Colpo su colpo (Welcome to the Django) Cap. 9

di
genere
pulp

REEL ONE, SEE YOU, FUCK YOU

Venticinquesimo giorno dal naufragio. Avevo passato tre giorni priva di conoscenza dopo essere rimasta intrappolata nelle cabine sommerse dall’acqua. Ho fatto un rapido calcolo mentale prima di mettere una X rossa sulla casella numero ventotto del mio calendario di fortuna. Avevo trovato la matita frugando tra i bagagli, la marea spingeva periodicamente fuori dalla nave una quantità di oggetti di ogni tipo. C. A. era persino riuscito a tirare a bordo un vecchio furgone Volkswagen sputato fuori dalla stiva. Un vecchio furgone adattato come camper che qualcuno dei passeggeri aveva imbarcato prima di lasciare la Colombia. Lui e Banana lo avevano spinto fuori dallo squarcio sullo scafo. Ora lo usavano per prendere il Sole, avevano aperto la tenda fissata alla fiancata e piazzato lì vicino un ombrellone colorato. Lei si stendeva sul tetto del furgone ad abbronzarsi su un telo da mare, lui stava sotto su una sdraio blu. Si era fatto un paio di bermuda strappando dei jeans sgualciti. Nella cabina avevamo trovato anche una doccia portatile, qualche bikini, degli infradito e un mangianastri con il microfono. Da qualche giorno lo usavo per registrare i miei messaggi per i soccorritori. Prima o poi avrebbero avvistato quel relitto, anche se ormai ridotto ad una nave fantasma. Osservavo gli ultimi gesti dei miei compagni di sventura, immortalandoli su quell’arcaico supporto analogico, certa che qualcuno ci avrebbe trovato alla deriva in mezzo all’Oceano. Forse ancora vivi.
“Da settimane vaghiamo alla deriva in questo deserto azzurro. Non abbiamo più speranza, la nostra esistenza si trascina stancamente in un giorno che si ripete all’infinito. Un giorno che si ripete all’infinito”
“Alice”
“Un giorno che si ripete all’infinito…”
“Alice…”
“Sto registrando…non mi distrarre. Guardando John con quel robot, tutto mi divenne chiaro. Il Terminator non si sarebbe mai fermato, non lo avrebbe mai lasciato, non lo avrebbe mai sgridato…”
“Alice!”
“Ma che cazzo, vai a fare inculo, ti ho detto che sto registrando!”
“Falla finita, idiota. Ci troveranno presto. Dobbiamo solo stare calmi e aspettare. Mettiamo la musica piuttosto, questo posto sta diventando un mortorio. Neanche fossimo in biblioteca”.
Ho dovuto raccogliere le forze per trattenermi e non scagliare una delle bottiglie di Dom Perignon sulla testa di C. A. Lui ha mollato uno spiedino di tonno alla brace per premere play sullo stereo portatile, allungandosi sopra la schiena coperta di crema abbronzante al cocco di Banana. Si era sdraiata lì di fianco su un telo da mare rosso con la scritta SEASIDE a leggere una rivista di gossip. Un articolo sull’ultimo matrimonio di Mick Jagger. C. A. ha finto di non riuscire a mantenere l’equilibrio e si è appoggiato con una mano sul suo culo. Banana ha abbassato la rivista sorridendo e si è messa a frugare nella borsa. Rock N Roll ain’t noise pollution. Ha tirato fuori una 765 e un caricatore, lui ha detto: “Cazzo!”. Poi si è lasciato rotolare su un fianco. Rock N Roll ain’t gonna die. Ha messo il caricatore nel calcio della 765 e ha fatto scorrere il carrello per mettere il colpo in canna. C. A. continuava a rotolare verso il bordo del rettangolo di lamiera accartocciata, sopra lo squarcio lasciato nello scafo dalle esplosioni, dove ci eravamo sdraiati a prendere il sole. Ha tolto la sicura. Lui è finito in acqua. Rock N roll it will survive. Abbiamo sentito chiaramente il tonfo.
“Cazzo! È finito in acqua!”
“Si, ho visto. Hasta la vista baby”
“Ma non sarà pericoloso con tutti quegli squali?”
“No, non credo. Voglio dire, quei cazzo di squali non staranno costantemente qui intorno. Probabilmente neanche a loro interessa più questo rottame”.
Mi sono tolta il cuscino gonfiabile da sotto la maglietta e sono andata verso il furgoncino Volkswagen per cercare qualcosa di fresco da bere. Lo avevo infilato sotto per immedesimarmi meglio nella mia nuova condizione di donna incinta. C. A. diceva che si trattava solo di fissazioni, un trauma per essere quasi annegata, ma io ero sicura.
“Senti…sai…non so se hai proprio ragione”.
La pinna di Tintorera si era appena alzata oltre il pelo dell’acqua e puntava dritta verso C.A. Banana aveva cominciato a strillare: “Nuota! Nuota! Presto! Lo squalo!”. Lui è riemerso a fatica dopo il tuffo e ha detto: “Se premi skip, dopo ci sono i Guns N Roses”.
Yes it will.

Quando siamo arrivate al mio appartamento Vivien era esausta. Si è sdraiata sul divano, non diceva una parola da ore. Ho abbassato le tapparelle, non potevo aspettare il buio e avevo bisogno di dimenticare la luce del giorno. Ho messo gli stivaletti sul davanzale, sulla finestra sopra l’insegna al neon. Poi ho montato il proiettore per il super otto. Il fascicolo era ancora nella mia borsa, sbucava dalla cerniera aperta come un ammonimento della mia cattiva coscienza. Le parole di quel tizio dell’archivio continuavano a rimbombarmi nella testa. Il caldo era improvvisamente diventato insopportabile, il battito cardiaco stava diventando un tamburo assordante. Per qualche motivo mi sono tornate in mente le pagine di quel vecchio racconto di Edgar Allan Poe, il colpevole di un omicidio rivelava alla polizia il nascondiglio in cui aveva fatto sparire il cadavere della sua vittima. Era sotto gli occhi di tutti, la polizia continuava a camminarci sopra senza sospettare niente. Lui però non poteva sopportare il senso di colpa. In preda alla follia si metteva a scardinare le tavole del pavimento. Ho chiuso gli occhi per un istante, le mani delle ragazze uccise cercavano di uscire da quel velo di apparenza sotto i miei piedi. Mi sono alzata e ho tirato fuori le bobine della pellicola dalla borsa. Quando ho spinto la leva con l’indice, il silenzio nella stanza è stato inghiottito dal rumore del proiettore. 1944, il primo esperimento probabilmente. Da quello che ero riuscita a capire leggendo il fascicolo, il primo tentativo era stato con i farmaci. Nessun risultato. Il nome del farmaco era illeggibile, la sua composizione era annotata a margine. Veniva somministrato due volte al giorno con un’iniezione. Per contrastarne gli effetti avevano usato un’altra sostanza. Anche questo era stato annotato sul rapporto. Il nome era illeggibile, ma la formula a margine era chiaramente riconoscibile. Torazina, dosi massicce, almeno dieci anni in anticipo sulla sua scoperta ufficiale. Il montaggio del filmato era grossolano, le sequenze staccavano una dall’altra bruscamente. Inquadratura fissa. Una ragazza nuda con i capelli rasati accovacciata sul pavimento di una stanza con le pareti bianche. Si teneva la testa tra le ginocchia. Pochi istanti dopo si vedeva la stessa ragazza camminare avanti e indietro mentre parlava da sola e agitava le braccia nell’aria. Due uomini con il camice e una mascherina bianca sul volto entravano per farle l’iniezione. Era stata legata ad una barella. Poi il suo corpo sulla barella, nessun movimento. Nella scena successiva era stata portata un’altra ragazza in quella stanza. 1945. Le iniezioni erano accompagnate da una tortura con l’elettroshock. Il fatto che il film fosse muto non è stato d’aiuto. La vittima era ormai catatonica. Legata alla barella, si muoveva appena. Qualche piccola convulsione impercettibile delle mani. Sulla fronte era visibile una profonda cicatrice. Uno degli uomini con il camice entrava nella stanza. Annotava qualcosa sul suo taccuino prima di scioglierle i polsi. Lei si alzava lentamente sulla barella mettendosi seduta. Gli occhi erano completamente vuoti. Il volto tumefatto. La ragazza cercava goffamente di alzarsi in piedi, ma finiva sul pavimento. Strisciando cercava di raggiungere i piedi di uno degli uomini con il camice. La bocca aperta in una smorfia terrificante come se volesse azzannarlo. L’altro estraeva una Luger nove millimetri e le sparava in testa. Nei casi irrisolti non c’era traccia di queste due. La terza era la ragazza scomparsa ritrovata legata al letto. L’ho riconosciuta subito. Ho acceso una sigaretta, cercando di asciugarmi le lacrime con il dorso della mano. Quando l’hanno portata nella stanza legata alla barella si dimenava come una forsennata. Uno degli uomini con il camice le faceva un’iniezione sul collo, il suo corpo smetteva di agitarsi nell’arco di pochi istanti. Poi una lunga sequenza del suo corpo immobile. Riuscivo a percepire i tagli del filmato, doveva essere passato molto tempo da quando avevano lasciato la cinepresa fissa davanti alla sua barella. Sul corpo erano comparsi i primi segni di decomposizione e la cicatrice sulla fronte. Studio del comportamento, l’assurdità di quelle parole stava facendo vacillare i miei pensieri sull’orlo di un precipizio.
“Che accidenti stai facendo?”
“Torna nell’altra stanza, non la reggi questa roba”
“E’ quel nastro? Voglio vederlo”
“Lascia perdere, ti farà stare male di nuovo”.
Cercavo di convincere Vivien, ma in realtà speravo che non mi desse ascolto. Non ero sicura di essere in grado di sopportare ancora. Uno degli uomini con il camice aveva appena sciolto i polsi della ragazza ormai cadavere. Un’altra lunga sequenza del cadavere immobile. Poi è successo qualcosa. Il cadavere ha ripreso a muoversi. Si è alzata in piedi e ha cominciato a vagare per la stanza. Ogni volta che incontrava il muro sul suo percorso delirante, rimbalzava indietro come un drone impazzito. Quando i due uomini sono rientrati nella stanza è andata subito verso di loro con le braccia tese. Cercava di aggredirli. Loro l’hanno immobilizzata facilmente, dopo un’altra iniezione ha smesso definitivamente di muoversi.
“Che diavolo è questa roba?”
“Questo? Potere. Potere assoluto. Guarda come sono compiaciuti i loro volti sotto la mascherina. Il potere punisce l’individuo con la morale per ottenere obbedienza, devozione. L’obbedienza, tuttavia, ha bisogno di essere nutrita con la fede. Evidentemente questi sono riusciti a fare di meglio, hanno trovato un modo di aggirare il problema. Una serie di stimoli dolorosi manipola il comportamento. Il soggetto diventa come creta nelle mani del demiurgo. Poi c’è questo”.
Ho preso una boccata dalla sigaretta e ho mostrato il fascicolo con la formula del farmaco usato durante le torture.
“È con questo che le uccidono. È una cosa orribile”
“Forse”
“E a cos’altro potrebbe servire?”
Ho guardato Vivien mentre schiacciavo il mozzicone nel posacenere.
“A tenere in vita il loro cadavere”
“Aspetta”
“Ti ho detto che non è roba per te”
“No, aspetta, sul serio. Hai visto? Non c’è un modo per rallentare quell’aggeggio?”.
Ho fermato il proiettore senza capire dove volesse arrivare. Poi ho riavvolto il nastro e l’ho fatto ripartire a velocità ridotta. Effettivamente qualcosa di interessante c’era. In uno dei tagli era rimasto un fotogramma della parte mancante. Ho lasciato il proiettore fisso su quell’immagine. L’inquadratura sfocata di un terzo uomo. Si riusciva a vedere a mala pena, per una frazione di secondo. La divisa da SS e il viso coperto di cicatrici. Si muoveva verso la ragazza con la sua Luger in mano, ma evidentemente gli altri due lo avevano convinto a non usarla.
“Io lo so chi è quel tizio”
“Si lo sanno tutti, credo”
“Ma che senso ha? A cosa serve questa porcheria? Cosa dovremmo capire guardando questo filmato?”.
È strano come a volte le cose diventino chiare all’improvviso. Come una nebbia fitta che si dirada in pochi secondi. A quel punto ci sentiamo sempre come degli idioti. Ci rendiamo conto di quanto sia sciocco continuare a sbatterci pur di capirci qualcosa.
“Non capisci?”
“Sentiamo”
“Come ci è arrivata la ragazza nel suo letto?”
“Non ne ho la più pallida idea”
“Le prime le hanno fatte sparire. Il proiettile in testa. Sarebbe stato troppo facile. Poi sono passati ai farmaci. I medici della polizia non avevano nessuna possibilità di risalire alle cause della morte. Gli effetti della Torazina sono stati resi noti solo negli anni ’50. Se la Torazina serviva a inibire il primo farmaco, che effetti aveva questo su di loro?”
“Cosa?”.
Ho spento il proiettore e sono andata a rialzare le tapparelle. Il tramonto sulla città stava avendo la meglio sul disagio provato pochi istanti prima.
“Non capisci?”. Ho guardato Vivien sorridendo.
“Cazzo”
“Esatto, questo non è successo prima del loro ritrovamento. È successo dopo”.
La vibrazione del telefono sul pavimento ci ha fatte trasalire. Messaggio in arrivo.
- Ho un altro regalo per voi. AMP –
- Se è come il primo puoi tenertelo. Vivien –
- Allora vuoi che io soffi! Vuoi che faccia puff? AMP –
- Falla finita. Vivien –
- Non volevate visitare quell’appartamento in centro? AMP –

Il terzo tempo di Flesh Eaters aveva preso una piega del tutto inaspettata. Si era trasformato in una specie di gangster/spy story. In una lunga sequenza con l’immagine splittata C. A. montava una serie di armi d’assalto. Le sue mani infilate nei guanti Guardian assemblavano un enorme fucile di precisione con il cannocchiale. Sull’altra metà dello schermo la ragazza del botteghino camminava decisa, inquadrata in primissimo piano frontale. Occhiali scuri Maverick con la montatura d’oro, rossetto scuro e capelli raccolti in una lunga coda di cavallo. Poi la cinepresa scendeva lungo il suo corpo, un vestito corto aderente nero e due valigette di pelle in mano. Un groviglio di tamburi africani accompagnava le due immagini mentre svanivano in una dissolvenza incrociata con la mappa della città. Due linee, una rossa e una blu, si stavano snodando tra i vicoli, fino a raggiungere un punto prestabilito per il loro incontro contrassegnato da una X rossa. Quando le due linee lo raggiungevano, un’altra dissolvenza tornava a mostrare l’inquadratura splittata con i due personaggi. La ragazza era appena entrata in un ufficio all’ultimo piano di un grattacielo, C. A. nello stesso momento usciva dall’ascensore per dirigersi verso la porta dell’ufficio. Lei si era appena seduta su una poltrona girevole grigia dietro una grande scrivania. Le valigette erano appoggiate sul pavimento. Lui è entrato nell’ufficio senza bussare. Hanno parlato a lungo concordando l’incarico. Alcuni zombi erano stati adeguatamente istruiti e manipolati per essere inseriti nella società. Con un pesante trucco sul viso e alcune frasi chiave da pronunciare al momento giusto, nessuno era in grado di riconoscerli tra i vivi. La ragazza stava assoldando C. A. per eliminarli. Dopo aver concluso il loro accordo, lei ha messo le valigette sulla scrivania. Una era piena di soldi, l’altra di armi. Ci siamo messe a sbirciare verso la tipa seduta qualche posto più in là. Sembrava completamente presa dal film. Poi uno strano tizio con il giubbotto di pelle e la bandiera americana cucita sulla schiena è entrato nella sala. Somigliava a C. A. in tutto e per tutto, a parte per i capelli e i baffi biondi. Non poteva essere. In nessun modo. Sullo schermo la ragazza si accendeva una sigaretta infilata su un lungo bocchino nero e faceva girare la poltrona dando le spalle a C. A. Una nuvola di fumo denso si alzava sopra lo schienale. Quando lui la spingeva di nuovo con l’indice, la poltrona cominciava a girare su sé stessa, ma di lei non era rimasta alcuna traccia.
“Hai visto quel tizio?”
“Lo so, ho visto”
“Che ne pensi?”
“Se non impariamo ad anticipare l’imprevedibile, o ad aspettarci l’inaspettato in un universo di infinite possibilità, ci ritroveremo alla mercè di qualunque cosa o persona che non possa essere programmata, catalogata o facilmente codificata”
“E che cavolo significa, agente Mulder?”
“Non lo so, mi sembrava una frase ad effetto particolarmente appropriata. Però forse potrebbe dircelo lui!”.
Rebecca ha indicato il biondo, impegnato a pomiciare con la tipa del botteghino. Lui ha improvvisamente cominciato a tossire come se gli fosse andato qualcosa di traverso. Quando si è alzato in piedi per lasciare la sala, stringeva due grossi cocomeri sottobraccio, i baffi biondi erano rimasti incollati sulle labbra della ragazza. Si è ripreso i baffi con un gesto stizzito ed è andato dritto verso l’uscita. Rebecca lo ha puntato ancora.
“Non siamo mai state così vicine alla verità”.
Il tizio ha starnutito perdendo di nuovo i baffi. Poi è uscito, era visibilmente in difficoltà nel districarsi con il tendone della sala per colpa dei cocomeri.
“Forse”.
Sullo schermo un elicottero nero si stava alzando in volo dal tetto del grattacielo. Completamente nero, vetri oscurati, la vernice lucida scintillava sotto i riflettori accesi. Un serpente intento a mordersi la coda sullo sportello circondava una L maiuscola bianca in carattere gotico. Io e Rebecca ci siamo lanciate uno sguardo di intesa.
“Questo cazzo di film è più lungo di Via Col Vento”
“Già”
“Sono quasi sicura che questo non sia un comune cinema”
“Già”
“Pensi che possa trattarsi di una specie di confine dimensionale, un’apertura nello spazio-tempo, tra coscienza e sogno?”
“Trust no one”.

Verso sera salivo sempre sul tetto del furgoncino Volkswagen per fumare una sigaretta. Il duty free della nave si era miracolosamente salvato. Era a soqquadro, ma all’asciutto. C. A. e Banana lo avevano subito saccheggiato portandosi via montagne di stecche. Ho acceso la mia Marlboro abbracciandomi le ginocchia. La penombra si stava lentamente impossessando delle onde. Avevano passato il pomeriggio a giocare a bowling, usando delle lattine di birra come birilli e delle palline da tennis al posto delle bocce. Al primo lancio Banana si era chinata in avanti per lanciare la sua pallina, C. A. le aveva slacciato il reggiseno del bikini e le aveva mollato uno schiaffo sul culo. Era seguita breve una sparatoria. Niente morti, niente feriti. Il giorno 28 volgeva al termine. Adesso si erano rintanati nel furgone ad ascoltare i Black Sabbath. Andavano abbastanza d’accordo dopo tutto. C. A. la lasciava in pace quasi sempre, a parte quando lei gli agitava sotto il naso il suo culo implacabile, nascosto a mala pena da una sottile striscia di lycra. Quasi tutti i giorni lei si allontanava per esplorare la nave. Sia i locali rimasti fuori dall’acqua, sia quelli sommersi. Era un’abilissima nuotatrice, polmoni notevoli. Doveva essere molto brava ad aspirare e probabilmente anche a soffiare. Ho preso una lunga boccata, poi ho appoggiato il mento sulle ginocchia. La quantità di stelle visibili in mare aperto è incredibile. Una tempesta di minuscoli fuochi azzurri illuminava la notte senza Luna. Coprivano l’intera volta celeste fino all’orizzonte. Ho preso un’altra boccata, C. A. era appena uscito dal furgone per salire vicino a me. Una delle stelle sembrava sul punto di precipitare in mare, si accendeva pulsando quasi come si trovasse tra le onde.
“Sta diventando un’ossessione. Ci troveranno anche se non passi tutte le notti a scrutare l’orizzonte”
“Mi piace venire quassù a guardare il cielo”.
Gli ho sorriso indicando le stelle con lo sguardo. Lui si è sdraiato con le mani dietro la nuca.
“Ti ho detto che ci troveranno”
“Che ha di tanto importante questo viaggio? Voglio dire, quel tizio che abbiamo preso in Colombia. Chi è veramente? Tu lo sai”.
È rimasto in silenzio, poi ha preso una delle mie Marlboro e si è girato a pancia sotto vicino a me.
“No. Diciamo che avrebbe dovuto portarci in un posto. Lei, là sotto. Forse lei lo sa. Sa molto più di quello che sembra”
“Ti piace? Banana intendo”
“E’ una strana ragazza, la classica tipa che sente qualcosa solo dal collo in giù. Almeno questo è quello che cerca di far credere a tutti. Secondo me invece c’è dell’altro. Ha un obbiettivo. Si capisce da come si comporta, da come parla. Sta cercando qualcosa”
“O qualcuno. Guarda. Guarda quella stella. Quella proprio sulla linea dell’orizzonte. Guarda com’è strana. La vedo spesso, sembra stia danzando sulle onde. Forse si tratta di una Sirena. Emerge nelle notti buie alla ricerca di un attimo di passione. Non pensi?”.
“Sei fuori strada”
“Oh! Scusa tanto. Volevo solo essere un po’ romantica. Sei di cattivo umore”
“Fammi vedere meglio”.
Mi sono sdraiata di fianco a lui, cercavo la sua pelle con le labbra. Riusciva ad avere quel suo profumo di muschio anche nel mezzo dell’Oceano. In quella situazione assurda.
“Sei sicura che sia sempre la stessa?”
“Si, penso di sì. Che ti prende? Ho fatto breccia?”.
Si è alzato sui gomiti e mi ha spento la sigaretta schiacciandola con indice e pollice.
“Questa è meglio spegnerla. Vedi. Non credo proprio che quella sia una semplice stella”
“Wow! Non pensavo di poter essere così coinvolgente”.
Ero davvero convinta di aver smosso qualcosa, diciamo che ci ho messo un po’ per cogliere le sue vere intenzioni. Continuava a fissarmi con le sopracciglia inarcate. Credevo volesse baciarmi, invece continuava a guardarmi come un’idiota.
“Fai un altro tentativo”
“Cioè? Parli della stella? Ehm, non so…ma parli davvero della stella?”
“Se non si tratta di una stella che cos’altro potrebbe essere mia cara?”
“Cioè? Cioè… vuoi dire che potrebbe trattarsi di una nave? Cioè, della luce di una nave? Vuoi dire che ci hanno trovato? Dobbiamo subito chiamare gli altri. Cristo se solo lo avessi capito prima, sono giorni che sta lì!”.
Lui mi ha strattonata per un braccio tirandomi di nuovo a terra non appena ho provato ad alzarmi.
“Non così in fretta”
“Ma perché? Che diavolo dici? Una nave di salvataggio, capisci?”
“Ma davvero? E chi ti dice che siano arrivati fino a qui per salvarci? Queste rotte sono infestate da sciacalli del mare della peggior specie. Se ci hanno avvistati per salvarci perché non si è ancora fatto avanti nessuno?”.
“Cosa?”
“Quella luce è chiaramente artificiale, si vede benissimo; quindi, non può che trattarsi di un’altra nave o di un battello. Chilometro più, chilometro meno, potrà trovarsi al massimo a una trentina di minuti da questo fottutissimo relitto. Quindi, perché non si fanno avanti?”
“Cosa? No, ti sbagli. No, non è possibile. No! No.”
“Non farti venire una crisi adesso. Guarda”.
Quando siamo tornati a spiare la misteriosa luce all’orizzonte, sdraiati uno di fianco all’altra, la mia benevola stella della salvezza si è improvvisamente spenta. C. A. mi ha guardata soddisfatto.
“Allora? Prima di dirlo a qualcun altro vediamo cosa succede. Non ho proprio voglia di ritrovarmi in mezzo a dei figli di puttana intenzionati a razziare tutto quello che è rimasto a bordo”
“Troppo tardi”.
Sotto di noi Banana ascoltava in silenzio seduta sul pianale del furgone. Osservava attentamente il punto in cui avevamo visto la luce con un binocolo per la visione notturna.
“Un battello da pesca leggermente modificato probabilmente per altri scopi. Le luci non sono completamente spente. Hanno spento soltanto il riflettore principale. Quindici, forse venti uomini. Armati. Due gru, un gommone è ancora agganciato all’argano. L’altro probabilmente è qui intorno. Da quanto tempo hai notato quella luce di notte?”
“Due o tre giorni, non credevo fosse così importante”
“Quindi ci conoscono bene. Ci hanno osservato con calma. Mettono il gommone in mare con il buio e si avvicinano a remi. Non credo ci attaccheranno di notte. Di questo sono abbastanza convinta, per muoversi all’interno della nave hanno bisogno della luce del giorno, lo so bene. Forse domani”
“Da quanto tempo sei lì sotto?”.
C. A. si è lasciato scivolare giù dal tetto del furgone per raggiungerla, poi le ha preso il binocolo per dare un’occhiata.
“Posso?”
“Non molto. Il vostro cinguettio è stato davvero commovente. Su una cosa hai ragione. Ho un obbiettivo e non posso certo permettere a questi desperados di mettermi i bastoni tra le ruote”
“Quelli sono armati fino ai denti. Salgono a bordo con i gommoni. E noi abbiamo soltanto le armi che abbiamo salvato dal naufragio e qualche caricatore”
“Su questo invece ti sbagli. Sai le mie esplorazioni? Quelle per cui mi rompi continuamente. Devo farvi vedere una cosa”
“Interessante”.
C. A. si è alzato improvvisamente in piedi, la patta dei suoi bermuda di jeans è rimasta a un paio di centimetri dalla faccia di Banana. Lei è rimasta impassibile, ha continuato a fissarlo negli occhi.
“Una bella canna e qualche altra cosuccia per fare un gioco divertente”
“Così mi lusinghi. Merito di un’accurata e costante oliatura”.
“Possiamo fare i turni. Ma non credo ci siano molte probabilità che si facciano avanti adesso. Appena fa giorno vi faccio vedere”.
REEL TWO, ALIVE AND KICKING
Io ho dormito per prima. C. A. avrebbe dovuto darmi il cambio, ma è rimasto sveglio insieme a Banana anche se toccava a lei. Mi sono addormentata profondamente e ho sognato. Quella situazione mi aveva messo a disagio. Una speranza che si accende e svanisce come un fuoco fatuo. E poi quella storia degli sciacalli del mare mi faceva agitare. Il deserto e uno Sceicco. Proprio uno di quelli con il turbante e la tunica bianca. Mi aveva rapita e legata. Mi stava portando chissà dove, immobilizzata come un salame sul suo cammello. La pelle olivastra e lunghi baffoni neri. Per qualche motivo parlava come Timoteo di Braccio di Ferro. Continuava a spronare il suo cammello dicendo: “Cori Camelo, cori. Portiamo via questa femina”. Il cammello però continuava a procedere incespicando sulle dune sempre alla stessa velocità. Lui agitava il braccio in aria allora e ripeteva di nuovo il suo incitamento. Sulla cima di una duna di fronte a noi è comparso ad un certo punto C. A. Si è fermato proprio sulla sommità della duna con il suo cavallo nero. Gli occhiali da sole e il giubbotto di pelle sul petto nudo. La croce rovesciata luccicava sul petto accaldato. Intorno alla vita un cinturone con un revolver d’argento e il tamburo d’oro glitterato. Una goccia di sudore gli ha solcato il viso, scivolando veloce come una stella cadente. Ha inarcato un sopracciglio e si è impettito sulla sella. Aveva appena estratto il revolver per farlo girare sull’indice, in un attimo lo ha rimesso nella fondina. Poi ha fatto schioccare le briglie e il suo destriero nero si è lanciato lungo il fianco della duna agitando la criniera lucente. Nessuno mi aveva svegliata per il mio turno. All’alba ho ripreso conoscenza. Mi aspettavo di trovare C. A. a fare colazione come al solito con pesce alla griglia e Dom Perignon. Da quando era finito in mare si divertiva a bersagliare Tintorera con i tappi, era la sua rappresaglia per aver cercato di azzannarlo. Cercava di colpirlo sul naso appena metteva fuori il muso dall’acqua. Lui rispondeva agitando la coda coprendolo di schizzi. Banana era quasi sempre ad abbronzarsi sul furgoncino. Quella mattina invece erano entrambi in piedi sul bordo della lamiera accartocciata dello scafo impegnati a scrutare l’orizzonte con il binocolo.
“Se ne sono andati?”
“Quei bastardi si allontanano quanto basta per non farsi avvistare appena fa giorno. Probabilmente sono più vicini di quello che crediamo”
“Ma questo comunque significa che almeno per ora se ne sono andati”
“No. Significa che c’è un punto di questa nave da cui non riusciamo a vederli”.
Banana ha lasciato il binocolo a C. A.
“Venite, vi porto a vedere la mia sorpresa”.
Ci ha guidati attraverso i locali della nave ribaltati dal naufragio. Era una sensazione abbastanza divertente, avevo l’impressione di trovarmi nel Mondo in cui tutto è alla rovescia di Alice nel Paese delle Meraviglie. Al fondo di un lungo corridoio, ha spinto con forza quello che restava di un boccaporto di acciaio e siamo entrati in uno degli hangar della stiva. Sopra le nostre teste filtrava la luce del Sole da uno squarcio nelle lamiere. Metà dell’hangar era invaso dall’acqua. Si è raccomandata di camminare lungo una trave di ferro per non finire in mare. A metà del percorso sono scivolata. C. A. mi ha ripresa per un braccio, l’acqua era profondissima appena oltre la trave. Quando sono riemersa avevo un polipo appiccicato ad una gamba. L’ha staccato con due dita, fissandomi con le palpebre strette in due sottilissime fessure, poi l’ha ributtato in mare.
“Siamo arrivati”.
Banana ha spostato alcune casse con cui aveva nascosto la sua sorpresa. Le casse vuote coprivano una bara di legno incastrata in mezzo ad altri bagagli. È rimasta a guardarci soddisfatta con un piede appoggiato sul bordo del coperchio.
“Sarebbe questa la sorpresa?”.
Ha spinto il coperchio della bara con il piede. Dentro era piena di armi. Una carabina di precisione per la caccia agli elefanti, calibro 470, un lanciagranate e alcune mitragliatrici. Il fucile era un pezzo unico, costruito a mano. Sul calcio si poteva leggere l’incisione del costruttore, una L maiuscola circondata da un serpente intento a mordersi la coda. Sei colpi nel caricatore, uno in canna. C. A. lo ha indicato con l’indice e ha detto: “Quello è mio”. Ha montato i mirini, due cannocchiali uno a corto raggio, l’altro per la lunga distanza. Ha preso le cartucce per elefante e ha riempito di proiettili due cinturoni che si è messo a tracolla.
Banana ha preso due fucili automatici Smith&Wesson, io ho raccolto quello che era rimasto nella bara, una mitragliatrice Uzi e il lanciagranate. Non c’era tempo per tornare a cambiarsi, ci siamo allacciate i cinturoni sul bikini. C. A. si è acceso un sigaro sorridendo, poi ha messo un colpo in canna. Gli animali della Savana hanno lanciato il loro urlo di guerra.
“Kill all the white man”.
REEL THREE; WHEREVER I MAY ROAM, ON LAND, OR SEA, OR FOAM
Sull’autostrada ho spinto il Challenger a tavoletta. Vivien era ancora scossa per quel filmato. Non capiva perché volessi andare così a fondo in quella storia. La cosa più sensata sarebbe stata tirarsene fuori e alla svelta. Avevo chiuso con le cose sensate da quando ero stata in terapia in una clinica come quella. A quattordici anni tutti intorno a me erano convinti che avrei avuto un futuro nella moda. Un corpo perfetto, il carattere giusto, dicevano. Da quel momento la mia vita era stata programmata fino ai minimi dettagli. Ogni singola manifestazione della mia personalità veniva demolita, annientata, se non coincideva con il copione che avevano pensato per me. Alla fine, mi ero rassegnata ad interpretare un personaggio che potesse andare bene per loro e i loro progetti. Aveva funzionato per molto tempo, almeno finché qualcuno non aveva avuto la bella idea di mandare delle foto alla mia agente mentre ero intenta a succhiare cazzi. La cocaina aveva fatto il resto. Avevo avuto una crisi. Così aveva detto la psichiatra, per prima cosa devi accettare il fatto di aver avuto una profonda crisi. A ventun anni i miei progressi nel relazionarmi con gli altri, secondo le loro aspettative, li avevano convinti ad interrompere la terapia, potevo finalmente uscire liberamente e riprendere a vivere in mezzo agli altri senza l’aiuto di farmaci e medici. Un giorno mi avevano trovata con i polsi recisi. Una giornata di autunno come tante altre, il caldo del pomeriggio sollevava nell’aria il profumo del prato. Ero rimasta a lungo a guardare dalla finestra. Poi avevo frantumato lo specchio della camera e con i suoi frammenti mi ero illusa di poter mettere fine a quella farsa. Sulla cartella clinica avevano scritto: “Totalmente anaffettiva. Psicoterapia”. Non riuscivo a ricordare un motivo particolare che potesse giustificare quel comportamento. Ero semplicemente rimasta seduta sul bordo del letto aspettando che succedesse qualcosa. Mentre aspettavo, fissando il sangue scendere lungo i pezzi di specchio, una scutigera era passata velocemente sulla parete fermandosi proprio davanti a me. Poi si era messa a correre rapidamente in tutte le direzioni, come se le stessero dando la caccia. Avevo sorriso, pensando che quello strano insetto fosse incredibilmente simile a me. In trappola, sei stata scoperta. Mi ero avvicinata a lei fino a lasciarmi sfiorare il viso dalle sue antenne. Prima di svenire ero riuscita a vedere il mio viso riflesso nello specchio rotto. Le labbra stavano sillabando una frase mentre le lacrime scendevano lungo le guance: “Bentornata a casa”.
Abbiamo raggiunto la tana di AMP al tramonto, prima del coprifuoco. Ci aspettava seduta con le gambe accavallate davanti ai suoi monitor. Jeans aderenti e la maglietta di un gruppo metal. I lunghi capelli biondi sciolti sul corpo. Occhiali neri.
“Vi è piaciuto il mio regalino?”
“Hai uno strano senso dell’umorismo”.
Ha sollevato gli occhiali per un attimo, sui monitor stava passando l’immagine di un predicatore televisivo senza audio. Uno di quei talk show americani che andavano molto di moda negli anni ’70. Ero cieco e ora ci vedo e cose di questo tipo. In basso sullo schermo, un numero in sovra impressione per le donazioni.
“Hai anche degli strani gusti per i programmi televisivi”
“E’ noto che il volo della farfalla, così imprevedibile nel suo continuo cambiare direzione, aumenta notevolmente le probabilità di sopravvivenza sviando i predatori”
“Dacci un taglio”
“Il vostro software. Ho finito di decriptarlo. Si tratta di un comunissimo portale interattivo. Almeno in apparenza, se lo consideriamo singolarmente, è questo che sembra”.
Si è voltata verso gli schermi e con un rapido movimento della mano sul mouse ha fatto sparire il predicatore, al suo posto sono comparse delle lunghissime stringhe di codice.
“La questione interessante non è tanto la sua funzione, ma il suo algoritmo di apprendimento. I software moderni di questo tipo sono ormai in grado di elaborare contenuti da offrire all’utente in base alle sue preferenze. Fino a qui, niente di eccezionale”
“Vai avanti”.
Si è voltata verso di noi sorridendo, Vivien si era appena seduta su una delle poltrone sparse nella stanza. Mi sono avvicinata a lei e ho sbottonato l’impermeabile.
“Vedo che cominci a capire”.
Mi ha sollevato l’impermeabile con l’indice per scoprirmi il seno prima di continuare.
“All’interno delle stringhe criptate viene definito: “Accertatore di identità”. Ed è questo il suo scopo. Sapete benissimo come i sistemi informatici siano indispensabili nella nostra vita. Tutto quello che facciamo. Il nostro lavoro, chi siamo, la musica che ascoltiamo, i nostri ricordi più felici. Sono tutti lì, condensati in brevi segmenti di codice binario. Per questo motivo difendere i sistemi informatici è diventato più importante della difesa dei confini geopolitici. L’Accertatore di Identità non fa che questo, ininterrottamente. Ricostruisce l’identità dell’utente, elaborando un alias fedele all’originale al 99,99%”
“Che cosa succede a quello 0,01%?”
“Semplice. Lo distrugge”
“Cosa?”
“C’è di più. Una volta elaborato l’alias, la personalità viene modificata attraverso la continua esposizione a contenuti mirati. L’utente diventa come una cavia all’interno di un labirinto di vetro. Soltanto le scelte che corrispondono a quelle previste dall’alias portano ad una soluzione. Le altre corrispondono ad uno stimolo doloroso. All’esposizione dell’utente a contenuti per lui dolorosi, sul piano psicologico e inconscio. Il meccanismo si innesca legando contenuti anche del tutto estranei tra loro alla risposta negativa dell’alias”
“Cerca di essere più chiara”.
Mi ha stretto forte il seno e ha fatto una lunga pausa.
“Sapete cos’è un Hoax? Si tratta di un software dannoso, simula avvisi di protezione fino a spingere l’utente ad installare il vero e proprio virus sul computer. L’alias programmato dall’Accertatore è in grado di farlo nel subconscio. Immaginate una di quelle giornate in cui va tutto storto. Quelle a cui vorremmo mettere fine quando sono appena cominciate. In questo tipo di situazioni, Il cervello esposto a questo software è spinto a trovare un filo logico tra il suo comportamento, le scelte operate all’interno della sua vita virtuale e il susseguirsi degli eventi nella realtà”
“Almeno fino a quando non comincia a seguire le istruzioni dell’alias. Giusto?”
“Esatto. Se prendo il tunnel A ottengo il premio, altrimenti scariche elettriche. Il concetto è più o meno questo. Le scariche elettriche vengono innescate dal suo stesso cervello, stimolato dall’interazione del software con la device attraverso cui la rete ha scaricato l’applicazione comportamentale nel suo subconscio”.
Mi sono allontanata liberandomi dalle mani di AMP. Lei ha nascosto una smorfia di delusione dietro una sigaretta.
“Di che numeri stiamo parlando?”
“Sono milioni”.
Ho avuto la tentazione di chiuderle la bocca con uno schiaffo, non avevo mai provato una sensazione così opprimente.
“E’ uno strano fenomeno. Sappiamo tutti che il cervello umano emette un lieve campo elettromagnetico dovuto al passaggio di impulsi biochimici attraverso le sinapsi. Una volta installato l’alias, quando il soggetto prende decisioni che non corrispondono a quelle prestabilite, l’applicazione altera questo campo elettromagnetico emettendo attraverso le periferiche una specie di scarica elettrica. Un impulso talmente forte da provocare dolore fisico nel soggetto. L’impulso sovrascrive il messaggio memorizzato nei neuroni. In pratica altera la memoria. Sovrascrive la personalità”.
Vivien sembrava piuttosto agitata, continuava a cercarmi con lo sguardo. Forse sperava che la facessi stare zitta. AMP invece era abbastanza compiaciuta, si è rivolta a lei come se fosse stata in grado di leggerle nel pensiero.
“Non devi preoccuparti. Gli esperimenti per la rianimazione dei cadaveri sono stati interrotti negli anni ’80. Non portavano a nessun risultato. Anche se bisogna ammettere che di fatto, una volta che l’applicazione scarica l’alias all’interno del subconscio, l’individuo cessa di esistere. In pratica, letteralmente, muore. Quello che succede dopo è frutto soltanto del programma. La sua personalità resta congelata in un minuscolo spazio del cervello senza che possa più interagire con il mondo esterno. Ha ricordi sporadici della sua vita, è in grado di compiere autonomamente movimenti elementari. Di fatto però è deceduto a tutti gli effetti. Il suo corpo sopravvive grazie all’alias. Quindi diciamo che, se dovessi essere bersagliata da questo software, non avresti grandi probabilità di tornare in vita”.
Sugli schermi alle sue spalle è comparso un vecchio film di zombi degli anni ’70. Un gruppo di non morti blu camminava incespicando nel parcheggio di un centro commerciale. AMP è scoppiata a ridere.
“Ecco, se l’individuo infettato potesse riprendere il controllo del suo cervello dopo aver installato l’alias, il risultato sarebbe all’incirca quello”.
La porta blindata in cima alla scala del seminterrato in cui si trovava la tana di AMP si è improvvisamente aperta. La ragazza con gli occhiali che avevo visto in strada è scesa camminando rapidamente, si è fermata proprio davanti a noi, con le mani infilate nelle tasche della giacca di pelle.
“Lei si chiama Miriam. Ha le chiavi del vostro appartamento. L’agente immobiliare è convinto che siate due lesbiche interessate all’acquisto. Le persone che lo manovrano non sanno nulla. Forse vi hanno scambiate per due curiose impiccione. Lasciateglielo credere. Non toccate niente nell’appartamento. Se notate qualcosa, fingete di non aver trovato niente, non parlatene neanche tra di voi”
“Se sai tutte queste cose perché non hanno mandato te a ficcare il naso?”
“Non è possibile. Non posso lasciare questo posto, sai una grave malattia mi costringe qui”
“Davvero?”
“Certo, si chiama allergia agli stronzi. Adesso levatevi dai piedi devo lavorare”
“Perché ci hai fatto tenere d’occhio dalla tua amica?”
Si è voltata di nuovo verso i suoi computer, pensavo non avesse voglia di rispondere. Miriam si è avvicinata e mi ha preso sottobraccio.
“Dovevo essere sicura che non foste infette. Prendo anch’io le mie precauzioni”
Poi gli schermi sono passati ad un video sadomaso con la ragazza e AMP.
“Che cosa vuoi in cambio per le tue informazioni?”.
Lei si è alzata ed è venuta decisa verso di me.
“Ho una gran voglia di scoparti”
“Ok”.

Flesh Eaters cominciava a piacermi. C. A. stava cercando di liberare una tizia, tenuta prigioniera da una setta fondamentalista. L’avevano ammanettata ad una sedia, sorvegliata a vista all’interno di un appartamento. Ero sicura di conoscerla, una tuta nera da motociclista, lunghi capelli neri con la frangetta. La scritta ACE sulla schiena. I tizi che la sorvegliavano avevano tutti uno smartphone appeso al collo con una delle croci telematiche della Media-elektron. C. A. ha semplicemente sfondato una delle pareti a pugni facendola crollare su uno dei sorveglianti, poi ha cominciato a massacrarli. Non lo avevo mai visto in quello stato, era letteralmente fuori di sé. Ha colpito al viso uno dei tizi, la sua testa è esplosa. Prima di spezzare le manette della ragazza, ha afferrato un’altra guardia per i capelli, con l’altra mano ha stretto il colletto della camicia e ha tirato. La testa è venuta via come se fosse stata di gelatina.
“Se questa è una proiezione della realtà non vorrei essere nei panni di quelli”
“Diana, secondo me, stiamo guardando una specie di rappresentazione cinematografica di fatti reali. Forse l’immagine è creata con immagini in grado di trasmetterci un messaggio cifrato, o qualcosa del genere”
“Quella tizia, credo di conoscerla. Lo so che cos’è questa storia”.
C. A. aveva appena afferrato una delle guardie per i polsi. Aveva stretto talmente forte da spezzargli le ossa. Poi lo aveva morso sul collo staccandogli la testa di netto. Anche la ragazza non scherzava, staccava gli arti dei sorveglianti come se nulla fosse.
“Questa poi”
“Non dimenticarti che si tratta di un film alla fine. Però sono sempre più convinta che ci sia un senso in tutto questo. Dobbiamo restare a guardare fino alla fine”
“No, io mi riferisco ad un’altra cosa. Guarda chi è appena entrata nel cinema”.
Mi sono voltata verso l’ingresso alla sala. La tizia che stavamo pedinando prima di raccogliere l’invito al cinema, per quella bizzarra rassegna horror, si era appena infilata dentro ed era andata a sedersi nella prima fila. Non ha fatto caso a noi e si è messa a guardare il film. La scena si chiudeva con una fuga sotto un violento temporale. C. A. e la ragazza saltavano su una moto di grossa cilindrata, nascosta nel seminterrato dell’edificio in cui era stata tenuta prigioniera. Lei si era messa il casco integrale, lui è saltato sul sedile del passeggero, seduto al contrario. Schiena contro schiena. Quando sono usciti dal seminterrato due SUV si sono lanciati al loro inseguimento. C. A. ha sollevato una mitragliatrice M63 e ha aperto il fuoco facendoli secchi sulle note degli AC/DC. Big Gun. Una volta terminata la fuga piombavano nell’appartamento della tipa inzuppati fradici. C. A. sfondava la porta con un braccio, lei si aggrappava a lui per baciarlo.
“Vorrei sapere che cavolo di ruolo abbiamo noi in questa storia”
“Io credo di aver cominciato a capire. Ricordi il telefono senza fili? L’importante è continuare a guardare”
“Ma senza fare niente? Che cazzo significa, se tanto non possiamo intervenire?”
“Dobbiamo solo passare il messaggio”
“Certo, e lei?”
“Ancora non lo so, cazzo, ancora non lo so. Pensi davvero che abbia ragione?”
“Ma certo, ne sono sicura”.
Poi si è chinata verso di me e ha detto: “I want to believe”.

Continua…
scritto il
2024-03-29
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