L’affitto era “pagato”
di
Anna_83
genere
dominazione
Ciao, sono Anna. Credo che le storie migliori nascano spesso da un incontro di idee, per questo ho deciso di aprire uno spazio di collaborazione con voi.
Hai un’idea? Se hai una situazione o un’immagine che vorresti veder trasformata in racconto, scrivimi! Mi occuperò io di sviluppare la trama e darle vita.
Mettici la faccia: Se ti fa piacere, puoi inviarmi una tua foto. La userò come riferimento estetico per descrivere i tratti di uno dei miei prossimi personaggi e dimmi che nome devo assegnare a quel personaggio.
Nota importante sulla Privacy: La mail indicata è in sola lettura. Leggerò tutto con piacere, ma non aspettatevi una risposta diretta via mail; la risposta sarà il racconto stesso che pubblicherò qui!
Ale.one@yahoo.com
Anna_83
Anna aveva appena compiuto diciotto anni quando si trasferì nell’appartamento in centro. Capelli rossi fiammeggianti che le arrivavano a metà schiena, pelle chiara cosparsa di lentiggini e un seno pesante, pieno, che tendeva ogni maglietta come se volesse scappare. L’affitto era alto, i coinquilini tre ragazzi più grandi di lei – Marco, Luca e Davide – e lei non aveva abbastanza soldi.
«Paghi in natura,» le aveva detto Marco la prima sera, con un sorriso che non ammetteva repliche. «Sei la nostra schiava domestica. E non solo.»
Anna aveva sentito un brivido tra le gambe. Aveva annuito, arrossendo.
Da quel giorno le regole erano chiare.
Ogni mattina, alle sette, si presentava in cucina nuda, solo con un collarino di pelle nera intorno al collo e un plug anale piccolo che i ragazzi le avevano infilato la sera prima. I capezzoli già duri per il freddo e per l’eccitazione.
«Buongiorno padroni,» mormorava, abbassando lo sguardo.
Marco, il più autoritario, le afferrava i seni da dietro, li stringeva forte finché lei non gemeva, poi le pizzicava i capezzoli tirandoli verso il basso.
«In ginocchio. Prima il caffè.»
Anna si metteva carponi sul pavimento freddo. Luca le apriva le gambe con un piede mentre Davide le versava il caffè nella tazza che teneva tra i denti. Ogni volta che ne rovesciava anche solo una goccia, uno schiaffo secco sulle natiche la faceva sobbalzare, e il plug dentro di lei si muoveva, facendola bagnare ancora di più.
Dopo colazione veniva il turno delle pulizie.
Con il pavimento da lavare, Anna doveva strisciare spingendo il secchio con le tette pesanti che strusciavano sul linoleum. I ragazzi la seguivano, godendosi lo spettacolo di quel culo rotondo e sodo, il plug che luccicava tra le natiche, la figa rasata e già lucida di umori.
Luca era il più perverso. Le legava i polsi dietro la schiena con una corda morbida e la faceva pulire il tavolo della sala con la lingua mentre lui la prendeva da dietro, piano, spingendo il plug più in fondo con ogni colpo.
«Brava troietta… pulisci bene mentre ti scopo.»
Anna gemeva contro il legno, la lingua che leccava le briciole, il seno schiacciato sul tavolo, i capezzoli che sfregavano dolorosamente.
Il pomeriggio era dedicato al “servizio completo”.
Doveva mettersi al centro del salotto, gambe divaricate, mani dietro la nuca, petto in fuori. I tre la usavano come volevano.
Marco le infilava il cazzo tra le tette enormi, stringendole forte intorno alla sua asta dura, scopandole il décolleté mentre lei teneva la bocca aperta, lingua fuori, pronta a ricevere lo sperma.
Davide preferiva la bocca. Le teneva la testa per i capelli rossi e le scopava la gola senza pietà, fino a farle colare lacrime e saliva sul mento e sui seni.
Luca invece la voleva nel culo. Le toglieva il plug, la faceva chinare sul divano e la penetrava lentamente, godendosi ogni centimetro che entrava in quel buchetto stretto e caldo. Mentre la inculava, le schiaffeggiava le tette facendole oscillare pesantemente.
«Dimmi che sei la nostra puttana di affitto,» ringhiava.
«Sono… la vostra puttana di affitto… vi prego, più forte…»
La sera, prima di dormire, la legavano al letto a quattro zampe, polsi e caviglie fissati alle colonnine. Le mettevano una benda sugli occhi e a turno la riempivano. Uno in bocca, uno nella figa, uno che le strizzava i capezzoli o le schiaffeggiava il clitoride gonfio. Venivano dentro di lei, sul suo viso, sui seni, marchiandola come loro proprietà.
Anna veniva ogni volta, scossa da orgasmi violenti, il corpo che tremava, la figa che schizzava sul lenzuolo mentre li supplicava di non smettere.
Alla fine della settimana, quando l’affitto era “pagato”, i tre la facevano sdraiare nella vasca da bagno, esausta e coperta di sperma secco. Si mettevano intorno a lei e le pisciavano addosso, caldo e umiliante, mentre lei si toccava freneticamente fino a un ultimo, lunghissimo orgasmo.
Poi Marco le accarezzava i capelli rossi bagnati.
«Brava schiava. Il mese prossimo l’affitto è aumentato… ma tu pagherai, vero?»
Anna, con gli occhi lucidi di piacere e sottomissione, sorrise.
«Sì, padrone… pagherò tutto.»
Hai un’idea? Se hai una situazione o un’immagine che vorresti veder trasformata in racconto, scrivimi! Mi occuperò io di sviluppare la trama e darle vita.
Mettici la faccia: Se ti fa piacere, puoi inviarmi una tua foto. La userò come riferimento estetico per descrivere i tratti di uno dei miei prossimi personaggi e dimmi che nome devo assegnare a quel personaggio.
Nota importante sulla Privacy: La mail indicata è in sola lettura. Leggerò tutto con piacere, ma non aspettatevi una risposta diretta via mail; la risposta sarà il racconto stesso che pubblicherò qui!
Ale.one@yahoo.com
Anna_83
Anna aveva appena compiuto diciotto anni quando si trasferì nell’appartamento in centro. Capelli rossi fiammeggianti che le arrivavano a metà schiena, pelle chiara cosparsa di lentiggini e un seno pesante, pieno, che tendeva ogni maglietta come se volesse scappare. L’affitto era alto, i coinquilini tre ragazzi più grandi di lei – Marco, Luca e Davide – e lei non aveva abbastanza soldi.
«Paghi in natura,» le aveva detto Marco la prima sera, con un sorriso che non ammetteva repliche. «Sei la nostra schiava domestica. E non solo.»
Anna aveva sentito un brivido tra le gambe. Aveva annuito, arrossendo.
Da quel giorno le regole erano chiare.
Ogni mattina, alle sette, si presentava in cucina nuda, solo con un collarino di pelle nera intorno al collo e un plug anale piccolo che i ragazzi le avevano infilato la sera prima. I capezzoli già duri per il freddo e per l’eccitazione.
«Buongiorno padroni,» mormorava, abbassando lo sguardo.
Marco, il più autoritario, le afferrava i seni da dietro, li stringeva forte finché lei non gemeva, poi le pizzicava i capezzoli tirandoli verso il basso.
«In ginocchio. Prima il caffè.»
Anna si metteva carponi sul pavimento freddo. Luca le apriva le gambe con un piede mentre Davide le versava il caffè nella tazza che teneva tra i denti. Ogni volta che ne rovesciava anche solo una goccia, uno schiaffo secco sulle natiche la faceva sobbalzare, e il plug dentro di lei si muoveva, facendola bagnare ancora di più.
Dopo colazione veniva il turno delle pulizie.
Con il pavimento da lavare, Anna doveva strisciare spingendo il secchio con le tette pesanti che strusciavano sul linoleum. I ragazzi la seguivano, godendosi lo spettacolo di quel culo rotondo e sodo, il plug che luccicava tra le natiche, la figa rasata e già lucida di umori.
Luca era il più perverso. Le legava i polsi dietro la schiena con una corda morbida e la faceva pulire il tavolo della sala con la lingua mentre lui la prendeva da dietro, piano, spingendo il plug più in fondo con ogni colpo.
«Brava troietta… pulisci bene mentre ti scopo.»
Anna gemeva contro il legno, la lingua che leccava le briciole, il seno schiacciato sul tavolo, i capezzoli che sfregavano dolorosamente.
Il pomeriggio era dedicato al “servizio completo”.
Doveva mettersi al centro del salotto, gambe divaricate, mani dietro la nuca, petto in fuori. I tre la usavano come volevano.
Marco le infilava il cazzo tra le tette enormi, stringendole forte intorno alla sua asta dura, scopandole il décolleté mentre lei teneva la bocca aperta, lingua fuori, pronta a ricevere lo sperma.
Davide preferiva la bocca. Le teneva la testa per i capelli rossi e le scopava la gola senza pietà, fino a farle colare lacrime e saliva sul mento e sui seni.
Luca invece la voleva nel culo. Le toglieva il plug, la faceva chinare sul divano e la penetrava lentamente, godendosi ogni centimetro che entrava in quel buchetto stretto e caldo. Mentre la inculava, le schiaffeggiava le tette facendole oscillare pesantemente.
«Dimmi che sei la nostra puttana di affitto,» ringhiava.
«Sono… la vostra puttana di affitto… vi prego, più forte…»
La sera, prima di dormire, la legavano al letto a quattro zampe, polsi e caviglie fissati alle colonnine. Le mettevano una benda sugli occhi e a turno la riempivano. Uno in bocca, uno nella figa, uno che le strizzava i capezzoli o le schiaffeggiava il clitoride gonfio. Venivano dentro di lei, sul suo viso, sui seni, marchiandola come loro proprietà.
Anna veniva ogni volta, scossa da orgasmi violenti, il corpo che tremava, la figa che schizzava sul lenzuolo mentre li supplicava di non smettere.
Alla fine della settimana, quando l’affitto era “pagato”, i tre la facevano sdraiare nella vasca da bagno, esausta e coperta di sperma secco. Si mettevano intorno a lei e le pisciavano addosso, caldo e umiliante, mentre lei si toccava freneticamente fino a un ultimo, lunghissimo orgasmo.
Poi Marco le accarezzava i capelli rossi bagnati.
«Brava schiava. Il mese prossimo l’affitto è aumentato… ma tu pagherai, vero?»
Anna, con gli occhi lucidi di piacere e sottomissione, sorrise.
«Sì, padrone… pagherò tutto.»
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