Cortesia di buon vicinato

di
genere
etero

Il pianerottolo sapeva di cera per pavimenti e di quel silenzio ovattato tipico dei pomeriggi domenicali. Strinsi il pacchetto tra le mani, sentendo il cartone ruvido contro i polpastrelli sudati. Era ridicolo, mi ripetevo mentalmente. Era solo Gianfranco. Il signor Gianfranco. L'uomo che mi aveva vista crescere, che mi salutava sempre togliendosi quel cappello di feltro un po' antiquato quando ci incrociavamo nell'atrio.

Eppure, da quando ero tornata single, il modo in cui i suoi occhi grigi si posavano su di me era cambiato. O forse ero cambiata io.

Bussai due volte. Il cuore mi batteva in gola, un tonfo sordo che speravo lui non potesse sentire attraverso la porta blindata. Quando la serratura scattò, non mi trovai davanti l'uomo in giacca e cravatta che vedevo uscire la mattina. Gianfranco era in vestaglia. Una seta blu scuro, pesante, chiusa con noncuranza in vita, che lasciava intravedere la pelle abbronzata del petto e una peluria brizzolata.

«Ylenia?» La sua voce era più profonda del solito, impastata forse da un riposino pomeridiano o da un bicchiere di troppo.

«Mi scusi, Gianfranco... il corriere ha lasciato questo giù da me per errore». La mia voce tremò leggermente. Mi sentii improvvisamente nuda, nonostante i jeans e la maglietta larga.

Lui non prese subito il pacco. Si appoggiò allo stipite, bloccandomi la vista, e sorrise. Non era il sorriso di un vicino gentile. Era il sorriso di chi sa di avere una preda davanti alla porta.

«Non restare lì fuori, entra un attimo. Ho appena aperto un rosso che merita di essere assaggiato».-----«È buono, è un Barolo d'annata. Forse un po' troppo corposo per una ragazzina abituata agli spritz, mhm?» La sua voce era bassa, divertita.

Mi sentii avvampare. Non per l'offesa, ma per quel "ragazzina". Detto da lui, non suonava condiscendente. Suonava... possessivo.

Ero seduta sul bordo del suo divano in pelle color tabacco, le ginocchia strette l'una contro l'altra. Gianfranco non si era seduto accanto a me. Si era appoggiato alla scrivania di fronte, le gambe incrociate alle caviglie, il bicchiere tenuto con una mano grande, venosa, sicura. La vestaglia di seta si era aperta leggermente sulla coscia destra. Non riuscivo a staccare gli occhi da quel punto, e sapevo che lui lo aveva notato.

«Allora, Ylenia...» iniziò, facendo roteare il vino nel calice. «I tuoi genitori come stanno? È un po' che non li vedo.» La domanda era banale, ma il tono era tutto fuorché innocente. Era un promemoria. Conosco la tua famiglia. So chi sei. Questo è proibito.

«Bene,» risposi, la voce che uscì come un sussurro strozzato. «Sono... sono via per il weekend.» Appena le parole lasciarono la mia bocca, capii l'errore. O forse, l'invito inconscio.

Gianfranco posò il bicchiere sulla scrivania. Il rumore del vetro sul legno risuonò come uno sparo nel silenzio della stanza. Si staccò dal mobile e fece due passi verso di me. Lenti. Misurati. Il profumo del suo dopobarba – sandalo e qualcosa di più aspro, forse tabacco – mi invase le narici, coprendo l'odore della cera per pavimenti. Si fermò proprio davanti alle mie ginocchia. Dovetti alzare la testa per guardarlo in viso. Da quella prospettiva, sembrava un gigante. Un gigante in vestaglia da camera che mi stava fissando come se fossi il dessert.

«Sei nervosa,» constatò. Non era una domanda.

«No, io... devo andare, Gianfranco. Davvero.» Non mi mossi di un millimetro.

Lui rise piano, una vibrazione profonda che sentii fin nello stomaco. Si chinò lentamente, appoggiando le mani sui braccioli del divano, intrappolandomi nel suo spazio vitale senza nemmeno toccarmi. Il suo viso era a pochi centimetri dal mio. Potevo vedere le rughe sottili intorno ai suoi occhi grigi, i segni di una vita che io avevo appena iniziato a immaginare.

«Non devi andare da nessuna parte, Ylenia. E non sei nervosa perché hai paura di me.» Allungò una mano. Trattenni il respiro. Le sue dita, ruvide e calde, mi sfiorarono la guancia, scendendo lungo la linea della mascella fino al mento. Mi costrinse delicatamente ad alzare ancora di più il viso verso il suo. «Tremi,» sussurrò, il suo pollice che accarezzava il mio labbro inferiore. «Tremi perché ti stai chiedendo come sarebbe. È da mesi che ti vedo spiarmi dalla finestra quando rientro. Credevi che non me ne accorgessi? Un uomo della mia età impara a osservare, mentre voi giovani... voi correte e basta.»

Il cuore mi martellava contro le costole così forte che temevo potesse vederlo attraverso la maglietta. «Io non... non stavo spiando,» mentii, debolmente.

«Shhh.» Il suo pollice premette sulla mia bocca, zittendomi. «Non mentire al tuo vicino di casa. È maleducazione.» I suoi occhi scesero sulla mia scollatura, poi risalirono, lenti, spogliandomi di ogni scusa. «Hai vent'anni, Ylenia. La tua pelle è fresca, tesa... perfetta.» Avvicinò il viso al mio orecchio, la barba ispida che mi graffiava appena la tempia, mandandomi scosse elettriche lungo la schiena. «E scommetto che sei stanca dei ragazzini che non sanno cosa fare con una cosa così preziosa. Scommetto che sei curiosa di sapere cosa può fare un uomo che non ha fretta.»

Sentii la sua mano scendere dal viso al collo, le dita che si chiudevano possessive sulla mia nuca, tra i capelli. «Dimmelo,» ordinò, la voce roca proprio contro il mio orecchio. «Dimmi che non vuoi andartene.»-----La mano che mi teneva la nuca si allentò improvvisamente. Invece di baciarmi, Gianfranco si ritrasse. Il freddo mi colpì immediatamente lì dove prima c'era il calore del suo corpo. Mi sentii smarrita, come se mi avessero tolto la terra da sotto i piedi.

«No, Ylenia,» disse, la voce tornata calma, quasi professorale. «Troppo facile. Se ti bacio io, domani potrai raccontarti che è stata colpa del vecchio vicino che ha approfittato di te. Potrai dire che sei stata sedotta, che eri confusa.»

Si voltò e camminò verso la grande poltrona di pelle scura all'angolo della stanza, quella vicino alla lampada da lettura. Si sedette pesantemente, allargando le gambe con una lentezza esasperante. La vestaglia di seta scivolò ancora, esponendo le ginocchia, risalendo pericolosamente sulle cosce. Non si preoccupò di sistemarla. Incrociò le mani sul ventre e mi fissò. Sembrava un re sul suo trono. E io mi sentivo una suddita impaurita.

«Se vuoi che succeda,» continuò, il suo sguardo grigio che mi inchiodava al divano, «devi venire qui. Devi essere tu a toccarmi per prima. Devi prenderti la responsabilità del tuo desiderio.»

Il silenzio che calò nella stanza era assordante. Sentivo il ticchettio di un orologio a pendolo da qualche parte nel corridoio. La mia mente urlava di scappare. Alzati, esci, torna nel tuo appartamento sicuro. Ma il mio corpo era pesante, liquido. L'immagine di lui, seduto lì, in attesa, disponibile ma intoccabile finché non avessi trovato il coraggio, era la droga più potente che avessi mai provato.

Mi alzai dal divano. Le gambe mi tremavano così tanto che dovetti appoggiarmi allo schienale per un secondo. Gianfranco non mosse un muscolo. Non sorrise. Mi guardava e basta, con quella pazienza infinita che hanno solo gli uomini che sanno di aver già vinto.

Feci un passo. Poi un altro. Il tappeto persiano attutì i miei passi mentre mi avvicinavo a lui. Mi fermai tra le sue gambe aperte. Da quella posizione, stando in piedi, lo sovrastavo, eppure mi sentivo piccolissima. Sentivo il calore che emanava dal suo corpo, l'odore muschiato della sua pelle matura che saliva verso di me.

«Bene,» mormorò lui, senza alzare lo sguardo dal mio petto, che si alzava e abbassava freneticamente. «E adesso?»

Deglutii a vuoto. Le mie mani sembravano appartenere a qualcun altro mentre le sollevavo. Lentamente, mi abbassai. Non mi sedetti sulle sue ginocchia. Scivolai in ginocchio sul tappeto, in mezzo alle sue gambe. Ora ero io a dover alzare lo sguardo. Lui mi guardò dall'alto in basso, le palpebre socchiuse, un'espressione di puro compiacimento dipinta sul volto segnato dal tempo.

«Sei una brava ragazza, Ylenia,» sussurrò, e il tono roco mi fece vibrare lo stomaco.

Allungai le mani tremanti verso la cintura della sua vestaglia. Il nodo era lento, semplice. Sarebbe bastato un niente. Sfiorai la seta blu. Poi, con un coraggio che non sapevo di avere, lasciai che le mie dita sfiorassero la stoffa ruvida dei suoi boxer sottostanti. Sentii la sua reazione immediata: un sussulto, i muscoli delle cosce che si tendevano sotto le mie mani, il respiro che si spezzava per la prima volta.

Avevo il controllo? No. Stavo solo eseguendo i suoi ordini silenziosi. Ma sentire il suo corpo reagire al mio tocco inesperto mi diede una scarica di adrenalina pura. Tirai il nodo. La vestaglia si aprì completamente.

«Guardami, Ylenia,» ordinò secco. Alzai gli occhi nei suoi, mentre le mie mani scivolavano sulla sua pelle calda e pelosa, molto diversa da quella liscia dei ragazzi della mia età. «Dillo,» sibilò lui, posando una mano pesante sulla mia testa, intrecciando le dita nei miei capelli e costringendomi a restare lì, al mio posto. «Di' al tuo vicino di casa cosa vuoi fargli.»

«Voglio... voglio sentirti in gola, Gianfranco.» Le parole uscirono rauche, sconce, del tutto estranee alla ragazza educata del terzo piano.

Non attese oltre. La mano che teneva tra i miei capelli si strinse, non per farmi male, ma per guidarmi. Non dovetti fare nulla se non aprire la bocca e lasciare che lui prendesse ciò che gli avevo appena offerto.

Il sapore era forte, salato, inequivocabilmente maschio. Non c'era nulla di delicato nel modo in cui si muoveva. Gianfranco usava la mia bocca con la stessa sicurezza metodica con cui sorseggiava il suo vino costoso. Sentivo la sua autorità premere contro il mio palato, un ritmo che non potevo controllare, scandito dal suo respiro che si faceva sempre più pesante sopra la mia testa.

In quel momento, ogni pensiero razionale svanì. Non esisteva più l'università, non esistevano i miei genitori, non esisteva la differenza di quarant'anni. C'erano solo il calore soffocante della stanza, l'odore di tabacco e la consapevolezza eccitante di essere usata dal mio vicino di casa mentre il resto del condominio dormiva il sonno dei giusti.

Quando sentii i suoi muscoli irrigidirsi sotto le mie mani, capii che era vicino. «Non ti fermare, ragazzina,» ringhiò, perdendo per un secondo la sua compostezza. «Prendilo tutto.»-----Il finale fu violento e liberatorio. Quando si staccò da me, ansimando, mi lasciai cadere seduta sui talloni, stordita, con il petto che si alzava e abbassava freneticamente. Mi passai il dorso della mano sulle labbra, sentendole gonfie, pulsanti.

Il silenzio ritornò nella stanza, ma ora era diverso. Era carico, denso. Gianfranco rimase seduto per un lungo minuto a riprendere fiato, gli occhi chiusi, la testa appoggiata allo schienale della poltrona. Poi, con una calma disarmante, si sistemò la vestaglia, coprendosi come se nulla fosse accaduto, e riannodò la cintura con gesti precisi.

Si alzò e andò verso la scrivania. Io ero ancora sul tappeto, incapace di muovermi, le gambe molli come gelatina. Lui tornò da me, ma non mi aiutò ad alzarmi. Mi porse semplicemente il pacco di cartone che avevo portato all'inizio. «Il tuo pacco, Ylenia. Non dimenticarlo.»

Alzai lo sguardo. Il suo viso era tornato impassibile, il "Signor Gianfranco" di sempre, tranne che per una luce maliziosa, quasi crudele, negli occhi grigi.

Mi alzai a fatica, stringendo il pacchetto al petto come uno scudo. Mi sentivo svuotata eppure elettrica. «Grazie,» sussurrai. Non sapevo nemmeno io per cosa lo stessi ringraziando. Per il pacco? O per la lezione?

Lui mi accompagnò alla porta. Mentre la apriva, controllò che il pianerottolo fosse deserto. «Vai piano sulle scale,» mi disse, con quel tono paterno che ora mi faceva avvampare le guance di vergogna e desiderio. «E Ylenia?» Mi voltai, con la mano già sulla ringhiera. «La prossima volta che il corriere sbaglia... non aspettare così tanto a scendere.»

La porta si chiuse con un clic definitivo. Rimasi sola nel silenzio dell'atrio, con il profumo di lui ancora addosso e le ginocchia che tremavano. Mentre scendevo le scale verso il mio appartamento vuoto, strinsi il pacco più forte. Sapevo che non avrei mai più guardato quella porta, né lui, nello stesso modo. E sapevo, con un brivido lungo la schiena, che stavo già sperando in un altro errore del corriere.
scritto il
2026-01-21
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