La Datura - Seconda Parte
di
Kiray_8100
genere
bisex
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- DISCLAIMER –
Questa storia non punta alla semplice complicità sessuale o alla pornografia tipica del sito.
Si muove più verso il vero mondo dell’erotismo, verso il filo sottile che separa piacere e inquietudine.
Vi saranno scene esplicite, ma non cercheranno la volgarità. Il racconto è pervaso da atmosfere claustrofobiche, tese e da thriller psicologico.
Se cercate qualcosa più vicino al canone del sito, qui non lo troverete.
A tutti gli altri, auguro una buona lettura.
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In sogno gli apparve suo fratello. Il volto sfigurato, disteso in un campo di fango e polvere. Teneva in mano una croce di ferro e il suo occhio penzolava da un’orbita. L’altro era aperto e lo fissava, giudizioso.
Non ricordava dove si trovò, mentre guardava il cadavere. Ricordava solo di sentirsi sporco e lo sguardo di suo fratello non poteva che rincarare il peso sulle spalle.
Si svegliò, di soprassalto. La luce della lampada puntata direttamente sugli occhi. Un libro aperto, dell’inchiostro fresco e sbavato. Carlo aveva il vizio di dormire a bocca aperta.
L’intera pagina di botanica era rovinata. Fortunatamente aveva fatto pochi disegni, che richiedevano molto più tempo della scrittura in sé.
Era impossibile capire che ore fossero. Mattina, sicuramente, ma nello studiolo non c’era una finestra e appresso non aveva un orologio.
Fece per alzarsi dalla sedia, ma le sue dita, invece della pagina liscia del libro, incontrarono qualcosa di ruvido e freddo.
Il negativo del ragazzo, usato come segnalibro. Se lo era portato dietro, invece di lasciarlo appeso nella camera oscura con le altre foto.
Il suo sorriso era scomparso, sembrava essere sfumato anche lui come l’inchiostro. Ma il suo fisico, la sua virilità, erano ancora lì in bella vista.
Non poteva succedere ancora. Il suo gusto del proibito era svanito, quel sorrisetto da ebete che ebbe nella camera oscura divenne un ricordo sbiadito. Aveva peccato, suo fratello glielo aveva solo che confermato.
Volle accartocciarla e buttarla nel cestino. Non sarebbe bastato. Vero che Elena non entrava mai nello studiolo, ma lasciare quella foto maledetta in giro sarebbe stato un errore. Doveva bruciarla, solo per sentire l’odore acrimonioso e intossicarsi con quella puzza.
La nascose, tra la gamba della scrivania e il ripiano. Abbastanza vicino a lui per non farla trovare ad Elena, ma abbastanza nascosta per non vederla di nuovo.
Uscì dalla porta e il corridoio fu pervaso da uno strato di luce bianca. Gli uccelli cantavano note leggere.
Carlo si stiracchiò. Guardò verso il giardino. Doveva ricordarsi di ringraziare Elena per averlo messo a posto, cosa che lui non avrebbe mai fatto. Fortuna per lei che non mise piede nello studiolo da mesi.
Guardò verso gli alberi, in lontananza. La nebbia ristagnava ancora tra le fronde, opera del lago. Ci avrebbe impiegato un po’ di tempo prima di ritornarci, ma alla fine sarebbe stato attirato nuovamente dalla sponda.
Un suono più cupo si proruppe nell’aria. Cinque rintocchi. Il campanile del paese, da lì si udiva come un suono disperato. Quanto bastava per rendere risoluto Carlo e trovare un modo per espiare le proprie colpe.
Scese le scale. Elena leggeva le notizie del giornale. Si girò verso di lui e il suo volto pareva così stanco, come il suo, ma peggio.
«Amore» Disse, con la voce rotta. «Buongiorno!»
Carlo emise un mugugno di assenso. Baciò sua moglie sulla guancia, ma lei sembrò ritrarsi.
«Hai lavorato fino a tardi nello studiolo?»
«Già. Il libro mi sta tenendo molto occupato.»
Mentre Carlo si sedeva, non poté che notare un’espressione sospettosa nel volto di sua moglie. Sì, era turbata anche lei.
«Pensavo di averti sentito in camera ieri notte.» Concluse lei, senza essere troppo sicura della sua affermazione.
Carlo era sicuramente attento ai dettagli, specialmente corporali, ma chissà perché l’espressione facciale di sua moglie l’annoiava costantemente.
“Avrà avuto una nottataccia, immagino, con il caldo che fa. Forse dovrei dormire più spesso in camera da letto”.
«Vuoi che ti prepari la colazione?»
«No, grazie. Che ore sono?»
«Le sette e venti.»
«Bene. Faccio ancora in tempo.»
«Dove vai?»
«A lavarmi, e poi in paese.»
«Prendi la bicicletta?»
«No, vado a piedi.»
“Non mi può che fare bene”.
«Oh, e grazie per aver pulito il giardino.»
«Figurati, ma è stato l’ospite.»
«Quale ospite?»
I due si guardarono confusi. Carlo non si lasciò troppo travolgere dai ricordi del giorno prima. Non aveva tempo.
«Lascia perdere. Sicuramente me lo sarò dimenticato, sai come sono fatto. Povera te che mi devi sopportare. Ringrazialo.»
Il cielo era bianco. Un particolare scambio cromatico tra il blu e il grigio delle nuvole. Prima di raggiungere i suoi campi, Carlo pensò di essere rimasto l’unico al mondo. Non udiva rumori, né gli uccelli che gli diedero il buongiorno minuti prima. Era quello che voleva, il silenzio per pensare.
Poi incontrò i suoi mezzadri, svegli dalle cinque del mattino. Carlo decise di farli cominciare a lavorare un’ora prima, per evitare le ore più calde.
Fece a loro un cenno con la mano, che venne contraccambiato. Sorrisero, provarono a farlo, ma il loro interesse era la zappa e basta. Poverini, altri stupidi bastardi che credevano nelle maledizioni della casa.
Carlo fu stupefatto da quel pensiero. Lui, un uomo così discreto. Aveva dato il lavoro a quegli uomini perché credeva che se lo meritassero. Per quel che gli riguardava, però, gli avrebbe pure potuti pagare per farsi rincorrere dietro, come faceva spesso con il gatto.
Glissò e proseguì lungo il sentiero.
Le prime case del villaggio sorsero oltre il ponte per metà distrutto. Preso nuovamente dalle sue elucubrazioni e dai suoi disegni mentali, cui una mente come la sua non poteva farne a meno, pensò che avere un ponte distrutto fosse paradossalmente utile per non permettere agli americani di entrare nel villaggio. Dove le difese militari del regime avevano fallito, ci aveva pensato un divertente gioco del destino, detta anche scarsa manutenzione infrastrutturale.
Carlo rise. I vecchietti dell’osteria lo guardarono. Pensavano che fosse scemo o indemoniato. Anche allora lo giudicavano. Elena era più timorosa dallo scendere in paese, limitando le sue visite solo per fare acquisti. Rammentò quando gli disse che considerava le sue compaesane tutte delle presuntuose civette. Non rise, prese quel giudizio in una maniera serissima.
Nonostante gli abitanti del villaggio fecero del loro per apparire concentrati nelle loro mansioni quotidiane, lo sguardo voleva vedere il dannato percorrere le strade del paese.
Carlo non ricordò nemmeno perché venissero considerati maledetti. Fu sempre onesto con sé stesso, riservava la sua memoria solo a ciò che gli interessava e, di certo, non furono quelle persone a interessargli.
Vagamente ricordò delle dicerie, riguardanti come la sua famiglia fosse destinata a morire nelle maniere più atroci possibili. Già, peccato che suo nonno morì sereno, spezzando la presunta maledizione.
Ebbe un momento di autocritica, pensando a come avesse costruito una distanza ridicola dalle altre persone. Per spocchia, forse. Ma quando gli abitanti videro l’indemoniato salire le scale per entrare in chiesa, rimase fermo nella sua posizione di superiorità.
Sentiva i loro fastidiosi bisbigli, come il mormorio di insetti innocui. Rise, di nuovo. Non pensava che la maledizione potesse divertirlo così tanto.
Carlo si mise a sedere vicino ad una anziana signora. Parlarono tra loro, prima che la messa cominciasse. Borbottarono del più e del meno, e Carlo cercò di essere il più affabile possibile per sembrare un abitante del villaggio. Gli chiese del figlio, ritornato dalla guerra con una tremenda ferita, e di altre miserie inutilmente strazianti. La signora faceva del suo meglio per essere rispettosa, ma Carlo notò che si spostava ogni minuto più lontano da lui, pensando di fare movimenti impercettibili.
Il prete recitò dei versi presi dalla Lettera ai Romani, che Carlo ignorò completamente. Poteva scommettere che molti, in quel momento, ignoravano la predica del prete. D’altronde a lui interessava solo confessarsi.
Avrebbe dovuto aspettare pazientemente, ma la sua capacità di annoiarsi così facilmente sorse ben presto. Ricordava che da piccolo odiava terribilmente andare alla messa proprio per quel motivo.
Si concentrò allora sugli unici due quadri di cui era provvista la chiesa. Uno rappresentava Eva che porgeva la mela ad Adamo, dalla navata opposta Susanna e i vecchioni mentre la spiavano.
Uno strano cortocircuito si sviluppò nella testa di Carlo. Quei quadri lo inquietavano in modi che pareva impossibile. Nella faccia di Eva c’era qualcosa di troppo familiare, ma Adamo era quello più alieno tra i due. Quell’uomo pareva uscito da un sogno distorto. Nel corpo femminile di Susanna ci ritrovò qualcosa di molto simile al ragazzo. Ancora lui, che infestava la sua mente.
Abbassò lo sguardo. Se non poteva ascoltare il prete per la noia o vedere l’arte della chiesa, doveva solo aspettare e meditare. Ma, per uno spasmo involontario, alzò la testa di nuovo e, da dietro il prete, Gesù lo guardò spietato, appeso alla croce. Un volto fatto di cera, carico di quella penitenza che pareva quasi disprezzante. Un occhio pareva uscire dall’orbita.
Che cosa stava immaginando? Ignorare il prete era cosa cristiana, ma immaginarsi quelle figure deformate era malattia.
La chiesa doveva essere un luogo aperto a tutti. Il prete figura di ispirazione per la compassione. Ma poi incrociò il suo sguardo e, mentre recitava a memoria la pagina della Bibbia, sembrava scagliare quelle parole contro di lui. Non poteva confessarsi.
Quando una forte emicrania lo tormentò, si alzò e se ne andò. Tutti guardarono verso di lui, rendendolo ancora più colpevole di essere così irrispettoso.
Mentre usciva, la piazza era già spopolata. Ringraziò qualsiasi entità vivesse in cielo per quello. Il suo cinismo si spezzò in pochi secondi e non poteva credere di essere così fragile.
Affogare i piaceri della carne, reprimerli, per quello che avrebbe provato l’unica persona che avesse mai tenuto a lui. Alla fine, pensò, che confessarlo ad Elena non sarebbe stato così male. Lei avrebbe capito, a dispetto di tutti gli altri. Anche suo fratello avrebbe compreso i suoi tormenti, ma dopo il sogno che ebbe quella mattina le sue sicurezze vacillarono.
Ma doveva convincersi, una volta per tutte, che lui non era malato, anche se lo ripeteva continuamente. Era solo quella emicrania. Le notti passate nello studiolo. Il lago.
Sprofondò con il viso tra le ginocchia. Il buio faceva come meglio poteva per aiutarlo, ma appena udì dei passi vicino a lui, scattò subito in allarme.
Una figura si avvicinò. Giovane, riccio, ma come tanti in paese. Passeggiava, con un passo non troppo deciso. Lento, veloce, a volte riluttante. Solo dopo poté riconoscere in lui il ragazzo dell’isola, quando gli fu talmente vicino che il suo cuore batté all’impazzata nel petto.
Il ragazzo lo ignorò. Poteva farlo lui, che non lo conosceva. Ma Carlo no, non dopo il disperato atto di autoerotismo che ebbe nella camera oscura.
Dovette seguirlo, di soppiatto. Se era quella la sua occasione di risolvere le cose, dovette percorrere quella strada.
Il ragazzo si addentrò nei vicoli più stretti del villaggio, oscurati dalle cimase delle case. Con l’ombra che tendeva a trasformare ogni forma, il ragazzo sembrava fluttuare dal suolo. Così, quel passo prima ambiguo, divenne quasi causa di inquietudine in Carlo.
Girò ad un angolo, dove Carlo non poteva entrare per non farsi scoprire. Si piazzò con le spalle al muro e scorse con lo sguardo fino a dove poteva mirare.
Il ragazzo era con un altro giovane. Più alto di lui, il volto leggermente asimmetrico e una frangia che cadeva da un lato. I due sembravano avere una discussione molto animata. Sembravano partire accuse, a volte insulti. Parlavano anche loro di qualcosa che dovevano tenere nascosto.
Carlo respirava a ritmo irregolare. Quasi pareva soffocare.
Il giovane più alto aggrappò il volto del riccio con tutta la forza della propria mano. Le loro labbra erano vicinissime, troppo per insultarsi ed apparire come se stessero litigando.
Si baciarono. Non un bacio caloroso, ma un bacio freddo, feroce. Quello più alto si ritraeva ogni volta dal riccio mordendogli il labbro inferiore. Lo ferì un poco. Nell’assoluto grigiore, Carlo vide il bagliore del sangue.
Si toccarono lungo il petto, sotto la maglia.
Si graffiarono, il rumore inconfondibile delle unghie sulla pelle. Il riccio gemette. Provava piacere ad essere dominato, ad apparire così debole e indifeso, e cercare sicurezza nel suo uomo.
Con uno schiaffo sulle natiche, non si fece ripetere l’obbligo di girarsi di spalle. Il giovane dalla frangia ora scomposta si slacciò la cintura e lasciò cadere i calzoni a terra, rivelando la sua virilità.
Il riccio si aggrappava con le mani ai mattoni sporgenti del muro, mentre aspettava di essere denudato.
Carlo strinse i pugni, appena vide l’intera scena e un membro che non era il suo penetrare lui.
Lo vide, vide nel suo volto la stessa espressione a colori invertiti del negativo. Si morse le labbra, bramava e nulla lo poteva fermare per quello che provava. Nulla, ma il grido strozzato del ragazzo. La sua testa sbatteva contro il muro mentre veniva profanato. Il suo possessore gli tirava i capelli all’indietro, sputando ogni tanto rivoli di saliva nella linea delle natiche. Rideva, sapendo di aver vinto il litigio.
Umidi schiocchi, un lento declino verso un orgasmo dolceamaro. Terminò in una maniera pietosa, con entrambi che annaspavano e che emettevano respiri pesanti.
Il giovane si sfilò da lui. Un piccolo ticchettio, procurato da due gocce che scendevano dalle natiche del riccio, immerse l’atmosfera in una sinfonia che Carlo odiava ammettere essere così piacevole.
Non c’era più tempo per esprimere disgusto, non c’era più tempo per provare vergogna. Non era l’unico malato, allora. Il ragazzo era una serpe che amava provocare e amava far cadere in tentazione gli altri uomini.
Sì, lo sospettava. Appena lo vide riprendersi dal dolore, o qualunque cosa provava in quel momento, questo guardò nuovamente verso l’altro giovane, ridendo con le labbra bagnate.
Non era in errore lui. Era solo qualcosa contro cui avrebbe dovuto combattere.
Si avventurò di nuovo nei vicoli che lo portarono fino a lì. Usò il buio per uscire alla luce totalmente indisturbato.
Il cielo era plumbeo, ora. La piazza era ancora più deserta di prima. Gocce di acqua scesero su di lui, pulendolo con poco.
Le galline piluccavano qua e là il granoturco che Elena lanciava nel loro recinto. Teneva il mangime in una sacca che formò con il grembiule, svuotandola lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo.
Quella mattina si mise un fazzoletto in testa. Non aveva nessuna voglia di pettinarsi o di curarsi. E poi per cosa? Rimanere tutto il giorno in casa, come ogni giorno della sua esistenza? Il fazzoletto serviva solo per tenere fermi i suoi capelli, mostrarsi composta di fronte all’ospite.
Lui era dentro la stalla delle mucche. Lo vedeva ogni tanto spuntare dalla porta, per inforcare altro fieno.
Quella mattina ebbe la decenza di avere addosso una canottiera, ma Elena non riusciva a distogliere lo sguardo dai suoi bicipiti.
Non aveva ragioni di essere così stanca. Le avrebbe avute se quella mattina sarebbe stata più operosa.
Le paralisi accadevano sempre. I sogni turbolenti anche. Ma se fosse successo qualcosa di più quella notte, allora avrebbe avuto tutte le ragioni per rimanere così inquieta.
Carlo non era stato. Suo marito era distratto, certo, ma non così tanto da non ricordarsi una notte di sesso.
Non potevano esserci altri sospettati. Era stato così facile attirarlo a sé. Elena fu quasi lusingata della cosa. Pensava che la vita coniugale l’avesse resa troppo noiosa e poco affascinante per un uomo più giovane di lei. Si imbarazzò, ma poté nascondere il rossore con la fatica che provava.
Tutti quei pensieri li ebbe lì, in quel momento. Ci pensava anche prima, certo, sin da quando si era svegliata. Ma ora era vicino a lui. Poteva forse fare un passo in avanti e capire? Anche solo per il gusto di avere conferme, anche solo per sentirsi dire che era stato un errore e magari una vera allucinazione? Oppure per il gusto di apparire desiderata? Carlo non c’era. Una parte di lei doveva essere dispiaciuta. Non tanto perché doveva amarlo, ma perché Carlo era sempre stato così buono. Non lo compativa, mai. Nonostante quello che dava da credere, era un uomo profondamente sensibile e intelligente. Ricordava quando le prime volte riempiva l’aria romantica che si vive agli albori di un amore con nozioni scientifiche, ogni tanto costellate da qualche passo biblico. Era un uomo grazioso e, nonostante Elena sapesse che non c’era più niente tra loro due, non poteva ignorare la fede al dito.
L’ospite aveva trovato un suo ritmo. Vi erano solo tre mucche nella stanza e un vitello. Troppo fieno per così pochi animali. Decise di abbondare, solo perché trovava fastidioso tutto quel cibo.
Concluse, abbandonando il forcone al muro.
Si asciugò la fronte con un panno e poi guardò il cucciolo con una punta di stupore. In quel muso, trovava buffo come gli occhi si incrociavano. Sembrava quasi essere assente.
Elena gli chiese solo di dare da mangiare agli animali, ma vedendo un secchio lì vicino ebbe l’idea di mungere la mucca madre. Sapeva che poteva essere doloroso trattenere tutto quel latte nelle mammelle e il piccolo forse non ne beveva abbastanza.
Prese uno sgabello, lo posizionò al centro della stanza, e fece uscire la mucca. La pose sopra il secchio stesso e cominciò a mungere le mammelle. Goffo, si rese conto che era una cosa che non aveva mai imparato a fare. Inizialmente non usciva nulla, la mucca sembrava domandarsi che cosa stava facendo. Appena il primo schizzo scese, solo perché strizzò troppo forte, l’ospite divenne più caparbio. Ma le sue mani erano troppo rigide, troppo violente, e la mucca si lamentò.
L’ospite gli accarezzò la schiena, un tenero gesto per scusarsi. La mucca capì. Ci riprovò, ritornando alla flemma di prima, ma il risultato non arrivava.
«Ti aiuto io.» Una voce arrivò dall’altra parte. Due mani si intrecciarono alle sue. Soffici, seppur con il palmo leggermente calloso, tipico di chi è spesso dedito ai lavori di campagna.
Il latte uscì regolarmente. L’ospite cercò di guardare Elena, nonostante la mucca come ostacolo. Il suo volto era deciso, concentrato in un gesto che per lei, oramai, era automatico.
Le loro mani rimasero strette, seppur quelle dell’ospite furono inutili. Elena lo teneva a sé, anche se era di impiccio.
Appena finirono, e la mucca poté ritornare dal suo cucciolo, l’ospite rimase taciturno ed Elena fece finta di interessarsi più al suo bestiame che a lui.
L’uomo arrivò nel lavandino lì vicino, togliendosi di dosso la sporcizia, il sudore e la polvere. Si rinfrescò la faccia. L’acqua fredda era un toccasana dopo il lavoro.
«Sei stato tu, vero?» Elena gli chiese dietro di lui. «Ieri notte.»
L’ospite non si girò. La sicurezza di Elena, in quel caso, non gli creava timore.
«Non so chi tu sia, né tantomeno chi sono gli amici che tu aspetti. Ma sei strano.»
Cercava di apparire neutrale. Forse le sue parole venivano formulate male, perché non intendeva discutere in quel modo.
“Che sto facendo?” Si chiese, fra sé e sé. “Lo sto accusando di qualcosa di cui non sono nemmeno certa.”
«Non importa» Sentenziò infine. «Non ti sto cacciando di casa. Anzi, ti ringrazio per il tuo aiuto. Solo…vorrei che parlassi di più…»
Elena fece per andarsene. Quella mattina non mangiò nulla, aveva bisogno della sua dose zuccherina. E, magari, di dormire un altro poco. Chiudendo la porta a chiave, questa volta.
Ma un braccio le afferrò il polso. Strepitò. L’ospite si stagliò di fronte a lei. La guardava, dall’alto verso il basso. I suoi occhi erano diventati di un blu intenso. Dal suo respiro era impossibile capire se era minaccioso o, semplicemente, eccitato. Ma Elena capì che non voleva farle del male. Capì che voleva ripetere l’occasione di ieri notte. Quella era solo la conferma.
Tutte le sue difese crollarono, non poteva più negare che lo voleva.
L’ospite la spinse contro il muro della legnaia e lei gli passò una mano dietro il collo. Gli accarezzò i capelli, come fece la notte prima. Erano i suoi capelli, lo erano sempre stati.
Si sfiorarono le labbra. Un bacio avrebbe suggellato la loro unione, cosa che Elena non avrebbe permesso che accadesse.
Non divenne più un gioco di sguardi o di intese, ma di pura azione meccanica. Le mani di lui entrarono dentro il suo grembiule. Le toccò il ventre, poi il seno. Lo strizzò, ma con lei era delicato.
L’altra mano, la stessa che la scorsa notte mostrò più coraggio, entrò dentro la sua sottana e poi nel suo sesso. Il suo pollice le stimolava il clitoride. Lì, in particolare, lei provava piacere.
E mentre ansimava, si chiese cosa si provava a sentire nuovamente il membro di un uomo tra le proprie dita.
Fece anche lei le sue mosse. Lo massaggiò nel bassoventre attraverso i pantaloni, per poi arrivare più a fondo e cercare la sua virilità. Turgida, gonfia. Elena si accorse che fino ad allora era stata l’unica tra i due a provare vero piacere ed era arrivato il momento di contraccambiare il favore. Lui gemette, quando Elena prese a toccarlo. Era molto sensibile, si ritraeva ogni volta con il bacino come scosso da un fremito.
Elena lanciò un’imprecazione. Il pollice stava premendo con troppa forza.
«Mi fa male.»
Tre parole bastarono per dissipare tutto il piacere. Pensando di aver fatto qualcosa di tremendamente sbagliato, l’ospite arretrò. Le sue dita erano ancora lucide e bagnate.
«No, aspetta…» Intervenne Elena, mentre l’ospite si incamminava per allontanarsi.
“Perché non sono stata zitta?” Aveva rovinato tutto. La parte più brutta era che non aveva finito e lui non aveva ricevuto alcuna soddisfazione. Provò per un attimo rabbia. Si era concessa, troppo facilmente, e lui l’aveva abbandonata per così poco. Represse tutto e, anche toccandosi, non riuscì a raggiungere l’orgasmo che voleva.
Elena percorse la strada per risalire verso la magione. Aveva cominciato a piovere, ma lei non ebbe il coraggio di partire sin da subito. Doveva accertarsi che l’ospite fosse ben lontano da lui.
Mentre camminava, sentiva una fitta al ventre. Odiava quella sensazione di incompiuto.
Appena arrivò al portico, lasciò cadere il fazzoletto per terra e permise alla pioggia di bagnare anche i suoi capelli. La porta era semichiusa. Carlo sedeva al tavolo della cucina, in uno stato meditabondo. Elena lo vedeva in quella posizione solo quando si trovava a studiare o a lavorare, mai in un qualsiasi altro ambiente domestico. Capì che si era lasciato trovare così solo perché aspettava lei.
Appena notò la presenza di sua moglie nella stanza, Carlo si alzò di scatto dalla sedia. Era fradicio anche lui, il suo volto nascosto da ciocche di capelli bagnati.
Non dissero nulla. Non parlavano mai se vi era intenzione di fare qualcos’altro. Carlo sembrava pentito, scosso da qualcosa che non voleva raccontare. Elena lo stesso, ma era più brava a nasconderlo. Difatti non si vergognò quando si avvicinò a lui e lo baciò.
Fu solo questione di attimi quando, presi dalla foga, salirono le scale e si coricarono in stanza. Elena lo spogliò, nella maniera più vorace possibile. Il suo membro era duro, vicino alla sua bocca. Lo toccò, come se fosse stata la prima volta. Anche spogliandosi, i loro corpi rimasero bagnati. E mentre le loro pelli strisciavano tra di loro, quando Elena si distese e si fece montare da Carlo, l’acqua che scendeva lungo i loro corpi rendeva l’esperienza ancora più spettrale.
Si sentivano le gocce di pioggia cadere con veemenza sul balcone. La persiana era chiusa, solo la luce grigia tipica delle giornate nuvolose entrava in stanza e avvolgeva i loro corpi in una specie di aura paradisiaca.
Elena si aggrappava alle natiche di Carlo, mentre lui la penetrava e le baciava il collo. Le annusava i capelli, un gesto così primitivo eppure così tenero. E quando lui ridestò lo sguardo, Elena non riusciva più a riconoscerlo. Lentamente, i suoi occhi marroni divennero azzurri. I suoi capelli sembravano perdere la loro intensità, per poi diventare biondi. I dubbi la assalirono. Non era il volto di Carlo, ma il volto dell’ospite. Un’allucinazione, che non aveva tempo di razionalizzare, mentre lui si muoveva dentro di lei. Se però fosse stato reale, Elena avrebbe risolto ogni suo legittimo dilemma. L’ospite non si era mai ritirato da lei, non l’aveva mai lasciata con il fiato sospeso, ma aspettava solo di portarla in camera da letto. Poteva essere una versione plausibile dei fatti.
Se la faccia di Elena scese in una specie di torpore, uno sguardo che si muoveva tra il piacere e la rassegnazione, quello di Carlo era molto più cupo. Lui non vedeva sua moglie. Il corpo inconfondibile di una donna, caratterizzato da parti morbide e tenere, divenne quello scarno del ragazzo. Carlo passò le sue mani lungo il suo petto, asciutto e quasi scheletrico. Il volto di Elena, sempre se fosse stata lei, divenne quello vipereo e provocatorio dello stesso ragazzo. Gli rideva in faccia, quasi a farsi beffe di lui. Carlo rispose spingendo ancora di più, punendolo nell’unica maniera che conosceva.
Gli venne dentro, marcandolo come suo per sempre. Ma non vi era vittoria in quello che fece, non vi era gloria. Solo il volto di sua moglie, che riapparve di nuovo nella penombra, a cui non avrebbe dovuto riservare un trattamento del genere. Entrambi non avevano modo di scusarsi, poiché non era successo nulla e nessuno dei due poteva permettersi di incolpare quell’altro.
La pioggia cessò. Qualche tuono si poteva ancora udire a distanza. Le ultime gocce che scendevano dalla grondaia per creare uno stillicidio appena atterravano al suolo. Carlo ed Elena erano ripiegati su sé stessi, ancora nudi, ognuno nel loro lato del letto. Non sapevano cosa provavano esattamente. Vergogna, sicuramente. Ma non potevano ammetterlo e quella era la loro condanna. La loro maledizione.
La cena fu tremenda. La zuppa di verdura era stata cotta da Elena senza il solito amore che metteva nella cucina e il marito ringraziò la presenza del formaggio stagionato. Nessuno parlò. Carlo rimase sempre con lo sguardo piantato su quella brodaglia di acqua sporca, che ingurgitò contro voglia. Ed Elena, dal canto suo, preferì mangiare solo tre cucchiaiate. Ogni tanto dava qualche fugace occhiata all’ospite, che sembrava troppo sereno per quello che successe quella mattina.
Con un colpo di tosse, Carlo finì il pasto. Con tutto lo zelo del mondo, si alzò dalla sedia e avvertì di andarsi a rifugiare nello studiolo, ringraziando per la “splendida” cena.
Non capì che la sua presenza, per quanto fonte di disagio, era l’unica cosa che permise ad Elena di non parlare con l’ospite. Un momento di silenzio che, sicuramente, lei non voleva rivivere. Difatti, si assentò subito dopo, per pulire le stoviglie sporche e chiudendo la sua serata in quell’esatto modo.
Tornato nello studio, Carlo cercò di ritornare con la testa tra i libri. I libri funzionavano sempre come distrazione, oramai non era più una causa di vita.
L’indomani si ricordò di dover parlare con il capoccia, così da organizzare il lavoro per le prossime settimane. Un’altra distrazione, che fortunatamente capitava al momento giusto.
Un’espressione serena contraddistinse quel pensiero, riconoscendo che nonostante tutto poteva ancora vivere altrove con la testa. Ma chissà quanto sarebbe durato. Se sapeva che sarebbe ritornato al lago, se sapeva che quel ragazzo si trovava ovunque, sia nel villaggio che vicino a casa sua, se sapeva che era impossibile confessare una cosa del genere, doveva mantenere la promessa di combattere i suoi desideri repressi da solo.
Così era sicuro che sarebbe andata a finire, ma quando fece l’amore con Elena capiva che le sue passioni si erano inserite come dei parassiti dentro il suo ambiente più intimo e domestico.
Poteva veramente combatterle? Ci avrebbe provato, ma quella sera era troppo stanco.
Decise di farlo per un’ultima volta. Lo promise, guardando il crocifisso sopra di lui. Tirò fuori il negativo dalla nicchia in cui lo nascose quella mattina. Incrociò lo sguardo del ragazzo. Il suo sorriso era ritornato a risplendere e gli bastò per toccarsi nuovamente su di lui, insozzando la foto con il suo seme.
- DISCLAIMER –
Questa storia non punta alla semplice complicità sessuale o alla pornografia tipica del sito.
Si muove più verso il vero mondo dell’erotismo, verso il filo sottile che separa piacere e inquietudine.
Vi saranno scene esplicite, ma non cercheranno la volgarità. Il racconto è pervaso da atmosfere claustrofobiche, tese e da thriller psicologico.
Se cercate qualcosa più vicino al canone del sito, qui non lo troverete.
A tutti gli altri, auguro una buona lettura.
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In sogno gli apparve suo fratello. Il volto sfigurato, disteso in un campo di fango e polvere. Teneva in mano una croce di ferro e il suo occhio penzolava da un’orbita. L’altro era aperto e lo fissava, giudizioso.
Non ricordava dove si trovò, mentre guardava il cadavere. Ricordava solo di sentirsi sporco e lo sguardo di suo fratello non poteva che rincarare il peso sulle spalle.
Si svegliò, di soprassalto. La luce della lampada puntata direttamente sugli occhi. Un libro aperto, dell’inchiostro fresco e sbavato. Carlo aveva il vizio di dormire a bocca aperta.
L’intera pagina di botanica era rovinata. Fortunatamente aveva fatto pochi disegni, che richiedevano molto più tempo della scrittura in sé.
Era impossibile capire che ore fossero. Mattina, sicuramente, ma nello studiolo non c’era una finestra e appresso non aveva un orologio.
Fece per alzarsi dalla sedia, ma le sue dita, invece della pagina liscia del libro, incontrarono qualcosa di ruvido e freddo.
Il negativo del ragazzo, usato come segnalibro. Se lo era portato dietro, invece di lasciarlo appeso nella camera oscura con le altre foto.
Il suo sorriso era scomparso, sembrava essere sfumato anche lui come l’inchiostro. Ma il suo fisico, la sua virilità, erano ancora lì in bella vista.
Non poteva succedere ancora. Il suo gusto del proibito era svanito, quel sorrisetto da ebete che ebbe nella camera oscura divenne un ricordo sbiadito. Aveva peccato, suo fratello glielo aveva solo che confermato.
Volle accartocciarla e buttarla nel cestino. Non sarebbe bastato. Vero che Elena non entrava mai nello studiolo, ma lasciare quella foto maledetta in giro sarebbe stato un errore. Doveva bruciarla, solo per sentire l’odore acrimonioso e intossicarsi con quella puzza.
La nascose, tra la gamba della scrivania e il ripiano. Abbastanza vicino a lui per non farla trovare ad Elena, ma abbastanza nascosta per non vederla di nuovo.
Uscì dalla porta e il corridoio fu pervaso da uno strato di luce bianca. Gli uccelli cantavano note leggere.
Carlo si stiracchiò. Guardò verso il giardino. Doveva ricordarsi di ringraziare Elena per averlo messo a posto, cosa che lui non avrebbe mai fatto. Fortuna per lei che non mise piede nello studiolo da mesi.
Guardò verso gli alberi, in lontananza. La nebbia ristagnava ancora tra le fronde, opera del lago. Ci avrebbe impiegato un po’ di tempo prima di ritornarci, ma alla fine sarebbe stato attirato nuovamente dalla sponda.
Un suono più cupo si proruppe nell’aria. Cinque rintocchi. Il campanile del paese, da lì si udiva come un suono disperato. Quanto bastava per rendere risoluto Carlo e trovare un modo per espiare le proprie colpe.
Scese le scale. Elena leggeva le notizie del giornale. Si girò verso di lui e il suo volto pareva così stanco, come il suo, ma peggio.
«Amore» Disse, con la voce rotta. «Buongiorno!»
Carlo emise un mugugno di assenso. Baciò sua moglie sulla guancia, ma lei sembrò ritrarsi.
«Hai lavorato fino a tardi nello studiolo?»
«Già. Il libro mi sta tenendo molto occupato.»
Mentre Carlo si sedeva, non poté che notare un’espressione sospettosa nel volto di sua moglie. Sì, era turbata anche lei.
«Pensavo di averti sentito in camera ieri notte.» Concluse lei, senza essere troppo sicura della sua affermazione.
Carlo era sicuramente attento ai dettagli, specialmente corporali, ma chissà perché l’espressione facciale di sua moglie l’annoiava costantemente.
“Avrà avuto una nottataccia, immagino, con il caldo che fa. Forse dovrei dormire più spesso in camera da letto”.
«Vuoi che ti prepari la colazione?»
«No, grazie. Che ore sono?»
«Le sette e venti.»
«Bene. Faccio ancora in tempo.»
«Dove vai?»
«A lavarmi, e poi in paese.»
«Prendi la bicicletta?»
«No, vado a piedi.»
“Non mi può che fare bene”.
«Oh, e grazie per aver pulito il giardino.»
«Figurati, ma è stato l’ospite.»
«Quale ospite?»
I due si guardarono confusi. Carlo non si lasciò troppo travolgere dai ricordi del giorno prima. Non aveva tempo.
«Lascia perdere. Sicuramente me lo sarò dimenticato, sai come sono fatto. Povera te che mi devi sopportare. Ringrazialo.»
Il cielo era bianco. Un particolare scambio cromatico tra il blu e il grigio delle nuvole. Prima di raggiungere i suoi campi, Carlo pensò di essere rimasto l’unico al mondo. Non udiva rumori, né gli uccelli che gli diedero il buongiorno minuti prima. Era quello che voleva, il silenzio per pensare.
Poi incontrò i suoi mezzadri, svegli dalle cinque del mattino. Carlo decise di farli cominciare a lavorare un’ora prima, per evitare le ore più calde.
Fece a loro un cenno con la mano, che venne contraccambiato. Sorrisero, provarono a farlo, ma il loro interesse era la zappa e basta. Poverini, altri stupidi bastardi che credevano nelle maledizioni della casa.
Carlo fu stupefatto da quel pensiero. Lui, un uomo così discreto. Aveva dato il lavoro a quegli uomini perché credeva che se lo meritassero. Per quel che gli riguardava, però, gli avrebbe pure potuti pagare per farsi rincorrere dietro, come faceva spesso con il gatto.
Glissò e proseguì lungo il sentiero.
Le prime case del villaggio sorsero oltre il ponte per metà distrutto. Preso nuovamente dalle sue elucubrazioni e dai suoi disegni mentali, cui una mente come la sua non poteva farne a meno, pensò che avere un ponte distrutto fosse paradossalmente utile per non permettere agli americani di entrare nel villaggio. Dove le difese militari del regime avevano fallito, ci aveva pensato un divertente gioco del destino, detta anche scarsa manutenzione infrastrutturale.
Carlo rise. I vecchietti dell’osteria lo guardarono. Pensavano che fosse scemo o indemoniato. Anche allora lo giudicavano. Elena era più timorosa dallo scendere in paese, limitando le sue visite solo per fare acquisti. Rammentò quando gli disse che considerava le sue compaesane tutte delle presuntuose civette. Non rise, prese quel giudizio in una maniera serissima.
Nonostante gli abitanti del villaggio fecero del loro per apparire concentrati nelle loro mansioni quotidiane, lo sguardo voleva vedere il dannato percorrere le strade del paese.
Carlo non ricordò nemmeno perché venissero considerati maledetti. Fu sempre onesto con sé stesso, riservava la sua memoria solo a ciò che gli interessava e, di certo, non furono quelle persone a interessargli.
Vagamente ricordò delle dicerie, riguardanti come la sua famiglia fosse destinata a morire nelle maniere più atroci possibili. Già, peccato che suo nonno morì sereno, spezzando la presunta maledizione.
Ebbe un momento di autocritica, pensando a come avesse costruito una distanza ridicola dalle altre persone. Per spocchia, forse. Ma quando gli abitanti videro l’indemoniato salire le scale per entrare in chiesa, rimase fermo nella sua posizione di superiorità.
Sentiva i loro fastidiosi bisbigli, come il mormorio di insetti innocui. Rise, di nuovo. Non pensava che la maledizione potesse divertirlo così tanto.
Carlo si mise a sedere vicino ad una anziana signora. Parlarono tra loro, prima che la messa cominciasse. Borbottarono del più e del meno, e Carlo cercò di essere il più affabile possibile per sembrare un abitante del villaggio. Gli chiese del figlio, ritornato dalla guerra con una tremenda ferita, e di altre miserie inutilmente strazianti. La signora faceva del suo meglio per essere rispettosa, ma Carlo notò che si spostava ogni minuto più lontano da lui, pensando di fare movimenti impercettibili.
Il prete recitò dei versi presi dalla Lettera ai Romani, che Carlo ignorò completamente. Poteva scommettere che molti, in quel momento, ignoravano la predica del prete. D’altronde a lui interessava solo confessarsi.
Avrebbe dovuto aspettare pazientemente, ma la sua capacità di annoiarsi così facilmente sorse ben presto. Ricordava che da piccolo odiava terribilmente andare alla messa proprio per quel motivo.
Si concentrò allora sugli unici due quadri di cui era provvista la chiesa. Uno rappresentava Eva che porgeva la mela ad Adamo, dalla navata opposta Susanna e i vecchioni mentre la spiavano.
Uno strano cortocircuito si sviluppò nella testa di Carlo. Quei quadri lo inquietavano in modi che pareva impossibile. Nella faccia di Eva c’era qualcosa di troppo familiare, ma Adamo era quello più alieno tra i due. Quell’uomo pareva uscito da un sogno distorto. Nel corpo femminile di Susanna ci ritrovò qualcosa di molto simile al ragazzo. Ancora lui, che infestava la sua mente.
Abbassò lo sguardo. Se non poteva ascoltare il prete per la noia o vedere l’arte della chiesa, doveva solo aspettare e meditare. Ma, per uno spasmo involontario, alzò la testa di nuovo e, da dietro il prete, Gesù lo guardò spietato, appeso alla croce. Un volto fatto di cera, carico di quella penitenza che pareva quasi disprezzante. Un occhio pareva uscire dall’orbita.
Che cosa stava immaginando? Ignorare il prete era cosa cristiana, ma immaginarsi quelle figure deformate era malattia.
La chiesa doveva essere un luogo aperto a tutti. Il prete figura di ispirazione per la compassione. Ma poi incrociò il suo sguardo e, mentre recitava a memoria la pagina della Bibbia, sembrava scagliare quelle parole contro di lui. Non poteva confessarsi.
Quando una forte emicrania lo tormentò, si alzò e se ne andò. Tutti guardarono verso di lui, rendendolo ancora più colpevole di essere così irrispettoso.
Mentre usciva, la piazza era già spopolata. Ringraziò qualsiasi entità vivesse in cielo per quello. Il suo cinismo si spezzò in pochi secondi e non poteva credere di essere così fragile.
Affogare i piaceri della carne, reprimerli, per quello che avrebbe provato l’unica persona che avesse mai tenuto a lui. Alla fine, pensò, che confessarlo ad Elena non sarebbe stato così male. Lei avrebbe capito, a dispetto di tutti gli altri. Anche suo fratello avrebbe compreso i suoi tormenti, ma dopo il sogno che ebbe quella mattina le sue sicurezze vacillarono.
Ma doveva convincersi, una volta per tutte, che lui non era malato, anche se lo ripeteva continuamente. Era solo quella emicrania. Le notti passate nello studiolo. Il lago.
Sprofondò con il viso tra le ginocchia. Il buio faceva come meglio poteva per aiutarlo, ma appena udì dei passi vicino a lui, scattò subito in allarme.
Una figura si avvicinò. Giovane, riccio, ma come tanti in paese. Passeggiava, con un passo non troppo deciso. Lento, veloce, a volte riluttante. Solo dopo poté riconoscere in lui il ragazzo dell’isola, quando gli fu talmente vicino che il suo cuore batté all’impazzata nel petto.
Il ragazzo lo ignorò. Poteva farlo lui, che non lo conosceva. Ma Carlo no, non dopo il disperato atto di autoerotismo che ebbe nella camera oscura.
Dovette seguirlo, di soppiatto. Se era quella la sua occasione di risolvere le cose, dovette percorrere quella strada.
Il ragazzo si addentrò nei vicoli più stretti del villaggio, oscurati dalle cimase delle case. Con l’ombra che tendeva a trasformare ogni forma, il ragazzo sembrava fluttuare dal suolo. Così, quel passo prima ambiguo, divenne quasi causa di inquietudine in Carlo.
Girò ad un angolo, dove Carlo non poteva entrare per non farsi scoprire. Si piazzò con le spalle al muro e scorse con lo sguardo fino a dove poteva mirare.
Il ragazzo era con un altro giovane. Più alto di lui, il volto leggermente asimmetrico e una frangia che cadeva da un lato. I due sembravano avere una discussione molto animata. Sembravano partire accuse, a volte insulti. Parlavano anche loro di qualcosa che dovevano tenere nascosto.
Carlo respirava a ritmo irregolare. Quasi pareva soffocare.
Il giovane più alto aggrappò il volto del riccio con tutta la forza della propria mano. Le loro labbra erano vicinissime, troppo per insultarsi ed apparire come se stessero litigando.
Si baciarono. Non un bacio caloroso, ma un bacio freddo, feroce. Quello più alto si ritraeva ogni volta dal riccio mordendogli il labbro inferiore. Lo ferì un poco. Nell’assoluto grigiore, Carlo vide il bagliore del sangue.
Si toccarono lungo il petto, sotto la maglia.
Si graffiarono, il rumore inconfondibile delle unghie sulla pelle. Il riccio gemette. Provava piacere ad essere dominato, ad apparire così debole e indifeso, e cercare sicurezza nel suo uomo.
Con uno schiaffo sulle natiche, non si fece ripetere l’obbligo di girarsi di spalle. Il giovane dalla frangia ora scomposta si slacciò la cintura e lasciò cadere i calzoni a terra, rivelando la sua virilità.
Il riccio si aggrappava con le mani ai mattoni sporgenti del muro, mentre aspettava di essere denudato.
Carlo strinse i pugni, appena vide l’intera scena e un membro che non era il suo penetrare lui.
Lo vide, vide nel suo volto la stessa espressione a colori invertiti del negativo. Si morse le labbra, bramava e nulla lo poteva fermare per quello che provava. Nulla, ma il grido strozzato del ragazzo. La sua testa sbatteva contro il muro mentre veniva profanato. Il suo possessore gli tirava i capelli all’indietro, sputando ogni tanto rivoli di saliva nella linea delle natiche. Rideva, sapendo di aver vinto il litigio.
Umidi schiocchi, un lento declino verso un orgasmo dolceamaro. Terminò in una maniera pietosa, con entrambi che annaspavano e che emettevano respiri pesanti.
Il giovane si sfilò da lui. Un piccolo ticchettio, procurato da due gocce che scendevano dalle natiche del riccio, immerse l’atmosfera in una sinfonia che Carlo odiava ammettere essere così piacevole.
Non c’era più tempo per esprimere disgusto, non c’era più tempo per provare vergogna. Non era l’unico malato, allora. Il ragazzo era una serpe che amava provocare e amava far cadere in tentazione gli altri uomini.
Sì, lo sospettava. Appena lo vide riprendersi dal dolore, o qualunque cosa provava in quel momento, questo guardò nuovamente verso l’altro giovane, ridendo con le labbra bagnate.
Non era in errore lui. Era solo qualcosa contro cui avrebbe dovuto combattere.
Si avventurò di nuovo nei vicoli che lo portarono fino a lì. Usò il buio per uscire alla luce totalmente indisturbato.
Il cielo era plumbeo, ora. La piazza era ancora più deserta di prima. Gocce di acqua scesero su di lui, pulendolo con poco.
Le galline piluccavano qua e là il granoturco che Elena lanciava nel loro recinto. Teneva il mangime in una sacca che formò con il grembiule, svuotandola lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo.
Quella mattina si mise un fazzoletto in testa. Non aveva nessuna voglia di pettinarsi o di curarsi. E poi per cosa? Rimanere tutto il giorno in casa, come ogni giorno della sua esistenza? Il fazzoletto serviva solo per tenere fermi i suoi capelli, mostrarsi composta di fronte all’ospite.
Lui era dentro la stalla delle mucche. Lo vedeva ogni tanto spuntare dalla porta, per inforcare altro fieno.
Quella mattina ebbe la decenza di avere addosso una canottiera, ma Elena non riusciva a distogliere lo sguardo dai suoi bicipiti.
Non aveva ragioni di essere così stanca. Le avrebbe avute se quella mattina sarebbe stata più operosa.
Le paralisi accadevano sempre. I sogni turbolenti anche. Ma se fosse successo qualcosa di più quella notte, allora avrebbe avuto tutte le ragioni per rimanere così inquieta.
Carlo non era stato. Suo marito era distratto, certo, ma non così tanto da non ricordarsi una notte di sesso.
Non potevano esserci altri sospettati. Era stato così facile attirarlo a sé. Elena fu quasi lusingata della cosa. Pensava che la vita coniugale l’avesse resa troppo noiosa e poco affascinante per un uomo più giovane di lei. Si imbarazzò, ma poté nascondere il rossore con la fatica che provava.
Tutti quei pensieri li ebbe lì, in quel momento. Ci pensava anche prima, certo, sin da quando si era svegliata. Ma ora era vicino a lui. Poteva forse fare un passo in avanti e capire? Anche solo per il gusto di avere conferme, anche solo per sentirsi dire che era stato un errore e magari una vera allucinazione? Oppure per il gusto di apparire desiderata? Carlo non c’era. Una parte di lei doveva essere dispiaciuta. Non tanto perché doveva amarlo, ma perché Carlo era sempre stato così buono. Non lo compativa, mai. Nonostante quello che dava da credere, era un uomo profondamente sensibile e intelligente. Ricordava quando le prime volte riempiva l’aria romantica che si vive agli albori di un amore con nozioni scientifiche, ogni tanto costellate da qualche passo biblico. Era un uomo grazioso e, nonostante Elena sapesse che non c’era più niente tra loro due, non poteva ignorare la fede al dito.
L’ospite aveva trovato un suo ritmo. Vi erano solo tre mucche nella stanza e un vitello. Troppo fieno per così pochi animali. Decise di abbondare, solo perché trovava fastidioso tutto quel cibo.
Concluse, abbandonando il forcone al muro.
Si asciugò la fronte con un panno e poi guardò il cucciolo con una punta di stupore. In quel muso, trovava buffo come gli occhi si incrociavano. Sembrava quasi essere assente.
Elena gli chiese solo di dare da mangiare agli animali, ma vedendo un secchio lì vicino ebbe l’idea di mungere la mucca madre. Sapeva che poteva essere doloroso trattenere tutto quel latte nelle mammelle e il piccolo forse non ne beveva abbastanza.
Prese uno sgabello, lo posizionò al centro della stanza, e fece uscire la mucca. La pose sopra il secchio stesso e cominciò a mungere le mammelle. Goffo, si rese conto che era una cosa che non aveva mai imparato a fare. Inizialmente non usciva nulla, la mucca sembrava domandarsi che cosa stava facendo. Appena il primo schizzo scese, solo perché strizzò troppo forte, l’ospite divenne più caparbio. Ma le sue mani erano troppo rigide, troppo violente, e la mucca si lamentò.
L’ospite gli accarezzò la schiena, un tenero gesto per scusarsi. La mucca capì. Ci riprovò, ritornando alla flemma di prima, ma il risultato non arrivava.
«Ti aiuto io.» Una voce arrivò dall’altra parte. Due mani si intrecciarono alle sue. Soffici, seppur con il palmo leggermente calloso, tipico di chi è spesso dedito ai lavori di campagna.
Il latte uscì regolarmente. L’ospite cercò di guardare Elena, nonostante la mucca come ostacolo. Il suo volto era deciso, concentrato in un gesto che per lei, oramai, era automatico.
Le loro mani rimasero strette, seppur quelle dell’ospite furono inutili. Elena lo teneva a sé, anche se era di impiccio.
Appena finirono, e la mucca poté ritornare dal suo cucciolo, l’ospite rimase taciturno ed Elena fece finta di interessarsi più al suo bestiame che a lui.
L’uomo arrivò nel lavandino lì vicino, togliendosi di dosso la sporcizia, il sudore e la polvere. Si rinfrescò la faccia. L’acqua fredda era un toccasana dopo il lavoro.
«Sei stato tu, vero?» Elena gli chiese dietro di lui. «Ieri notte.»
L’ospite non si girò. La sicurezza di Elena, in quel caso, non gli creava timore.
«Non so chi tu sia, né tantomeno chi sono gli amici che tu aspetti. Ma sei strano.»
Cercava di apparire neutrale. Forse le sue parole venivano formulate male, perché non intendeva discutere in quel modo.
“Che sto facendo?” Si chiese, fra sé e sé. “Lo sto accusando di qualcosa di cui non sono nemmeno certa.”
«Non importa» Sentenziò infine. «Non ti sto cacciando di casa. Anzi, ti ringrazio per il tuo aiuto. Solo…vorrei che parlassi di più…»
Elena fece per andarsene. Quella mattina non mangiò nulla, aveva bisogno della sua dose zuccherina. E, magari, di dormire un altro poco. Chiudendo la porta a chiave, questa volta.
Ma un braccio le afferrò il polso. Strepitò. L’ospite si stagliò di fronte a lei. La guardava, dall’alto verso il basso. I suoi occhi erano diventati di un blu intenso. Dal suo respiro era impossibile capire se era minaccioso o, semplicemente, eccitato. Ma Elena capì che non voleva farle del male. Capì che voleva ripetere l’occasione di ieri notte. Quella era solo la conferma.
Tutte le sue difese crollarono, non poteva più negare che lo voleva.
L’ospite la spinse contro il muro della legnaia e lei gli passò una mano dietro il collo. Gli accarezzò i capelli, come fece la notte prima. Erano i suoi capelli, lo erano sempre stati.
Si sfiorarono le labbra. Un bacio avrebbe suggellato la loro unione, cosa che Elena non avrebbe permesso che accadesse.
Non divenne più un gioco di sguardi o di intese, ma di pura azione meccanica. Le mani di lui entrarono dentro il suo grembiule. Le toccò il ventre, poi il seno. Lo strizzò, ma con lei era delicato.
L’altra mano, la stessa che la scorsa notte mostrò più coraggio, entrò dentro la sua sottana e poi nel suo sesso. Il suo pollice le stimolava il clitoride. Lì, in particolare, lei provava piacere.
E mentre ansimava, si chiese cosa si provava a sentire nuovamente il membro di un uomo tra le proprie dita.
Fece anche lei le sue mosse. Lo massaggiò nel bassoventre attraverso i pantaloni, per poi arrivare più a fondo e cercare la sua virilità. Turgida, gonfia. Elena si accorse che fino ad allora era stata l’unica tra i due a provare vero piacere ed era arrivato il momento di contraccambiare il favore. Lui gemette, quando Elena prese a toccarlo. Era molto sensibile, si ritraeva ogni volta con il bacino come scosso da un fremito.
Elena lanciò un’imprecazione. Il pollice stava premendo con troppa forza.
«Mi fa male.»
Tre parole bastarono per dissipare tutto il piacere. Pensando di aver fatto qualcosa di tremendamente sbagliato, l’ospite arretrò. Le sue dita erano ancora lucide e bagnate.
«No, aspetta…» Intervenne Elena, mentre l’ospite si incamminava per allontanarsi.
“Perché non sono stata zitta?” Aveva rovinato tutto. La parte più brutta era che non aveva finito e lui non aveva ricevuto alcuna soddisfazione. Provò per un attimo rabbia. Si era concessa, troppo facilmente, e lui l’aveva abbandonata per così poco. Represse tutto e, anche toccandosi, non riuscì a raggiungere l’orgasmo che voleva.
Elena percorse la strada per risalire verso la magione. Aveva cominciato a piovere, ma lei non ebbe il coraggio di partire sin da subito. Doveva accertarsi che l’ospite fosse ben lontano da lui.
Mentre camminava, sentiva una fitta al ventre. Odiava quella sensazione di incompiuto.
Appena arrivò al portico, lasciò cadere il fazzoletto per terra e permise alla pioggia di bagnare anche i suoi capelli. La porta era semichiusa. Carlo sedeva al tavolo della cucina, in uno stato meditabondo. Elena lo vedeva in quella posizione solo quando si trovava a studiare o a lavorare, mai in un qualsiasi altro ambiente domestico. Capì che si era lasciato trovare così solo perché aspettava lei.
Appena notò la presenza di sua moglie nella stanza, Carlo si alzò di scatto dalla sedia. Era fradicio anche lui, il suo volto nascosto da ciocche di capelli bagnati.
Non dissero nulla. Non parlavano mai se vi era intenzione di fare qualcos’altro. Carlo sembrava pentito, scosso da qualcosa che non voleva raccontare. Elena lo stesso, ma era più brava a nasconderlo. Difatti non si vergognò quando si avvicinò a lui e lo baciò.
Fu solo questione di attimi quando, presi dalla foga, salirono le scale e si coricarono in stanza. Elena lo spogliò, nella maniera più vorace possibile. Il suo membro era duro, vicino alla sua bocca. Lo toccò, come se fosse stata la prima volta. Anche spogliandosi, i loro corpi rimasero bagnati. E mentre le loro pelli strisciavano tra di loro, quando Elena si distese e si fece montare da Carlo, l’acqua che scendeva lungo i loro corpi rendeva l’esperienza ancora più spettrale.
Si sentivano le gocce di pioggia cadere con veemenza sul balcone. La persiana era chiusa, solo la luce grigia tipica delle giornate nuvolose entrava in stanza e avvolgeva i loro corpi in una specie di aura paradisiaca.
Elena si aggrappava alle natiche di Carlo, mentre lui la penetrava e le baciava il collo. Le annusava i capelli, un gesto così primitivo eppure così tenero. E quando lui ridestò lo sguardo, Elena non riusciva più a riconoscerlo. Lentamente, i suoi occhi marroni divennero azzurri. I suoi capelli sembravano perdere la loro intensità, per poi diventare biondi. I dubbi la assalirono. Non era il volto di Carlo, ma il volto dell’ospite. Un’allucinazione, che non aveva tempo di razionalizzare, mentre lui si muoveva dentro di lei. Se però fosse stato reale, Elena avrebbe risolto ogni suo legittimo dilemma. L’ospite non si era mai ritirato da lei, non l’aveva mai lasciata con il fiato sospeso, ma aspettava solo di portarla in camera da letto. Poteva essere una versione plausibile dei fatti.
Se la faccia di Elena scese in una specie di torpore, uno sguardo che si muoveva tra il piacere e la rassegnazione, quello di Carlo era molto più cupo. Lui non vedeva sua moglie. Il corpo inconfondibile di una donna, caratterizzato da parti morbide e tenere, divenne quello scarno del ragazzo. Carlo passò le sue mani lungo il suo petto, asciutto e quasi scheletrico. Il volto di Elena, sempre se fosse stata lei, divenne quello vipereo e provocatorio dello stesso ragazzo. Gli rideva in faccia, quasi a farsi beffe di lui. Carlo rispose spingendo ancora di più, punendolo nell’unica maniera che conosceva.
Gli venne dentro, marcandolo come suo per sempre. Ma non vi era vittoria in quello che fece, non vi era gloria. Solo il volto di sua moglie, che riapparve di nuovo nella penombra, a cui non avrebbe dovuto riservare un trattamento del genere. Entrambi non avevano modo di scusarsi, poiché non era successo nulla e nessuno dei due poteva permettersi di incolpare quell’altro.
La pioggia cessò. Qualche tuono si poteva ancora udire a distanza. Le ultime gocce che scendevano dalla grondaia per creare uno stillicidio appena atterravano al suolo. Carlo ed Elena erano ripiegati su sé stessi, ancora nudi, ognuno nel loro lato del letto. Non sapevano cosa provavano esattamente. Vergogna, sicuramente. Ma non potevano ammetterlo e quella era la loro condanna. La loro maledizione.
La cena fu tremenda. La zuppa di verdura era stata cotta da Elena senza il solito amore che metteva nella cucina e il marito ringraziò la presenza del formaggio stagionato. Nessuno parlò. Carlo rimase sempre con lo sguardo piantato su quella brodaglia di acqua sporca, che ingurgitò contro voglia. Ed Elena, dal canto suo, preferì mangiare solo tre cucchiaiate. Ogni tanto dava qualche fugace occhiata all’ospite, che sembrava troppo sereno per quello che successe quella mattina.
Con un colpo di tosse, Carlo finì il pasto. Con tutto lo zelo del mondo, si alzò dalla sedia e avvertì di andarsi a rifugiare nello studiolo, ringraziando per la “splendida” cena.
Non capì che la sua presenza, per quanto fonte di disagio, era l’unica cosa che permise ad Elena di non parlare con l’ospite. Un momento di silenzio che, sicuramente, lei non voleva rivivere. Difatti, si assentò subito dopo, per pulire le stoviglie sporche e chiudendo la sua serata in quell’esatto modo.
Tornato nello studio, Carlo cercò di ritornare con la testa tra i libri. I libri funzionavano sempre come distrazione, oramai non era più una causa di vita.
L’indomani si ricordò di dover parlare con il capoccia, così da organizzare il lavoro per le prossime settimane. Un’altra distrazione, che fortunatamente capitava al momento giusto.
Un’espressione serena contraddistinse quel pensiero, riconoscendo che nonostante tutto poteva ancora vivere altrove con la testa. Ma chissà quanto sarebbe durato. Se sapeva che sarebbe ritornato al lago, se sapeva che quel ragazzo si trovava ovunque, sia nel villaggio che vicino a casa sua, se sapeva che era impossibile confessare una cosa del genere, doveva mantenere la promessa di combattere i suoi desideri repressi da solo.
Così era sicuro che sarebbe andata a finire, ma quando fece l’amore con Elena capiva che le sue passioni si erano inserite come dei parassiti dentro il suo ambiente più intimo e domestico.
Poteva veramente combatterle? Ci avrebbe provato, ma quella sera era troppo stanco.
Decise di farlo per un’ultima volta. Lo promise, guardando il crocifisso sopra di lui. Tirò fuori il negativo dalla nicchia in cui lo nascose quella mattina. Incrociò lo sguardo del ragazzo. Il suo sorriso era ritornato a risplendere e gli bastò per toccarsi nuovamente su di lui, insozzando la foto con il suo seme.
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