Il sogno interrotto (No Time to Die)

di
genere
pulp




Per un ermo ed oscuro cammino
Che solo è battuto da angeli malvagi
Dove un Eidolon regna, che ha nome Notte,
assiso altero su un nero trono,
son ritornato, non è molto, a questi tetri luoghi,
Da un’ultima e tetra Thule,
da una strana e selvaggia contrada
che, altissima, si estende
fuori di Spazio, fuori dal Tempo.
Edgar Allan Poe – Terra di Sogno

“Perché non ti sei più fatto vivo?”
“Shhh! Non si parla al cinema durante il film”
“Ma adesso puoi dirmelo, perché la fai tanto lunga?”

Quando mi sono svegliata era ancora mattina presto. Stava dormendo con la testa infilata sotto il cuscino. Ho
sfiorato il tatuaggio sulla schiena con la punta dell’indice, poi mi sono avvicinata alla sua spalla e gli ho dato un
morso. Lui ha strillato: “AHHH!”.
“E’ tutto a posto dormi, sei proprio vero”
“Ti sei fatta i capelli rossi”.

Mi è sempre piaciuto restare a casa di qualcun altro mentre è fuori. Ho tirato fuori la testa da sotto il cuscino
verso le 11:00 e sono rimasto a guardare il soffitto, con un gomito piegato sopra la fronte. Sulla spalla mi aveva
incolato un post-it: “Fai come se fossi a casa tua”.
L’appartamento di Clara era condensato in due stanze, più il bagno. Non c’erano mobili. Soltanto una piccola cassettiera con le rotelle di fianco al letto, un bicchiere d’acqua appoggiato sopra e una brocca, il frigorifero vicino al lavandino, due sgabelli da bar, e il ripiano della cucina.
Bagno microscopico, doccia, lavandino. Con la porta aperta riuscivo a vederlo quasi tutto. Un palo da
lap-dance montato al centro della stanza da letto e una montagna di vestiti sporchi ammucchiati a terra.
Lavanderia a gettoni, niente lavatrice. Quelli puliti erano appesi ad un filo da bucato teso in un angolo della
stanza. Una pila di bottiglie di birra vuote sorvegliava l’ingresso. Sull’altro lato del letto un portatile con le cuffie
inserite e un paio di casse da 150 watt appoggiate a terra.

“Certo che casa tua è proprio uno schifo bella mia”.

- Ciao, senti devo sapere come andare avanti con quella lettera. Alice -
- A che lettera sei arrivata? C. A. -
- Non fare lo spiritoso, la lettera per il tuo finanziamento. Alice -
- Con quello? Ma ti rendi conto
di quanto le ha sparate grosse alla riunione? C. A. -
- Ma se loro gestiscono cantieri come quelli tutti i giorni avranno la loro competenza. Alice –
- Quelli? E secondo te uno che gestisce un cantiere da 25 milioni, viene a una riunione con un tizio che ha appena conosciuto per 19000 euro e lo dice a lui, dicendogli anche dov’è il cantiere? C. A. -
- Ma che ne sai, magari voleva fare una bella impressione. Alice -
- 25 milioni. E quanti sono? C. A. -
- Ma no, non ti scaldare. Alice -
- Questa la riprendiamo. Hanno appena suonato. C. A. –
- Lo so. Una consegna. Alice –

Ho aperto la porta di ingresso e sono tornato sul letto. Elle. Sonya era al suo fianco, le stringeva una mano. Occhiali scuri e un giubbotto di pelle bianco senza niente sotto, i seni sudati erano nascosti dal giubbotto aperto. Jeans dello stesso colore, infilati in un paio di stivali al ginocchio. Elle aveva addosso uno dei suoi vestiti trasparenti, nero. Occhiali da saldatore e una guancia gonfia per un lecca-lecca. L’asticella azzurra sbucava attraverso le labbra scarlatte.

“Ciao, come stai?”
“La consegna?”
“Ci serve vivo”
“Vivo? Ok”.

Si sono avvicinate al letto. Elle ha sollevato il cuscino sotto cui avevo nascosto la faccia, forse sperava di enfatizzare il suo punto di vista guardandomi negli occhi. Si è specchiata negli occhiali di Jenny.

“Davvero? Lucy ha detto che non avresti mai accettato. Non era d’accordo ad affidarti la consegna. Pensava che una volta venuto a conoscenza del suo nascondiglio, lo avresti cercato per farlo a pezzi”
“Vivo. Per un minuto. Un minuto soltanto”.

Gli occhi della Medusa hanno attraversato il tempo per raggiungerlo. Si sono aperti nel suo rifugio. Stava mangiando seduto a tavola in canottiera e bretelle, con un quotidiano aperto ad un lato del tavolo. Ho sentito le labbra distendersi in un sorriso.
“L’ho sempre detto. Sono molto fortunato. Cosa devo consegnare?”
“Questo”.
Sonya ha tirato fuori da una tasca del giubbotto di pelle uno stick di metallo nero, un rossetto. Sopra si leggeva una scritta rossa: “Passion”, in corsivo.
Siamo rimasti chiusi nell’appartamento di Clara a scopare fino a pomeriggio inoltrato. Quando ha fatto buio, mi sono svegliato nel letto da solo. Clara non era ancora rientrata, per ingannare il tempo ho aperto la dashboard. La chat era ferma da giorni, i messaggi in entrata sembravano congelati da un ultimo post, l’account di Lucy.

- Sei pronto? SweetRevenge –

Ho risposto:

- Always on the road. L'ultimo cavaliere errante. C. A. –

Ho premuto play sulla playlist, Los Pamperos hanno cominciato a cantare Maldito Cabaret. Poi ho ripreso a dormire.

La Route 66 sembrava interminabile percorsa a piedi. Il giubbotto di pelle su una spalla appeso all’indice, un sigaro alla menta nell’altra mano. In cima ad un dosso ho guardato il deserto alle mie spalle, sole rovente in mezzo al cielo senza nuvole e il riverbero della sabbia. A valle ho notato una casa abbandonata, sembrava uscita da un film, uno di quei B Movie sui serial killers. Facciata di legno grigio e ammuffito, con la veranda trasandata e la cisterna dell’acqua. Poco distante un mulino a vento cigolava nel silenzio del deserto. Un serpente a sonagli ha attraversato la statale come una saetta, indicandomi un sentiero nascosto tra i cespugli secchi. A pochi metri dalla casa ho trovato la cassetta della posta, sopra qualcuno aveva scritto Texicana con una vernice rossa. Mi sono massaggiato il mento per essere sicuro che non mi fosse improvvisamente cresciuta la barba. Ho spinto la porta della baracca con la punta del piede. Vuota. Soltanto un’altra porta sul fondo. Quando l’ho spalancata mi sono trovato di fronte alla T-Bird di Marina. Era parcheggiata al centro del cortile. Lei era appoggiata sul cofano, stava strofinando il parabrezza con una grossa spugna gialla. Pantaloncini di spandex e una camicetta di lino bianca annodata sotto il seno. Si è allungata sulla T-Bird per insaponare la macchina, la camicetta si è inzuppata fino a diventare trasparente. Ha continuato a passare la spugna sulla carrozzeria senza fare caso a me, il seno ondeggiava sui vetri, i capelli sudati ciondolavano in avanti sfuggendo all’elastico blu e rosso in cui li aveva raccolti. Mi sono avvicinato a lei, ho sputato il sigaro e le ho sorriso. Mi ha fissato con la bocca socchiusa inarcando un sopracciglio. Poi ha detto:
“Ashame”.
Si è sfilata la camicetta ormai fradicia e l’ha gettata a terra, dopo ha tolto anche i pantaloncini di spandex. Dall’abitacolo ha tirato fuori quelli alla Wonder Woman e le zoccolette rosse. Stava per salire dal lato del passeggero. L’ho fermata appena in tempo afferrandola per una spalla.
“Aspetta”.
Mi ha fissato perplessa con i suoi occhioni verdi, aspettava impaziente che ricominciassi a parlare. Mi sono sfilato uno dei guanti Guardian e l’ho usato per rimuovere una minuscola macchiolina di sapone dalla cromatura dell’intercooler al centro del cofano.

“Ecco, adesso possiamo andare”
“Unpress”.
Ho infilato il giubbotto con la bandiera americana sulla schiena. Appena ha chiuso lo sportello ho mollato la frizione e pestato a tavoletta.

“Mr Cazzone?”
“Sparito”
“Che fanno questa sera?”
“Rassegna di film di Natale ad Agosto”
“Il primo film?”
“Conan il Barbaro”
“Fico. Ma perché sarebbe un film di Natale? Come Dune. Non ho mai capito perché li hanno sempre rivenduti come film di Natale. I film di Natale non dovrebbero essere almeno in parte ambientati a Natale?”.
“Dune, infatti, è di Capodanno”.
Non mi ero accorta di come fosse seria. Aveva di nuovo cambiato colore dei capelli in pochi giorni. Gli occhiali neri le mettevano in risalto i capelli biondi e la carnagione chiara. Il fumo della sigaretta che stringeva tra le dita saliva lentamente verso l’alto attraversando la luce del proiettore alle nostre spalle, in una miriade di piccoli vortici nell’aria. Si era fatta anche le unghie. Nero lucido. Le ho sollevato il vestito accarezzandole i collant. Niente slip. Lei però non ha reagito.
“Jenny, senti”
“Sei in vena di discorsi seri?”
“Esatto”
“Spara”
“Come lo hai conosciuto?”
“Perché di colpo sei diventata così curiosa?”.
Ha preso una lunga boccata dalla sigaretta, lasciando una macchia di rossetto sul filtro, ma non ha aggiunto altro.
“Ok. A sedici anni sono scappata di casa. I miei sono, pieni di soldi. Vite programmate nei minimi dettagli, copioni da seguire e cose di questo genere. Lui cercava un collaboratore per le sue attività immobiliari, le solite puttanate che fa ancora adesso. Gli ho fatto credere di essere in grado di poter lavorare con lui. Invece gli ho rubato i soldi e sono scappata sperando di riuscire ad arrivare abbastanza lontano e abbastanza in fretta da potermene procurare degli altri prima che finissero o che mi riacciuffassero”.
“E poi?”
“I sicari di Lucy mi hanno trovata in un bordello clandestino. Un figlio di puttana che aveva promesso di aiutarmi mi aveva appena ripulita. Come se non bastasse diceva che per ripagarlo dell’aiuto, avrei dovuto lavorare per lui. In realtà aveva programmato tutto dall’inizio. Mi scopava regolarmente e in più mi faceva battere. Sai è strano, Lucy lo ha tenuto d’occhio a lungo prima di uscire allo scoperto. Come se volesse studiarlo. Gli hanno fatto sapere dove mi ero nascosta e lui è venuto a cercarmi. Però quando mi ha trovata non mi ha fatto niente. Al contrario, mi ha portata a casa sua”.
“Si era fatto la cresta?”
“Ah! Ah! Che zoccola. No, però rende l’idea. Viveva rintanato in quella baracca fatiscente in montagna. Sembrava un animale ferito. Sempre solo, usciva al mattino e rientrava per dormire. Non mi ha mai chiesto il mio vero nome, diceva di non volerlo sapere. Usava sempre quel nomignolo del cazzo. Me lo ha dato lui, Pasticcina”.
“E perché?”
“Le solite stronzate filosofiche, chi siamo veramente e cose di questo tipo, ma non farmi entrare nei dettagli altrimenti vomito”
“Ma perché Pasticcina?”
“La prima volta che abbiamo scopato, ha detto che il sesso con me era buono come un pasticcino”
“Che è successo al tizio del bordello?”
“Tu che ne dici?”
“Pensi che faranno la stessa cosa per quella L. M.?”
“Se fossi al posto di quel tizio, spererei di tirare le cuoia prima che mi trovino”
“Lo faranno fuori, secondo te?”
“C’è di peggio della morte”.

Una pioggia di scintille si è staccata dalla brace del sigaro come la scia di una stella cadente non appena ho messo il gomito sul finestrino abbassato. Marina aveva appoggiato i piedi al cruscotto per mettersi lo smalto. Ad ogni buca il flacone di smalto ondeggiava pericolosamente sul portaoggetti.

“Lo so cosa stai pensando. Chi avrebbe mai notato quella minuscola macchiolina sulla cromatura dell’intercooler? È questo che ti tormenta senza darti tregua, giusto? In fondo non devo certo diventare il Presidente degli Stati Uniti d’America”.
Si è piegata in avanti per soffiare sulla punta dei piedi. Ha guardato verso di me per un secondo, poi ha ricominciato a dipingersi le unghie con cura.
“E’ questo il fatto. Non è tanto quello che risulta evidente, è quello che sappiamo a fare la differenza. Non sarei riuscito a concentrarmi nella guida, sapendo di quella fastidiosa imperfezione su un così fantastico capolavoro di meccanica. Non avrei fatto altro che pensare a quell’opera d’arte in acciaio cromato, compromessa da una insignificante distrazione”
“Cheat”
“Del resto, non è questo che si dice sempre, se una cosa non la sa nessuno in realtà non esiste. È qui il paradosso, l’avevi notata e speravi che non me ne fossi accorto? Che cosa mi ha impedito di fingere a mia volta di non averla notata…”
“mmm. St…at…stats…”
“Come? Cosa stai cercando di dirmi? Statte? Volevi dire statte?”
“Cheat”
“Ok...Mettiamo un po’ di musica?”.

Si è mossa di scatto afferrando il flacone di smalto dal portaoggetti per portarselo alle labbra. Le ho preso il braccio un secondo prima che mandasse giù il suo contenuto.

“Ok! Ok! Ho afferrato il messaggio…tanto non sarebbe bastato per avvelenarti seriamente”.

L’amica di C. A. con i capelli rossi si è seduta di fianco a Clara. Aveva addosso degli strani vestiti. Un paio di pantaloni di velluto nero e un maglione a righe verdi e rosse. Un cappello da uomo le nascondeva il viso.
“Per me è stato diverso. Ho sempre saputo che prima o poi avrei incontrato un tipo come lui. Nel campo di addestramento in Normandia non ci separavamo mai. Quando è tornato nel suo tempo, ho aspettato pazientemente di poterlo riabbracciare. Ormai non avevo più bisogno di credere. In fondo il prezzo di Lucy non è poi così alto se penso a quello che abbiamo passato”
Clara ha spento la sigaretta tra due dita e ha ricominciato con le domande.
“Sei l’unica che sia riuscita a lasciare il suo tempo per raggiungerlo. Perché ti sei spinta così avanti? Lo sai cosa significa per te?”
“Non volevo smettere di sognare”.

Che idea del cazzo che avevo avuto ad affittare un appartamento in Italia per le vacanze. Tutta colpa del mio agente. Stavo cercando di sistemare una vecchia raccolta. Avrei aggiunto qualche storia extra per renderlo appetibile anche per chi conosceva già la maggior parte dei racconti e tanti saluti. Il telefono si era messo a vibrare sulla scrivania.
- Un residence sul lago. L’albergo si chiama come te, Hotel Marina, è un segno del destino. Non puoi lasciartelo scappare! Irene –

Ero rimasta a fissare il poster di Hulk Hogan appeso sulla parete sopra il computer, sperando nell’illuminazione, ma non era successo niente. Hulk Hogan aveva continuato a strapparsi la maglietta gialla digrignando i denti come se niente fosse. Nessuno mi chiamava mai con il mio vero nome, ormai mi ero abituata a vederlo saltare fuori solo sui documenti, persino leggerlo sul passaporto mi metteva a disagio, come se si trattasse di un’altra persona. Non scrivevo uno straccio di riga nuova da mesi. Alla fine, ero salita sul primo aereo convinta che spezzare la monotonia mi avrebbe aiutato a superare la crisi. Da qualche tempo erano anche ricominciati quegli strani sogni sul deserto. Dovevo staccare prima di crollare del tutto. Il vero problema era che in quel cazzo di posto non succedeva mai niente. Ho alzato il volume dello stereo e mi sono messa a guardare dalla finestra con il binocolo. Due vecchiette sdraiate sul lettino in riva al lago, il motoscafo per lo sci d’acqua e un tizio seduto al parco con gli auricolari e il portatile. Brontolava da solo lavorando al computer. Giubbotto di pelle anche con quel caldo infernale.
- I’m looking for a miracle man, that tells me no lies -
Sottovoce, ho risposto a Ozzy Osbourne: “Magari”.
Un gatto è uscito dalla siepe, muovendosi al rallentatore sugli scogli in cerca di prede.

“Interessante”.
In quel momento si è voltato a guardarmi ed è sparito saltando di nuovo in mezzo ai cespugli.

Alla fine del primo tempo è entrato in sala Jimmy L’Amour, soliti occhiali da sole con la montatura d’oro, camicia a fiori e jeans a zampa. Si è seduto proprio dietro Clara. Lei si è voltata appoggiando il gomito sullo schienale del seggiolino.
“E tu che sai dirmi di lui?”
“Magia, possiede un sacco di magia”
“Quello lo abbiamo visto il mese scorso, stronzo”
“Ma che ne so, io so solo che ci sono molto affezionato. È sempre pieno di fica. Senti, ma che si deve fare qui per chiavare?”.

SECONDO TEMPO

“Clara, Clara…”
“Shhh! Jenny stai zitta, sta ricominciando”
“…ma, senti, secondo te, Lezioni di piano è un film di Natale? Certo che deve essere proprio fico girare un film così, con Harvey Keitel”
“E sta un po’ zitta, tanto tu al massimo potresti girare Lezioni di flauto”.

Sono scesa al parco per cercare il gatto, prima di uscire ero passata dalla cucina a farmi dare dei bocconcini di carne per attirarlo allo scoperto. Non ero stata molto fortunata, niente carne, avevano solo degli avanzi di pizza. Nel peggiore dei casi avrei provato a rimorchiare il tizio con il giubbotto di pelle. Arrivata alle panchine non sono riuscita a trovare né l’uno né l’altro. Ho appoggiato il cartone unto di pizza sulla panca e ho tirato fuori la fotocamera digitale. Non era gran che, ma per gli appunti andava bene. La usavo per scattare foto che poi avrei riutilizzato come spunto per scrivere. Ho messo a fuoco il motoscafo per lo sci d’acqua, poi sono passata alla spiaggia. Le vecchiette sul lettino si stavano spalmando l’olio abbronzante, più avanti due donne con il cane, un tizio a pesca, ragazzi con gommone, donna in bici, ragazzina con cane disubbidiente. Cercava di convincerlo a seguirla strattonando il guinzaglio, fingendo di mettersi a correre. Lui la assecondava per qualche metro, ma appena riprendeva a camminare si fermava di nuovo piantandosi in mezzo al marciapiede. Con la coda dell’occhio mi sono accorta di un movimento quasi impercettibile alla mia sinistra, dove avevo appoggiato la pizza. Il coperchio del cartone si stava sollevando. Guanto da motociclista con la scritta Guardian, seguito da una manica di pelle.

Non spiccicava una parola di inglese, in compenso sapeva scopare bene. All’inizio pensavo mi avesse riconosciuta e stesse fingendo di non conoscermi. Invece più tardi ho capito che non stava fingendo. Gli avevo parlato dei miei romanzi, cercando di portarlo sulla strada giusta. Era rimasto totalmente indifferente. Da quanto avevo capito, secondo lui, l’unico autore ancora degno di essere letto era Edgar Allan Poe. Il caldo cominciava a darmi alla testa. Mi sono affacciata dalla finestra dell’Hotel Marina per guardare fuori. Il motoscafo dello sci d’acqua ha attraversato lentamente il lago guidato da un’orca, il tizio agganciato dietro riusciva a non affondare nonostante la velocità ridotta.

A metà pomeriggio abbiamo fatto una pausa. Lui è uscito, lasciandomi sola nella camera per comprare un cocomero. Mentre era fuori mi sono addormentata sul letto sfatto e ho di nuovo sognato il deserto. Una lunga pista battuta conduceva attraverso le dune ad una gigantesca piramide. Sovrastava la distesa di sabbia di fronte a me. Notte fonda, il cielo era tempestato di stelle. La foschia bianca delle Via Lattea, il volto di una donna dagli occhi azzurri proprio in corrispondenza del vertice della piramide. Quando mi sono resa conto di conoscere il suo nome, il suo volto si è dissolto lasciando il posto ad una stella incredibilmente luminosa. Poi sono passata bruscamente ad un sentiero di campagna. Pieno pomeriggio, camminavo al centro del sentiero invaso dalle erbacce. Ai bordi del sentiero si innalzava una recinzione metallica altissima. Non ero sola, un cane con il pelo rosso mi seguiva a pochi passi. All’altezza del confine di una casa abbandonata, ho notato un altro cane, oltre la recinzione. Si era accucciato proprio di fronte alla rete metallica, una di quelle razze molto aggressive, anche se devo ammettere di non essere riuscita a distinguere con precisione quale fosse, un doberman forse. La recinzione mi ha fatto sentire al sicuro. A quel punto mi sono accorta di quello alle nostre spalle, ancora più minaccioso. Come se non bastasse era dalla nostra stessa parte della rete metallica, al centro del sentiero. Mi sono voltata a guardarlo, lui si è fermato a sua volta a fissarmi, con la bocca socchiusa e la lingua penzoloni. Ho pensato che se mi fossi messa a correre in quel momento, avrebbe di sicuro attaccato. Quello al mio fianco invece aveva scovato un passaggio aperto nella recinzione, un buco appena sufficiente perché potessi passarci in mezzo, ai piedi della rete. Mi sono lanciata nel passaggio senza pensarci due volte. Appena sono stata oltre la rete ho riaperto gli occhi, ma ho fatto comunque in tempo a percepire lo spostamento d’aria del cane dietro di noi mentre si lanciava nella corsa. Ero in una pozza di sudore. Il tizio del giubbotto di pelle era seduto con le gambe incrociate al centro della stanza, stava mangiando il cocomero tagliato a metà, staccando grossi pezzi di polpa con un cucchiaio. Ha aspettato che fossi completamente sveglia, poi ha indicato la finestra con il cucchiaio. Ho cercato di spiegargli che capivo abbastanza chiaramente la sua lingua. Non mi ha dato retta, continuava ad indicare la finestra, così mi sono alzata per andare a guardare cosa ci fosse di tanto interessante da vedere. Un incendio. I vigili del fuoco stavano spegnendo un autobus in fiamme nel parcheggio di fronte all’albergo. Insieme alle ambulanze e ai camion dei pompieri c’erano anche numerose auto della polizia. Dopo aver ingurgitato un enorme pezzo di cocomero ha detto:

“Murder she wrote”.

Sono tornata dentro a prendere il binocolo. Le fiamme ormai si stavano abbassando. Tra le ambulanze circondate da agenti di polizia c’era una sola barella. Sopra vedevo chiaramente la sagoma di un corpo nascosto da un telo bianco. Lui si è alzato da terra per raggiungermi alla finestra, mi ha passato le braccia intorno ai fianchi.

“Un uomo. Lo so cosa stai pensando: come fai a saperlo? Sono venuto qui proprio per lui. Non farti strane idee però, io non ho nulla a che fare con l’incendio. Anzi, sono arrivato troppo tardi”.

Ho abbassato il binocolo per guardarlo negli occhi.

“E già. Lo sai che assomigli come una goccia d’acqua ad un’attrice porno? Tu però sei molto più carina. Devono essere le tue sopracciglia, mi mandano al manicomio”.

Dopo siamo tornati a letto. Abbiamo scopato con la bocca e ci siamo addormentati insieme. Sono rimasta nel dormiveglia per tutta la notte. Verso l’alba ho ripensato alla strana giornata passata con quel tizio appena conosciuto, al sogno del cane e quell’incendio nel parcheggio dell’albergo. La camera era avvolta da una luce blu molto intensa. Avrei voluto svegliarlo per chiedergli cosa pensasse di quella storia e cosa volesse dire sul tizio morto nell’incendio. In quel momento ha aperto gli occhi per un secondo, come se avesse letto nei miei pensieri.

“Sto cercando una ragazza. Solo tu puoi aiutarmi”.

Poi è piombato di nuovo in un sonno profondo. In fondo ne era valsa la pena, lasciare Los Angeles e tutti quegli stupidi talk show, per venire a nascondermi in quel posto assurdo.

La T-Bird stava rincorrendo il Sole ormai basso sulle dune del deserto, sfrecciando a più di 200 Km/h sulla Route 66. Marina sembrava preoccupata. Avevo la sensazione che mi stesse nascondendo qualcosa sulla consegna. Quando se ne è accorta, mi ha messo una mano in mezzo alle gambe e ha appoggiato la testa sul collo. Forse iniziava a conservare qualche ricordo della Route 66 anche da sveglia. Eravamo quasi arrivati in cima ad una collina, di lì a pochi metri la strada sarebbe scesa in picchiata verso una specie di conca tra le dune. Sulla sommità del dosso abbiamo iniziato a scorgere un tornado altissimo, proprio al centro della statale.

“No…non…more…non mo…rire”.

L’amica tedesca di C. A. ha preso posto nella prima fila, di fianco alla ragazza con i capelli rossi. Tra le braccia stringeva un cuscino a forma di cuore.
“Clara, hai visto? C’è quella tizia”
“Si ho visto”
“Qual è il prossimo film?”
“Predator”
“Cazzo!”
“Peccato parli solo tedesco”
“Predator non è un film di Natale, comunque, di questo sono più che sicura”
“Shhh! Comincia”.
Le immagini però erano di un altro film. Un conto alla rovescia seguito dai titoli di testa distorti dal flickering.

DEATH REEL

A SWEET REVENGE PRODUCTION

Una lunga panoramica del deserto. Un pezzo dei Dokken stava accompagnando le ultime scritte ai lati dello schermo, mentre la cinepresa scendeva verso una strada statale arroventata dal Sole, Dream Warriors. Il primo piano di un cartello stradale, Route 66. L’inquadratura è passata su una T-Bird con la carrozzeria ricoperta dal disegno della bandiera americana. Si stava dirigendo a fortissima velocità verso un tornado altissimo. Poi è passata all’interno dell’abitacolo. Una mano avvolta in un guanto da motociclista con la scritta Guardian sull’indice appoggiata sulla leva del cambio e le gambe nude di una ragazza. Il tizio alla guida ha pestato l’acceleratore a tavoletta. Il primissimo piano di un paio di occhiali a specchio con la montatura di metallo, un ciuffo di capelli grigi di fianco alle lenti e il primissimo piano sugli occhi verdi della ragazza. Le loro mani si sono unite sul cambio. Sul sedile posteriore una maschera da hockey schizzata di sangue, con una A nera maiuscola stampata al centro della fronte, e un cerchietto d’oro con una stellina rossa e la scritta Super Marina.
“Non trovi inquietante il fatto che quel cazzone sia così fissato con il lago e le maschere da hockey?”
“Non mi distrarre, questo non l’ho mai visto”.

Non abbiamo fatto programmi, semplicemente si è fermato nella mia stanza di albergo anche nei giorni successivi. Quando sono uscita dalla doccia stava gonfiando un salvagente a forma di orca marina, seduto sul pavimento. Prima che potessi avvicinarmi per chiedergli che accidenti stesse facendo, la ragazza della reception è entrata nella stanza. Sembravano piuttosto in confidenza, aveva con sé delle riviste porno, alcuni video su VHS e un videoregistratore. Lui non le ha prestato troppa attenzione, ha continuato a soffiare nel salvagente come se niente fosse. Almeno lei parlava inglese, finalmente sarei riuscita a farmi capire.
“Ho portato le riviste che cercavi e il video”.
Mi ha passato le riviste, e ha cominciato a montare il videoregistratore sul televisore della camera. Niente di speciale, roba vintage, la maggior parte anni ’70 e ’80. Mentre le sfogliavo però ho notato un particolare abbastanza strano, in quasi tutte era presente la stessa ragazza. In una succhiava cazzi con una parrucca bionda, in altre veniva scopata da dietro insieme ad un’altra donna. Un paio erano sado-maso, catene appese al soffitto e fruste. La scuola di Cindy. Sul retro c’era la locandina di un film. Per qualche motivo non riuscivo a staccare gli occhi da quell’immagine, come se avesse risvegliato il ricordo di qualcosa che ancora non riuscivo a mettere a fuoco. Un tizio con il giubbotto di pelle aperto sul petto nudo e una maschera da hockey sporca di sangue. Stringeva in mano un machete da cui colava una lunga scia di sangue. Con l’altro braccio cingeva la vita di una ragazza appoggiata alla sua spalla. La ragazza indossava solo un paio di pantaloncini di spandex alla Wonder Woman e delle zoccolette di legno con la fibbia rossa. Teneva le mani sul petto dell’uomo, sfiorando con la punta delle dita una croce rovesciata che lui portava al collo. Alle loro spalle il tramonto sul deserto e un gigantesco tornado nero in un angolo del poster. No Time to Die. Il titolo lo avevo già sentito.
Nel video c’era la stessa ragazza, lesbo e doppia penetrazione. La scena si svolgeva in una baita di montagna, alla fine le ragazze venivano fatte sdraiare a terra, in modo che i due uomini potessero venirgli sopra.
“E’ quella la ragazza che stai cercando?”.
Ho indicato la tizia nel film porno. Loro si sono guardati a vicenda, poi lui si è avvicinato e mi ha preso la rivista dalle mani. Ha messo l’indice su una scritta della copertina, Oh! My God! It’s my daughter! Vicino alla data e alla casa editrice, c’era un indirizzo seguito dalle iniziali JL, un indirizzo in Francia.
“Cerchiamo il tizio che ha girato il film”.

Ho di nuovo sognato. Percorrevo una strada di campagna in auto. Notte fonda, la macchina viaggiava a fortissima velocità. La strada era molto stretta, appena sufficiente perché potessimo attraversarla, sulla mia destra una scarpata, gli alberi nel bosco sotto di noi erano caduti al suolo, le radici rovesciate avevano aperto grosse voragini nel terreno. Sulla sinistra un muro di pietra altissimo, l’auto rischiava continuamente di andarci a sbattere contro. Al fondo della strada i fari della macchina hanno illuminato una ragazza con un vestito rosso, stava camminando al centro della carreggiata. Pensavo che avremmo rallentato per non travolgerla, invece l’auto non accennava a fermarsi. Quando la luce dei fari l’ha investita in pieno si è voltata verso di noi. Aveva il mio stesso viso. A quel punto mi sono svegliata. Mi sono affacciata alla finestra, la brezza notturna stava increspando la superficie del lago, scuotendo i rami degli alberi intorno alla riva. Le foglie si muovevano come parte di un unico fluido illuminato dalla luna.
A mattina inoltrata sono scesa nella reception a cercare il tizio con il giubbotto di pelle. La stanza era vuota, aveva lasciato il salvagente a forma di orca sul pavimento. Vivien, la donna dei video, non era di turno. Sono uscita sulla spiaggia e ho proseguito verso il bosco. Ho percorso almeno metà della circonferenza del lago, camminando lungo un sentiero che costeggiava la riva. In alcuni punti la vegetazione era talmente fitta da non lasciare filtrare la luce del sole. Passavano solo alcune lame di luce. In più punti l’acqua del lago invadeva il sottobosco creando piccole paludi circondate da una leggera foschia. Avventurarmi nel bosco con gli infradito non era stata una grande idea. Stavo cercando di restare sulla parte più rocciosa di sentiero in modo da non infangarmi, quando mi è sembrato di vedere una ragazza nuda al centro di una delle paludi. Era immersa nella melma fino alle ginocchia. Capelli lunghi e neri, le braccia inerti lungo i fianchi. Gli occhi non avevano pupille, la pelle bianca era coperta da un sottile strato di melma verde. Tra i capelli sporchi di fango erano rimasti impigliati rami e alghe. Quando si è accorta di me, ha sollevato un braccio indicandomi con l’indice. Mi sono stropicciata gli occhi e ho ripreso a camminare pensando ad un’allucinazione, ma subito dopo altre ragazze sono uscite da dietro gli alberi. Erano tutte nelle stesse condizioni, alcune restavano nascoste, aspettando il mio passaggio, altre venivano verso di me uscendo a fatica dalla melma. Ho cominciato a camminare sempre più velocemente, cercando di non mettermi a correre, ma loro aumentavano sempre di più. Dovevo essere finita in prossimità della statale perché sentivo chiaramente il rumore delle auto in transito pochi metri sopra di me. Mi sono voltata ancora a guardare, ormai erano vicinissime. Sono riuscita a raggiungere un sottopasso fatiscente coperto di rovi. La speranza di riuscire a mettermi in salvo si è riaccesa improvvisamente, la maglietta ormai era completamente inzuppata di sudore. Ho ignorato il cartello pericolo e mi sono lanciata sulla scala che mi avrebbe portato fuori dal bosco. Una volta raggiunto il guardrail della statale, ho guardato indietro, sicura che le avrei viste accalcarsi sulla piccola rampa di cemento per raggiungermi. Invece non c’era nessuno alle mie spalle. Mi sono seduta sul guardrail per riprendere fiato cercando di convincermi a non urlare. Poi un fuoristrada giallo e nero ha rallentato davanti a me, accostando nella corsia di emergenza. Il finestrino dal lato del passeggero si è abbassato, il tizio con il giubbotto di pelle. Mi ha fatto segno di salire senza spegnere il motore. Lo avevo soprannominato Cobra, la barba mal rasata e gli occhiali da sole lo facevano assomigliare vagamente a Sylvester Stallone nei bei tempi. Non c’era stato verso di fargli dire il suo vero nome. Ogni volta che provavo a chiederglielo fingeva di non riuscire a capirmi.

“Hey, ciao…allora…”
“Hai voglia di accompagnarmi in un posto? È qui vicino, devo incontrare una donna”
“mmm…ok…”.
Mi sono voltata per un secondo verso il bosco.
“Bhe? Che ti prende?”
“facchiamo…mmm…facciamo…in fretta”.
Mi ha guardata sorridendo del mio lapsus, ma non gli ho dato corda. Ancora non volevo dirgli che in realtà avrei preferito di gran lunga la compagnia di una donna. In fondo mi faceva sentire al sicuro. Non mi capitava mai con gli uomini.
Dopo circa venti minuti ha imboccato una strada secondaria piena di buche. Il suo fuoristrada faceva un gran casino, saltellando sull’asfalto dissestato.
“Ho le sospensioni un po’ rigide”.

L’impatto con il tornado è stato violentissimo. Ho cercato di tenere la T-Bird sull’asfalto, ma la forza dell’aria
era troppo superiore a quella del motore anche se lanciato a pieni giri. La T-Bird si è avvitata in un lungo testa
coda. Marina si è piegata di colpo in avanti, appoggiandosi con le mani al cruscotto. Il suo seno nudo
ondeggiava seguendo gli scossoni della macchina. Ho alzato la leva Nitro, sperando che la spinta
supplementare portasse l’auto fuori dalla tormenta. Siamo stati investiti da una pioggia di detriti, la visibilità
era ridotta a zero. Una casa di legno, sradicata dal tornado, era in rotta di collisione con la T-Bird. Si è sbriciolata sollevandosi in cielo pochi metri prima di investirci in pieno. Dalle gomme si è alzata una nuvola di fumo nero, la macchina in effetti era tornata sulla traiettoria della statale, ma non avanzava di un metro. Fortunatamente, in quel punto, la Route 66 compiva una lunga curva per aggirare una grossa duna, proprio nel senso di rotazione del tornado. La forza della tormenta ci ha sputato fuori facendoci finire nell’occhio del ciclone nello stesso momento in cui si è esaurita la spinta del Nitro. Ho azionato i tergicristalli per ripulire il parabrezza. Eravamo ancora tutti interi.


“Ma guarda che cavolate. Questi film sono pieni di esagerazioni. Non è possibile che una macchina come quella resti attaccata all’asfalto nel bel mezzo di un tornado”.
“Jenny, non capisci. È una metafora del loro desiderio di vendetta. È un po’ come dire, niente ci può fermare, no?”.

La colonna sonora era cambiata subito dopo la scena del tornado. Judas Priest, Lether Rebel. La T-Bird era tornata in carreggiata, schizzando fuori dal tornado con i fari accesi e la carrozzeria completamente coperta di sabbia. Un primo piano frontale. I tergicristalli hanno ripulito il parabrezza mostrando i due personaggi a bordo. Il tizio con il giubbotto di pelle aveva indossato la maschera da hockey, guidava tenendo una mano sola sul volante, l’altra stringeva quella della ragazza.

“Sai, non ti facevo tanto fissata per film di questo genere, non avrai anche il poster di Chuck Norris nascosto da qualche parte?”
“Ficcatelo Chuck Norris, è cultura pop, sei tu che non stai al passo coi tempi”.

La ex di C. A. si è fatta strada tra i seggiolini occupati, si è piazzata di fianco a Jimmy L’Amour. Elena e Judy Vondervotteimittis l’hanno seguita subito dopo.
“Cazzo questi seggiolini sono troppo stretti”
“Perché sono fatti per una taglia di culo normale, per questo non ci stai”.

Natasha aveva il solito basco e la divisa militare nera, sotto le ascelle le sue inseparabili 765. Jimmy si è strizzato il cazzo, cercando un approccio con Natasha.

“Ma tu sei la ex di C. A., lo sai che non ti facevo così fica”.
In risposta lei ha tirato fuori una delle 765 e glie l’ha piantata sotto il naso.
“Ma che cazzo...volevo solo rompere il ghiaccio”.

Ha cercato di passarle un braccio introno alle spalle, fingendo di sgranchirsi. Lei però è rimasta con lo sguardo fisso sullo schermo. Quando sono tornata a guardare il film ho sentito distintamente lo scatto della sicura.

Abbiamo superato un gruppo di case sparse lungo la stradina secondaria. Poi il fuoristrada ha imboccato un sentiero sterrato, lo abbiamo percorso fino al limite del bosco. Abbiamo parcheggiato di fianco ad un gruppo di auto, prima di scendere è rimasto a fissarmi senza dire niente, per qualche motivo ero convinta che avesse intuito qualcosa sulla mia allucinazione nella palude.

“Sai…a volte ho l’impressione di riuscire a sentire i pensieri delle persone intorno a me. Li sento come occhi che mi spiano, girano intorno al mio corpo senza mai fermarsi”
“Sei solo stanca. Guardi troppi film. Andiamo, ci aspettano”.

Dopo pochi metri abbiamo raggiunto un gruppo di persone, stavano girando un video. Una donna sdraiata a terra su un asciugamano da spiaggia e alcuni uomini inginocchiati vicino a lei. Si masturbavano sul suo corpo, mentre un altro uomo, l’unico ancora vestito, riprendeva con una videocamera digitale. La donna era completamente passiva, si limitava a farseli con la bocca. Le sono venuti sopra uno dopo l’altro.
Dopo si sono allontanati, tornando verso le auto. La donna si è asciugata lo sperma con l’asciugamano ed è venuta a sedersi vicino a noi su un tronco abbattuto. Il tizio con la videocamera è rimasto a sorvegliarci a distanza.

“Sei venuto, non pensavo avresti trovato il coraggio di farti vivo”.
Lui ha tirato fuori due sigari da un pacchetto blu, ha premuto con due dita sul filtro e ne ha passato uno alla donna.
“Siete vittime del consumismo, non capisco come riusciate ad evitare qualunque significato anche simbolico nei video che girate”
“Perché noi non abbiamo tutte quelle pretese artistiche, il nostro pubblico ha solo una cosa in testa quando ci guarda e spesso è più interessato a farne parte piuttosto che a farne una questione politica”
“Se è vero che i rapporti interpersonali sono una questione politica, voi siete dei guerrafondai”
“Le solite stronzate. È una tua amica?”

Continuava ad asciugarsi. Il tizio con lei non faceva più caso a noi, stava riguardando il video con l’anteprima.
“È carina, potreste venire con noi, facciamo qualcosa insieme”
“Magari un’altra volta”
“Ok, come vuoi. Mio marito ha qualcosa per te”.
Si è voltata verso il tizio con la videocamera, lui ha alzato lo sguardo, ma non si è mosso. Non era ancora convinto. È andata a parlargli, a quel punto si è deciso e ha tirato fuori un biglietto dalla tasca di dietro dei jeans. Ci ha squadrato ancora per qualche secondo poi si è allontanato insieme alla donna.
“Non farci caso. Se la sono presa per il tipo dell’autobus. Anche se sanno quello che è successo veramente, lo vedono comunque come uno di loro. Una specie di solidarietà professionale”
“E che cosa è successo veramente?”
“Vieni. Torniamo in albergo”.
Sul biglietto c’era una scritta lasciata con il rossetto. Dolly.
“Ha qualche significato per te?”.
“No, nessuno”.

Ovviamente quella notte ho avuto un incubo. Stavo fuggendo attraverso il bosco. Superate le paludi mi sono lanciata sulla scala del sottopassaggio per raggiungere la statale. Tra le scritte oscene di cui erano coperte le pareti della scala fatiscente riuscivo e leggere una parola. Mi restava impressa come un messaggio subliminale, senza che potessi afferrarne il senso. Prima di uscire dal sottopassaggio mi sono voltata a guardare indietro. Ero seguita da un uomo, non sono riuscita a riconoscerlo, avevo intuito però Il suo volto sfigurato da profonde cicatrici. Appena muoveva un passo per inseguirmi riprendevo a correre. Nel sogno però non c’era un’uscita sull’esterno, il sottopassaggio conduceva ad un labirinto di specchi in cui restavo intrappolata. Imboccavo uno dei passaggi convinta che mi avrebbe portato in salvo. Invece mi trovavo di fronte al riflesso distorto dell’uomo con il giubbotto di pelle. Stava abbracciando il tizio con le cicatrici. Un braccio gli cingeva il torace, l’altro era stretto intorno al collo, la mano aperta sul viso. Non ho afferrato il senso di quell’immagine finché non ho sentito il suono delle ossa spezzarsi. Prima le braccia, poi lo sterno e la spina dorsale. Le dita della mano aperta sul viso sono affondate nel cranio. A quel punto ha sollevato gli occhi verso di me.

Mi ha svegliata il telefono, la mia agente. Lui stava guardando una partita registrata dell’NHL seduto sul pavimento. New Jersey Devils vs Vancouver Canucks.

“Come sta andando la tua vacanza? Funziona?”
“Ancora non lo so”
“Ma sei riuscita a scrivere qualcosa? Ormai sono mesi, se non funziona neanche questo, non so proprio che altro fare. Funziona sempre con tutti”
“Sì forse, qualcosa ho scritto”
“Davvero? Quante parole?”
“Una, per ora”
“Mi prendi per il culo, senti…”
“Ascolta, ho bisogno di un favore, devi cercarmi una casa editrice, pubblica riviste porno”
“Riguarda quello che stai scrivendo?”
“Adesso devo andare, ci sentiamo sulla mail”.

Ho chiuso il telefono e sono andata da lui, stava ancora guardando la partita di hockey con una vaschetta di gelato appoggiata sulle gambe. Vicino al televisore portatile c’era una busta del supermercato. Due bottiglie di birra, due iced-coffee alla mandorla, due tramezzini confezionati. Insieme al gelato stava bevendo il secondo iced-cofee.
“Hey, ciao, ho dormito un po’…”.
Lui si è limitato a indicare di nuovo la finestra con il cucchiaio del gelato. Non ho capito subito a cosa si riferisse, poi mi sono accorta dei lampeggianti blu sulla statale. Doveva essere più o meno il punto in cui ero uscita dal bosco attraversando il sottopassaggio abbandonato.

“Meglio se restiamo in camera, in giro è pieno di polizia. Un altro omicidio, un tizio è stato spinto sotto un autotreno proprio questa notte. Testa fracassata e corpo maciullato”.

Ho sentito la stanza girare intorno a me. Stavo per chiedergli dove fosse stato per tutto il tempo in cui avevo dormito, ma non mi ha lasciata parlare.
“Pistacchio, ho preso anche i preservativi”.


Dopo quasi un’ora e mezza di film non si era visto altro che scopate e massacri truculenti. In una scena c’era stata persino una gang-bang in un obitorio. Un’infermiera con il volto tumefatto e le tette enormi si era spompinata tutti i cadaveri della stanza mortuaria. Il tizio con la maschera da hockey non faceva altro che massacrare gente con il machete. Una vendetta. Stava sterminando una sorta di setta nazista che, per qualche motivo, aveva cercato di farlo fuori, rovinando la reputazione della ragazza. Un vecchio sbruffone e quella puttana del suo avvocato erano stati tagliati a pezzi insieme alle loro famiglie. Quando aveva fatto irruzione in casa loro, tornando dall’inferno, aveva tagliato a pezzi l’uomo senza tanti convenevoli, poi non si sa come, un branco di lupi inferociti aveva fatto il resto. Un viscido approfittatore era rimasto stritolato dalla T-Bird, durante un inseguimento, le ruote della macchina erano passate sulla sua faccia sgommando, dopo il branco di lupi che nel frattempo si era trasformato in una banda di motociclisti senza scrupoli aveva bombato la sua donna per quasi dieci minuti. Il machete del tizio con la maschera aveva messo fine allo scempio ed era venuto il momento di un’altra esecuzione. Uno dei tanti doppiogiochisti che aveva tirato le fila del complotto restando dietro le quinte. Un braccio del tizio col machete aveva sfondato la parete del suo appartamento afferrandolo per i capelli mentre credeva di essere al sicuro nel suo nascondiglio. Lo aveva trascinato fuori facendolo passare attraverso il muro. La ragazza con i pantaloncini alla Wonder Woman non faceva che scopare.

“Certo che i dialoghi della tipa sono una bomba, in quasi due ore non ha fatto altro che ripetere: Oh my God, Fuck!”
“Lo vedi che non capisci. È una forma di comunicazione immediata, suscita delle emozioni”
“A me sta suscitando il vomito, è pieno di sangue e basta”.

Latte e Menta è entrata in sala poco dopo la scena della T-Bird. Clara aveva approfittato delle mie interruzioni per chiederle di C. A. Lei ha sollevato un lembo dell’impermeabile con le unghie e si è limitata a rispondere:

“Ein Glas Milch und Minze“.

Dalla fila dietro la nostra dovevo pure sorbirmi Elena Vondervotteimittis. Ogni volta che qualcuno faceva un commento, secondo lei sensato, ripeteva: “L’hai recuperata “. Quando il tizio è stato trascinato attraverso la parete ho ricominciato a punzecchiare Clara.

“Sembra che sia stato infarinato per essere buttato in padella “
“Serve a rendere il senso di realismo, è appena passato attraverso una parete, è ovvio che sia coperto di polvere e calcinacci”
“Se avessero prestato attenzione al realismo, non avrebbero mai girato una scena in cui un tizio passa attraverso un buco nella parete in quel modo “
“Esatto, l’hai recuperata “
“Hai l’Alzheimer?”.

Quando finalmente si è fatto buio siamo usciti dall’albergo. Il sole era da poco sceso dietro le colline tingendo il lago di rosso.
“A qualcosa dovrà pur servire quel biglietto “
“Una ricevuta “
“Cosa? “
“Di consegna. Significa consegna avvenuta “.
La statale era ancora chiusa a senso unico alternato. Siamo rimasti incolonnati dietro una lunga fila di auto in attesa di poter superare il tratto in cui era avvenuto l'incidente. Le tracce degli pneumatici erano ancora perfettamente visibili, una lunga scia nera terminava contro il guardrail deformato.

"Secondo Stephen King, la gente legge romanzi horror per lo stesso motivo per cui si ferma a sbirciare gli incidenti stradali"
"Lo hai detto tu che non è stato un incidente"
"Lo so, però loro che ne sanno?".

Durante l'attesa si è acceso un sigaro, sull'altro lato della strada un'auto della polizia ferma contromano, impediva di oltrepassare le barriere con cui era stata delimitata l'area. I lampeggianti blu erano quasi accecanti. Stava fumando distrattamente, quando una motocicletta di grossa cilindrata ci ha affiancato fermandosi proprio all'altezza dello sportello del guidatore. Sono riuscita a leggere la scritta Kawasaki, una donna. Indossava un casco integrale e una tuta nera molto aderente. Continuava a mandare su di giri il motore, quasi in segno di impazienza. Lui non ci ha fatto caso, ha continuato a soffiare lunghe boccate di fumo profumato alla menta senza scomporsi. Sul dorso dei guanti risaltava una scritta in rilievo: ACE. Per qualche secondo ha piegato leggermente la testa, spiando all'interno dell'abitacolo del nostro fuoristrada. Poi la colonna di auto si è mossa, ha mollato di colpo il pedale della prima ed è ripartita zigzagando tra le macchine. Nessun commento da parte di Mr. Cobra. Si è aggiustato la manetta sado-maso che portava al polso destro, il caldo infernale doveva dargli fastidio, facendogli sudare la pelle sotto il bracciale. Quando ha disteso il braccio ho notato un tatuaggio sotto la manica del giubbotto di pelle. Non era possibile che in così poco tempo si fosse tatuato e che i tatuaggi si fossero anche cicatrizzati in quel modo.

"Che cos'hai lì?".

Si è tirato su le maniche del giubbotto scoprendo due grossi Boa constrictor tatuati intorno agli avambracci e mi ha rivolto uno strano sorriso, inarcando un sopracciglio.

"Questi? Un regalo di una vecchia amica"
"Senti, stai dicendo che sono sempre stati lì?"
"Certo, non capisco perché ti stupisci tanto, è solo un regalo di compleanno. Sei strana ultimamente, devi essere davvero molto stanca"
"Almeno posso sapere dove stiamo andando?"
"Ad una festa".

Il finale era diventato una vera carneficina, un bagno di sangue. Durante alcune scene io stessa avevo dovuto distogliere lo sguardo per la violenza inaudita.
Stavo per tornare a punzecchiare Clara, ma mi sono lasciata distrarre dalla ragazza con lo strano accento francese. Si è infilata nella fila di Natasha, le ha accarezzato i capelli dopo averla baciata con la lingua. Una grossa pantera nera la seguiva mansueta come un gattino, si è seduta ai suoi piedi, fissandomi con i suoi occhi verdi non appena ha preso posto vicino alle Vondervotteimittis. Clara voleva chiederle di C. A., ma non glie ne ha dato il tempo, appena si è voltata per parlarle, lei ha risposto: "Apocalìpse". Io e Clara ci siamo fissate disorientate per una frazione di secondo, poi siamo tornate a guardare il film. Una sedia elettrica sospesa nel vuoto nel bel mezzo di una tempesta. Una pioggia torrenziale verde infuriava alle spalle di quella specie di trono sospeso in un'altra dimensione. Il tizio con la maschera da hockey è comparso dalla sinistra dell'inquadratura camminando al rallentatore per andare a sedersi sulla sedia elettrica. Al petto portava una croce rovesciata nera. È diventata incandescente non appena si è seduto. Dall'oscurità alle sue spalle sono sbucate tre bambine, potevano avere al massimo tredici anni, addosso portavano un saio legato in vita con del filo spinato. Una alla sua destra, le altre due alla sua sinistra, mano nella mano. Quella alla sua sinistra stringeva un calice d'argento con due serpenti intenti a mordersi la coda incisi sul bordo. I fulmini della tempesta continuavano a susseguirsi nel cielo oscurato dalle nubi. Una delle bambine sull'altro lato del trono si è voltata verso il tizio sulla sedia elettrica, proprio quando questo si stava per togliere la maschera ed ha cominciato ad urlare, l'urlo era talmente violento da far tremare l'immagine e innescare un terremoto. Hanno fatto seguito una serie di immagini di cataclismi e disastri naturali.
"Non so tu, ma io non vedo l'ora che si riaccendano le luci in sala".

Ha guidato per quasi un'ora attraverso la campagna intorno al lago, arrampicandosi su una strettissima stradina di campagna, attorcigliata intorno ad una delle colline più alte.
Abbiamo raggiunto un bivio, uno dei cartelli stradali indicava la località principale, l'altro era talmente sbiadito e arrugginito da essere illeggibile. Ovviamente ha seguito quella direzione. La strada terminava di fronte al cancello di una villa abbandonata. Nonostante l'aspetto fatiscente le luci nell'edificio di tre piani erano tutte accese. Ai lati del cancello attendevano due uomini in giacca e cravatta e occhiali da sole. Hanno guardato dentro l'abitacolo quando ci siamo avvicinati, ma ci hanno lasciati passare. Il cortile era pieno di auto parcheggiate. Auto di tutti i tipi, alcune di lusso, altre comunissime utilitarie, c'era persino una moto. Non ero riuscita a memorizzare la targa, ma ero quasi sicura si trattasse della stessa moto che ci aveva affiancato sulla statale.
All'interno della villa ci hanno accolto due ragazze, una delle due era albina. Completamente vestita di bianco, giubbotto di pelle, jeans aderenti e stivali al ginocchio. L'altra invece portava un abito da sera nero, con una lunga scollatura sulla schiena. Si era rasata una tempia, sui cui aveva tatuato una croce rovesciata all'interno di un pentagramma. Entrambe avevano il viso nascosto quasi completamente dagli occhiali scuri. Ci hanno fatto strada verso un amplio salone, in cui si erano radunati gli altri invitati. Al centro del salone avevano messo un trono di pietra. C'era qualcosa di strano nelle persone a quella festa, molti avevano un abbigliamento anche più strano delle due ragazze, collari di cuoio e catene, una donna portava una giacca elegante con le spalline, aperta su un corsetto nero. Sia quelli seduti ai tavoli che gli altri in piedi stringevano tra le mani un calice di cristallo vuoto. Quando una donna, completamente nuda è entrata nella stanza da una delle porte laterali, si sono tutti voltati a guardarla. Aveva la pelle scurissima e gli occhi azzurri. I capelli neri pettinati in lunghe treccine. La sala è diventata improvvisamente silenziosa. Mi ha guardato negli occhi ed è passata alle mie spalle, due donne con una tuta di lattice e il volto nascosto da una maschera la seguivano, una mi ha appoggiato al collo un calice d'argento vuoto e mi ha sorriso. L'altra ha passato un altro biglietto a Mr. Cobra, sopra c'era scritto: SET, con lo stesso rossetto della consegna. Lui ha letto distrattamente, poi ha detto: "Questo non era previsto". Ho sentito le mani della donna con le treccine infilarsi sotto la maglietta per accarezzarmi il seno. Ero sicura di conoscere il suo nome, un deja-vu che non riuscivo a decifrare, non capivo se si trattasse di un’amnesia sul punto di dissolversi o di un'illusione dovuta allo stato di trance in cui si erano liquefatti i miei sensi quando ho avvertito il suo respiro sul collo. Prima di svenire ho sentito la mia voce bisbigliare: "Lu...cy...fer".
Ho sognato un'orgia. La piacevole sensazione di trance si è amplificata, come un orgasmo interminabile che mi ha cullata fino al mio risveglio nella stanza di albergo. Prima di tornare cosciente, sono riuscita a ricordare il viaggio di ritorno dalla villa. Ho rivisto la scena al di fuori del mio corpo. Mr. Cobra mi aveva aiutato a salire sul suo fuoristrada, sul collo avevo una brutta ferita da cui stavo perdendo molto sangue. Era quasi l'alba, riuscivo a mala pena a reggermi in piedi. Ha guidato in silenzio fumando qualche sigaro. Quando siamo stati sul punto di raggiungere l'albergo ho abbassato il finestrino, sperando in un po' di sollievo dall'aria fresca del mattino. Un aliante in miniatura ci seguiva sorvolando la statale. Sono rimasta a guardarlo finché non è atterrato al centro di un prato, ai piedi della misteriosa motociclista. Si era tolta il casco, i capelli lunghissimi erano sciolti sulla tuta nera.

"Che cos'è questo posto?"
"Cosa? Un campo di volo. La gente ci viene per far volare quei modellini radiocomandati, non so se hai presente. Con questo tempo però credo che resterà deserto".

Soltanto a quel punto mi accorgevo del violento temporale che stava infuriando sulla zona. La pioggia era talmente battente che i tergicristalli non riuscivano a liberare il parabrezza dall'acqua.

Mi sono stropicciata gli occhi passandomi le mani sul viso, poi sono andata in bagno per fare una doccia. Mentre aspettavo che l'acqua diventasse calda mi sono guardata allo specchio massaggiandomi il collo. Neanche un graffio. Dopo sono andata al computer. Una mail in arrivo.

- Ho trovato qualcosa sulla casa editrice che ti interessa. Negli anni '80 pubblicavano riviste pornografiche, foto pesanti con ragazze molto giovani. Il tizio che la gestiva è stato oggetto di minacce e accusato di costringere le ragazze a posare per la rivista. Alcuni sostenevano che la maggior parte fossero ragazze agganciate con il traffico di stupefacenti. Nel 1981 gli uffici amministrativi sono stati bruciati, tra i resti dell'incendio è stato ritrovato il cadavere di un uomo. Tutti hanno pensato si trattasse del titolare, visto che poco dopo è sparito senza lasciare tracce. Il cadavere però non è mai stato identificato. Per l'incendio hanno dato la colpa ad un uomo che gli stava addosso per una delle ragazze. Alcuni pensavano si trattasse della figlia, ma le indagini non hanno mai portato a nulla. Anche questo è sparito subito dopo l'incendio. C'è un altro fatto strano. Uno degli investigatori è impazzito durante le indagini, ha avuto un crollo nervoso ed è stato internato in un ospedale psichiatrico. Era convinto di un collegamento con una setta, prima del collasso ha dichiarato di aver fotografato l'uomo misterioso, ma pare che dopo l'incendio questo tizio fosse scomparso dalle foto. Forte no?

P. S.
Un altro dettaglio il tizio delle foto era fissato con i tatuaggi e i culti misterici dell'antico Egitto. Potresti usarlo come spunto per scrivere qualcosa, no? In allegato ci sono alcuni articoli di giornale.
Irene -

"Certo, un vero spasso".

Negli articoli si vedevano alcune foto. L'edificio bruciato, il titolare della casa editrice, alcune delle ragazze. Guardando le foto ho provato una fortissima sensazione di disagio, c'era qualcosa in quella storia che mi dava il mal di testa. Poi ho notato un particolare in una delle foto, stavo per dare di stomaco. Una delle ragazze aveva un tatuaggio identico a quello di Mr. Cobra sulla spalla sinistra, era soltanto un po' più piccolo, ma assolutamente identico. Ho sentito il bisogno di uscire a prendere una boccata d'aria prima di impazzire come il tizio internato in manicomio. Mi ha fermata la ragazza della reception, è entrata in camera proprio in quel momento.

"Sei sveglia finalmente, ho portato il video che hai chiesto. Però andateci piano, mi mettete nei guai se qualcuno lo scopre"
"Di che accidenti stai parlando? Dov'è lui?”
"Aveva ragione, stai crollando. È proprio alle tue spalle. Si può sapere che ti prende? Siete rimasti insieme tutta la notte".
Quando mi sono voltata in effetti era proprio dove diceva Vivien, seduto sul bordo del letto con le gambe accavallate. Stava di nuovo indicando la finestra con il cucchiaio che stava usando per mangiare una granita alla menta. Ho sentito la stanza girare, questa volta non sono riuscita a trattenermi. È diventato tutto nero, poi sono svenuta.

Mi hanno steso sul letto. Dopo qualche minuto, ho ripreso conoscenza, stavano cercando di farmi bere un bicchiere d'acqua a piccoli sorsi.
"Che altro è successo? Cosa devo vedere dalla finestra?"
"La spiaggia è stata chiusa. Questa notte una donna si è impiccata ad uno degli alberi sulla riva".
Mr. Cobra ha interrotto Vivien prima che finisse il racconto.
"Apparentemente impiccata. Il corpo è stato trovato appeso alla fune legata all'albero. I segni sul collo però sono incompatibili con la corda. Sono troppo...larghi"
"E tu come lo sai?"
Mi ha fissata a lungo, poi si è consultato con Vivien.
"Infatti, non lo so. Vuoi vedere il video?"
"Che roba è?"
"Le riprese della videosorveglianza dell'albergo. La notte in cui c'è stato l'incidente sulla statale. Non so se ti piacerà"
"Hai ragione forse non è il caso di farglielo vedere"
"No, aspettate, voglio vederlo".
Vivien ha fatto partire la registrazione salvata su una chiavetta usb. Le prime ore di ripresa non hanno inquadrato nulla, le ha fatte andare avanti con il FF. C'era solo un'inquadratura fissa dell'ingresso. Ha riportato la velocità normale dopo un po'. Il timer indicava le 2:00 di notte. A quel punto sono passata davanti alla telecamera, uscendo dalla porta principale. Non mi aveva notato nessuno. Ha ripreso a mandare avanti veloce, un paio di sorveglianti sono usciti per fumare una sigaretta e rientrati subito dopo. Alle 4:30 ha di nuovo riportato le immagini a velocità normale. Tornavo in albergo passando rapidamente davanti alla telecamera. I vestiti erano sporchi di fango, sembravo sconvolta.
"Che significa? Che cos'è questa storia?"
"Devi dircelo tu cosa significa. C'è qualcosa di cui vorresti parlare?".
Ci ho pensato a lungo prima di rispondere.
"No".
Mi sono lasciata cadere sul letto e ho ripreso a dormire.

Ancora un incubo. Questa volta ero io ad inseguire il tizio con le cicatrici attraverso il bosco. Sentivo qualcosa avvolgermi la testa, qualcosa di caldo e morbido, i suoni erano completamente ovattati. Lui si lanciava sulla scala del sottopassaggio abbandonato sperando di sfuggirmi. Una volta arrivato in cima alle scale riuscivo a sorprenderlo, mentre cercava di orientarsi in preda al panico. In quel momento capivo cosa fosse ad avvolgermi la testa, un casco integrale da motociclista. Lo impugnavo per la mentoniera, usandolo per colpire il tizio con le cicatrici al viso. Lui barcollava all'indietro, ormai era in stato confusionale. Si teneva il viso con le mani, perdeva sangue. Un camion si è avvicinato a forte velocità, ho aspettato che avanzasse ancora di qualche metro, poi ho sferrato un altro colpo con il casco colpendolo alla testa. L'uomo è indietreggiato finendo al centro della corsia.

Mi sono svegliata di soprassalto, singhiozzando. Notte fonda. Vivien e il suo amico si erano infilati a letto con me, mi stavano accarezzando il viso per asciugarmi le lacrime.
"Smettila di pensarci, devi solo riposarti".
Mr. Cobra mi ha sfilato i vestiti per scopare. Mi ha girata a testa in giù per mettermelo in bocca, Vivien mi stava leccando la fica da dietro. Sono venuta subito.
Prima di riaddormentarmi gli ho chiesto della donna impiccata.
"Qualcuno la stava ricattando. Molti anni fa ha girato dei film porno. Come attrice. Minacciavano di spedirli alle persone che conosceva. Li hanno trovati nella sua stanza"
"Pensi che ci sia qualcosa di sbagliato in quello che ha fatto. I film intendo"
"No, ma non è quello che penso io il punto, è quello che pensava lei"
"Forse posso aiutarvi a trovare quel tizio, quello della casa editrice. Due mie amici, possono darvi una mano a trovare il posto in cui si trova adesso".
È rimasto in silenzio a lungo prima di rispondere, poi ha detto:
"Ok, ci andremo domani"
"Sai, non è quello che mi ha fatto in sé, a farmi rabbia. Quello mi piaceva. È il fatto di averlo capito solo dopo essere stata raggirata".
Si è voltato a baciare Vivien e ha ripreso a dormire.

Il giorno dopo mi sono svegliata presto. Ho fatto una doccia, poi ho preso il teleobbiettivo per guardare dalla finestra sperando che arrivasse qualche buona idea. Il portatile era ancora accesso sul file word su cui stavo scrivendo. Il solito gatto a caccia sulla riva, una tenda da campeggio montata di fianco a due canne da pesca, intorno non c'era nessuno. Mi sono spostata verso la spiaggia, due ragazze stese sul lettino ad abbronzarsi con il reggiseno del costume slacciato. Niente di nuovo.
La vibrazione dello smartphone mi ha avvisata di un messaggio in arrivo.

- Come sta andando? Hai scritto qualcosa? Irene -
- Si, qualche buona idea, secondo me,
ma non ho ancora finito, mi manca il finale. Marina -
- Posso leggere? Fammi dare un'occhiata. Irene -
- Non rompere lo leggerai quando sarà finito,
ora devo scendere per la colazione. Marina -
- Ok, ma non tenermi sulle spine. Irene -

Ho buttato il telefono nella borsa, stavo per spegnere il portatile quando mi sono accorta di una mail in arrivo, un indirizzo che non conoscevo. Ho messo il puntatore su leggi, ma qualcosa mi ha fermata. Stavo ripensando a tutti quegli incubi che mi avevano dato il tormento negli ultimi giorni. Prima che potessi rendermene conto avevo premuto il tasto del mouse. La mail conteneva una url linkata nel testo del messaggio, C. A. Ho aperto il link, un video di Uri Geller mentre piegava dei cucchiai di metallo. Ho lasciato perdere il portatile prima che il video fosse finito e sono tornata alla finestra, nel parcheggio dell'albergo c'era una motocicletta Kawasaki blu, con il casco appeso al manubrio, parcheggiata proprio di fronte alla mia stanza. Ho prenotato un taxi e mi sono vestita in fretta, volevo arrivare in città prima di sera, la colazione avrebbe aspettato.

La T-Bird non era poi così malconcia, a parte un lieve ritardo nel rispondere all'acceleratore, il motore V8 filava ancora liscio come l'olio.
"Al ritorno dovremo pulire il filtro dell'aria, deve essersi intasato per tutta quella sabbia che ci è venuta addosso".
Marina era presa dal rossetto della consegna, continuava a rigirarselo tra le mani.
"Cosa ne pensi?".
Ha tolto il cappuccio ruotando il fondo. Rosso scarlatto.
"See shame".
La Route 66 aveva raggiunto l'Oceano, in quel punto serpeggiava lungo la scogliera fino a scendere allo stesso livello del mare. Ho lasciato la strada asfaltata per dirigermi verso un molo, puntando al faro sulla sua estremità. La cima era annerita da un incendio. Abbiamo lasciato la T-Bird per proseguire a piedi, il faro comunque era inaccessibile, l'incendio aveva distrutto le scale al suo interno. Intorno alle feritoie lungo la torre erano rimaste le ombre nere delle fiamme. Siamo tornati verso la spiaggia, bassa marea, la superficie del mare era piatta come una tavola. L'abbiamo trovata a pochi metri dalla riva, inginocchiata in acqua, indossava ancora la tuta da motociclista. Ci siamo avvicinati per consegnarle il rossetto, lo ha preso dalle mani di Marina senza dire niente, per un attimo la sua espressione è cambiata. La bocca si è storta in un mezzo sorriso, poi è tornata a fissare il faro con sguardo assente.

Ho impiegato circa un'ora e mezza per arrivare in città in taxi. Prima di entrare nel centro abitato abbiamo attraversato un tratto di statale, superando una serie di rotonde. Per ingannare l'attesa, cercavo la nostra destinazione sui segnali stradali ogni volta che il taxi era vicino ad imboccarne una, era come un conto alla rovescia. Sentivo una certa apprensione salire sotto il diaframma. Al centro dell'ultima, invece dei soliti motivi floreali, avevano posizionato un modulo lunare. Era talmente insolito che per un po' ho di nuovo avuto l'impressione di avere le allucinazioni. Mi ha fatto pensare ad un documentario sui buchi neri che avevo visto. Sono come passaggi segreti, aperture nel tempo. La mia testa ne era piena.
Vicino al centro siamo rimasti imbottigliati nel traffico, il taxi procedeva a passo d'uomo per superare un incrocio nel mezzo di una delle piazze principali della città. Siamo passati di fianco alla statua di un angelo. La scultura al centro del parco era davvero bizzarra, un angelo in cima ad una specie di cono costruito con blocchi di roccia nera. I blocchi di roccia erano costellati di corpi, sembrava stessero cadendo nel vuoto. C'era qualcosa di grottesco nella loro posizione che mi metteva a disagio. Il conducente del taxi deve aver notato la mia espressione incuriosita, perché ha cercato subito una scusa con cui attaccare bottone.

"Attraversare la città a quest'ora è tremendo, d'altra parte è una delle zone più importanti della città"
"C'è qualcosa di strano in quella scultura, mi fa uno strano effetto, non riesco a capire di cosa si tratti"
"I corpi dice? È vero, sembrano capovolti. Ai tempi degli Antichi Romani a questa altezza sorgevano le porte della città. È qui che si svolgevano le crocifissioni".
Ho immaginato le mura altissime intorno al centro della città. Le urla strazianti di dolore squarciavano il silenzio della campagna in cui era immersa.
"E' certamente un Cherubino, l'angelo intendo".
Lui mi ha lanciato un'occhiata indispettita dallo specchietto retrovisore e non ha più risposto. Poi ha imboccato rapidamente la corsia preferenziale per svicolare dal traffico.


Sono scesa dalle parti del fiume, l'appartamento che cercavo era all'ultimo piano di uno dei condomìni affacciati sui Docks, una mansarda. Sono salita per le scale fino a raggiungere il portoncino di legno sul pianerottolo, poi ho premuto il pulsante di ottone, proprio sotto la targhetta con la scritta Hansel e Gretel. Mi ha aperto il ragazzo, era a petto nudo, soltanto con i jeans. Capelli lunghi e biondi, in una mano stringeva una catena agganciata al collare di sua sorella. Lei era sul pavimento a quattro zampe, un bavaglio con la pallina e reggicalze, nient’altro.

"Perché non ci hai avvisati prima, da quando sei in città?"
"Vogli sapere di quel tizio"
"Vieni andiamo nell'altra stanza".

Mi hanno portata in salotto, c'era altra gente in casa. Un gruppetto di ragazzi fumava marijuana da una pipa di vetro, stavano scopando sul divano. Un altro gruppetto pompava una delle ragazze, l'avevano ammanettata ad una panca da body building. Tuta di lattice e maschera antigas.

"Senti, non ho tutta la notte, non sono venuta a divertirmi. Voglio sapere che sta succedendo".

Sua sorella si è seduta su una delle poltrone libere e si è tolta il bavaglio.

"Perché dovremmo aiutarti, quello sta facendo un gran casino, ci sta mettendo tutti nei guai. Sai quanta gente ci ha già lasciato la pelle?"
Suo fratello l'ha subito contraddetta.

“È normale, sta cercando sua sorella, anch'io lo farei per te. Se qualcuno ti facesse del male, non guarderei in faccia a nessuno e li farei fuori tutti, proprio come quel tipo"
"Non dire cazzate e poi non è la sorella, quella è una gran puttana, è tutta colpa sua"
"Beh, figlia, sorella, è sempre un legame di sangue. Per quello è così determinato"
"Sei proprio uno stronzo, non è nemmeno la figlia, sono tutte cazzate che hanno messo in giro gli altri"
"Allora? A parte questo sapete altro? Lo sapete che fine hanno fatto?"
"Perché non ti rilassi, noi non ne vogliamo sapere, vogliamo soltanto restare qui con i nostri dolcetti".
La ragazza gli ha lanciato un'occhiataccia, poi si è avvicinata per slacciarmi i jeans. Ha subito infilato dentro la lingua, muovendola con decisione dall'alto verso il basso. Mi ha spinto sulla poltrona per mettersi comoda e ha iniziato a massaggiarmi la fica con le dita mentre continuava a leccarla. Suo fratello si è allontanato per qualche secondo a parlottare con qualcuno nel gruppo sul divano. Dopo è tornato da noi con un frustino in mano e si è messo a frustare il culo di sua sorella. Li ho lasciati fare finché una delle ragazze si è sfilata dal divano per raggiungerci. Sentivo che la situazione mi stava sfuggendo di mano. Lui si è messo di fianco alla poltrona e l'ha tirato fuori per farselo succhiare. Ho cominciato a pomparlo senza pensarci due volte, sua sorella intanto si era aggrappata ai miei fianchi, muoveva la lingua sempre più velocemente, proprio come un cane intento a bere da una ciotola. L'altra ragazza invece si è accesa una sigaretta ed è rimasta a guardarci, tormentandosi le labbra con le dita. Aveva una tempia rasata, ho riconosciuto la stella a cinque punte tatuata sopra. Dallo sguardo lanciato verso la panca da bodybuilding ho capito anche dove fosse la sua amica albina. Il ragazzo mi è venuto in bocca proprio quando stavo per raggiungere l'orgasmo, ho spinto la testa della sorella tra le gambe e mi sono lasciata andare sulla poltrona. Più tardi mi hanno fatto vedere un video, hanno aspettato che la gente alla loro piccola festa si fosse defilata. Erano rimaste solo le due ragazze. Un video sado-maso, una tizia incatenata al soffitto di una mansarda fatiscente. Le gambe erano tenute aperte da un'asta rigida. Il tizio che riprendeva non è stato mai inquadrato, nella stanza oltre a lei c'erano altri due uomini e una donna, uno dei due si godeva la scena seduto su una poltrona in un angolo buio, l'altro aveva la faccia coperta di cicatrici, riuscivo a distinguerle anche se aveva il viso nascosto da una mascherina sugli occhi.

"Ti dice niente?"
"Mi dà il voltastomaco"
"Guardalo bene, conosci qualcuno di questi tizi?"
"E' per questo che lo sta cercando?”
Il biondo sembrava a disagio, ha cominciato a straparlare di quello che avrebbe fatto lui se qualcuno si fosse azzardato a fare la stessa cosa con sua sorella. Lei lo ha fatto stare zitto e ha ricominciato con le domande.

"Allora? Che accidenti vedi che noi non vediamo? Li conosci o no?"
"Forse, ma non credo che vi servirà, non è quello"
"E allora cosa?"
"Conosco chi smercia i film. Li passano nei club sado-maso. Anche qui vicino, il tizio che lo gestisce è un vecchio disgustoso"
"Sapresti trovarlo? Anche adesso intendo"
"Credo di sì, ma se lui lo viene a sapere non sarà un bello spettacolo".
La ragazza albina è scoppiata a ridere. L'altra si è avvicinata e mi ha preso il mento tra indice e pollice.
"Troppo tardi, lo sa già"
"Che diavolo significa?".
Mi ha lasciato il mento e si è battuta l'indice sulla tempia rasata. Pensavo si riferisse a una specie di assurda connessione mentale, invece intendeva il tatuaggio, la stella a cinque punte con la croce rovesciata. Ho ripensato alla storia della setta, al tatuaggio del tizio con il giubbotto di pelle e al racconto del tassista. Per un attimo il cuore si è fermato. Sentivo il sudore gelato inzupparmi la maglietta. Dopo mi hanno fatta salire su un grosso SUV nero con i vetri oscurati, al volante c'era una strana tipa con i capelli ricci e rossi. Anche lei aveva una delle tempie rasate. Ha superato due strade chiuse salendo con il SUV sopra le rotonde, imboccandole contromano, poi è tornata sulla strada principale diretta fuori città.
"Continua a sognare, la strada per arrivare in quel club la troverò da sola". Per un istante ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte ad un serpente a sonagli sul punto di scattare per mordere. Poi ho risposto: "Scusa, mi sono distratta, continua verso sud, dobbiamo passare di fianco a quella vecchia Cattedrale vicino al fiume e salire verso le colline".

La ragazza albina aveva ripreso i suoi abiti completamente bianchi, era seduta sul sedile davanti di fianco al guidatore. L'altra era con me su quello posteriore.

"Senti...chi sono quelli?"
"Non farti troppe domande, sono sempre gli stessi"
"E quel tizio che cercate è il loro capo?"
"No. Non hanno un vero e proprio capo. Non come lo intendi tu almeno"
"Hey, non sto per svegliarmi con la testa rapata a zero e una presa USB nel cervelletto, vero?".

Quando siamo arrivate alla statale che dalla città si snodava sulla collina, siamo state superate da una moto di grossa cilindrata lanciata a tutta velocità verso il buio della campagna. La stessa che avevo visto già altre volte, non avevo nessun dubbio a riguardo. La ragazza albina sembrava nervosa.
"Sei troppo lenta"
L'altra alla guida ha cercato di giustificarsi.
"Non posso certo stare dietro a una di quelle con questo coso"
"Così ci scappa".
La sua amica si è sporta in avanti per bisbigliarle qualcosa all'orecchio ed è tornata vicino a me.
"Ok, però sbrighiamoci".

Il SUV è uscito di strada, passando in piena velocità attraverso i prati che costeggiavano la statale. Ha tagliato due tornanti ed è risalito sull'asfalto in un tratto in cui la strada scendeva lungo la collina. Siamo riuscite a vedere il faro della moto percorrere le curve sotto di noi come una saetta. Un gruppo di luci in fondo alla statale ci avvisava del centro abitato a meno di due chilometri. Noi però abbiamo svoltato prima, ricordavo perfettamente la strada, uno sterrato senza fondo. Terminava di fronte al parco di una villa che quella gente usava come club per le feste. Mi ci aveva portato una volta la mia agente, una delle sue brillanti idee per stimolare la mia creatività. Il tipo che lo gestiva era un vecchio porco, fissato con il sado-maso e la cocaina. Un ex-attore della tv. Dopo aver chiuso con i telefilm di serie B si era messo in mezzo ad un giro di truffe da quattro soldi. Nessuno voleva avere a che fare con lui. La mia agente ci era voluta andare più che altro per la coca. A metà della festa l'avevo mollata, filandomela con due puttane conosciute quella sera. Lei non mi aveva mai parlato di quello che era successo dopo, ogni volta che avevo provato a chiederle della festa aveva trovato una scusa per cambiare discorso. Riemersa dal mio ricordo ho notato la luce in fondo al viale, non lasciava presagire niente di buono, la villa stava andando a fuoco.

"Troppo tardi, te lo avevo detto"
"No, sono ancora qui".
La tizia al volante ha inchiodato sulla ghiaia. Dopo mi hanno fatta scendere. Davanti all'ingresso abbiamo trovato il fuoristrada giallo di Mr. Cobra e la moto.
Volevano farmi entrare nella villa a tutti i costi.
"Siete pazze, così ci lasciamo la pelle"
"Non farla tanto lunga. Non era questo che stavi cercando?".
Mi sono bloccata davanti all'ingresso, decisa a tornare indietro. Lo sguardo delle tre ragazze però mi ha fatto cambiare idea.

"Ok, ok, avete vinto"
"Muoviti".

Il piano terra era invaso dal fumo, le fiamme avevano già attaccato le tende e le pareti. Mi hanno spinto verso le scale, non riuscivo a vedere quasi niente.
Una volta salite di sopra ci siamo dirette verso l'unica porta ancora intera. Le altre erano state divelte, le stanze stavano bruciando. Appoggiato contro la parete abbiamo trovato Mr. Cobra. Ci aspettava di fianco alla porta con le mani sui fianchi.
"Ti avevamo detto vivo"
"E' ancora vivo. Lei dov'è?"
"E' qui, stai tranquillo". A quel punto si è voltato verso la porta e ha cominciato a bussare, sembrava ci fosse qualcosa sotto le maniche del giubbotto, qualcosa che si stava muovendo rapidamente intorno alle braccia. I primi due colpi hanno fatto tremare la porta, l'ultimo l'ha fatta crollare, sradicandola dalla parete. Lui è entrato nella stanza camminandoci sopra e ha puntato dritto verso una parete che la divideva da una camera comunicante. Ci ha guardate come un prestigiatore sul punto di compiere il suo numero più difficile, poi ha piantato il braccio dentro la parete. Dopo qualche secondo, il braccio è riemerso trascinandosi dietro il vecchio. Il suo corpo ha aperto un grosso buco nel muro. Lo ha sollevato da terra tenendolo per la testa con una mano sola. Tra le fiamme sul corridoio sono riuscita a vedere la ragazza della motocicletta, aveva ancora addosso il casco. È uscita dalle fiamme camminando decisa verso il vecchio, sembrava si stesse muovendo al rallentatore.
Si è slacciata il casco e lo ha lasciato cadere a terra prima di raggiungerlo, il volto dell'uomo era ridotto ad una maschera di sangue. Ha immerso l'indice nel suo sangue, poi ha tracciato una croce rovesciata sul viso.
Il tizio con il giubbotto di pelle a quel punto ha detto: "59". Poi ha cominciato a stringere le dita intorno alla testa del vecchio.

Il film si è chiuso con i titoli di coda che salivano verso l'alto sulle note di All The Fools Sailed Away. La sala ormai si stava svuotando, eravamo rimaste soltanto io e Clara, le luci erano già accese. C. A. è entrato in sala, abbracciato a Marina e a L. M. proprio mentre stavamo per imboccare il corridoio verso l'uscita. Si sono messi nella prima fila come se niente fosse. Marina aveva appoggiato il secchiello dei pop-corn sulle gambe di C. A. Stavo per andare a dirgliene quattro, ma Clara mi ha trattenuta per un braccio indicando lo schermo con un gesto della testa. Un'ultima scena dopo i titoli, un primo piano frontale di C. A. a bordo di una motocicletta blu, il sigaro a un lato della bocca e i miei occhiali a specchio. Abbracciata a lui sul sedile posteriore L. M., nascondeva un sorriso con il viso appoggiato alla sua spalla e le guance rosse per l’imbarazzo.

"Quello stronzo!"
"Vieni lasciamoli soli"
"Ma quelli sono i miei occhiali!"
"Andiamo ti ho detto"
"Senti che musica ci ha messo sopra, non ci credo è un vero coglione"
"Bruce Dickinson, la cover di All the Young Dudes, ormai è partito, irrecuperabile, andiamo". La scena si è chiusa con una dissolvenza a forma di cuore, è rimasta per qualche secondo sul viso sorridente di L. M., poi si è chiusa del tutto.
Ho lasciato andare il tendone sull'ingresso, lui stava baciando sulle labbra L. M., poi le ha detto: “Ti è mai capitato di svegliarti a metà di un bellissimo sogno? Qual è la prima cosa a cui pensi?".
Lei lo ha fissato con le lacrime agli occhi, lui ha continuato.
"Esatto, peccato fosse solo un sogno".

FIN
scritto il
2021-09-23
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