Verginella Sfacciata capitolo finale: Sverginata nel mio letto
di
SborrateClandestine
genere
tradimenti
Quella frase, detta con quella voce rotta e quell'urgenza disperata, fu la colonna sonora perfetta per la mia completa perdita di lucidità.
Mi sollevai appena sui gomiti, guardandola dall'alto verso il basso. Era un disastro bellissimo: i capelli neri arruffati sul cuscino, il petto nudo e arrossato che si alzava e si abbassava velocemente, le labbra gonfie e lucide.
"Frena l'entusiasmo, ragazzina," le dissi con un sorriso bastardo, la voce roca. "Arriviamo anche a quello."
Mi allungai di lato, frugando alla cieca sul pouf di velluto scuro che tenevo vicino al letto, dove avevo preventivamente lasciato un paio di preservativi. Le mie dita trovarono la bustina metallica. Feci per aprirla, ma all'improvviso sentii la mano piccola e calda di Viola appoggiarsi sul mio avambraccio.
Mi girai a guardarla. Il rossore che le infiammava le guance era visibile anche nella penombra. Si morse il labbro inferiore, abbassando lo sguardo verso il mio inguine per poi riportarlo sui miei occhi.
"Posso... posso metterlo io?" sussurrò, con una timidezza che faceva a cazzotti con tutte le fantasie perverse che mi aveva descritto in chat per due settimane.
Scoppiai a ridere piano, una risata di petto, calda e compiaciuta. "Sai come si fa o l'hai solo letto nei tuoi libri sconci?"
"So la teoria," ribatté lei, increspando le labbra in un finto broncio che mi fece impazzire.
Le misi la bustina nel palmo della mano. "Tutta tua."
Viola si mise a sedere sui talloni, nuda dalla vita in su. Ma prima di aprire il preservativo, il suo sguardo rimase incollato sul mio cazzo, duro e pulsante. Non ne aveva mai visto, né tantomeno toccato, uno vero dal vivo. La vidi deglutire. Allungò la mano, incerta, e le sue dita fredde e affusolate sfiorarono la punta. Trattenne il fiato, meravigliata da quanto fossi caldo.
Poi, prese coraggio. Chiuse la manina attorno alla mia asta e provò a muoverla su e giù.
Fu... un disastro dolcissimo. La sua presa era goffa, la pressione completamente sbagliata: stringeva troppo la base e scivolava via in modo strano, senza il minimo senso del ritmo. Era palesemente il tentativo imbranato di chi sta cercando di imitare qualcosa che ha visto solo attraverso uno schermo. Nell'erotico, però, la spontaneità vince sempre sulla complessità, e vederla così inesperta e concentrata fu una delle cose più eccitanti della mia vita.
"Ehi, ehi..." sussurrai, fermandole la mano con dolcezza, trattenendo a stento un gemito per l'attrito goffo. "Mi vuoi segare a metà o mi stai solo accarezzando?"
Lei si fermò di scatto, diventando, se possibile, ancora più rossa. "Oddio, scusa... faccio schifo."
"Non fai schifo, sei solo adorabilmente inesperta," le dissi, accarezzandole una guancia e facendole scivolare il pollice sul labbro inferiore. "Lascia stare la sega per ora. Concentriamoci sul preservativo. Apri la bustina."
Con le mani che le tremavano leggermente, strappò l'involucro. Tirò fuori il dischetto di lattice, guardandolo come se fosse un artefatto alieno.
"Ok," la guidai, con un tono basso e rassicurante, posizionandomi meglio. "Guarda il verso. Ora con due dita, pollice e indice, stringi bene il serbatoio... la punta, esatto, così togli l'aria."
Viola annuì, le unghie laccate di nero che spiccavano contro il lattice trasparente. Pizzicò la punta esattamente come le stavo dicendo.
"Brava. Ora appoggialo sulla cappella e srotolalo giù. Lentamente."
Seguì le mie istruzioni alla lettera. Quando sentii l'anello di lattice scendere lungo la mia lunghezza, guidato dalle sue manine incerte ma decise, un brivido mi percorse tutta la spina dorsale. Lei mi guardò dal basso, con gli occhi scuri che brillavano nella penombra, palesemente fiera di esserci riuscita.
"Visto? Sei stata bravissima," mormorai, afferrandola per i fianchi e tirandola di nuovo contro di me. "Ma ora la teoria è finita, Viola. Passiamo alla pratica."
Mi sollevai sulle braccia, posizionandomi esattamente in mezzo alle sue cosce pallide. Viola mi guardava dal basso, con i capelli neri sparsi sul cuscino e gli occhi dilatati, a metà tra il terrore e un'eccitazione che la stava letteralmente divorando.
Prima di fare qualsiasi cosa, decisi di torturarla ancora un po'. Feci scivolare la punta del mio cazzo, ora protetto dal lattice, lungo la sua fessura bagnata. Su e giù, sfiorando il clitoride per poi scendere fino all'ingresso, senza però affondare.
"Gio..." piagnucolò lei, inarcando i fianchi verso l'alto per cercare un contatto che io le negavo sfacciatamente. "Ti prego... mettilo dentro."
"Fai un bel respiro profondo, ragazzina," le sussurrai, piantando i miei occhi nei suoi.
E al suo respiro tremante, spinsi. Lentamente, con una dolcezza che onestamente non credevo di possedere in quel momento di pura fame. Entrai di un paio di centimetri e mi fermai di colpo. Maledizione. Era strettissima. Una morsa bollente e immacolata che mi toglieva il fiato.
Viola cacciò un gemito acuto, quasi una nota di dolore mista a piacere, e mi piantò le unghie laccate di nero nella schiena. "Fa... fa un po' male," ansimò, mordendosi il labbro fino a farlo sbiancare. "Rilassati. Guardami, Sshh..." mormorai, chinandomi a baciarle la fronte e poi le labbra. "Passa subito. Lascia che ti abitui."
Aspettai qualche secondo, sentendo i suoi muscoli che pian piano si rilassavano attorno a me, accettandomi. Poi, con una spinta fluida e decisa, affondai fino in fondo.
Viola spalancò la bocca in un urlo silenzioso, buttando la testa all'indietro. Iniziò a muoversi sotto di me, ma in modo del tutto disordinato: alzava il bacino senza il senso del ritmo, guidata solo da un istinto primordiale che non sapeva ancora gestire. Era imbranata, meravigliosamente inesperta, e questa cosa mi faceva impazzire.
"Piano... segui me," le dissi, afferrandole i fianchi per bloccarla e iniziare a dettare il ritmo.
Iniziai a scoparla con movimenti lenti, estraendomi quasi del tutto per poi riempirla di nuovo. A ogni mia spinta, lei rispondeva con un gemito sempre più profondo, sempre meno sofferente e sempre più sporco. Le pareti della sua figa, strettissime, massaggiavano ogni centimetro della mia asta, facendomi vedere le stelle.
Man mano che si bagnava di più, l'attrito divenne perfetto. Aumentai il ritmo, spingendo con più foga. Il rumore umido dei nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro iniziò a riempire la stanza. Le sue tette, piene e morbide, sussultavano in modo ipnotico a ogni mia fottuta spinta. Mi abbassai su di lei, seppellendo il viso nel suo collo e lasciandole succhiotti violenti sulla pelle chiara. Con le mani, le afferrai i seni, stringendo quella carne abbondante, impastandola mentre continuavo a scoparla senza tregua.
"Ah! Cazzo, Gio... sì... è bellissimo!" ansimava, perdendo completamente la testa, le dita intrecciate nei miei capelli. "Più forte... ti prego, più forte!"
La stavo portando oltre il limite. Sentivo il suo respiro spezzarsi, i muscoli delle sue cosce tremare contro i miei fianchi.
"Vengo... Gio, oddio, sto venendo!" gridò a mezza voce, stringendomi con una forza disperata.
Esplose sotto di me. La sua figa si contrasse violentemente attorno al mio cazzo in una serie di spasmi fortissimi e ritmici. Viola inarcò la schiena, il corpo teso come una corda di violino, mentre i suoi gemiti si trasformavano in lamenti prolungati e incontrollabili. Tremava tutta, sopraffatta dall'orgasmo più intenso che avesse mai provato.
Di solito, quando una ragazza viene per la prima volta così forte, ci si ferma per farla riprendere. Ma io ero abituato con Vittoria. Ero abituato a maratone più lunghe, e il mio corpo, benché al limite, aveva bisogno di ancora qualche spinta per finire il lavoro.
Non mi fermai. Ritrassi i fianchi e affondai di nuovo, duro e profondo, proprio nel mezzo dei suoi spasmi.
"Ah! No, aspetta... Gio!" squittì lei, iper-sensibile, spalancando gli occhi.
"Non ho ancora finito, ragazzina," ringhiai, abbassandomi a morderle dolcemente il lobo dell'orecchio mentre acceleravo il ritmo in modo spietato.
"È troppo... impazzisco, è troppo sensibile... ah!" gemeva, contorcendosi sotto di me. Era un mix tra un lamento di fastidio e una nuova, devastante ondata di piacere. Non sapeva se spingermi via o tirarmi più vicino, e alla fine decise per la seconda, aggrappandosi alle mie spalle mentre la scopavo con una foga cieca.
Quella reazione, quel sentirla così vulnerabile e ipersensibile alla mia mercé, fu il colpo di grazia. La mia lucidità andò a puttane. Strinsi i denti, spingendo il bacino contro il suo con tre, quattro affondi violentissimi.
"Cazzo..." ruggii, buttando la testa all'indietro.
Il mio orgasmo mi travolse come una scossa elettrica. Mi svuotai dentro il preservativo, con i muscoli della schiena tesi allo spasimo e il respiro azzerato. Mi accasciai lentamente sopra di lei, schiacciandole le tette morbide contro il mio petto sudato, sentendo i nostri cuori che martellavano all'unisono nel silenzio irreale di quella stanza.
Restai immobile per un istante infinito, il viso affondato nell'incavo del suo collo. Poi, piano piano, mi sfilai da lei, crollandole letteralmente addosso di lato. La tirai contro il mio petto, avvolgendola in un abbraccio stretto. Eravamo un groviglio di gambe sudate, pelle bollente e respiri spezzati.
"Stronzo," mormorò lei dopo qualche minuto di silenzio, la voce ancora tremante. "Hai esagerato alla fine... mi hai fatto impazzire, era troppo sensibile."
Sorrisi nel buio, accarezzandole i capelli neri e scompigliati, per poi scenderle lungo la schiena nuda. "Scusa, ragazzina. Te l'avevo detto che io non avevo ancora finito. Ma ti rifarai."
Lei si strinse un po' di più contro il mio petto, nascondendo il viso. "Però... cazzo, Gio. È stato bellissimo. Pensavo che la prima volta facesse molto più schifo, che fosse solo dolore."
"Sono o non sono un esperto?" la presi in giro, baciandole la fronte. Ci scambiammo un bacio lento, pigro, di quelli che sanno di intimità vera e di tensione scaricata. Chiudemmo gli occhi, cullati dal silenzio della stanza, ed entrambi finimmo per sonnecchiare, persi in quella bolla perfetta.
Ma il mio radar per i disastri è sempre all'erta. Ad un tratto, ripresi coscienza, sbattendo le palpebre. Guardai l'ora sul telefono illuminato a malapena: quasi le quattro del mattino.
"Viola," sussurrai, scuotendola dolcemente per una spalla. "Ehi. Dovresti salire."
Lei mugugnò, stringendosi ancora di più a me come un koala, facendo la ragazzina capricciosa. "Mmh... no. Sto troppo bene qui. Voglio stare così, fammi dormire."
"Se ti addormenti qui e domani mattina mia sorella scende a cercarti, io devo espatriare in Messico. Dai, su, muoviti."
Sbuffò, con un finto broncio adorabile, e si tirò a sedere sul bordo del letto. Mentre si stiracchiava, la luce fioca disegnò la curva perfetta della sua schiena e dei suoi fianchi. Non resistetti. Allungai una mano e le le strinsi una natica con forza, facendola sussultare.
"Cazzo, Violetta... mi fai venire voglia di riscoparti adesso," le dissi, con la voce di nuovo impastata di desiderio.
Lei mi lanciò uno sguardo malizioso da sopra la spalla e si alzò. Andammo in bagno per sciacquarci. La luce bianca dello specchio era accecante, ma la vista di lei completamente nuda, appoggiata al lavandino, cancellò qualsiasi traccia di sonno. Violetta era letteralmente su di giri, eccitatissima. Invece di lavarsi e basta, iniziò a stuzzicarmi: mi sfiorava con i fianchi, strusciava il sedere nudo contro di me mentre cercavo di lavarmi, mi guardava dallo specchio mordendosi il labbro con quell'aria da dark lady che cercava di ostentare.
"Sei una minaccia pubblica," le dissi, prendendola in giro. Ma alla fine cedetti. L'istinto prese il sopravvento. Tornai un secondo in camera, recuperai un altro preservativo e tornai in bagno.
Mi sedetti sulla tazza del cesso chiusa. "Vieni qui," le ordinai.
Viola non se lo fece ripetere due volte. Si mise a cavalcioni su di me, le ginocchia ai lati dei miei fianchi. Con le dita malferme, provò a guidare il mio cazzo, ora di nuovo coperto dal lattice, dentro di lei. Essendo la sua prima volta "attiva" sopra, era di una goffaggine stupenda. Non trovava l'angolazione, scivolava, si innervosiva.
"Aspetta, non riesco... entra strano," farfugliò, rossa in viso.
"Calma. Faccio io," sussurrai. Le presi i fianchi, la sollevai leggermente e mi posizionai, per poi farla scendere lentamente.
Affondai dentro di lei con un colpo morbido. I suoi gemiti rimbombarono contro le piastrelle del bagno. Anche se l'avevamo appena fatto, la sua figa era ancora incredibilmente stretta, una morsa calda che mi faceva impazzire.
I suoi movimenti, stando sopra, erano incerti e rigidi. Non sapeva bene come usare le gambe e il bacino; l'istinto la portava a saltellare in modo sconnesso, ma proprio quell'inesperienza la rendeva fottutamente sensuale e vera. Per aiutarla, piantai le mani sui suoi glutei nudi, stringendoli con forza e guidando io il ritmo dal basso, spingendo i miei fianchi contro i suoi. A ogni spinta, i suoi seni abbondanti sobbalzavano a pochi centimetri dal mio viso. Mi sporsi in avanti e presi a succhiarle i capezzoli, tirandoli con le labbra e massaggiandole le tette piene con le mani libere.
Viola andò completamente in orbita. La combinazione del ritmo che le dettavo, della penetrazione profonda in quella posizione e della mia bocca sul suo petto la distrusse in un crescendo perfetto, che partiva adagio per arrivare in pochi minuti all'apoteosi dei sensi.
"Gio... Gio... oddio!" iniziò ad ansimare, gettando la testa all'indietro. Il collo teso, i respiri sempre più corti, le unghie conficcate nelle mie spalle.
Iniziò a contrarsi attorno a me con una forza inaudita. Venne con un gemito forte, strozzato, tremando per gli spasmi di un orgasmo fulmineo e potentissimo che le fece cedere le ginocchia.
E, come spesso succede alle ragazze alle prime armi, appena l'ondata passò, la sensibilità divenne insopportabile. Si sfilò da me quasi di scatto, ansimando, e si appoggiò al muro freddo del bagno, le gambe che le tremavano.
"Wow... ok. Basta. Non ce la faccio più," disse, con un sorriso stravolto e il respiro mozzato.
Io rimasi seduto, col fiato corto, a guardare il mio cazzo ancora durissimo. Non ero venuto. La guardai, alzando un sopracciglio con la mia migliore faccia da stronzo. "Tutto bellissimo, eh. Ma io sarei ancora a metà dell'opera. Me lo fai un pompino?"
Viola mi guardò, sgranò gli occhi, e il suo finto personaggio provocatore crollò in una smorfia sinceramente disgustata da ragazzina. "Ew. In bocca? Mmh... no. Non credo proprio, mi fa un po' senso."
Rimasi seduto sulla tazza del cesso, a guardarla con un mezzo sorriso da schiaffi mentre lei si ritraeva, palesemente disgustata all'idea di prendermi in bocca.
"Dai, Vio..." le dissi, allungando una mano per accarezzarle il fianco nudo. "Un po'. Te lo giuro, sto per esplodere, ci metto due secondi." "Gio, mi fa schifo l'idea. E poi sono stanca," piagnucolò lei, incrociando le braccia sotto il seno abbondante in un gesto di difesa che la faceva sembrare ancora più piccola.
"Giusto due minuti. Non ti vengo in bocca, promesso. Mi fermo prima." Sfoderai la mia faccia più implorante. "Mi lasci così? Dopo tutto il lavoro che ho fatto per te?"
Viola sbuffò, alzando gli occhi al cielo. L'atteggiamento da stronza annoiata stava tornando a galla. "Sei un rompicoglioni allucinante. Due minuti e basta."
Sorrisi, vittorioso. Mi sfilai rapidamente il preservativo, buttandolo nel cestino lì di fianco. Lei si inginocchiò sul tappetino del bagno, esattamente in mezzo alle mie gambe. Esitò un attimo, guardando il mio cazzo nudo e pulsante. Poi, con una lentezza quasi timorosa, si avvicinò e fece scorrere la lingua sulla punta.
Si rassegnò. Prese la mia asta con una mano, avvolgendola in modo un po' incerto, e abbassò la testa. Quando le sue labbra calde e morbide si chiusero attorno alla cappella, chiusi gli occhi e lasciai scappare un sospiro roco.
Non era un pompino da pornostar. Era un disastro di inesperienza, ma fottutamente eccitante. I suoi movimenti erano timidi, lenti, senza un vero e proprio ritmo. I denti mi sfioravano un po' troppo spesso, e la quantità di saliva era esagerata perché palesemente non sapeva come gestire la respirazione e la deglutizione lì sotto. Ma sentire la sua bocca umida e calda, vederla dal basso con i capelli neri che le coprivano in parte il viso, gli occhi scuri che ogni tanto mi sbirciavano per capire se stesse facendo bene... era uno spettacolo che mi mandava in corto circuito il cervello.
Mi afferrai ai bordi del lavandino alle mie spalle, stringendo i denti. "Cazzo, Vio... così. Più giù. Usa la lingua."
Lei provò ad assecondarmi, muovendo la testa un po' più velocemente. L'attrito goffo, unito alla tensione accumulata durante tutta la notte, mi portò al limite in pochissimo tempo. Sentivo la pressione esplodere alla base.
"Ok, ferma. Fermati," ansimai, afferrandole dolcemente i capelli per farla allontanare prima che succedesse un disastro. Sapevo che se le fossi venuto in bocca le avrei fatto venire il voltastomaco a vita.
Si tirò indietro, con le labbra lucide di saliva, guardandomi mentre io, con tre o quattro movimenti veloci e rabbiosi della mano, finivo il lavoro. Ruggii a mezza voce, venendo abbondantemente nel palmo della mia stessa mano, mentre lei osservava la scena con un misto di fascino e sincero orrore giovanile.
"Lavandino," farfugliai, alzandomi per sciacquarmi.
Anche Viola si alzò. Si lavò la bocca e il viso, si asciugò e, in silenzio, recuperò il suo pigiamone spesso. Nel momento in cui se lo infilò, la magia sembrò spezzarsi: l'amante disinibita scomparve, e al suo posto tornò la ragazzina, l'amica di mia sorella. Le diedi un bacio a stampo, un po' stanco. "Buonanotte, Violetta." "Notte, Gio," mormorò lei, aprendo la porta del bagno e sgattaiolando su per le scale, leggera come un fantasma.
Io tornai a letto e crollai, come se mi fosse passato sopra un tir.
Da quella notte, le cose cambiarono. Continuammo a scriverci, sì, a differenza di altre mie amanti con cui tagliavo i ponti subito. Ma pian piano, le conversazioni persero mordente. Il fuoco si spense lentamente. Lei si era tolta lo sfizio, aveva vissuto la sua "esperienza proibita", ma era chiaro che per una ragazza della sua età, piena di vita, un rapporto fatto solo di chat notturne e clandestinità con un ragazzo fidanzato era decisamente troppo stretto.
E onestamente? Meglio così. Perché nei mesi successivi ho vissuto con un'ansia perenne addosso. Sul momento mi ero fatto trasportare dall'istinto, ma appena l'adrenalina è scesa, la lucidità ha presentato il conto. Mi svegliavo di notte sudato, convinto che Vittoria avesse letto i messaggi, o che mia sorella mi sganciasse la bomba a cena dicendo: "Ah, Viola mi ha detto che ve la fate".
Invece, il miracolo: ora, a più di un anno di distanza, posso dire che non ci sono state conseguenze. La bomba non è mai esplosa. Mia sorella e Viola sono ancora in buoni rapporti (anche se mia sorella ha mollato il corso di canto e si vedono un po' meno), e con Vittoria le cose vanno avanti con i loro soliti alti e bassi.
Così si chiude la mia unica, vera tresca con una ragazza nettamente più piccola. Ed è strano ripensarci, perché tra tutte le cazzate che ho fatto, lei rimane una delle più belle e torbide. Viola mi attirava in un modo folle, viscerale. Eravamo sbagliati su tutti i fronti, e forse è proprio per questo che è stato così fottutamente perfetto.
Fine storia.
Mi sollevai appena sui gomiti, guardandola dall'alto verso il basso. Era un disastro bellissimo: i capelli neri arruffati sul cuscino, il petto nudo e arrossato che si alzava e si abbassava velocemente, le labbra gonfie e lucide.
"Frena l'entusiasmo, ragazzina," le dissi con un sorriso bastardo, la voce roca. "Arriviamo anche a quello."
Mi allungai di lato, frugando alla cieca sul pouf di velluto scuro che tenevo vicino al letto, dove avevo preventivamente lasciato un paio di preservativi. Le mie dita trovarono la bustina metallica. Feci per aprirla, ma all'improvviso sentii la mano piccola e calda di Viola appoggiarsi sul mio avambraccio.
Mi girai a guardarla. Il rossore che le infiammava le guance era visibile anche nella penombra. Si morse il labbro inferiore, abbassando lo sguardo verso il mio inguine per poi riportarlo sui miei occhi.
"Posso... posso metterlo io?" sussurrò, con una timidezza che faceva a cazzotti con tutte le fantasie perverse che mi aveva descritto in chat per due settimane.
Scoppiai a ridere piano, una risata di petto, calda e compiaciuta. "Sai come si fa o l'hai solo letto nei tuoi libri sconci?"
"So la teoria," ribatté lei, increspando le labbra in un finto broncio che mi fece impazzire.
Le misi la bustina nel palmo della mano. "Tutta tua."
Viola si mise a sedere sui talloni, nuda dalla vita in su. Ma prima di aprire il preservativo, il suo sguardo rimase incollato sul mio cazzo, duro e pulsante. Non ne aveva mai visto, né tantomeno toccato, uno vero dal vivo. La vidi deglutire. Allungò la mano, incerta, e le sue dita fredde e affusolate sfiorarono la punta. Trattenne il fiato, meravigliata da quanto fossi caldo.
Poi, prese coraggio. Chiuse la manina attorno alla mia asta e provò a muoverla su e giù.
Fu... un disastro dolcissimo. La sua presa era goffa, la pressione completamente sbagliata: stringeva troppo la base e scivolava via in modo strano, senza il minimo senso del ritmo. Era palesemente il tentativo imbranato di chi sta cercando di imitare qualcosa che ha visto solo attraverso uno schermo. Nell'erotico, però, la spontaneità vince sempre sulla complessità, e vederla così inesperta e concentrata fu una delle cose più eccitanti della mia vita.
"Ehi, ehi..." sussurrai, fermandole la mano con dolcezza, trattenendo a stento un gemito per l'attrito goffo. "Mi vuoi segare a metà o mi stai solo accarezzando?"
Lei si fermò di scatto, diventando, se possibile, ancora più rossa. "Oddio, scusa... faccio schifo."
"Non fai schifo, sei solo adorabilmente inesperta," le dissi, accarezzandole una guancia e facendole scivolare il pollice sul labbro inferiore. "Lascia stare la sega per ora. Concentriamoci sul preservativo. Apri la bustina."
Con le mani che le tremavano leggermente, strappò l'involucro. Tirò fuori il dischetto di lattice, guardandolo come se fosse un artefatto alieno.
"Ok," la guidai, con un tono basso e rassicurante, posizionandomi meglio. "Guarda il verso. Ora con due dita, pollice e indice, stringi bene il serbatoio... la punta, esatto, così togli l'aria."
Viola annuì, le unghie laccate di nero che spiccavano contro il lattice trasparente. Pizzicò la punta esattamente come le stavo dicendo.
"Brava. Ora appoggialo sulla cappella e srotolalo giù. Lentamente."
Seguì le mie istruzioni alla lettera. Quando sentii l'anello di lattice scendere lungo la mia lunghezza, guidato dalle sue manine incerte ma decise, un brivido mi percorse tutta la spina dorsale. Lei mi guardò dal basso, con gli occhi scuri che brillavano nella penombra, palesemente fiera di esserci riuscita.
"Visto? Sei stata bravissima," mormorai, afferrandola per i fianchi e tirandola di nuovo contro di me. "Ma ora la teoria è finita, Viola. Passiamo alla pratica."
Mi sollevai sulle braccia, posizionandomi esattamente in mezzo alle sue cosce pallide. Viola mi guardava dal basso, con i capelli neri sparsi sul cuscino e gli occhi dilatati, a metà tra il terrore e un'eccitazione che la stava letteralmente divorando.
Prima di fare qualsiasi cosa, decisi di torturarla ancora un po'. Feci scivolare la punta del mio cazzo, ora protetto dal lattice, lungo la sua fessura bagnata. Su e giù, sfiorando il clitoride per poi scendere fino all'ingresso, senza però affondare.
"Gio..." piagnucolò lei, inarcando i fianchi verso l'alto per cercare un contatto che io le negavo sfacciatamente. "Ti prego... mettilo dentro."
"Fai un bel respiro profondo, ragazzina," le sussurrai, piantando i miei occhi nei suoi.
E al suo respiro tremante, spinsi. Lentamente, con una dolcezza che onestamente non credevo di possedere in quel momento di pura fame. Entrai di un paio di centimetri e mi fermai di colpo. Maledizione. Era strettissima. Una morsa bollente e immacolata che mi toglieva il fiato.
Viola cacciò un gemito acuto, quasi una nota di dolore mista a piacere, e mi piantò le unghie laccate di nero nella schiena. "Fa... fa un po' male," ansimò, mordendosi il labbro fino a farlo sbiancare. "Rilassati. Guardami, Sshh..." mormorai, chinandomi a baciarle la fronte e poi le labbra. "Passa subito. Lascia che ti abitui."
Aspettai qualche secondo, sentendo i suoi muscoli che pian piano si rilassavano attorno a me, accettandomi. Poi, con una spinta fluida e decisa, affondai fino in fondo.
Viola spalancò la bocca in un urlo silenzioso, buttando la testa all'indietro. Iniziò a muoversi sotto di me, ma in modo del tutto disordinato: alzava il bacino senza il senso del ritmo, guidata solo da un istinto primordiale che non sapeva ancora gestire. Era imbranata, meravigliosamente inesperta, e questa cosa mi faceva impazzire.
"Piano... segui me," le dissi, afferrandole i fianchi per bloccarla e iniziare a dettare il ritmo.
Iniziai a scoparla con movimenti lenti, estraendomi quasi del tutto per poi riempirla di nuovo. A ogni mia spinta, lei rispondeva con un gemito sempre più profondo, sempre meno sofferente e sempre più sporco. Le pareti della sua figa, strettissime, massaggiavano ogni centimetro della mia asta, facendomi vedere le stelle.
Man mano che si bagnava di più, l'attrito divenne perfetto. Aumentai il ritmo, spingendo con più foga. Il rumore umido dei nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro iniziò a riempire la stanza. Le sue tette, piene e morbide, sussultavano in modo ipnotico a ogni mia fottuta spinta. Mi abbassai su di lei, seppellendo il viso nel suo collo e lasciandole succhiotti violenti sulla pelle chiara. Con le mani, le afferrai i seni, stringendo quella carne abbondante, impastandola mentre continuavo a scoparla senza tregua.
"Ah! Cazzo, Gio... sì... è bellissimo!" ansimava, perdendo completamente la testa, le dita intrecciate nei miei capelli. "Più forte... ti prego, più forte!"
La stavo portando oltre il limite. Sentivo il suo respiro spezzarsi, i muscoli delle sue cosce tremare contro i miei fianchi.
"Vengo... Gio, oddio, sto venendo!" gridò a mezza voce, stringendomi con una forza disperata.
Esplose sotto di me. La sua figa si contrasse violentemente attorno al mio cazzo in una serie di spasmi fortissimi e ritmici. Viola inarcò la schiena, il corpo teso come una corda di violino, mentre i suoi gemiti si trasformavano in lamenti prolungati e incontrollabili. Tremava tutta, sopraffatta dall'orgasmo più intenso che avesse mai provato.
Di solito, quando una ragazza viene per la prima volta così forte, ci si ferma per farla riprendere. Ma io ero abituato con Vittoria. Ero abituato a maratone più lunghe, e il mio corpo, benché al limite, aveva bisogno di ancora qualche spinta per finire il lavoro.
Non mi fermai. Ritrassi i fianchi e affondai di nuovo, duro e profondo, proprio nel mezzo dei suoi spasmi.
"Ah! No, aspetta... Gio!" squittì lei, iper-sensibile, spalancando gli occhi.
"Non ho ancora finito, ragazzina," ringhiai, abbassandomi a morderle dolcemente il lobo dell'orecchio mentre acceleravo il ritmo in modo spietato.
"È troppo... impazzisco, è troppo sensibile... ah!" gemeva, contorcendosi sotto di me. Era un mix tra un lamento di fastidio e una nuova, devastante ondata di piacere. Non sapeva se spingermi via o tirarmi più vicino, e alla fine decise per la seconda, aggrappandosi alle mie spalle mentre la scopavo con una foga cieca.
Quella reazione, quel sentirla così vulnerabile e ipersensibile alla mia mercé, fu il colpo di grazia. La mia lucidità andò a puttane. Strinsi i denti, spingendo il bacino contro il suo con tre, quattro affondi violentissimi.
"Cazzo..." ruggii, buttando la testa all'indietro.
Il mio orgasmo mi travolse come una scossa elettrica. Mi svuotai dentro il preservativo, con i muscoli della schiena tesi allo spasimo e il respiro azzerato. Mi accasciai lentamente sopra di lei, schiacciandole le tette morbide contro il mio petto sudato, sentendo i nostri cuori che martellavano all'unisono nel silenzio irreale di quella stanza.
Restai immobile per un istante infinito, il viso affondato nell'incavo del suo collo. Poi, piano piano, mi sfilai da lei, crollandole letteralmente addosso di lato. La tirai contro il mio petto, avvolgendola in un abbraccio stretto. Eravamo un groviglio di gambe sudate, pelle bollente e respiri spezzati.
"Stronzo," mormorò lei dopo qualche minuto di silenzio, la voce ancora tremante. "Hai esagerato alla fine... mi hai fatto impazzire, era troppo sensibile."
Sorrisi nel buio, accarezzandole i capelli neri e scompigliati, per poi scenderle lungo la schiena nuda. "Scusa, ragazzina. Te l'avevo detto che io non avevo ancora finito. Ma ti rifarai."
Lei si strinse un po' di più contro il mio petto, nascondendo il viso. "Però... cazzo, Gio. È stato bellissimo. Pensavo che la prima volta facesse molto più schifo, che fosse solo dolore."
"Sono o non sono un esperto?" la presi in giro, baciandole la fronte. Ci scambiammo un bacio lento, pigro, di quelli che sanno di intimità vera e di tensione scaricata. Chiudemmo gli occhi, cullati dal silenzio della stanza, ed entrambi finimmo per sonnecchiare, persi in quella bolla perfetta.
Ma il mio radar per i disastri è sempre all'erta. Ad un tratto, ripresi coscienza, sbattendo le palpebre. Guardai l'ora sul telefono illuminato a malapena: quasi le quattro del mattino.
"Viola," sussurrai, scuotendola dolcemente per una spalla. "Ehi. Dovresti salire."
Lei mugugnò, stringendosi ancora di più a me come un koala, facendo la ragazzina capricciosa. "Mmh... no. Sto troppo bene qui. Voglio stare così, fammi dormire."
"Se ti addormenti qui e domani mattina mia sorella scende a cercarti, io devo espatriare in Messico. Dai, su, muoviti."
Sbuffò, con un finto broncio adorabile, e si tirò a sedere sul bordo del letto. Mentre si stiracchiava, la luce fioca disegnò la curva perfetta della sua schiena e dei suoi fianchi. Non resistetti. Allungai una mano e le le strinsi una natica con forza, facendola sussultare.
"Cazzo, Violetta... mi fai venire voglia di riscoparti adesso," le dissi, con la voce di nuovo impastata di desiderio.
Lei mi lanciò uno sguardo malizioso da sopra la spalla e si alzò. Andammo in bagno per sciacquarci. La luce bianca dello specchio era accecante, ma la vista di lei completamente nuda, appoggiata al lavandino, cancellò qualsiasi traccia di sonno. Violetta era letteralmente su di giri, eccitatissima. Invece di lavarsi e basta, iniziò a stuzzicarmi: mi sfiorava con i fianchi, strusciava il sedere nudo contro di me mentre cercavo di lavarmi, mi guardava dallo specchio mordendosi il labbro con quell'aria da dark lady che cercava di ostentare.
"Sei una minaccia pubblica," le dissi, prendendola in giro. Ma alla fine cedetti. L'istinto prese il sopravvento. Tornai un secondo in camera, recuperai un altro preservativo e tornai in bagno.
Mi sedetti sulla tazza del cesso chiusa. "Vieni qui," le ordinai.
Viola non se lo fece ripetere due volte. Si mise a cavalcioni su di me, le ginocchia ai lati dei miei fianchi. Con le dita malferme, provò a guidare il mio cazzo, ora di nuovo coperto dal lattice, dentro di lei. Essendo la sua prima volta "attiva" sopra, era di una goffaggine stupenda. Non trovava l'angolazione, scivolava, si innervosiva.
"Aspetta, non riesco... entra strano," farfugliò, rossa in viso.
"Calma. Faccio io," sussurrai. Le presi i fianchi, la sollevai leggermente e mi posizionai, per poi farla scendere lentamente.
Affondai dentro di lei con un colpo morbido. I suoi gemiti rimbombarono contro le piastrelle del bagno. Anche se l'avevamo appena fatto, la sua figa era ancora incredibilmente stretta, una morsa calda che mi faceva impazzire.
I suoi movimenti, stando sopra, erano incerti e rigidi. Non sapeva bene come usare le gambe e il bacino; l'istinto la portava a saltellare in modo sconnesso, ma proprio quell'inesperienza la rendeva fottutamente sensuale e vera. Per aiutarla, piantai le mani sui suoi glutei nudi, stringendoli con forza e guidando io il ritmo dal basso, spingendo i miei fianchi contro i suoi. A ogni spinta, i suoi seni abbondanti sobbalzavano a pochi centimetri dal mio viso. Mi sporsi in avanti e presi a succhiarle i capezzoli, tirandoli con le labbra e massaggiandole le tette piene con le mani libere.
Viola andò completamente in orbita. La combinazione del ritmo che le dettavo, della penetrazione profonda in quella posizione e della mia bocca sul suo petto la distrusse in un crescendo perfetto, che partiva adagio per arrivare in pochi minuti all'apoteosi dei sensi.
"Gio... Gio... oddio!" iniziò ad ansimare, gettando la testa all'indietro. Il collo teso, i respiri sempre più corti, le unghie conficcate nelle mie spalle.
Iniziò a contrarsi attorno a me con una forza inaudita. Venne con un gemito forte, strozzato, tremando per gli spasmi di un orgasmo fulmineo e potentissimo che le fece cedere le ginocchia.
E, come spesso succede alle ragazze alle prime armi, appena l'ondata passò, la sensibilità divenne insopportabile. Si sfilò da me quasi di scatto, ansimando, e si appoggiò al muro freddo del bagno, le gambe che le tremavano.
"Wow... ok. Basta. Non ce la faccio più," disse, con un sorriso stravolto e il respiro mozzato.
Io rimasi seduto, col fiato corto, a guardare il mio cazzo ancora durissimo. Non ero venuto. La guardai, alzando un sopracciglio con la mia migliore faccia da stronzo. "Tutto bellissimo, eh. Ma io sarei ancora a metà dell'opera. Me lo fai un pompino?"
Viola mi guardò, sgranò gli occhi, e il suo finto personaggio provocatore crollò in una smorfia sinceramente disgustata da ragazzina. "Ew. In bocca? Mmh... no. Non credo proprio, mi fa un po' senso."
Rimasi seduto sulla tazza del cesso, a guardarla con un mezzo sorriso da schiaffi mentre lei si ritraeva, palesemente disgustata all'idea di prendermi in bocca.
"Dai, Vio..." le dissi, allungando una mano per accarezzarle il fianco nudo. "Un po'. Te lo giuro, sto per esplodere, ci metto due secondi." "Gio, mi fa schifo l'idea. E poi sono stanca," piagnucolò lei, incrociando le braccia sotto il seno abbondante in un gesto di difesa che la faceva sembrare ancora più piccola.
"Giusto due minuti. Non ti vengo in bocca, promesso. Mi fermo prima." Sfoderai la mia faccia più implorante. "Mi lasci così? Dopo tutto il lavoro che ho fatto per te?"
Viola sbuffò, alzando gli occhi al cielo. L'atteggiamento da stronza annoiata stava tornando a galla. "Sei un rompicoglioni allucinante. Due minuti e basta."
Sorrisi, vittorioso. Mi sfilai rapidamente il preservativo, buttandolo nel cestino lì di fianco. Lei si inginocchiò sul tappetino del bagno, esattamente in mezzo alle mie gambe. Esitò un attimo, guardando il mio cazzo nudo e pulsante. Poi, con una lentezza quasi timorosa, si avvicinò e fece scorrere la lingua sulla punta.
Si rassegnò. Prese la mia asta con una mano, avvolgendola in modo un po' incerto, e abbassò la testa. Quando le sue labbra calde e morbide si chiusero attorno alla cappella, chiusi gli occhi e lasciai scappare un sospiro roco.
Non era un pompino da pornostar. Era un disastro di inesperienza, ma fottutamente eccitante. I suoi movimenti erano timidi, lenti, senza un vero e proprio ritmo. I denti mi sfioravano un po' troppo spesso, e la quantità di saliva era esagerata perché palesemente non sapeva come gestire la respirazione e la deglutizione lì sotto. Ma sentire la sua bocca umida e calda, vederla dal basso con i capelli neri che le coprivano in parte il viso, gli occhi scuri che ogni tanto mi sbirciavano per capire se stesse facendo bene... era uno spettacolo che mi mandava in corto circuito il cervello.
Mi afferrai ai bordi del lavandino alle mie spalle, stringendo i denti. "Cazzo, Vio... così. Più giù. Usa la lingua."
Lei provò ad assecondarmi, muovendo la testa un po' più velocemente. L'attrito goffo, unito alla tensione accumulata durante tutta la notte, mi portò al limite in pochissimo tempo. Sentivo la pressione esplodere alla base.
"Ok, ferma. Fermati," ansimai, afferrandole dolcemente i capelli per farla allontanare prima che succedesse un disastro. Sapevo che se le fossi venuto in bocca le avrei fatto venire il voltastomaco a vita.
Si tirò indietro, con le labbra lucide di saliva, guardandomi mentre io, con tre o quattro movimenti veloci e rabbiosi della mano, finivo il lavoro. Ruggii a mezza voce, venendo abbondantemente nel palmo della mia stessa mano, mentre lei osservava la scena con un misto di fascino e sincero orrore giovanile.
"Lavandino," farfugliai, alzandomi per sciacquarmi.
Anche Viola si alzò. Si lavò la bocca e il viso, si asciugò e, in silenzio, recuperò il suo pigiamone spesso. Nel momento in cui se lo infilò, la magia sembrò spezzarsi: l'amante disinibita scomparve, e al suo posto tornò la ragazzina, l'amica di mia sorella. Le diedi un bacio a stampo, un po' stanco. "Buonanotte, Violetta." "Notte, Gio," mormorò lei, aprendo la porta del bagno e sgattaiolando su per le scale, leggera come un fantasma.
Io tornai a letto e crollai, come se mi fosse passato sopra un tir.
Da quella notte, le cose cambiarono. Continuammo a scriverci, sì, a differenza di altre mie amanti con cui tagliavo i ponti subito. Ma pian piano, le conversazioni persero mordente. Il fuoco si spense lentamente. Lei si era tolta lo sfizio, aveva vissuto la sua "esperienza proibita", ma era chiaro che per una ragazza della sua età, piena di vita, un rapporto fatto solo di chat notturne e clandestinità con un ragazzo fidanzato era decisamente troppo stretto.
E onestamente? Meglio così. Perché nei mesi successivi ho vissuto con un'ansia perenne addosso. Sul momento mi ero fatto trasportare dall'istinto, ma appena l'adrenalina è scesa, la lucidità ha presentato il conto. Mi svegliavo di notte sudato, convinto che Vittoria avesse letto i messaggi, o che mia sorella mi sganciasse la bomba a cena dicendo: "Ah, Viola mi ha detto che ve la fate".
Invece, il miracolo: ora, a più di un anno di distanza, posso dire che non ci sono state conseguenze. La bomba non è mai esplosa. Mia sorella e Viola sono ancora in buoni rapporti (anche se mia sorella ha mollato il corso di canto e si vedono un po' meno), e con Vittoria le cose vanno avanti con i loro soliti alti e bassi.
Così si chiude la mia unica, vera tresca con una ragazza nettamente più piccola. Ed è strano ripensarci, perché tra tutte le cazzate che ho fatto, lei rimane una delle più belle e torbide. Viola mi attirava in un modo folle, viscerale. Eravamo sbagliati su tutti i fronti, e forse è proprio per questo che è stato così fottutamente perfetto.
Fine storia.
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