Colpo su colpo (Welcome to the Django) Cap. 10

di
genere
pulp

Anche dopo aver recuperato altre armi, all’interno della nave Le Soleil, le cose non erano cambiate gran che. I momenti frenetici che mi aspettavo non c’erano stati. Ci siamo arrampicati sulla torre più alta alla ricerca di un punto da cui poter avvistare il battello. Le Soleil era una specie di grattacielo galleggiante, sette piani su due torri, unite da quattro tunnel di vetro su due livelli diversi, più il ponte. Rovesciata su un fianco sembrava meno imponente, ma anche ridotta in quelle condizioni non aveva perso la sua maestosità. Sdraiati a pancia sotto, rivolti verso tre direzioni diverse, potevamo controllare quasi tutta la zona circostante. Facevo una fatica tremenda a tenere gli occhi aperti. Anche se ero l’unica ad aver dormito per quasi tutta la notte mi sentivo esausta. Appena mi rilassavo per un attimo, le palpebre diventavano pesantissime. Mi sono addormentata per pochi minuti e ho sognato.
Camminavo nel bosco intorno all’oratorio abbandonato. Cercavo di farmi largo tra i rovi per raggiungere l’ingresso. Doveva essere appena dopo il tramonto. La Luna era già alta, ma all’orizzonte si vedeva ancora la luce del Sole spegnersi lentamente. Le mura in rovina dell’oratorio erano invase da una moltitudine di pipistrelli. Alcuni se ne stavano immobili aggrappati a testa in giù alle pareti, altri volavano in gruppo intorno all’oratorio. Lucy mi aspettava seduta sul suo trono di pietra. Al suo fianco, ai lati del trono, c’erano anche due ragazze. Una era la bambina bionda che avevo già visto prima di partire per la Colombia insieme a C. A., l’altra non l’avevo mai vista. Tenevano una mano appoggiata allo schienale del trono. Sono riuscita a scorgere anche la sagoma di altre due donne alle loro spalle. Una bizzarra visione che poteva appartenere soltanto al sogno. Una delle donne aveva la pelle bianchissima e metà del viso nascosta in una specie di mezzaluna d’argento. Non sembrava affatto una maschera, era proprio come se la mezza luna fosse parte del viso. L’altra era seminuda, il seno scoperto e priva delle braccia. Si interrompevano all’altezza del gomito, come una trasposizione vivente della Venere di Milo. Lucy mi ha parlato sorridendo, ha detto: “Inginocchiati ai miei piedi e otterrai quello che vuoi”. Io mi sono subito lasciata cadere a terra e ho cercato di raggiungerla camminando a quattro zampe. Prima che potessi arrivare da lei il programma pirata con cui C. A. lanciava il nostro S. O. S. nel subconscio ha interrotto il sogno. Le Sister Sledge hanno cominciato a cantare la sigla di Oh! What? Wow! He’s the greatest dancer!
C. A. aveva di nuovo la divisa da SS, stava prendendo un tè alla marijuana con Banana. Ballavano davanti al divanetto dello studio, passandosi un enorme spinello. Lei aveva addosso soltanto un reggicalze nero e un paio di stivali di pelle sotto il ginocchio. Io invece me ne stavo in disparte a fissarli. Gli occhiali a farfalla rosa e la solita tutina di spandex con le banane. Mi metteva tremendamente in imbarazzo sapere che quel sogno stava attraversando il sonno di perfetti sconosciuti, sparsi chissà dove intorno al mondo. La scenografia era stata coperta con una strana carta da parati blu tempestata di stelline argentate. Continuavo a guardare quei due idioti, restando seria con le mani sui fianchi. Quando la telecamera mi ha inquadrata in primo piano ho detto: “Non si mette Baby in un angolo”. A quel punto è cominciato un video musicale. Un’eclissi nel bel mezzo del deserto. Io e C. A. stavamo suonando la cover di Maria Magdalena di Sandra. Muovevo i fianchi davanti all’asta del microfono piazzata tra le dune. Le mani unite, alzate sopra la testa. Lui era dietro il sintetizzatore. Gli occhiali da sole e i guanti Guardian. Non capivo come facesse a suonare conciato in quel modo. You need Love, Promise me delight. Un ghepardo aggrappato al ramo di un albero secco aspettava la preda nella penombra. I suoi occhi scintillavano nel buio. I’ll never be Maria Magdalena, You’re a creature of the Night, la tutina di spandex mi faceva proprio un bel culo. Una tigre gigantesca è uscita dall’oscurità per venirsi a sedere ai miei piedi. You’re a victim of the fight, l’eclissi è arrivata alla fine, Why can’t you see what I am? Le immagini sono state interrotte dal monoscopio. Poi è cominciata un’altra scena. Un cimitero in piena notte. C. A. camminava lungo i viali del cimitero con un mazzo di rose nere strette al petto. I suoi passi erano accompagnati da una campana a morto. Non veniva mai inquadrato in viso. Camminava lentamente sotto un violento temporale, incurante della pioggia. I fulmini illuminavano le lapidi intorno. I suoi abiti erano completamente inzuppati, quando ha varcato la soglia di una cripta, un lampo ha mostrato la mia foto sulla tomba. Indossavo un vestito bianco e un cappellino di paglia decorato con dei fiori azzurri. Sorridevo amabilmente. Un lampo ha proiettato un’ombra, proprio sopra il sepolcro. Una sagoma deforme che non poteva avere nulla di umano. Ali nere inumane e arti sproporzionati. È caduta dal soffitto finendo sulla bara di pietra, dove riposavano in eterno le mie spoglie. Quando è uscita dall’ombra ho capito che si trattava di Banana. Stava gradualmente riprendendo le sue sembianze umane. Il corpo nudo si è allungato sulla bara, muovendosi verso C. A. I lunghi artigli neri sono tornati normali, lo ha squadrato maliziosamente, poi si è lasciata scivolare ai suoi piedi. Lui ha posato a terra le rose, poi il coperchio della bara ha cominciato a muoversi. La mia mano verde e tumefatta spuntava da una sottile fessura, spingendolo da un lato. Banana era aggrappata alle gambe di C. A. quando il mio cadavere si è sollevato dalla bara. Lo stava scopando con la bocca. Il temporale diventava sempre più violento. Una delle croci di cemento è precipitata al suolo frantumandosi in mille pezzi. I lampi hanno illuminato il mio viso corrotto dalla decomposizione. Sono riuscita a vedere le mie labbra muoversi per pronunciare una parola, ma la mia voce era soffocata dai tuoni. Il monoscopio ha di nuovo interrotto la scena e le immagini sono tornate in studio, ci eravamo seduti tutti e tre sul divano di pelle. Stavamo rovistando in mezzo ad un mucchio di documenti sparpagliati ovunque. C. A. e Banana li sistemavano con cura poi me li lanciavano addosso. Io cercavo inutilmente di non farli cadere, inseguendoli mentre finivano a terra. Prima che mi svegliassi, ci ha messo un braccio intorno alla vita, si è appoggiato allo schienale del divano e guardando dritto in camera ha detto: “Ligeia”. Subito dopo mi sono svegliata.
C. A. aveva riempito due secchielli di ghiaccio con due bottiglie di Dom Perignon ciascuno e si era portato la radio. Banana aveva pensato ai teli da mare, io avevo preso il cuscino gonfiabile e il registratore. C. A. aveva il fucile, Banana il suo binocolo. Io ero riuscita a rimediare soltanto uno specchio per abbronzarsi pieghevole. Di tanto in tanto lo arrotolavo per usarlo come cannocchiale. Quando hanno messo un pezzo di Johnny Cash, C. A. ha allungato un piede per alzare il volume con l’alluce. Ho riaperto lo specchio riflettente, Banana non era preparata e ci è cascata subito.
“Cazzo, da come canta, non si riesce a credere che fosse davvero frocio”
“Sempre i soliti discorsi del cazzo. Per quale motivo ti vengono certe idee? Sono i soliti discorsi da geek sfigati”
“Prendiamo Folsom Prison Blues per esempio. È un testo chiaramente gay. Parla di un tizio che si ritrova a fare pompini nelle stazioni di servizio. Apparentemente sembra su uno sbandato che per qualche motivo ha appena ucciso un uomo. Molto drammatico. Invece non c’entra un cazzo. È piena di riferimenti inequivocabili”
“Stronzate”
“Always be a good boy, don’t ever play with guns. Ovvero non fare il frocio, non giocare con i cazzi, stai lontano dai grandi cazzi, in altre parole”
“E’ una canzone molto triste, sugli errori che si commettono a volte nella vita”
“Esatto, come quello di soffiare dentro grandi cazzi”
“Magari è come dici tu. Sono esperienze che ha vissuto. Non significa in prima persona. Non ti ha mai sfiorato l’idea?”
“Esperienze di cazzi, ve lo dico io”
“E’ un tizio che soffre per aver perso la cosa più importante al mondo”
“When I hear that whistle blowin’. Se non sta succhiando un cazzo qui, non so di cosa parla. Del resto, non c’è da stupirsi se Hollywood è riuscita a spacciare Rock Hudson per un’icona del machismo. Cosa credi? Quei vecchi culi spanati degli anni ’50 non potevano certo permettersi di fare outing come George Michael e volare di cazzo in cazzo nei cessi pubblici”
“Sai che i tuoi commenti potrebbero quasi sembrare omofobici?”
“Pensa alla copertina del disco, lui di spalle che si copre il culo con il manico della chitarra. Con il manico ci sapeva fare, ma è chiaramente un’allusione. E poi guarda che è ancora più triste, in effetti, se la leggi come la sofferenza gay, di uno che si sente privato della libertà perché non riesce a staccarsi dal fischietto”
“Perché non provi a girare un video gay, invece di fare tanto lo spaccone”
“Tesorino, lo sai benissimo che io ho una vera e propria adorazione per la passera”
“Io dico che sarebbe interessante come situazione”
“Red Simpson, questo sì che è uno con le palle. Si capisce dalle basette”
“Fanculo”
“Però vi è piaciuto ieri sera fare un giro sul diciotto ruote del sottoscritto. Vedi poi, la complicità che si crea tra due donne che succhiano lo stesso cazzo. Non si può considerare neanche lontanamente paragonabile a un rapporto omosessuale. You have awful lot to learn about truck driving”
“Non esagerare, Il tuo al massimo potrebbe essere un pick up”
“Che? Io l’ho fatto solo perché siamo in questa situazione e non sappiamo neanche se riusciremo ad uscirne. È comprensibile avere voglia di farsi una scopata”
“Anche per me. È come dice lei. E poi hai poco da vantarti, il serbatoio del tuo diciotto ruote era quasi in riserva. Mi aspettavo di meglio”
“Cosa vuoi? La solitudine non aiuta”
“Hai la mentalità di un babbuino. Solo perché si è fatto succhiare l’uccello da due ragazze contemporaneamente adesso si sente un Padre Eterno. Hai capito questo qui?”
“Io l’ho sempre saputo. È uno stronzo da qualunque prospettiva lo guardi. Basta fargli un pompino ogni tanto e si sente appagato dalla vita”
“Forse perché è consapevole del fatto che si tratta degli ultimi chilometri”
“Non esagerate tesorini”
“Ti bolle l’acqua nel radiatore?”
“No. Peggio. Fessi nei pressi”
“E piantala con quei cazzo di film anni ’80”
“Sono loro? Li vedi?”
“Direi che non ci sono molte altre probabilità di avvistare degli stronzi con il mitra e un peschereccio, in mare aperto”
“Fanculo, muoviamoci”
“Svelte. Non ho nemmeno piazzato i miei tracobetti”.
REEL TWO, AND I’D LET THAT LONSOME WHISTLE BLOW MY BLUES AWAY

Abbiamo lasciato la tana di AMP all’alba. Il challenger correva sulla sopraelevata sollevando una lunga scia bianca dall’asfalto bagnato. Le palme lungo i viali si agitavano sotto il vento forte. Siamo passate attraverso il porto superando le navi ormeggiate con i motori accesi. Dalle ciminiere si alzavano altissime nuvole di fumo nero. Non avevo mai visto il mare così agitato. Nei tratti in cui la strada si abbassava verso la costa le onde altissime arrivavano quasi al guardrail. Un timido raggio di sole cercava di farsi largo attraverso uno squarcio nella fitta coltre di nubi grige. Vivien si era addormentata con la testa appoggiata al finestrino. Prima di arrivare in città ho imboccato la rampa di uscita e sono passata sulla statale. I lampeggianti gialli dei lavori stradali ci hanno accompagnate fino alla costa. Gli operai con il cappuccio delle loro mantelline alzato sulla testa, somigliavano ai marinai di una nave sorpresa da una violenta tempesta. Quando ho lasciato il raccordo e sono passata sulla strada a doppio senso, ha aperto gli occhi per un attimo. Continuava a fissare il calcio della semiautomatica a cui avevo attorcigliato il rosario nero con la croce rovesciata. Spuntava da una tasca del mio impermeabile di vinile, come se volesse impedirci di dimenticare quella storia orrenda. Ho allungato la mano verso lo stereo, il display si è illuminato, track one, Looking for the summer. La voce malinconica di Chris Rea si è unita alla pioggia battente. Appena ho ripreso velocità, ha sollevato il bavero del cappotto e si è di nuovo voltata verso il finestrino. Volevo scendere in spiaggia a vedere il mare prima di arrivare in centro. Ho fermato il challenger in un parcheggio semivuoto lungo la strada, cercando un punto in cui fosse possibile arrivare alla riva. Vivien mi ha seguita in silenzio, stretta nel suo cappotto nero. Abbiamo superato una coppia con una carrozzina sul lungo mare. La donna cercava di fissare inutilmente una cappottina di nylon alla carrozzina, mentre il tizio con lei scattava delle foto con lo smartphone. Ci siamo infilate in un passaggio pedonale delimitato da due muretti di cemento per raggiungere la riva. Un vecchio e il suo cane passeggiavano sotto la pioggia incuranti delle onde che si abbattevano sulla sabbia a pochi metri. Il cane continuava a correre avanti e indietro abbaiando. Lui aveva rinunciato a ripararsi sotto l’ombrello. Continuava a camminare, sorridendo di tanto in tanto al cane, con le mani infilate nelle tasche della giacca a vento blu. Ci siamo sedute di fianco alle barche da pesca capovolte sulla spiaggia. Le avevano tirate in secca prima della tempesta. Il temporale si era calmato, fino a diventare una sottile pioggerellina. Mi sono seduta sulla sabbia umida abbracciandomi le ginocchia, Vivien ha acceso una sigaretta e me l’ha passata dopo due boccate. A largo una nave carica di container arrugginiti avanzava lentamente verso il porto della città.
“Non credo ad una sola parola di quella storia”
“A me sembra abbastanza assurda da essere vera”
“Se le ragazze venivano usate come cavie in quell’ospedale dopo essere state uccise, che senso avrebbe avuto riportare il cadavere di quella tizia nell’appartamento?”
“Ancora non lo so. È proprio per questo che voglio andarci. Ricorda quello che ha detto il tipo dell’archivio. A volte la realtà è proprio sotto i nostri occhi. Dipende soltanto da noi volerci credere o no”
“Non riesco a credere di essere finita in una storia come questa. Dovevo soltanto passarvi delle informazioni. Non voglio finire con il cervello cotto al microonde da quelle cazzo di antenne della Media-elektron”
“Non succederà”.
Ho buttato la sigaretta e mi sono infilata le mani nelle tasche. Vivien è trasalita, stava pensando alla calibro nove che aveva visto spuntare dall’impermeabile.
“Non crollare proprio adesso. Non succederà”
“Fanculo. Ho freddo. Voglio tornare in macchina”.
- Dolcetto o scherzetto? AMP –
Il telefono di Vivien si è messo a vibrare prima che potessimo incamminarci verso il parcheggio. Lo schermo si è illuminato mostrando l’avatar di AMP, una sua foto con indosso una maschera antigas. I lunghi capelli biondi scendevano sulle spalle nude.
- Sai che il tuo senso dell’umorismo da adolescente frustrata è davvero patetico? Vivien –
“Così non la pianta più”
“Forse. Non risponde. Deve essersela presa”.
Ho preso il telefono di Vivien e le ho scritto un altro messaggio. Quando cominciava in quel modo c’era sempre qualcosa sotto.
- Dolci a chi è dolce. Latte&Menta –
Dopo una manciata di secondi è arrivata una foto senza testo. Sembrava una foto di classe, scattata nel cortile di una scuola. Un gruppo di ragazzi sorridenti, abbracciati intorno ad un uomo di mezza età. Da come erano vestiti doveva risalire almeno alla fine degli anni ’90.
- Che accidenti significa? Si può sapere? Vivien –
- Scoprilo da sola Sherlock. Io vado a schiacciarmi i brufoli. AMP –
“Idiota. Si è messa di nuovo a fare i suoi giochetti del cazzo”.
- Okk. Non fare l’offesa adesso. Allora? Vuoi spiegarci? Vivien –
Nell’ultima risposta è arrivata soltanto una gif con la locandina del film Badtaste.
“Ci prende per il culo. Che cazzo significa quel coso con il mitra e il dito medio?”
“Lascia stare. Tra poco tornerà a farsi viva, vedrai. Torniamo alla macchina. Questo freddo mi sta entrando nelle ossa. Voglio fermarmi a prendere un caffè bollente”.
Mi sono voltata a guardare il mare un’ultima volta prima tornare alla macchina. Il vento era ancora molto forte. Sul molo artificiale semisommerso dalla mareggiata ho notato di nuovo il vecchio con il cane. Fissava assorto il mare agitato dal vento. Per paura che si avventurasse tra le onde, aveva preso in braccio il cane e lo teneva stretto sotto la giacca a vento. Il muso del cagnolino sbucava tra le sue braccia cercando di leccargli il viso in segno di gratitudine.

REEL THREE, THE SONG REMAINS THE SAME

“Non correre così in fretta! Con gli infradito non riesco a starti dietro!”
“Dovete muovervi. I gommoni di quei bastardi sono già in mare probabilmente”
“Io non riesco a crederci, come cazzo ho fatto a ritrovarmi in questa situazione? E poi sono sicura che tu non mi stia dicendo tutto”
“Vorresti sapere tutto?”
“Certo! Che ti passa per la testa?”
C. A. si era lanciato giù dalla torre, dove ci eravamo sistemati per sorvegliare il mare, e si stava fiondando verso il furgone Volkswagen. Banana gli stava incollata, io a stento riuscivo a non precipitare da quella fottutissima nave. Prima dell’appostamento aveva preparato tre walkie talkie e le armi. Poi era rimasto a parlare a lungo con Carmine, il cuoco siciliano addestratore di orche.
“Tutto, tutto?”
“Sarebbe il minimo in una situazione come questa”
“Quando ero in terza ho copiato all’esame di storia…quando ero in quarta ho rubato il parrucchino di zio Max e me lo sono messo sul mento per fare Mosè alla recita della scuola…”
“Non riesci proprio a farne a meno?”
“Chunck e la Banda Fratelli! È un classico, come cazzo fai a non conoscerlo?”
Ci siamo fermati a un soffio dal bordo dello scafo. Circa venti metri di acciaio corroso dalla salsedine coperto di alghe e melma ci separavano dal furgone sotto di noi fissato alla nave con quattro tiranti piantati nel metallo. La discesa era più ripida di una rampa da skate. Ho fissato C. A. negli occhi più per la paura di guardare di sotto che per altro.
“Voglio sapere come usciremo da questa storia!”
“Non lo so di preciso, ma di sicuro sparando”.
Lui si è lanciato giù usando la curvatura della chiglia come uno scivolo, Banana lo ha seguito subito dopo. Sono arrivati allo sportello aperto scivolando veloci come schegge sulla melma che ricopriva la lamiera della nave in quel punto. Io ho cercato di arrivarci correndo, appena ho messo un piede sulla melma, sono ruzzolata a testa in giù e li ho raggiunti rotolando. Mi sono fermata soltanto quando sono andata a sbattere contro una delle gomme del furgone.
“Cazzo! Ahio! Ho battuto la testa!”
“Sai quel colore verdastro sulla faccia ti dona, comincia a piacermi. Sul serio”.
Si è chinato dentro il furgone ed è riemerso con il lanciagranate in una mano e la Quarantaquattro Magnum nell’altra, poi ha urlato: “Super Sloth!”.
Doveva essere il segnale convenuto con Carmine, perché lui si è subito lanciato fuori della cabina che avevamo attrezzato come rifugio e ha cominciato a radunare sottocoperta i superstiti rimasti dal nostro lato della nave. L’aiuto-cuoca, la donna che avevamo salvato dal gangster prima del naufragio gli stava dando una mano. Per non scatenare il panico, li avevano avvisati soltanto di un imminente pericolo, senza specificare altro. Fino a quel momento era andato tutto liscio, purtroppo però non eravamo riusciti a comunicare in nessun modo con quelli rimasti bloccati all’altra estremità del relitto. Negli ultimi giorni li avevamo tenuti d’occhio, stavano cercando di costruire una specie di passerella per raggiungerci, usando alcuni rottami.
La storia di Carmine era incredibile, in gioventù era stato uno chef di primo livello, richiesto e conteso dai migliori ristoranti e alberghi di tutto il mondo. All’apice della sua carriera aveva scoperto che la donna di cui era follemente innamorato e con cui era sposato da anni, lo tradiva, approfittando del suo successo per denaro. La famiglia della donna era stata travolta dai debiti. In quel modo sperava di riscattarsi, ricattava i facoltosi proprietari delle catene di ristoranti in cui trovava ingaggio il marito, incastrandoli in fetide storie di sesso e perversione. Quando Carmine lo aveva scoperto aveva tentato il suicidio e mollato tutto. Poco tempo dopo la moglie era morta insieme alla figlia in un tragico incidente d’auto. Lui era rimasto ricoverato in un istituto per moltissimo tempo, un gravissimo crollo psicologico. L’addestramento delle orche era parte della sua terapia di riabilitazione. Una sperimentazione del medico che lo aveva preso in cura. I due erano in seguito diventati grandi amici. La terapia gli aveva permesso di rimettersi in brevissimo tempo, considerando l’entità del trauma che aveva sconvolto la sua vita. Una volta ristabilito si era imbarcato, con le sue abilità di chef non aveva faticato molto per trovare spazio tra il personale della nave Le Soleil. In quel modo era anche riuscito a restare vicino alle sue amate orche. La sua preferita portava il nome della figlia, Didi, scomparsa insieme alla moglie nell’incidente. Probabilmente le aveva dato quel nome soltanto per poter continuare a pronunciarlo ad alta voce. Era la persona più triste e malinconica che avessi mai conosciuto. Una storia da film strappalacrime.
“Quando saranno tutti al sicuro, prendete i walkie talkie e restate nascoste in un punto in cui si possa sorvegliare il boccaporto che usiamo per scendere all’interno della nave. Io salgo sulla torre”.
Si era infilato la Magnum nella cintura dei bermuda e mi aveva lasciato il lanciagranate. La carabina per la caccia grossa spuntava alle sue spalle. Girata a tracolla, somigliava più alla lancia di un baleniere che ad un fucile. Banana ha preso i fucili automatici e gli ha lanciato uno sguardo d’intesa.
“Vai. Non ti preoccupare per noi. Ce la caveremo”
“Ricorda quello che ti ho detto. Non dovete affondare i gommoni. Sono la nostra unica speranza di lasciare questo posto”.
Prima di muoversi si sono voltati a guardare il mare.
“La nostra amica è arrivata”.
Dal mare si è alzata una grossa onda, la testa di DiDi è sbucata dall’acqua alzando una nuvola di schizzi, come se volesse giocare. Quando ha spalancato la bocca, la sua enorme lingua rosa ha sputato fuori quattro remi di legno masticati. Poi si è ributtata in acqua nuotando all’indietro sulla coda.
“Il primo è andato. Tra poco dovremmo sentire il rumore di un fuoribordo”.
Il gommone in effetti è comparso a meno di duecento metri dalla nave. Lo abbiamo avvistato subito. Privato dei remi, l’equipaggio era stato costretto ad avviare il motore uscendo allo scoperto.
“C. A., io…”
“Lo so, andrà tutto bene”
“Io…me la sto facendo sotto, voglio piangere”
“Piangi sparando”.
Poi è sparito tra le lamiere accartocciate. Banana mi ha spinta verso il boccaporto, siamo passate tra i superstiti radunati da Carmine. Si erano seduti a terra, in un angolo della cabina rovesciata. Uno di fianco all’altro. Mi avevano fatto pensare agli ostaggi di Quel pomeriggio di un giorno da cani. Lui era seduto nella prima fila. Ci ha guardate cercando di nascondere la disperazione.
“Come facciamo con gli altri?”.
Banana non era dell’umore giusto per tenere un comizio, è passata rapidamente davanti a loro per infilarsi nel corridoio che ci avrebbe portate in cima ad una delle torri. Camminava rapidamente, senza distogliere lo sguardo dagli occhi di Carmine. Saremmo uscite dalle vetrate del terzo piano e avremmo tenuto sotto controllo l’accesso all’interno della cabina. Quando l’ho raggiunta ha spinto il boccaporto d’acciaio e ha urlato: “Chiudi!”. Il rumore metallico della serratura di sicurezza mi ha riportata alla realtà, strappandomi bruscamente al vortice di terrore in cui stavo per essere risucchiata.
“Che ti prende? Datti una mossa!”
“Pensi che sopravviveremo?”
“Non perdere tempo, dobbiamo cercare di avvisare quegli altri”.
Il cuore mi batteva talmente forte da impedirmi di percepire qualunque altro suono. Abbiamo attraversato il corridoio di corsa e siamo di nuovo uscite all’esterno. Il gommone ormai aveva quasi raggiunto la nave. I superstiti sull’altro lato si erano accorti del motore in avvicinamento, stavano ancora cercando di capire di cosa si trattasse. Alcuni si stavano arrampicando sul parapetto inclinato del Le Soleil per vedere meglio. Una volta in cima si sono aggrappati alla ringhiera con le gambe e hanno cominciato ad urlare agitando le braccia. Banana ha inquadrato il gommone nel binocolo. Cinque uomini, uno era in piedi con le braccia incrociate, proprio sul bordo. Divisa nera, un lungo machete infilato nella cintura. Gli altri erano armati fino ai denti. Granate e mitragliatrici.
“Cazzo così si faranno ammazzare!”.
Appena sono stati a tiro, uno degli uomini sul gommone ha aperto il fuoco, falciandoli con una sola raffica. I corpi sono caduti in mare senza vita, uno dopo l’altro. Poi è scoppiato il caos. Gli altri superstiti strillavano in preda al panico cercando inutilmente un riparo. Banana ha cercato di avvisarli urlando a squarciagola, ma erano troppo lontani perché potessero capire quello che diceva. Sentivo il sudore scivolarmi lungo le tempie, ancora qualche secondo e sarei crollata a terra. Il respiro diventava sempre più affannoso. Soltanto non capivo che accidenti fosse quella specie di bagliore in cima alla torre. Proprio dove ci eravamo appostati poco prima. Dopo ho capito. Nello stesso istante, un colpo d’arma da fuoco mi ha fatta tremare fino alle ossa, era talmente violento da farmi vibrare come l’onda d’urto di un’esplosione. Quando sono tornata a guardare il gommone con il binocolo di Banana, la testa del tizio con il machete era scomparsa. Gli altri quattro intorno a lui ancora stentavano a capire cosa fosse successo, gli schizzi di sangue li avevano investiti in pieno. Un secondo dopo, il corpo senza testa si è accasciato sul bordo del gommone ed è finito in acqua ancora con le braccia incrociate. La voce distorta di C. A. è uscita dai nostri walkie talkie.
- Anatra di gomma a tutta la carovana, che cazzo state aspettando? Sparate a quei bastardi! La festa di benvenuto è appena cominciata! –
REEL FOUR, ENTER DYSTOPIA
Abbiamo trovato una caffetteria sulla strada, poco prima di raggiungere la parte est della città. La pioggia ormai era cessata del tutto. Siamo entrate per riscaldarci in attesa che AMP si facesse viva. Vivien si era nascosta dietro un’enorme tazza di cioccolata calda fumante. Il nostro tavolo era proprio di fronte alla vetrata affacciata sulla zona turistica del porto. I pochi passanti che avevano resistito al temporale sfilavano veloci, scattando foto alle navi ormeggiate, prima di raggiungere il quartiere commerciale dalle scalinate del Terminal. Le rampe di accesso all’imbarco erano già intasate di auto in attesa del proprio turno. Intorno alla ruota panoramica spenta si era radunata una scolaresca. I bambini del gruppo indossavano tutti lo stesso impermeabile giallo.
“Non pensi davvero che quella ragazza sia tornata con le sue gambe in quell’appartamento dopo l’espianto del cervello, vero? È impossibile”.
“Ancora non lo so. Non so più a cosa credere”.
Improvvisamente mi sono scoperta a fissare il mio riflesso sul vetro. Lei ha preso il fascicolo dalla borsa e lo ha messo sul tavolo del bar. Il semaforo del Terminal è scattato. I motori delle auto in coda si sono accessi tutti insieme, quasi simultaneamente. Poi la colonna di auto ha cominciato a muoversi verso gli hangar.
“Guarda. Queste sono le piantine dell’appartamento. C’è una cosa che non riesco a capire dalle foto. I rapporti della polizia parlano di un uomo che lascia l’appartamento nella notte, ricordi?”
“Certo”
“La ragazza si affaccia mentre si allontana. La padrona di casa la scorge dalla finestra. Ma che diavolo significano questi segni sulla pianta?”
Mi ha indicato le due finestre battendo l’indice sul disegno. Lo smartphone si è messo a vibrare proprio nello stesso momento. L’avatar di AMP è comparso sullo schermo come se fosse stata in grado di sentire la nostra conversazione.
- Vi ho preparato un’altra piccola sorpresa, anche se non siete state per niente gentili. AMP –
- State guardando i disegni, ho indovinato? Ve ne siete accorte? AMP –
“Io non ci ho mai capito niente di disegno tecnico. Chiedilo a lei”
“Se non la smette di essere così presuntuosa, la mando al diavolo”
“Non farla arrabbiare di nuovo, voglio sapere di che accidenti sta parlando”.
- AMP, se continui con questi indovinelli, non ci capiremo mai nulla. Latte&Menta –
- Il vostro cammino verso Oz è ancora lungo. Scommetto che la tua amica cervellona si sta facendo delle domande. Tu non sei abbastanza lucida per accorgertene. L’ho capito subito quando ti ho vista, sei sconvolta. AMP –
Vivien stava per esplodere, le ho tolto lo smartphone di mano prima che potesse rispondere.
- AMP, che cosa c’è che non va nelle finestre? Latte&Menta –
- Sono murate. Quel segno all’interno degli appartamenti significa che sono chiuse internamente. AMP –
“Merda…”
“Non è possibile…”
- Nelle foto si vedono chiaramente, ma all’esterno. Per non alterare la facciata dell’edificio, esternamente sono rimaste le persiane di legno che vedete anche sul resto di tutto il palazzo. All’interno però sono state murate. Sul disegno si vede benissimo. AMP –
- Il rapporto di polizia dice che la ragazza è stata vista viva per l’ultima volta da una di quelle finestre. Latte&Menta –
- Alle 18:00 in punto vi chiamerà un uomo. Cercate di essere puntuali, mi è costato molta fatica questo regalino. AMP –
“Stronza, è andata offline”
“Andiamo, ho bisogno di dormire un po’ prima di andare in quel posto”.
Siamo tornate al challenger. Di fianco alla nostra auto c’era una motocicletta di grossa cilindrata, blu e nera. Sulla targa ho notato un adesivo. Asso di picche. Mi sono guardata intorno, ma il parcheggio era deserto.
“Che ti prende?”
“Niente, non può essere. Andiamocene da questo posto”.

FADE OUT, RUN TO THE HILLS RUN FOR YOUR LIFE

Facevo una fatica terribile a tenere il passo di Banana. Il lanciagranate sulle spalle era pesantissimo, mi faceva continuamente scivolare le spalline del costume. Siamo uscite all’esterno della nave passando tra le cabine allagate. I tizi del gommone avevano appena raggiunto lo scafo, stavano cercando di scaricare un’enorme mitragliatrice per portarla all’interno attraverso lo squarcio sulla chiglia.
“Muoviti, cazzo!”
“Non urlarmi addosso! Non riesco a muovermi con questo coso!”.
Uno dei corridoi del ponte ci avrebbe portate alle cabine centrali da cui avremmo potuto tagliare la strada agli assalitori. Circa trenta metri ci separavano dalla porta sul lato opposto. La ringhiera rovesciata del parapetto ci avrebbe fatto scudo, ma non era sufficiente. Saremmo dovute passare una alla volta coprendoci a vicenda. Appena uscita dal boccaporto mi sono lasciata cadere in un angolo. Pensavo che Banana mi avrebbe seguita per discutere il piano, invece, appena fuori, ha imbracciato il fucile automatico e si è messa a sparare tenendolo tra le sbarre della ringhiera.
“Corri! Muoviti!”.
I bossoli roventi lasciati cadere dal suo mitra mi sono finiti dritti in testa.
“Ahio! Cazzo!”
“Ho detto muoviti! Non abbiamo tutto questo tempo!”.
Mi sono lanciata lungo il corridoio correndo a testa bassa verso la porta di acciaio. Sentivo i proiettili rimbalzare contro il ferro del parapetto, passavano a un millimetro sopra la mia testa. Una volta raggiunto l’altro lato mi sono lasciata cadere a terra contro la porta. Banana si è accucciata subito sotto il parapetto. Per un po’ come riparo avrebbe funzionato.
“Adesso tocca a te! Quando ti faccio segno coprimi e comincia a sparare!”
“No!”
“Che cazzo stai facendo?! Coprimi! Adesso!”.
Lei non mi ha dato ascolto e si è messa a correre. Ho tolto la sicura alla Magnum e mi sono alzata in piedi. Due dei tizi di sotto avevano portato dentro la mitragliatrice, gli altri due, un ciccione corpulento con i baffi e un biondo con un cappellino da baseball girato al contrario ci tenevano sotto tiro. Il primo caricatore è andato completamente a vuoto, ma è bastato per far arrivare Banana sull’altro lato. Appena mi ha raggiunta sono tornata giù, quelli di sotto avevano riaperto il fuoco. Il biondo si era appoggiato alle lamiere, puntando un piede su una barra di ferro. Teneva il calcio del fucile appoggiato al ginocchio piegato in attesa del momento giusto. L’altro era nascosto tra i rottami.
“Idiota! Dovevi coprirmi!”
“E’ quello che ho fatto!”
“Forse sarebbe più efficace se provassi almeno a prendere la mira, ci avevi pensato?”
“Mi cade continuamente il reggiseno del costume!”
“Vai al diavolo! Dobbiamo aprire quella porta. Ti copro io questa volta, tu cerca di aprire la porta”
“Ma se mi alzo in piedi, ti ho detto che mi cade il costume!”.
Stavo ancora cercando di convincere Banana ad ascoltarmi, quando ho visto di nuovo quel bagliore dalla cima di una delle torri. Poi c’è stato un altro colpo di fucile, fortissimo. Abbiamo sbirciato attraverso le sbarre della ringhiera, la gamba del biondo si era staccata di netto dal ginocchio. Lui era a terra in una pozza di sangue, si teneva la gamba con le mani, le sue urla terrificanti mi hanno fatto gelare il sangue nelle vene. Il walkie-talkie si è messo di nuovo a gracchiare.
“Anatra di gomma alle gallinelle. Tenete sotto tiro il ciccione, devo cambiare postazione. Per un po’ non posso coprirvi da quassù, passo”
“Smettila di parlare in questo modo, idiota, non si capisce niente! E poi come ti è venuto gallinelle?”
“Cretina, perché è l’animale più simile a te che mi sia venuto in mente sul momento. Mi muovo adesso. Sparate a quegli stronzi!”
“Bastardo! Guarda in che guaio mi hai cacciata!”.
Banana mi ha tolto di mano il walkie-talkie e mi ha spinto contro il petto il suo mitra.
“Anatra di gomma, ricevuto. Ci occupiamo noi di quei due. Gli altri hanno portato dentro una mitragliatrice. Tieni gli occhi aperti. Chiudo, per ora”.
“È inutile che mi guardi, non lo so come si usa questo coso!”
“Quando vedi uno di quei tizi tra questi due mirini, premi il grilletto e conta zero-uno, poi lascialo andare. Il fucile esplode un colpo singolo. Se qualcosa si muove tieni premuto il grilletto, il selettore si sposta automaticamente su raffica”
“No! Cazzo! Merda! Fanculo! Io me la sto facendo sotto, sono una segretaria, non un cecchino delle teste di cuoio!”
“Fallo! Io penso alla porta!”
“Aspetta! Ho un’idea migliore. Come si usa questo?”.
Le ho passato il lanciagranate. Lei mi ha guardata indecisa. Poi mi ha sfilato una granata dalla cintura che mi ero messa intorno alla vita. Sembravano piccoli palloni da rugby. Ha avvitato il pallone da rugby sulla bocca del lanciagranate e ha sollevato un mirino con una croce nera nel centro dalla canna.
“Non colpire il gommone, punta a qualche metro dal tizio a terra, basterà a darci il tempo di entrare”
“Cazzo! Non so se ci riesco!”. Le urla del biondo non accennavano a fermarsi, a malapena riuscivo a sentire la voce di Banana. Prima di passarmi il lanciagranate carico mi ha guardata digrignando i denti.
“Cristo Santo!”.
Ha preso di scatto la Magnum e ha messo un colpo in canna. Poi si è alzata velocissima e ha fatto fuoco. Un colpo solo ed è tornata giù. Le urla sono cessate subito.
“Hai capito quello che devi fare? Ne è rimasto soltanto uno. Muoviamoci!”.
Ho cercato di fare come lei. Mi sono alzata rapidamente imbracciando il lanciagranate. Lei si è mossa verso la porta. Il ciccione però aveva ricominciato a sparare, le scintille dei suoi colpi contro il parapetto mi hanno costretta a chiudere gli occhi. Ho tirato il grilletto senza guardare. C’era una cosa di cui Banana non mi aveva parlato, il rinculo. La spinta dell’aria compressa è stata talmente forte da spingermi indietro scaraventandomi su di lei. Siamo piombate entrambe sulla porta sfondandola. La granata aveva centrato in pieno il gommone. Il boato dell’esplosione era subito stato seguito da una densa nuvola di fumo nero. Fortunatamente aveva dilaniato anche il ciccione. I suoi resti erano sparsi ovunque. Siamo rotolate una sull’altra all’interno della cabina allagata e il walkie-talkie si è subito rimesso a gracchiare.
“Anatra di gomma alle due gallinelle. Che cosa è successo? Che cavolo era quel boato? Passo”
“Tutto ok non ti preoccupare, siamo appena riuscite ad entrare nella cabina”
“Non hai colpito il gommone con il lanciagranate, vero?”
“Beh, diciamo che c’è stato un piccolo incidente. Più che altro una scelta strategica…”
“Genio! Hai fatto saltare il gommone? Se li facciamo saltare in aria, mi spieghi come cazzo lasciamo questo posto del cazzo? È la nostra unica speranza…passo…cazzo!”
“Non ti scaldare tanto, brutto stronzo! Mi avevi promesso una crociera romantica, guarda che casino! È una carneficina!”
“Anatra di gomma, uno è andato. Che mi dici dell’altro? Li vedi? Passo”
“Non c’è traccia del secondo gommone, gallinella, passo”
“Che accidenti significa allora?”
“Vuoi sapere che significa? Significa che sono saliti a bordo in un punto che non riusciamo a vedere da qui. Devo passare sull’altro lato della nave. Probabilmente si sono divisi in due gruppi. Non lasciate scoperti i superstiti con Carmine. Chiudo”.
“Cristo! Lo sapevo che non mi sarei dovuta fidare di quel buffone. A quest’ora sarei a casa a fare ginnastica invece di trovarmi nel mezzo di Apocalypse Now. Guarda che casino!”
“Se quella mitragliatrice serve a tenerci sotto tiro, cercheranno di portarla di sopra. Dobbiamo superare il terzo piano e tagliargli la strada senza perdere d’occhio Carmine. Vedi di starmi dietro, altrimenti ci passano davanti”
“Non metterti di nuovo a correre in quel modo, mi cade il costume! E mi fa male la testa, mi viene da piangere dal male che mi fa la testa…”
“Piangi correndo, muoviamoci”.

Vivien aveva preso una camera in un albergo vicino alla stazione. Aveva cercato l’albergo sul telefono mentre mi dirigevo di nuovo verso l’autostrada. Poco più che un bed & breakfast, frequentato più che altro da studenti stranieri, quasi tutti inglesi o americani. L’arredamento era rimasto tale e quale almeno dagli anni ’60. Tv e climatizzatore in camera. Mi sono lasciata cadere sul letto non appena siamo salite. Vivien ha acceso il televisore e si è sdraiata di fianco a me. Stavano passando un film di fantascienza in bianco e nero. Ricordavo di averlo visto da bambina, ma non riuscivo a mettere a fuoco il titolo. I dialoghi erano in lingua originale, evidentemente a parte gli studenti in trasferta, non c’erano molti altri ospiti di solito in quel posto. Mi ha sfilato lentamente i vestiti per scopare, le sue mani scivolavano sul mio corpo lentamente. Ha intrecciato le gambe con le mie. Dalla finestra alle sue spalle potevo vedere il maxischermo della Media-elektron in cima al grattacielo più alto della città. Il loro messaggio multimediale non si fermava mai, come un faro nella notte. Dopo il sesso ho cercato di dormire, ho chiuso gli occhi mentre l’alieno nel film pronunciava il suo ammonimento al genere umano. Your choice is simple. Join us and live in peace or pursue your present course and face obliteration. Quelle parole mi sono sembrate bizzarre e paradossali mentre sprofondavo in un sonno profondo. Poi ho fatto un sogno. Camminavo su un sentiero lastricato da mattoni d’oro nel centro del deserto. Conduceva ad una ruota panoramica, potevo vederla in lontananza. Al centro della ruota un occhio gigantesco racchiuso in un triangolo mi fissava. Il cigolio della ruota si mescolava alla musica stonata del Luna Park. La ruota era deserta, solo una delle cabine era occupata. Al suo interno riuscivo a vedere chiaramente un mio sosia, un alter-ego, imprigionato su quella macchina infernale. Quando la cabina è arrivata in cima, la ruota si è fermata bruscamente. A quel punto mi sono accorta che la mia sosia stava urlando battendo i pugni sul vetro della cabina. Cercava di avvertirmi di qualcosa. Mi sono voltata per guardare alle mie spalle. Il lastricato d’oro stava sprofondando, crollando su una voragine senza fondo, mattone dopo mattone. Appena la voragine mi ha raggiunta, mi sono svegliata.
Vivien è uscita dalla doccia avvolta in un accappatoio bianco. Si è seduta sul bordo del letto appena ho riaperto gli occhi. L’orologio digitale sul comodino segnava le 17:44, i minuti sono scattati proprio in quell’istante. Lei ha allungato il braccio verso il telefono, alzando e riabbassando subito il ricevitore.
“Diciassette e quarantacinque. Avevo messo la sveglia”
“Pensi che chiamerà? Quel tizio di cui parlava AMP, intendo”
“Non lo so, però diciamo che potrebbe non essere poi così determinante. Da circa un’ora il mio telefono non ha campo. Non ti scomodare per controllare, sul tuo è lo stesso. Rete assente”
“Solo…”
“Chiamate di emergenza. Mi chiedo in che accidenti mi sono andata a ficcare”
“Che vuoi dire?”
“Non è l’unica strana coincidenza. Poco fa hanno passato il notiziario. Mentre dormivi Washington è rimasta al buio per un’ora circa”
“Mi stai facendo venire il mal di testa. Devo farmi una doccia, anche se il nostro amico non si fa vivo, voglio vedere quel posto”
“È stretta, ma l’acqua è calda e gli asciugamani sono puliti e profumati”.
Ho lasciato Vivien ad armeggiare con i telefoni e mi sono infilata sotto l’acqua bollente. Cercavo di togliermi il sonno dagli occhi, strofinandoli con la punta delle dita. Sentivo la stanchezza di quei giorni scivolare via.
“Perché non molliamo tutto e prendiamo il primo aereo per il Costa Rica?”
“Cosa? Non riesco a sentirti da qui”
“Fa caldo lì in questa stagione e di sicuro sarebbe più piacevole che restare qui ad inseguire criminali nazisti”
“Ho detto che non riesco a sentirti dalla doccia, dov’è che vuoi andare?”
“C O S T A R I C A!”
“Naha! Non ho il passaporto Vivien! Però credo che sarebbe uno spasso andarci con te!”.
Quando ho chiuso l’acqua Vivien ha ricominciato a strillare. Mi sono infilata l’accappatoio per tornare in camera.
“Cristo! Sbrigati! Il nostro amico Klaatu! Ha chiamato davvero!”
“Cosa? Chi? Come lo hai chiamato?”. Le ho preso il telefono dalle mani e mi sono seduta sul letto. Lei ha chiuso velocemente le tende ed è rimasta ad ascoltare la telefonata in piedi di fronte alla finestra.
“Pronto…mi sente?”
“Si. Ehm, signorina…Schmidtz?”.
Nessuno mi chiamava mai con quel nome. Lo usavo soltanto sul lavoro, ma nessuna delle persone che frequentavo lo usava mai. Ero sicura che la maggior parte di loro non lo conoscesse nemmeno. Mi metteva a disagio. La voce sembrava quella di un uomo di una certa età. Parlava scandendo lentamente tutte le parole, come se volesse essere sicuro di farsi capire o forse a sua volta era disorientato dalla situazione. Prima di continuare ha atteso pazientemente la mia risposta.
“Si, sono io. Chi parla? Come ha avuto il mio numero?”
“Ecco, vede…io mi occupo da moltissimi anni di fotografia. Diciamo che da quanto ho capito, questa è una passione che abbiamo in comune, dico bene?”
“Senta, se si tratta di una telefonata di lavoro, devo interromperla, sto aspettando una chiamata importante…”
“No, non riagganci. Credo proprio di essere io quella chiamata di cui parla. Ecco, quella sua amica, con quel nome così bizzarro…AMP? È corretto? È stata lei a darmi il suo numero”
“Continui”
“Ecco, vede, il mio nome è Brun, Antonio Brun. Come le dicevo poco fa, io mi occupo di fotografia da molti anni. Non ho la pretesa di considerarmi un professionista, ma diciamo che nel corso del tempo ho accumulato una discreta esperienza in materia, e vanto una certa competenza specialmente per quanto riguarda lo sviluppo urbanistico della città. Nel 1985, la mia collezione fotografica in cui si documenta lo sviluppo della città dai primi del ‘900, è stata selezionata per un’esposizione fissa al museo fotografico di arte contemporanea qui in città. Forse lei non la conosce, diciamo che si tratta di una realtà molto circoscritta; tuttavia, comprende alcuni pezzi rarissimi considerati di grandissimo pregio. Ed ecco…quella sua strana amica ha insistito tanto, pregandomi di accogliere la vostra richiesta”
“La nostra richiesta? Cosa intende di preciso?”
“Ma, intendo la vostra richiesta di vederla, non solo i pezzi esposti, ma tutta la collezione. Ed ecco il motivo di questa mia telefonata. Insomma, le ho telefonato per sapere quando vorrebbe vederla. Siete giornaliste, dico bene? Lei e la sua accompagnatrice potrete vedere con mio grande piacere la collezione, in qualunque momento. Ecco, volevo dirle questo”
Ho guardato Vivien, cercando di interpretare i suoi pensieri. Mi fissava incredula, come se stessi davvero parlando con un alieno.
“Certo. Che ne dice di questa sera?”
“Ecco, questa sera? Beh, la sua amica al telefono mi ha spiegato che si tratta di una questione molto urgente, ma non pensavo che…ad ogni modo…d’accordo. Vi aspetto alle ventuno allora. Per quanto riguarda il mio indirizzo, lo conoscete già da quello che mi diceva. La saluto, buonasera signorina Schmidtz”.
- Non mi ringraziate, per me è un vero spasso. AMP –
I telefoni erano tornati online. Nel messaggio AMP aveva aggiunto un cuoricino e un dito medio. Subito dopo era arrivato anche l’indirizzo. Una libreria del centro.
“Credo che i tuoi programmi esotici verranno rimandati”
“Quella piccola strega, non vedo l’ora di tornare a farle visita. Chissà cosa penserebbe il nostro caro Antonio se vedesse le tue di foto”
“Non fare la spiritosa vado a vestirmi”
“Sai, c’è un’altra stranezza. Stando al notiziario di prima, alle ventuno precise la Cometa sarà proprio dritta sopra le nostre teste, esattamente perpendicolare a questa latitudine”.
Abbiamo impiegato circa venti minuti con il challenger per raggiungere la libreria di Antonio Brun. Una palazzina degli anni Venti, nascosta nella giungla di grattacieli del centro. La sopraelevata passava a pochi metri dal suo tetto d’epoca, in perfetto stato di conservazione. Un piccolo parco la difendeva come una trincea dalla metropoli in espansione. All’ingresso siamo state accolte da una meridiana sferica con un’incisione in latino. La citazione diceva: “Per gli amici, in qualunque momento”. Ci ha aperto un uomo sui settanta su una sedia a rotelle. Molto elegante, giacca di flanella marroncina, occhiali spessi con la montatura d’oro. Capelli corti e grigi, barba e baffi molto curati. Dall’interno dell’appartamento proveniva un gradevole profumo di incenso.
“Signorina Schmidtz?”
“Si, Antonio, immagino”
“Esattamente, molto piacere. Venite, accomodatevi”
“La mia amica si chiama Vivien”.
Antonio Brun ci ha fatto strada all’interno della casa. Parlava con tono gentile ed educato mentre ci guidava tra i corridoi della sua libreria coperti dalla moquette rossa e da tappeti orientali. Non era completamente disabile, da qualche anno però aveva spostato tutto sul piano terreno, a causa delle sue difficoltà motorie. Ai piani superiori erano rimasti soltanto i libri e gli album fotografici. Le pareti erano completamente coperte da scaffali carichi di libri di ogni genere e fotografie della città. Quasi tutte le stanze erano illuminate da piccole lanterne appoggiate sulle mensole sparse ovunque. Alcune soltanto da candele profumate. Ci ha fatto strada fino a raggiungere il salotto riscaldato da un grande camino a legna. Il fuoco era alto nel camino, l’aria intrisa di odore di fumo e incenso, mescolato a quello delle lampade a petrolio. Da quello che diceva, la sua era più che altro una fissazione. Lo aiutava a tenere viva la memoria della sua gioventù. Da quando si aiutava con la sedia a rotelle era diventato malinconico. L’enorme quadro sopra il camino rappresentava la danza dei sette veli di Salomè. L’autore era pressoché sconosciuto.
“Schmidtz, giusto. Signorina Schmidtz, permette che le faccia una domanda sul suo cognome? È un cognome dell’Est-Europa, mi sbaglio?”
“Ebrea”.
Il volto di Antonio è diventato improvvisamente serio. Si è versato un abbondante bicchiere di brandy, prima di offrirne anche a noi. Poi mi ha indicato due album appoggiati sul tavolino giapponese posizionato proprio di fronte al camino. Il tavolino era decorato con alcune scene del Genji Monogatari. Sotto gli album, la Dama Rokujo suonava il shamisen mordendosi i capelli. Ha bevuto un lungo sorso di brandy prima di continuare.
“Vede signorina Schmidtz, la sua amica al telefono è stata molto precisa nel descrivermi quello che state cercando. Si tratta di un periodo particolare, specifico, e di una zona della città piuttosto limitata. Entrambi mi riportano ad un argomento assai spiacevole e doloroso”
“Antonio a cosa si riferisce?”
“Nazisti”.
Ho aperto il primo dei due album, le fotografie cominciavano dal 1919.
“Signorina, quando uno è costretto come me su una sedia a rotelle ha tempo di fare molte congetture. Mi è capitato diverse volte di leggere di situazioni come queste, in molti dei miei libri preferiti. Sa, a me piace molto leggere, ma c’è un genere fra tutti che prediligo. Sono sempre stato appassionato di romanzi polizieschi, in particolare di spionaggio”.
Ho aspettato che continuasse senza interromperlo, mi sono limitata a sorridergli inarcando un sopracciglio. Lui non si è fatto pregare.
“Signorina Schmidtz, la fotografia è in grado di tracciare la memoria come nessun’altra arte figurativa è in grado di fare. Le persone che vedrete in quegli album sono state catturate quasi esclusivamente in scene di normalissima vita quotidiana, eppure io posso affermare con certezza che, se foste in grado di vedere oltre, oltre l’apparenza intendo, l’orrore che le accompagna metterebbe a dura prova la vostra capacità di autocontrollo. Ora, io non mi aspetto certo che, nel caso foste due agenti del Mossad, anziché giornaliste, mi svelereste la vostra vera identità. Tuttavia…”.
Prima che Antonio potesse finire il suo discorso, mi sono alzata per avvicinarmi a lui. Ho appoggiato le mani sulle sue e mi sono seduta sui talloni proprio di fronte alla sua sedia a rotelle.
“Antonio…pensa davvero che ne esista una più vera delle altre?”.

Continua…
scritto il
2024-04-20
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