Colpo su colpo (Love in the shadow) Cap. 8

di
genere
pulp

Chi siamo per loro?
Siamo noi. I vivi.


“Dove accidenti sono finiti tutti quanti? Sono giorni che da “O” non si fa vedere nessuno”
“Ah, sei tu. Non so di preciso, penso abbia a che fare con quella vostra amica. L’Hotel è aperto, ma c’è pochissima gente…vuoi venire qui?”
“Hai sentito di quei blackout in città? Sai qualcosa?”
“Aspetta, chiamami sul mio numero, non usare questo. Il notiziario ne sta parlando proprio adesso. Dicono che si intensificheranno nella notte”
“Ho visto dei posti di blocco. Militari, non polizia”
“Sembra vogliano chiudere le città. Sbrigati se vuoi venire qui, sono alla reception tutta la notte, stacco alle sei. Gli ultimi due ospiti partono domani mattina”
“Ed è un fatto strano? Pensi sia per questo?”
“Non succede mai. Questo pomeriggio i sistemi dell’albergo sono rimasti isolati per ore. È sparita la connessione da tutti i computer e telefoni”
“Potrò fare qualche foto?”
“Se vuoi”
“Senti…è successo altro? Sogni intendo. Sogni particolari, insoliti. Da qualche tempo sogno continuamente quella ragazza. Hai presente? Un televisore, di quelli a transistor con il tubo catodico. È appoggiato su una sedia. Mi mostra l’immagine di quella ragazza, occhiali scuri, un lungo cappotto nero. È seduta su una poltrona di pelle. Resta a fissarmi senza dire niente. Poi mi sveglio”
“Senti hai una radio? Una di quelle tascabili intendo. Quella sul telefono non va bene”
“Probabilmente non ne ho mai avuta una”
“Quando esci, portati dietro una radio. Non dimenticartelo”.
4:30 Mi sono affacciata per guardare fuori. La città era deserta, non c’erano luci accese in nessuna direzione. Una lunga scia luminosa attraversava il cielo come uno squarcio nel buio. Stavo per accendermi una sigaretta, quando il telefono si è messo a vibrare sul bancone della cucina. Foto in arrivo, Vivien. Un edificio abbandonato avvolto dalla vegetazione. La facciata gialla era coperta di muffa e macchie di umidità. Niente vetri nelle finestre. Il legno dei telai era completamente corroso. Sopra l’ingresso murato da una fila di mattoni grigi potevo leggere la scritta: “Ospedale Psichiatrico”.
- Sono da te nel pomeriggio. Latte&Menta –

Ho afferrato il pacchetto di sigarette e sono uscita di nuovo sul balcone. Quando ho notato la donna in strada mi sono scivolate di mano. Capelli castani legati con la coda, occhiali da vista e una giacca di pelle nera. Mi fissava dalla strada con le mani infilate nelle tasche della giacca. Ero sicura stesse guardando proprio in direzione del mio appartamento. Il suo sguardo aveva qualcosa di particolare, mi metteva a disagio. Il clipper a gas è scattato nel buio, ho aspirato una lunga boccata di fumo. Lei, nel frattempo, si è dileguata nell’oscurità dei vicoli. Subito dopo è tornata l’elettricità. Le luci dell’appartamento si sono accese tutte contemporaneamente. Il piccolo televisore della cucina era sintonizzato sul canale AV, per qualche secondo in mezzo alle scariche elettrostatiche dello schermo ho avuto l’impressione di rivedere quella ragazza. Poi si è spostato automaticamente sul primo canale ed è cominciato il notiziario. Incendi e atti di violenza si erano susseguiti per tutta la notte, avrebbero messo il coprifuoco. Ho cercato le chiavi della macchina in uno dei cassetti, dovevo prepararmi per uscire. Il film interrotto dal notiziario intanto era ricominciato. Una delle tante storie di Simbad, la principessa in miniatura stava danzando sulla tavola imbandita.

- Questa mattina mi sarebbe proprio piaciuto vedere la tua faccia. Lucky_Star –
- Cazzo, ho fatto un casino con i cereali. Ero troppo di fretta. Raven –
- È perché ieri sera sei sparita? Che cavolo ti è successo? Lucky_Star –
- Quei fottutissimi blackout. Non ho messo sotto carica il telefono e ho dovuto aspettare che tornasse la corrente. Raven –
- Dobbiamo andare di nuovo dietro quella tipa. Trova una scusa per restare fuori. Lucky_Star –
- Ma come cazzo facciamo con il coprifuoco? Non hai sentito? Raven –
- Lo so io come facciamo. Tu pensa a qualcosa per i tuoi.
Restiamo fuori fino al prossimo coprifuoco. Lucky_Star –

FADE IN FADE OUT, INVISIBLE REALITY

Da giorni non riuscivo più a trovare l’isola tropicale. Sono tornata a casa nel pomeriggio dopo aver attraversato quel caos infernale in strada. La gente sembrava impazzita per il coprifuoco, le strade erano state invase dalle auto, c’erano ingorghi ovunque. I negozi erano stati presi d’assalto. Ho tirato un sospiro di sollievo quando sono finalmente riuscita a tornare nel mio appartamento. Mi sono appoggiata alla porta di ingresso e ho lanciato le scarpe in un angolo come al solito. Una si è girata di traverso verso l’altra, era curioso il modo in cui si erano fermate una contro l’altra, formavano una specie di elle maiuscola. Ho aperto l’acqua della doccia e sono andata in camera a cambiarmi. La TV non faceva che parlare dei blackout. Da quello che dicevano erano causati da un’interferenza elettromagnetica innescata dal passaggio di una cometa molto vicina all’orbita terrestre. Non ci ho badato e mi sono infilata sotto la doccia bollente. Quando mi sono lasciata cadere sul letto ero sicura che sarei riuscita a ritrovare l’isola. La realtà è sfumata lentamente mentre prendevo sonno. Anche questa volta non ci ero riuscita. Al contrario, ero finita in un incubo. Camminavo lungo un corridoio bianco, la luce era quasi accecante. Non riuscivo a mettere bene a fuoco gli oggetti intorno a me. Mi stavo dirigendo verso una portafinestra al fondo del corridoio. Prima di raggiungerla mi sono accorta di qualcosa aggrappato al soffitto, ci ho messo un po’ a capire. Le due ragazze che avevo visto sotto il portone. Camminavano aggrappate al soffitto incuranti della forza di gravità, completamente nude. La loro pelle, i capelli, gli occhi, erano bianchissimi. Non ero sicura che fossero in grado di vedermi, una si è voltata a fissarmi ed è rimasta immobile fino al mio passaggio. L’altra è riuscita ad infilarsi in una crepa nel soffitto, come se il suo corpo fosse stato inconsistente. Potevo vedere il suo occhio sbarrato sbirciare dalla fessura. Ho finto di non essermi accorta di loro e ho continuato a camminare fino alla portafinestra. Dopo averla raggiunta, l’ho spalancata. A quel punto mi sono resa conto che l’edificio si trovava alla deriva in mezzo all’Oceano.

- Sei riuscita a trovarlo? Ci serve prima che si squagli. Lucky_Star –
- Si, tutto ok, non rompere. È solo che ci ho messo un po’ per fargli raggiungere la carica completa.
È mancata l’elettricità fino a questa mattina. Raven –
- E allora datti una mossa. Mi è passata davanti proprio adesso. Lucky_Star –
- Ti vedo, sto arrivando. Raven –
- Senti…siamo sicure che C. A. e mamma Jenny siano spariti? Lucky_Star –
- Che cazzo di domande. Perché? Raven –
- Niente. Sbrigati. Lucky_Star –

La tizia sotto la sorveglianza di mamma Jenny era appena uscita dal portone. Si è avviata verso la stazione della metro illudendosi di trovarla ancora aperta. Appena si è accorta del cartello divieto di accesso è tornata sui suoi passi. Ho attraversato la strada per non farmi notare camminando tra i veicoli incolonnati. Le principali direttrici in uscita dalla città erano bloccate, il traffico era al collasso. Alcune persone avevano già abbandonato l’auto per proseguire a piedi, sperando di uscire in qualche modo da quel labirinto di lamiere arroventate dal sole. Rebecca stava per arrivare dalla direzione opposta. Tra i veicoli fermi, uno in particolare aveva attirato la mia attenzione. Sembrava una delle macchine con cui si facevano vedere di solito C. A. e le sue amiche. Un pickup nero metallizzato con il paraurti di acciaio cromato e vetri oscurati. Sulla bull-bar anteriore avevano messo un toro rampante con una scritta: “Hey! There!”. Pedane laterali con il logo Dodge, targa americana. Quella anteriore diceva soltanto: “MARINA – U.S. CALIFORNIA”. Ho pensato a C. A., mi aspettavo che da un momento all’altro scendesse dal fuoristrada per tirarmi su. Invece quando lo sportello si è aperto è comparsa una ragazza. Minigonna grigia e giacca di pelle. Sono riuscita a vederla soltanto di sfuggita, era scesa per guardare meglio l’ingorgo, probabilmente cercava un modo per lasciare la strada principale e proseguire verso la sua destinazione. Il viso era nascosto da un paio di occhiali da sole, lunghi capelli neri e lisci. Un piccolo neo sul mento. Le scariche di un C. B. mi hanno raggiunta dall’interno della cabina, era sintonizzata sulle frequenze della polizia. Stava ricevendo anche quelle criptate. È risalita prima che potessi osservarla meglio. Poi le auto hanno ripreso a muoversi a passo d’uomo. Sulla sponda posteriore c’era un'altra scritta: “Welcome to the Jungle”.
“Dove cavolo stai andando? L’hai persa?”.
Il monopattino elettrico di Rebecca si era fermato sul bordo del marciapiede proprio di fronte a me. Sono salita al volo e le ho sfilato uno degli auricolari dell’iPod. Stava ascoltando una playlist dei Kiss, I Was Made for loving you. Sul cruscotto aveva incollato un adesivo di X-Files verde.
“È andata verso la stazione. Secondo me sta cercando un modo di lasciare la città. Seguila, muoviti”
“Ok”
“Superala senza farti notare e fermati sull’altro lato dell’incrocio”
“Ok”
“Non deve accorgersi che la stiamo seguendo, ok?”
“Ok”
“Ti sei di nuovo fumata la mia erba?”
“Ok. Ma no, che cazzo. Ho capito…solo un po’”
“Cazzo!”
“Ma non finiva più di caricarsi, dovevo trovare qualcosa da fare…”
“Muoviti o la perdiamo”
“Ok”.
Abbiamo seguito quella tizia facendo attenzione a non farci notare, Rebecca si è infilata in mezzo al traffico ed è salita sul marciapiede dal lato opposto. All’angolo della strada un ragazzo con una borsa militare a tracolla distribuiva i volantini dell’inaugurazione di un nuovo cinema in centro. Ha insistito finché non ne ha preso uno. Lo ha messo in borsa con aria seccata, prima di ricominciare a camminare. Quando si è allontanata il ragazzo con la borsa militare è rimasto impalato a guardarla, le braccia abbandonate lungo i fianchi. I volantini che aveva ancora in mano sono volati via finendo sui parabrezza delle auto in transito. Rebecca ha fermato il monopattino davanti al semaforo del passaggio pedonale e si è voltata a guardarmi.
“Che ne dici?”
“Vai”.
Ha girato il monopattino e si è diretta verso l’angolo di strada dove avevamo visto il tipo dei volantini. Lui era sparito. Sul marciapiede ne erano rimasti un paio. Ne ho raccolto uno e l’ho mostrato a Rebecca, l’intestazione diceva FLESH EATERS CINEMA METROPOLITAN, sotto c’erano le date e l’indirizzo. Ci siamo guardate intorno per cercarlo con lo sguardo, si era spostato di un paio di isolati. Siamo riuscite a vederlo due incroci più avanti. Era ancora nella stessa posizione, sembrava in trance. Prima che Rebecca potesse attraversare la strada, un camion ci è passato davanti coprendo la visuale. Quando siamo tornate a poter vedere l’incrocio dove si trovava, era sparito. Ho mostrato l’immagine sulla locandina del film a Rebecca. L’ombra della città invasa da un’orda di zombie. In primo piano io e C. A. schiena contro schiena. Lui stringeva un sigaro tra i denti, occhiali scuri e un fucile a pompa appoggiato contro la fronte. Io indossavo un bomber verde con un’aquila sulla spalla. Occhiali a specchio e una sigaretta ad un lato della bocca. Le braccia tese e incrociate. Impugnavo due nove millimetri automatiche pronte a fare fuoco tenendole inclinate da un lato. Sotto l’aquila si poteva leggere la scritta EAGLE PEEL.
“Davvero interessante agente Skully”
“Non cazzeggiare, la tipa”
“Ok!”.

- Ho trovato la radio. Latte&Menta –
- Evita le autostrade, sono tutte chiuse. Vivien –
- Non ho idea di quanto ci metterò. Devo lasciare la città alla svelta,
altrimenti resto chiusa dentro. Latte&Menta –

Abbiamo seguito quella donna fino a raggiungere un palazzo del centro con una grande portone di legno e i marmi decorati sull’ingresso. Si è infilata nelle scale del primo piano ed è entrata in uno degli appartamenti. Io e Rebecca stavamo cercando il modo di intrufolarci dentro senza farci scoprire. Non c’erano molte possibilità, siamo uscite nel cortile per cercare la finestra dell’appartamento, una finestra con i vetri satinati e un piccolo balcone con le macchine del condizionatore appoggiate al pavimento. Poco al di sopra del condizionatore una griglia di metallo copriva il condotto dell’aria sul lato della finestra con i vetri satinati. Ci siamo avvicinate per raggiungerla aggrappandoci alla grondaia. Rebecca era ancora riluttante, dovevo spingerla per convincerla a muoversi.

“Non credo che riusciremmo a infilarci lì dentro tanto facilmente e poi non possiamo entrare comunque”
“Non farla tanto lunga, se volgiamo essere pignoli quel condotto dell’aria non si può considerare nemmeno l’interno dell’appartamento”
“Che palle!”.

Sono salita fino a raggiungere la griglia e l’ho staccata con una mano mentre Rebecca faceva da palo. Dentro il condotto era buio pesto anche se in alcuni punti si vedeva filtrare la luce dalle fessure nel controsoffitto dell’appartamento. Tutta la superficie del soffitto era ricoperta con del polistirolo, il classico soffitto da ufficio. Ho raggiunto i sostegni di acciaio a cui erano avvitati i pannelli di polistirolo e mi sono girata verso l’apertura sul balcone aspettando che salisse anche lei.

“Cazzo questo buco è strettissimo!”
“Muoviti pensavi fosse come uno dei tuoi? È un condotto dell’aria non il tuo culo!”
“Fottiti!”
“Non fare casino altrimenti ci scoprono. Avvicinati, qui dovremmo essere più o meno dove c’è la tipa. Sento delle voci”.

Ci siamo rannicchiate tenendoci aggrappate alle barre di acciaio del soffitto, il tubo flessibile dell’aria condizionata, usciva da un’altra intercapedine lungo il muro dell’appartamento. Sembrava un gigantesco bruco di metallo coperto di polvere e ragnatele. Ho allargato leggermente una delle fessure nel polistirolo per sbirciare dentro, Rebecca si era appiattita di fronte a me. La donna stava parlando con un uomo in salotto. Sembrava abbastanza a suo agio. Riuscivo a mala pena a intravedere un tappeto rosso sul pavimento e un divano di pelle scura. Si era sdraiata sul divano mentre parlava con l’uomo seduto vicino a lei.

“Mi sta venendo la claustrofobia”
“Fammi sentire quello che stanno dicendo non capisco niente se continui a starnazzare”.

Mi sono messa l’indice sulle labbra e ho appoggiato l’orecchio al polistirolo. La donna stava raccontando qualcosa che l’aveva messa a disagio, doveva centrare in qualche modo con i blackout perché continuava a menzionarli nei suoi discorsi.

“…ho di nuovo bisogno dei farmaci…mi serve qualcosa per riuscire a dormire più a lungo”
“Sei soltanto stanca, non è il caso di ricorrere ai farmaci”
“Gli scatti di rabbia stanno diventando sempre più frequenti. Inizio ad avere paura di quello che potrei fare. Devi aiutarmi.”
“Non essere sciocca, è molto comune quando si subisce un forte stress…”
“Ascolta…hai mai provato il desiderio fortissimo di uccidere qualcuno? Non so se puoi capirmi”


Ho alzato la testa dal polistirolo per guardare verso Rebecca, lei stava facendo roteare l’indice intorno ad una tempia.

“Queste sono le ricette dell’ultima volta. Non c’è bisogno di qualcosa di più forte”
“Devi darmi qualcosa di più efficacie, l’ultima volta non sono servite a nulla”
“Prova a distrarti, devi fare qualcosa di rilassante, a volte funziona molto meglio una passeggiata degli psicofarmaci”
“Non capisci. È successa una cosa molto strana qualche giorno fa. Credi che sia possibile…che sia possibile…”
“Calmati, raccontami della cosa strana che ti è successa”
“Non so se ho il coraggio…”
“Fai uno sforzo”
“Stavo camminando per arrivare al lavoro. Avevo messo le scarpe con i tacchi e un vestito elegante…”
“Non girarci attorno, arriva al punto”
“Quella cometa, sai a cosa mi riferisco?”
“Che cosa centra con quello che ti è successo?”
“Una donna. Ho incontrato una donna. Mi è passata di fianco mentre stavo camminando. Lo sguardo basso, era avvolta da un dolcissimo profumo di glicine. Indossava un vestito a fiori molto leggero. È stato come se il tempo si fosse fermato in quel brevissimo istante. Sembrava una scena al rallentatore”
“Tutto qui? È questo che ti sconvolge tanto?”
“Quando mi è passata di fianco…non so come spiegarti. Pensi che sia possibile sentire i pensieri delle altre persone?”. La discussione si stava facendo animata. La donna si era alzata in piedi, lui cercava di calmarla inutilmente.
“Stupidaggini! Lo sai benissimo che non è possibile”
“Subito dopo è sparita in mezzo alla gente in strada. Quella sensazione però è rimasta. Avevo l’impressione di sentire i loro pensieri. Le loro voci. Mi hanno riempito la testa, credevo di impazzire”.
Il tizio si era avvicinato a lei per afferrarla, le stringeva le spalle spingendola verso il divano. Lei ha inciampato nella borsa appoggiata a terra. Il volantino del cinema è saltato fuori insieme ad un libro sulle profezie di Nostradamus. Poi si è lasciata andare sul divano di pelle.
“Posso…posso avere un bicchiere d’acqua?”
“Certo”.
L’uomo è passato in un’altra stanza, io e Rebecca ci siamo spostate per seguirlo, ma invece di prenderle l’acqua si è messo a telefonare. Rebecca aveva inarcato le sopracciglia, si stava battendo l’indice su una tempia. I capelli mi si stavano incollando alla fronte per il sudore, ho sbuffato verso l’alto cercando di togliermeli dagli occhi.
“Si sono sicuro. No, non penso sia ancora pericolosa. Che cosa devo fare?”.
C’è stata una lunga pausa in cui quel tipo è rimasto ad ascoltare al telefono, ho sentito un armadietto aprirsi.
“No, non credo mi abbia riconosciuto. D’accordo”.
Quando è passato sotto la fessura nel soffitto per tornare dalla donna sono riuscita a vedere quello che aveva tirato fuori dall’armadietto. Una siringa e un piccolo flacone trasparente. Si è fermato alle sue spalle, lei non si era accorta di nulla, lo aspettava distesa sul divano. Nella mia mente si è formata una parola: “Scappa!”. In quel momento ha spalancato gli occhi e ha detto: “Non posso!”. Il tizio sembrava indeciso, ha infilato le mani nelle tasche della giacca nascondendo la siringa. Lei ha chiuso gli occhi e ha ricominciato a parlare con tono più rilassato.
“Penso tu abbia ragione. Sono solo stanca. Vorrei lasciare la città prima che chiudano le strade per il coprifuoco. Credo che qualche giorno lontano da tutto questo mi farà bene”.
Subito dopo si è alzata dal divano ed ha lasciato la stanza senza aggiungere altro. L’uomo si è lasciato cadere sul divano, ho cercato di sbriciare attraverso il soffitto, si stava tenendo la testa tra le mani con i gomiti appoggiati sulle ginocchia. Il volantino del cinema era rimasto sul pavimento.

“Impegnativo”
“Questa storia non mi piace per niente. Evaporiamo, prima che ci scoprano”
“Continuiamo a starle dietro?”
“Che ne pensi di questo?”.
Ho mostrato il volantino a Rebecca. Lei ha inarcato un sopracciglio.
“The truth is out there”.

- Il Challenger Cobra non mi aiuta molto in mezzo a questo casino. Latte&Menta –
- Sei passata? Il notiziario non promette niente di buono. Vivien –
- Un tizio al check-point mi ha chiesto se fossi sicura di voler lasciare la città visto che resterà chiusa e non sarà tanto facile rientrare. Latte&Menta –
- Ormai sono ovunque, tieni gli occhi aperti. Vivien –

Rebecca si è infilata in mezzo al traffico con il monopattino, l’iPod era saltato sui Motley Crue, Rattlesnake Shake. Conoscevo il posto. Si trovava appena fuori dal centro, lungo il fiume. Un elicottero stava sorvolando la città, le auto abbandonate avevano completamente invaso la carreggiata. Credevo che avremmo trovato il cinema chiuso, chi accidenti avrebbe pensato ad andare al cinema in un momento come quello. Invece mi sbagliavo, le vetrine all’ingresso erano piene di locandine, film horror vintage, per la maggior parte. La tizia della biglietteria ha staccato due biglietti omaggio senza dire nulla. C’era qualcosa che ancora non mi convinceva, ero sicura si trattasse della stessa ragazza che avevo visto scendere dal pick-up in mezzo all’ingorgo. Il ragazzo dei volantini aspettava in piedi di fianco all’ingresso della sala, pronto a strappare i biglietti. Si era messo una maschera argentata sul viso.
“Davvero originale”.
Ci siamo sedute nella prima fila, sala deserta. Le luci si sono spente subito. Flesh Eaters era senza dubbio un B movie anche piuttosto scadente. Si apriva con una scena incredibilmente scontata, un furgone Volkswagen azzurro parcheggiato in una zona di periferia, in piena notte. I vetri erano coperti di gocce di pioggia. Sull’altro lato della strada un demolitore di auto. L’inquadratura è passata sul lunotto posteriore, le mani di una ragazza sono sbucate da dietro lo schienale. Non ci ho messo molto a riconoscerle, quando si sono aperte sbattendo i palmi sul vetro, Rebecca ha mimato con le labbra: “Huuuu!”. Alle mie spalle si vedeva l’ombra di un uomo muoversi avanti e indietro. Poi sono di nuovo sparite. In un primo piano inequivocabile i miei jeans si sono sollevati verso l’alto per finire chissà dove. Le mie gambe si sono aggrappate allo schienale del furgone, mentre le mani di C. A. avvolte nei guanti Guardian mi accarezzavano la pelle. L’inquadratura è tornata all’esterno, l’ombra di C. A. si infilava tra le mie gambe per leccarmela. Un altro primo piano, la sua lingua scivolava tra le cosce, scendeva fino alla passera. Io cercavo freneticamente i suoi jeans per sbottonarli. Potevo riconoscere le mie unghie coperte di smalto nero. Glie lo prendevo in bocca mentre mi infilava la lingua nel culo. La faceva roteare lentamente, poi si metteva a baciarmi la fica. Mi sono voltata verso Rebecca, volevo spiegarle che di quella storia non ne sapevo niente. Lei si stava facendo aria con una mano. Sono sprofondata nel seggiolino e ho continuato a guardare. Mi stava scopando alla grande. Dopo avermi spogliato completamente mi ha fatto sdraiare sul sedile e mi ha afferrato il mento con indice e pollice per costringermi ad aprire la bocca. Io tenevo gli occhi chiusi, lo sperma mi schizzava sul viso e sulla lingua. Lo ingoiavo e ricominciavo a succhiarglielo. Poi lo sportello scorrevole del furgone si spalancava, ci eravamo seduti sul pianale per fumare.
“Non pensi che questo posto, sia il classico posto in cui i serial killer portano le proprie vittime nei film?”
“No! È solo suggestione”.
Appena C. A. pronunciava le ultime parole famose, dalle lamiere accartocciate nel demolitore, proveniva un rumore. Era davvero un film spazzatura, continue zoommate ad effetto e trovate di terza categoria. Una mano tumefatta sbucava dalle lamiere, un altro cadavere rianimato usciva da un tombino in strada. In un paio di minuti ci trovavamo circondati da non-morti. Mi sono avvicinata a Rebecca per parlarle in un orecchio.
“Se si mettono anche a ballare come nel video di Michael Jackson giuro che vomito”
“Io non prendo più il canale dalla scena nel furgone”.
A quel punto ho notato che si era infilata una mano nei jeans.
“Che palle!”.

C. A. riusciva a mettere in moto prima che ci raggiungessero. Poi si apriva un varco investendone alcuni. Le ruote del furgone passavano su uno dei non-morti schiacciandogli la testa. Una grossa chiazza verde si apriva sull’asfalto fino a raggiungere la griglia di uno scarico. Quando l’inquadratura tornava all’interno del furgone Volkswagen, lui stava fumando un sigaro, mentre l’ombra della mia testa andava su e giù in mezzo alle sue gambe. Rebecca stava scartando un lecca-lecca alla banana, se l’è appoggiato alla lingua e ha cominciato a farlo roteare. Le ho risposto: “Fanculo”. Non ricordavo di aver mai fatto una cosa del genere…ero quasi sicura.

REEL TWO, SCIARADA

“Ecco alcuni fatti strani”. Quando finalmente sono riuscita a raggiungere l’Hotel Marina, Vivien mi ha accolta con questa frase, lasciando cadere sul tavolino nel salotto dell’albergo un pesante plico di vecchi giornali.
“Quindici ragazze scompaiono misteriosamente. La polizia ricollega i casi delle scomparse a partire dal ritrovamento di un corpo senza vita nel fiume. Nessun segno di violenza, il corpo nudo viene ritrovato a faccia in giù. Arresto cardiaco, capelli rasati a zero e ustioni sulle tempie. È questo l’unico particolare che unisce i quindici casi di sparizione, tutti tra i sedici e venticinque anni”
“Un maniaco”
“Caso irrisolto. Nessuna prova dell’esistenza di un vero maniaco”
“Qual è la stranezza allora? Soltanto questo?”
“Gli omicidi si fermano dopo la chiusura di una clinica privata. La chiusura della clinica non sembra collegata alle ragazze, c’è soltanto un’illazione sul fatto che tutte le indagini sulle ragazze in qualche modo conducano all’ospedale psichiatrico in cui vengono ricoverate. Alcune per pochi giorni, altre sono semplici orfane, vivono lì dalla nascita. Altre ancora era appena state dimesse. È proprio il primo ritrovamento a portare l’attenzione della polizia sulla clinica. È uscita da poche settimane, quando scompare. I genitori denunciano la scomparsa dopo una violenta lite. Nonostante la giovane età era rimasta legata ad uno dei medici, cosa ci sia dietro veramente non viene mai alla luce”
“Anno?”
“1936”
“Motivo della chiusura?”
“Assenza di fondi. Il primario in realtà fugge in Germania e poi negli Stati Uniti, temendo di essere finito nel mirino del partito fascista. Il motivo non è chiaro”
“Ed è tutto in quei giornali?”
“Quasi tutto. Alcuni dati li ho raccolti da archivi fotografici e vecchi schedari della polizia. Sono stata anche in un museo”
“Come sei arrivata agli archivi storici della polizia?”
Mi ha versato una tazza di te cercando di nascondere un sorriso.
“Ognuno ha i suoi segreti, come si dice”
“Vai avanti”
“Altro fatto strano. Dopo la Guerra una delle infermiere che aveva prestato servizio nella clinica chiusa, si suicida in ospedale. Sono passati circa vent’anni. Alcuni medici la vedono parlare a lungo nel parco con un uomo non identificato. L’uomo viene visto solo di spalle, elegante di mezza età. Viene avvisata della visita dalla portineria non appena prende il turno. Dopo essere rimasta nel parco per tutto il pomeriggio, si apre la gola con un bisturi, urlando di essere stata nell’obitorio e aver assistito alla rianimazione di alcuni cadaveri. Prima del suicidio c’è anche un lungo delirio in cui sostiene di essere oggetto di una persecuzione, i suoi aguzzini, secondo lei, sono in grado di parlare direttamente nel suo cervello, tormentandola fino allo sfinimento. Fatto che avviene in continuazione da anni. Dalla chiusura della clinica psichiatrica in cui ha cominciato la sua carriera, per la precisione”
“Bizzarro”
“Ecco, guarda queste sono alcune foto della donna”.
Mi ha mostrato alcune vecchie fotografie sbiadite, la donna giovanissima nella divisa da infermiera insieme ad alcuni medici. Poi altre più recenti. L’espressione del viso sembrava sempre identica in tutte.
“Anno?”
“1959”
“Prima che continui con il tuo racconto devo dirti una cosa. Sono stata in quel posto. Quello della foto. Non è stato affatto piacevole. È un posto terribile. Ho provato un fortissimo disagio finché non mi sono allontanata. È come se tutte quelle cose orribili avessero lasciato una traccia. Come un negativo impressionato da quei fatti sepolti nel passato”
“Perché ti interessa tanto l’anno?”
“Ho parcheggiato sotto un viale, quando sono scesa dall’auto per avvicinarmi ho notato un’incisione sulla corteccia di un albero. Uno di quelli sotto cui probabilmente quelle ragazze passeggiavano ogni pomeriggio. Poi una delle persiane si è spalancata, sbattendo per il vento sulla finestra senza vetri. In una delle camere al secondo piano. Ho avuto la sensazione di poter vedere attraverso il tempo. L’ombra degli infermieri che si muovevano nella stanza per legare una delle ragazze al letto, prima del trattamento. Hai capito? Prima di torturarla”
“Che cosa c’era nell’incisione?”.
I vetri dell’Hotel Marina si sono messi a tremare annunciando un temporale. Fuori era quasi buio. Mi sono alzata e sono andata verso la finestra. Ho alzato una delle tende, scostandola con la mano. La pioggia battente aveva completamente oscurato il cielo.
“Un numero. Ventidue”
“Questo è interessante. Non ci sono fatti documentati così indietro nel tempo”
“Vai avanti”
“Nel 1963 la clinica viene riaperta”
“Cosa?”
“Aspetta, fammi finire. Verrà richiusa poco dopo. Nel 1964 una delle ospiti del centro di accoglienza in cui è stato convertito il vecchio ospedale psichiatrico viene trovata barbaramente uccisa in uno degli appartamenti del centro. Legata al letto, mani e piedi. Completamente nuda. Anche questa volta nessun segno di violenza, arresto cardiaco”
“Perché allora hai detto barbaramente?”
“Dopo la morte qualcuno ha asportato il cervello. Chirurgicamente intendo. Hanno segato la calotta cranica e l’hanno richiusa. Nessuna traccia nell’appartamento, niente sangue”
“Può essersi legata al letto da sola prima che entrasse qualcuno. Non è difficile se sai come preparare i nodi”
“Niente ematomi sui polsi o sulle caviglie. E poi come avrebbero fatto a far sparire il sangue? Legata al letto post-mortem”
“Che altro?”
“L’appartamento era chiuso dall’interno. Quinto piano, impossibile arrivarci dal cornicione o dal tetto. Le chiavi erano nella serratura della porta di ingresso. La finestra della camera socchiusa, nessuno ha sentito l’odore per questo motivo, almeno non subito. La scopre la padrona di casa, entra nell’appartamento dopo aver chiamato un fabbro per forzare la porta. Abita in quello di fianco al suo, la classica vecchietta impicciona. L’ultima volta che viene vista viva, la vede rientrare insieme ad un uomo, parlano sottovoce tutta la notte poi lui lascia l’appartamento. La padrona di casa lo vede allontanarsi in strada spiando dalla finestra. Proprio di fianco a quella trovata socchiusa. Vede anche la ragazza affacciarsi. Poi lei scompare e riappare legata al letto. I sospetti ricadono su uno dei medici della clinica. Pochi giorni prima del suo ritrovamento, la centrale di polizia della zona riceve una telefonata anonima nel cuore della notte. La voce di una ragazza. Dice di essere in pericolo, qualcuno la segue. Quando il funzionario cerca di identificarla lei risponde che si tratta di uno scherzo e chiude”
“Quindi non è possibile che si trattasse del tizio visto insieme a lei”
“Lui è comunque l’ultimo a vederla viva. Oltre la padrona di casa ovviamente. Per evitare scandali la clinica viene subito chiusa”
“Che accidenti di senso avrebbe riportare il cadavere nell’appartamento però?”
“Le indagini non portano a nulla. Il medico viene scagionato qualche anno dopo da ogni accusa. Nessuna prova, nessun indizio”
“Pensi che sia possibile vedere l’appartamento?”
“Certo. È in vendita dal 1964. Non è mai stato ricomprato o riaffittato da allora. La vecchia muore nel ’71, ricordo di averlo trovato da qualche parte, sono sicura che avesse un nome tedesco o qualcosa del genere. I parenti e gli eredi sono all’estero. La trattativa è sempre stata mantenuta riservata tramite un intermediario”
“Voglio andarci. Subito”
“Non è tutto. Dall’autopsia viene stabilito che la morte risale all’incirca al giorno in cui viene vista insieme al tizio in piena notte. Come poteva essere lei a telefonare allora? Eppure, ci sono dei nastri magnetici con cui viene confrontata la voce. Il funzionario di polizia non ha dubbi. Nei giorni successivi la cabina telefonica da cui parte la chiamata viene rintracciata. Non ci sono impronte digitali, qualcuno però ha inciso una scritta sul vetro: “Resurget”.
Mi sono accesa una sigaretta e sono tornata vicino a Vivien. Lei è rimasta a fissarmi sorridendo, i lampi del temporale facevano brillare gli oggetti intorno come il flash di una macchina fotografica.
“Questa è la foto dell’appartamento all’epoca dei fatti. Interno numero ventidue”.

Il secondo tempo di Flesh Eaters è iniziato con una lunga sequenza al rallentatore. La musica di Chris Rea accompagnava la scena notturna. Road to Hell. La sagoma di C. A. con gli occhiali a specchio alzati sopra la testa è uscita dalla nebbia. Di fronte a lui un’auto con il motore acceso. Ford Mustang Mach 1, bianca, vetri e fari oscurati. Sull’enorme spoiler posteriore un adesivo con la scritta bianca, rossa e blu. MOONSPELL. Una scia di stelle dello stesso colore sulle fiancate. Lo scudo di Capitan America crivellato dai proiettili sul cofano. I primi piani sull’auto si incrociavano con quelli su C. A. impegnato a fumare uno dei suoi sigari alla menta. La punta del sigaro si è illuminata mentre aspirava una lunga boccata di fumo. La nebbia si è diradata mostrando la Luna piena. Poi il primo piano di una puledra bianca lanciata al galoppo si è alternato ai dettagli dell’auto. I muscoli pettorali continuavano a contrarsi per lo sforzo mentre si avvicinava uscendo dal buio. Le narici incanalavano ossigeno. Un’altra scritta sopra la griglia del radiatore. This Man is Not Your Amigo. C. A. si è avvicinato allo sportello aperto, ha lanciato il sigaro in una pozzanghera prima di salire. Sul sedile del passeggero lo aspettava un gatto grigio con il collarino rosso. Ha fissato a lungo C. A. con i suoi occhi verdi. Lo slide di Chris Rea aveva appena chiuso la lunga intro di Road to Hell, l’alba. La Mustang lanciata sulla Route 66 correva di fianco ad un gruppo di cavalli divorando l’asfalto.
“Diana…”.
Rebecca mi stava bussando sulla spalla per richiamare la mia attenzione. La tizia del botteghino ci stava fissando, aveva alzato il tendone del cinema con una mano, nell’altra stringeva una sigaretta accesa. Anche all’interno della sala non si era tolta gli occhiali scuri.
“Non credo che questo sia un vero cinema”
“E allora che cavolo ci facciamo qui?”
“Non rompere, lasciami vedere il film”.
Siamo sprofondate nei seggiolini fingendo di non esserci accorte di niente. Quando le immagini sono tornate all’interno della Mustang, un paio di gambe nude avevano preso il posto del gatto grigio. Stivaletti di pelle nera con il tacco incrociati sulla scritta Capitan America disegnata sul cruscotto. Il primo piano è risalito sul mio corpo lentamente. Vestito nero aderente, cortissimo. Rossetto e smalto nero. Un anello nero al medio della destra e uno all’anulare della sinistra. I capelli lunghissimi aperti sullo schienale bianco, rosso e blu. Due tirapugni sul petto sopra la scritta, I’m eighteen and I don’t Know what to say. Il numero diciotto rosso, al centro del petto circondato dalla scritta. Le palpebre dei miei occhi, coperte dal trucco scuro, si sono sollevate mostrando le pupille chiuse come spilli. Verde smeraldo. Lo stereo della Mustang stava pompando la musica di Chris Rea a tutto volume. Ho sbirciato con la coda dell’occhio l’espressione di Rebecca. Lei ha continuato a guardare fissa verso lo schermo e ha mimato: “Wow!” con le labbra. Il resto della trama, a parte le continue scene di sesso con C. A. non era niente di particolare. Una violenta epidemia stava trasformando gli abitanti di una città non meglio precisata in un’orda di zombi. Siamo passati attraverso una miriade di sparatorie e inseguimenti. In una di queste, ero rimasta intrappolata in un seminterrato. Gli zombi mi avevano beccata, cercavo di resistere nascosta nel guardaroba di un magazzino. Sentivo gli spari di C. A. mentre cercava di raggiungermi. Ero in contatto con lui con il telefono, per qualche motivo continuava a funzionare anche in quel caos. Mi sono rannicchiata sul fondo del ripostiglio, sarei dovuta schizzare fuori non appena fosse stato abbastanza vicino da coprirmi. Ormai gli zombi stavano per entrare. Sentivo le loro mani in decomposizione, graffiare la sottile porta di legno. L’unica via di salvezza era la griglia di un condotto dell’aria appena sopra la porta. Mi sono arrampicata sullo scaffale del guardaroba per infilarmi dentro, ma proprio quando ci sono riuscita il telefono mi è sfuggito di mano finendo sul pavimento. Lo schermo si è spento soffocato da una ragnatela di crepe. Nello stesso istante gli spari si sono interrotti. Ero spacciata, C. A. non era riuscito a farcela. Mi sono sporta a testa in giù cercando di afferrarlo, ancora non volevo rassegnarmi. In un ultimo sforzo ho disteso il braccio, quando sono riuscita a sfiorarlo con la punta delle dita, lo schermo si è illuminato di nuovo. Messaggio in arrivo: “Ho ricaricato”. Poi C. A. è uscito dall’oscurità passando sotto la luce dei neon all’esterno del guardaroba. Una smorfia di rabbia simile a un ghigno, un sigaro acceso tra le labbra. Imbracciava due Stoner M63 tenendole con una mano sola, una per mano. Quando ha aperto il fuoco sono saltata fuori, correndo verso di lui sotto una pioggia di poltiglia verde.
“Hai il culo molto più grosso, sullo schermo”
“E’ un effetto dello schiacciamento scema”
“Ma che accidenti dovrebbe significare questo cazzo di film? È decisamente il film paccottiglia, più paccottiglia che abbia mai visto”
“Ancora non lo so”.

Non avevo idea di come Vivien riuscisse ad accedere ad archivi di quel genere. Il coprifuoco non ci aveva permesso di rientrare in città prima del mattino seguente. Siamo passate con il Challenger davanti all’appartamento della ragazza trovata legata al letto. Ho rallentato superando l’edificio a passo d’uomo, poi ho proseguito verso uno degli appuntamenti che aveva preso durante il viaggio in macchina. C’era sempre una porta sul retro, pronta ad aprirsi per lei. Dietro la porta un amico, un tizio, una testa di cazzo che la aiutava ad intrufolarsi dentro. Uno di questi era un tizio alto e magro. Sui cinquanta, capelli grigi, occhiali. Indossava una camicia arancione larga e un paio di jeans chiari. È uscito dalla stanza di un vecchio edificio di cinque piani. Ci ha accolte sorridendo, non ha parlato, si è limitato a farci strada in mezzo ad agenti in divisa e guardie del corpo, facendoci passare attraverso le zone riservate degli uffici giudiziari. Il suo sorriso indecifrabile mi metteva a disagio. Non ha mai parlato. Quando ci siamo trovate di fronte allo scaffale in cui erano archiviati i documenti, ci ha semplicemente indicato il piano con l’indice. Vivien ha cercato tra i faldoni, poi ne ha preso in mano uno. Sulla copertina si poteva leggere soltanto la scritta: “1945”. All’interno era custodita la bobina di un super otto. Lei lo ha infilato nella borsa, lui ha finto di non essersi accorto di nulla. Continuava a chattare sul suo smartphone come se niente fosse. Mi sono avvicinata per fissarlo negli occhi, per un attimo ha alzato lo sguardo lasciando perdere il telefono.
“Non pensa che potremmo metterla in pericolo?”. Ha continuato a sorridere per un po’ prima di rispondere e ricominciare a chattare sul telefono con la sua smorfia indecifrabile stampata sul viso.
“Vede signorina, molto spesso la gente pensa che venire a conoscenza di fatti sconvolgenti inneschi automaticamente delle conseguenze inevitabili. In realtà non è questo il punto. Il punto è sempre quanto, per un qualunque motivo, desideriamo restare coinvolti, pur di cambiare la realtà dei fatti. Il mondo in cui viviamo intendo”.
Ho cercato la macchina fotografica nella tasca dell’impermeabile e l’ho puntata dritta sul suo viso. Vivien mi ha infilato un braccio intorno alla vita e mi ha trascinata via prima che potessi prendere lo scatto.
Il resto del fascicolo conteneva una serie di report medici. Esperimenti su esseri umani, il primo paragrafo si apriva con la scritta: “Studio sul comportamento”. Torture, mutilazioni, sperimentazione farmacologica. Al fondo del faldone c’era anche uno studio degli effetti dei campi elettromagnetici sul cervello umano. La calligrafia con cui era scritto era ormai quasi illeggibile, le foto in compenso erano ancora abbastanza nitide. Prima di scagliarlo sul sedile posteriore ho cercato di sfogliarlo velocemente. Alcuni dei nomi si ripetevano in molte delle cartelle cliniche. Luoghi e date erano annotate all’inizio di ogni rapporto. Sentivo la realtà intorno a me girare vorticosamente, sempre più veloce. Ho preso un lungo respiro e ho messo in moto. La città era avvolta dalla luce blu del mattino. Sulla sopraelevata ho portato il Challenger a centotrenta chilometri orari. Il grattacielo della Mediaelektron ci sorvegliava come una sfinge addormentata. Vivien ha insistito perché mi fermassi in un’area di sosta, prima di scendere nel reticolo urbano costellato di posti di blocco. Sono rimasta a guardarla vomitare appoggiata allo sportello aperto.
“Non crollare proprio adesso”.
Lei si è passata un braccio sulla bocca.
“Devi promettermi una cosa, se succederà premerai il grilletto senza pensarci due volte, non dovrai pensarci neanche per un attimo. Promettilo”
“Sali. Torniamo a casa”
“Non voglio tornare. Prometti”.
Ho alzato lo sguardo verso il grattacielo. La scritta al neon Mediaelektron continuava a roteare sulla cima dell’edificio. Ai suoi piedi uno schermo gigante proiettava l’immagine di una donna sorridente impegnata a illustrare tutti i traguardi raggiunti dalla società negli ultimi vent’anni. Più di un miliardo di utenti. Ho cercato la nove millimetri nella tasca, poi ho guardato Vivien.
“Fidati di me”.

Continua...
scritto il
2024-03-27
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