Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 2
di
Michael035
genere
fantascienza
Il gelo dell'alba ti entra nei polmoni prima ancora che tu apra gli occhi.
Mi sveglio con i muscoli della schiena contratti, rigidi come corde di violino tirate oltre il limite, steso sotto un ammasso di rami secchi e teloni di plastica scura che ho usato per schermare la mia presenza in una baracca dirottata vicino ad un fossato a lato dei binari. L'aria ha quel sapore tagliente di pioggia imminente e terra morta. Sputo un grumo di saliva densa, mi passo una mano guantata sulla faccia per scacciare il torpore e mi rimetto in piedi.
Asheville è ancora lontana. Trentotto fottute miglia, secondo i miei calcoli. Un'infinità, se devi farle camminando su binari esposti, con l'inverno che ti soffia sul collo come un creditore stanco di aspettare.
Riprendo la marcia quando il sole pallido di novembre non è ancora riuscito a farsi largo attraverso la lastra di piombo del cielo. Dopo un paio d'ore, i binari cominciano a sdoppiarsi, poi a triplicarsi, intrecciandosi come vene nere su un letto di pietrisco macchiato d'olio e ruggine. In lontananza, inghiottito dalla nebbia bassa, si staglia il profilo spigoloso di uno scalo merci.
È un gigantesco cimitero di acciaio. Vagoni cisterna deragliati, container sventrati e piloni di cemento armato ricoperti di edera nera. La natura sta divorando tutto con una pazienza che gli esseri umani non hanno mai avuto. Le tracce del panico di otto anni fa sono ancora incise ovunque, nelle carrozzerie squarciate, nelle recinzioni abbattute, nelle sagome scure di chi non è mai riuscito ad allontanarsi abbastanza in fretta.
Mi muovo con la lentezza fluida che mi ha tenuto vivo finora. Il fucile d'assalto è stretto contro il petto, il dito indice allungato sopra il ponticello. Supero un convoglio merci le cui porte scorrevoli sono state rovinate dagli anni. All'interno c'è solo oscurità e il fetore di carne guasta. Sento il raschiare inconfondibile di unghie contro la lamiera: un paio di erranti rimasti intrappolati in un container chiuso dall'esterno, condannati a grattare l'acciaio per il resto dell'eternità. Me ne fotto e vado avanti.
Al centro dello scalo si erge un magazzino di stoccaggio su due livelli. I portelloni principali sono sbarrati con una catena arrugginita. C'è una porta di servizio laterale socchiusa, i cardini piegati verso l'esterno come se qualcuno li avesse forzati con uno strumento pesante, non con la forza di un corpo morto. Faccio un rapido calcolo visivo: all'esterno quattro erranti, forse cinque, aggirati intorno ai resti di un furgone ribaltato. Sono lenti, quasi congelati dal gelo notturno, i movimenti meccanici e scoordinati. Il vento soffia nella mia direzione, portando via il mio odore. Non vale la pena.
Mi infilo nella porta di servizio scivolando nell'ombra.
L'interno è cavernoso, illuminato solo dai fasci di luce grigia che penetrano dai lucernari incrostati sul tetto alto. Odore di cartone umido, polvere chimica, olio esausto. E qualcos'altro. Qualcosa che non appartiene a un posto abbandonato, qualcosa di organico e recente che si mescola al fetore generale come una nota stonata in una sinfonia di decomposizione.
Fuoco spento. Sudore. Cibo riscaldato.
Avanzo senza fare il minimo rumore, i miei stivali scivolano sul cemento liscio aggirando bancali di legno marcio. Individuo una scala di ferro che porta a un ballatoio superiore. L'istinto mi dice di controllare, e l'istinto è l'unica cosa che non mi ha ancora tradito.
Salgo i gradini tenendomi rasente al muro, evitando di caricare il peso al centro per non farli cigolare. Arrivato in cima, la porta a vetri dell'ufficio è mezza sfasciata, il vetro frantumato ricomposto sul pavimento come un puzzle impossibile. La spingo con la spalla ed entro.
La stanza è un caos di vecchi archivi ribaltati, schedari vuoti, carta ingiallita che ricopre il pavimento come uno strato di foglie morte. Ma in un angolo c'è qualcosa che fa fermare di colpo i miei pensieri.
Dei cartoni aperti e appiattiti sul pavimento, disposti con una certa cura, non gettati lì a caso. Una coperta di pile grigio, logora ma piegata con una precisione quasi ossessiva. Un barattolo di fagioli vuoto, meticolosamente raschiato fino all'ultima traccia, e una bottiglia di plastica con tre dita d'acqua dentro. Nell'angolo opposto, una piccola catasta di legno raccolta, e i resti di un fuoco spento da poche ore, dentro un barile, ancora tiepido se avvicini la mano. Qualcuno ha vissuto qui abbastanza a lungo da organizzarsi, ma non abbastanza da sentirsi al sicuro. Non c'è traccia di polvere sui cartoni. Sono stati spostati stanotte.
Capisco all'istante di aver fatto un cazzo di errore. E in questo mondo, gli errori li paghi subito.
Il rumore di una pistola che viene armata scatta a pochi centimetri dalla base del mio cranio. Preciso, deliberato. Non è il gesto frenetico di chi ha paura. È il gesto di chi lo ha già fatto.
«Fai un solo movimento sbagliato,» sibila una voce alle mie spalle, «e ti lascio ammazzo su questo pavimento.»
È una voce di donna. Rauca, bassa, consumata da notti troppo lunghe e silenzi troppo pesanti. Il metallo gelido della canna si preme esattamente contro l'ultima vertebra cervicale. Non alla nuca generica, non alla schiena. Al tronco encefalico. Sa esattamente come si uccide in questo fottuto mondo, e questo mi dice più di qualsiasi parola.
Non mi irrigidisco. Non sussulto. L'adrenalina mi inonda il sangue, ma il cervello rimane freddo, completamente calmo. Ho visto morire la donna che amavo, ho scavato la sua tomba con le mie mani. Una pistola puntata alla schiena è quasi una carezza in confronto.
Forse, sotto sotto, una parte spezzata di me spera ancora che qualcuno tiri quel grilletto.
«Butta il fucile,» ordina. «Piano.»
«Fammi capire una cosa prima,» rispondo. La mia voce esce piatta, quasi annoiata, un ronzio profondo che stride completamente con la canna di metallo alla base del cranio.
«Hai dormito qui. Il fuoco è spento da almeno tre ore. Hai sentito i miei passi sulla scala e hai aspettato che entrassi invece di scappare dalla finestra sul retro.» Una pausa.
«Quindi o sei troppo a corto di energie per correre, o hai deciso che questo posto vale la pena difenderlo. In entrambi i casi, non stai sparando. Dico bene?»
Un silenzio teso. La canna preme più forte.
«Ho detto di buttare l'arma, sciacallo,» ringhia, la voce un'ottava più alta, con una crepa sottile che nessuna durezza riesce a coprire del tutto.
«Il fucile a terra. Adesso. O ti spalmo il cervello su quel muro.»
Accenno un piccolo cenno con la testa.
«Ook... Casa tua, regole tue.»
Lentamente, sfilo la cinghia del fucile dalla spalla destra e lo lascio cadere. L'arma sbatte sul cemento con un tonfo sordo. Poi, con movimenti misurati, sbottono la fondina sulla coscia e lascio andare anche il coltello da caccia. Non le dico del coltellino tattico nello stivale sinistro. Quello resta lì.
«Calcia via quella roba. E girati. Mani dove posso vederle.»
Spingo le armi lontano con il tacco e mi volto con calma millimetrica, le mani sollevate all'altezza del petto. La guardo.
È un animale selvatico messo all'angolo, e si vede da ogni centimetro del suo corpo. I capelli sono scuri, mossi e sporchi, legati con un laccio consumato che le lascia cadere alcune ciocche davanti al viso. Ha la pelle chiara, macchiata di fuliggine e segnata da piccoli graffi sottili che non si è curata di disinfettare. Tiene la Beretta 92FS a due mani, puntata al centro del mio petto, e ha le nocche bianche per la tensione. Le spalle sono rigide, i pollici serrati in modo sbagliato sull'arma. Ha imparato a usare quella pistola da sola. Nessuno gliel'ha mai insegnato davvero.
La osservo senza fretta, ignorando la canna che mi fissa. Non cerco le vie di fuga, non valuto le distanze. La studio, e lei se ne accorge. Le pupille si dilatano impercettibilmente, tradendo il disagio di essere letta da qualcuno che non ha l'aria di avere paura.
«Nocche spaccate,» dico a bassa voce, quasi tra me e me.
«Vecchie, almeno tre settimane. Guance scavate, ma le occhiaie le hai fresche di stanotte, non di mesi. Questo vuol dire che dormivi con qualcuno finora, e che qualcuno non c'è più da poco.» Sposto gli occhi dalla sua mano alla sua faccia.
«Il barattolo raschiato fino all'osso. Sei qui da dieci giorni, forse dodici. Sei rimasta anche quando avresti potuto andartene, quindi aspettavi qualcosa. O qualcuno.» Un'altra pausa, più pesante. «Che non è arrivato.»
Il respiro di della donna cambia. Si inceppa per una frazione di secondo, un micro-cedimento che scompare subito dietro una maschera di rabbia. La canna della pistola trema di un millimetro.
«Chiudi quella bocca,» sibila.
«Non mi sembra una risposta.»
«Ti sembra che mi freghi darti una risposta?»
Mi stringo nelle spalle.
«No. Ma ti frega abbastanza da non sparare.» La fisso negli occhi.
«Posizione di sparo completamente sbagliata. Pollici sovrapposti, spalle troppo alte. Se premi quel grilletto adesso, il rinculo ti spezza il pollice destro e il proiettile finisce tre centimetri sopra la mia spalla sinistra. Ho tempi di reazione abbastanza buoni da ringraziarti.»
Silenzio.
Il nervosismo le fa fare un respiro troppo profondo, le spalle si alzano per una frazione di secondo, e la canna della pistola devia di un maledetto centimetro.
Non mi serve altro.
Scatto in avanti come una molla d'acciaio. Con l'avambraccio sinistro devio la Beretta verso l'alto; il colpo parte con un boato assordante che disintegra un pezzo di soffitto, facendo piovere calcinacci. Lascio cadere il baricentro, la mia mano destra sfila il coltellino dallo stivale, e le spazzo via la gamba di appoggio con un calcio netto.
Lei perde l'equilibrio con un gemito di sorpresa. La afferro per il bavero prima che tocchi terra e la sbatto contro la parete di mattoni. Il tonfo le mozza il fiato. Con l'avambraccio sinistro le premo il petto contro il muro, quanto basta per neutralizzarla, mentre con la mano destra le pianto la lama del coltellino esattamente sotto la curva della gola. La punta spinge contro la pelle sottile, dove la carotide pulsa frenetica contro l'acciaio.
Si dimena, cerca di artigliarmi le braccia con le unghie, ma sono troppo grande e troppo pesante. La mia pressione è assoluta. La sua pistola cade sul pavimento.
Azzero la distanza tra noi. Il mio viso è a un palmo dal suo. Sento il calore del suo corpo agitarsi contro il mio, il suo fiato spezzato che mi colpisce la guancia. È un fiato vivo. Caldo.
«Ora dovresti cominciare ad avere un po' di paura, ma tranquilla, è normale,» le dico sottovoce, il tono di chi sta commentando il tempo che farà domani.
Alzo gli occhi dalla sua gola al suo viso, preparandomi a fare quello che va fatto.
E mi fermo.
Il tempo si dilata fino a spezzarsi.
Quegli occhi.
Sono verdi. Non un verde qualsiasi, non il verde piatto e spento che vedi su certe persone. È un verde vivo, profondo, screziato di sfumature più scure vicino alla pupilla, con piccole venature dorate che emergono solo quando la luce grigia del lucernario li colpisce ad angolo. Simili. Maledettamente simili. Ma non sono i suoi. Non sono quelli di Tessa.
È come svegliarsi da un sogno bellissimo e capirlo un secondo prima di aprire gli occhi, quando è ancora possibile trattenerti dentro per un istante. Il magazzino scompare. Il coltello scompare. Per un secondo folle e disperato non sto guardando una sconosciuta che ha cercato di uccidermi. Sto rivedendo Tessa in quel capanno a gennaio, con la febbre che le anneriva i vasi sul collo e quella luce che si spegneva nel profondo delle iridi.
Il ronzio nelle orecchie diventa assordante. Il coltello mi pesa tra le dita come se fosse fatto di piombo.
La ragazza se ne accorge. Vede qualcosa cambiare nel mio sguardo, vede la maschera di ferro incrinarsi per quella frazione di secondo, e non capisce. Non può capire. Vede solo un uomo con un coltello alla sua gola che improvvisamente smette di essere pericoloso e diventa qualcosa di molto più difficile da leggere. Le sue labbra si dischiudono per cercare aria, ma rimane immobile, istintivamente consapevole che qualsiasi movimento adesso potrebbe riportarmi indietro nel posto da cui mi sono appena allontanato.
Non posso farlo. Non posso spegnere quegli occhi. Non un'altra volta.
Allento la presa lentamente. La lama si stacca dalla sua gola lasciando solo un segno arrossato sulla pelle, una riga sottile che scompare quasi subito. Faccio un passo indietro. Lei rimane incollata alla parete per un secondo, i polmoni che si riempiono in modo convulso, poi scivola di lato raggiungendo la pistola caduta a terra.
Non glielo impedisco.
«Non mi hai sparato e io non ti ho uccisa. Siamo pari, ok?» mi giustifico, ma non era quello il motivo.
L'eco del colpo sta ancora rimbalzando tra le travi d'acciaio del tetto quando la realtà ci presenta il conto.
Un tonfo sordo, pesante, fa tremare il pavimento. Poi un altro. E un altro ancora. Seguiti da quel raschiare di gole morte e affamate che sale dal piano di sotto. Il colpo ha svegliato tutto ciò che c'era nel raggio di mezzo miglio, e ora si stanno ammassando contro la porta di servizio da cui sono entrato.
Lei si irrigidisce. Il panico le dilata le pupille, che da verdi diventano pozzi neri. Punta la pistola verso la porta.
«Ascoltami,» le dico, il tono basso e secco. «Se spari di nuovo, siamo entrambi morti. Attirerai qui dentro ogni singolo cadavere di questo scalo.»
Lei si blocca. Il cardine della porta al piano di sotto cede con uno stridio metallico.
«Resta qui.»
Recupero il coltello da caccia da terra e mi butto giù per i gradini saltando gli ultimi tre. Arrivo al piano terra esattamente nel momento in cui la porta cede sotto il peso di cinque corpi ammassati. Piombano all'interno inciampando l'uno sull'altro, un groviglio di carne marcia e fauci scattanti.
Il primo mi è addosso prima ancora che si rimetta in piedi. Gli pianto lo stivale nello sterno, bloccandolo, e affondo otto pollici di acciaio nella sua testa. Lo spingo via come uno straccio vecchio. Il secondo arriva da sinistra: schivo la presa delle sue mani scheletriche, gli afferro i pochi capelli rimasti sulla nuca e gli pianto la lama nella tempia. Il terzo e il quarto mi spingono contro una colonna di cemento. Sento le unghie che raschiano contro il tessuto spesso del giubbotto tattico. Il mio braccio destro viene bloccato contro il muro. Il viso putrefatto di una donna mi scatta a due centimetri dal naso, i denti ingialliti che cercano la mia giugulare.
Poi la sua testa esplode in un geyser di sangue scuro e ossa.
È lei. Ha afferrato una spranga di ferro arrugginita, chissà dove staccata, e gliel'ha piantata nel cranio con una ferocia totale, senza esitazione. Non si ferma. Usa la spranga come una leva, sradica l'errante da me e con un calcio preciso spezza il ginocchio dell'ultimo rimasto, facendolo crollare. Non le lascio il tempo di finirlo: mi libero, faccio un passo avanti e schiaccio il cranio del bastardo con il tacco dello stivale. Un crack umido. Poi torna il silenzio.
Rimaniamo immobili per tre secondi. I nostri petti si alzano e si abbassano a un ritmo frenetico. L'adrenalina mi fischia nelle orecchie. La guardo di sottecchi.
Ha le mani sporche di sangue scuro fino ai polsi, ma la presa sull'arma improvvisata è solida come la roccia. Non trema. O almeno, non ancora.
«Dobbiamo bloccare quell'entrata,» dico.
Nessuna risposta. Afferra la spranga e mi segue.
Afferriamo un massiccio armadio metallico rovesciato a pochi metri di distanza. Il metallo stride sul cemento in un rumore atroce, ma spingiamo con tutto il fiato che ci resta nei polmoni finché non lo incastriamo contro il telaio sventrato della porta. Solido. Chiunque voglia entrare ora dovrà fare un baccano che si sentirà fino ad Asheville.
Torniamo al piano superiore. L'ufficio è immerso nella penombra grigia del mattino. Ci sediamo sul pavimento, tenendo la distanza. Io contro la parete di sinistra, vicino alla porta; lei contro quella di destra, vicino ai suoi cartoni. La pistola è di nuovo nella sua mano. Il mio fucile è appoggiato alla mia gamba. Nessuno dei due abbassa la guardia, ma entrambi sappiamo che ammazzarci adesso sarebbe un suicidio inutile.
Il silenzio tra noi è una terza presenza nella stanza.
Infilo due dita nel taschino del gilet e tiro fuori un pacchetto di sigarette accartocciato. Ne accendo una, aspiro a pieni polmoni, lascio uscire il fumo lentamente verso il soffitto. La guardo attraverso quella nuvola sottile.
«Come ti chiami,» dico. Non è una domanda, è la constatazione che quella cosa va sbrigata prima di qualsiasi altra.
Lei esita. Quasi impercettibilmente, ma lo vedo.
«Meave.»
«Trevis.»
Niente strette di mano. Nient'ltro. Le parole atterrano sul cemento e ci rimangono, inutilmente cerimoniali in mezzo alla carne morta che ha appena smesso di puzzare al piano di sotto.
Fuori, il cielo ha smesso di minacciare e ha cominciato a mantenere la promessa.
La pioggia inizia piano, quasi con discrezione, un picchiettio sottile sui lucernari che potrebbe quasi sembrare innocuo. Poi raddoppia. Poi triplica. Nel giro di venti minuti diventa un muro d'acqua che si abbatte sulla lamiera del tetto con una violenza tale da trasformare ogni altro suono in rumore bianco. Il vento si incunea tra le giunture arrugginite della struttura, fa gemere le travi d'acciaio in alto come alberi di una nave in tempesta, e spinge l'umidità dentro attraverso ogni crepa, ogni fessura, ogni centimetro di cemento poroso che anni di abbandono hanno reso permeabile come una spugna.
In pochi minuti la temperatura nella stanza scende di tre o quattro gradi. Lo sento nelle articolazioni delle dita, nel modo in cui il respiro inizia a condensarsi nell'aria davanti alla mia bocca.
«Merda, cosi bagnerà tutto e questa notte farà un cazzo di freddo insopportabile.» dice. Io non parlo.
Meave non si muove dal suo angolo. Tiene le ginocchia strette al petto, la pistola ancora in grembo, e fissa un punto vago sul pavimento davanti a sé con l'espressione chiusa di chi ha imparato a non lasciar trasparire nulla. Ma ogni tanto le dita stringono e allentano l'impugnatura della Beretta in un ritmo involontario, tradendo quello che la faccia non concede.
Tiro fuori dallo zaino la mia vecchia mappa plastificata e faccio finta di studiarla, mentre con la coda dell'occhio la osservo con attenzione. Lo faccio da abbastanza tempo da sapere come si presenta la fame cronica su un corpo umano. Non è solo la magrezza delle guance o il modo in cui i vestiti le pendono addosso due taglie troppo larghi. È qualcosa di più sottile. È nella qualità del silenzio che fa. Chi ha davvero fame non spreca energia in movimenti inutili. Resta fermo, conserva il calore, raziona ogni singolo atto muscolare come se fosse un conto corrente a corto di fondi. Meave lo fa in modo così automatico che probabilmente non se ne accorge nemmeno più.
Senza fretta, richiudo la mappa e allungo la mano verso lo zaino. Conosco esattamente il peso di ogni cosa al suo interno. Tre scatole di carne pressata, due di spezzatino, tre mele un po' ammaccate ma ancora sode, una barrette proteica. Abbastanza per qualche giorno in solitudine. Dividerla con qualcuno significa ridurre il margine di sicurezza a meno della metà. Significa fare un favore che in questo mondo non ti restituisce mai nessuno, a qualcuno che quaranta minuti fa aveva una pistola puntata al mio cranio.
Tiro fuori una scatoletta di spezzatino e una delle mele.
Le faccio scivolare sul pavimento. Si fermano a metà strada tra noi, sul cemento sporco di calcinacci e sangue secco. La resto a guardare per un secondo, poi tiro l'ultima boccata dalla sigaretta e schiaccio il mozzicone sul pavimento gettandolo dentro il bidone.
Meave abbassa gli occhi sul cibo. Non si muove.
Il silenzio si allunga tra noi come un filo teso, e io lo lascio allungare. Non aggiungo nulla, non sorrido, non spiego il gesto. Chi spiega i propri gesti sta chiedendo qualcosa in cambio. Io non le sto chiedendo niente, e voglio che lo capisca da sola.
Lei alza lo sguardo. Cerca la fregatura con quella precisione affilata di chi è già stato bruciato abbastanza volte da non fidarsi di nulla che sembri gratuito.
«Perché,» dice. Una sola parola, secca come uno sparo.
«Perché hai lo stomaco vuoto da giorni e sei più utile in piedi che sul pavimento,» rispondo.
«Ragioni puramente pratiche. Non ti sto chiedendo niente.»
«Tutti chiedono qualcosa, sempre.»
«Già.» Accenno un mezzo sorriso amaro, di quelli che non arrivano agli occhi.
«Ma di solito quelli che vogliono qualcuno da fottere non cominciano offrendo lo spezzatino. Troppo poco romantico.»
Meave non ride. Non si aspettava una battuta, e il fatto che non sappia come classificarla la irrita più di qualsiasi minaccia diretta. La mascella le si contrae di un millimetro. Abbassa di nuovo gli occhi sulle due cose sul pavimento, poi si allunga in avanti lentamente, con la cautela di un animale che si avvicina a qualcosa che potrebbe ancora scattare.
Prende la scatoletta. La mela la lascia lì.
La osservo aprirla con il coltello, lavorando con movimenti precisi e senza sprechi. Non è la gestualità di chi ha imparato a sopravvivere di recente. È automatica, incorporata nel muscolo. Ha vissuto così da abbastanza tempo da non ricordare come si mangia diversamente.
Mangia in silenzio, la testa leggermente abbassata. Non è un gesto di resa, è la postura di chi è abituato a consumare i pasti di nascosto, veloce, prima che qualcuno arrivi a toglierti quello che hai in mano.
Aspetto che abbia finito metà scatoletta prima di parlare.
«Da quanto sei da sola»
Non è una domanda nemmeno questa. È una deduzione che le sto comunicando, non una cosa che le sto chiedendo di confermare.
«Non sono affari tuoi.»
«No,» concordo. «Non lo sono.»
Il vento picchia una raffica laterale contro la parete nord del magazzino, e per un secondo la struttura intera vibra come una campana. Qualcosa si stacca dal tetto, un pezzo di lamiera che cade nel buio fuori con un fragore metallico. Meave si irrigidisce, la mano destra scatta istintivamente verso la Beretta prima ancora che il suono si sia spento.
La guardo reagire. La guardo accorgersi di aver reagito. E la guardo odiare il fatto che io l'abbia vista farlo.
«Erano in tre,» dico, tenendo la voce bassa e piatta. «O quattro.»
Meave smette di mangiare.
Il silenzio tra noi cambia consistenza, come quando l'aria prima di un temporale diventa troppo densa per respirarci dentro normalmente.
«Quello che stai facendo adesso,» continuo, senza alzare la voce, senza inflessione, come se stessi leggendo un rapporto tecnico,
«con la mano sull'arma ogni volta che senti un rumore. Non è il riflesso di chi ha sempre vissuto da sola. Chi vive da solo impara a calibrare le reazioni, a distinguere i pericoli reali dai rumori ambientali. Tu stai ancora aspettando che qualcuno urli il tuo nome da un'altra stanza.»
Meave posa la scatoletta sul pavimento. Lentamente. Con troppa calma.
«Oppure,» aggiunge la mia voce nel silenzio,
«stai aspettando di sentire una voce che sai già che non sentirai più.»
«Smettila.» Le sue due parole tagliano l'aria come una lama, ma sotto il bordo affilato c'è qualcosa di cavo. Qualcosa che risuona come fa il legno marcio quando ci batti sopra.
Non smetto.
«Non ti sto giudicando,» dico. «In questo mondo, sopravvivere significa fare scelte che non vorresti fare. L'ho capito anch'io. L'ho capito tardi e mi è costato caro.» Mi fermo un secondo. «Ma tu lo sai già. Lo sai da prima che arrivassi io.»
Meave alza la testa di scatto. Gli occhi verdi mi fissano con una durezza che è quasi fisica, quasi tangibile, ma dietro quella durezza c'è qualcosa che si agita come acqua sotto il ghiaccio. Qualcosa che cerca di non venire su.
«Non sai un cazzo di me,» dice, la voce controllata con uno sforzo che si vede.
«No,» concordo. «E non devi spiegarmi nulla se non vuoi. È l'idea che mi sono fatto»
La lascio in pace.
Fuori, la pioggia non ha nessuna intenzione di smettere.
Le ore passano con quella lentezza opprimente che solo le notti di tempesta sanno imporre.
La luce oltre i lucernari muore del tutto nel giro di un'altra ora, portandosi via anche il grigio annacquato del pomeriggio e lasciando il magazzino in un buio quasi totale, tagliato solo dai lampi lontani che per un secondo illuminano la stanza con una luce biancastra e innaturale, trasformando le ombre in sagome, i bancali in figure, i muri in qualcosa di più vasto e più vuoto di quanto siano in realtà.
Tiro fuori dallo zaino la vecchia coperta infeltrita e me la butto sulle spalle. Appoggio la nuca al muro, chiudo gli occhi a metà e lascio che il rumore della pioggia diventi un fondo continuo. La mano destra rimane sull'impugnatura del fucile, appoggiata alla coscia. Non è una scelta consapevole, è fisiologia pura. Il mio corpo si addormenta in parti separate, non tutte insieme.
Dall'altro lato della stanza non arriva nessun suono per un po'. Solo il respiro di Meave, che nel buio assoluto diventa stranamente distinto nonostante il fragore dell'acqua sul tetto.
Poi inizia.
Prima lo sento appena, quasi inglobato nel rumore di fondo. Un fruscio ripetuto, il tessuto della sua giacca che sfrega contro il muro in un ritmo involontario e costante. Poi un altro suono, più sottile, che impiego qualche secondo a identificare con precisione.
Click. Click. Click.
Denti che sbattono.
Apro gli occhi nel buio. Un lampo lontano illumina la stanza per mezzo secondo, abbastanza da vedere la massa scura di Meave nell'angolo. Sta tremando. Non è un brivido passeggero, non è il freddo che ti passa se ti muovi un po' o ti strofini le braccia. È uno spasmo profondo e incontrollabile che le percorre tutto il corpo dall'interno verso l'esterno, come una corrente. La testa è abbassata sulle ginocchia, le braccia strette intorno alle gambe nel tentativo inutile di conservare un calore che non ha.
Il problema è semplice e brutale. Non ha riserve. Un corpo che non mangia abbastanza da settimane non ha grasso da bruciare, non ha carburante per produrre calore in modo efficiente. L'umidità che si insinua attraverso i muri fa il resto. La sua temperatura corporea sta scendendo, e sta scendendo veloce.
«Ehi,» chiamo nel buio.
Nessuna risposta. Solo il battito frenetico dei denti e un respiro che inizia a farsi sibilante, corto, troppo rapido.
«Meave.»
«F-fottiti.»
La sua voce è irriconoscibile. La consonante le si spezza a metà per i tremiti, come una parola rotta in due pezzi che non si incastrano bene. C'è ancora orgoglio lì dentro, ce n'è abbastanza da chiudere la bocca a qualsiasi richiesta d'aiuto. Ma l'orgoglio non genera calore.
Sbuffo lentamente attraverso il naso. Mi tolgo la coperta di dosso, mi alzo in piedi. I miei stivali sul cemento fanno un rumore pesante nel buio.
«Che c-cazzo—»
«Sta' ferma.»
«S-stammi lontano, ti ho detto—»
Avanzo verso di lei ignorando la sua voce spezzata. Un altro lampo illumina la stanza per un istante, abbastanza da vedere la Beretta che cerca di sollevarsi nella sua mano, ma le dita non rispondono più ai comandi con precisione. Il polimero raschia sul pavimento.
Mi abbasso davanti a lei, le tolgo l'arma di mano con una presa ferma e la deposito sul cemento fuori dalla sua portata immediata, poi la guardo in faccia da vicino.
Ha le labbra viola.
Non è un'iperbole, non è la luce cattiva. Sono viola per davvero, e le unghie delle mani stanno seguendo la stessa strada. Il freddo le ha tolto il colore dalla pelle fino a renderla quasi traslucida sotto gli zigomi.
«Ascoltami,» dico, la voce bassa e senza margine per la discussione.
«Se ti lascio qui, muori stanotte. Non domani. Stanotte.» Pausa.
«E quando ti risveglierai, io avrò un problema enormemente più complicato di adesso. Dovrò spaccarti la testa e lasciarti insieme ai nostri amichetti che dormono al piano di sotto. Solo perché il tuo grandissimo orgoglio del cazzo ti impedisce di chiedere aiuto.»
Lei mi fissa con quegli occhi verdi spalancati, le iridi ridotte a due strisce sottili attorno alle pupille dilatate. Vuole rispondermi, lo vedo. Vuole dirmi di andare a farmi fottere con la stessa convinzione di prima. Ma le manca il fiato per farlo, e quella mancanza la spaventa più di qualsiasi cosa le abbia detto oggi.
Prendo la sua coperta di pile grigio ripiegata vicino ai cartoni. La srotolo e la guardo: è sottile, consumata, perde filamenti da tutti i bordi. Non è abbastanza. Non è lontanamente abbastanza.
Mi siedo pesantemente sul pavimento a fianco a lei, con le spalle contro lo stesso muro. Lei si ritrae di un centimetro, il riflesso di un animale che non ha più le forze per scappare ma ci prova lo stesso.
«Dammi il braccio.»
«No.»
«Meave.»
«Ho detto n-no.»
La guardo per tre secondi interi. Poi la afferro per le spalle, non con violenza, con una fermezza totale e irrevocabile, e la costringo a girarsi dandomi le spalle. La tiro verso di me finché la sua schiena non si appoggia al mio petto. È rigida come un asse di legno, tutti i muscoli contratti in una resistenza ostinata e futile.
Avvolgo la sua coperta di pile attorno a lei. Poi ci butto sopra la mia vecchia coperta pesante per coprirci entrambi, chiudendo ogni spiraglio. Il microclima cambia quasi immediatamente. Il calore corporeo è una cosa semplice e animale, non ha bisogno di permesso.
«lascia li quella pistola,» le dico sottovoce all'orecchio. «Non ti serve e io non ho intenzione di farti del male, altrimenti saresti già morta.»
Un silenzio lungo, carico di tutto quello che non si dice. Le armi sono lì, invisibili e inutili sotto le coperte, testimoni silenziose di una diffidenza che nessuno dei due ha intenzione di abbandonare.
Meave continua a tremare contro di me per diversi minuti. Non è un brivido, è una vibrazione profonda che parte dai muscoli lombari e si propaga verso l'alto lungo la colonna, come un motore che gira fuori giri. Lentamente, il mio calore inizia a fare il suo lavoro. Gli spasmi si accorciano, poi si diradano, poi diventano fremiti isolati sempre più radi.
Non parliamo.
Il rumore della pioggia sul tetto è talmente assordante da rendere ogni parola uno sforzo inutile, e forse è meglio così. Il silenzio obbligato dalla tempesta ci toglie l'onere di riempire lo spazio tra noi con cose che non vogliamo dire.
Ma il silenzio non è vuoto. È denso. È pieno di ogni cosa che non viene pronunciata.
Sento il suo respiro cambiare gradualmente, farsi più lungo, perdere quella qualità sibilante dell'inizio. La cassa toracica si espande contro il mio braccio in un ritmo che diventa piano, quasi normale. Sotto la coperta, il calore che condividiamo è l'unica cosa calda in questo magazzino, in questo bosco, in questa fottuta notte di novembre che sembra non voler finire.
È in quel momento che il mio corpo smette di essere qualcosa di meccanico e funzionale.
Arriva senza preavviso, come tutte le cose che fanno davvero male. Il calore della sua schiena contro il mio petto. Il peso specifico di un corpo vivo che cede di un millimetro, un solo millimetro, abbandonando qualcosa di infinitesimale della sua tensione. L'odore dei suoi capelli bagnati che si asciugano lentamente vicino al mio viso, polvere e pioggia e pelle calda, un odore di cosa viva e presente in modo così elementare che fa male come una bruciatura.
Non è desiderio. Non ancora, o forse sì, ma è sepolto sotto qualcosa di molto più difficile da gestire.
È il ricordo di cosa significa non essere soli.
Tessa dormiva così. Con la schiena appoggiata al mio petto nelle notti più fredde, quando il rifugio non teneva abbastanza calore e ci avvolgevamo in tutto quello che avevamo a disposizione. Aveva questo modo di abbandonare il peso, di mollare la guardia solo in quelle ore, di diventare più piccola e più vera di quanto fosse di giorno. E io restavo sveglio a lungo dopo che si era addormentata, non per paura, ma perché non riuscivo a sprecare quei momenti dormendo.
Adesso ho qualcuno di estraneo e ostile addossato al mio petto nel buio di un magazzino abbandonato, con un coltello in mano e una canna di pistola che preme sotto le coperte. Non è la stessa cosa. Non è lontanamente la stessa cosa.
Eppure il dolore è identico.
Un nodo duro e acido mi si forma alla base della gola, di quelli che non puoi né mandare giù né sputare fuori. Lo tengo lì. Lo tengo immobile, come si tiene il respiro sott'acqua, e fisso le travi buie del soffitto sopra di noi finché il dolore non si appiattisce abbastanza da diventare sopportabile.
Meave non dorme. Lo capisco dalla qualità della sua immobilità, troppo controllata, troppo consapevole per essere incosciente. Sento i suoi muscoli, che si sono finalmente sciolti dalla rigidità del freddo, mantenere comunque una tensione sottile e vigile. Anche lei fissa il soffitto nel buio, probabilmente, o forse tiene gli occhi chiusi fingendo una pace che non ha.
Mi chiedo cosa stia pensando.
Mi chiedo se stia pensando agli altri. A quelli che non ci sono più e che un giorno c'erano. Mi chiedo se il calore del mio corpo le ricordi qualcosa, se le sembri una cosa che non merita di ricevere, e da dove viene quella sensazione.
Non glielo chiedo.
Non è il momento. Forse non lo sarà mai.
Fuori la pioggia non smette. Batte sul tetto con una costanza ipnotica, quasi meccanica, come se il cielo avesse deciso di svuotarsi su questo pezzo di Carolina del Nord senza fretta e senza intenzione di fermarsi. Sotto quel muro di rumore bianco, chiusi in questo bozzolo di lana ruvida e buio pesto, il resto del mondo smette di esistere per qualche ora.
È la cosa più pericolosa che mi sia capitata da gennaio.
Chiudo gli occhi.
E per la prima volta da dieci mesi, dormo davvero.
Mi sveglio con il gelo che mi morde la nuca.
Ci metto qualche secondo a tornare del tutto presente, a riconoscere il soffitto basso dell'ufficio sopra di me, le travi scure, i lucernari appannati che lasciano passare una luce grigia e senza direzione. La tempesta si è ridotta a una pioggerellina leggera, di quelle bastarde e silenziose che non fanno rumore ma ti inzuppano fino alle ossa in dieci minuti.
Il primo pensiero, prima ancora che il cervello sia del tutto sveglio, è il calore.
È sparito.
Lo spazio davanti al mio petto è vuoto. Non solo fisicamente, ma in quel modo preciso e definitivo che ha l'assenza di un corpo caldo quando ci sei abituato da poche ore, quando i muscoli se lo ricordano ancora. La coperta di pile grigio è rimasta sul mio petto, ripiegata con una cura quasi irritante, come se qualcuno si fosse preoccupato di non svegliarmi togliendola di scatto.
Resto immobile per tre secondi, respiro piano, gli occhi aperti sul soffitto.
Ho dormito troppo a lungo. Non due ore, non tre. Il tipo di sonno pesante e senza difese che non mi permettevo da mesi, di quelli in cui il corpo si disconnette completamente e smette di fare la guardia. Il mio sistema di allerta interno, costruito su otto anni di sopravvivenza, ha deciso di cedere esattamente stanotte. Proprio qui, proprio accanto a qualcuno che avevo incontrato dodici ore fa con una pistola puntata alla mia spina dorsale.
Cazzo.
Mi metto seduto lentamente, i muscoli della schiena che protestano con fitte acute lungo tutta la colonna. Mi passo una mano guantata sulla faccia, strofinando via gli ultimi residui di sonno. Poi comincio l'inventario.
Il fucile d'assalto è appoggiato alla parete alla mia destra, esattamente dove l'avevo lasciato. Lo accarezzo senza sollevarlo, sentendo il metallo freddo sotto i guanti. Troppo pesante, troppo ingombrante per una che faticava a tenere ferma una pistola compatta. Già lo sapevo.
La fondina sulla coscia destra è aperta. Vuota. Il coltello da caccia è sparito.
Mi controllo lo stivale sinistro, infilando le dita sotto l'orlo del pantalone tattico fino al coltellino nascosto alla caviglia.
Vuoto anche quello.
Controllo il gilet: mancano due caricatori completi di nove millimetri, quelli che tenevo nella tasca esterna sinistra. Guardo dentro lo zaino. Due scatolette di carne pressata sono sparite, insieme alla barretta proteica. Ne sono rimaste due confezione, una spezzatino, una di carne pressata e 2 mele. Ha lasciato abbastanza da non farmi crepare di fame in un giorno.
Ha fatto i conti. Ha preso quello che le serviva senza prendere tutto quello che poteva. Non è la gestualità di uno sciacallo, è la precisione di qualcuno che conosce la differenza tra sopravvivere e distruggere.
Mi scappa una mezza risata rauca, un suono secco che muore subito tra i mattoni umidi. Guarda un po'. Proprio nel momento in cui abbasso la guardia, la ragazza mi dimostra di meritare esattamente tanta fiducia quanta gliene avevo accordata all'inizio, ovvero nessuna.
Bene così. Conoscevo le regole. Sono stato io a dimenticarle.
Mi alzo in piedi, sistemando la cinghia del fucile sulla spalla, e mi giro per recuperare il coltello da caccia dalla fondina vuota come gesto automatico, già sapendo che non c'è.
Ed è lì che smetto di muovermi.
Sul pavimento, a pochi centimetri dai cartoni appiattiti dove Meave dormiva, c'è qualcosa. Ci metto un secondo a mettere a fuoco nella luce grigia dell'alba. È piatto sul cartone, con la lama ripiegata e il manico rivolto verso l'alto, come se qualcuno lo avesse posato deliberatamente, non dimenticato.
Il mio coltellino tattico. Quello dello stivale sinistro.
Mi avvicino lentamente. Me lo infilo in tasca senza guardarlo, gli occhi fissi sul pavimento intorno ai cartoni. Poi mi abbasso e cerco con attenzione quello che mi aspetto di trovare.
L'impronta del suo ginocchio sul cartone, dove si è inginocchiata. Una traccia sottile di fango sul bordo del pavimento, all'altezza della gamba dove tenevo la fondina. Ci è arrivata strisciando nell'oscurità, piano, centimetro per centimetro, con una pazienza da predatore.
E poi ha lasciato il coltellino.
Non ci avevo ancora pensato, ma adesso l'inventario è completo, e manca un pezzo. Il coltellino della caviglia è tornato. Il coltello da caccia della fondina è sparito. Ma sul cemento accanto ai cartoni non c'è nient'altro.
Grande errore.
Poteva prendersi qualsiasi cosa, il cibo, i caricatori, la coperta, tranne.. Il coltello da caccia. Quello con il manico in osso rigato, lungo e bilanciato, la lama da trenta centimetri che affilavo ogni settimana con la pietra. Quello con le iniziali incise vicino alla guardia, quasi cancellate dagli anni, in un corsivo sottile e preciso che nessuno tranne me avrebbe saputo leggere senza guardare da vicino.
T.M.
Tessa Merrow.
Mi fermo.
Mi raddrizzo molto lentamente, come se il movimento troppo rapido potesse disturbare qualcosa che non voglio disturbare. La stanza è silenziosa intorno a me. Solo la pioggerellina sul tetto, il vento che geme tra le giunture arrugginite, il suono del mio respiro che si condensa nell'aria fredda davanti alla mia bocca.
Lei ha sfilato prima il coltellino dalla caviglia, il più facile da togliere se sai dove cercare.
Non c'è altra spiegazione. L'ha sfilato mentre io dormivo, l'ha tenuto, l'ha valutato, forse lo avrebbe usato se mi fossi svegliato mentre sfilava l'altro dalla fondina, e poi lo ha rimesso giù. In modo ordinato, piano accanto ai cartoni, non al suo posto perché avrebbe rischiato di svegliarmi. Ma lo ha rimesso giù.
Con un coltellino ci fa ben poco, ha ben pensato di prendersi il coltello da caccia. Un ragionamento giusto.
Quel coltello è il pezzo di ferro più affilato e bilanciato che abbia in dotazione. È uno strumento di sopravvivenza puro, senza sentimentalismi. Meave ha fatto la cosa più logica e razionale. La cosa che io stesso avrei fatto aIl gelo dell'alba ti entra nei polmoni prima ancora che tu apra gli occhi.
Mi sveglio con i muscoli della schiena contratti, rigidi come corde di violino tirate oltre il limite, steso sotto un ammasso di rami secchi e teloni di plastica scura che ho usato per schermare la mia presenza in una baracca dirottata vicino ad un fossato a lato dei binari. L'aria ha quel sapore tagliente di pioggia imminente e terra morta. Sputo un grumo di saliva densa, mi passo una mano guantata sulla faccia per scacciare il torpore e mi rimetto in piedi.
Asheville è ancora lontana. Trentotto fottute miglia, secondo i miei calcoli. Un'infinità, se devi farle camminando su binari esposti, con l'inverno che ti soffia sul collo come un creditore stanco di aspettare.
Riprendo la marcia quando il sole pallido di novembre non è ancora riuscito a farsi largo attraverso la lastra di piombo del cielo. Dopo un paio d'ore, i binari cominciano a sdoppiarsi, poi a triplicarsi, intrecciandosi come vene nere su un letto di pietrisco macchiato d'olio e ruggine. In lontananza, inghiottito dalla nebbia bassa, si staglia il profilo spigoloso di uno scalo merci.
È un gigantesco cimitero di acciaio. Vagoni cisterna deragliati, container sventrati e piloni di cemento armato ricoperti di edera nera. La natura sta divorando tutto con una pazienza che gli esseri umani non hanno mai avuto. Le tracce del panico di otto anni fa sono ancora incise ovunque, nelle carrozzerie squarciate, nelle recinzioni abbattute, nelle sagome scure di chi non è mai riuscito ad allontanarsi abbastanza in fretta.
Mi muovo con la lentezza fluida che mi ha tenuto vivo finora. Il fucile d'assalto è stretto contro il petto, il dito indice allungato sopra il ponticello. Supero un convoglio merci le cui porte scorrevoli sono state rovinate dagli anni. All'interno c'è solo oscurità e il fetore di carne guasta. Sento il raschiare inconfondibile di unghie contro la lamiera: un paio di erranti rimasti intrappolati in un container chiuso dall'esterno, condannati a grattare l'acciaio per il resto dell'eternità. Me ne fotto e vado avanti.
Al centro dello scalo si erge un magazzino di stoccaggio su due livelli. I portelloni principali sono sbarrati con una catena arrugginita. C'è una porta di servizio laterale socchiusa, i cardini piegati verso l'esterno come se qualcuno li avesse forzati con uno strumento pesante, non con la forza di un corpo morto. Faccio un rapido calcolo visivo: all'esterno quattro erranti, forse cinque, aggirati intorno ai resti di un furgone ribaltato. Sono lenti, quasi congelati dal gelo notturno, i movimenti meccanici e scoordinati. Il vento soffia nella mia direzione, portando via il mio odore. Non vale la pena.
Mi infilo nella porta di servizio scivolando nell'ombra.
L'interno è cavernoso, illuminato solo dai fasci di luce grigia che penetrano dai lucernari incrostati sul tetto alto. Odore di cartone umido, polvere chimica, olio esausto. E qualcos'altro. Qualcosa che non appartiene a un posto abbandonato, qualcosa di organico e recente che si mescola al fetore generale come una nota stonata in una sinfonia di decomposizione.
Fuoco spento. Sudore. Cibo riscaldato.
Avanzo senza fare il minimo rumore, i miei stivali scivolano sul cemento liscio aggirando bancali di legno marcio. Individuo una scala di ferro che porta a un ballatoio superiore. L'istinto mi dice di controllare, e l'istinto è l'unica cosa che non mi ha ancora tradito.
Salgo i gradini tenendomi rasente al muro, evitando di caricare il peso al centro per non farli cigolare. Arrivato in cima, la porta a vetri dell'ufficio è mezza sfasciata, il vetro frantumato ricomposto sul pavimento come un puzzle impossibile. La spingo con la spalla ed entro.
La stanza è un caos di vecchi archivi ribaltati, schedari vuoti, carta ingiallita che ricopre il pavimento come uno strato di foglie morte. Ma in un angolo c'è qualcosa che fa fermare di colpo i miei pensieri.
Dei cartoni aperti e appiattiti sul pavimento, disposti con una certa cura, non gettati lì a caso. Una coperta di pile grigio, logora ma piegata con una precisione quasi ossessiva. Un barattolo di fagioli vuoto, meticolosamente raschiato fino all'ultima traccia, e una bottiglia di plastica con tre dita d'acqua dentro. Nell'angolo opposto, una piccola catasta di legno raccolta, e i resti di un fuoco spento da poche ore, dentro un barile, ancora tiepido se avvicini la mano. Qualcuno ha vissuto qui abbastanza a lungo da organizzarsi, ma non abbastanza da sentirsi al sicuro. Non c'è traccia di polvere sui cartoni. Sono stati spostati stanotte.
Capisco all'istante di aver fatto un cazzo di errore. E in questo mondo, gli errori li paghi subito.
Il rumore di una pistola che viene armata scatta a pochi centimetri dalla base del mio cranio. Preciso, deliberato. Non è il gesto frenetico di chi ha paura. È il gesto di chi lo ha già fatto.
«Fai un solo movimento sbagliato,» sibila una voce alle mie spalle, «e ti lascio ammazzo su questo pavimento.»
È una voce di donna. Rauca, bassa, consumata da notti troppo lunghe e silenzi troppo pesanti. Il metallo gelido della canna si preme esattamente contro l'ultima vertebra cervicale. Non alla nuca generica, non alla schiena. Al tronco encefalico. Sa esattamente come si uccide in questo fottuto mondo, e questo mi dice più di qualsiasi parola.
Non mi irrigidisco. Non sussulto. L'adrenalina mi inonda il sangue, ma il cervello rimane freddo, completamente calmo. Ho visto morire la donna che amavo, ho scavato la sua tomba con le mie mani. Una pistola puntata alla schiena è quasi una carezza in confronto.
Forse, sotto sotto, una parte spezzata di me spera ancora che qualcuno tiri quel grilletto.
«Butta il fucile,» ordina. «Piano.»
«Fammi capire una cosa prima,» rispondo. La mia voce esce piatta, quasi annoiata, un ronzio profondo che stride completamente con la canna di metallo alla base del cranio.
«Hai dormito qui. Il fuoco è spento da almeno tre ore. Hai sentito i miei passi sulla scala e hai aspettato che entrassi invece di scappare dalla finestra sul retro.» Una pausa.
«Quindi o sei troppo a corto di energie per correre, o hai deciso che questo posto vale la pena difenderlo. In entrambi i casi, non stai sparando. Dico bene?»
Un silenzio teso. La canna preme più forte.
«Ho detto di buttare l'arma, sciacallo,» ringhia, la voce un'ottava più alta, con una crepa sottile che nessuna durezza riesce a coprire del tutto.
«Il fucile a terra. Adesso. O ti spalmo il cervello su quel muro.»
Accenno un piccolo cenno con la testa.
«Ook... Casa tua, regole tue.»
Lentamente, sfilo la cinghia del fucile dalla spalla destra e lo lascio cadere. L'arma sbatte sul cemento con un tonfo sordo. Poi, con movimenti misurati, sbottono la fondina sulla coscia e lascio andare anche il coltello da caccia. Non le dico del coltellino tattico nello stivale sinistro. Quello resta lì.
«Calcia via quella roba. E girati. Mani dove posso vederle.»
Spingo le armi lontano con il tacco e mi volto con calma millimetrica, le mani sollevate all'altezza del petto. La guardo.
È un animale selvatico messo all'angolo, e si vede da ogni centimetro del suo corpo. I capelli sono scuri, mossi e sporchi, legati con un laccio consumato che le lascia cadere alcune ciocche davanti al viso. Ha la pelle chiara, macchiata di fuliggine e segnata da piccoli graffi sottili che non si è curata di disinfettare. Tiene la Beretta 92FS a due mani, puntata al centro del mio petto, e ha le nocche bianche per la tensione. Le spalle sono rigide, i pollici serrati in modo sbagliato sull'arma. Ha imparato a usare quella pistola da sola. Nessuno gliel'ha mai insegnato davvero.
La osservo senza fretta, ignorando la canna che mi fissa. Non cerco le vie di fuga, non valuto le distanze. La studio, e lei se ne accorge. Le pupille si dilatano impercettibilmente, tradendo il disagio di essere letta da qualcuno che non ha l'aria di avere paura.
«Nocche spaccate,» dico a bassa voce, quasi tra me e me.
«Vecchie, almeno tre settimane. Guance scavate, ma le occhiaie le hai fresche di stanotte, non di mesi. Questo vuol dire che dormivi con qualcuno finora, e che qualcuno non c'è più da poco.» Sposto gli occhi dalla sua mano alla sua faccia.
«Il barattolo raschiato fino all'osso. Sei qui da dieci giorni, forse dodici. Sei rimasta anche quando avresti potuto andartene, quindi aspettavi qualcosa. O qualcuno.» Un'altra pausa, più pesante. «Che non è arrivato.»
Il respiro di della donna cambia. Si inceppa per una frazione di secondo, un micro-cedimento che scompare subito dietro una maschera di rabbia. La canna della pistola trema di un millimetro.
«Chiudi quella bocca,» sibila.
«Non mi sembra una risposta.»
«Ti sembra che mi freghi darti una risposta?»
Mi stringo nelle spalle.
«No. Ma ti frega abbastanza da non sparare.» La fisso negli occhi.
«Posizione di sparo completamente sbagliata. Pollici sovrapposti, spalle troppo alte. Se premi quel grilletto adesso, il rinculo ti spezza il pollice destro e il proiettile finisce tre centimetri sopra la mia spalla sinistra. Ho tempi di reazione abbastanza buoni da ringraziarti.»
Silenzio.
Il nervosismo le fa fare un respiro troppo profondo, le spalle si alzano per una frazione di secondo, e la canna della pistola devia di un maledetto centimetro.
Non mi serve altro.
Scatto in avanti come una molla d'acciaio. Con l'avambraccio sinistro devio la Beretta verso l'alto; il colpo parte con un boato assordante che disintegra un pezzo di soffitto, facendo piovere calcinacci. Lascio cadere il baricentro, la mia mano destra sfila il coltellino dallo stivale, e le spazzo via la gamba di appoggio con un calcio netto.
Lei perde l'equilibrio con un gemito di sorpresa. La afferro per il bavero prima che tocchi terra e la sbatto contro la parete di mattoni. Il tonfo le mozza il fiato. Con l'avambraccio sinistro le premo il petto contro il muro, quanto basta per neutralizzarla, mentre con la mano destra le pianto la lama del coltellino esattamente sotto la curva della gola. La punta spinge contro la pelle sottile, dove la carotide pulsa frenetica contro l'acciaio.
Si dimena, cerca di artigliarmi le braccia con le unghie, ma sono troppo grande e troppo pesante. La mia pressione è assoluta. La sua pistola cade sul pavimento.
Azzero la distanza tra noi. Il mio viso è a un palmo dal suo. Sento il calore del suo corpo agitarsi contro il mio, il suo fiato spezzato che mi colpisce la guancia. È un fiato vivo. Caldo.
«Ora dovresti cominciare ad avere un po' di paura, ma tranquilla, è normale,» le dico sottovoce, il tono di chi sta commentando il tempo che farà domani.
Alzo gli occhi dalla sua gola al suo viso, preparandomi a fare quello che va fatto.
E mi fermo.
Il tempo si dilata fino a spezzarsi.
Quegli occhi.
Sono verdi. Non un verde qualsiasi, non il verde piatto e spento che vedi su certe persone. È un verde vivo, profondo, screziato di sfumature più scure vicino alla pupilla, con piccole venature dorate che emergono solo quando la luce grigia del lucernario li colpisce ad angolo. Simili. Maledettamente simili. Ma non sono i suoi. Non sono quelli di Tessa.
È come svegliarsi da un sogno bellissimo e capirlo un secondo prima di aprire gli occhi, quando è ancora possibile trattenerti dentro per un istante. Il magazzino scompare. Il coltello scompare. Per un secondo folle e disperato non sto guardando una sconosciuta che ha cercato di uccidermi. Sto rivedendo Tessa in quel capanno a gennaio, con la febbre che le anneriva i vasi sul collo e quella luce che si spegneva nel profondo delle iridi.
Il ronzio nelle orecchie diventa assordante. Il coltello mi pesa tra le dita come se fosse fatto di piombo.
La ragazza se ne accorge. Vede qualcosa cambiare nel mio sguardo, vede la maschera di ferro incrinarsi per quella frazione di secondo, e non capisce. Non può capire. Vede solo un uomo con un coltello alla sua gola che improvvisamente smette di essere pericoloso e diventa qualcosa di molto più difficile da leggere. Le sue labbra si dischiudono per cercare aria, ma rimane immobile, istintivamente consapevole che qualsiasi movimento adesso potrebbe riportarmi indietro nel posto da cui mi sono appena allontanato.
Non posso farlo. Non posso spegnere quegli occhi. Non un'altra volta.
Allento la presa lentamente. La lama si stacca dalla sua gola lasciando solo un segno arrossato sulla pelle, una riga sottile che scompare quasi subito. Faccio un passo indietro. Lei rimane incollata alla parete per un secondo, i polmoni che si riempiono in modo convulso, poi scivola di lato raggiungendo la pistola caduta a terra.
Non glielo impedisco.
«Non mi hai sparato e io non ti ho uccisa. Siamo pari, ok?» mi giustifico, ma non era quello il motivo.
L'eco del colpo sta ancora rimbalzando tra le travi d'acciaio del tetto quando la realtà ci presenta il conto.
Un tonfo sordo, pesante, fa tremare il pavimento. Poi un altro. E un altro ancora. Seguiti da quel raschiare di gole morte e affamate che sale dal piano di sotto. Il colpo ha svegliato tutto ciò che c'era nel raggio di mezzo miglio, e ora si stanno ammassando contro la porta di servizio da cui sono entrato.
Lei si irrigidisce. Il panico le dilata le pupille, che da verdi diventano pozzi neri. Punta la pistola verso la porta.
«Ascoltami,» le dico, il tono basso e secco. «Se spari di nuovo, siamo entrambi morti. Attirerai qui dentro ogni singolo cadavere di questo scalo.»
Lei si blocca. Il cardine della porta al piano di sotto cede con uno stridio metallico.
«Resta qui.»
Recupero il coltello da caccia da terra e mi butto giù per i gradini saltando gli ultimi tre. Arrivo al piano terra esattamente nel momento in cui la porta cede sotto il peso di cinque corpi ammassati. Piombano all'interno inciampando l'uno sull'altro, un groviglio di carne marcia e fauci scattanti.
Il primo mi è addosso prima ancora che si rimetta in piedi. Gli pianto lo stivale nello sterno, bloccandolo, e affondo otto pollici di acciaio nella sua testa. Lo spingo via come uno straccio vecchio. Il secondo arriva da sinistra: schivo la presa delle sue mani scheletriche, gli afferro i pochi capelli rimasti sulla nuca e gli pianto la lama nella tempia. Il terzo e il quarto mi spingono contro una colonna di cemento. Sento le unghie che raschiano contro il tessuto spesso del giubbotto tattico. Il mio braccio destro viene bloccato contro il muro. Il viso putrefatto di una donna mi scatta a due centimetri dal naso, i denti ingialliti che cercano la mia giugulare.
Poi la sua testa esplode in un geyser di sangue scuro e ossa.
È lei. Ha afferrato una spranga di ferro arrugginita, chissà dove staccata, e gliel'ha piantata nel cranio con una ferocia totale, senza esitazione. Non si ferma. Usa la spranga come una leva, sradica l'errante da me e con un calcio preciso spezza il ginocchio dell'ultimo rimasto, facendolo crollare. Non le lascio il tempo di finirlo: mi libero, faccio un passo avanti e schiaccio il cranio del bastardo con il tacco dello stivale. Un crack umido. Poi torna il silenzio.
Rimaniamo immobili per tre secondi. I nostri petti si alzano e si abbassano a un ritmo frenetico. L'adrenalina mi fischia nelle orecchie. La guardo di sottecchi.
Ha le mani sporche di sangue scuro fino ai polsi, ma la presa sull'arma improvvisata è solida come la roccia. Non trema. O almeno, non ancora.
«Dobbiamo bloccare quell'entrata,» dico.
Nessuna risposta. Afferra la spranga e mi segue.
Afferriamo un massiccio armadio metallico rovesciato a pochi metri di distanza. Il metallo stride sul cemento in un rumore atroce, ma spingiamo con tutto il fiato che ci resta nei polmoni finché non lo incastriamo contro il telaio sventrato della porta. Solido. Chiunque voglia entrare ora dovrà fare un baccano che si sentirà fino ad Asheville.
Torniamo al piano superiore. L'ufficio è immerso nella penombra grigia del mattino. Ci sediamo sul pavimento, tenendo la distanza. Io contro la parete di sinistra, vicino alla porta; lei contro quella di destra, vicino ai suoi cartoni. La pistola è di nuovo nella sua mano. Il mio fucile è appoggiato alla mia gamba. Nessuno dei due abbassa la guardia, ma entrambi sappiamo che ammazzarci adesso sarebbe un suicidio inutile.
Il silenzio tra noi è una terza presenza nella stanza.
Infilo due dita nel taschino del gilet e tiro fuori un pacchetto di sigarette accartocciato. Ne accendo una, aspiro a pieni polmoni, lascio uscire il fumo lentamente verso il soffitto. La guardo attraverso quella nuvola sottile.
«Come ti chiami,» dico. Non è una domanda, è la constatazione che quella cosa va sbrigata prima di qualsiasi altra.
Lei esita. Quasi impercettibilmente, ma lo vedo.
«Meave.»
«Trevis.»
Niente strette di mano. Nient'ltro. Le parole atterrano sul cemento e ci rimangono, inutilmente cerimoniali in mezzo alla carne morta che ha appena smesso di puzzare al piano di sotto.
Fuori, il cielo ha smesso di minacciare e ha cominciato a mantenere la promessa.
La pioggia inizia piano, quasi con discrezione, un picchiettio sottile sui lucernari che potrebbe quasi sembrare innocuo. Poi raddoppia. Poi triplica. Nel giro di venti minuti diventa un muro d'acqua che si abbatte sulla lamiera del tetto con una violenza tale da trasformare ogni altro suono in rumore bianco. Il vento si incunea tra le giunture arrugginite della struttura, fa gemere le travi d'acciaio in alto come alberi di una nave in tempesta, e spinge l'umidità dentro attraverso ogni crepa, ogni fessura, ogni centimetro di cemento poroso che anni di abbandono hanno reso permeabile come una spugna.
In pochi minuti la temperatura nella stanza scende di tre o quattro gradi. Lo sento nelle articolazioni delle dita, nel modo in cui il respiro inizia a condensarsi nell'aria davanti alla mia bocca.
«Merda, cosi bagnerà tutto e questa notte farà un cazzo di freddo insopportabile.» dice. Io non parlo.
Meave non si muove dal suo angolo. Tiene le ginocchia strette al petto, la pistola ancora in grembo, e fissa un punto vago sul pavimento davanti a sé con l'espressione chiusa di chi ha imparato a non lasciar trasparire nulla. Ma ogni tanto le dita stringono e allentano l'impugnatura della Beretta in un ritmo involontario, tradendo quello che la faccia non concede.
Tiro fuori dallo zaino la mia vecchia mappa plastificata e faccio finta di studiarla, mentre con la coda dell'occhio la osservo con attenzione. Lo faccio da abbastanza tempo da sapere come si presenta la fame cronica su un corpo umano. Non è solo la magrezza delle guance o il modo in cui i vestiti le pendono addosso due taglie troppo larghi. È qualcosa di più sottile. È nella qualità del silenzio che fa. Chi ha davvero fame non spreca energia in movimenti inutili. Resta fermo, conserva il calore, raziona ogni singolo atto muscolare come se fosse un conto corrente a corto di fondi. Meave lo fa in modo così automatico che probabilmente non se ne accorge nemmeno più.
Senza fretta, richiudo la mappa e allungo la mano verso lo zaino. Conosco esattamente il peso di ogni cosa al suo interno. Tre scatole di carne pressata, due di spezzatino, tre mele un po' ammaccate ma ancora sode, una barrette proteica. Abbastanza per qualche giorno in solitudine. Dividerla con qualcuno significa ridurre il margine di sicurezza a meno della metà. Significa fare un favore che in questo mondo non ti restituisce mai nessuno, a qualcuno che quaranta minuti fa aveva una pistola puntata al mio cranio.
Tiro fuori una scatoletta di spezzatino e una delle mele.
Le faccio scivolare sul pavimento. Si fermano a metà strada tra noi, sul cemento sporco di calcinacci e sangue secco. La resto a guardare per un secondo, poi tiro l'ultima boccata dalla sigaretta e schiaccio il mozzicone sul pavimento gettandolo dentro il bidone.
Meave abbassa gli occhi sul cibo. Non si muove.
Il silenzio si allunga tra noi come un filo teso, e io lo lascio allungare. Non aggiungo nulla, non sorrido, non spiego il gesto. Chi spiega i propri gesti sta chiedendo qualcosa in cambio. Io non le sto chiedendo niente, e voglio che lo capisca da sola.
Lei alza lo sguardo. Cerca la fregatura con quella precisione affilata di chi è già stato bruciato abbastanza volte da non fidarsi di nulla che sembri gratuito.
«Perché,» dice. Una sola parola, secca come uno sparo.
«Perché hai lo stomaco vuoto da giorni e sei più utile in piedi che sul pavimento,» rispondo.
«Ragioni puramente pratiche. Non ti sto chiedendo niente.»
«Tutti chiedono qualcosa, sempre.»
«Già.» Accenno un mezzo sorriso amaro, di quelli che non arrivano agli occhi.
«Ma di solito quelli che vogliono qualcuno da fottere non cominciano offrendo lo spezzatino. Troppo poco romantico.»
Meave non ride. Non si aspettava una battuta, e il fatto che non sappia come classificarla la irrita più di qualsiasi minaccia diretta. La mascella le si contrae di un millimetro. Abbassa di nuovo gli occhi sulle due cose sul pavimento, poi si allunga in avanti lentamente, con la cautela di un animale che si avvicina a qualcosa che potrebbe ancora scattare.
Prende la scatoletta. La mela la lascia lì.
La osservo aprirla con il coltello, lavorando con movimenti precisi e senza sprechi. Non è la gestualità di chi ha imparato a sopravvivere di recente. È automatica, incorporata nel muscolo. Ha vissuto così da abbastanza tempo da non ricordare come si mangia diversamente.
Mangia in silenzio, la testa leggermente abbassata. Non è un gesto di resa, è la postura di chi è abituato a consumare i pasti di nascosto, veloce, prima che qualcuno arrivi a toglierti quello che hai in mano.
Aspetto che abbia finito metà scatoletta prima di parlare.
«Da quanto sei da sola»
Non è una domanda nemmeno questa. È una deduzione che le sto comunicando, non una cosa che le sto chiedendo di confermare.
«Non sono affari tuoi.»
«No,» concordo. «Non lo sono.»
Il vento picchia una raffica laterale contro la parete nord del magazzino, e per un secondo la struttura intera vibra come una campana. Qualcosa si stacca dal tetto, un pezzo di lamiera che cade nel buio fuori con un fragore metallico. Meave si irrigidisce, la mano destra scatta istintivamente verso la Beretta prima ancora che il suono si sia spento.
La guardo reagire. La guardo accorgersi di aver reagito. E la guardo odiare il fatto che io l'abbia vista farlo.
«Erano in tre,» dico, tenendo la voce bassa e piatta. «O quattro.»
Meave smette di mangiare.
Il silenzio tra noi cambia consistenza, come quando l'aria prima di un temporale diventa troppo densa per respirarci dentro normalmente.
«Quello che stai facendo adesso,» continuo, senza alzare la voce, senza inflessione, come se stessi leggendo un rapporto tecnico,
«con la mano sull'arma ogni volta che senti un rumore. Non è il riflesso di chi ha sempre vissuto da sola. Chi vive da solo impara a calibrare le reazioni, a distinguere i pericoli reali dai rumori ambientali. Tu stai ancora aspettando che qualcuno urli il tuo nome da un'altra stanza.»
Meave posa la scatoletta sul pavimento. Lentamente. Con troppa calma.
«Oppure,» aggiunge la mia voce nel silenzio,
«stai aspettando di sentire una voce che sai già che non sentirai più.»
«Smettila.» Le sue due parole tagliano l'aria come una lama, ma sotto il bordo affilato c'è qualcosa di cavo. Qualcosa che risuona come fa il legno marcio quando ci batti sopra.
Non smetto.
«Non ti sto giudicando,» dico. «In questo mondo, sopravvivere significa fare scelte che non vorresti fare. L'ho capito anch'io. L'ho capito tardi e mi è costato caro.» Mi fermo un secondo. «Ma tu lo sai già. Lo sai da prima che arrivassi io.»
Meave alza la testa di scatto. Gli occhi verdi mi fissano con una durezza che è quasi fisica, quasi tangibile, ma dietro quella durezza c'è qualcosa che si agita come acqua sotto il ghiaccio. Qualcosa che cerca di non venire su.
«Non sai un cazzo di me,» dice, la voce controllata con uno sforzo che si vede.
«No,» concordo. «E non devi spiegarmi nulla se non vuoi. È l'idea che mi sono fatto»
La lascio in pace.
Fuori, la pioggia non ha nessuna intenzione di smettere.
Le ore passano con quella lentezza opprimente che solo le notti di tempesta sanno imporre.
La luce oltre i lucernari muore del tutto nel giro di un'altra ora, portandosi via anche il grigio annacquato del pomeriggio e lasciando il magazzino in un buio quasi totale, tagliato solo dai lampi lontani che per un secondo illuminano la stanza con una luce biancastra e innaturale, trasformando le ombre in sagome, i bancali in figure, i muri in qualcosa di più vasto e più vuoto di quanto siano in realtà.
Tiro fuori dallo zaino la vecchia coperta infeltrita e me la butto sulle spalle. Appoggio la nuca al muro, chiudo gli occhi a metà e lascio che il rumore della pioggia diventi un fondo continuo. La mano destra rimane sull'impugnatura del fucile, appoggiata alla coscia. Non è una scelta consapevole, è fisiologia pura. Il mio corpo si addormenta in parti separate, non tutte insieme.
Dall'altro lato della stanza non arriva nessun suono per un po'. Solo il respiro di Meave, che nel buio assoluto diventa stranamente distinto nonostante il fragore dell'acqua sul tetto.
Poi inizia.
Prima lo sento appena, quasi inglobato nel rumore di fondo. Un fruscio ripetuto, il tessuto della sua giacca che sfrega contro il muro in un ritmo involontario e costante. Poi un altro suono, più sottile, che impiego qualche secondo a identificare con precisione.
Click. Click. Click.
Denti che sbattono.
Apro gli occhi nel buio. Un lampo lontano illumina la stanza per mezzo secondo, abbastanza da vedere la massa scura di Meave nell'angolo. Sta tremando. Non è un brivido passeggero, non è il freddo che ti passa se ti muovi un po' o ti strofini le braccia. È uno spasmo profondo e incontrollabile che le percorre tutto il corpo dall'interno verso l'esterno, come una corrente. La testa è abbassata sulle ginocchia, le braccia strette intorno alle gambe nel tentativo inutile di conservare un calore che non ha.
Il problema è semplice e brutale. Non ha riserve. Un corpo che non mangia abbastanza da settimane non ha grasso da bruciare, non ha carburante per produrre calore in modo efficiente. L'umidità che si insinua attraverso i muri fa il resto. La sua temperatura corporea sta scendendo, e sta scendendo veloce.
«Ehi,» chiamo nel buio.
Nessuna risposta. Solo il battito frenetico dei denti e un respiro che inizia a farsi sibilante, corto, troppo rapido.
«Meave.»
«F-fottiti.»
La sua voce è irriconoscibile. La consonante le si spezza a metà per i tremiti, come una parola rotta in due pezzi che non si incastrano bene. C'è ancora orgoglio lì dentro, ce n'è abbastanza da chiudere la bocca a qualsiasi richiesta d'aiuto. Ma l'orgoglio non genera calore.
Sbuffo lentamente attraverso il naso. Mi tolgo la coperta di dosso, mi alzo in piedi. I miei stivali sul cemento fanno un rumore pesante nel buio.
«Che c-cazzo—»
«Sta' ferma.»
«S-stammi lontano, ti ho detto—»
Avanzo verso di lei ignorando la sua voce spezzata. Un altro lampo illumina la stanza per un istante, abbastanza da vedere la Beretta che cerca di sollevarsi nella sua mano, ma le dita non rispondono più ai comandi con precisione. Il polimero raschia sul pavimento.
Mi abbasso davanti a lei, le tolgo l'arma di mano con una presa ferma e la deposito sul cemento fuori dalla sua portata immediata, poi la guardo in faccia da vicino.
Ha le labbra viola.
Non è un'iperbole, non è la luce cattiva. Sono viola per davvero, e le unghie delle mani stanno seguendo la stessa strada. Il freddo le ha tolto il colore dalla pelle fino a renderla quasi traslucida sotto gli zigomi.
«Ascoltami,» dico, la voce bassa e senza margine per la discussione.
«Se ti lascio qui, muori stanotte. Non domani. Stanotte.» Pausa.
«E quando ti risveglierai, io avrò un problema enormemente più complicato di adesso. Dovrò spaccarti la testa e lasciarti insieme ai nostri amichetti che dormono al piano di sotto. Solo perché il tuo grandissimo orgoglio del cazzo ti impedisce di chiedere aiuto.»
Lei mi fissa con quegli occhi verdi spalancati, le iridi ridotte a due strisce sottili attorno alle pupille dilatate. Vuole rispondermi, lo vedo. Vuole dirmi di andare a farmi fottere con la stessa convinzione di prima. Ma le manca il fiato per farlo, e quella mancanza la spaventa più di qualsiasi cosa le abbia detto oggi.
Prendo la sua coperta di pile grigio ripiegata vicino ai cartoni. La srotolo e la guardo: è sottile, consumata, perde filamenti da tutti i bordi. Non è abbastanza. Non è lontanamente abbastanza.
Mi siedo pesantemente sul pavimento a fianco a lei, con le spalle contro lo stesso muro. Lei si ritrae di un centimetro, il riflesso di un animale che non ha più le forze per scappare ma ci prova lo stesso.
«Dammi il braccio.»
«No.»
«Meave.»
«Ho detto n-no.»
La guardo per tre secondi interi. Poi la afferro per le spalle, non con violenza, con una fermezza totale e irrevocabile, e la costringo a girarsi dandomi le spalle. La tiro verso di me finché la sua schiena non si appoggia al mio petto. È rigida come un asse di legno, tutti i muscoli contratti in una resistenza ostinata e futile.
Avvolgo la sua coperta di pile attorno a lei. Poi ci butto sopra la mia vecchia coperta pesante per coprirci entrambi, chiudendo ogni spiraglio. Il microclima cambia quasi immediatamente. Il calore corporeo è una cosa semplice e animale, non ha bisogno di permesso.
«lascia li quella pistola,» le dico sottovoce all'orecchio. «Non ti serve e io non ho intenzione di farti del male, altrimenti saresti già morta.»
Un silenzio lungo, carico di tutto quello che non si dice. Le armi sono lì, invisibili e inutili sotto le coperte, testimoni silenziose di una diffidenza che nessuno dei due ha intenzione di abbandonare.
Meave continua a tremare contro di me per diversi minuti. Non è un brivido, è una vibrazione profonda che parte dai muscoli lombari e si propaga verso l'alto lungo la colonna, come un motore che gira fuori giri. Lentamente, il mio calore inizia a fare il suo lavoro. Gli spasmi si accorciano, poi si diradano, poi diventano fremiti isolati sempre più radi.
Non parliamo.
Il rumore della pioggia sul tetto è talmente assordante da rendere ogni parola uno sforzo inutile, e forse è meglio così. Il silenzio obbligato dalla tempesta ci toglie l'onere di riempire lo spazio tra noi con cose che non vogliamo dire.
Ma il silenzio non è vuoto. È denso. È pieno di ogni cosa che non viene pronunciata.
Sento il suo respiro cambiare gradualmente, farsi più lungo, perdere quella qualità sibilante dell'inizio. La cassa toracica si espande contro il mio braccio in un ritmo che diventa piano, quasi normale. Sotto la coperta, il calore che condividiamo è l'unica cosa calda in questo magazzino, in questo bosco, in questa fottuta notte di novembre che sembra non voler finire.
È in quel momento che il mio corpo smette di essere qualcosa di meccanico e funzionale.
Arriva senza preavviso, come tutte le cose che fanno davvero male. Il calore della sua schiena contro il mio petto. Il peso specifico di un corpo vivo che cede di un millimetro, un solo millimetro, abbandonando qualcosa di infinitesimale della sua tensione. L'odore dei suoi capelli bagnati che si asciugano lentamente vicino al mio viso, polvere e pioggia e pelle calda, un odore di cosa viva e presente in modo così elementare che fa male come una bruciatura.
Non è desiderio. Non ancora, o forse sì, ma è sepolto sotto qualcosa di molto più difficile da gestire.
È il ricordo di cosa significa non essere soli.
Tessa dormiva così. Con la schiena appoggiata al mio petto nelle notti più fredde, quando il rifugio non teneva abbastanza calore e ci avvolgevamo in tutto quello che avevamo a disposizione. Aveva questo modo di abbandonare il peso, di mollare la guardia solo in quelle ore, di diventare più piccola e più vera di quanto fosse di giorno. E io restavo sveglio a lungo dopo che si era addormentata, non per paura, ma perché non riuscivo a sprecare quei momenti dormendo.
Adesso ho qualcuno di estraneo e ostile addossato al mio petto nel buio di un magazzino abbandonato, con un coltello in mano e una canna di pistola che preme sotto le coperte. Non è la stessa cosa. Non è lontanamente la stessa cosa.
Eppure il dolore è identico.
Un nodo duro e acido mi si forma alla base della gola, di quelli che non puoi né mandare giù né sputare fuori. Lo tengo lì. Lo tengo immobile, come si tiene il respiro sott'acqua, e fisso le travi buie del soffitto sopra di noi finché il dolore non si appiattisce abbastanza da diventare sopportabile.
Meave non dorme. Lo capisco dalla qualità della sua immobilità, troppo controllata, troppo consapevole per essere incosciente. Sento i suoi muscoli, che si sono finalmente sciolti dalla rigidità del freddo, mantenere comunque una tensione sottile e vigile. Anche lei fissa il soffitto nel buio, probabilmente, o forse tiene gli occhi chiusi fingendo una pace che non ha.
Mi chiedo cosa stia pensando.
Mi chiedo se stia pensando agli altri. A quelli che non ci sono più e che un giorno c'erano. Mi chiedo se il calore del mio corpo le ricordi qualcosa, se le sembri una cosa che non merita di ricevere, e da dove viene quella sensazione.
Non glielo chiedo.
Non è il momento. Forse non lo sarà mai.
Fuori la pioggia non smette. Batte sul tetto con una costanza ipnotica, quasi meccanica, come se il cielo avesse deciso di svuotarsi su questo pezzo di Carolina del Nord senza fretta e senza intenzione di fermarsi. Sotto quel muro di rumore bianco, chiusi in questo bozzolo di lana ruvida e buio pesto, il resto del mondo smette di esistere per qualche ora.
È la cosa più pericolosa che mi sia capitata da gennaio.
Chiudo gli occhi.
E per la prima volta da dieci mesi, dormo davvero.
Mi sveglio con il gelo che mi morde la nuca.
Ci metto qualche secondo a tornare del tutto presente, a riconoscere il soffitto basso dell'ufficio sopra di me, le travi scure, i lucernari appannati che lasciano passare una luce grigia e senza direzione. La tempesta si è ridotta a una pioggerellina leggera, di quelle bastarde e silenziose che non fanno rumore ma ti inzuppano fino alle ossa in dieci minuti.
Il primo pensiero, prima ancora che il cervello sia del tutto sveglio, è il calore.
È sparito.
Lo spazio davanti al mio petto è vuoto. Non solo fisicamente, ma in quel modo preciso e definitivo che ha l'assenza di un corpo caldo quando ci sei abituato da poche ore, quando i muscoli se lo ricordano ancora. La coperta di pile grigio è rimasta sul mio petto, ripiegata con una cura quasi irritante, come se qualcuno si fosse preoccupato di non svegliarmi togliendola di scatto.
Resto immobile per tre secondi, respiro piano, gli occhi aperti sul soffitto.
Ho dormito troppo a lungo. Non due ore, non tre. Il tipo di sonno pesante e senza difese che non mi permettevo da mesi, di quelli in cui il corpo si disconnette completamente e smette di fare la guardia. Il mio sistema di allerta interno, costruito su otto anni di sopravvivenza, ha deciso di cedere esattamente stanotte. Proprio qui, proprio accanto a qualcuno che avevo incontrato dodici ore fa con una pistola puntata alla mia spina dorsale.
Cazzo.
Mi metto seduto lentamente, i muscoli della schiena che protestano con fitte acute lungo tutta la colonna. Mi passo una mano guantata sulla faccia, strofinando via gli ultimi residui di sonno. Poi comincio l'inventario.
Il fucile d'assalto è appoggiato alla parete alla mia destra, esattamente dove l'avevo lasciato. Lo accarezzo senza sollevarlo, sentendo il metallo freddo sotto i guanti. Troppo pesante, troppo ingombrante per una che faticava a tenere ferma una pistola compatta. Già lo sapevo.
La fondina sulla coscia destra è aperta. Vuota. Il coltello da caccia è sparito.
Mi controllo lo stivale sinistro, infilando le dita sotto l'orlo del pantalone tattico fino al coltellino nascosto alla caviglia.
Vuoto anche quello.
Controllo il gilet: mancano due caricatori completi di nove millimetri, quelli che tenevo nella tasca esterna sinistra. Guardo dentro lo zaino. Due scatolette di carne pressata sono sparite, insieme alla barretta proteica. Ne sono rimaste due confezione, una spezzatino, una di carne pressata e 2 mele. Ha lasciato abbastanza da non farmi crepare di fame in un giorno.
Ha fatto i conti. Ha preso quello che le serviva senza prendere tutto quello che poteva. Non è la gestualità di uno sciacallo, è la precisione di qualcuno che conosce la differenza tra sopravvivere e distruggere.
Mi scappa una mezza risata rauca, un suono secco che muore subito tra i mattoni umidi. Guarda un po'. Proprio nel momento in cui abbasso la guardia, la ragazza mi dimostra di meritare esattamente tanta fiducia quanta gliene avevo accordata all'inizio, ovvero nessuna.
Bene così. Conoscevo le regole. Sono stato io a dimenticarle.
Mi alzo in piedi, sistemando la cinghia del fucile sulla spalla, e mi giro per recuperare il coltello da caccia dalla fondina vuota come gesto automatico, già sapendo che non c'è.
Ed è lì che smetto di muovermi.
Sul pavimento, a pochi centimetri dai cartoni appiattiti dove Meave dormiva, c'è qualcosa. Ci metto un secondo a mettere a fuoco nella luce grigia dell'alba. È piatto sul cartone, con la lama ripiegata e il manico rivolto verso l'alto, come se qualcuno lo avesse posato deliberatamente, non dimenticato.
Il mio coltellino tattico. Quello dello stivale sinistro.
Mi avvicino lentamente. Me lo infilo in tasca senza guardarlo, gli occhi fissi sul pavimento intorno ai cartoni. Poi mi abbasso e cerco con attenzione quello che mi aspetto di trovare.
L'impronta del suo ginocchio sul cartone, dove si è inginocchiata. Una traccia sottile di fango sul bordo del pavimento, all'altezza della gamba dove tenevo la fondina. Ci è arrivata strisciando nell'oscurità, piano, centimetro per centimetro, con una pazienza da predatore.
E poi ha lasciato il coltellino.
Non ci avevo ancora pensato, ma adesso l'inventario è completo, e manca un pezzo. Il coltellino della caviglia è tornato. Il coltello da caccia della fondina è sparito. Ma sul cemento accanto ai cartoni non c'è nient'altro.
Grande errore.
Poteva prendersi qualsiasi cosa, il cibo, i caricatori, la coperta, tranne.. Il coltello da caccia. Quello con il manico in osso rigato, lungo e bilanciato, la lama da trenta centimetri che affilavo ogni settimana con la pietra. Quello con le iniziali incise vicino alla guardia, quasi cancellate dagli anni, in un corsivo sottile e preciso che nessuno tranne me avrebbe saputo leggere senza guardare da vicino.
T.M.
Tessa Merrow.
Mi fermo.
Mi raddrizzo molto lentamente, come se il movimento troppo rapido potesse disturbare qualcosa che non voglio disturbare. La stanza è silenziosa intorno a me. Solo la pioggerellina sul tetto, il vento che geme tra le giunture arrugginite, il suono del mio respiro che si condensa nell'aria fredda davanti alla mia bocca.
Lei ha sfilato prima il coltellino dalla caviglia, il più facile da togliere se sai dove cercare.
Non c'è altra spiegazione. L'ha sfilato mentre io dormivo, l'ha tenuto, l'ha valutato, forse lo avrebbe usato se mi fossi svegliato mentre sfilava l'altro dalla fondina, e poi lo ha rimesso giù. In modo ordinato, piano accanto ai cartoni, non al suo posto perché avrebbe rischiato di svegliarmi. Ma lo ha rimesso giù.
Con un coltellino ci fa ben poco, ha ben pensato di prendersi il coltello da caccia. Un ragionamento giusto.
Quel coltello è il pezzo di ferro più affilato e bilanciato che abbia in dotazione. È uno strumento di sopravvivenza puro, senza sentimentalismi. Meave ha fatto la cosa più logica e razionale. La cosa che io stesso avrei fatto al suo posto. Ma che dico, se avessi voluto derubare qualcuno lo avrei fatto a pezzi per non farlo morire di fame. Un gentiluomo di ultima generazione... e poi mi sarei preso tutto.
Ha lasciato il coltellino più piccolo, meno efficace, più facile da nascondere. Ha preso il coltello da caccia.
Il mio cervello comincia a costruire le possibili spiegazioni, ma in realtà non c'è niente da spiegare. È sopravvivenza. Non si fida, ma chi si fida più di qualcuno in questo mondo?
Mi siedo lentamente sul bordo dei cartoni abbandonati. Li sento cedere sotto il mio peso, la carta compressa che scricchiola. Raccolgo il coltellino dal pavimento dove lo aveva lasciato e lo tengo tra le dita per qualche secondo, guardando il metallo opaco.
Avrei preferito che portasse via tutto, che svuotasse lo zaino fino all'ultima barretta, che lasciasse solo il coltello. Sarebbe stato leggibile, classificabile, sarebbe rientrato in uno schema che conosco e so come gestire. Invece mi ha lasciato il necessario per sopravvivere, cosa che io non avrei fatto, anzi, probabilmente l'avrei data in pasto agli erranti se l'avessi ritenuta una minaccia. Una piccola decisione presa nel buio, silenziosa e inspiegabile, che adesso mi siede sul petto più pesante di qualsiasi perdita materiale.
Qualcuno che mi conosce da dodici ore ha toccato l'unica cosa che mi rimane di Tessa e ha scelto di prenderla. In fondo non poteva saperlo, è vero, ma a me non interessa.
Quel coltello non è solo un'arma; è l'unica cosa rimasta su questa terra che mi ricordi chi ero prima di diventare questo mostro che cammina tra i morti. È la mia linea di confine. E a me, per principio, non piace che la gente superi le mie linee. Soprattutto, non mi piace essere preso per il culo. Quando qualcuno mi ruba qualcosa, le regole cambiano. E io divento un problema molto serio.
Sposto la scrivania metallica con una spallata decisa. Meave l'ha mossa solo di trenta centimetri, quanto bastava per far scivolare il suo corpo magro ed evaporare nella notte. Scendo i gradini di ferro con il fucile imbracciato, muovendomi come un'ombra.
Al piano terra, l'armadio metallico è ancora incastrato contro la porta di servizio, ma due erranti ciondolano nel corridoio. Sono bagnati fradici, i vestiti ridotti a brandelli appiccicosi, resi ancora più lenti e rimbambiti dal freddo e dalla pioggia dell'alba. Mi vedono. Emettono quel fastidioso rantolo gutturale e allungano le mani grigie verso di me.
Non ho intenzione di sprecare munizioni per loro. Non oggi.
Avanzo a passo rapido. Schivo la presa del primo con uno scatto laterale e gli tiro una botta tremenda con il calcio del fucile dritto sullo zigomo. Sento l'osso cedere con un crack
secco. Crolla a terra e gli schiaccio la tempia con il tacco dello stivale. Il secondo mi artiglia il giubbotto, ma lo afferro per il collo della camicia marcia e lo sbatto con tutta la forza che ho contro lo spigolo vivo di un bancale di legno. Il cranio si sfascia come un melone maturo.
Pulito. In meno di dieci secondi il corridoio è di nuovo mio.
Scivolo oltre lo spiraglio dell'armadio e mi ritrovo all'esterno, sotto la pioggerellina sottile. L'aria di novembre mi entra nei polmoni come aghi di ghiaccio, ma mi serve a darmi la sveglia. Appoggio il fucile a un vagone cisterna arrugginito e tiro fuori la mappa stropicciata dalla tasca interna della giacca protetta dal cellophane.
La studio, calcolando i tempi. Asheville è ancora lontana. Meave è debole, ha lo stomaco vuoto da dieci giorni e quel po' di carne in scatola che mi ha rubato non fa miracoli in poche ore. Ha dovuto muoversi al buio, sotto il diluvio, con le gambe che le tremavano per la fatica e la paura. Non può aver fatto più di due o tre miglia di svantaggio. Inoltre, una ragazza sola, mezza assiderata e terrorizzata, non resterebbe mai sui binari esposti con la luce del giorno. Cercherebbe copertura.
Vedo una linea secondaria sulla mappa, una vecchia tratta industriale abbandonata che si infila dritta nel fitto del bosco a nord-ovest, costeggiando una serie di vecchi capannoni della segheria. È l'unica via di fuga logica per non farsi individuare.
Rimetto via la mappa e mi chino a terra, proprio vicino alla pozzanghera dove finisce la tettoia del magazzino. La pioggia sta lavando via il terreno, ma il fango argilloso dello scalo merci è un'ottima spia se sai cosa cercare.
Eccola lì. Una traccia netta. Il tacco del suo scarpone sinistro ha affondato profondamente nel fango, calpestando un ammasso di foglie di quercia marce e lasciando una scia obliqua. Sta camminando male. Zoppica leggermente o è semplicemente sfinita. Poco più avanti, un ramo spezzato di netto a un metro d'altezza conferma che è passata di qui, correndo nella direzione del bosco.
Mi rimetto dritto, sistemandomi la cinghia del fucile d'assalto sulla spalla. Guardo verso la linea degli alberi spogli, dove la nebbia bassa confonde i profili dei tronchi neri.
«Scappa pure, ragazzina,» mormoro nel silenzio della pioggia, e un sorriso freddo, quasi divertito, mi si stampa in faccia.
«Corri finché hai fiato nei polmoni. Tanto il bosco è grande, ma io sono un cacciatore decisamente migliore di te. Raggiungerti sarà la parte divertente del mio percorso per Asheville. E quando ti trovo... beh, allora ci siederemo e ti spiegherò per bene le mie fottute regole.»
Sblocco la sicura del fucile e mi avvio nel fango, seguendo le sue impronte. La caccia è aperta.
CONTINUA... . .
Mi sveglio con i muscoli della schiena contratti, rigidi come corde di violino tirate oltre il limite, steso sotto un ammasso di rami secchi e teloni di plastica scura che ho usato per schermare la mia presenza in una baracca dirottata vicino ad un fossato a lato dei binari. L'aria ha quel sapore tagliente di pioggia imminente e terra morta. Sputo un grumo di saliva densa, mi passo una mano guantata sulla faccia per scacciare il torpore e mi rimetto in piedi.
Asheville è ancora lontana. Trentotto fottute miglia, secondo i miei calcoli. Un'infinità, se devi farle camminando su binari esposti, con l'inverno che ti soffia sul collo come un creditore stanco di aspettare.
Riprendo la marcia quando il sole pallido di novembre non è ancora riuscito a farsi largo attraverso la lastra di piombo del cielo. Dopo un paio d'ore, i binari cominciano a sdoppiarsi, poi a triplicarsi, intrecciandosi come vene nere su un letto di pietrisco macchiato d'olio e ruggine. In lontananza, inghiottito dalla nebbia bassa, si staglia il profilo spigoloso di uno scalo merci.
È un gigantesco cimitero di acciaio. Vagoni cisterna deragliati, container sventrati e piloni di cemento armato ricoperti di edera nera. La natura sta divorando tutto con una pazienza che gli esseri umani non hanno mai avuto. Le tracce del panico di otto anni fa sono ancora incise ovunque, nelle carrozzerie squarciate, nelle recinzioni abbattute, nelle sagome scure di chi non è mai riuscito ad allontanarsi abbastanza in fretta.
Mi muovo con la lentezza fluida che mi ha tenuto vivo finora. Il fucile d'assalto è stretto contro il petto, il dito indice allungato sopra il ponticello. Supero un convoglio merci le cui porte scorrevoli sono state rovinate dagli anni. All'interno c'è solo oscurità e il fetore di carne guasta. Sento il raschiare inconfondibile di unghie contro la lamiera: un paio di erranti rimasti intrappolati in un container chiuso dall'esterno, condannati a grattare l'acciaio per il resto dell'eternità. Me ne fotto e vado avanti.
Al centro dello scalo si erge un magazzino di stoccaggio su due livelli. I portelloni principali sono sbarrati con una catena arrugginita. C'è una porta di servizio laterale socchiusa, i cardini piegati verso l'esterno come se qualcuno li avesse forzati con uno strumento pesante, non con la forza di un corpo morto. Faccio un rapido calcolo visivo: all'esterno quattro erranti, forse cinque, aggirati intorno ai resti di un furgone ribaltato. Sono lenti, quasi congelati dal gelo notturno, i movimenti meccanici e scoordinati. Il vento soffia nella mia direzione, portando via il mio odore. Non vale la pena.
Mi infilo nella porta di servizio scivolando nell'ombra.
L'interno è cavernoso, illuminato solo dai fasci di luce grigia che penetrano dai lucernari incrostati sul tetto alto. Odore di cartone umido, polvere chimica, olio esausto. E qualcos'altro. Qualcosa che non appartiene a un posto abbandonato, qualcosa di organico e recente che si mescola al fetore generale come una nota stonata in una sinfonia di decomposizione.
Fuoco spento. Sudore. Cibo riscaldato.
Avanzo senza fare il minimo rumore, i miei stivali scivolano sul cemento liscio aggirando bancali di legno marcio. Individuo una scala di ferro che porta a un ballatoio superiore. L'istinto mi dice di controllare, e l'istinto è l'unica cosa che non mi ha ancora tradito.
Salgo i gradini tenendomi rasente al muro, evitando di caricare il peso al centro per non farli cigolare. Arrivato in cima, la porta a vetri dell'ufficio è mezza sfasciata, il vetro frantumato ricomposto sul pavimento come un puzzle impossibile. La spingo con la spalla ed entro.
La stanza è un caos di vecchi archivi ribaltati, schedari vuoti, carta ingiallita che ricopre il pavimento come uno strato di foglie morte. Ma in un angolo c'è qualcosa che fa fermare di colpo i miei pensieri.
Dei cartoni aperti e appiattiti sul pavimento, disposti con una certa cura, non gettati lì a caso. Una coperta di pile grigio, logora ma piegata con una precisione quasi ossessiva. Un barattolo di fagioli vuoto, meticolosamente raschiato fino all'ultima traccia, e una bottiglia di plastica con tre dita d'acqua dentro. Nell'angolo opposto, una piccola catasta di legno raccolta, e i resti di un fuoco spento da poche ore, dentro un barile, ancora tiepido se avvicini la mano. Qualcuno ha vissuto qui abbastanza a lungo da organizzarsi, ma non abbastanza da sentirsi al sicuro. Non c'è traccia di polvere sui cartoni. Sono stati spostati stanotte.
Capisco all'istante di aver fatto un cazzo di errore. E in questo mondo, gli errori li paghi subito.
Il rumore di una pistola che viene armata scatta a pochi centimetri dalla base del mio cranio. Preciso, deliberato. Non è il gesto frenetico di chi ha paura. È il gesto di chi lo ha già fatto.
«Fai un solo movimento sbagliato,» sibila una voce alle mie spalle, «e ti lascio ammazzo su questo pavimento.»
È una voce di donna. Rauca, bassa, consumata da notti troppo lunghe e silenzi troppo pesanti. Il metallo gelido della canna si preme esattamente contro l'ultima vertebra cervicale. Non alla nuca generica, non alla schiena. Al tronco encefalico. Sa esattamente come si uccide in questo fottuto mondo, e questo mi dice più di qualsiasi parola.
Non mi irrigidisco. Non sussulto. L'adrenalina mi inonda il sangue, ma il cervello rimane freddo, completamente calmo. Ho visto morire la donna che amavo, ho scavato la sua tomba con le mie mani. Una pistola puntata alla schiena è quasi una carezza in confronto.
Forse, sotto sotto, una parte spezzata di me spera ancora che qualcuno tiri quel grilletto.
«Butta il fucile,» ordina. «Piano.»
«Fammi capire una cosa prima,» rispondo. La mia voce esce piatta, quasi annoiata, un ronzio profondo che stride completamente con la canna di metallo alla base del cranio.
«Hai dormito qui. Il fuoco è spento da almeno tre ore. Hai sentito i miei passi sulla scala e hai aspettato che entrassi invece di scappare dalla finestra sul retro.» Una pausa.
«Quindi o sei troppo a corto di energie per correre, o hai deciso che questo posto vale la pena difenderlo. In entrambi i casi, non stai sparando. Dico bene?»
Un silenzio teso. La canna preme più forte.
«Ho detto di buttare l'arma, sciacallo,» ringhia, la voce un'ottava più alta, con una crepa sottile che nessuna durezza riesce a coprire del tutto.
«Il fucile a terra. Adesso. O ti spalmo il cervello su quel muro.»
Accenno un piccolo cenno con la testa.
«Ook... Casa tua, regole tue.»
Lentamente, sfilo la cinghia del fucile dalla spalla destra e lo lascio cadere. L'arma sbatte sul cemento con un tonfo sordo. Poi, con movimenti misurati, sbottono la fondina sulla coscia e lascio andare anche il coltello da caccia. Non le dico del coltellino tattico nello stivale sinistro. Quello resta lì.
«Calcia via quella roba. E girati. Mani dove posso vederle.»
Spingo le armi lontano con il tacco e mi volto con calma millimetrica, le mani sollevate all'altezza del petto. La guardo.
È un animale selvatico messo all'angolo, e si vede da ogni centimetro del suo corpo. I capelli sono scuri, mossi e sporchi, legati con un laccio consumato che le lascia cadere alcune ciocche davanti al viso. Ha la pelle chiara, macchiata di fuliggine e segnata da piccoli graffi sottili che non si è curata di disinfettare. Tiene la Beretta 92FS a due mani, puntata al centro del mio petto, e ha le nocche bianche per la tensione. Le spalle sono rigide, i pollici serrati in modo sbagliato sull'arma. Ha imparato a usare quella pistola da sola. Nessuno gliel'ha mai insegnato davvero.
La osservo senza fretta, ignorando la canna che mi fissa. Non cerco le vie di fuga, non valuto le distanze. La studio, e lei se ne accorge. Le pupille si dilatano impercettibilmente, tradendo il disagio di essere letta da qualcuno che non ha l'aria di avere paura.
«Nocche spaccate,» dico a bassa voce, quasi tra me e me.
«Vecchie, almeno tre settimane. Guance scavate, ma le occhiaie le hai fresche di stanotte, non di mesi. Questo vuol dire che dormivi con qualcuno finora, e che qualcuno non c'è più da poco.» Sposto gli occhi dalla sua mano alla sua faccia.
«Il barattolo raschiato fino all'osso. Sei qui da dieci giorni, forse dodici. Sei rimasta anche quando avresti potuto andartene, quindi aspettavi qualcosa. O qualcuno.» Un'altra pausa, più pesante. «Che non è arrivato.»
Il respiro di della donna cambia. Si inceppa per una frazione di secondo, un micro-cedimento che scompare subito dietro una maschera di rabbia. La canna della pistola trema di un millimetro.
«Chiudi quella bocca,» sibila.
«Non mi sembra una risposta.»
«Ti sembra che mi freghi darti una risposta?»
Mi stringo nelle spalle.
«No. Ma ti frega abbastanza da non sparare.» La fisso negli occhi.
«Posizione di sparo completamente sbagliata. Pollici sovrapposti, spalle troppo alte. Se premi quel grilletto adesso, il rinculo ti spezza il pollice destro e il proiettile finisce tre centimetri sopra la mia spalla sinistra. Ho tempi di reazione abbastanza buoni da ringraziarti.»
Silenzio.
Il nervosismo le fa fare un respiro troppo profondo, le spalle si alzano per una frazione di secondo, e la canna della pistola devia di un maledetto centimetro.
Non mi serve altro.
Scatto in avanti come una molla d'acciaio. Con l'avambraccio sinistro devio la Beretta verso l'alto; il colpo parte con un boato assordante che disintegra un pezzo di soffitto, facendo piovere calcinacci. Lascio cadere il baricentro, la mia mano destra sfila il coltellino dallo stivale, e le spazzo via la gamba di appoggio con un calcio netto.
Lei perde l'equilibrio con un gemito di sorpresa. La afferro per il bavero prima che tocchi terra e la sbatto contro la parete di mattoni. Il tonfo le mozza il fiato. Con l'avambraccio sinistro le premo il petto contro il muro, quanto basta per neutralizzarla, mentre con la mano destra le pianto la lama del coltellino esattamente sotto la curva della gola. La punta spinge contro la pelle sottile, dove la carotide pulsa frenetica contro l'acciaio.
Si dimena, cerca di artigliarmi le braccia con le unghie, ma sono troppo grande e troppo pesante. La mia pressione è assoluta. La sua pistola cade sul pavimento.
Azzero la distanza tra noi. Il mio viso è a un palmo dal suo. Sento il calore del suo corpo agitarsi contro il mio, il suo fiato spezzato che mi colpisce la guancia. È un fiato vivo. Caldo.
«Ora dovresti cominciare ad avere un po' di paura, ma tranquilla, è normale,» le dico sottovoce, il tono di chi sta commentando il tempo che farà domani.
Alzo gli occhi dalla sua gola al suo viso, preparandomi a fare quello che va fatto.
E mi fermo.
Il tempo si dilata fino a spezzarsi.
Quegli occhi.
Sono verdi. Non un verde qualsiasi, non il verde piatto e spento che vedi su certe persone. È un verde vivo, profondo, screziato di sfumature più scure vicino alla pupilla, con piccole venature dorate che emergono solo quando la luce grigia del lucernario li colpisce ad angolo. Simili. Maledettamente simili. Ma non sono i suoi. Non sono quelli di Tessa.
È come svegliarsi da un sogno bellissimo e capirlo un secondo prima di aprire gli occhi, quando è ancora possibile trattenerti dentro per un istante. Il magazzino scompare. Il coltello scompare. Per un secondo folle e disperato non sto guardando una sconosciuta che ha cercato di uccidermi. Sto rivedendo Tessa in quel capanno a gennaio, con la febbre che le anneriva i vasi sul collo e quella luce che si spegneva nel profondo delle iridi.
Il ronzio nelle orecchie diventa assordante. Il coltello mi pesa tra le dita come se fosse fatto di piombo.
La ragazza se ne accorge. Vede qualcosa cambiare nel mio sguardo, vede la maschera di ferro incrinarsi per quella frazione di secondo, e non capisce. Non può capire. Vede solo un uomo con un coltello alla sua gola che improvvisamente smette di essere pericoloso e diventa qualcosa di molto più difficile da leggere. Le sue labbra si dischiudono per cercare aria, ma rimane immobile, istintivamente consapevole che qualsiasi movimento adesso potrebbe riportarmi indietro nel posto da cui mi sono appena allontanato.
Non posso farlo. Non posso spegnere quegli occhi. Non un'altra volta.
Allento la presa lentamente. La lama si stacca dalla sua gola lasciando solo un segno arrossato sulla pelle, una riga sottile che scompare quasi subito. Faccio un passo indietro. Lei rimane incollata alla parete per un secondo, i polmoni che si riempiono in modo convulso, poi scivola di lato raggiungendo la pistola caduta a terra.
Non glielo impedisco.
«Non mi hai sparato e io non ti ho uccisa. Siamo pari, ok?» mi giustifico, ma non era quello il motivo.
L'eco del colpo sta ancora rimbalzando tra le travi d'acciaio del tetto quando la realtà ci presenta il conto.
Un tonfo sordo, pesante, fa tremare il pavimento. Poi un altro. E un altro ancora. Seguiti da quel raschiare di gole morte e affamate che sale dal piano di sotto. Il colpo ha svegliato tutto ciò che c'era nel raggio di mezzo miglio, e ora si stanno ammassando contro la porta di servizio da cui sono entrato.
Lei si irrigidisce. Il panico le dilata le pupille, che da verdi diventano pozzi neri. Punta la pistola verso la porta.
«Ascoltami,» le dico, il tono basso e secco. «Se spari di nuovo, siamo entrambi morti. Attirerai qui dentro ogni singolo cadavere di questo scalo.»
Lei si blocca. Il cardine della porta al piano di sotto cede con uno stridio metallico.
«Resta qui.»
Recupero il coltello da caccia da terra e mi butto giù per i gradini saltando gli ultimi tre. Arrivo al piano terra esattamente nel momento in cui la porta cede sotto il peso di cinque corpi ammassati. Piombano all'interno inciampando l'uno sull'altro, un groviglio di carne marcia e fauci scattanti.
Il primo mi è addosso prima ancora che si rimetta in piedi. Gli pianto lo stivale nello sterno, bloccandolo, e affondo otto pollici di acciaio nella sua testa. Lo spingo via come uno straccio vecchio. Il secondo arriva da sinistra: schivo la presa delle sue mani scheletriche, gli afferro i pochi capelli rimasti sulla nuca e gli pianto la lama nella tempia. Il terzo e il quarto mi spingono contro una colonna di cemento. Sento le unghie che raschiano contro il tessuto spesso del giubbotto tattico. Il mio braccio destro viene bloccato contro il muro. Il viso putrefatto di una donna mi scatta a due centimetri dal naso, i denti ingialliti che cercano la mia giugulare.
Poi la sua testa esplode in un geyser di sangue scuro e ossa.
È lei. Ha afferrato una spranga di ferro arrugginita, chissà dove staccata, e gliel'ha piantata nel cranio con una ferocia totale, senza esitazione. Non si ferma. Usa la spranga come una leva, sradica l'errante da me e con un calcio preciso spezza il ginocchio dell'ultimo rimasto, facendolo crollare. Non le lascio il tempo di finirlo: mi libero, faccio un passo avanti e schiaccio il cranio del bastardo con il tacco dello stivale. Un crack umido. Poi torna il silenzio.
Rimaniamo immobili per tre secondi. I nostri petti si alzano e si abbassano a un ritmo frenetico. L'adrenalina mi fischia nelle orecchie. La guardo di sottecchi.
Ha le mani sporche di sangue scuro fino ai polsi, ma la presa sull'arma improvvisata è solida come la roccia. Non trema. O almeno, non ancora.
«Dobbiamo bloccare quell'entrata,» dico.
Nessuna risposta. Afferra la spranga e mi segue.
Afferriamo un massiccio armadio metallico rovesciato a pochi metri di distanza. Il metallo stride sul cemento in un rumore atroce, ma spingiamo con tutto il fiato che ci resta nei polmoni finché non lo incastriamo contro il telaio sventrato della porta. Solido. Chiunque voglia entrare ora dovrà fare un baccano che si sentirà fino ad Asheville.
Torniamo al piano superiore. L'ufficio è immerso nella penombra grigia del mattino. Ci sediamo sul pavimento, tenendo la distanza. Io contro la parete di sinistra, vicino alla porta; lei contro quella di destra, vicino ai suoi cartoni. La pistola è di nuovo nella sua mano. Il mio fucile è appoggiato alla mia gamba. Nessuno dei due abbassa la guardia, ma entrambi sappiamo che ammazzarci adesso sarebbe un suicidio inutile.
Il silenzio tra noi è una terza presenza nella stanza.
Infilo due dita nel taschino del gilet e tiro fuori un pacchetto di sigarette accartocciato. Ne accendo una, aspiro a pieni polmoni, lascio uscire il fumo lentamente verso il soffitto. La guardo attraverso quella nuvola sottile.
«Come ti chiami,» dico. Non è una domanda, è la constatazione che quella cosa va sbrigata prima di qualsiasi altra.
Lei esita. Quasi impercettibilmente, ma lo vedo.
«Meave.»
«Trevis.»
Niente strette di mano. Nient'ltro. Le parole atterrano sul cemento e ci rimangono, inutilmente cerimoniali in mezzo alla carne morta che ha appena smesso di puzzare al piano di sotto.
Fuori, il cielo ha smesso di minacciare e ha cominciato a mantenere la promessa.
La pioggia inizia piano, quasi con discrezione, un picchiettio sottile sui lucernari che potrebbe quasi sembrare innocuo. Poi raddoppia. Poi triplica. Nel giro di venti minuti diventa un muro d'acqua che si abbatte sulla lamiera del tetto con una violenza tale da trasformare ogni altro suono in rumore bianco. Il vento si incunea tra le giunture arrugginite della struttura, fa gemere le travi d'acciaio in alto come alberi di una nave in tempesta, e spinge l'umidità dentro attraverso ogni crepa, ogni fessura, ogni centimetro di cemento poroso che anni di abbandono hanno reso permeabile come una spugna.
In pochi minuti la temperatura nella stanza scende di tre o quattro gradi. Lo sento nelle articolazioni delle dita, nel modo in cui il respiro inizia a condensarsi nell'aria davanti alla mia bocca.
«Merda, cosi bagnerà tutto e questa notte farà un cazzo di freddo insopportabile.» dice. Io non parlo.
Meave non si muove dal suo angolo. Tiene le ginocchia strette al petto, la pistola ancora in grembo, e fissa un punto vago sul pavimento davanti a sé con l'espressione chiusa di chi ha imparato a non lasciar trasparire nulla. Ma ogni tanto le dita stringono e allentano l'impugnatura della Beretta in un ritmo involontario, tradendo quello che la faccia non concede.
Tiro fuori dallo zaino la mia vecchia mappa plastificata e faccio finta di studiarla, mentre con la coda dell'occhio la osservo con attenzione. Lo faccio da abbastanza tempo da sapere come si presenta la fame cronica su un corpo umano. Non è solo la magrezza delle guance o il modo in cui i vestiti le pendono addosso due taglie troppo larghi. È qualcosa di più sottile. È nella qualità del silenzio che fa. Chi ha davvero fame non spreca energia in movimenti inutili. Resta fermo, conserva il calore, raziona ogni singolo atto muscolare come se fosse un conto corrente a corto di fondi. Meave lo fa in modo così automatico che probabilmente non se ne accorge nemmeno più.
Senza fretta, richiudo la mappa e allungo la mano verso lo zaino. Conosco esattamente il peso di ogni cosa al suo interno. Tre scatole di carne pressata, due di spezzatino, tre mele un po' ammaccate ma ancora sode, una barrette proteica. Abbastanza per qualche giorno in solitudine. Dividerla con qualcuno significa ridurre il margine di sicurezza a meno della metà. Significa fare un favore che in questo mondo non ti restituisce mai nessuno, a qualcuno che quaranta minuti fa aveva una pistola puntata al mio cranio.
Tiro fuori una scatoletta di spezzatino e una delle mele.
Le faccio scivolare sul pavimento. Si fermano a metà strada tra noi, sul cemento sporco di calcinacci e sangue secco. La resto a guardare per un secondo, poi tiro l'ultima boccata dalla sigaretta e schiaccio il mozzicone sul pavimento gettandolo dentro il bidone.
Meave abbassa gli occhi sul cibo. Non si muove.
Il silenzio si allunga tra noi come un filo teso, e io lo lascio allungare. Non aggiungo nulla, non sorrido, non spiego il gesto. Chi spiega i propri gesti sta chiedendo qualcosa in cambio. Io non le sto chiedendo niente, e voglio che lo capisca da sola.
Lei alza lo sguardo. Cerca la fregatura con quella precisione affilata di chi è già stato bruciato abbastanza volte da non fidarsi di nulla che sembri gratuito.
«Perché,» dice. Una sola parola, secca come uno sparo.
«Perché hai lo stomaco vuoto da giorni e sei più utile in piedi che sul pavimento,» rispondo.
«Ragioni puramente pratiche. Non ti sto chiedendo niente.»
«Tutti chiedono qualcosa, sempre.»
«Già.» Accenno un mezzo sorriso amaro, di quelli che non arrivano agli occhi.
«Ma di solito quelli che vogliono qualcuno da fottere non cominciano offrendo lo spezzatino. Troppo poco romantico.»
Meave non ride. Non si aspettava una battuta, e il fatto che non sappia come classificarla la irrita più di qualsiasi minaccia diretta. La mascella le si contrae di un millimetro. Abbassa di nuovo gli occhi sulle due cose sul pavimento, poi si allunga in avanti lentamente, con la cautela di un animale che si avvicina a qualcosa che potrebbe ancora scattare.
Prende la scatoletta. La mela la lascia lì.
La osservo aprirla con il coltello, lavorando con movimenti precisi e senza sprechi. Non è la gestualità di chi ha imparato a sopravvivere di recente. È automatica, incorporata nel muscolo. Ha vissuto così da abbastanza tempo da non ricordare come si mangia diversamente.
Mangia in silenzio, la testa leggermente abbassata. Non è un gesto di resa, è la postura di chi è abituato a consumare i pasti di nascosto, veloce, prima che qualcuno arrivi a toglierti quello che hai in mano.
Aspetto che abbia finito metà scatoletta prima di parlare.
«Da quanto sei da sola»
Non è una domanda nemmeno questa. È una deduzione che le sto comunicando, non una cosa che le sto chiedendo di confermare.
«Non sono affari tuoi.»
«No,» concordo. «Non lo sono.»
Il vento picchia una raffica laterale contro la parete nord del magazzino, e per un secondo la struttura intera vibra come una campana. Qualcosa si stacca dal tetto, un pezzo di lamiera che cade nel buio fuori con un fragore metallico. Meave si irrigidisce, la mano destra scatta istintivamente verso la Beretta prima ancora che il suono si sia spento.
La guardo reagire. La guardo accorgersi di aver reagito. E la guardo odiare il fatto che io l'abbia vista farlo.
«Erano in tre,» dico, tenendo la voce bassa e piatta. «O quattro.»
Meave smette di mangiare.
Il silenzio tra noi cambia consistenza, come quando l'aria prima di un temporale diventa troppo densa per respirarci dentro normalmente.
«Quello che stai facendo adesso,» continuo, senza alzare la voce, senza inflessione, come se stessi leggendo un rapporto tecnico,
«con la mano sull'arma ogni volta che senti un rumore. Non è il riflesso di chi ha sempre vissuto da sola. Chi vive da solo impara a calibrare le reazioni, a distinguere i pericoli reali dai rumori ambientali. Tu stai ancora aspettando che qualcuno urli il tuo nome da un'altra stanza.»
Meave posa la scatoletta sul pavimento. Lentamente. Con troppa calma.
«Oppure,» aggiunge la mia voce nel silenzio,
«stai aspettando di sentire una voce che sai già che non sentirai più.»
«Smettila.» Le sue due parole tagliano l'aria come una lama, ma sotto il bordo affilato c'è qualcosa di cavo. Qualcosa che risuona come fa il legno marcio quando ci batti sopra.
Non smetto.
«Non ti sto giudicando,» dico. «In questo mondo, sopravvivere significa fare scelte che non vorresti fare. L'ho capito anch'io. L'ho capito tardi e mi è costato caro.» Mi fermo un secondo. «Ma tu lo sai già. Lo sai da prima che arrivassi io.»
Meave alza la testa di scatto. Gli occhi verdi mi fissano con una durezza che è quasi fisica, quasi tangibile, ma dietro quella durezza c'è qualcosa che si agita come acqua sotto il ghiaccio. Qualcosa che cerca di non venire su.
«Non sai un cazzo di me,» dice, la voce controllata con uno sforzo che si vede.
«No,» concordo. «E non devi spiegarmi nulla se non vuoi. È l'idea che mi sono fatto»
La lascio in pace.
Fuori, la pioggia non ha nessuna intenzione di smettere.
Le ore passano con quella lentezza opprimente che solo le notti di tempesta sanno imporre.
La luce oltre i lucernari muore del tutto nel giro di un'altra ora, portandosi via anche il grigio annacquato del pomeriggio e lasciando il magazzino in un buio quasi totale, tagliato solo dai lampi lontani che per un secondo illuminano la stanza con una luce biancastra e innaturale, trasformando le ombre in sagome, i bancali in figure, i muri in qualcosa di più vasto e più vuoto di quanto siano in realtà.
Tiro fuori dallo zaino la vecchia coperta infeltrita e me la butto sulle spalle. Appoggio la nuca al muro, chiudo gli occhi a metà e lascio che il rumore della pioggia diventi un fondo continuo. La mano destra rimane sull'impugnatura del fucile, appoggiata alla coscia. Non è una scelta consapevole, è fisiologia pura. Il mio corpo si addormenta in parti separate, non tutte insieme.
Dall'altro lato della stanza non arriva nessun suono per un po'. Solo il respiro di Meave, che nel buio assoluto diventa stranamente distinto nonostante il fragore dell'acqua sul tetto.
Poi inizia.
Prima lo sento appena, quasi inglobato nel rumore di fondo. Un fruscio ripetuto, il tessuto della sua giacca che sfrega contro il muro in un ritmo involontario e costante. Poi un altro suono, più sottile, che impiego qualche secondo a identificare con precisione.
Click. Click. Click.
Denti che sbattono.
Apro gli occhi nel buio. Un lampo lontano illumina la stanza per mezzo secondo, abbastanza da vedere la massa scura di Meave nell'angolo. Sta tremando. Non è un brivido passeggero, non è il freddo che ti passa se ti muovi un po' o ti strofini le braccia. È uno spasmo profondo e incontrollabile che le percorre tutto il corpo dall'interno verso l'esterno, come una corrente. La testa è abbassata sulle ginocchia, le braccia strette intorno alle gambe nel tentativo inutile di conservare un calore che non ha.
Il problema è semplice e brutale. Non ha riserve. Un corpo che non mangia abbastanza da settimane non ha grasso da bruciare, non ha carburante per produrre calore in modo efficiente. L'umidità che si insinua attraverso i muri fa il resto. La sua temperatura corporea sta scendendo, e sta scendendo veloce.
«Ehi,» chiamo nel buio.
Nessuna risposta. Solo il battito frenetico dei denti e un respiro che inizia a farsi sibilante, corto, troppo rapido.
«Meave.»
«F-fottiti.»
La sua voce è irriconoscibile. La consonante le si spezza a metà per i tremiti, come una parola rotta in due pezzi che non si incastrano bene. C'è ancora orgoglio lì dentro, ce n'è abbastanza da chiudere la bocca a qualsiasi richiesta d'aiuto. Ma l'orgoglio non genera calore.
Sbuffo lentamente attraverso il naso. Mi tolgo la coperta di dosso, mi alzo in piedi. I miei stivali sul cemento fanno un rumore pesante nel buio.
«Che c-cazzo—»
«Sta' ferma.»
«S-stammi lontano, ti ho detto—»
Avanzo verso di lei ignorando la sua voce spezzata. Un altro lampo illumina la stanza per un istante, abbastanza da vedere la Beretta che cerca di sollevarsi nella sua mano, ma le dita non rispondono più ai comandi con precisione. Il polimero raschia sul pavimento.
Mi abbasso davanti a lei, le tolgo l'arma di mano con una presa ferma e la deposito sul cemento fuori dalla sua portata immediata, poi la guardo in faccia da vicino.
Ha le labbra viola.
Non è un'iperbole, non è la luce cattiva. Sono viola per davvero, e le unghie delle mani stanno seguendo la stessa strada. Il freddo le ha tolto il colore dalla pelle fino a renderla quasi traslucida sotto gli zigomi.
«Ascoltami,» dico, la voce bassa e senza margine per la discussione.
«Se ti lascio qui, muori stanotte. Non domani. Stanotte.» Pausa.
«E quando ti risveglierai, io avrò un problema enormemente più complicato di adesso. Dovrò spaccarti la testa e lasciarti insieme ai nostri amichetti che dormono al piano di sotto. Solo perché il tuo grandissimo orgoglio del cazzo ti impedisce di chiedere aiuto.»
Lei mi fissa con quegli occhi verdi spalancati, le iridi ridotte a due strisce sottili attorno alle pupille dilatate. Vuole rispondermi, lo vedo. Vuole dirmi di andare a farmi fottere con la stessa convinzione di prima. Ma le manca il fiato per farlo, e quella mancanza la spaventa più di qualsiasi cosa le abbia detto oggi.
Prendo la sua coperta di pile grigio ripiegata vicino ai cartoni. La srotolo e la guardo: è sottile, consumata, perde filamenti da tutti i bordi. Non è abbastanza. Non è lontanamente abbastanza.
Mi siedo pesantemente sul pavimento a fianco a lei, con le spalle contro lo stesso muro. Lei si ritrae di un centimetro, il riflesso di un animale che non ha più le forze per scappare ma ci prova lo stesso.
«Dammi il braccio.»
«No.»
«Meave.»
«Ho detto n-no.»
La guardo per tre secondi interi. Poi la afferro per le spalle, non con violenza, con una fermezza totale e irrevocabile, e la costringo a girarsi dandomi le spalle. La tiro verso di me finché la sua schiena non si appoggia al mio petto. È rigida come un asse di legno, tutti i muscoli contratti in una resistenza ostinata e futile.
Avvolgo la sua coperta di pile attorno a lei. Poi ci butto sopra la mia vecchia coperta pesante per coprirci entrambi, chiudendo ogni spiraglio. Il microclima cambia quasi immediatamente. Il calore corporeo è una cosa semplice e animale, non ha bisogno di permesso.
«lascia li quella pistola,» le dico sottovoce all'orecchio. «Non ti serve e io non ho intenzione di farti del male, altrimenti saresti già morta.»
Un silenzio lungo, carico di tutto quello che non si dice. Le armi sono lì, invisibili e inutili sotto le coperte, testimoni silenziose di una diffidenza che nessuno dei due ha intenzione di abbandonare.
Meave continua a tremare contro di me per diversi minuti. Non è un brivido, è una vibrazione profonda che parte dai muscoli lombari e si propaga verso l'alto lungo la colonna, come un motore che gira fuori giri. Lentamente, il mio calore inizia a fare il suo lavoro. Gli spasmi si accorciano, poi si diradano, poi diventano fremiti isolati sempre più radi.
Non parliamo.
Il rumore della pioggia sul tetto è talmente assordante da rendere ogni parola uno sforzo inutile, e forse è meglio così. Il silenzio obbligato dalla tempesta ci toglie l'onere di riempire lo spazio tra noi con cose che non vogliamo dire.
Ma il silenzio non è vuoto. È denso. È pieno di ogni cosa che non viene pronunciata.
Sento il suo respiro cambiare gradualmente, farsi più lungo, perdere quella qualità sibilante dell'inizio. La cassa toracica si espande contro il mio braccio in un ritmo che diventa piano, quasi normale. Sotto la coperta, il calore che condividiamo è l'unica cosa calda in questo magazzino, in questo bosco, in questa fottuta notte di novembre che sembra non voler finire.
È in quel momento che il mio corpo smette di essere qualcosa di meccanico e funzionale.
Arriva senza preavviso, come tutte le cose che fanno davvero male. Il calore della sua schiena contro il mio petto. Il peso specifico di un corpo vivo che cede di un millimetro, un solo millimetro, abbandonando qualcosa di infinitesimale della sua tensione. L'odore dei suoi capelli bagnati che si asciugano lentamente vicino al mio viso, polvere e pioggia e pelle calda, un odore di cosa viva e presente in modo così elementare che fa male come una bruciatura.
Non è desiderio. Non ancora, o forse sì, ma è sepolto sotto qualcosa di molto più difficile da gestire.
È il ricordo di cosa significa non essere soli.
Tessa dormiva così. Con la schiena appoggiata al mio petto nelle notti più fredde, quando il rifugio non teneva abbastanza calore e ci avvolgevamo in tutto quello che avevamo a disposizione. Aveva questo modo di abbandonare il peso, di mollare la guardia solo in quelle ore, di diventare più piccola e più vera di quanto fosse di giorno. E io restavo sveglio a lungo dopo che si era addormentata, non per paura, ma perché non riuscivo a sprecare quei momenti dormendo.
Adesso ho qualcuno di estraneo e ostile addossato al mio petto nel buio di un magazzino abbandonato, con un coltello in mano e una canna di pistola che preme sotto le coperte. Non è la stessa cosa. Non è lontanamente la stessa cosa.
Eppure il dolore è identico.
Un nodo duro e acido mi si forma alla base della gola, di quelli che non puoi né mandare giù né sputare fuori. Lo tengo lì. Lo tengo immobile, come si tiene il respiro sott'acqua, e fisso le travi buie del soffitto sopra di noi finché il dolore non si appiattisce abbastanza da diventare sopportabile.
Meave non dorme. Lo capisco dalla qualità della sua immobilità, troppo controllata, troppo consapevole per essere incosciente. Sento i suoi muscoli, che si sono finalmente sciolti dalla rigidità del freddo, mantenere comunque una tensione sottile e vigile. Anche lei fissa il soffitto nel buio, probabilmente, o forse tiene gli occhi chiusi fingendo una pace che non ha.
Mi chiedo cosa stia pensando.
Mi chiedo se stia pensando agli altri. A quelli che non ci sono più e che un giorno c'erano. Mi chiedo se il calore del mio corpo le ricordi qualcosa, se le sembri una cosa che non merita di ricevere, e da dove viene quella sensazione.
Non glielo chiedo.
Non è il momento. Forse non lo sarà mai.
Fuori la pioggia non smette. Batte sul tetto con una costanza ipnotica, quasi meccanica, come se il cielo avesse deciso di svuotarsi su questo pezzo di Carolina del Nord senza fretta e senza intenzione di fermarsi. Sotto quel muro di rumore bianco, chiusi in questo bozzolo di lana ruvida e buio pesto, il resto del mondo smette di esistere per qualche ora.
È la cosa più pericolosa che mi sia capitata da gennaio.
Chiudo gli occhi.
E per la prima volta da dieci mesi, dormo davvero.
Mi sveglio con il gelo che mi morde la nuca.
Ci metto qualche secondo a tornare del tutto presente, a riconoscere il soffitto basso dell'ufficio sopra di me, le travi scure, i lucernari appannati che lasciano passare una luce grigia e senza direzione. La tempesta si è ridotta a una pioggerellina leggera, di quelle bastarde e silenziose che non fanno rumore ma ti inzuppano fino alle ossa in dieci minuti.
Il primo pensiero, prima ancora che il cervello sia del tutto sveglio, è il calore.
È sparito.
Lo spazio davanti al mio petto è vuoto. Non solo fisicamente, ma in quel modo preciso e definitivo che ha l'assenza di un corpo caldo quando ci sei abituato da poche ore, quando i muscoli se lo ricordano ancora. La coperta di pile grigio è rimasta sul mio petto, ripiegata con una cura quasi irritante, come se qualcuno si fosse preoccupato di non svegliarmi togliendola di scatto.
Resto immobile per tre secondi, respiro piano, gli occhi aperti sul soffitto.
Ho dormito troppo a lungo. Non due ore, non tre. Il tipo di sonno pesante e senza difese che non mi permettevo da mesi, di quelli in cui il corpo si disconnette completamente e smette di fare la guardia. Il mio sistema di allerta interno, costruito su otto anni di sopravvivenza, ha deciso di cedere esattamente stanotte. Proprio qui, proprio accanto a qualcuno che avevo incontrato dodici ore fa con una pistola puntata alla mia spina dorsale.
Cazzo.
Mi metto seduto lentamente, i muscoli della schiena che protestano con fitte acute lungo tutta la colonna. Mi passo una mano guantata sulla faccia, strofinando via gli ultimi residui di sonno. Poi comincio l'inventario.
Il fucile d'assalto è appoggiato alla parete alla mia destra, esattamente dove l'avevo lasciato. Lo accarezzo senza sollevarlo, sentendo il metallo freddo sotto i guanti. Troppo pesante, troppo ingombrante per una che faticava a tenere ferma una pistola compatta. Già lo sapevo.
La fondina sulla coscia destra è aperta. Vuota. Il coltello da caccia è sparito.
Mi controllo lo stivale sinistro, infilando le dita sotto l'orlo del pantalone tattico fino al coltellino nascosto alla caviglia.
Vuoto anche quello.
Controllo il gilet: mancano due caricatori completi di nove millimetri, quelli che tenevo nella tasca esterna sinistra. Guardo dentro lo zaino. Due scatolette di carne pressata sono sparite, insieme alla barretta proteica. Ne sono rimaste due confezione, una spezzatino, una di carne pressata e 2 mele. Ha lasciato abbastanza da non farmi crepare di fame in un giorno.
Ha fatto i conti. Ha preso quello che le serviva senza prendere tutto quello che poteva. Non è la gestualità di uno sciacallo, è la precisione di qualcuno che conosce la differenza tra sopravvivere e distruggere.
Mi scappa una mezza risata rauca, un suono secco che muore subito tra i mattoni umidi. Guarda un po'. Proprio nel momento in cui abbasso la guardia, la ragazza mi dimostra di meritare esattamente tanta fiducia quanta gliene avevo accordata all'inizio, ovvero nessuna.
Bene così. Conoscevo le regole. Sono stato io a dimenticarle.
Mi alzo in piedi, sistemando la cinghia del fucile sulla spalla, e mi giro per recuperare il coltello da caccia dalla fondina vuota come gesto automatico, già sapendo che non c'è.
Ed è lì che smetto di muovermi.
Sul pavimento, a pochi centimetri dai cartoni appiattiti dove Meave dormiva, c'è qualcosa. Ci metto un secondo a mettere a fuoco nella luce grigia dell'alba. È piatto sul cartone, con la lama ripiegata e il manico rivolto verso l'alto, come se qualcuno lo avesse posato deliberatamente, non dimenticato.
Il mio coltellino tattico. Quello dello stivale sinistro.
Mi avvicino lentamente. Me lo infilo in tasca senza guardarlo, gli occhi fissi sul pavimento intorno ai cartoni. Poi mi abbasso e cerco con attenzione quello che mi aspetto di trovare.
L'impronta del suo ginocchio sul cartone, dove si è inginocchiata. Una traccia sottile di fango sul bordo del pavimento, all'altezza della gamba dove tenevo la fondina. Ci è arrivata strisciando nell'oscurità, piano, centimetro per centimetro, con una pazienza da predatore.
E poi ha lasciato il coltellino.
Non ci avevo ancora pensato, ma adesso l'inventario è completo, e manca un pezzo. Il coltellino della caviglia è tornato. Il coltello da caccia della fondina è sparito. Ma sul cemento accanto ai cartoni non c'è nient'altro.
Grande errore.
Poteva prendersi qualsiasi cosa, il cibo, i caricatori, la coperta, tranne.. Il coltello da caccia. Quello con il manico in osso rigato, lungo e bilanciato, la lama da trenta centimetri che affilavo ogni settimana con la pietra. Quello con le iniziali incise vicino alla guardia, quasi cancellate dagli anni, in un corsivo sottile e preciso che nessuno tranne me avrebbe saputo leggere senza guardare da vicino.
T.M.
Tessa Merrow.
Mi fermo.
Mi raddrizzo molto lentamente, come se il movimento troppo rapido potesse disturbare qualcosa che non voglio disturbare. La stanza è silenziosa intorno a me. Solo la pioggerellina sul tetto, il vento che geme tra le giunture arrugginite, il suono del mio respiro che si condensa nell'aria fredda davanti alla mia bocca.
Lei ha sfilato prima il coltellino dalla caviglia, il più facile da togliere se sai dove cercare.
Non c'è altra spiegazione. L'ha sfilato mentre io dormivo, l'ha tenuto, l'ha valutato, forse lo avrebbe usato se mi fossi svegliato mentre sfilava l'altro dalla fondina, e poi lo ha rimesso giù. In modo ordinato, piano accanto ai cartoni, non al suo posto perché avrebbe rischiato di svegliarmi. Ma lo ha rimesso giù.
Con un coltellino ci fa ben poco, ha ben pensato di prendersi il coltello da caccia. Un ragionamento giusto.
Quel coltello è il pezzo di ferro più affilato e bilanciato che abbia in dotazione. È uno strumento di sopravvivenza puro, senza sentimentalismi. Meave ha fatto la cosa più logica e razionale. La cosa che io stesso avrei fatto aIl gelo dell'alba ti entra nei polmoni prima ancora che tu apra gli occhi.
Mi sveglio con i muscoli della schiena contratti, rigidi come corde di violino tirate oltre il limite, steso sotto un ammasso di rami secchi e teloni di plastica scura che ho usato per schermare la mia presenza in una baracca dirottata vicino ad un fossato a lato dei binari. L'aria ha quel sapore tagliente di pioggia imminente e terra morta. Sputo un grumo di saliva densa, mi passo una mano guantata sulla faccia per scacciare il torpore e mi rimetto in piedi.
Asheville è ancora lontana. Trentotto fottute miglia, secondo i miei calcoli. Un'infinità, se devi farle camminando su binari esposti, con l'inverno che ti soffia sul collo come un creditore stanco di aspettare.
Riprendo la marcia quando il sole pallido di novembre non è ancora riuscito a farsi largo attraverso la lastra di piombo del cielo. Dopo un paio d'ore, i binari cominciano a sdoppiarsi, poi a triplicarsi, intrecciandosi come vene nere su un letto di pietrisco macchiato d'olio e ruggine. In lontananza, inghiottito dalla nebbia bassa, si staglia il profilo spigoloso di uno scalo merci.
È un gigantesco cimitero di acciaio. Vagoni cisterna deragliati, container sventrati e piloni di cemento armato ricoperti di edera nera. La natura sta divorando tutto con una pazienza che gli esseri umani non hanno mai avuto. Le tracce del panico di otto anni fa sono ancora incise ovunque, nelle carrozzerie squarciate, nelle recinzioni abbattute, nelle sagome scure di chi non è mai riuscito ad allontanarsi abbastanza in fretta.
Mi muovo con la lentezza fluida che mi ha tenuto vivo finora. Il fucile d'assalto è stretto contro il petto, il dito indice allungato sopra il ponticello. Supero un convoglio merci le cui porte scorrevoli sono state rovinate dagli anni. All'interno c'è solo oscurità e il fetore di carne guasta. Sento il raschiare inconfondibile di unghie contro la lamiera: un paio di erranti rimasti intrappolati in un container chiuso dall'esterno, condannati a grattare l'acciaio per il resto dell'eternità. Me ne fotto e vado avanti.
Al centro dello scalo si erge un magazzino di stoccaggio su due livelli. I portelloni principali sono sbarrati con una catena arrugginita. C'è una porta di servizio laterale socchiusa, i cardini piegati verso l'esterno come se qualcuno li avesse forzati con uno strumento pesante, non con la forza di un corpo morto. Faccio un rapido calcolo visivo: all'esterno quattro erranti, forse cinque, aggirati intorno ai resti di un furgone ribaltato. Sono lenti, quasi congelati dal gelo notturno, i movimenti meccanici e scoordinati. Il vento soffia nella mia direzione, portando via il mio odore. Non vale la pena.
Mi infilo nella porta di servizio scivolando nell'ombra.
L'interno è cavernoso, illuminato solo dai fasci di luce grigia che penetrano dai lucernari incrostati sul tetto alto. Odore di cartone umido, polvere chimica, olio esausto. E qualcos'altro. Qualcosa che non appartiene a un posto abbandonato, qualcosa di organico e recente che si mescola al fetore generale come una nota stonata in una sinfonia di decomposizione.
Fuoco spento. Sudore. Cibo riscaldato.
Avanzo senza fare il minimo rumore, i miei stivali scivolano sul cemento liscio aggirando bancali di legno marcio. Individuo una scala di ferro che porta a un ballatoio superiore. L'istinto mi dice di controllare, e l'istinto è l'unica cosa che non mi ha ancora tradito.
Salgo i gradini tenendomi rasente al muro, evitando di caricare il peso al centro per non farli cigolare. Arrivato in cima, la porta a vetri dell'ufficio è mezza sfasciata, il vetro frantumato ricomposto sul pavimento come un puzzle impossibile. La spingo con la spalla ed entro.
La stanza è un caos di vecchi archivi ribaltati, schedari vuoti, carta ingiallita che ricopre il pavimento come uno strato di foglie morte. Ma in un angolo c'è qualcosa che fa fermare di colpo i miei pensieri.
Dei cartoni aperti e appiattiti sul pavimento, disposti con una certa cura, non gettati lì a caso. Una coperta di pile grigio, logora ma piegata con una precisione quasi ossessiva. Un barattolo di fagioli vuoto, meticolosamente raschiato fino all'ultima traccia, e una bottiglia di plastica con tre dita d'acqua dentro. Nell'angolo opposto, una piccola catasta di legno raccolta, e i resti di un fuoco spento da poche ore, dentro un barile, ancora tiepido se avvicini la mano. Qualcuno ha vissuto qui abbastanza a lungo da organizzarsi, ma non abbastanza da sentirsi al sicuro. Non c'è traccia di polvere sui cartoni. Sono stati spostati stanotte.
Capisco all'istante di aver fatto un cazzo di errore. E in questo mondo, gli errori li paghi subito.
Il rumore di una pistola che viene armata scatta a pochi centimetri dalla base del mio cranio. Preciso, deliberato. Non è il gesto frenetico di chi ha paura. È il gesto di chi lo ha già fatto.
«Fai un solo movimento sbagliato,» sibila una voce alle mie spalle, «e ti lascio ammazzo su questo pavimento.»
È una voce di donna. Rauca, bassa, consumata da notti troppo lunghe e silenzi troppo pesanti. Il metallo gelido della canna si preme esattamente contro l'ultima vertebra cervicale. Non alla nuca generica, non alla schiena. Al tronco encefalico. Sa esattamente come si uccide in questo fottuto mondo, e questo mi dice più di qualsiasi parola.
Non mi irrigidisco. Non sussulto. L'adrenalina mi inonda il sangue, ma il cervello rimane freddo, completamente calmo. Ho visto morire la donna che amavo, ho scavato la sua tomba con le mie mani. Una pistola puntata alla schiena è quasi una carezza in confronto.
Forse, sotto sotto, una parte spezzata di me spera ancora che qualcuno tiri quel grilletto.
«Butta il fucile,» ordina. «Piano.»
«Fammi capire una cosa prima,» rispondo. La mia voce esce piatta, quasi annoiata, un ronzio profondo che stride completamente con la canna di metallo alla base del cranio.
«Hai dormito qui. Il fuoco è spento da almeno tre ore. Hai sentito i miei passi sulla scala e hai aspettato che entrassi invece di scappare dalla finestra sul retro.» Una pausa.
«Quindi o sei troppo a corto di energie per correre, o hai deciso che questo posto vale la pena difenderlo. In entrambi i casi, non stai sparando. Dico bene?»
Un silenzio teso. La canna preme più forte.
«Ho detto di buttare l'arma, sciacallo,» ringhia, la voce un'ottava più alta, con una crepa sottile che nessuna durezza riesce a coprire del tutto.
«Il fucile a terra. Adesso. O ti spalmo il cervello su quel muro.»
Accenno un piccolo cenno con la testa.
«Ook... Casa tua, regole tue.»
Lentamente, sfilo la cinghia del fucile dalla spalla destra e lo lascio cadere. L'arma sbatte sul cemento con un tonfo sordo. Poi, con movimenti misurati, sbottono la fondina sulla coscia e lascio andare anche il coltello da caccia. Non le dico del coltellino tattico nello stivale sinistro. Quello resta lì.
«Calcia via quella roba. E girati. Mani dove posso vederle.»
Spingo le armi lontano con il tacco e mi volto con calma millimetrica, le mani sollevate all'altezza del petto. La guardo.
È un animale selvatico messo all'angolo, e si vede da ogni centimetro del suo corpo. I capelli sono scuri, mossi e sporchi, legati con un laccio consumato che le lascia cadere alcune ciocche davanti al viso. Ha la pelle chiara, macchiata di fuliggine e segnata da piccoli graffi sottili che non si è curata di disinfettare. Tiene la Beretta 92FS a due mani, puntata al centro del mio petto, e ha le nocche bianche per la tensione. Le spalle sono rigide, i pollici serrati in modo sbagliato sull'arma. Ha imparato a usare quella pistola da sola. Nessuno gliel'ha mai insegnato davvero.
La osservo senza fretta, ignorando la canna che mi fissa. Non cerco le vie di fuga, non valuto le distanze. La studio, e lei se ne accorge. Le pupille si dilatano impercettibilmente, tradendo il disagio di essere letta da qualcuno che non ha l'aria di avere paura.
«Nocche spaccate,» dico a bassa voce, quasi tra me e me.
«Vecchie, almeno tre settimane. Guance scavate, ma le occhiaie le hai fresche di stanotte, non di mesi. Questo vuol dire che dormivi con qualcuno finora, e che qualcuno non c'è più da poco.» Sposto gli occhi dalla sua mano alla sua faccia.
«Il barattolo raschiato fino all'osso. Sei qui da dieci giorni, forse dodici. Sei rimasta anche quando avresti potuto andartene, quindi aspettavi qualcosa. O qualcuno.» Un'altra pausa, più pesante. «Che non è arrivato.»
Il respiro di della donna cambia. Si inceppa per una frazione di secondo, un micro-cedimento che scompare subito dietro una maschera di rabbia. La canna della pistola trema di un millimetro.
«Chiudi quella bocca,» sibila.
«Non mi sembra una risposta.»
«Ti sembra che mi freghi darti una risposta?»
Mi stringo nelle spalle.
«No. Ma ti frega abbastanza da non sparare.» La fisso negli occhi.
«Posizione di sparo completamente sbagliata. Pollici sovrapposti, spalle troppo alte. Se premi quel grilletto adesso, il rinculo ti spezza il pollice destro e il proiettile finisce tre centimetri sopra la mia spalla sinistra. Ho tempi di reazione abbastanza buoni da ringraziarti.»
Silenzio.
Il nervosismo le fa fare un respiro troppo profondo, le spalle si alzano per una frazione di secondo, e la canna della pistola devia di un maledetto centimetro.
Non mi serve altro.
Scatto in avanti come una molla d'acciaio. Con l'avambraccio sinistro devio la Beretta verso l'alto; il colpo parte con un boato assordante che disintegra un pezzo di soffitto, facendo piovere calcinacci. Lascio cadere il baricentro, la mia mano destra sfila il coltellino dallo stivale, e le spazzo via la gamba di appoggio con un calcio netto.
Lei perde l'equilibrio con un gemito di sorpresa. La afferro per il bavero prima che tocchi terra e la sbatto contro la parete di mattoni. Il tonfo le mozza il fiato. Con l'avambraccio sinistro le premo il petto contro il muro, quanto basta per neutralizzarla, mentre con la mano destra le pianto la lama del coltellino esattamente sotto la curva della gola. La punta spinge contro la pelle sottile, dove la carotide pulsa frenetica contro l'acciaio.
Si dimena, cerca di artigliarmi le braccia con le unghie, ma sono troppo grande e troppo pesante. La mia pressione è assoluta. La sua pistola cade sul pavimento.
Azzero la distanza tra noi. Il mio viso è a un palmo dal suo. Sento il calore del suo corpo agitarsi contro il mio, il suo fiato spezzato che mi colpisce la guancia. È un fiato vivo. Caldo.
«Ora dovresti cominciare ad avere un po' di paura, ma tranquilla, è normale,» le dico sottovoce, il tono di chi sta commentando il tempo che farà domani.
Alzo gli occhi dalla sua gola al suo viso, preparandomi a fare quello che va fatto.
E mi fermo.
Il tempo si dilata fino a spezzarsi.
Quegli occhi.
Sono verdi. Non un verde qualsiasi, non il verde piatto e spento che vedi su certe persone. È un verde vivo, profondo, screziato di sfumature più scure vicino alla pupilla, con piccole venature dorate che emergono solo quando la luce grigia del lucernario li colpisce ad angolo. Simili. Maledettamente simili. Ma non sono i suoi. Non sono quelli di Tessa.
È come svegliarsi da un sogno bellissimo e capirlo un secondo prima di aprire gli occhi, quando è ancora possibile trattenerti dentro per un istante. Il magazzino scompare. Il coltello scompare. Per un secondo folle e disperato non sto guardando una sconosciuta che ha cercato di uccidermi. Sto rivedendo Tessa in quel capanno a gennaio, con la febbre che le anneriva i vasi sul collo e quella luce che si spegneva nel profondo delle iridi.
Il ronzio nelle orecchie diventa assordante. Il coltello mi pesa tra le dita come se fosse fatto di piombo.
La ragazza se ne accorge. Vede qualcosa cambiare nel mio sguardo, vede la maschera di ferro incrinarsi per quella frazione di secondo, e non capisce. Non può capire. Vede solo un uomo con un coltello alla sua gola che improvvisamente smette di essere pericoloso e diventa qualcosa di molto più difficile da leggere. Le sue labbra si dischiudono per cercare aria, ma rimane immobile, istintivamente consapevole che qualsiasi movimento adesso potrebbe riportarmi indietro nel posto da cui mi sono appena allontanato.
Non posso farlo. Non posso spegnere quegli occhi. Non un'altra volta.
Allento la presa lentamente. La lama si stacca dalla sua gola lasciando solo un segno arrossato sulla pelle, una riga sottile che scompare quasi subito. Faccio un passo indietro. Lei rimane incollata alla parete per un secondo, i polmoni che si riempiono in modo convulso, poi scivola di lato raggiungendo la pistola caduta a terra.
Non glielo impedisco.
«Non mi hai sparato e io non ti ho uccisa. Siamo pari, ok?» mi giustifico, ma non era quello il motivo.
L'eco del colpo sta ancora rimbalzando tra le travi d'acciaio del tetto quando la realtà ci presenta il conto.
Un tonfo sordo, pesante, fa tremare il pavimento. Poi un altro. E un altro ancora. Seguiti da quel raschiare di gole morte e affamate che sale dal piano di sotto. Il colpo ha svegliato tutto ciò che c'era nel raggio di mezzo miglio, e ora si stanno ammassando contro la porta di servizio da cui sono entrato.
Lei si irrigidisce. Il panico le dilata le pupille, che da verdi diventano pozzi neri. Punta la pistola verso la porta.
«Ascoltami,» le dico, il tono basso e secco. «Se spari di nuovo, siamo entrambi morti. Attirerai qui dentro ogni singolo cadavere di questo scalo.»
Lei si blocca. Il cardine della porta al piano di sotto cede con uno stridio metallico.
«Resta qui.»
Recupero il coltello da caccia da terra e mi butto giù per i gradini saltando gli ultimi tre. Arrivo al piano terra esattamente nel momento in cui la porta cede sotto il peso di cinque corpi ammassati. Piombano all'interno inciampando l'uno sull'altro, un groviglio di carne marcia e fauci scattanti.
Il primo mi è addosso prima ancora che si rimetta in piedi. Gli pianto lo stivale nello sterno, bloccandolo, e affondo otto pollici di acciaio nella sua testa. Lo spingo via come uno straccio vecchio. Il secondo arriva da sinistra: schivo la presa delle sue mani scheletriche, gli afferro i pochi capelli rimasti sulla nuca e gli pianto la lama nella tempia. Il terzo e il quarto mi spingono contro una colonna di cemento. Sento le unghie che raschiano contro il tessuto spesso del giubbotto tattico. Il mio braccio destro viene bloccato contro il muro. Il viso putrefatto di una donna mi scatta a due centimetri dal naso, i denti ingialliti che cercano la mia giugulare.
Poi la sua testa esplode in un geyser di sangue scuro e ossa.
È lei. Ha afferrato una spranga di ferro arrugginita, chissà dove staccata, e gliel'ha piantata nel cranio con una ferocia totale, senza esitazione. Non si ferma. Usa la spranga come una leva, sradica l'errante da me e con un calcio preciso spezza il ginocchio dell'ultimo rimasto, facendolo crollare. Non le lascio il tempo di finirlo: mi libero, faccio un passo avanti e schiaccio il cranio del bastardo con il tacco dello stivale. Un crack umido. Poi torna il silenzio.
Rimaniamo immobili per tre secondi. I nostri petti si alzano e si abbassano a un ritmo frenetico. L'adrenalina mi fischia nelle orecchie. La guardo di sottecchi.
Ha le mani sporche di sangue scuro fino ai polsi, ma la presa sull'arma improvvisata è solida come la roccia. Non trema. O almeno, non ancora.
«Dobbiamo bloccare quell'entrata,» dico.
Nessuna risposta. Afferra la spranga e mi segue.
Afferriamo un massiccio armadio metallico rovesciato a pochi metri di distanza. Il metallo stride sul cemento in un rumore atroce, ma spingiamo con tutto il fiato che ci resta nei polmoni finché non lo incastriamo contro il telaio sventrato della porta. Solido. Chiunque voglia entrare ora dovrà fare un baccano che si sentirà fino ad Asheville.
Torniamo al piano superiore. L'ufficio è immerso nella penombra grigia del mattino. Ci sediamo sul pavimento, tenendo la distanza. Io contro la parete di sinistra, vicino alla porta; lei contro quella di destra, vicino ai suoi cartoni. La pistola è di nuovo nella sua mano. Il mio fucile è appoggiato alla mia gamba. Nessuno dei due abbassa la guardia, ma entrambi sappiamo che ammazzarci adesso sarebbe un suicidio inutile.
Il silenzio tra noi è una terza presenza nella stanza.
Infilo due dita nel taschino del gilet e tiro fuori un pacchetto di sigarette accartocciato. Ne accendo una, aspiro a pieni polmoni, lascio uscire il fumo lentamente verso il soffitto. La guardo attraverso quella nuvola sottile.
«Come ti chiami,» dico. Non è una domanda, è la constatazione che quella cosa va sbrigata prima di qualsiasi altra.
Lei esita. Quasi impercettibilmente, ma lo vedo.
«Meave.»
«Trevis.»
Niente strette di mano. Nient'ltro. Le parole atterrano sul cemento e ci rimangono, inutilmente cerimoniali in mezzo alla carne morta che ha appena smesso di puzzare al piano di sotto.
Fuori, il cielo ha smesso di minacciare e ha cominciato a mantenere la promessa.
La pioggia inizia piano, quasi con discrezione, un picchiettio sottile sui lucernari che potrebbe quasi sembrare innocuo. Poi raddoppia. Poi triplica. Nel giro di venti minuti diventa un muro d'acqua che si abbatte sulla lamiera del tetto con una violenza tale da trasformare ogni altro suono in rumore bianco. Il vento si incunea tra le giunture arrugginite della struttura, fa gemere le travi d'acciaio in alto come alberi di una nave in tempesta, e spinge l'umidità dentro attraverso ogni crepa, ogni fessura, ogni centimetro di cemento poroso che anni di abbandono hanno reso permeabile come una spugna.
In pochi minuti la temperatura nella stanza scende di tre o quattro gradi. Lo sento nelle articolazioni delle dita, nel modo in cui il respiro inizia a condensarsi nell'aria davanti alla mia bocca.
«Merda, cosi bagnerà tutto e questa notte farà un cazzo di freddo insopportabile.» dice. Io non parlo.
Meave non si muove dal suo angolo. Tiene le ginocchia strette al petto, la pistola ancora in grembo, e fissa un punto vago sul pavimento davanti a sé con l'espressione chiusa di chi ha imparato a non lasciar trasparire nulla. Ma ogni tanto le dita stringono e allentano l'impugnatura della Beretta in un ritmo involontario, tradendo quello che la faccia non concede.
Tiro fuori dallo zaino la mia vecchia mappa plastificata e faccio finta di studiarla, mentre con la coda dell'occhio la osservo con attenzione. Lo faccio da abbastanza tempo da sapere come si presenta la fame cronica su un corpo umano. Non è solo la magrezza delle guance o il modo in cui i vestiti le pendono addosso due taglie troppo larghi. È qualcosa di più sottile. È nella qualità del silenzio che fa. Chi ha davvero fame non spreca energia in movimenti inutili. Resta fermo, conserva il calore, raziona ogni singolo atto muscolare come se fosse un conto corrente a corto di fondi. Meave lo fa in modo così automatico che probabilmente non se ne accorge nemmeno più.
Senza fretta, richiudo la mappa e allungo la mano verso lo zaino. Conosco esattamente il peso di ogni cosa al suo interno. Tre scatole di carne pressata, due di spezzatino, tre mele un po' ammaccate ma ancora sode, una barrette proteica. Abbastanza per qualche giorno in solitudine. Dividerla con qualcuno significa ridurre il margine di sicurezza a meno della metà. Significa fare un favore che in questo mondo non ti restituisce mai nessuno, a qualcuno che quaranta minuti fa aveva una pistola puntata al mio cranio.
Tiro fuori una scatoletta di spezzatino e una delle mele.
Le faccio scivolare sul pavimento. Si fermano a metà strada tra noi, sul cemento sporco di calcinacci e sangue secco. La resto a guardare per un secondo, poi tiro l'ultima boccata dalla sigaretta e schiaccio il mozzicone sul pavimento gettandolo dentro il bidone.
Meave abbassa gli occhi sul cibo. Non si muove.
Il silenzio si allunga tra noi come un filo teso, e io lo lascio allungare. Non aggiungo nulla, non sorrido, non spiego il gesto. Chi spiega i propri gesti sta chiedendo qualcosa in cambio. Io non le sto chiedendo niente, e voglio che lo capisca da sola.
Lei alza lo sguardo. Cerca la fregatura con quella precisione affilata di chi è già stato bruciato abbastanza volte da non fidarsi di nulla che sembri gratuito.
«Perché,» dice. Una sola parola, secca come uno sparo.
«Perché hai lo stomaco vuoto da giorni e sei più utile in piedi che sul pavimento,» rispondo.
«Ragioni puramente pratiche. Non ti sto chiedendo niente.»
«Tutti chiedono qualcosa, sempre.»
«Già.» Accenno un mezzo sorriso amaro, di quelli che non arrivano agli occhi.
«Ma di solito quelli che vogliono qualcuno da fottere non cominciano offrendo lo spezzatino. Troppo poco romantico.»
Meave non ride. Non si aspettava una battuta, e il fatto che non sappia come classificarla la irrita più di qualsiasi minaccia diretta. La mascella le si contrae di un millimetro. Abbassa di nuovo gli occhi sulle due cose sul pavimento, poi si allunga in avanti lentamente, con la cautela di un animale che si avvicina a qualcosa che potrebbe ancora scattare.
Prende la scatoletta. La mela la lascia lì.
La osservo aprirla con il coltello, lavorando con movimenti precisi e senza sprechi. Non è la gestualità di chi ha imparato a sopravvivere di recente. È automatica, incorporata nel muscolo. Ha vissuto così da abbastanza tempo da non ricordare come si mangia diversamente.
Mangia in silenzio, la testa leggermente abbassata. Non è un gesto di resa, è la postura di chi è abituato a consumare i pasti di nascosto, veloce, prima che qualcuno arrivi a toglierti quello che hai in mano.
Aspetto che abbia finito metà scatoletta prima di parlare.
«Da quanto sei da sola»
Non è una domanda nemmeno questa. È una deduzione che le sto comunicando, non una cosa che le sto chiedendo di confermare.
«Non sono affari tuoi.»
«No,» concordo. «Non lo sono.»
Il vento picchia una raffica laterale contro la parete nord del magazzino, e per un secondo la struttura intera vibra come una campana. Qualcosa si stacca dal tetto, un pezzo di lamiera che cade nel buio fuori con un fragore metallico. Meave si irrigidisce, la mano destra scatta istintivamente verso la Beretta prima ancora che il suono si sia spento.
La guardo reagire. La guardo accorgersi di aver reagito. E la guardo odiare il fatto che io l'abbia vista farlo.
«Erano in tre,» dico, tenendo la voce bassa e piatta. «O quattro.»
Meave smette di mangiare.
Il silenzio tra noi cambia consistenza, come quando l'aria prima di un temporale diventa troppo densa per respirarci dentro normalmente.
«Quello che stai facendo adesso,» continuo, senza alzare la voce, senza inflessione, come se stessi leggendo un rapporto tecnico,
«con la mano sull'arma ogni volta che senti un rumore. Non è il riflesso di chi ha sempre vissuto da sola. Chi vive da solo impara a calibrare le reazioni, a distinguere i pericoli reali dai rumori ambientali. Tu stai ancora aspettando che qualcuno urli il tuo nome da un'altra stanza.»
Meave posa la scatoletta sul pavimento. Lentamente. Con troppa calma.
«Oppure,» aggiunge la mia voce nel silenzio,
«stai aspettando di sentire una voce che sai già che non sentirai più.»
«Smettila.» Le sue due parole tagliano l'aria come una lama, ma sotto il bordo affilato c'è qualcosa di cavo. Qualcosa che risuona come fa il legno marcio quando ci batti sopra.
Non smetto.
«Non ti sto giudicando,» dico. «In questo mondo, sopravvivere significa fare scelte che non vorresti fare. L'ho capito anch'io. L'ho capito tardi e mi è costato caro.» Mi fermo un secondo. «Ma tu lo sai già. Lo sai da prima che arrivassi io.»
Meave alza la testa di scatto. Gli occhi verdi mi fissano con una durezza che è quasi fisica, quasi tangibile, ma dietro quella durezza c'è qualcosa che si agita come acqua sotto il ghiaccio. Qualcosa che cerca di non venire su.
«Non sai un cazzo di me,» dice, la voce controllata con uno sforzo che si vede.
«No,» concordo. «E non devi spiegarmi nulla se non vuoi. È l'idea che mi sono fatto»
La lascio in pace.
Fuori, la pioggia non ha nessuna intenzione di smettere.
Le ore passano con quella lentezza opprimente che solo le notti di tempesta sanno imporre.
La luce oltre i lucernari muore del tutto nel giro di un'altra ora, portandosi via anche il grigio annacquato del pomeriggio e lasciando il magazzino in un buio quasi totale, tagliato solo dai lampi lontani che per un secondo illuminano la stanza con una luce biancastra e innaturale, trasformando le ombre in sagome, i bancali in figure, i muri in qualcosa di più vasto e più vuoto di quanto siano in realtà.
Tiro fuori dallo zaino la vecchia coperta infeltrita e me la butto sulle spalle. Appoggio la nuca al muro, chiudo gli occhi a metà e lascio che il rumore della pioggia diventi un fondo continuo. La mano destra rimane sull'impugnatura del fucile, appoggiata alla coscia. Non è una scelta consapevole, è fisiologia pura. Il mio corpo si addormenta in parti separate, non tutte insieme.
Dall'altro lato della stanza non arriva nessun suono per un po'. Solo il respiro di Meave, che nel buio assoluto diventa stranamente distinto nonostante il fragore dell'acqua sul tetto.
Poi inizia.
Prima lo sento appena, quasi inglobato nel rumore di fondo. Un fruscio ripetuto, il tessuto della sua giacca che sfrega contro il muro in un ritmo involontario e costante. Poi un altro suono, più sottile, che impiego qualche secondo a identificare con precisione.
Click. Click. Click.
Denti che sbattono.
Apro gli occhi nel buio. Un lampo lontano illumina la stanza per mezzo secondo, abbastanza da vedere la massa scura di Meave nell'angolo. Sta tremando. Non è un brivido passeggero, non è il freddo che ti passa se ti muovi un po' o ti strofini le braccia. È uno spasmo profondo e incontrollabile che le percorre tutto il corpo dall'interno verso l'esterno, come una corrente. La testa è abbassata sulle ginocchia, le braccia strette intorno alle gambe nel tentativo inutile di conservare un calore che non ha.
Il problema è semplice e brutale. Non ha riserve. Un corpo che non mangia abbastanza da settimane non ha grasso da bruciare, non ha carburante per produrre calore in modo efficiente. L'umidità che si insinua attraverso i muri fa il resto. La sua temperatura corporea sta scendendo, e sta scendendo veloce.
«Ehi,» chiamo nel buio.
Nessuna risposta. Solo il battito frenetico dei denti e un respiro che inizia a farsi sibilante, corto, troppo rapido.
«Meave.»
«F-fottiti.»
La sua voce è irriconoscibile. La consonante le si spezza a metà per i tremiti, come una parola rotta in due pezzi che non si incastrano bene. C'è ancora orgoglio lì dentro, ce n'è abbastanza da chiudere la bocca a qualsiasi richiesta d'aiuto. Ma l'orgoglio non genera calore.
Sbuffo lentamente attraverso il naso. Mi tolgo la coperta di dosso, mi alzo in piedi. I miei stivali sul cemento fanno un rumore pesante nel buio.
«Che c-cazzo—»
«Sta' ferma.»
«S-stammi lontano, ti ho detto—»
Avanzo verso di lei ignorando la sua voce spezzata. Un altro lampo illumina la stanza per un istante, abbastanza da vedere la Beretta che cerca di sollevarsi nella sua mano, ma le dita non rispondono più ai comandi con precisione. Il polimero raschia sul pavimento.
Mi abbasso davanti a lei, le tolgo l'arma di mano con una presa ferma e la deposito sul cemento fuori dalla sua portata immediata, poi la guardo in faccia da vicino.
Ha le labbra viola.
Non è un'iperbole, non è la luce cattiva. Sono viola per davvero, e le unghie delle mani stanno seguendo la stessa strada. Il freddo le ha tolto il colore dalla pelle fino a renderla quasi traslucida sotto gli zigomi.
«Ascoltami,» dico, la voce bassa e senza margine per la discussione.
«Se ti lascio qui, muori stanotte. Non domani. Stanotte.» Pausa.
«E quando ti risveglierai, io avrò un problema enormemente più complicato di adesso. Dovrò spaccarti la testa e lasciarti insieme ai nostri amichetti che dormono al piano di sotto. Solo perché il tuo grandissimo orgoglio del cazzo ti impedisce di chiedere aiuto.»
Lei mi fissa con quegli occhi verdi spalancati, le iridi ridotte a due strisce sottili attorno alle pupille dilatate. Vuole rispondermi, lo vedo. Vuole dirmi di andare a farmi fottere con la stessa convinzione di prima. Ma le manca il fiato per farlo, e quella mancanza la spaventa più di qualsiasi cosa le abbia detto oggi.
Prendo la sua coperta di pile grigio ripiegata vicino ai cartoni. La srotolo e la guardo: è sottile, consumata, perde filamenti da tutti i bordi. Non è abbastanza. Non è lontanamente abbastanza.
Mi siedo pesantemente sul pavimento a fianco a lei, con le spalle contro lo stesso muro. Lei si ritrae di un centimetro, il riflesso di un animale che non ha più le forze per scappare ma ci prova lo stesso.
«Dammi il braccio.»
«No.»
«Meave.»
«Ho detto n-no.»
La guardo per tre secondi interi. Poi la afferro per le spalle, non con violenza, con una fermezza totale e irrevocabile, e la costringo a girarsi dandomi le spalle. La tiro verso di me finché la sua schiena non si appoggia al mio petto. È rigida come un asse di legno, tutti i muscoli contratti in una resistenza ostinata e futile.
Avvolgo la sua coperta di pile attorno a lei. Poi ci butto sopra la mia vecchia coperta pesante per coprirci entrambi, chiudendo ogni spiraglio. Il microclima cambia quasi immediatamente. Il calore corporeo è una cosa semplice e animale, non ha bisogno di permesso.
«lascia li quella pistola,» le dico sottovoce all'orecchio. «Non ti serve e io non ho intenzione di farti del male, altrimenti saresti già morta.»
Un silenzio lungo, carico di tutto quello che non si dice. Le armi sono lì, invisibili e inutili sotto le coperte, testimoni silenziose di una diffidenza che nessuno dei due ha intenzione di abbandonare.
Meave continua a tremare contro di me per diversi minuti. Non è un brivido, è una vibrazione profonda che parte dai muscoli lombari e si propaga verso l'alto lungo la colonna, come un motore che gira fuori giri. Lentamente, il mio calore inizia a fare il suo lavoro. Gli spasmi si accorciano, poi si diradano, poi diventano fremiti isolati sempre più radi.
Non parliamo.
Il rumore della pioggia sul tetto è talmente assordante da rendere ogni parola uno sforzo inutile, e forse è meglio così. Il silenzio obbligato dalla tempesta ci toglie l'onere di riempire lo spazio tra noi con cose che non vogliamo dire.
Ma il silenzio non è vuoto. È denso. È pieno di ogni cosa che non viene pronunciata.
Sento il suo respiro cambiare gradualmente, farsi più lungo, perdere quella qualità sibilante dell'inizio. La cassa toracica si espande contro il mio braccio in un ritmo che diventa piano, quasi normale. Sotto la coperta, il calore che condividiamo è l'unica cosa calda in questo magazzino, in questo bosco, in questa fottuta notte di novembre che sembra non voler finire.
È in quel momento che il mio corpo smette di essere qualcosa di meccanico e funzionale.
Arriva senza preavviso, come tutte le cose che fanno davvero male. Il calore della sua schiena contro il mio petto. Il peso specifico di un corpo vivo che cede di un millimetro, un solo millimetro, abbandonando qualcosa di infinitesimale della sua tensione. L'odore dei suoi capelli bagnati che si asciugano lentamente vicino al mio viso, polvere e pioggia e pelle calda, un odore di cosa viva e presente in modo così elementare che fa male come una bruciatura.
Non è desiderio. Non ancora, o forse sì, ma è sepolto sotto qualcosa di molto più difficile da gestire.
È il ricordo di cosa significa non essere soli.
Tessa dormiva così. Con la schiena appoggiata al mio petto nelle notti più fredde, quando il rifugio non teneva abbastanza calore e ci avvolgevamo in tutto quello che avevamo a disposizione. Aveva questo modo di abbandonare il peso, di mollare la guardia solo in quelle ore, di diventare più piccola e più vera di quanto fosse di giorno. E io restavo sveglio a lungo dopo che si era addormentata, non per paura, ma perché non riuscivo a sprecare quei momenti dormendo.
Adesso ho qualcuno di estraneo e ostile addossato al mio petto nel buio di un magazzino abbandonato, con un coltello in mano e una canna di pistola che preme sotto le coperte. Non è la stessa cosa. Non è lontanamente la stessa cosa.
Eppure il dolore è identico.
Un nodo duro e acido mi si forma alla base della gola, di quelli che non puoi né mandare giù né sputare fuori. Lo tengo lì. Lo tengo immobile, come si tiene il respiro sott'acqua, e fisso le travi buie del soffitto sopra di noi finché il dolore non si appiattisce abbastanza da diventare sopportabile.
Meave non dorme. Lo capisco dalla qualità della sua immobilità, troppo controllata, troppo consapevole per essere incosciente. Sento i suoi muscoli, che si sono finalmente sciolti dalla rigidità del freddo, mantenere comunque una tensione sottile e vigile. Anche lei fissa il soffitto nel buio, probabilmente, o forse tiene gli occhi chiusi fingendo una pace che non ha.
Mi chiedo cosa stia pensando.
Mi chiedo se stia pensando agli altri. A quelli che non ci sono più e che un giorno c'erano. Mi chiedo se il calore del mio corpo le ricordi qualcosa, se le sembri una cosa che non merita di ricevere, e da dove viene quella sensazione.
Non glielo chiedo.
Non è il momento. Forse non lo sarà mai.
Fuori la pioggia non smette. Batte sul tetto con una costanza ipnotica, quasi meccanica, come se il cielo avesse deciso di svuotarsi su questo pezzo di Carolina del Nord senza fretta e senza intenzione di fermarsi. Sotto quel muro di rumore bianco, chiusi in questo bozzolo di lana ruvida e buio pesto, il resto del mondo smette di esistere per qualche ora.
È la cosa più pericolosa che mi sia capitata da gennaio.
Chiudo gli occhi.
E per la prima volta da dieci mesi, dormo davvero.
Mi sveglio con il gelo che mi morde la nuca.
Ci metto qualche secondo a tornare del tutto presente, a riconoscere il soffitto basso dell'ufficio sopra di me, le travi scure, i lucernari appannati che lasciano passare una luce grigia e senza direzione. La tempesta si è ridotta a una pioggerellina leggera, di quelle bastarde e silenziose che non fanno rumore ma ti inzuppano fino alle ossa in dieci minuti.
Il primo pensiero, prima ancora che il cervello sia del tutto sveglio, è il calore.
È sparito.
Lo spazio davanti al mio petto è vuoto. Non solo fisicamente, ma in quel modo preciso e definitivo che ha l'assenza di un corpo caldo quando ci sei abituato da poche ore, quando i muscoli se lo ricordano ancora. La coperta di pile grigio è rimasta sul mio petto, ripiegata con una cura quasi irritante, come se qualcuno si fosse preoccupato di non svegliarmi togliendola di scatto.
Resto immobile per tre secondi, respiro piano, gli occhi aperti sul soffitto.
Ho dormito troppo a lungo. Non due ore, non tre. Il tipo di sonno pesante e senza difese che non mi permettevo da mesi, di quelli in cui il corpo si disconnette completamente e smette di fare la guardia. Il mio sistema di allerta interno, costruito su otto anni di sopravvivenza, ha deciso di cedere esattamente stanotte. Proprio qui, proprio accanto a qualcuno che avevo incontrato dodici ore fa con una pistola puntata alla mia spina dorsale.
Cazzo.
Mi metto seduto lentamente, i muscoli della schiena che protestano con fitte acute lungo tutta la colonna. Mi passo una mano guantata sulla faccia, strofinando via gli ultimi residui di sonno. Poi comincio l'inventario.
Il fucile d'assalto è appoggiato alla parete alla mia destra, esattamente dove l'avevo lasciato. Lo accarezzo senza sollevarlo, sentendo il metallo freddo sotto i guanti. Troppo pesante, troppo ingombrante per una che faticava a tenere ferma una pistola compatta. Già lo sapevo.
La fondina sulla coscia destra è aperta. Vuota. Il coltello da caccia è sparito.
Mi controllo lo stivale sinistro, infilando le dita sotto l'orlo del pantalone tattico fino al coltellino nascosto alla caviglia.
Vuoto anche quello.
Controllo il gilet: mancano due caricatori completi di nove millimetri, quelli che tenevo nella tasca esterna sinistra. Guardo dentro lo zaino. Due scatolette di carne pressata sono sparite, insieme alla barretta proteica. Ne sono rimaste due confezione, una spezzatino, una di carne pressata e 2 mele. Ha lasciato abbastanza da non farmi crepare di fame in un giorno.
Ha fatto i conti. Ha preso quello che le serviva senza prendere tutto quello che poteva. Non è la gestualità di uno sciacallo, è la precisione di qualcuno che conosce la differenza tra sopravvivere e distruggere.
Mi scappa una mezza risata rauca, un suono secco che muore subito tra i mattoni umidi. Guarda un po'. Proprio nel momento in cui abbasso la guardia, la ragazza mi dimostra di meritare esattamente tanta fiducia quanta gliene avevo accordata all'inizio, ovvero nessuna.
Bene così. Conoscevo le regole. Sono stato io a dimenticarle.
Mi alzo in piedi, sistemando la cinghia del fucile sulla spalla, e mi giro per recuperare il coltello da caccia dalla fondina vuota come gesto automatico, già sapendo che non c'è.
Ed è lì che smetto di muovermi.
Sul pavimento, a pochi centimetri dai cartoni appiattiti dove Meave dormiva, c'è qualcosa. Ci metto un secondo a mettere a fuoco nella luce grigia dell'alba. È piatto sul cartone, con la lama ripiegata e il manico rivolto verso l'alto, come se qualcuno lo avesse posato deliberatamente, non dimenticato.
Il mio coltellino tattico. Quello dello stivale sinistro.
Mi avvicino lentamente. Me lo infilo in tasca senza guardarlo, gli occhi fissi sul pavimento intorno ai cartoni. Poi mi abbasso e cerco con attenzione quello che mi aspetto di trovare.
L'impronta del suo ginocchio sul cartone, dove si è inginocchiata. Una traccia sottile di fango sul bordo del pavimento, all'altezza della gamba dove tenevo la fondina. Ci è arrivata strisciando nell'oscurità, piano, centimetro per centimetro, con una pazienza da predatore.
E poi ha lasciato il coltellino.
Non ci avevo ancora pensato, ma adesso l'inventario è completo, e manca un pezzo. Il coltellino della caviglia è tornato. Il coltello da caccia della fondina è sparito. Ma sul cemento accanto ai cartoni non c'è nient'altro.
Grande errore.
Poteva prendersi qualsiasi cosa, il cibo, i caricatori, la coperta, tranne.. Il coltello da caccia. Quello con il manico in osso rigato, lungo e bilanciato, la lama da trenta centimetri che affilavo ogni settimana con la pietra. Quello con le iniziali incise vicino alla guardia, quasi cancellate dagli anni, in un corsivo sottile e preciso che nessuno tranne me avrebbe saputo leggere senza guardare da vicino.
T.M.
Tessa Merrow.
Mi fermo.
Mi raddrizzo molto lentamente, come se il movimento troppo rapido potesse disturbare qualcosa che non voglio disturbare. La stanza è silenziosa intorno a me. Solo la pioggerellina sul tetto, il vento che geme tra le giunture arrugginite, il suono del mio respiro che si condensa nell'aria fredda davanti alla mia bocca.
Lei ha sfilato prima il coltellino dalla caviglia, il più facile da togliere se sai dove cercare.
Non c'è altra spiegazione. L'ha sfilato mentre io dormivo, l'ha tenuto, l'ha valutato, forse lo avrebbe usato se mi fossi svegliato mentre sfilava l'altro dalla fondina, e poi lo ha rimesso giù. In modo ordinato, piano accanto ai cartoni, non al suo posto perché avrebbe rischiato di svegliarmi. Ma lo ha rimesso giù.
Con un coltellino ci fa ben poco, ha ben pensato di prendersi il coltello da caccia. Un ragionamento giusto.
Quel coltello è il pezzo di ferro più affilato e bilanciato che abbia in dotazione. È uno strumento di sopravvivenza puro, senza sentimentalismi. Meave ha fatto la cosa più logica e razionale. La cosa che io stesso avrei fatto al suo posto. Ma che dico, se avessi voluto derubare qualcuno lo avrei fatto a pezzi per non farlo morire di fame. Un gentiluomo di ultima generazione... e poi mi sarei preso tutto.
Ha lasciato il coltellino più piccolo, meno efficace, più facile da nascondere. Ha preso il coltello da caccia.
Il mio cervello comincia a costruire le possibili spiegazioni, ma in realtà non c'è niente da spiegare. È sopravvivenza. Non si fida, ma chi si fida più di qualcuno in questo mondo?
Mi siedo lentamente sul bordo dei cartoni abbandonati. Li sento cedere sotto il mio peso, la carta compressa che scricchiola. Raccolgo il coltellino dal pavimento dove lo aveva lasciato e lo tengo tra le dita per qualche secondo, guardando il metallo opaco.
Avrei preferito che portasse via tutto, che svuotasse lo zaino fino all'ultima barretta, che lasciasse solo il coltello. Sarebbe stato leggibile, classificabile, sarebbe rientrato in uno schema che conosco e so come gestire. Invece mi ha lasciato il necessario per sopravvivere, cosa che io non avrei fatto, anzi, probabilmente l'avrei data in pasto agli erranti se l'avessi ritenuta una minaccia. Una piccola decisione presa nel buio, silenziosa e inspiegabile, che adesso mi siede sul petto più pesante di qualsiasi perdita materiale.
Qualcuno che mi conosce da dodici ore ha toccato l'unica cosa che mi rimane di Tessa e ha scelto di prenderla. In fondo non poteva saperlo, è vero, ma a me non interessa.
Quel coltello non è solo un'arma; è l'unica cosa rimasta su questa terra che mi ricordi chi ero prima di diventare questo mostro che cammina tra i morti. È la mia linea di confine. E a me, per principio, non piace che la gente superi le mie linee. Soprattutto, non mi piace essere preso per il culo. Quando qualcuno mi ruba qualcosa, le regole cambiano. E io divento un problema molto serio.
Sposto la scrivania metallica con una spallata decisa. Meave l'ha mossa solo di trenta centimetri, quanto bastava per far scivolare il suo corpo magro ed evaporare nella notte. Scendo i gradini di ferro con il fucile imbracciato, muovendomi come un'ombra.
Al piano terra, l'armadio metallico è ancora incastrato contro la porta di servizio, ma due erranti ciondolano nel corridoio. Sono bagnati fradici, i vestiti ridotti a brandelli appiccicosi, resi ancora più lenti e rimbambiti dal freddo e dalla pioggia dell'alba. Mi vedono. Emettono quel fastidioso rantolo gutturale e allungano le mani grigie verso di me.
Non ho intenzione di sprecare munizioni per loro. Non oggi.
Avanzo a passo rapido. Schivo la presa del primo con uno scatto laterale e gli tiro una botta tremenda con il calcio del fucile dritto sullo zigomo. Sento l'osso cedere con un crack
secco. Crolla a terra e gli schiaccio la tempia con il tacco dello stivale. Il secondo mi artiglia il giubbotto, ma lo afferro per il collo della camicia marcia e lo sbatto con tutta la forza che ho contro lo spigolo vivo di un bancale di legno. Il cranio si sfascia come un melone maturo.
Pulito. In meno di dieci secondi il corridoio è di nuovo mio.
Scivolo oltre lo spiraglio dell'armadio e mi ritrovo all'esterno, sotto la pioggerellina sottile. L'aria di novembre mi entra nei polmoni come aghi di ghiaccio, ma mi serve a darmi la sveglia. Appoggio il fucile a un vagone cisterna arrugginito e tiro fuori la mappa stropicciata dalla tasca interna della giacca protetta dal cellophane.
La studio, calcolando i tempi. Asheville è ancora lontana. Meave è debole, ha lo stomaco vuoto da dieci giorni e quel po' di carne in scatola che mi ha rubato non fa miracoli in poche ore. Ha dovuto muoversi al buio, sotto il diluvio, con le gambe che le tremavano per la fatica e la paura. Non può aver fatto più di due o tre miglia di svantaggio. Inoltre, una ragazza sola, mezza assiderata e terrorizzata, non resterebbe mai sui binari esposti con la luce del giorno. Cercherebbe copertura.
Vedo una linea secondaria sulla mappa, una vecchia tratta industriale abbandonata che si infila dritta nel fitto del bosco a nord-ovest, costeggiando una serie di vecchi capannoni della segheria. È l'unica via di fuga logica per non farsi individuare.
Rimetto via la mappa e mi chino a terra, proprio vicino alla pozzanghera dove finisce la tettoia del magazzino. La pioggia sta lavando via il terreno, ma il fango argilloso dello scalo merci è un'ottima spia se sai cosa cercare.
Eccola lì. Una traccia netta. Il tacco del suo scarpone sinistro ha affondato profondamente nel fango, calpestando un ammasso di foglie di quercia marce e lasciando una scia obliqua. Sta camminando male. Zoppica leggermente o è semplicemente sfinita. Poco più avanti, un ramo spezzato di netto a un metro d'altezza conferma che è passata di qui, correndo nella direzione del bosco.
Mi rimetto dritto, sistemandomi la cinghia del fucile d'assalto sulla spalla. Guardo verso la linea degli alberi spogli, dove la nebbia bassa confonde i profili dei tronchi neri.
«Scappa pure, ragazzina,» mormoro nel silenzio della pioggia, e un sorriso freddo, quasi divertito, mi si stampa in faccia.
«Corri finché hai fiato nei polmoni. Tanto il bosco è grande, ma io sono un cacciatore decisamente migliore di te. Raggiungerti sarà la parte divertente del mio percorso per Asheville. E quando ti trovo... beh, allora ci siederemo e ti spiegherò per bene le mie fottute regole.»
Sblocco la sicura del fucile e mi avvio nel fango, seguendo le sue impronte. La caccia è aperta.
CONTINUA... . .
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