi vogliamo guardarti mentre lo fa».
Il cuore mi schizzò in gola. Ero già bagnata solo a sentirlo. Mi fecero entrare nel camper. Il caldo del pomeriggio filtrava dalle finestrelle aperte, l’aria sapeva di mare e di crema solare. Mi spogliarono completamente – anche se ero già nuda – e mi fecero sdraiare sul letto matrimoniale. Lara tirò fuori dalla sua borsa una corda di juta morbida, color rosso scuro, spessa un dito, profumata di legno e di qualcosa di antico.
«Voglio sospenderla» disse lei piano, la voce bassa e sicura. «Voglio che sia completamente esposta, indifesa, bellissima».
Gino e Franco annuirono, eccitati. Mi fecero alzare in piedi al centro del camper, proprio sotto la barra di metallo del tetto che usavano per appendere gli asciugamani. Lara iniziò a legarmi con una calma che mi faceva tremare.
Prima le braccia: mi portò i polsi dietro la schiena, li incrociò e iniziò a avvolgere la corda in spire strette ma non dolorose. Ogni giro era preciso, la juta che scivolava sulla mia pelle calda, lasciando una traccia leggera di rossore. La corda saliva lungo gli avambracci, stringeva i gomiti che si toccavano, e poi saliva ancora, formando un harness intorno al petto. Mi legò i seni con due anelli perfetti: la corda passava sotto le mie tette grosse e pesanti, le stringeva alla base, le spingeva in alto e in fuori finché non diventarono due globi tesi, gonfi, la pelle tirata e lucida, i capezzoli rosa scuro durissimi e puntati verso l’alto. Sentivo il sangue pulsare dentro di loro, un calore pesante, quasi doloroso ma così eccitante.
Poi le gambe. Mi fece aprire le cosce e legò ogni caviglia a una coscia, piegandomi le ginocchia in modo che restassi con le gambe spalancate, la figa completamente esposta, le grandi labbra già gonfie e lucide di umori che colavano lungo l’interno delle cosce. La corda passava tra le mie pieghe, sfiorandomi il clitoride a ogni nodo, facendomi sussultare. Un’ultima corda dal petto saliva fino alla barra del tetto: Lara la fissò e tirò.
E io mi sollevai.
I piedi si staccarono dal pavimento di pochi centimetri. Ero sospesa, il peso del mio corpo distribuito perfettamente tra la corda che mi stringeva il torace e le braccia dietro la schiena. Le tette enormi, legate e gonfie, tremavano a ogni respiro. La figa era aperta, esposta, il buchetto del culo in vista, tutto il mio corpo in mostra come un’opera d’arte vivente. La corda mi mordeva la pelle in modo delizioso: non troppo stretta da far male, ma abbastanza da ricordarmi a ogni secondo che ero prigioniera, indifesa, offerta.
Lara fece un passo indietro, gli occhi che brillavano.
«Perfetta» sussurrò. Prese la macchina fotografica e iniziò a scattare.
Click. Click. Click.
Il rumore dell’otturatore mi faceva bagnare ancora di più. Mi guardava attraverso l’obiettivo, girandomi intorno, abbassandosi per inquadrare la mia figa aperta, alzandosi per catturare le mie tette legate che sporgevano oscene. Io ero in un altro mondo: la mente fluttuava. Mi sentivo bellissima, vulnerabile, potente. Ogni corda era una carezza rude e dolce insieme. Il sangue pulsava nelle tette legate, il clitoride pulsava senza essere toccato, la figa colava un filo continuo di bagnato che gocciolava sul pavimento del camper. Ero completamente sua, dei tre vecchi che guardavano seduti sul divanetto, e di me stessa. Non c’era più vergogna, solo un calore profondo, una resa totale che mi faceva sentire viva come mai.
Dopo una ventina di minuti Lara posò la macchina.
«Ora… ora uso il tuo corpo» disse semplicemente.
Si avvicinò nuda, il suo corpo snello contro il mio sospeso. Mi baciò prima sulla bocca, piano, poi più forte, la lingua che invadeva la mia mentre le sue mani stringevano le mie tette legate. Le strizzò forte, facendomi gemere dentro la sua bocca. I capezzoli erano così sensibili che ogni pizzicotto mi mandava scariche elettriche fino alla figa.
Si abbassò e mi prese un capezzolo in bocca, succhiando forte, mordicchiando, mentre con una mano mi apriva le grandi labbra lisce. Due dita entrarono dentro di me senza preavviso, profonde, curve a cercare quel punto che mi fa impazzire. Io ero legata, non potevo muovermi, potevo solo gemere e tremare. La sospensione mi faceva dondolare leggermente, le corde che sfregavano sulla pelle a ogni movimento.
Lara si mise in ginocchio tra le mie gambe aperte e mi leccò. La sua lingua era calda, insistente, girava intorno al clitoride gonfio, lo succhiava, lo picchiettava mentre due dita mi scopavano piano ma deciso. Venni la prima volta così, forte, con un grido rauco, le tette che tremavano, la figa che si contraeva intorno alle sue dita, bagnandole fino al polso. Ma lei non si fermò.
Si alzò, mi baciò di nuovo, facendomi assaggiare il mio stesso sapore, poi si mise a cavalcioni su una mia coscia legata. Iniziò a strofinarsi contro di me: la sua figa bagnatissima e rasata contro la mia pelle, il suo clitoride che sfregava sul mio mentre mi guardava negli occhi. Le sue mani mi stringevano il culo, tirandomi verso di lei. Io ero sospesa, dondolavo, completamente alla sua mercé. Venimmo insieme, lei che gemeva piano contro la mia bocca, io che singhiozzavo di piacere, le corde che mi tenevano aperta e offerta.
Ma non finì lì. Lara prese un piccolo vibratore dalla borsa, lo accese e me lo premette sul clitoride mentre si inginocchiava di nuovo e mi leccava il buchetto del culo. Mi penetrò con la lingua lì dietro, mentre il vibratore mi faceva impazzire. Venni una terza volta, più forte delle altre, il corpo che si tendeva contro le corde, le tette che sembravano sul punto di scoppiare, la mente completamente vuota, solo piacere liquido che mi inondava.
Quando finalmente mi sciolse – ore dopo – ero un ammasso di gelatina tremante, segni rossi della corda su tutto il corpo, figa gonfia e lucida, tette segnate dai nodi. Lara mi baciò dolcemente sulle labbra e sussurrò:
«Sei la modella più bella che abbia mai legato».
Gino e Franco applaudirono, i cazzi già duri nei pantaloncini. Carlo sorrideva soddisfatto.
Io, ancora con il respiro corto, sorrisi tra me.
Ero la loro badante, la loro puttana di vacanza… e ora anche la loro opera d’arte vivente.
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