Che gran figlio di puttana

Scritto da , il 2020-02-06, genere etero

È una bellissima giornata. Questo mese, di febbraio, sembra avere solo il nome e nulla più, il cielo è terso, limpido e non fa per niente freddo. La temperatura è davvero gradevole e poi di mattina non bisogna fare i conti con la calca di persone che di pomeriggio si riversa in strada.
Non me l’aspettavo questa passeggiata e la borsa pesante che mi trascino dietro ne è l’inconfutabile prova. È piena di cose che di sicuro ti piacerebbe vedermi addosso e io che mi immaginavo già sotto di te, poi sopra di te e piena di te, dovrò attendere ancora chissà quanto. Ho insistito io per vederti oggi. Non ho voluto aspettare i tuoi fottuti tempi, ci sono troppe cose che devo dirti e farti. E pensavo di dirti tutto in bocca, di farti tutto e subito. Vestita o nuda lo avrei fatto decidere a te. Come ho fatto a non pensare, però, che il tuo cedere alla mia incessante richiesta potesse nascondere qualcosa. Forse perché, di fronte alla mia insistenza, ti sei incazzato così tanto da depistarmi, forse perché mai avrei pensato a questa tua idea malata. Chissà in quale preciso momento ti si è accesa la lampadina. Immagino il ghigno che ti si è stampato in volto all’improvviso, quello che conosco bene, quello che mi mette i brividi.
E non so perché la cosa mi sconvolga tanto. Conoscendo a fondo la tua mente perversa, il disappunto che provo in questo momento proprio non me lo spiego.
È che per quanto possa prevenire le tue mosse o anticipare le tue intenzioni, ci sarà sempre qualcosa che sfuggirà al mio controllo.
“Allora? È questo il posto o no?” mi chiedi mentre continuo a guardarti perplessa.
Perché siamo finiti qui? Una passeggiata al centro storico mi sembrava più che normale, ci stava tutta visto che l’ultima volta siamo andati sul lungomare e poi in Villa Comunale. Questo però non me lo aspettavo mica.
“È questo o no?” Insisti.
“È questo, si. Ma non capisco. Che cazzo vuoi fare?”
Non sto capendo davvero, ti interrogo con gli occhi.
“Cosa voglio fare? Mangiare! Sono le due!”
Entri spedito e ti seguo mentre ancora cerco di mettere a fuoco.
Il ristorante è quasi vuoto. C'è qualcuno in più rispetto all’altra volta ma il tavolo che avevo occupato è libero.
“A quale tavolo eravate seduti?”
Ti guardi intorno aspettando che te lo indichi, tanto sai che lo farò.
“Prego signori accomodatevi!”
La voce del maître mi costringe a decidere in fretta.
Non parlo. Mi siedo e basta al posto che è già stato mio. Tu fai lo stesso, mi sei di fronte.
“Ecco. Ora potrai raccontarmi meglio tutto, sono proprio curioso.” Sorridi divertito.
“Ti ho già detto tutto mi pare, che devo farti la dimostrazione pratica?”
Non sono nervosa. È solo che non vale!
In realtà fremo. Non che non mi piaccia viverti fuori dal letto ma ho una fottuta voglia di te e tu mi costringi invece a stare qui.
“Te l’ho detto.”
Comincio a parlare mentre aspettiamo il vino.
“Abbiamo parlato, ci siamo conosciuti. Hai presente due persone che chiacchierano a tavola mentre mangiano?”
Continuo con tono deciso e convincente.
“Ti ho già raccontato tutto, che vuoi sapere?” Ti guardo dritto negli occhi.
Ed è vero. Ti ho già raccontato ogni cosa.
Che sono andata alla stazione a prenderlo, del giro per la città, del pranzo con lui.
Della nostra lunga chiacchierata, della nostra piacevole conoscenza.
Quello che mi fa innervosire è che lo sai già che non c’è un cazzo da aggiungere. Perché per quanto tu non voglia sentire la mia lagna, che sono tua ce l’ho scritto in faccia.
“Voglio che mi mostri come ti sei mossa. Se ti sei passata la mano nei capelli, la lingua sulle labbra.”
Porti il bicchiere alla bocca senza staccare lo sguardo dal mio.
Questa visione mi ricorda che il cameriere deve averci portato il vino ma non ricordo l’esatto momento, sono così concentrata su quello che ti passa per la testa che non ricordo nemmeno di averlo assaggiato. Catalizzi la mia attenzione su di te distraendomi da tutto il resto.
“Perché siamo venuti qui? Me lo dici?”
Mando giù anche io un sorso del rosso morbido e strutturato che ho scelto.
“Te l’ho detto, volevo che mi mostrassi come si comporta una come te quando è all’opera.”
“Una come me?” Faccio la domanda solo per godere della tua risposta.
“Certo, una come te. Disinibita, sciolta.”
Mi piace quando fai quello composto. “Disinibita e sciolta” ripeto le parole scandendole piano.
“Che parole da uomo per bene, chissà se diresti lo stesso se ti stessi succhiando il cazzo.”
“Ma non lo stai facendo, quindi non ci pensare. Allora?”
Il tono è fermo, deciso.
Seppure ne avessi voglia, e sono sicura tu ne abbia, non lasci trasparire niente.
“Allora cosa. Ci siamo raccontati, abbiamo riso. Abbiamo mangiato, cosa c'è che non è chiaro?”
Ti guardo le labbra.
“Credo proprio che quando questa tortura finirà, la prima cosa che ti chiederò sarà di leccarmela.”
Svuoti il bicchiere mandando giù tutto d’un fiato il vino, sono sicura che quel cazzo grande che ti ritrovi sia già bello gonfio nelle mutande.
“Non sai che voglia ho di mettertela in bocca.”
Non fiati.
Non ci vediamo da giorni. E a tutto pensavo stamattina, tranne all’averti di fronte senza poterti mettere le mani addosso. Sei così dannatamente sexy.
Sono fradicia. La fica mi sbatte da quando mi sei piombato davanti e hai detto che con questa bellissima giornata non ci saremmo chiusi in casa. La brasiliana che indosso è attaccata alla pelle umida e gonfia. Quasi non la sento. Mi si è pure ficcata nel culo.
“Cosa indossavi? Come ti sei vestita?”
Continui esasperandomi.
“Avevo i jeans scuri e un maglioncino grigio, cosa pensavi avrei indossato. Lo sai che porto sempre i jeans e quasi sempre dello stesso colore. Sembrano anche tutti uguali.”
“E la maglia stretta che hai oggi invece, quella perché ce l’hai?”
Stronzo. Lo sai perché ce l’ho. Sai che cosa mi aspettavo. Immaginavo di togliere il cappotto direttamente in camera e di farmi stringere le tette ancora prima di spogliarmi. Ormai per godere, anche sola, devo sentire lo stesso male che mi fai tu quando stringi con prepotenza i capezzoli duri fra le dita. Te lo ricorderò ogni volta. In particolare ho messo questa di pizzo verde bottiglia per un motivo preciso e te lo dico sfoderando il mio tono di voce più caldo.
“Una volta chiusa la porta, avrei tolto il reggiseno e ti avrei chiesto di succhiarmi i capezzoli attraverso la stoffa. E si sarebbe rotta lo so. Perché ti saresti innervosito non riuscendoli a prendere bene in bocca e avresti strappato il pizzo.”
“Sei una puttana.”
E ora eccoli che spingono. Li sento premere nella stoffa del balconcino nero. Paga questo fottuto conto e portami fuori di qui.
Il cesso è troppo esposto sennò col cazzo che aspetterei. Saresti già nella mia bocca per un bucchino veloce. Ma oggi hai deciso che deve essere così.
“Devo fare una telefonata, è urgente, vado fuori.”
Tu vai fuori e io vado fuori di testa. Mi lasci così, 5 minuti, poi 10. Cazzeggio col telefono, sistemo una cosa che ho scritto. Accavallo le gambe in continuazione. Forse per questo adoro i jeans. La cucitura doppia mi sfrega così tanto la fica da farmi bagnare sempre di più. Quasi quasi quando entri ti chiedo se mi accompagni a pisciare.
Perché ora anche solo farti vedere come vengo mi basterebbe. Poi magari un dito dentro ce lo infili anche tu. Poi magari te lo lecco sporco di me.15 minuti. I ragazzi in sala mi guardano. O forse guardano le tette, non lo so. Dove cazzo sei finito! Non esco a cercarti perché queste cosce strette mi regalano il piacere che tu mi stai negando.
20 minuti. Sono irrequieta. Guardo le cose che abbiamo preso prima al buffet e sussurrando ti maledico.
Mezz’ora. Che gran figlio di puttana! Ti vedo entrare con quel sorriso che mi fa sciogliere sempre. Quel sorriso che quando mi sei sopra, dentro, a un centimetro dalla faccia, nella bocca, mi inchioda alla tua essenza. Ritorni al tavolo come se nulla fosse. Come se fossi stato fuori solo 5 minuti.
“Voglio andare via, non mi va il dolce.” Mi alzo di scatto.
“Ah perché c’era anche il dolce?”
Ti avvicini alla cassa per pagare. Io non mi muovo. Mi sento molle. Non so se uscire subito o trascinarti in bagno solo per metterti la lingua in bocca.
Fuori non si può.
La porta in vetro si apre automaticamente. Respiro a fondo scavandomi dentro per trovare un po’ di contegno. Ho una voglia incontrollabile di urlarti contro, di baciarti, scoparti. Sbatterti al muro e toccarti il cazzo, sentirlo duro nella mano.
Giriamo l’angolo, ti fermi costringendomi a fare la stessa cosa. Siamo in mezzo alla strada anche se è solo un vicolo e non una via principale. C'è qualche passante ma ti avvicini lo stesso. Mi sfiori l’orecchio con le labbra poi lo dici.
“Stasera, ci vediamo stasera quando finisci a lavoro. Stai benissimo oggi, anche io non vedo l’ora di scoparti.”
Resto immobile. Un bacio a stampo sulla bocca, nonostante i passanti, e andiamo via.

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