Stato di allerta

scritto il 2026-11-02 tempo di lettura 44 min

di
genere
Etero, Sentimentali
cura
A

Martedì, 27 agosto 2013

"Rinaldi, se non stai ferma non ci riesco!"

"Ma mi fai male!" si lamentò Viola, provando a spostarsi.

"È impossibile!" replicò Pietro tenendo salda la presa. "Sto facendo pianissimo!".

Lei sbuffò, con espressione imbronciata. "Maledetta me quando ho comprato quella zucca!"

"Il problema non è stato comprarla, ma anche solo *pensare* di sbucciarla! Tu quel coltello non lo devi usare!".

Lei sollevò il mento, sfidandolo con gli occhi. "Mi tratti come come una bambina!"

"Ti comporti da tale" ribatté lui stringendo appena di più le dita attorno al suo polso per impedirle di muoversi. "E adesso vedi di stare ferma".

Tese l'ultimo lembo di pellicola trasparente, finendo di avvolgere il dito ferito e parte della mano, tirando bene per assicurarsi che la medicazione del pronto soccorso fosse sigillata e non ci fosse il minimo rischio che potesse bagnarsi.

"Fatto!" disse dandole una leggera sculacciata. "Puoi andare in doccia".

Mentre lei si sfilava la maglietta con cui aveva dormito - rubata a lui anche stavolta -, Pietro si era già spostato davanti allo specchio del lavandino per radersi la barba.

Viola entrò in doccia e lasciò che il getto d'acqua tiepida le scivolasse addosso per qualche minuto, abbandonandosi a quella piacevole sensazione, accompagnata dal ronzio di sottofondo del rasoio elettrico.

Quando si radeva completamente, Pietro diventava ancora più bello.

*Maledettamente bello...*

Sorrise tra sé e sé, mentre l'acqua le accarezzava la schiena.

*Dio, mi sento una ragazzina...*

Era assurdo, ma dopo dieci anni si sentiva ancora esattamente così: una ragazzina innamorata cotta. Non era cambiato proprio niente: era ancora quella a cui veniva un tuffo al cuore ogni volta che Pietro le passava troppo vicino nei corridoi della scuola, quella che era rimasta a fissare il vuoto in silenzio la prima volta che lui l'aveva baciata.

Il martedì solitamente non andava in palestra, quindi oggi sarebbe rientrato prima delle 18:30 e sicuramente avrebbe reclamato - puntuale e implacabile - ciò che il giorno prima era rimasto in sospeso.

Lei per quell'ora sperava di essere già tornata a casa. Magari poteva farsi trovare ad aspettarlo a letto, con la stanza immersa in una luce soffusa e con indosso uno di quei completini intimi che gli facevano perdere del tutto la testa, senza null'altro sopra.

E magari, perché no, poteva preparare sul comodino qualcuno di quei nuovi giocattoli che non avevano ancora provato, che la spaventavano ma che allo stesso tempo la eccitavano da morire.

Un brivido intenso le corse lungo la schiena mentre la gola le si seccava all'improvviso. Era un piano *perfetto*, che la fece arrossire immaginando la reazione di Pietro, il modo in cui l'avrebbe inchiodata al letto con le sue mani prepotenti, con il suo sguardo dominante, con le sue braccia forti, con il suo corpo caldo...

Il solo pensiero di ritrovarsi di nuovo in suo potere le fece balzare il cuore in gola. Una mano scese istintivamente in mezzo alle cosce, trovando la vulva già bagnata, caldissima, gonfia.

Fuori dal box, intanto, il ronzio costante del rasoio elettrico si era interrotto, sostituito dal rumore dell'acqua che scorreva nel lavandino. Viola ritrasse lentamente la mano e rimase immobile e in ascolto sotto il getto della doccia, con il respiro corto e la pelle in fiamme.

Un attimo dopo, la porta scorrevole del box si aprì di colpo e Pietro era lì, con il viso perfettamente rasato, i muscoli definiti in bella vista e uno sguardo così intenso da mozzarle il fiato.

"Ehi!" esclamò lei sorpresa.

"Ehi..." ripeté lui con un sorrisetto sfacciato, mentre si toglieva i boxer, lasciandoli cadere a terra.

"Ma tu hai già fatto la doccia..." osservò un po' spiazzata mentre lo guardava entrare nel box.

"Ma non con te" ribatté lui richiudendo l'anta scorrevole.

***********************************

Pietro l'afferrò per i fianchi con presa decisa e la inchiodò all'istante contro la parete piastrellata, con una prepotenza che le tolse il poco fiato rimasto.

Viola schiuse le labbra in un sospiro tremante mentre sentiva il pene duro e rovente premere contro di lei.

"Abbiamo i minuti contati..." mormorò contro la sua bocca, con la voce rotta dall'eccitazione e dall'ansia, mentre d'istinto portava le mani tra i suoi capelli, tirandolo ancora più a sé. "Non è meglio rimandare a stasera?".

Pietro le catturò le labbra in un bacio profondo, affamato, di quelli che non chiedono permesso. Poi si staccò quel tanto che bastava per guardarla negli occhi.

"Non ho nessuna intenzione di aspettare fino a stasera" le sussurrò a un soffio dalle labbra, mandandola del tutto in tilt.

Lei non voleva rinunciare al proprio piano perfetto: si era immaginata tutt'altra atmosfera, con la calma della sera, le luci soffuse, i tempi giusti per goderselo senza la fretta di dover correre a lavoro…

E poi aveva anche altri pensieri per la testa, quel giorno, e una sveltina mattutina non era tra questi.

Eppure sentiva la pelle tradirla, bruciare a contatto con quel corpo davanti al quale non era mai riuscita, *mai*, a restare indifferente.

Socchiuse gli occhi, deglutendo, poi cercò il suo sguardo, mentre con le dita gli accarezzava i capelli ormai bagnati.

"Pietro, non voglio farlo di corsa, con l'ansia di fare tardi..." mormorò con un filo di voce che tradiva tutto il suo conflitto interiore.

Lui irrigidì la mascella e il suo sguardo si fece scuro, quasi ostile, pieno di quella frustrazione possessiva che lei conosceva troppo bene.

"Finisce come ieri" le rinfacciò a bassa voce, con un tono che vibrava di un'urgenza trattenuta a stento.

Viola sospirò, scuotendo appena la testa. C'era così tanta *fame*, negli occhi di Pietro, da metterla quasi in soggezione. Lentamente scivolò con le mani lungo il suo collo, fino alla schiena, avvertendo i muscoli tesi e contratti.

"Non stasera" lo rassicurò lei, piantando lo sguardo nel suo con fermezza. "Non ho intenzione di combinare alcun disastro, oggi!" esclamò sorridendo divertita.

Sorrise d'istinto anche lui, tornando poi subito serio. Rimase immobile per lunghi secondi, intrappolandola tra le sue braccia e la parete, come se stesse valutando se rinunciare fosse un'opzione o se gli convenisse fare di testa sua e farla cedere forzando la mano.

"Non mi fido" disse scuotendo la testa. "Va a finire che succede qualcosa anche oggi...!"

"Non essere paranoico, adesso..." rispose lei accarezzandogli dolcemente la schiena. "Prova a immaginare: fine giornata..., senza fretta..., senza pensieri..., come in vacanza" sussurrò strusciandoglisi addosso con il bacino e guardandolo con occhi irriverenti, maliziosi. "E ti do carta bianca" mormorò, lasciando che la carica di quella frase lo colpisse come una scossa elettrica.

Pietro rimase a fissarla per un istante che a lei parve eterno, con la mascella contratta e i nervi tesi. Un lampo scuro gli attraversò lo sguardo, facendola rabbrividire.

"Vedi di non tirarti indietro, Rinaldi" le sussurrò con voce bassa e ruvida, a un soffio dalla bocca, facendo scorrere le dita sulle sue labbra.

"Non mi tiro indietro" replicò lei con un lampo di sfida negli occhi. "Sono disposta anche a fare a meno della safeword, per stavolta".

Lui si irrigidì di colpo, fissandola. Le prese il mento tra le dita, stringendolo appena, con un'autorità che non ammetteva repliche.

"Non dire cazzate. La safeword non si tocca. *Mai*" disse scandendo le parole con durezza tagliente. "Non è negoziabile".

Lei rimase a guardarlo, col cuore in gola e il resto del corpo che sembrava aver perso la gravità.

Era in qualche modo rassicurata da quell'istinto di protezione che lui aveva nei suoi confronti, ma al tempo stesso quella reazione la turbava. Si fidava di Pietro *ciecamente*, sapeva con ogni fibra del proprio corpo che non le avrebbe mai fatto del male *sul serio*, che non l'avrebbe mai costretta a fare qualcosa contro la sua volontà.

Ma lui, a quanto pareva, *no*.

Lui evidentemente non si fidava di se stesso fino a quel punto e sentiva il bisogno di proteggerla dalla propria eventuale perdita di controllo.

Quel pensiero le strinse lo stomaco, lasciandola in preda ad emozioni contrastanti. Restò in silenzio per qualche istante, riprendendo fiato, poi annuì.

"Va bene" mormorò. "Se ne avrò bisogno userò la safeword" disse per tranquillizzarlo.

Ma dentro di sé sapeva che lui sarebbe dovuto andare *davvero* oltre i suoi limiti più assoluti per indurla a usarla, ed era sicura che ciò non sarebbe mai successo, che Pietro non avrebbe *mai* perso il controllo fino a quel punto, e che quei limiti, in fondo, fossero gli stessi anche per lui.

Lui non aggiunse altro. Con un ultimo sguardo che bruciava come una sentenza, girò la manopola, interrompendo il flusso dell'acqua, e poi uscì dal box doccia, lasciandola lì con il cuore che le batteva all'impazzata e la giornata intera ancora da affrontare.

***********************************

Verso le cinque di quel pomeriggio, i nuvoloni neri che incombevano da tutto il giorno avevano iniziato a scaricare sulla città una pioggia fitta e battente, che unita alle violente raffiche di vento, aveva trasformato le strade in un incubo.

Pietro era uscito da lavoro in anticipo perché l'ultimo cliente aveva disdetto l'appuntamento proprio per via dell'allerta meteo, e alla fine era rimasto imbottigliato nel traffico per quasi un'ora, tra sottopassi allagati e rami caduti.

Quando arrivò a casa erano circa le sei e il temporale era ancora nel pieno del suo vigore. Rinunciò momentaneamente a mettere l'auto in garage e fece una corsa fino al portone del palazzo, pensando così di bagnarsi meno, ma nel giro di dieci secondi la pioggia lo aveva inzuppato dalla testa ai piedi. Quando aprì la porta dell'appartamento si fermò sullo zerbino, letteralmente gocciolante, coi vestiti appiccicati addosso e pervaso da un nervosismo crescente.

Beh, almeno era già a casa. Se fosse uscito da lavoro al solito orario, probabilmente sarebbe rimasto bloccato in strada per molto più tempo o avrebbe finito per aspettare in ufficio la fine della tempesta.

Si spogliò lì, sul pianerottolo, incurante del pensiero che qualcuno potesse vederlo. La signora Elvira, la dirimpettaia, al massimo si sarebbe goduta lo spettacolo e gli avrebbe fatto un complimento in dialetto stretto, che lui avrebbe faticato a capire, e al quale avrebbe risposto con un sorriso educato, come al solito.

Lasciò scarpe e vestiti sullo zerbino, si passò una mano tra i capelli per scrollare via un po' d'acqua, e poi entrò con indosso solo i boxer, umidi anche quelli. Nel poggiare le chiavi nel piattino svuota-tasche si immobilizzò immediatamente, corrugando le sopracciglia.

Le chiavi di Viola non c'erano.

Non c'era nemmeno la maxi borsa di pelle marrone che usava per andare a lavoro.

Il respiro gli si bloccò a metà in gola, lasciando spazio a un vuoto improvviso nello stomaco.

Era sicuro di trovarla a casa, magari già in camera ad aspettarlo, fresca di doccia, con della lingerie sexy addosso.

E invece non c'era.

L'appartamento era avvolto in un silenzio pesante, freddo, irreale.

Fuori stava scoppiando il finimondo e Viola *non c'era*.

Non era in casa, non era con lui, non era al sicuro.

Il cuore gli balzò nel petto con un colpo secco che gli tolse il respiro per un istante e un'ondata di pura apprensione gli strinse la gola.

Tornò davanti alla porta per recuperare il telefono dalla tasca della giacca, fradicia, che aveva buttato per terra. Fece partire la chiamata, subito interrotta dalla voce metallica dell'operatore: *l'utente non è al momento raggiungibile*.

Si passò una mano sul viso per asciugare l'acqua che continuava a scendergli dai capelli, mentre sentiva lo stomaco stringersi in un nodo sempre più stretto.

Aprì WhatsApp per controllare se lei avesse risposto al messaggio che le aveva mandato prima di mettersi alla guida, dove le diceva che stava rientrando in anticipo. Le spunte erano ancora grigie: messaggio ricevuto ma non visualizzato.

Rimase a fissare quelle dannate spunte per qualche secondo, poi provò a richiamarla, ma niente.

Era ancora irraggiungibile.

Il silenzio della casa divenne improvvisamente soffocante, mentre lo sbattere furioso della pioggia contro i vetri non faceva che alimentare la sua ansia crescente.

*Ok... Ok. Calma.*

*Calma.*

Magari le si era scaricato il telefono, oppure il temporale aveva mandato in tilt le antenne della zona, isolando mezza città. Non era certo la prima volta che succedeva.

Ma più cercava di convincersene, più i conti non tornavano.

Se era uscita dalla redazione alle quattro, il temporale non era ancora iniziato. Non poteva essere rimasta imbottigliata nel traffico infernale che aveva bloccato lui un'ora dopo. E se invece si era attardata a revisionare un pezzo o a chiudere la scaletta dell'ultimo minuto, perché non lo aveva avvisato?

Di solito lo faceva.

Sempre.

Il rombo sordo di un tuono lontano fece tremare i vetri della finestra.

Pietro respirò profondamente, obbligandosi a restare lucido, a non perdere la testa, a non lasciarsi prendere dal panico.

Prese una bacinella dal ripostiglio, ci ammucchiò dentro i vestiti e le scarpe che aveva lasciato sullo zerbino, e portò tutto in bagno. Appese i vestiti dentro il box doccia perché sgocciolassero senza bagnare il pavimento, poi si sfilò i boxer umidi, buttandoli nel cestone dei panni sporchi.

Si diede un'asciugata veloce, si frizionò i capelli con vigore e indossò dei vestiti asciutti.

Aveva rimesso le cose in ordine, ma la morsa allo stomaco non si era per niente allentata.

Provò di nuovo a chiamarla.

Sempre irraggiungibile.

Decise allora di chiamare in redazione. Rispose una voce femminile, accompagnata dal rumore di fondo di un televisore sintonizzato sul meteo. Chiese di Viola e gli fu risposto che era andata via alle quattro, come al solito.

Serrò la mascella, stringendo il telefono fin quasi a farsi male alla mano. "Ah. Ok. Grazie".

*Dove cazzo è finita?! E perché cazzo non mi ha avvisato?!*.

Il dubbio, tagliente e fastidioso, iniziò a farsi strada tra le pieghe della sua apprensione.

Stava per chiudere la telefonata quando una molla irrazionale scattò nella sua testa, prevaricando per un momento ogni logica e ogni preoccupazione.

"Federico c'è ancora?" chiese con la voce improvvisamente più bassa, quasi rauca.

Un breve silenzio dall'altra parte, poi la risposta: "No no. Ha staccato anche lui alle quattro. Ti posso aiutare io?".

Pietro gelò. Un colpo secco, preciso, che spazzò via in un secondo l'ansia per il maltempo per lasciare spazio a una fottuta, irrazionale e insensata *gelosia*.

"No..., fa niente. Grazie lo stesso, ciao".

Chiuse la chiamata e rimase immobile con il telefono stretto tra le mani, mentre il cervello cominciava a mostrargli scenari che lui non voleva nemmeno immaginare lontanamente e che provò subito a cacciare via.

Era assurdo.

Stava delirando.

Viola non era quel tipo di donna, e poi l'idea che potesse tradirlo con Federico - quel coglione che le ronzava intorno da mesi - sfiorava il grottesco.

Era impossibile.

*Impossibile.*

Ma il tarlo, una volta entrato, stava continuando a scavare, e una rabbia sorda gli bruciava sottopelle.

Aveva bisogno di un appiglio.

Cercò il contatto di Jen nella rubrica, premendo il tasto di chiamata senza neanche darsi il tempo di ripensarci. Il telefono squillò a vuoto per un po', accompagnato dal fruscio intermittente delle interferenze dovute al temporale. Poi finalmente Jen rispose, ma nemmeno lei aveva notizie di Viola.

"Magari si è fermata dai suoi..." provò a suggerirgli.

*O magari è con quel coglione.*

Quel pensiero tornò a bruciargli nella mente come acido, ma lo ricacciò via a forza.

Salutò Jen e per un momento pensò davvero di chiamare la madre di Viola, ma cambiò subito idea: nel caso non fosse stata lì, avrebbe finito con l'allarmare anche lei.

Meditò di uscire a cercarla ma non aveva senso: poteva essere *ovunque*, e poi magari nel frattempo lei sarebbe rientrata, non trovando a casa lui.

Sospirò lasciandosi cadere stancamente sul divano, logorato da troppe emozioni tutte insieme, una più negativa dell'altra.

Non sapeva più cosa fare.

***********************************

Il rumore metallico della chiave che scattava nella toppa lo sollevò dal divano come se avesse preso la scossa. Scattò in piedi in un secondo, con il respiro bloccato a metà tra la gola e lo sterno.

La porta si aprì e Viola era lì, sulla soglia. Bagnata fradicia, coi capelli appiccicati al viso e un'espressione stanca ma al tempo stesso sollevata.

Pietro restò per un attimo a fissarla in silenzio. L'impatto di vederla lì, sana e salva davanti a lui, spazzò via in un attimo tutta la paura, lasciando campo libero alla rabbia, che ebbe tutto lo spazio per esplodere.

"Dove cazzo sei stata?!".

La sua voce arrivò secca, violenta, carica di tutta la tensione accumulata. Non fu una domanda: fu uno schiaffo in pieno viso.

Viola sobbalzò e si fermò davanti alla porta. Rimase a fissarlo per un istante, incredula, coi vestiti che gocciolavano sul pavimento.

"Ma che..." balbettò, con la voce che le tremava. "Che ti prende?!"

Lui fece qualche passo in avanti, a grandi falcate, fermandosi a un palmo dal suo viso. Non le diede il tempo di togliersi la borsa da sotto il braccio né di respirare.

"*Che mi prende?!* Davvero non ci arrivi?!".

La paura folle che aveva provato e il sollievo brutale di averla lì adesso, si scontrarono in un urto cieco.

"Fuori c'è il finimondo e tu sparisci nel nulla senza avvisarmi?!".

Viola sbarrò gli occhi, passando dall'incredulità allo sconcerto, e infine a una rabbia fulminea che le accese le guance.

"Non sono *sparita*!" replicò visibilmente infastidita. "Devo darti conto di tutti i miei spostamenti, adesso?!".

Lasciò cadere la borsa con un tonfo sordo sul pavimento e lo guardò dritto negli occhi, tremando per il nervosismo.

"Se è in atto un nubifragio, *sì*!" le urlò contro lui, inchiodandola con lo sguardo.

Fece una breve pausa, il petto gli andava su e giù velocemente, le mani serrate a pugno lungo i fianchi.

"Se torno a casa e non ci sei, quando invece dovresti esserci, *sì*, cazzo! Ti ho chiamata non so quante volte ed eri sempre irraggiungibile!".

La voce gli si incrinò per una frazione di secondo, perdendo quel timbro duro e lasciando trapelare una crepa dolorosa.

"Hai idea di come sono stato?! Di cosa ho passato mentre fuori veniva giù il mondo e non sapevo nemmeno dove fossi?!". Scosse la testa, deglutendo. "Ho chiamato al giornale, ho chiamato Jen... Stavo perfino per chiamare tua madre, cazzo!".

Aveva di nuovo alzato la voce, sbattendo il pugno sul mobile dell'ingresso, come a voler sottolineare le proprie parole.

"Ma ti dai una calmata?!" sbottò Viola. "Mi dispiace se ti sei preoccupato, ma questo non ti dà il diritto di urlarmi addosso in questo modo!"

"Dimmi dov'eri" disse Pietro con la voce abbassata di tono ma ancora carica di tensione. Quel nodo fastidioso alla bocca dello stomaco non voleva saperne di sciogliersi. "Al giornale hanno detto che sei andata via alle quattro".

Viola si bloccò un secondo, asciugandosi una goccia di pioggia sulla guancia con il dorso della mano, per poi fissarlo con sospetto.

"Stai insinuando qualcosa?" gli domandò corrugando la fronte.

Lui strinse i denti, la mascella rigida, mentre *quel* nome gli bruciava in gola come acido.

"Non lo so" rispose tenendo lo sguardo fisso nel suo. "Dimmelo tu. Eri con Federico?".

Viola sbarrò gli occhi e per un attimo il colore sembrò sparirle del tutto dal viso, sostituito da un'incredulità sbigottita che si tinse subito di una rabbia nera, incandescente.

"Ma tu sei fuori di testa!" esclamò con la voce che le tremava per l'indignazione. Fece per passarsi una mano tra i capelli bagnati, ma si bloccò a metà gesto, fissandolo come se non lo riconoscesse più. "Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?!"

"E allora dimmi dov'eri, cazzo!" urlò lui perdendo ogni freno, la voce che rimbombava contro le pareti dell'ingresso.

"Non ti dico proprio un bel niente finché non ti calmi!" gridò lei con gli occhi lucidi di rabbia, poggiandogli una mano sul petto per allontanarlo.

Pietro non si mosse, anzi, ridusse quel poco spazio che restava tra loro, afferrandola per i polsi con presa ferma e possessiva.

"Guardami negli occhi e dimmi che non eri con quello là!" la incalzò con voce roca, quasi spezzata dalla furia.

Viola sobbalzò per la stretta ma il suo sguardo non cedette.

"Lasciami! Mi stai facendo male!" protestò a denti stretti, cercando di strapparsi alla sua presa con uno scatto rabbioso. "Vuoi sapere dov'ero?! A fare un colloquio!".

La stretta di Pietro si allentò appena, mentre il suo cervello cercava di rielaborare ciò che lei aveva appena detto.

Un colloquio.

Indietreggiò di mezzo passo, liberandole i polsi, ma il suo sguardo rimase inchiodato su di lei.

"Un colloquio?" ripetè, la voce che gli uscì strozzata. "Che significa?! Di che cazzo stai parlando? Che colloquio?!".

Viola si massaggiò i polsi con le dita, stringendosi nelle braccia mentre lo guardava con fierezza.

"Alla Pendragon!" sbottò alzando la voce sopra il rumore sordo della pioggia che continuava a imperversare fuori. "Ecco dov’ero!".

Pietro si sentì investito da una folata di vento gelido. Le labbra si strinsero in una linea sottile.

"E perché non me l'hai detto?!" urlò di nuovo, incapace di accettare che lei avesse potuto nascondergli una cosa così importante.

"Perché non tutto quello che faccio deve passare sotto il tuo controllo!" rispose lei con lo sguardo dritto nel suo, senza un fremito di esitazione. "Non devo darti conto di ogni mio respiro! Non sono tenuta a farlo!".

La rabbia le bruciava dentro, ma nei suoi occhi si intravedeva tutta la stanchezza per quella giornata e la tristezza che fosse finita in quel modo. Aveva immaginato ben altro rientro a casa, quella mattina.

Pietro rimase immobile, la schiena contratta, lo sguardo fisso su di lei con un'intensità quasi dolorosa, poi annuì con uno scatto nervoso.

"Perfetto!".

Non aggiunse altro.

Nessuna scenata, nessuna replica alle sue parole. Si voltò di scatto, dandole le spalle, e andò a sedersi sul divano.

Viola restò ferma all'ingresso, ancora gocciolante, impregnata di quella pioggia che sembrava averle penetrato anche la pelle, fino alle ossa. L'aria sembrò farsi improvvisamente densa, irrespirabile.

Il peso di quel silenzio era mille volte più assordante di qualsiasi urlo.

*"E perché non me l'hai detto?!"*

Quella domanda le ronzava nelle orecchie. Avrebbe voluto urlargli contro di nuovo, rivendicare il diritto a un'ambizione che non doveva passare necessariamente attraverso la sua approvazione, ma la verità era che non gliel'aveva detto per non deluderlo, nel caso fosse andata male, o per fargli una sorpresa e festeggiare insieme, nel caso fosse andata bene.

Pietro era sempre stato il primo ad incoraggiarla a cambiare lavoro, a ricordarle tutto il suo valore, a ripeterle che poteva pretendere di più ma, adesso, ciò che aveva ricevuto in cambio della notizia che ci stava finalmente *provando*, non era stato un abbraccio, non era stata la curiosità di sapere com'era andata, ma il *sospetto* e un'accusa assurda, velenosa, insensata.

Un brivido freddo le percorse la schiena, facendole serrare i denti.

Guardò la sagoma di Pietro nella penombra del soggiorno. C'era qualcosa di così definitivo in quel suo silenzio, in quel modo di voltarle le spalle e chiudersi nel proprio guscio, che le tolse improvvisamente il fiato. Quella rabbia nera che l'aveva tenuta in piedi fino a un secondo prima, che l'aveva fatta ribellare con la voce rotta e la gola bruciante, si sciolse di colpo, lasciando spazio a un vuoto sordo, pesante.

Sentì un nodo stringerle la gola, ma non pianse. Non gli avrebbe dato quella soddisfazione, non adesso che l'orgoglio le bruciava ancora come una scottatura.

Rimase lì, sospesa tra il desiderio di fare un passo verso di lui per scuotergli di dosso quel silenzio di ghiaccio e l'impulso opposto di voltarsi, chiudersi in un'altra stanza e lasciare che il muro tra di loro diventasse ancora più alto.

Alla fine avanzò verso di lui, fermandosi a un metro dal divano, le braccia strette intorno ai fianchi, la voce bassa, quasi svuotata.

"Pietro...".

Lui non sollevò nemmeno la testa a guardarla. Rimase con lo sguardo piantato sul pavimento, la mascella contratta in una linea dura, immobile.

Quando lei fece per avanzare ancora, allungando una mano verso il suo braccio, lui scattò. Si ritrasse di colpo, scansando il suo tocco con un gesto secco, e le piantò addosso gli occhi carichi di una rabbia sorda che faceva più male di qualsiasi insulto.

"Stammi lontano" le disse. La voce era un sibilo sordo, tagliente come vetro. "Per adesso è meglio così. Davvero".

Viola rimase con la mano sospesa a mezz'aria, le labbra dischiuse in un'espressione di stupore che si trasformò subito in una morsa violenta allo stomaco. Fece un passo indietro, con gli occhi pieni di lacrime, senza aggiungere una sola parola.

***********************************

Un brivido freddo le corse lungo la schiena mentre allungava la mano verso la serratura della porta del bagno. Fece per girare la chiave, ma si bloccò a metà.

Né lei né Pietro chiudevano mai a chiave la porta del bagno, non ce n'era mai stato bisogno, nessuno dei due aveva mai voluto mettere quel genere di barriera formale, fisica.

Decise di non farlo nemmeno stavolta e lasciò stare. Tolse dalla doccia i vestiti umidi di Pietro e li appese al gancio della porta. Poi aprì la manopola dell'acqua calda, lasciandola scorrere mentre si spogliava.

Aveva bisogno di quell'acqua bollente, di qualcosa che le ustionasse la pelle per cancellare il freddo che si portava dentro, quel brivido sgradevole che le era entrato nelle ossa.

Si tolse la gonna fradicia, lasciandola gocciolare sul tappetino. Poi, con gesti rigidi, meccanici, cominciò a sbottonarsi la camicetta appiccicata al corpo.

Incrociò il proprio sguardo allo specchio e le lacrime, che era riuscita a trattenere davanti alla furia e al silenzio di Pietro, ruppero gli argini all'improvviso.

Un singhiozzo strozzato le morì in gola. Cercò di non cedere del tutto, ma la tristezza, la rabbia e la stanchezza finirono per travolgerla.

La prima lacrima le rigò la guancia mentre si spogliava del tutto, lasciando cadere anche l'intimo sul pavimento. Strinse le mani al bordo del lavandino e si lasciò andare a un pianto silenzioso.

La porta si aprì, facendola sussultare. Sollevò di scatto il viso bagnato di lacrime, voltandosi verso l'ingresso del bagno con il respiro bloccato in gola.

Pietro era fermo sulla soglia con gli occhi fissi su di lei - sul suo corpo nudo, sui suoi occhi tristi, sul suo viso bagnato di pianto -.

"Bisogna coprire la fasciatura" le disse con il tono di chi sta compiendo un dovere sgradito ma ineludibile, mostrandole il rotolo di pellicola.

Lei rimase immobile, smarrita: lui era incazzato nero, le aveva urlato addosso, le aveva detto di stargli lontano, aveva persino insinuato che lo avesse tradito, eppure adesso era lì per evitare che la fasciatura si bagnasse.

*Beh...* pensò con cinismo. *Non dovrebbe sorprendermi*.

Quel tipo di atteggiamento non era certo una novità: era lo stesso identico copione di mille altre volte, compreso quando alla festa di Jacopo si era ubriacata fino a stare male. Lui era furioso, l'aveva guardata con rabbia per tutta la sera, l'aveva sbattuta contro la torretta del bagnino, eppure le aveva tenuto i capelli mentre vomitava, le aveva ripulito il viso e l'aveva assistita con una dolcezza quasi commovente.

Certo, poi il giorno dopo gliele aveva fatte pagare tutte, ma proprio tutte, con gli interessi, punendola per ogni singolo istante di quell'ubriacatura.

Quella cura, adesso, era il suo modo contorto di non riuscire smettere di occuparsi di lei, nemmeno quando era accecato dalla rabbia.

"Non serve" gli rispose lei freddamente, senza scomporsi. "Si è già bagnata con la pioggia".

Pietro avanzò di un passo, posando il rotolo di pellicola sul ripiano accanto al lavandino.

"Allora occorre rifarla" disse afferrandole la mano per esaminare da vicino la fasciatura.

Lei lo guardò con gli occhi ancora lucidi e cerchiati di rosso per il pianto, incredula, esasperata da quell'assurda e ostinata premura in mezzo a quel disastro emotivo.

"Non adesso" gli rispose a voce bassa, stanca. "Faccio prima la doccia".

Tirò indietro il braccio per liberarsi dalla stretta, ma la mano di Pietro non si mosse. Le dita si chiusero intorno al suo polso con fermezza, inchiodandola lì, a un passo da lui.

"Lasciami" sibilò lei, cercando di divincolarsi con uno scatto rabbioso, ma lui la spinse con una mossa secca, quasi brutale, contro la parete fredda e umida del bagno, premendo con tutto il suo corpo.

Viola emise un gemito strozzato, un misto di rabbia e sorpresa, mentre Pietro la inchiodava anche con lo sguardo, sfacciato, affamato.

La mano che le teneva il polso le spostò bruscamente il braccio sopra la testa, bloccandolo, mentre l'altra mano le afferrava il viso.

Prima che lei potesse dire qualsiasi cosa, lui si avventò sulla sua bocca in un assalto famelico e possessivo, fatto di denti, di respiro corto, di urgenza pura.

Viola, dopo un istante di rigido smarrimento, provò a respingerlo.

"No..." disse con la voce che tremava. "Non voglio che finisca come l'ultima volta. Abbiamo entrambi bisogno di calmarci".

Pietro si fermò, ma senza indietreggiare. Rimase lì, inchiodato contro di lei, il respiro caldo che le sfiorava il viso, i muscoli delle braccia tesi, rigidi.

"Mi stai rifiutando" sibilò con voce bassa, carica di frustrazione. "Di nuovo".

Viola sbarrò gli occhi. L'incredulità le bruciava in gola quasi quanto la rabbia.

"Quando mai ti avrei rifiutato?!" esplose, con le mani che premevano forte contro il petto di Pietro in un inutile tentativo di allontanarlo. "Non ricordo una volta in dieci anni!"

"Stamattina" le rinfacciò lui corrugando le sopracciglia ."E anche ieri".

"Ti ho solo chiesto di *rimandare*! Volevo un momento speciale, non una scopata fatta in fretta!" ribatté esasperata. "Come adesso non voglio che sfoghiamo la rabbia così!".

Pietro rimase immobile, inchiodato contro di lei, con il respiro che le sfiorava il viso. Quelle parole sembrarono colpirlo in pieno petto, spegnendo per un attimo quell'urgenza feroce. Lo sguardo duro perse improvvisamente la patina di arroganza, lasciando spazio a qualcosa di più avvilito, stanco.

Rimasero in silenzio per qualche secondo, sovrastati solo dallo scroscio dell'acqua della doccia che continuava a riempire il bagno di vapore.

"Non lo conosco, un altro modo" sussurrò poi lui, con la voce che uscì roca, quasi spogliata di ogni difesa. "Io ho bisogno di *sentirti*".

La mano che le teneva il viso scivoló lungo il collo e poi sul petto, fermandosi con le dita aperte sul seno. Strinse forte, con una possessività cruda, affamata, imprimendo alla carne il marchio di quella rabbia che non sapeva come gestire. L'altra mano continuava a tenerle bloccato il braccio sopra la testa, teso contro le piastrelle umide del bagno.

Si premeva contro di lei con tutto il bacino, con una spinta inequivocabile, costringendola a sentire senza scampo quanto fosse dannatamente duro ed eccitato.

Viola trattenne il fiato, un brivido improvviso le corse lungo la spina dorsale, partendo da quel contatto viscerale e risalendole dritto alla nuca.

Il cervello, per un attimo, le andò in tilt. Lo conosceva troppo bene, sapeva esattamente come funzionava quel suo modo contorto e istintivo di esorcizzare ogni cosa: adesso avrebbe voluto prenderla lì, contro il muro, senza ascoltare una sola parola, schiacciandola con la forza di un possesso che non ammetteva repliche, fino a dissolvere nel piacere la rabbia di entrambi.

Sarebbe stato facile cedere.

Sentiva il respiro caldo di Pietro sul viso, la pressione implacabile della sua erezione. Era fortissima la tentazione di lasciarsi andare, di spegnere il cervello e di interrompere il conflitto facendosi travolgere dalla passione.

Il sesso era sempre stato il loro rifugio più sicuro: scopare via la rabbia, ritrovarsi nudi e incastrati quando le parole non bastavano più.

Sarebbe stato così *dannatamente* facile.

Ma fu solo un attimo.

Sotto la superficie di quella vertigine, un'ondata di fredda lucidità le si riaccese dentro.

*No. Stavolta no*.

Stavolta non avrebbe lasciato che la rabbia si dissolvesse nel sesso, stavolta l'amarezza era troppo forte.

Raccolse ogni residuo di forza e, invece di cedere alla pressione di quel bacino, contrasse i muscoli, puntando i talloni e spingendo contro il suo petto con tutta la forza che aveva.

"No" pronunciò con voce ferma e gli occhi fissi nei suoi. "Stavolta no".

Pietro rimase per un attimo disorientato da quella fermezza, come se si rifiutasse di credere che stesse succedendo davvero. Sicuro che anche in mezzo a quello schifo lei lo desiderasse nello stesso identico modo in cui la desiderava lui, insinuò una mano in mezzo alle sue cosce, costringendola ad allargarle.

Era certo di trovare la vulva gonfia, bagnata, pronta ad accoglierlo, come sempre.

Invece no.

*Stavolta no*.

Le dita incontrarono una barriera inattesa: la pelle secca, asciutta, contratta sotto il suo tocco. Non c'era traccia di quella cedevolezza febbrile che conosceva a memoria, nessun accenno di resa.

Si bloccò di colpo.

La sicurezza sfacciata nei suoi occhi si incrinò, lasciando spazio a uno stupore improvviso, quasi un colpo al basso ventre, mentre le dita rimanevano lì, premute contro di lei, a fare i conti con un vuoto improvviso, pesante come un macigno.

La lasciò andare.

Ritirò la mano, allentò la presa sul polso e fece un passo indietro, staccandosi di colpo da lei.

Viola non disse una parola. Rimase immobile per un secondo, con il respiro corto e le spalle rigide. Poi, senza guardarlo in faccia, si voltò ed entrò nel box doccia, richiudendo il battente con un tonfo sordo, isolandosi sotto il getto d'acqua.

Pietro rimase fermo esattamente lì, in piedi in mezzo al bagno invaso dal vapore.

Non si mosse. Aveva le braccia pesanti lungo i fianchi, la mascella bloccata in una morsa di ferro e un'erezione furiosa, dolorosa.

Era turbato.

Non era la rabbia cieca di prima, era qualcosa di più viscerale, un formicolio freddo che gli risaliva lungo la schiena, che gli stringeva la gola e gli dava la nausea.

Viola lo aveva *davvero* rifiutato.

E la cosa che gli faceva più male, quella che gli bruciava dentro corrodendolo, era *il modo* in cui lo aveva fatto: non con la testa o con la logica.

Lo aveva fatto con il *corpo*.

Quella scintilla che si accendeva a prescindere da tutto, quell'involontario, perfetto, meccanismo di intesa che li aveva sempre salvati anche nel bel mezzo della guerra, si era inceppato. Il corpo di Viola aveva detto *no*, si era contratto, gli aveva rifiutato l'accesso.

Rimase a fissare la sagoma sfocata di Viola attraverso i vetri appannati della doccia mentre si sentiva incredulo, furioso, irrimediabilmente respinto nel modo peggiore possibile.

Non era tollerabile, non poteva accettarlo. Quella distanza glaciale, quel confine improvviso stabilito dal corpo di Viola, era una crepa troppo grande nel loro mondo, una minaccia che non poteva tollerare.

Doveva annullarla.

*Subito*.

***********************************

Viola chiuse gli occhi, lasciando che il vapore le riempisse i polmoni e l'acqua le scorresse addosso, ma quel calore non riusciva a lavare via l'amaro.

Rimase immobile per qualche minuto, con la fronte appoggiata alle piastrelle bagnate, cercando di rallentare il battito del cuore e regolarizzare il respiro, ma prima ancora che iniziasse a insaponarsi, la porta scorrevole del box scattò con un rumore secco.

Pietro entrò, in preda a un'urgenza cieca, disperata, una reazione viscerale davanti all'intollerabilità di quel rifiuto. Non le lasciò il tempo di parlare o protestare: l'afferrò per i fianchi e la spinse contro la parete, mentre con la bocca cercava la sua in un bacio duro, famelico, che sapeva quasi di punizione e di preghiera insieme.

Viola emise un gemito strozzato, un sussulto che le morì in gola.

Non le stava chiedendo il permesso. Stava pretendendo indietro tutto, riprendendosi quello spazio che lei aveva provato a negargli, deciso a cancellare quel *no* con una smania di possesso che non ammetteva repliche.

Le tirò su di scatto una gamba, portandosela sul fianco, bloccandola contro il proprio corpo con una morsa di ferro. Prima che lei potesse aggrapparsi a lui o trovare un equilibrio, la penetrò di colpo.

Un affondo profondo, violento, che le tolse il fiato.

Le braccia di Viola scattarono d'istinto a stringergli le spalle per non cadere, le unghie affondarono con una forza rabbiosa nella sua pelle bagnata, mentre la schiena le si inarcava contro le piastrelle fredde.

Il suo cervello esplose di rabbia davanti alla prepotenza di quell'invasione, ma il corpo cedette alla forza d'urto di quel richiamo, tradendola. Le pareti vaginali si contrassero intorno a lui in una morsa rovente, febbrile, incapaci di resistere.

Pietro percepì intorno al pene ogni millimetro di quella reazione: la resistenza si stava sciogliendo, lasciando spazio a una cedevolezza rovente, familiare, che lo inghiottiva.

La tenne inchiodata con lo sguardo e cominciò a spingere: ritmico, brutale, inesorabile. Ogni affondo era una ritorsione e contemporaneamente una richiesta disperata.

La vagina si dilatò, lubrificandosi, accogliendolo con un calore avvolgente. Fu come un balsamo sulla sua inquietudine, un sollievo improvviso, che però durò solo pochi secondi.

Gli occhi di Viola erano freddi, duri. Non c'era abbandono in quello sguardo, non c'era partecipazione: c'era solo la lucidità inflessibile di chi lo stava guardando attraversare il confine, rifiutandosi di seguirlo.

Nessun cedimento, nessuna resa che aveva sempre accompagnato i loro scontri più feroci.

Quella durezza gelida gli franò addosso togliendogli il respiro.

Distolse lo sguardo di scatto mentre la sua spinta si incrinava, perdendo la furia cieca e trasformandosi in un movimento disperato, quasi doloroso.

Quegli occhi erano insostenibili.

Senza darle il tempo di capire o di opporre resistenza, la afferrò con entrambe le mani per i fianchi e la costrinse a voltarsi, schiacciandole il seno contro le piastrelle fredde.

L'impatto fece sfuggire a Viola un gemito strozzato. Sentì il corpo di Pietro addosso, contro la propria schiena, il respiro affannato sul collo, le mani a stringerle il sedere con forza, aprendolo.

Prima ancora che potesse realizzare, sentì il pene duro e prepotente premere contro l'ano e un attimo dopo lo sentì penetrare con forza.

Un colpo secco, profondo, un'invasione totale che le fece irrigidire ogni singolo muscolo e spalancare gli occhi in un grido acuto.

Le mani le scivolarono sulle piastrelle bagnate, le dita aperte e artigliate nel tentativo disperato di aggrapparsi a qualcosa, mentre una rabbia cieca le faceva bruciare gli occhi.

Pietro prese a muoversi con spinte rapide, animalesche. Le mani affondavano nei suoi fianchi con una forza tale da lasciarle il segno, mentre la bocca le premeva sul collo, ansimando.

Lacrime di rabbia e dolore riempirono di colpo gli occhi di Viola, fino a renderle la vista sfocata.

Sentiva un nodo così stretto in gola da soffocarla. La feriva quell'assenza di riguardo, quella prepotenza di uomo accecato dal proprio orgoglio ferito. Avrebbe voluto urlargli contro, dirgli di smetterla, spingerlo via, ma non riusciva a ribellarsi.

Quella sottomissione forzata la faceva infuriare, eppure, al tempo stesso, il dolore e la violenza di quella penetrazione le stavano scatenando una reazione opposta e irrazionale. Il suo corpo stava reagendo a quella forzatura con un fremito febbrile, un'eccitazione cieca e viscerale che le infiammava il basso ventre, trasformando la rabbia in un'urgenza carnale perversa e incontrollabile che le stringeva lo stomaco in una morsa.

"Pietro...".

Era un sussurro disperato, il richiamo strozzato di chi non sapeva bene cosa chiedere davvero.

Lui si bloccò di colpo. Le spinte si arrestarono, lasciando spazio solo al respiro affannato che si mescolava al vapore della doccia.

Per un secondo lunghissimo rimase immobile, inchiodato alla sua schiena, con le mani ancora serrate sui suoi fianchi mentre il senso di vuoto e la possessività feroce si scontravano con la cruda realtà di quello che stava facendo.

Schiuse le labbra, la voce ridotta a un soffio basso, intriso di una frustrazione disperata.

"Usa la safeword..." sussurrò contro il suo collo, la presa sui fianchi che si allentò appena, tremando per la tensione.

Viola irrigidì la schiena di scatto, come se l'avesse colpita con una scarica elettrica.

*La safeword?!*

Gliela buttava lì così, come se stessero giocando, come se quel dolore e quella prepotenza fossero una messa in scena concordata e non il risultato della sua furia cieca. Voleva scaricare su di lei la responsabilità di quel confine violato, costringendola a recitare la parte della sottomessa consenziente che pronuncia la parola magica per fermare il suo dominatore?!

Una rabbia assurda, feroce, spazzò via persino il dolore fisico.

"Te lo scordi" sibilò, la voce roca, soffocata.

L'illusione di una tregua crollò all'istante.

Pietro le lasciò i fianchi e le afferrò i polsi, tirandole le braccia all'indietro con una morsa di ferro. Le bloccò le mani dietro la schiena, stringendole insieme in un'unica presa che le tolse qualsiasi appiglio, inchiodandola ancora di più alla parete.

"Di' quella cazzo di safeword!" ordinò con una nota di supplica feroce, prima di ricominciare a muoversi forte, con un ritmo implacabile.

Viola emise un gemito, soffocato dal rumore dell'acqua che li investiva mentre il corpo le si piegava sotto quell'urto violento, ma non disse nulla.

Il respiro di Pietro era diventato un rantolo rauco, rotto, il suono di un predatore allo stremo che aveva perso il controllo di tutto, tranne che della necessità di possederla. La teneva bloccata con le mani serrate in una morsa che le faceva male ai polsi, mentre la spingeva avanti senza un attimo di tregua, colpo dopo colpo, contro la parete fredda.

"Dilla..." ansimò contro la sua spalla, mentre si spingeva dentro di lei con un affondo ancora più brutale. “Dilla, cazzo!”. Era in preda a una furia cieca, a un insieme di rabbia e terrore che lo stavano divorando vivo.

La stava implorando di essere salvato da se stesso, perché lui, da solo, non sapeva come farlo.

Voleva che lei dicesse quelle due parole. Voleva che mettesse un freno a quel delirio, che lo costringesse a fermarsi.

Ma Viola non l'avrebbe fatto.

Farlo avrebbe significato cedere definitivamente, accettare che quello fosse un gioco consensuale e non una reazione violenta e fuori controllo.

Scelse di rimanere lì, in un silenzio ostinato, incassando ogni colpo con la testardaggine di chi preferiva spezzarsi piuttosto che piegarsi a quel ricatto emotivo.

Non avrebbe pronunciato la safeword per ripulirgli la coscienza e liberarlo dal peso di quello che aveva fatto. Se voleva smettere, se voleva chiudere quella follia, doveva farlo da solo.

Pietro continuò ad affondare disperatamente, poi, di colpo, il ritmo si spezzò.

La chiusura ostinata di Viola, quel rifiuto assoluto di cedere, gli piombò addosso come una secchiata d'acqua gelida.

Capì che stavolta lei non gli avrebbe fatto da scudo, che non lo avrebbe salvato, perché pretendeva che fosse lui a fare i conti con se stesso.

Smise di spingere e rimase immobile con la fronte premuta contro la sua schiena, il respiro corto che si infrangeva contro il vapore della doccia.

Chiuse gli occhi, la presa sui polsi si allentò lentamente, i muscoli si rilassarono in un cedimento improvviso e con un gemito strozzato uscì da lei.

***********************************

Rimasero sospesi, immobili, finché Pietro non le circondò la vita con le braccia, in una stretta totale, assoluta, con un possesso che si era fatto improvvisamente fragile. La stringeva forte a sé, in un abbraccio disperato e protettivo, come se temesse che potesse svanire nel nulla.

Appoggiò il viso contro il suo collo, la bocca socchiusa a rilasciare un respiro caldo, affannato, che le accarezzava la pelle bagnata facendola rabbrividire da capo a piedi.

Le labbra risalirono lentamente la curva del collo, imprimendo baci lunghi, tenerissimi, intrisi di una dolcezza improvvisa e lacerante. Nessuna parola. Nessun tentativo di giustificarsi o di chiedere scusa. Solo il calore silenzioso di quel contatto, un rimorso muto che cercava riparo sulla sua pelle.

Le mani, che un attimo prima l'avevano inchiodata e stretta con forza, scivolarono lentamente lungo i suoi fianchi, accarezzando la curva dei glutei e risalendo poi con un movimento lento, quasi reverente, lungo la schiena contratta.

Una mano scivolò sull'addome, in un tocco caldo e implorante, accarezzandolo piano, con le dita che premevano appena.

L'altra mano salì lungo il fianco, sfiorando la cassa toracica fino a raggiungere il seno, premendolo delicatamente contro il palmo.

Non c'era più urgenza, non c'era più prepotenza. Il muro era crollato, la rabbia si era spenta all'improvviso.

Ciò che provava Viola, però, non era sollievo. Era un'inquietudine sottile, quasi dolorosa.

Le labbra di Pietro che le sfioravano la pelle, le mani che accarezzavano con una lentezza quasi reverenziale la sua schiena, quel tocco caldo e implorante sull'addome… Sentiva ogni singolo movimento con una lucidità spietata, percepiva tutta l'angoscia di quel contatto, la richiesta disperata e silenziosa di ricevere il perdono.

Una parte di sé avrebbe voluto respingerlo, dirgli che non bastava la dolcezza a cancellare la violenza.

Eppure, mentre le dita le sfioravano il seno con una delicatezza che le spezzava il cuore, fu tradita da un brivido che le percorse la spina dorsale, lasciandola lì, immobile e silenziosa.

Trattenendo il fiato, Pietro fece scivolare lentamente una mano verso il basso, insinuandosi in mezzo alle sue cosce con una cautela quasi timorosa. Era un tocco che chiedeva permesso laddove prima c'era stata solo invasione.

Con le labbra continuava a premerle piano contro il collo, in un bacio lungo e tremante che cercava di colmare lo spazio tra loro, in attesa di capire se il suo corpo si sarebbe chiuso di nuovo o se, stavolta, avrebbe ceduto.

Aveva paura.

La paura agghiacciante di trovarla di nuovo chiusa, fredda, di urtare contro un corpo serrato in difesa. Temeva che la violenza cieca consumata pochi minuti prima avesse rotto qualcosa in modo irreparabile, portandoli a un punto dal quale non sarebbe più stato possibile tornare indietro.

Le premette appena un ginocchio contro l'interno coscia, chiedendole di allargarsi, di concedergli quello spazio, di aprirsi a lui.

Viola, con un sospiro lungo e tremante, assecondò la spinta. Lasciò che il ginocchio le allargasse le gambe, cedendo con una resa che non era sottomissione, ma scelta consapevole.

Era la risposta viscerale di un corpo che, nonostante il dolore, la rabbia e gli strascichi di quel conflitto feroce, continuava a bruciare per lui.

Le dita di Pietro scivolarono tra le cosce dischiuse, trovando la vulva calda, pulsante, umida. Un lungo sospiro di sollievo gli uscì dalle labbra. Fu quasi un pianto trattenuto, la liberazione improvvisa da un peso che aveva rischiato di schiacciarlo.

La tensione accumulata nei muscoli si sciolse di colpo, lasciando spazio a una tenerezza febbrile. Le dita affondarono in quel tepore familiare, esplorando con delicatezza, poi risalirono lentamente ad accarezzare il clitoride con un movimento lento, circolare.

La reazione di Viola fu immediata: un gemito basso e spezzato le sfuggì dalle labbra, rubandole l'aria dai polmoni e costringendola a inarcare leggermente la schiena contro il petto di Pietro. Si appoggiò con le mani tremanti alla parete, mentre il mondo intero si riduceva a quel tocco caldo e sapiente che la stava di nuovo facendo bruciare.

Senza staccare le dita dal clitoride, Pietro allungò l'altra mano verso la mensola, afferrò il flacone del bagnoschiuma e ne versò un po' direttamente sul pene turgido, cospargendolo fino a renderlo scivoloso.

Viola lo sentì premere all'improvviso in mezzo al sedere e le si bloccò il respiro.

Lui avvertì all'istante quella tensione involontaria e mantenne il bacino fermo, avvicinando il viso al suo, mentre col braccio sinistro la stringeva a sé.

“Amore…” sussurrò con una dolcezza infinita, roca e tremante, mentre le labbra le sfioravano la guancia. "Faccio piano, giuro...".

Un attimo dopo, con una spinta lenta e guidata dalla mano, la cappella scivolò dentro, strappando a Viola un gemito lungo e profondo. Lo sfintere, provato e indolenzito dall'assalto furioso di prima, si contrasse d'istinto, irrigidendosi contro quella nuova pressione.

"Non ti faccio male..." mormorò Pietro contro il suo orecchio, mentre premeva con delicatezza dentro di lei, dandole il tempo di abituarsi e di accoglierlo senza paura. “Fidati di me, ti prego…”.

Sembrava una pretesa assurda, quasi indecente, pronunciata da lui che, appena pochi minuti prima, aveva valicato ogni confine e calpestato ogni fiducia. Suonava quasi ironica, grottesca. Eppure, mentre la sentiva vibrare contro la propria pelle, Viola si rese conto che non era una pretesa.

Era una resa.

Pietro stava deponendo le armi, ammettendo la propria fragilità e chiedendole, senza più arroganza, di fargli spazio.

Un brivido le percorse la schiena, partendo dal punto esatto in cui lui la stava penetrando. Chiuse gli occhi, lasciando che la tensione accumulata si sciogliesse lentamente.

Sentì il movimento di Pietro inaspettatamente delicato, reso fluido dal bagnoschiuma, e permise al dolore di stemperarsi, di trasformarsi in una sensazione calda, piacevole.

Non stava cedendo per debolezza. Stava *scegliendo* con consapevolezza di lasciarsi andare, di accoglierlo, disperatamente bisognosa di ritrovarlo, perché in fondo l'amore che li legava era più forte di qualsiasi altra cosa.

Si abbandonò del tutto. La rigidità svanì, sciolta dal calore dell'acqua e dalla promessa racchiusa in quel sussurro.

*”Fidati di me, ti prego…”*

Sentì la gola farsi stretta, bruciare di un pianto muto che rifiutava di uscire.

La verità era che, nonostante tutto quello che era successo, nonostante la violenza e la rabbia che lui le aveva riversato addosso, lei di Pietro si fidava ancora ciecamente.

Era una fiducia profonda e ostinata che la legava a lui visceralmente. Una vera e propria *fede*.

Quella voce rotta, quel tremore nelle mani che la accarezzavano con cautela erano autentici, facevano parte di lui quanto la furia che li aveva preceduti.

Pietro scivolò piano fino in fondo e attese che il respiro di Viola si regolarizzasse, che il suo corpo si adattasse, poi, lentamente, iniziò a muoversi.

Niente scatti. Niente furia. Ogni affondo era cauto, calibrato per farle sentire tutta la sua devozione.

La tirò leggermente a sé per i fianchi, ancorandola al suo bacino, mentre si spingeva dentro di lei con lentezza, ritirandosi quasi del tutto per poi tornare a riempirla. Le labbra ripresero a baciarla sul collo, sulla mascella, sul viso, mentre la mano in mezzo alle gambe continuava a massaggiarle il clitoride.

Sotto quel ritmo lento, profondo e dolce, il dolore si dissolse del tutto, mutando in un piacere così pieno da farle girare la testa.

Appoggiò con più forza le mani alla parete mentre il bacino assecondava istintivamente ogni movimento di Pietro, andando incontro a quel calore.

Il ritmo rallentò ancora, facendosi quasi solenne, come se stessero per chiudere un cerchio. Ogni spinta era un'onda lunga, un incastro perfetto che colmava ogni distanza rimasta.

Pietro la teneva stretta con il braccio intorno al fianco, in una morsa che non cercava più di trattenere, ma di custodire. Le labbra premevano con un'intensità disperata contro la sua nuca, mentre i loro respiri affannati si mescolavano al vapore e al rumore sordo dell'acqua che continuava a scorrere sulla loro pelle.

Non c'era più spazio per la rabbia, per le parole urlate o per quelle non dette.

Viola sentiva il calore di lui crescerle dentro, un accumulo denso e febbrile che le faceva contrarre i muscoli con una scossa improvvisa, un fremito che le percorreva la spina dorsale fino alle dita dei piedi.

Con un ultimo gemito strozzato, un'ondata di piacere cieco e violento la travolse, facendola inarcare di colpo contro il bacino di Pietro. E in quel preciso istante, mentre il corpo di Viola si stringeva convulsamente intorno a lui, Pietro perse il controllo: un brivido profondo gli scosse le spalle mentre affondava il colpo definitivo, soffocando un gemito contro i capelli di Viola e rilasciando in un abbandono totale tutto ciò che fino a quel momento aveva trattenuto.

Rimasero così, immobili, incollati l'uno all'altra, mentre l'acqua calda continuava a scorrere sopra i loro corpi esausti, lavando via ogni traccia della tempesta.
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