Era novembre

di
genere
sentimentali

Venerdì, 23 agosto 2013
La luce dell'alba filtrava nella stanza dagli infissi accostati, disegnando lame sottili sulle pareti.

Viola aprì gli occhi e la prima cosa che avvertì fu il peso del proprio corpo. Un peso *denso*, stanco, simile a quello delle sbornie peggiori, di quelle che ti lasciano la bocca impastata e i pensieri lenti. Non si era mossa da dov'era crollata la notte prima: stesa di schiena, sul lato destro del letto, con ancora indosso il vestito sgualcito arrotolato sui fianchi.

Il ferretto del reggiseno le provocava una fitta sorda nel costato, le coppe strette da ore le facevano sentire il seno gonfio, dolorante. Ma era in mezzo alle gambe che il ricordo della notte si faceva quasi fastidioso: le cosce incollate, la pelle tirata, quella sensazione umida e appiccicosa di sperma e secrezioni vaginali tra le labbra e sulla vulva. L'orgasmo l'aveva prosciugata e lasciata lì, galleggiante nel buio, svenuta più che addormentata.

Accanto a lei, Pietro dormiva ancora.

Giaceva a pancia in giù, completamente nudo e con un braccio pesante buttato a cavallo della sua vita, schiacciandole leggermente l'addome. Il suo respiro era profondo e regolare, sembrava completamente in pace.

Il contrasto per Viola fu quasi offensivo: lui dormiva con la serenità assoluta di chi si era preso tutto ciò che voleva, liberandosi di ogni tensione, mentre in lei il caos mentale rimbombava più forte del silenzio della stanza.

Rimase immobile per non svegliarlo, con lo sguardo fisso sul soffitto e il braccio di lui che le pesava addosso come un macigno.

L'adrenalina della rabbia era svanita, spazzata via dall'esplosione fisica di poche ore prima, lasciando al suo posto un vuoto amaro e sottile. Aver ceduto così, in quel modo brutale, non aveva risolto niente. L'ombra di quella discussione, il fantasma del passato e l'arroganza con cui Pietro aveva azzerato tutto erano ancora lì, sospesi nel disordine della stanza insieme all'odore acre del sesso.

L'aveva zittita di nuovo. Aveva usato il suo corpo e quel cortocircuito che si innescava ogni volta che si toccavano per cancellare il problema, trasformando la sua rabbia legittima in pura resa sensoriale. E la cosa peggiore, la cosa che le faceva salire una stretta allo stomaco, era che lei glielo aveva lasciato fare. Aveva ceduto in cinque secondi, cercandolo con la stessa foga disperata con cui lui si era preso il controllo.

Pietro si mosse leggermente nel sonno. Fece un respiro più profondo, affondando il viso nel cuscino senza però allentare la presa attorno a lei.

Viola rimase a fissare la curva del suo profilo nella luce fioca dell'alba e una stretta amara le serrò la gola. La cosa più difficile da mandare giù in quel momento, ad essere onesta con se stessa, era che non poteva nemmeno scaricare tutta la colpa su di lui per come lei si sentisse adesso.

Lui ci aveva provato. Le si era avvicinato prima che la situazione degenerasse, a chiederle di parlarne, a cercare un varco con la voce bassa e un atteggiamento per niente spavaldo e arrogante.

Era stata lei a tirare su il muro, ad aggredirlo, a urlargli in faccia i suoi giudizi e a rifiutarsi categoricamente di ascoltare la sua versione, terrorizzata da quello che quelle spiegazioni avrebbero potuto farle provare.

Lui aveva usato il sesso per zittirla, sì, ma solo dopo che lei gli aveva fatto capire che con le parole non sarebbe arrivato da nessuna parte. Gli aveva servito quel finale su un piatto d'argento, preferendo farsi travolgere dalla passione piuttosto che fare un passo verso di lui e affrontare la cosa da adulta.

Ora lui dormiva con la coscienza pulita di chi ci aveva provato e poi aveva trovato un altro modo per prendersi quello che voleva. Lei, invece, restava lì con il suo orgoglio a pezzi, la consapevolezza di essere stata vigliacca e il corpo ancora segnato da una lotta che si era cercata da sola.

Fece un respiro lento e con un movimento quasi impercettibile fece scivolare la mano sotto l'avambraccio di Pietro, per sollevarlo e sfilarsi da quella presa.

Lui emise un mormorio, la fronte si contrasse leggermente mentre la mano sulla vita cercava d'istinto di trattenerla. Viola si bloccò, rimanendo immobile per qualche secondo finché il ritmo del respiro di Pietro non tornò regolare e profondo.

Con un ultimo scatto cauto riuscì a sgusciare fuori dal letto.

I piedi nudi toccarono il pavimento freddo e un brivido le risalì lungo le gambe, rendendo ancora più evidente la sensazione sgradevole di sporco e di indolenzimento tra le cosce. Si raddrizzò a fatica, sentendo la schiena rigida, aggiustandosi d'istinto il bordo del vestito spiegazzato.

Avanzò a passo felpato verso il bagno e quando si chiuse la porta alle spalle, il silenzio la avvolse come una bolla.

Si appoggiò con entrambe le mani al bordo del lavandino e alzò lo sguardo verso lo specchio che non le perdonava nulla: i capelli erano un groviglio disordinato, il trucco della sera prima sbavato sotto gli occhi in un'ombra scura, e sulle labbra ancora gonfie c'era il ricordo vivo dei morsi di Pietro. Si sfilò il vestito facendolo scivolare a terra con un fruscio pesante, seguito dal reggiseno che lasciò sotto ai seni due solchi rossi e doloranti.

Sul collo e sulle spalle si intravedevano i segni violacei delle dita di Pietro e della sua bocca, muti testimoni di quella resa implacabile.

Non volle guardarsi oltre.

Aprì il rubinetto della doccia, aspettando che il getto diventasse bollente, ed entrò sotto l'acqua senza esitare. Il calore la colpì con forza, facendo bruciare la pelle indolenzita e portando via l'odore della notte e la sensazione di appiccicoso tra le cosce.

Chiuse gli occhi, lasciando che l'acqua le scivolasse sui capelli e sul viso, cercando disperatamente di lavare via anche lo stato di inquietudine che la turbava.

Il getto bollente creava una nube di vapore denso che riempiva il box, appannando i vetri e isolandola dal resto del mondo. Fece scivolare il bagnoschiuma tra le mani, creando una schiuma soffice con cui iniziò a massaggiarsi con cura le spalle, la pancia e l'interno coscia, cercando di sciogliere la rigidità dei muscoli e di allontanare quell'inquietudine strisciante.

Per qualche minuto funzionò: il calore, il profumo pulito di sapone e il suono ritmico dell'acqua la fecero quasi sprofondare in uno stato di torpore rilassante.

Poi, impercettibile sotto lo scroscio del getto, ci fu uno scatto sottile.

La porta del bagno si aprì ed entrò una corrente d'aria più fresca che fece oscillare il vapore. Lei si bloccò all'istante, con le mani piene di schiuma ferme sulle cosce e i sensi di colpo allerta.

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Pietro entrò in bagno lasciando la porta socchiusa dietro di sé. Il vapore denso e caldo che riempiva la stanza lo investì subito, insieme al profumo dolce di bagnoschiuma alla vaniglia.

Attraverso la superficie smerigliata e appannata del box doccia si intravedeva la sagoma sfocata di Viola sotto il getto dell'acqua.

"Buongiorno" borbottò lui con la voce ancora impastata dal sonno, andando dritto verso il water per fare pipì. Poi tirò lo sciacquone e si avvicinò al lavandino.

Aprì il rubinetto dell'acqua fredda, lavandosi le mani e chinandosi per sciacquarsi il viso e darsi una svegliata.

Si raddrizzò con un lungo respiro, lasciando sgrondare le gocce, e afferrò l'asciugamano appeso accanto allo specchio. Mentre si asciugava, i suoi occhi cercarono la sagoma di Viola oltre il vetro opaco. Lo stava ignorando o non lo aveva sentito?

Conosceva benissimo la risposta: lo stava ignorando.

Era il suo classico modo di fare quando voleva rimettere le distanze, la solita ritirata strategica per riorganizzare i pensieri e riaffilare le armi dopo essere crollata la notte prima.

Lui conosceva fin troppo bene quel silenzio: era la punizione per averle fatto perdere il controllo, per averle dimostrato che, nonostante la loro discussione, le bastava il suo tocco per dimenticarsi del resto.

Lasciò cadere l'asciugamano sul bordo del lavandino e fece i pochi passi che lo separavano dalla doccia. Lasciarla in quel silenzio, aspettando semplicemente che le passasse, non era una possibilità che aveva intenzione di concederle.

Allungò la mano, fece scorrere l'anta di vetro di qualche centimetro e si affacciò con la testa e il busto. Il vapore caldo lo investì in pieno viso.

"Buongiorno" ripeté con tono fermo e diretto, incrociando il suo sguardo.

Viola si bloccò con la spugna ancora stretta tra le dita e le braccia bagnate lungo i fianchi. L'acqua le scorreva sulle spalle, scivolando sui segni scuri che lui le aveva lasciato addosso la notte prima, testimoni silenziosi di una resa che adesso, sotto la luce nitida del mattino, pesava molto di più.

Rimase immobile per un secondo, sorpresa da quell'intrusione brusca ma tutto sommato prevedibile, prima di inclinare leggermente il capo all'indietro per scostarsi i capelli bagnati dal viso.

"Buongiorno" rispose infine. La sua voce arrivò sottile, sovrastata dal rumore battente dell'acqua.

I suoi occhi sostennero lo sguardo di Pietro con una fermezza rigida, quasi difensiva. Era la solita maschera che indossava quando si sentiva vulnerabile: mento alto, sguardo freddo, labbra serrate.

Lui rimase a cavallo della porta scorrevole, con una mano ancorata al bordo del vetro e il busto piegato verso l'interno, del tutto indifferente al fatto che le gocce d'acqua gli schizzassero addosso. La squadrò da capo a piedi, soffermandosi sui segni sul collo e sulle spalle.

Qualcosa gli si serrò nello stomaco, una fitta improvvisa e amara che gli bloccò per qualche istante il respiro. Vedere quei segni sulla pelle di Viola gli restituì d'impatto l'immagine esatta di come la notte prima avesse usato il suo corpo. C'era qualcosa di stonato in quella vista, un senso di fastidio e di colpa che gli indurì la mascella. Era la prova tangibile che il confine tra la passione e la rabbia si era fatto pericolosamente sottile, e che lui, per quanto lei lo avesse provocato, era andato troppo oltre.

Deglutì a vuoto, la gola secca. Distolse gli occhi da quei segni, costringendosi a risalire verso lo sguardo rigido e difensivo di Viola.

Non voleva far finta di niente né permetterle di nascondersi dietro a quel silenzio. Fece un passo avanti dentro il vapore e si decise ad entrare, richiudendosi il box alle spalle.

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L'acqua bollente lo colpì sulla schiena, infrangendosi sul suo torace e mescolandosi subito al vapore denso che li avvolgeva. Rimase lì, a un passo da lei, il corpo nudo bagnato dall'acqua, le gocce che gli scivolavano sui capelli appiccicandoglieli alla fronte. La guardò dritto negli occhi, sovrastandola appena.

"Mi dispiace" disse a voce bassa, ruvida, spogliata di ogni sarcasmo. Allungò una mano verso il suo viso, con lentezza, senza toccarla subito, lasciando che le dita bagnate sfiorassero appena l'aria calda tra di loro prima di fermarsi a un millimetro dalla sua guancia.

Viola mantenne la schiena incollata alle piastrelle, lo sguardo fiero, ma il respiro le si fermò in gola.

Non se lo aspettava. Sentirselo dire così le fece abbassare immediatamente la guardia.

Guardò la mano di Pietro per un secondo, prima di ritornare ai suoi occhi. Tutta la rigidità di poco prima le scivolò addosso insieme all'acqua, lasciandole solo una grande stanchezza.

"Anche a me..." sussurrò.

La voce le uscì quasi coperta dal rumore del getto, ma abbastanza nitida perché lui la sentisse e posasse finalmente il palmo della mano sulla sua guancia. Il contatto fu lento, saldo, quasi un punto d'ancoraggio dopo la bufera della notte prima. Con il pollice le sfiorò lo zigomo, raccogliendo un rivolo d'acqua che le scivolava sul viso.

"Vieni qui" mormorò tirandola a sé con dolcezza, guidandola sotto il getto insieme a lui.

Viola non oppose resistenza e si lasciò stringere in quell'abbraccio poggiando la fronte contro la sua spalla, mentre le mani salivano d'istinto ad ancorarsi ai suoi fianchi per trovare stabilità. Sentire il respiro di Pietro contro il collo, regolare e profondo, le provocò un lungo sospiro liberatorio che sciolse l'ultima tensione accumulata nelle spalle.

Rimasero così per qualche secondo, stretti in quell'abbraccio silenzioso, avvolti dal vapore denso e dal rumore battente dell'acqua.

Lui le fece scivolare entrambe le mani lungo la schiena, facendo pressione per sentirla interamente contro di sé, poi la allontanò delicatamente per poterla guardare.

Viola sollevò piano il viso dalla sua spalla, lasciando che le gocce d'acqua le scivolassero tra le ciglia. Pietro le tenne una mano appoggiata sul fianco, salda, mentre l'altra risaliva lenta lungo il collo. I polpastrelli scivolarono sulla pelle fino a fermarsi esattamente lì, sulla traccia violacea più evidente rispetto alle altre, che le sue dita le avevano impresso la notte prima.

Sfiorò quel segno con una delicatezza quasi dolorosa, come a volerne chiedere conto e insieme scusarsene.

"Come stai?" le chiese a bassa voce, mentre con il pollice tracciava il contorno degli altri segni della loro passione cieca.

Lei trattenne il respiro per un istante. Il contatto delle dita di Pietro su quel punto le fece salire una vibrazione sottile lungo la schiena, ma non si scostò. Socchiuse gli occhi, avvertendo il peso di quel gesto, poi riaprì lo sguardo su di lui.

"Non lo so" ammise a bassa voce. "Tu come stai?".

Lui non distolse gli occhi dai suoi. La mano rimase lì, ancorata al suo collo, con il pollice che accarezzava il margine del livido.

"Uno schifo" rispose senza esitare, la voce ruvida che vibrava bassa. "Non volevo farti del male".

Il dolore, nel loro gioco, era un limite relativo ma non assoluto. Faceva parte di quell'adrenalina che entrambi cercavano e accettavano, compresi i segni che avrebbe potuto lasciare sul corpo.

Ma ieri sera non stavano giocando.

Viola lo fissò in silenzio. Non c'era arroganza negli occhi di Pietro, solo una stanchezza cupa e la consapevolezza disarmante di essere andato oltre.

"Lo so" sussurrò lei alla fine. "Nemmeno io volevo farne a te".

Era consapevole del fatto che, pur non avendogli lasciato segni visibili sul corpo, gliene aveva lasciati altrove, colpendo con precisione i punti scoperti che conosceva bene.

Rimase a fissarlo per qualche secondo e qualsiasi tentazione di tirare di nuovo fuori le unghie o di difendersi si dissolse, lasciando al suo posto solo una gran stanchezza e il bisogno di ritrovare la quiete interiore.

Sciolse le dita contratte attorno alla spugna che aveva continuato a stringere in mano fino a quel momento, la bagnò sotto il getto, lasciando che la schiuma soffice si mescolasse all'acqua bollente, e iniziò delicatamente a lavarlo.

Pietro rimase fermo mentre la mano di Viola risaliva piano verso la sua spalla e cominciava a muoversi con lentezza, tracciando cerchi leggeri lungo la linea della clavicola, poi giù sul petto, fino ai fianchi.

Era un gesto dolce, privo di qualsiasi intenzione seduttiva.

Nel silenzio coperto dallo scroscio della doccia, Viola guardava le gocce d'acqua scivolare sul corpo di Pietro mentre con la mente tornava indietro nel tempo, all'origine di quella ferita che lui negava di avere e che li portava ancora oggi a litigare.

All'epoca lei lo conosceva appena. Lui era un personaggio popolare a scuola, sempre al centro dell'attenzione insieme a Jen, Davide e al loro solito giro. Viola lo trovava bellissimo, era innegabile, ed era inevitabilmente affascinata da quel suo carisma naturale, ma la cosa finiva lì.

Lei aveva un ragazzo, le proprie amicizie, la propria vita, e Pietro era soltanto una presenza sullo sfondo: un intervento sfrontato durante le assemblee di istituto, una risata nel caos di qualche festa dove Jen la trascinava, una sagoma sul campo da basket mentre le toccava sorbirsi la partita per accompagnare Jen, che immancabilmente aveva qualche flirt in corso con il giocatore di turno.

Eppure lei si ricordava bene il momento esatto in cui qualcosa in lui si era spezzato: quella donna, spaventata da una storia clandestina che stava diventando troppo pericolosa e grande da gestire, aveva deciso di tagliare i ponti. Aveva chiesto il trasferimento dall'istituto, aveva impacchettato la propria vita ed era sparita in un'altra città, senza voltarsi indietro, lasciandosi semplicemente le macerie alle spalle.

Lui da quel momento era cambiato. Tutti continuavano a vederlo come il solito Pietro, ma Viola, anche da lontano, aveva notato la spaccatura. L'aveva visto irrigidirsi, diventare più cinico, schermarsi dietro quell'arroganza che ancora oggi usava come scudo.

E tutt'ora, ogni volta che quell'ombra riaffiorava tra loro, lui continuava a negare, a proteggere il ricordo di quella donna e a rifiutare con rabbia l'idea di essere stato una vittima. A Viola quell'ostinazione faceva salire un livore cieco, una rabbia retroattiva e velenosa che la spingeva a colpirlo proprio dove sapeva che gli avrebbe fatto più male.

Ma adesso, con la spugna che scivolava lenta sul suo torace e il suo respiro che si faceva via via più profondo, la rabbia lasciò il posto a una tenerezza ruvida, dolorosa. Una compassione viscerale per quel ragazzo ferito, abbandonato, lasciato solo a gestire la fine di un primo amore troppo adulto per la sua età.

Pietro reclinò appena la testa all'indietro, chiudendo gli occhi sotto il getto dell'acqua, e si abbandonò a quel tocco senza opporre alcuna resistenza.

La spugna continuò il suo percorso lento, cancellando dal suo corpo le tracce della notte e annullando, almeno per il momento, ogni tensione residua.

Viola scese verso il basso, superando le costole, muovendosi sull'addome. Lui mantenne gli occhi chiusi, il suo respiro cambiò ritmo, facendosi più lento e marcato man mano che la spugna proseguiva.

Mentre continuava a lavarlo senza fretta, Viola si soffermò con lo sguardo sulla linea definita del torace, sulle spalle ampie bagnate dall'acqua, sulla ruga sottile che gli segnava la fronte. L'immagine dell'adolescente ferito e smarrito sfumò lentamente, riassorbita da quella presenza così virile. Quel corpo nudo sotto le sue mani non apparteneva a un ricordo lontano, né a un ragazzo da proteggere: era il corpo del *suo* uomo, l'unico capace di scatenare in lei un'attrazione così viscerale e immediata.

Guardarlo lì, così vulnerabile eppure così smisuratamente uomo, spogliato da ogni difesa e consegnato del tutto alle sue mani, le suscitò un'ondata improvvisa e caldissima di desiderio. Non c'era più spazio per la rabbia né per il passato: c'era solo il bisogno fisico, urgente, di riprenderselo del tutto, di sentirlo solo suo.

Quando la spugna arrivò oltre il basso ventre, sfiorando l'inguine per insinuarsi tra le cosce, l'aria tra loro mutò temperatura all'istante. La tenerezza di un secondo prima fu spazzata via dalla carica elettrica dei loro corpi vicini.

Viola avvertì sotto le dita la reazione involontaria e immediata di Pietro: il suo corpo rispose prima ancora che lui potesse rendersene conto, facendo contrarre e inturgidire il pene all'istante, mentre il suo respiro si spezzava sotto il flusso dell'acqua.

Un brivido sottile le corse lungo la schiena. Sentire quel potere su di lui, vedere il suo corpo cedere all'istante al suo tocco, trasformò il desiderio in un bisogno urgente, immediato.

Lasciò andare la spugna e con le mani dissolse la schiuma rimasta sulla sua pelle, facendola scivolare via lungo le cosce, prima di lasciarsi scivolare a sua volta verso il basso, inginocchiandosi davanti a lui.

Quando la bocca calda incontrò il pene, accogliendolo con una lentezza profonda che non lasciava spazio a difese, Pietro emise un gemito basso, ruvido, trattenuto a stento tra i denti serrati. Le sue dita affondarono d'istinto tra i capelli bagnati di Viola, ma senza tirare né imporsi.

Rimase fermo. Un'immobilità quasi innaturale per lui, ma in quel momento si sentiva travolto da una sensazione assurda, come se fosse la prima volta e lui fosse di nuovo quel ragazzo incapace di gestire un desiderio così intenso.

Le sue dita rimasero impigliate tra i capelli di Viola, tremanti, senza forza.

Si spostò appena, poggiando la schiena contro le piastrelle e restando con gli occhi chiusi. Il petto gli si alzava e abbassava a scatti brevi mentre si lasciava andare del tutto, consegnandosi a lei con cieca fiducia, concedendosi il lusso di non dover dominare la scena per sentirsi al sicuro.

Sotto le palpebre chiuse, mentre la bocca di Viola lo avvolgeva con una lentezza profonda, il presente si dissolse, annebbiato dalla memoria che lo riportava con forza indietro di quindici anni.

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Erano bastati due mesi per far crollare ogni argine.

Due mesi dall'inizio della scuola e dall'arrivo di quella nuova supplente di Lettere così giovane e sexy, così carismatica, con un modo di spiegare la letteratura che non c'entrava niente con il grigio dei programmi ministeriali. Quando camminava tra i banchi, correggendo i temi o recitando versi a memoria, l'aria nell'aula si faceva improvvisamente densa, saturata dal suo profumo costoso e dall'eros puro che emanava. Era impossibile per qualunque studente staccarle gli occhi di dosso, e lui non faceva eccezione.

Due mesi di sguardi sfuggiti tra la cattedra e l'ultimo banco, due mesi a inventarsi di non aver capito qualcosa per potersi fermare a parlare da solo con lei a fine lezione, con la scusa di un chiarimento sul programma o di un tema da approfondire.

Era iniziato tutto così, con una vicinanza cercata a tutti i costi, il suono della voce di lei che si faceva più basso e confidenziale quando rimanevano da soli nell'aula vuota, e quel modo di guardarlo che a un certo punto non era più quello di un'insegnante.

Poi le coincidenze forzate, le uscite da scuola calcolate al secondo per incrociarla sul marciapiede, un caffè offerto al bar dietro l'istituto mentre l'estate cedeva il passo all'autunno e Bologna si riempiva di foglie secche e colori caldi, quel passaggio a casa una volta che pioveva e lui aveva perso l'autobus...

Piccoli sconfinamenti progressivi, sguardi inequivocabili e parole non dette, fino a quell'invito nel suo appartamento - un piccolo bilocale al terzo piano in zona Santo Stefano - con la scusa di prestargli un libro introvabile per la tesina.

Lei stava scorrendo i titoli del ripiano più alto della libreria, finché non si era fermata. "Eccolo!" aveva esclamato spingendosi sulle punte dei piedi e allungando il braccio per prendere il libro, senza però riuscire a raggiungerlo.

Lui, che già allora aveva quasi raggiunto la statura definitiva, era intervenuto d'istinto per aiutarla. Si era fatto avanti, sporgendosi sopra di lei, a un soffio dalle sue spalle, afferrando facilmente il libro.

Lei si era voltata su se stessa, rimanendo bloccata tra la libreria e il suo petto, e gli aveva rivolto un sorriso leggermente imbarazzato, mormorando un semplice "grazie".

Lui sentiva il proprio cuore battere all'impazzata nelle orecchie, diviso tra il timore reverenziale e una spinta viscerale. Il profumo pulito dei suoi capelli e il calore sottile che emanava dalla sua camicetta di seta gli facevano pulsare il sangue nelle tempie.

Non poteva lasciarsi sfuggire una simile occasione.

Sentendosi investito da un'audacia improvvisa, sicuro che quel confine spettasse a lui varcarlo, aveva appoggiato il libro sul ripiano e, prendendole il viso tra le mani, l'aveva baciata.

Era stata una scarica di adrenalina pura, folle, che gli aveva fatto rimbombare il cuore nel petto come un tamburo.

Lei era rimasta sorpresa da tanta intraprendenza e non aveva reagito subito, lasciandolo sospeso nel terrore di aver commesso un errore imperdonabile.

In quei pochi secondi che a lui parvero infiniti, nella sua testa passarono mille pensieri. Si chiese se lei lo avrebbe spinto via in malo modo o se lo avrebbe rimesso a proprio posto con l'autorità del suo ruolo o se, ancora peggio, lo avrebbe guardato con pietà e tenerezza.

*E se mi fossi solo illuso? Se fosse tutto un film nella mia testa?*

Poi, con un sospiro impercettibile che le aveva fatto tremare le labbra contro le sue, lei aveva ricambiato il bacio, schiudendo la bocca con una lentezza morbida, calda, accogliendo la sua lingua senza fretta.

Era stato un contatto caldo, avvolgente, che aveva spazzato via in un istante tutte le paure di Pietro, tutte le sue paranoie, e che gli aveva dato l'assoluta certezza che quel desiderio fosse reale e condiviso.

Pietro aveva sentito le mani di lei risalire con una cautela quasi esitante lungo le sue braccia, per poi posarsi sul suo petto, non per allontanarlo, ma per ancorarsi a lui mentre l'attrazione repressa per mesi prendeva il sopravvento.

Guidato da un istinto febbrile e dalla voglia di dimostrarsi all'altezza, lui aveva azzardato il gesto successivo, facendo scivolare la mano sulla sua vita, sotto la camicetta, per poi farla risalire lentamente. Non appena, però, i polpastrelli avevano trovato la curva del seno, morbido e pieno, l'impatto con quella femminilità adulta lo aveva spiazzato.

Si ricordava ancora la sensazione improvvisa di imbarazzo, l'insicurezza che gli aveva paralizzato la mano. Era sicuro di saperci fare, sapeva bene come far impazzire le sue coetanee, ma con lei si era sentito improvvisamente goffo, spaventato dalla propria audacia e dalla consapevolezza che lei glielo stesse lasciando fare.

A quel bacio erano seguiti giorni di attesa tormentata, passati a ricordare quel momento, a sognare che ricapitasse ancora, a masturbarsi nel buio della sua camera ripensando alla sua pelle, alla sua voce, al sapore della sua bocca, alla morbidezza del suo seno, senza osare sperare che le cose progredissero ma immaginandosela continuamente nuda sotto di lui, sopra di lui, gemente, febbricitante di piacere.

Poi, un pomeriggio di fine novembre, era tornato in quell'appartamento.

Ricordava le luci di Bologna già accese alle cinque di pomeriggio, l'androne buio del palazzo e le scale a piedi fino al terzo piano, affrontando i gradini a due a due nel tentativo vano di smorzare la tensione che gli stringeva la gola e che gli faceva battere il cuore contro le costole.

Era impaziente, sopraffatto da un'ansia febbrile, diviso tra le fantasie sfrenate che lo avevano perseguitato per settimane e la paura sottile di non essere all'altezza. Il pene era già duro sotto la stoffa rigida dei jeans, teso in un'erezione ostinata che non lo lasciava in pace da ore e che rendeva ogni gradino una tortura.

Quando la porta si era aperta, lei lo aveva accolto con un sorriso felice che le aveva fatto comparire quelle fossette sulla guancia, le stesse che durante le ore di lezione a scuola lo facevano impazzire fino a perderci il filo dei pensieri.

Il suo profumo lo aveva subito travolto e, immediatamente dopo, anche il suo corpo. Lo aveva afferrato per le spalle, le sue braccia nude e calde lo avevano tirato verso l'interno chiudendo il mondo fuori, mentre le sue labbra lo cercavano senza esitazione. Un bacio profondo, morbido, che sapeva di mentolo e che gli aveva fatto perdere del tutto il controllo.

Mentre continuavano a baciarsi con foga, lei gli aveva tolto il giubbotto e lo aveva spinto indietro fino a farlo sedere sul divano. Era poi salita a cavalcioni su di lui con una disinvoltura che gli aveva fatto tremare le ginocchia.

Lui aveva affondato le dita nei suoi capelli neri, lisci come seta, lasciando scivolare le mani lungo le sue spalle, poi giù sulla schiena, fino a trovare il coraggio di scendere ancora e afferrarle i glutei con una presa salda, disperata. Lei si era piegata su di lui, rispondendo alla sua audacia e strusciandosi con lentezza e precisione contro la sua erezione, facendogli sfuggire un gemito roco, mandandogli il cervello in cortocircuito.

Poi era scivolata via, inginocchiandosi sul tappeto, tra le sue gambe. Pietro era rimasto immobile, le mani ancora a mezz'aria, il respiro bloccato in gola mentre la guardava dall'alto e sentiva il suono secco della cerniera dei propri jeans che veniva tirata giù.

Tutta la sua spavalderia si era sbriciolata. Non c'era più spazio per la sicurezza ostentata o per il controllo della situazione che pensava di avere: lei gli aveva appena liberato il pene dai boxer e adesso svettava lì, dritto davanti alle sue labbra. Prima ancora che avesse il tempo di realizzare o di dire qualsiasi cosa, la bocca calda e umida lo aveva avvolto.

Era stato un impatto fisico ed emotivo spietato. La sensazione del calore bruciante della sua bocca e della sua lingua avvolgente, la pressione precisa delle sue labbra sulla cappella e la fermezza della mano che lo stringeva alla base, gli avevano annebbiato del tutto i pensieri.

Aveva piegato la testa all'indietro contro lo schienale del divano, ancorandosi coi talloni al pavimento. Era stato travolto da una vertigine quasi spaventosa: la sensazione esaltante di toccare il cielo con un dito mescolata a un senso di totale smarrimento.

Sentiva il ritmo regolare e privo di esitazioni con cui lei lo prendeva in bocca, il calore della gola e la sensazione incredibile della sua mano che lo stringeva. Un piacere denso che gli aveva fatto perdere del tutto il controllo del corpo e della mente, lasciandolo senza fiato, incastrato tra l'estasi e una sottile forma di panico, con gli occhi increduli fissi su di lei mentre il cuore gli martellava nel petto.

La mattina dopo, in classe, si era sentito alienato.

La nebbia grigia oltre i vetri dell'aula, l'odore di gesso, il radiatore bollente a cui si appoggiava durante l'intervallo, l'erezione che premeva sotto i jeans, una fame d'aria che gli bruciava nel petto.

Avrebbe voluto sferrare un pugno sul banco, urlarlo in corridoio, afferrare Davide per le spalle e gridargli in faccia che cosa gli era successo, che cosa lei gli aveva fatto provare, che il mondo era cambiato per sempre.

E invece non poteva.

Doveva stare zitto. Doveva stringere i denti, ingoiare quella carica atomica che gli esplodeva dentro e fingere di seguire la lezione di storia, custodendo quel segreto enorme e magnifico come un'arma carica in tasca.

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Lentamente i ricordi sfumarono, scivolando via nell'acqua.

Pietro riaprì gli occhi e vide Viola: i capelli biondi appiccicati alle spalle, il profilo teso nella luce chiara del bagno, le mani salde su di lui.

Viola, la sua Vi, che non era un segreto da nascondere ma l'amore vissuto alla luce del sole, il suo presente.

Un gemito soffocato gli sfuggì dalla gola, stavolta del tutto libero, limpido.
Il vapore della doccia gli riempì i polmoni. Piegò le ginocchia e affondò le dita tra i suoi capelli bagnati, trattenendola a sé con una presenza piena e consapevole, abbandonandosi a quella bocca che gli toglieva il respiro, restituendosi interamente a lei.

L’orgasmo montò rapido, spietato, partendo dal centro del bacino per travolgergli la schiena. Non c'era più spazio per i ricordi né per le parole non dette: c'erano soltanto il calore e il ritmo implacabile della bocca di Viola che lo stavano portando al limite.

Si aggrappò ai suoi capelli con una forza improvvisa e disperata, non per guidarla, ma per non crollare. La testa gli scivolò del tutto all'indietro contro le piastrelle bagnate, mentre la gola si apriva in un gemito lungo, ruvido, che morì soffocato nel rumore scrosciante dell'acqua.

Venne così, con una scossa violenta che gli fece tremare le ginocchia e gli svuotò il petto d'aria. Un orgasmo cieco, lungo, che lo piegò in due mentre si abbandonava completamente a lei, senza più remore, senza più schermi.

Viola lo accolse fino in fondo, ingoiando il suo piacere, senza staccare le labbra finché l'ultimo tremore non si fu placato.

Pietro rimase immobile. Il respiro gli usciva a scatti brevi, spezzati, mescolandosi al vapore della doccia. Un formicolio sordo gli risaliva lungo le cosce e il battito del cuore gli martellava nelle tempie.

Viola era ancora lì, inginocchiata ai suoi piedi sotto il getto dell'acqua. Lui scivolò con una mano lungo la sua mascella, sollevandole il viso verso di sé. La guardò negli occhi, attraverso il velo d'acqua che continuava a scendere, e allungò una mano per aiutarla ad alzarsi in piedi.

La strinse al petto, pelle contro pelle sotto il getto caldo, affondando il viso nell'incavo del suo collo come a voler scacciare via l'ultimo residuo di passato e ancorarsi al presente.

Viola ricambiò l'abbraccio, stringendo le braccia attorno alla sua schiena bagnata, mentre l'acqua continuava a scivolare su di loro, portando via le ombre della notte, le parole dette con rabbia e quelle taciute per anni.

Pietro allungò una mano e chiuse la manopola del rubinetto.

Il rumore battente del getto svanì di colpo, sostituito dal suono dei loro respiri nel silenzio ovattato del bagno.
scritto il
2026-10-03
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