Colpo su colpo (Love in the shadow) Cap. 5

di
genere
pulp

“È incredibile!”
“Che cosa?”.
Lucy si era appena seduta di fianco a me nella prima fila. Le ho indicato lo schermo. C. A. si era di nuovo messo la divisa da SS. Occhiali da sole e sigaro tra le dita. Stava sfogliando una rivista del periodo fascista, ascoltando Never Gonna Give You Up di Rick Ashley, nel suo walkman anni ’80. Teneva il ritmo con la testa, seduto al centro di un divano di pelle. Alle sue spalle una mia gigantografia ricopriva l’intera parete. Cercavo di tenere in equilibrio sulla testa un casco di banane. Completamente nuda. Come quella tizia nella storia di Guglielmo Tell.
“Parli della sua divisa? È questo che ti irrita?”
“Le banane…no quella, veramente…”. Senza che me ne accorgessi le mani sono scivolate in mezzo alle gambe. C. A. stava aprendo un altro poster dalla rivista, una ragazza con i capelli rossi seduta sulla scalinata di una stazione. Un cappotto verde scuro e una sigaretta a metà tra le dita. Si è appoggiato la rivista sulle gambe e ha tirato fuori un pennarello dal taschino per disegnarle un cuore intorno al viso. Prima di mettere via il pennarello, ha agitato gli indici canticchiando: “Never gonna give, never gonna give”.
“Chi accidenti è quella? È davvero incredibile!”.
Lucy si è alzata per lasciare la sala, dopo aver fatto un gesto stizzito con la mano. Lui, intanto, si era chinato sulla foto, come se volesse annusarla. Poi ha detto: “Sento l’odore della tua fica”.

REEL TWO, PUSSY WAGON

- Mamma Jenny, sei sicura di saper guidare una macchina da corsa come quella? Lucky Star –
- Idiota, ti ho detto di non chiamarmi in quel modo, la vuoi capire o no? Pasticcina –
- Ma se ci fermano gli sbirri sedute in due sul sedile del passeggero ci fanno il culo. Raven –
- Il tuo già bello fatto, troia. Ah! Ah! Lucky Star –
- Fottiti! Raven -
- Cercate di non farmi incazzare ancora prima di cominciare. Dobbiamo ritrovare quei due. Non possono essere spariti. Pasticcina –
- Ha ragione mamma Jenny. Sembra una di quelle storie sul triangolo delle Bermuda. Lucky Star –
- Non sono mai stata in Germania, non vedo l’ora di tagliare la corda. Raven –
- Vi ho già detto che posso portarne solo una. Non fate casino come al solito. Pasticcina –
- Ce la giochiamo. Raven –
- Scordatelo, stronza. Lucky Star -
- Mamma Jenny, ma perché dobbiamo andare proprio in Germania per ritrovare C. A.? Lucky Star –
- Non chiamarmi in quel modo troia. Perché lì c’è l’unica persona che conosco capace di pilotare un aereo. Pasticcina –
- Una volta ho visto un film sul triangolo delle Bermuda. Un aereo spariva dai radar senza lasciare traccia e poi veniva ritrovato nel bel mezzo del deserto del Sahara. Raven –
- Trattandosi di quel coglione è del tutto plausibile. Noi però punteremo dritte verso la Colombia. Pasticcina –
- È vero. Con la fissazione che ha per il triangolo è possibile che sia andata proprio così. Lucky Star –

Il tempo sembrava essersi fermato. Mi ero abituata ormai a passare i pomeriggi ad abbronzarmi sulla vetrata della nave rovesciata, insieme a Banana. C. A. era poco distante, sullo squarcio nella chiglia sotto di noi. La lamiera piegata scendeva gradualmente verso il mare, creando una specie di discesa da cui si poteva entrare in acqua. Nessuno tuttavia si azzardava mai. Le orche dell’Acquario non erano le uniche frequentatrici del relitto. Un branco di squali perlustrava periodicamente il tratto di mare intorno a noi in cerca di qualcosa di appetitoso. Alcuni dei superstiti, nei primi giorni si erano avventurati nel tentativo di aggirare lo squarcio che ci divideva in due gruppi, su due diversi lati della nave. Erano stati divorati in pochi minuti. Lui stava cercando di cuocere del pesce alla griglia, seduto a gambe incrociate proprio sul bordo. Usava un rettangolo di lamiera per sventagliare la brace e alzare la temperatura del fuoco. Il giubbotto di pelle steso alle sue spalle come stuoia. Un paio di mutandine da donna, rosse con il pizzo, annodato intorno alla fronte come una bandana. Aveva preso l’abitudine di lanciare gli avanzi agli squali, a uno aveva perfino dato un nome: Tintorera. Diceva che gli ricordava lo squalo di un vecchio film. Ho acceso una sigaretta e mi sono girata su un fianco per poter vedere il mare.
“Quelle erano le ultime, mi sa”
“No tranquilla, ieri ne ho trovata una stecca intera girando per le cabine. Di sicuro in giro devono essercene altre, non preoccuparti”
“Io intendevo le mutandine”
“Cazzo, sono le mie”.
Il boccaporto che avevamo arrangiato per scendere nelle cucine riadattando il tunnel per la lavanderia, si è aperto. Banana ha impugnato all’istante la mia Beretta Parabellum, ha messo il colpo in canna e poi ha esploso un paio di colpi di avvertimento, centrando in pieno il boccaporto.
“Forse dovremmo escogitare un segnale di avvertimento meno aggressivo, non pensi?”
“No, non credo. Se uno di quei pervertiti ci resta secco, non sarà certo una grave perdita per l’umanità”.
Il braccio del cuoco siciliano si è sporto dal boccaporto agitando un fazzoletto bianco.
“Ragazze, abbiamo trovato delle uova ancora commestibili. Ho preparato i muffin!”
“A che gusto?”
“Tonno, non è che fosse rimasto molto altro”
“Se sento ancora parlare di pesce vomito”.
Banana si è abbassata gli occhiali da sole e ha ripreso la Beretta, poi ha detto: “Fanculo”, e ha ricominciato a sparare. Il cuoco siciliano aveva lasciato andare il fazzoletto per filarsela di nuovo all’interno della cucina, il boccaporto si abbassato di colpo seguito da una pioggia di scintille.
Dalla spiaggia privata di C. A. intanto si stava alzando una nuvoletta di fumo seguita da un fortissimo odore di pesce alla griglia.
“Cazzo, non dirlo a me. Queste nausee mi danno ancora il tormento. Da quando ho preso quella botta in testa non mi danno tregua. Mi sembra di essere quel tizio in Alien, hai presente? Secondo te è qualcosa di grave?”.
Lei non mi ha risposto. Si è accesa una sigaretta ed è tornata ad abbronzarsi, aveva accavallato le gambe, le faceva ciondolare avanti e indietro nervosamente.
“Che ti prende? Allora che significa questa storia?”
“Mmm? Che?”
“Perché fai così che vuoi dire?”
“Io? Niente…quanto tempo hai passato da sola in cabina con quello scimmione?”
“Che vuoi dire? Non farti strane idee, è impossibile. Quelle cose non succedono in questo modo. Non a me”.
Mi sono messa seduta sul lettino cercando di sporgermi verso C. A. Si stava ingozzando, ha alzato un braccio per salutarmi mentre mi sorrideva con la bocca piena.
“Cristo Santo, sto per dare di stomaco”
“Cazzo, se ti fa questo effetto, deve essere una cosa seria”
“No, dai. Sto troppo male per litigare. Mi sembra di morire”.
Mi sono lasciata andare sul lettino e ho provato a prendere sonno. Non ci è voluto molto. Ho sognato ancora il cinema all’aperto. Sullo schermo è passata una sequenza con C. A. intento a guidare il suo fuoristrada nel deserto, sul sedile del passeggero si era acciambellato un gatto grigio. Non capivo cosa fosse successo allo stereo del Patrol, la radio trasmetteva canzoni anni ’50 in continuazione. Quando è cominciata King Creole di Elvis, ha stretto le labbra a “O” aspirando rumorosamente. Poi ha detto “Totale!”. Un conto alla rovescia ha interrotto la scena, era ricominciato il film con i due amanti in fuga.
La storia era molto commovente. Lei aveva appena scoperto di essere incinta. Lui si era persino lanciato in una bizzarra proposta di matrimonio, ovviamente non avevano soldi. Un classico. Continuavano a vivere giorno per giorno, saltando da una bettola all’altra in cerca di fortuna. Alla fine, un tizio conosciuto in un bar, si offriva di procurargli un tetto sulla testa e quello che serviva per tirare avanti per un po’. Sembrava interessato alla ragazza, ma dopo qualche scena si capiva che in realtà il suo interesse non era la donna. Cercava complici per una rapina. Anche questo sembrava abbastanza scontato, però c’era qualcosa nella loro storia, nel loro feeling, di assolutamente autentico. Avevo l’impressione che il film non fosse una semplice coincidenza, qualcuno stava cercando di dirmi qualcosa. Mi sono tornati in mente i gettoni portafortuna di Lucy. Ne avevo ancora uno, ma da quando era naufragata Le Soleil non ero più riuscita a trovare il bar di Marina sull’isola tropicale. Ho infilato la mano nella tasca per essere sicura, era ancora al suo posto. I dialoghi del film rimbombavano nella penombra de cinema.
“Mussolini? Devi essere pazzo. Hai idea di quello che ci aspetta se ci prendono? Non c’è la galera per quelli come noi, lo sai questo?”
“È sicuro. Non corriamo alcun rischio. Il giorno della rapina saranno tutti presi dalla parata militare. Prima del comizio le guardie del corpo lo accompagneranno nella sua banca privata, un deposito. Quando arriveremo noi le cassette saranno ben fornite”
“E come accidenti hai avuto tutte queste informazioni?”
“Non ha importanza. So soltanto che sono sicure e questo deve bastarvi”
“E come ci arriviamo in Italia, lo sai cosa vuol dire lasciare questo paese e raggiungere Roma, in un momento come questo? Come conti di fare? Passando le Alpi a dorso di elefante?”
“Stronzate, è sicuro anche questo. Ci imbracheremo sull’Hindenburg nel New Jersey diretti a Francoforte. Da lì dovremo raggiungere Roma in treno”
“Come facciamo a sapere che non ci stai imbrogliando? Forse sei davvero pazzo, come facciamo ad essere sicuri?”.
A quel punto il tizio del bar lanciava sul tavolino della stanza d’albergo tre passaporti falsi a cui mancava la fotografia e un sacchetto pieno di banconote.
“Gli altri ci aspettano a Roma”
“Gli altri? Gli altri chi?”
“Amici. Per ora non vi serve sapere altro”
“È impossibile. Non puoi pretendere che dall’oggi al domani ci mettiamo insieme ad un tizio qualunque per una cosa del genere. Non se ne parla, riprenditi i tuoi soldi”
“Dall’oggi al domani? L’Hindenburg decollerà per Francoforte fra sei mesi. A marzo saremo a Francoforte, la parata è per l’otto di luglio”.
Non appena il tizio lasciava soli i due amanti, la donna scoppiava a ridere, una lunga e terrificante risata isterica. Era decisa a fregarlo fin dall’inizio.
“Ti rendi conto della fortuna che abbiamo? Porteremo nostro figlio fuori da questo inferno”.
L’uomo con il completo a righe si lasciava sprofondare su una poltrona prima di accendersi un sigaro.
“E’ troppo rischioso, ci lasceremo la pelle tutti e quattro di sicuro”.
Lei andava ad accovacciarsi sulle sue ginocchia.
“In Europa, capisci? Sarà tutto diverso una volta che saremo lì”.
Mi sono svegliata proprio quando la storia si stava facendo interessante. Istintivamente ho fatto scivolare una mano sulla pancia. Poi ho cercato Banana con lo sguardo, il suo lettino era vuoto. Aveva lasciato il boccaporto aperto. Sono andata a sbriciare verso la spiaggia di C. A. Il barbecue di fortuna si era spento. Dormiva sdraiato sul giubbotto. La pinna dorsale di Tintorera si stava agitando in mezzo ad un mucchietto di lische gettate in acqua dopo la grigliata. Era proprio sul bordo della lamiera. Il muso dello squalo è uscito dall’acqua per sondare il terreno, ha spinto C. A. su una spalla. Lui si è girato dall’altra parte, mugugnando. “No, lasciami in pace. Ho mangiato troppo”. Lo squalo ha insistito spingendo di nuovo con il muso sulla spalla.
“Mmmm, in effetti mi ci vorrebbe proprio un massaggio”. Tintorera però era di un altro avviso, si è inabissato con uno scatto, schizzandolo dalla testa ai piedi.
C. A. si è girato a pancia sotto, tirandosi il giubbotto sulla testa.
“Fanculo, te li scordi i muffin”. A quel punto non ero più sicura che le nausee fossero dovute alla botta in testa.

REEL THREE, HAPPY HOUR (DREAMS&CHIPS)

La prigione sotterranea era diventata insopportabile. Il pensiero di restare per sempre in quell’eternità senza luce, mi stava uccidendo lentamente. La mia carceriera era diventata la mia unica consolazione. Aspettavo impaziente il suo arrivo, nella speranza che interrompesse quella monotonia assurda e immutabile. Ho chiuso gli occhi cercando di concentrarmi su C. A. I ricordi con lui mi hanno attraversato la mente, come un film proiettato nella testa. Mi abbracciava in riva al mare, gli avevo appoggiato le mani sulle spalle, le labbra a un millimetro dal suo collo. Riuscivo a sentire il suo profumo e il suo calore. Migliaia di bolle di sapone colorate, si alzavano intorno a noi. Su ognuna riuscivo a vedere riflessa la mia vedova nera.

“Lo hai fatto ancora. Quante volte devo ripetertelo?”
“Ma volevo sapere che cos’era”
“Ti ho detto che non devi prendere le cose che non sono tue. Perché lo hai portato a casa?”
“Ma tu lo sai che cos’è? Io non riuscivo a capirlo”
“E’ meglio se la pianti. Dove lo hai preso? Mio non è, non è di nessuno, di chi è?”
“Non lo so, lo avevano lasciato in bagno sul lavandino. Non capivo che cos’era e l’ho portato a casa per chiedere”
“Non devi prendere le cose che non sono tue. Non le voglio le cose degli altri in casa mia, hai capito?”
“Ma tu lo sai? Sembra un anello, però se guardi dentro c’è una scritta che si muove”
“Piantala, guarda che cosa hai combinato. Adesso vai a sederti dentro, quando la lavatrice ha finito torniamo a casa e mi aiuti a stendere”.

I gradini della stazione erano ancora più gelidi del solito. Non ero riuscita a racimolare neanche quello che serviva per infilarmi in un bar e scaldarmi un po’. Le sigarette erano quasi finite. Sono rimasta sovrappensiero cercando di scacciare quello stupido sogno.
Ho infilato la mano nella tasca del cappotto per toccarlo, era l’unico ricordo che avevo portato con me da quando ero andata via di casa. Due piccoli cerchi concentrici di metallo, su quello più esterno erano incisi dei numeri romani, dall’uno al dodici, sull’altro una specie di triangolo capovolto. Somigliava ad una meridiana in miniatura. In qualche occasione avevo avuto l’impressione che il triangolo si fosse spostato tra i numeri romani, ma nessuno aveva voluto credermi. Qualcuno doveva esserselo tolto per lavarsi le mani e lo aveva dimenticato lì sopra. Non ero riuscita a resistere, lo avevo messo in tasca. Mi avevano punito severamente quando a undici anni lo avevo preso dal bagno della stazione. Mia madre non mi aveva rivolto la parola per più di due settimane. Era stata la prima volta in cui mi ero resa davvero conto di quanto i miei sentimenti fossero lontani dalla realtà. Non ero più stata capace di confidarmi con nessuno. Sono rimasta a rimuginare ancora per un po’ cullata dai ricordi. Ho preso uno dei pezzi di carta che avevo messo da parte per scrivere. Pochi metri più in basso una coppia di adolescenti cercava di baciarsi restando in equilibrio sui gradini. Lui aveva i capelli arruffati davanti agli occhi, un giubbotto dei Chicago Bulls e jeans scoloriti. Lei indossava un paio di pantaloni larghi e una felpa col cappuccio. Fumava una sigaretta tenendola tra medio e anulare. Quando il ragazzo ha perso l’equilibrio, lei lo ha tenuto in piedi con un bacio sulle labbra. Ho ripensato all’ultima volta in cui ero stata al mare. Mi ci aveva portata il mio fidanzato, in quel periodo riuscivo ancora ad instaurare legami quasi stabili con i maschi. Avevamo passato il pomeriggio sulla spiaggia a raccogliere sassolini per ricordo di quella giornata. Io ne avevo presa una manciata piena, lui soltanto uno. Poi ci eravamo baciati seduti sugli scogli.
Ho messo via il foglio di carta, senza essere riuscita a scrivere neanche una parola. Ormai era quasi l’ora di rientrare. Da qualche tempo avevo trovato una sistemazione in un appartamento per studenti, anche se erano secoli che non mi facevo vedere all’Università. Le mie compagne di stanza non mi sopportavano, ero sempre in ritardo per l’affitto e le spese in comune. Io fingevo di non essermi accorta di nulla. Una volta una delle tizie dell’appartamento si era portata a casa un ragazzo per scopare. Li avevo sentiti ansimare per tutta la notte nella loro stanza. Poi si erano messi a parlare sottovoce, fumando una sigaretta dopo l’altra. Ad un certo punto il tizio aveva detto: “Certo che la tua amica è un tipo davvero loquace”. Lei era scoppiata a ridere come un’idiota ripetendo quella stupidaggine. Ogni volta che il tipo ripeteva quella parola, tra una boccata e l’altra, lei ricominciava a ridere come se fosse la cosa più divertente del mondo. Mi ero infilata l’anello al medio della mano sinistra e avevo tirato le coperte sopra la testa. Volevo scomparire. Dopo ero sprofondata in uno strano sogno. Non ne avevo mai fatto uno così intenso. Un’isola tropicale, una piccola mezzaluna di sabbia bianca, sperduta in mezzo all’Oceano. Il ricordo di quella piacevole sensazione di pace mi era rimasto impresso nella mente per giorni. Stavo per avviarmi verso la metro, i due fidanzatini si erano appena defilati. Una pattuglia della polizia è passata in quel momento proprio davanti alla scalinata della stazione. Era una gran rottura quando mi imbattevo negli sbirri, mi scambiavano sempre per una senza tetto. Quando ero fortunata si limitavano a farmi la predica, un paio di volte ci avevano persino provato. Fino a quel momento però ero sempre riuscita a squagliarmela in qualche modo. Si erano fermati davanti all’entrata del sottopassaggio per scendere alla metro con i lampeggianti accesi. Ho pensato: “Fanculo!”. Avrei potuto fingermi indifferente ed entrare in stazione, ma non avrebbe funzionato. Ho infilato l’anello sperando in un colpo di fortuna e in effetti, qualcosa è successo. Un’auto sportiva di grossa cilindrata li ha superati sulla destra, fermandosi con due ruote sul marciapiede tra me e loro. Carrozzeria nera metallizzata, vetri oscurati e due bande rosse al centro. Una scritta sull’enorme spoiler posteriore diceva: “Paradise was closed so we’re heading for the Coast”. Ero sicura che quella manovra spericolata avrebbe attirato l’attenzione degli sbirri più dell’aspetto losco della sottoscritta. È rimasta ferma sul marciapiede con il motore acceso per una manciata di secondi, poi è ripartita sgommando sull’asfalto. Mentre mi precipitavo verso l’entrata della metro stentavo ancora a credere ai miei occhi. L’auto della polizia era semplicemente svanita.

- Mamma Jenny sei una stronza, avevi promesso che ci avresti portate con te! Raven –
- È vero lo avevi promesso! Lucky_Star –
- Non puoi tirarci il bidone, spiegaci almeno perché? Raven –
- Perché siete due bambocce del cazzo! Pasticcina –
- Stronza! Lucky_Star-Raven –

Fortunatamente la metro era molto affollata. Mi faceva sentire al sicuro stare in mezzo alla gente, anche se in realtà solitamente passavo completamente inosservata. Quella volta però c’era qualcosa di diverso. Avevo notato subito due ragazze in piedi di fronte a me. Una indossava un vestito aderente nero. Occhiali scuri e una tempia rasata. Sulla tempia riuscivo a distinguere chiaramente una croce rovesciata tatuata al centro di un pentagramma. La sua amica le teneva il viso affondato sul collo. Era vestita completamente di bianco, jeans aderenti e stivali di pelle al ginocchio. I capelli e la sua carnagione erano chiarissimi, albina. Quando si sono accorte di essere osservate, la ragazza albina ha sollevato il viso dal collo dell’amica e si è voltata lentamente verso di me per fissarmi. Tra i denti stringeva il proiettile di una mitragliatrice di grosso calibro. La scena mi è sembrata l’ennesima assurdità in quella giornata surreale. Subito dopo il treno è arrivato in stazione, la gente si è ammassata improvvisamente sull’uscita. Le due ragazze erano sparite nella calca. Ho raggiunto rapidamente l’appartamento, mi sentivo completamente in agitazione. Speravo che le mie compagne di stanza fossero rientrate prima del previsto, per qualche motivo. Mentre attraversavo la strada per raggiungere il portone ho notato un tizio appoggiato al muro del palazzo. Fingeva di leggere un quotidiano tedesco, occhiali scuri e cappotto nero. Il suo volto era sfigurato da una bruttissima cicatrice. Stavo cercando di non farmi prendere dal panico, volevo arrivare a casa senza mettermi a correre. Mi illudevo in questo modo di riuscire a riportare la realtà alla normalità. Quarto piano, la lampadina della luce sulle scale si è fulminata appena sono uscita dall’ascensore. Le altre in fondo al corridoio, verso la scala B del palazzo, hanno cominciato a tremolare. Cercavo di tirare fuori le chiavi dalla tasca, senza farmele sfuggire di mano, quando è venuto verso di me uscendo dalla penombra del corridoio. Una goccia di sudore è scivolata sulla tempia, come un serpente lanciato sulla preda. In mano aveva un quotidiano identico a quello del tizio davanti al portone. Lo stava arrotolando stringendolo forte con le mani. Mi è tornato in mente un film che avevo visto, in cui tentavano di uccidere una tizia cacciandole in gola una rivista arrotolata in quel modo. Capelli biondi, corporatura media. Anche lui aveva il volto sfigurato. L’ascensore è stato chiamato di sotto. Sono corsa verso le scale, ma mi sono accorta subito dei passi di qualcuno al primo piano. Saliva con calma, un passo dopo l’altro. Ho abbandonato l’eventualità della fuga sulle scale e sono tornata verso l’appartamento. Le chiavi mi sono sfuggite di mano, sono riuscita a raccoglierle e ad entrare in casa quando il biondo era ormai a metà del corridoio. Era stato messo a soqquadro, nessuna traccia delle mie odiose compagne di stanza. Il panico mi impediva di pensare. Mi era rimasta soltanto la finestra. Sono salita in piedi sul davanzale tenendomi aggrappata alle persiane. Cercavo disperatamente di non guardare di sotto. La grondaia era troppo lontana per potermici aggrappare. Quando ho allungato una gamba cercando di raggiungerla, qualcuno mi ha afferrato tirandomi dentro. Ho cacciato un urlo e sono finita sul pavimento convinta che il biondo fosse riuscito a prendermi. Mi sbagliavo. La mano che mi aveva impedito di sfracellarmi al suolo era di una donna. Occhiali da mosca e giubbotto di pelle rosso. Il mondo ha cominciato a girare intorno e me.
“Chi diavolo siete? Che accidenti volete da me?”
“Ormai è troppo tardi per spiccare il volo, passerotto. Ti hanno beccata”
“Ma chi…ma chi…e che cosa a-avete…”
“Non gli è successo niente. Ora però abbiamo altri cazzi”.
Con lo sguardo ha indicato la porta. Solo in quel momento mi sono accorta dell’odore di benzina nella stanza. Aveva completamente saturato l’aria.
“L-la…lasciatemi in p-pace…”.
Stavo per mettermi a urlare, prima che ne avessi il tempo un’altra donna è uscita dalla penombra. Un lungo cappotto nero sulle spalle e un basco dello stesso colore sulla testa. Dalle labbra pendeva un lungo sigaro acceso. C’era qualcosa di strano nelle sue braccia nascoste dal cappotto. Erano incredibilmente…lunghe. La brace si è accesa nel buio illuminandole il viso. Niente cicatrici. Ha sputato il sigaro sul pavimento dopo aver preso una lunga boccata. Quando il sigaro ha toccato il tappeto del salotto, l’appartamento è andato a fuoco. Si era messa con le gambe divaricate proprio davanti alla porta, dopo aver puntato bene i piedi a terra. Il cappotto è scivolato via dalle spalle, finendo sul pavimento ad una lentezza sconcertante, come in una scena al rallentatore. Poi finalmente ho capito cosa ci fosse di strano nelle sue braccia, impugnava due fucili automatici. Uno per mano. Li ha alzati puntandoli verso la porta un secondo prima che i tizi sul pianerottolo cominciassero a sfondarla a spallate.
“Giù la testa zuccherino!”.
Ho perso i sensi prima che cominciasse a sparare.

REEL FOUR, WE NEED SOME AC

Sono tornata al poligono. Il bersaglio era dritto davanti a me. Ho alzato la Magnum con due mani, la sinistra impugnava il calcio con il palmo. L’indice della destra sul grilletto. Il centro del bersaglio era perfettamente allineato con i due mirini. La cromatura in acciaio scintillava sotto i neon. Quando ho armato il cane, il braccio di C. A. si è allungato sulle mie spalle. Indossava ancora la divisa da SS. Un sigaro alla menta tra le labbra. Con la mano sinistra mi ha stretto il seno, nella destra impugnava un fucile semiautomatico. Mi ha abbassato la camicetta fino alle spalle e si è tolto il sigaro di bocca. Sentivo il calore della brace passare a un millimetro dalla mia pelle. La punta incandescente mi ha quasi sfiorato i capezzoli nudi. Poi ha spostato il selettore su raffica e ha fatto fuoco. Quando ha richiamato il bersaglio, sono rimasta senza parole. Con i colpi aveva disegnato due H maiuscole circondate da un cuore.
“È incredibile! Sei ancora fissato con questa storia dei nazi!”
“Hard&Heavy, piccolina”.
Mi ha spinto in ginocchio mettendomi una mano sulla testa. Non ci ho pensato per un attimo e glie l’ho preso in bocca. Il fucile semiautomatico è finito sul pavimento. Prima di venire mi ha afferrato la nuca, sottovoce ha detto: “Mein Führer”.

Ho ripreso i sensi sul sedile del passeggero dell’auto da corsa che avevo visto alla stazione. Alla guida c’era una ragazza. Leggings con il disegno della bandiera americana, scarpe da ginnastica rosa glitterate, un’altissima zeppa bianca. Body aderente bianco, una scritta oro al centro del petto diceva: “ELVIS HAS LEFT THE BUILDING”. Le mani in un paio di guanti di pelle rossa senza le dita. Unghie lunghissime, smalto rosa. Mi sono guardata intorno, non sembrava affatto una comunissima auto sportiva. Il volante era foderato con la pelle di un serpente corallo nera e arancione. Sul pomello del cambio c’era soltanto il numero 8 al centro di un cerchio bianco. Ho dato uno sguardo al quadro degli strumenti, l’indicatore della velocità arrivava fino 666 Km/h. Quando ha cambiato marcia si è accesa per un secondo una spia verde. Una raffigurazione caprina di Lucifero seduto a gambe incrociate al centro di un triangolo. L’auto si è fiondata in avanti. L’accelerazione mi ha schiacciata sul sedile.
“Bentornata, zuccherino”
“C-Che acc-accidenti volete da me? Che diavolo sta succedendo? Chi erano quei tizi?”
“Sicura di non saperne nulla? Voglio dire, pensaci bene prima di rispondere. Quella succhiacazzi col mitra non si muove mai in questo modo senza un motivo valido”
“Cristo, è…è…un i-incubo. Devo essere scivolata dalla finestra e mi sono ammazzata sul marciapiede. N-No-Non c’è altra spiegazione”
“Lo fai spesso?”
“C-Cosa?”
“Que-Que-Quella stronzata del cazzo che fai quando parli? È possibile? Cazzo!”
“Vaffanculo! Stronza! Non è colpa mia, è soltanto che sono molto agitata! Mi succede solo quando sono nel panico! E porca puttana, devo proprio dirtelo, ma adesso me la sto letteralmente facendo sotto!”
“Ecco, visto? Ci voleva tanto? Così va decisamente meglio. Allora, piccolina, torniamo a noi. Sei sicura di non sapere perché sia successo tutto questo. Un motivo dovrà pur esserci. Non ricordi qualcosa di strano negli ultimi giorni? Qualche fatto insolito, voglio dire?”
“Non so di che accidenti parli. Non è successo proprio niente. Io non sono nessuno. Non ne ho idea. Voglio solo essere lasciata in pace. È solo questo che voglio, che la gente mi lasci in pace. Si può sapere che volete?”
“Santo cielo…non è possibile, capisci? Questo lo so per certo”
“Io so solo che questo pomeriggio ero alla stazione come tutti i pomeriggi e una pattuglia della polizia è scomparsa, proprio sotto i miei occhi”.
Lei ha trattenuto a fatica una risatina isterica.
“Ma non dico cose di quel tipo. Non oggi almeno. Ti stavano dietro già da un pezzo. E poi sai, devo proprio dirtelo bella mia, quegli sbirri del cazzo, non avevano affatto delle buone intenzioni nei tuoi confronti. Sei stata molto fortunata”.
Poi ha alzato un sopracciglio, ammiccando verso il retrovisore.
“Comunque, per chiudere le presentazioni ci vorrà ancora un po’. Ora dobbiamo pensare a quei cazzi mosci dietro di noi. Quegli stronzi sono anche peggio degli sbirri”.
Ho guardato nel retrovisore, un SUV bianco si stava avvicinando a forte velocità. La griglia argentata del radiatore sembrava stesse sorridendo maliziosamente nello specchietto.
“Ca-Ca-Cazzo!”
“Ma Po-Po-Po-Porca puttana, fai qualcosa! È insopportabile!”
“Uffa!”.
Ha premuto un pulsante sul volante, il volume dello stereo si è alzato all’improvviso. Sul display è passata la scritta: “DECIBEL OVERLOAD – AIRBOURNE Breakin' Outta Hell”. Poi si è alzata gli occhiali a specchio sulla testa e ha pestato a tavoletta, la lancetta della velocità è schizzata verso l’alto.
REEL FIVE, I’LL BE WATCHING YOU
Quando mi sono svegliata sono andata a cercare C. A. era sparito insieme a Banana. Non volevo lasciarmi andare a congetture, ma conoscendolo non mi aspettavo niente di promettente. Avevo messo un asciugamano intorno alla vita, quell’idiota mi aveva rubato l’ultimo paio di mutandine pulite. Gli infradito a fiorellini mi calzavano alla perfezione. Era stata davvero una fortuna. Li avevo trovati in una delle valige. Sullo squarcio nella chiglia dove C. A. prendeva il sole si era formata una specie di pozza di acqua calma, piena zeppa di bagagli e oggetti di vario tipo, rigurgitati da Le Soleil come in una crisi di rigetto dopo la catastrofe. Mi sono sfiorata la pancia con una mano, avevo ancora lo stomaco sottosopra. Ho guardato verso il basso, cominciavo ad essere paranoica, la pancia mi sembrava stranamente gonfia. Nella valigia avevo trovato anche un’altra cosa. Un abito da sposa bianco. A quel punto mi erano saltati i nervi. Avevo borbottato:” Fanculo!” e l’avevo ributtata in acqua imprecando. Dopo aver girato inutilmente per più di mezz’ora tra i rottami della nave ero riuscita a trovarli. Sdraiati a pancia sotto, su una delle torri. C. A. aveva tra le mani un binocolo. Banana si è riallacciata il reggiseno appena mi sono avvicinata, gli slip del costume giallo si erano arrotolati sul culo, lasciandolo mezzo scoperto. Stavano osservando i superstiti rimasti sull’altro lato della nave.
“Guarda chi si vede, Linda Blair”
“Quelle che hai in testa sono le mie mutandine!”
“Mi serviva qualcosa per ripararmi dal sole, non vorrai che mi venga un’insolazione”.
Banana si è grattata un polpaccio con il piede.
“Guarda, vieni a vedere”.
Stavo per mettermi vicino a lui, invece mi ha passato il binocolo sull’altro lato, lasciando scivolare il braccio intorno alle spalle di Banana. Lei ha inarcato un sopracciglio.
“Non ci provare, lo sai cosa ti aspetta se ci riprovi”.
Gli ho tolto il binocolo dalle mani e mi sono sdraiata in mezzo a loro, facendomi largo con i gomiti. Banana si è girata su un fianco per farmi posto. Aveva appoggiato il mento su una mano.
“Cosa ne pensi?”
“Che cavolo stanno facendo secondo voi? Si sono radunati tutti sul ponte. Almeno, quello che resta del ponte, per essere precisi”
“Una festa”
“Idiota”
“Stanno discutendo, ho cercato di leggere le labbra, ma non capisco quello che stanno dicendo. Quelli che sono riuscita a inquadrare parlavano una lingua che non conosco. Quei due in piedi invece cercano di arrangiarsi in inglese, ma non dicono gran che, si stanno limitando a passare la parola agli altri”.
Uno dei tizi a cui si riferiva Banana ha guardato verso di noi proprio in quel momento. C. A. ha preso la Beretta.
“Proviamo a fargli capire che li abbiamo visti”
“Non fare l’idiota, penseranno che ce l’abbiamo con loro”
“Allora potreste togliervi il reggiseno. Si penso che potrebbe funzionare”.
Banana gli ha girato la canna della pistola su una tempia.
“Potremmo appenderti per le palle da una delle torri. Anche questo dovrebbe funzionare”
“Ah! Ma andate al diavolo allora. Io torno a dormire. Se alzano un’effige con la testa di un maiale fatemi un fischio”.

La ragazza alla guida si chiamava Jenny. Non ci aveva messo molto a seminare i tizi del SUV. Non avevo mai visto nessuno guidare in quel modo, sembrava conoscere in anticipo tutti gli ostacoli sulla strada. Li aveva portati in un ingorgo e poi, in qualche modo, era riuscita a toglierseli di torno lasciandoli in mezzo ai camion e agli impiegati di ritorno dal lavoro. Alcune delle manovre che aveva fatto mi avevano fatto pensare di non essere mai stata così vicina alla morte come in quel momento. Dopo aveva puntato dritta verso l’autostrada. Era decisa a passare il confine e raggiungere Francoforte. Me la stavo di nuovo facendo sotto. Non avevo nemmeno i documenti con me.
“Non preoccuparti passerotta. Te lo ricordi quello che è successo alla stazione, no?”.
Mi sono coperta il viso con le mani, non ne potevo più. Ci siamo fermate ad una stazione di servizio, poco prima di passare il confine. Faceva un freddo allucinante e aveva appena cominciato a nevicare. Il mio cappotto non serviva a nulla a quella temperatura. Avevo persino dimenticato di essermi tenuta la meridiana al dito.
“Ma Cristo di un Dio!”.
Jenny sembrava fuori di sé. È scesa dall’auto ed è venuta ad aprire lo sportello dalla mia parte.
“Ch-Ch-Che accidenti di prende?”
“Ah! Non attacca bella mia. Non ricominciare con questa stronzata”
“Ma non ho fatto niente”
“E questo? Questo ti sembra niente?”.
Mi ha afferrata per un braccio, mettendomi il dito con la meridiana proprio davanti agli occhi.
“E’ solo un ricordo di infanzia”
“Non fare la commedia. Io lo so benissimo che cos’è”.
Poi ha preso una borsa bianca e nera da dietro il sedile. Sul pulsante della chiusura si leggevano le lettere VS argento glitterate. Ha puntato dritta verso il bar senza dire altro. Sulla porta si è voltata a guardarmi, poi ha allargato le braccia.
“Allora? Ti muovi o no?”.
Dopo un ginseng bollente il mio umore era decisamente migliorato. Non avevamo parlato affatto dentro il bar. Lei aveva preso due caffè e un enorme cannolo alla panna che aveva divorato coprendosi la bocca con l’altra mano. Quando il barista si era fermato a squadrarla, aveva sbuffato e poi aveva messo la carta di credito sul bancone, spingendola verso di lui con il dito medio. Una volta tornate alla macchina, ha ricominciato a mettermi alle strette.
“Senti, lo sai che cosa è quella cosa che porti al dito? Davvero non ne sai niente? Da quanto tempo lo porti con te?”
“Ma non prendertela con me. È solo un ricordo di infanzia”
“Ma davvero?”
“L’ho trovato alla sta-stazione, quando ero molto piccola. Da allora non l’ho mai lasciato. È solo questo. Un ricordo”.
A quel punto mi ha messo le mani sul petto e si è fatta seria.
“Qualcuno ha attraversato le pagine del tempo per quasi un secolo per ritrovarlo”
“Chi? Di cosa parli? Io non ho fatto nulla. Davvero. Non è colpa mia. Non prendertela con me adesso. Non ho la più pallida idea di cosa sia e di come uscire da questa situazione. Giuro”.
Lei mi ha lasciata andare. Si è sfiorata il seno con entrambe le mani, poi sono scese giù, passando delicatamente sulla pancia. Ha sollevato il body scoprendo la pancia. La testa di una tigre rosa ruggiva sulla sua pelle. Dopo ha allargato lentamente le gambe.
“Lo so, tu volevi soltanto: sapere”.
scritto il
2024-03-15
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