Lenta degustazione
di
Viola Rinaldi
genere
sentimentali
Domenica, 18 agosto 2013
Le candele tremolavano nella sera calda, lanciando bagliori dorati e ombre velate sul tavolo. Nell'aria restava il profumo intenso del pesce alla griglia, attorno alla tavola l'atmosfera era rilassata: risate, aneddoti leggeri e il suono ritmico dei bicchieri di vetro che si toccavano.
Viola se ne stava appoggiata con la schiena contro lo schienale della sedia e un calice di Vermentino tra le dita, che faceva ruotare lentamente. All'apparenza era tranquilla, perfettamente integrata nella conversazione, ma la sua mente viaggiava su tutt'altra frequenza, anche perché Pietro era seduto proprio accanto a lei.
E la presenza di Pietro era per lei una presenza *fisica*, ingombrante, impossibile da ignorare. Ogni suo minimo movimento - il modo in cui si appoggiava allo schienale, il profumo di buono e di pelle scaldata dal sole che emanava, il calore che irradiava la sua camicia di lino - agiva su di lei come una scossa continua. Tenerlo a bada a così poca distanza era un esercizio di tortura controllata: ogni volta che lui si muoveva, a Viola tornavano in mente la pressione delle sue dita sul clitoride, il sapore della sua bocca, la promessa fatta qualche ora prima.
D'un tratto, mentre Jacopo stava attirando l'attenzione di tutti con l'ennesimo racconto sopra le righe su uno dei suoi amanti, Pietro si spostò appena sulla sedia.
Sotto il bordo del tavolo, la sua gamba si mosse con una lentezza calcolata. La stoffa dei suoi pantaloni andò a strusciare contro la pelle nuda della coscia di Viola, per poi piantare il ginocchio con decisione contro il suo, incastrandolo senza lasciarle margine di manovra.
Il contatto fu voluto, pesante, inconfondibile.
A Viola si fermò il respiro a metà, il calice le tremò appena tra le dita. Si sforzò di mantenere lo sguardo fisso di fronte a sé, sfoderando un'espressione del tutto neutrale mentre un'ondata di calore improvvisa le risaliva lungo la schiena.
Pietro non disse una parola né diede a vedere nulla. Continuò a guardare gli altri e a parlare con loro ma, sotto il tavolo, la pressione del suo ginocchio contro quello di lei rimase lì, salda, possessiva, come un promemoria di ciò che li attendeva più tardi.
"Comunque è d'obbligo un brindisi per il nostro maestro della griglia!" esclamò Davide sollevando il calice di vino che aveva in mano.
Tutti gli fecero eco con clamore, tra un tintinnio di vetri e applausi da standing ovation. Pietro si alzò in piedi con fare sfacciatamente compiaciuto, piegando leggermente il busto in avanti come un attore a fine spettacolo e sollevando le braccia per prendersi l'applauso.
"Grazie, grazie!" disse con quella sua voce profonda e teatrale, prima di puntare un dito ammonitore verso il gruppo. "Non vi ci abituate, però. Almeno per tutto il resto della vacanza, il grande maestro della griglia è ufficialmente in ferie!"
"Sì, certo, e noi ci crediamo...!" disse Alice ridendo e scuotendo la testa.
"Esatto, non ci crede nessuno!" rincarò la dose Jacopo, mandando giù un sorso dal suo bicchiere. "Ormai non ti si stacca più da lì!". Poi fece una pausa ad effetto con un lampo di malizia negli occhi. "Non si sa se è più difficile tenerti lontano dalla griglia o da Vi!".
La battuta fece scoppiare a ridere tutti. Viola, che si era appena alzata dalla sedia con l'intenzione di andare a prendere la torta in frigo, si bloccò sul posto, sentendo le guance andare istantaneamente in fiamme.
"Mh..." sorrise Pietro tornando a sedersi e tirandosi Viola di traverso sulle ginocchia.
Lei trattenne il fiato, sentendo il calore del suo corpo attraversarle la stoffa sottile del vestito, mentre con il braccio le cingeva la vita con una morsa ferrea.
"Se domani ci lasciate casa libera..." continuò Pietro piegando appena la testa, con un sorriso malizioso che le fece tremare le gambe. "Potrei perfino considerare di unire le due cose! Una bella Rinaldi arrosto... Non saprei davvero quale parte iniziare a mangiare...".
Un colpo di tosse soffocato fu l'unica risposta immediata che Viola riuscì a produrre, mentre Jacopo si sbellicava versando metà del suo vino sulla tovaglia.
"Sei il solito…!" mormorò lei cercando di mantenere un tono risentito per mascherare il battito furioso che le martellava nel petto. Tentò di puntare i piedi a terra per rialzarsi, ma le braccia di Pietro attorno alla sua vita erano una morsa d'acciaio, calde e inamovibili.
"Non smentisci mai le mie teorie!" esclamò Jacopo ridendo ancora, puntando un dito accusatorio contro Pietro. "*Rinaldi arrosto*! È una minaccia o una promessa?"
"Chiedilo a lei..." ribatté Pietro con voce pigra, appoggiando il mento sulla spalla di Viola. Il suo respiro le solleticò il collo, un contatto deliberato che le fece salire un altro brivido lungo la schiena. Sotto la superficie leggera della battuta, la presa di quelle mani sui fianchi parlava una lingua del tutto diversa, privata e prepotente.
Alice scosse la testa, sorridendo tra sé mentre raccoglieva i piatti vuoti. "Siete impossibili! Viola, liberati finché sei in tempo e va’ a prendere quella torta, prima che questi barbari finiscano tutto il vino!"
"Ci sto provando" disse Viola lanciando a Pietro un'occhiata di traverso che avrebbe voluto essere severa, ma che tradiva fin troppo la carica erotica che li univa. "Mi lasci andare?"
"Ma dove vuoi andare? Stai così bene qui..." sussurrò contro la sua tempia, del tutto sordo alle sue finte proteste. Invece di lasciarla andare, stringeva di più la morsa attorno alla sua vita, insinuando le dita tra le pieghe del vestito leggero con una lentezza calcolata.
"Devo andare a prendere la torta...!" ribatté lei, azzardandosi a voltare la testa per guardarlo negli occhi.
Fu un errore strategico. Pietro era a non più di tre centimetri dal suo viso e la fissava con un sorrisetto del tutto impunito stampato sulle labbra.
"E non può andarci qualcun altro?" insinuò con tono sfacciato, mantenendo lo sguardo fisso sul suo. "Io ti voglio *qui*."
"Voglio andarci *io*!" insistette Viola, puntando impercettibilmente le mani sul suo petto per darsi una spinta.
A Pietro bastò abbassare lo sguardo sulla bocca di lei per un singolo, infinito, secondo per farle dimenticare come si respirava.
"Vedi di non metterci troppo, allora" le mormorò a fior di labbra, sfiorandole la guancia con il pollice prima di allentare finalmente la presa e lasciarla scivolare via dalle sue ginocchia. "Altrimenti vengo a darti una mano io".
Mentre lei muoveva i primi passi, sistemandosi la parte bassa del vestito che era risalita troppo, Pietro la seguì con lo sguardo, malizioso e divertito, incrociando il suo per un unico, chiarissimo istante.
Un promemoria che il gioco, quella sera, era appena cominciato.
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Non appena Viola entrò, il silenzio e il fresco dell'interno della villa la travolsero. Scese giù per le scale fino in cucina e, una volta lì, si appoggiò con la schiena contro il marmo del ripiano, chiudendo gli occhi per fare un lungo respiro. Aveva ancora le guance in fiamme e la pelle della vita, lì dove Pietro l'aveva stretta, sembrava quasi pulsare.
Poco dopo, il rumore cadenzato di passi lungo le scale spezzò il silenzio.
Viola aprì gli occhi di scatto, con il cuore che le schizzava dritto in gola. Per un secondo tremendo temette che fosse Pietro, pronto a riscuotere l'anticipo della sua promessa proprio lì in cucina. Poi si disse che quei passi erano decisamente troppo leggeri per appartenere a lui.
Sulla soglia comparve Jen, con un'espressione tra il divertito e il diabolico.
"Tranquilla, sono solo io" disse con una risatina soffocata, muovendosi verso la mensola dei liquori. "Su chiedono a gran voce gli amari". Afferrò un paio di bottiglie e poi si girò di scatto a fissarla. "Comunque voi due siete del tutto fuori controllo."
"È lui che fa l'idiota!" protestò Viola a mezza voce, sentendo la pelle delle guance bruciare di nuovo. Aprì il frigorifero d'impatto per nascondere il viso nella scia d'aria fredda, afferrando il vassoio della torta con una cura quasi maniacale pur di darsi un contegno.
"Ti ha letteralmente placcata e tenuta sulle ginocchia come se fossi di sua proprietà!" incalzò Jen, poggiando gli amari sul bancone. "E la cosa peggiore è il modo in cui lo guardi *tu*" aggiunse piegando appena la testa con uno sguardo che trafiggeva ogni difesa. "Anzi, correggo: il modo in cui ti lasci guardare. Cioè, parliamoci chiaro..., vi siete dati al BDSM? Perché quel modo che ha di comandarti, e tu che gli ubbidisci senza fiato, fa molto padrone e sottomessa".
Viola bloccò il vassoio a mezz'aria, sentendo il respiro incastrarsi dritto in gola. Il sangue le salì al viso con una violenza tale da farle girare la testa.
"Jen, per favore!" sibilò, raddrizzando la schiena e tentando disperatamente di ritrovare la voce. "Non dire assurdità, non c'è nessuna... *sottomissione*. È solo il suo solito modo di fare presuntuoso e arrogante."
"Sì, certo, come no..." ridacchiò Jen appoggiandosi al bancone e incrociando le braccia.
Viola sospirò, sconfortata. "Si nota così tanto?" chiese a voce bassissima, posando con cautela il vassoio sul ripiano per nascondere il leggero tremito delle mani.
"Solo se sai dove guardare" rispose Jen con un sorriso appena accennato. "Ma fino a che punto siete arrivati? Cazzo, vorrei farti un sacco di domande! Ti ricordi quando sono uscita con quel tipo fissato con 'sta roba?! Me la sono data a gambe pensando che fosse un pervertito sadico! Mi hanno sempre inquietata troppo 'ste cose!".
Viola inspirò lentamente, lasciando andare la presa rigida sul piano di marmo.
"Pietro non è un pervertito sadico" mormorò avvicinandosi all'amica. "E non c'è niente di tossico, te lo giuro. Lui non ha perennemente il controllo su di me o sulla mia vita, Jen. Anzi..., per noi è semplicemente... un gioco erotico. Tutto qui".
Jen la fissò per un istante, battendo le palpebre. "Un gioco..."
"Sì!"
"Non lo so, a me stasera sono venuti i brividi". Jen fece una breve pausa, squadrandola con un'occhiata di sbieco. "Si fa chiamare *Padrone*?"
"*Ma no*! Anche perché ti ripeto che non lo è!".
Jen continuava a non apparire del tutto convinta. "Mi assicuri che non ti fa del male contro la tua volontà?" le chiese con l'espressione che sfumava improvvisamente in una piega di sincera preoccupazione.
Viola la guardò quasi scandalizzata. "Jen! Stiamo parlando di *Pietro*, andiamo! Lo conosci da prima ancora di me!"
"Proprio perché *lo conosco*, ce lo vedo eccome a fare il *Padrone*!" scattò l'amica. "Rappresentante di istituto al liceo, capitano della squadra di basket, presidente del consiglio studentesco all'università..." disse contando con le dita man mano che parlava. "Non puoi negare che adori comandare! Ci gode, proprio! Dimentico qualcosa? Vogliamo parlare della sua carriera? Pochi mesi dopo la laurea aveva già in mano gli investimenti dei milionari di Bologna! Dai, Vi! Quello ti mangia a colazione, se vuole! Altro che *Rinaldi arrosto*!"
"Non ti sembra di esagerare?!" protestò Viola, incrociando le braccia. "Ok, gli piace essere un leader, ma questo non vuol dire di certo che... "
"*Leader* è riduttivo! Stiamo parlando di uno che se vuole qualcosa, trova il modo di prenderselo!" la interruppe Jen, abbassando la voce con fare cospiratorio. "A sedici anni si è perfino scopato la..."
"Non la nominare!" scattò Viola, alzando una mano a mezz'aria per stopparla.
"Non ci credo!" ridacchiò Jen sgranando gli occhi. "Ti dà ancora fastidio quella storia? Ma se lo conoscevi appena!"
"Non mi importa! Non voglio sentirne parlare!"
"Eppure dovresti esserle grata..." incalzò Jen con un sorrisetto diabolico. "Sono sicura che buona parte dei trucchetti che lui usa a letto con te, glieli ha insegnati lei...!"
"Non voglio nemmeno pensarci! Era solo un ragazzino!"
"Un *ragazzino*?! Ma dai! Era identico a ora, forse con appena meno barba. Non aveva *niente* del ragazzino!"
"Aveva la *testa* da ragazzino, invece! E quella là... Dai, basta, piantala!".
Viola fece un respiro profondo per soffocare la fiammata di rabbia che le era salita al solo pensiero di quella donna. Poi agganciò lo sguardo di Jen con un'espressione del tutto seria, posandole una mano sul braccio.
"Ascoltami" disse con tono calmo ma inamovibile. "Capisco le tue perplessità, ma credimi: è una cosa che gestiamo *insieme*. E sono *io* che gli concedo quel tipo di controllo. Non sono forzata a fare nulla".
Jen rimase in silenzio per un attimo, osservando lo sguardo lucido e determinato di Viola. Poi lasciò andare le spalle con un lungo sospiro di resa.
"Va bene..." sospirò battendole una mano protettiva sulla spalla. "Mi fido di te. Però sappi che lo terrò d'occhio! Se sgarra anche solo di un millimetro..."
"Non ce ne sarà bisogno, te lo assicuro" rispose Viola accennando un piccolo sorriso sollevato. Poi corrugò leggermente la fronte. "Piuttosto..., promettimi che non gli dirai nulla di tutto questo. E per favore, niente battutine stasera. Nessuna allusione."
"Perché?" ridacchiò Jen ammiccando. "Altrimenti *ti punisce*?".
Viola alzò gli occhi al cielo con una smorfia esasperata, sbuffando e poi scoppiando in una risata sommessa che spezzò definitivamente la tensione.
"Ora basta, dai! Prendi gli amari e torna su, prima che Pietro decida di venire davvero a vedere che fine abbiamo fatto!"
"Vado, vado!" ridacchiò Jen afferrando al volo le bottiglie. Prima di avviarsi verso le scale, però, si voltò un'ultima volta, facendole un occhiolino d'intesa. "Buona fortuna per stanotte, *Rinaldi*..., mi sa che ne hai bisogno!".
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Viola tornò in terrazza tenendo il vassoio della torta con entrambe le mani, accolta da un coro d'approvazione enfatizzato dall'alcool.
"Ali, pensaci tu per favore..." disse posando la torta sul tavolo, mettendola davanti ad Alice. "Io sono capace di fare un pasticcio e fare tutte le fette storte."
"Lascia fare a me" ridacchiò lei, impugnando il coltello e iniziando a tagliare le porzioni con precisione maniacale.
Mentre tutti erano occupati a contrattare sulle dimensioni delle fette — con Davide che pretendeva "una fetta gigante" e Jacopo che ne voleva "solo un assaggio" per immaginari problemi di linea — Pietro non perse un solo secondo. Con una naturalezza disarmante, circondò la vita di Viola con un braccio e la tirò di nuovo a sé, facendola sedere come prima, di traverso sulle sue ginocchia.
Nel caos della conversazione generale, in cui nessuno badava a loro, fece scivolare la mano destra verso il basso e con un movimento lento, quasi svogliato, la infilò sotto l'orlo leggero del vestitino di Viola. Salì lungo la pelle nuda della coscia con la punta delle dita, una carezza calda che le fece istantaneamente venire i brividi, finché non raggiunse le mutandine.
Lì, con una precisione spietata, le sfiorò il clitoride solo per un secondo. Un tocco leggero e brevissimo ma sufficiente a farle mancare il fiato.
Viola dovette fare appello a ogni singolo frammento del suo autocontrollo per restare immobile. Un sospiro caldo le morì in gola e le guance le andarono istantaneamente a fuoco, mentre avvertiva una contrazione improvvisa e profonda dei muscoli interni della vagina e la sensazione inconfondibile delle mutandine che si bagnavano di colpo.
Rimase immobile, anche mentre Pietro ritirava la mano con la stessa disinvoltura con cui l'aveva infilata, lasciando le dita adagiate con apparente innocenza sulla sua coscia.
"Brava..." le sussurrò lui all'orecchio con la voce ridotta a un soffio impercettibile per chiunque altro, spingendosi leggermente in avanti con il bacino, muovendosi appena per farle percepire, nitida contro il fianco, la durezza della sua erezione. Poi le fece passare saldamente un braccio attorno alla vita, bloccandola in una presa morbida ma possessiva.
Lei fece finta di niente e prese il piattino con la torta che Alice le stava porgendo. Le dita le tremavano ma si sforzò di mantenere il controllo e di partecipare all'animata disquisizione in atto sull'ultimo film con Matt Damon.
"Metto la torta in frigo" disse Alice alzandosi, quando tutti furono serviti. "Pietro, tu sei sicuro che non la vuoi?".
Lui scosse appena la testa. "No, grazie, sono troppo pieno adesso. La mangerò più tardi".
*"La mangerò più tardi"*.
Era una frase all'apparenza normalissima, eppure Viola vi percepì qualcosa sotto che le fece correre un brivido lungo la schiena.
Gli lanciò un'occhiata di traverso. Lui non la stava proprio guardando, eppure una piega impercettibile e soddisfatta all'angolo delle sue labbra le diceva che sapeva esattamente in che stato l'aveva ridotta.
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La cena era finita da un pezzo. I piatti erano stati accantonati nel lavello della cucina, in attesa di essere lavati il giorno dopo, e le candele sul tavolo della terrazza si erano consumate lasciando nell’aria un profumo denso di cera e oli essenziali.
La notte era fresca, il cielo limpido e pieno di stelle, con il suono ritmico delle onde in lontananza che accompagnava la fine della serata. Tra sbadigli e risate stanche, ognuno si era alzato per ritirarsi nelle rispettive camere. Jen scambiò un ultimo sguardo d'intesa con Viola, trattenendo a stento un sorriso malizioso prima di sparire lungo il corridoio.
Pietro si alzò per spegnere la lanterna all'angolo del muretto, rimanendo per un istante di profilo contro il cielo stellato.
"Vai pure in camera" disse a Viola con tono basso, calmo, privo di incertezze. "Io arrivo subito".
Lei avvertì un piccolo sobbalzo al centro del petto. La naturalezza di quel comando non ammetteva repliche né esitazioni. Sentì tutto il calore accumulato nel basso ventre durante la serata, riaccendersi in un istante.
"Va bene..." rispose a mezza voce, preferendo non fare domande e avviandosi.
Si sedette sul letto ad aspettarlo, con la gola secca e il cuore che le batteva a un ritmo irregolare nel petto.
Pietro arrivò poco dopo. In una mano aveva un piattino con una grande fetta di torta e nell'altra un bicchiere di vino bianco ghiacciato.
Attraversò la stanza con una lentezza sfacciata, emanando un'attrazione calda e dominante che saturò l'aria nel giro di pochi secondi. Indossava ancora i pantaloni della serata, leggermente stropicciati, mentre la camicia era completamente sbottonata. I muscoli dell'addome si tendevano a ogni suo passo disinvolto, delineati dalla luce calda e fioca della lampada sul comodino.
La vista della sua virilità così sfrontata, fece salire a Viola un'ondata di calore che le si concentrò dritta tra le cosce.
"Avevi detto che non volevi la torta..." mormorò dalla penombra del letto, provando a mantenere la voce ferma mentre i suoi occhi passavano dalla torta alla linea a V formata dal suo bacino, ben visibile sopra l'orlo dei pantaloni.
"No" la corresse lui con un sorriso impercettibile. "Ho detto che l'avrei mangiata *dopo*".
Con un colpo secco del tallone chiuse la porta dietro di sé, facendo scattare la maniglia con un rumore metallico che rimbombò nel silenzio.
Appoggiò con calma il piatto e il bicchiere sul tavolino vicino al divanetto, poi si fece scivolare lentamente la camicia giù dalle spalle, lasciandola cadere a terra, senza mai staccare gli occhi da suoi.
Non aveva alcuna fretta.
La fissò con quegli occhi color ghiaccio, magnetici e penetranti come una lama. C'era un'arroganza glaciale nel suo sguardo: un'aria di puro possesso e la sicurezza di chi sa *esattamente* di avere il controllo totale del gioco.
"Adesso sì che ho proprio voglia di dolce..." aggiunse con la voce che scendeva di un tono, calda e profonda.
Viola strinse il lenzuolo tra le dita, mentre lo sguardo di Pietro le scivolava lentamente lungo il corpo, soffermandosi sul basso ventre, ricordandole, senza bisogno di parlare, che lui sapeva bene quanto fosse già bagnata a causa sua.
"Vieni qui..." le disse sedendosi sul divanetto e facendole segno di sedersi in braccio a lui.
Lei si alzò, avvertendo un brivido violento scenderle lungo la schiena.
"Ma io ho già mangiato la torta..." rispose con finto tono innocente, andando a sedersi di traverso sulle sue ginocchia, come prima a tavola.
"So benissimo che tu l'hai già mangiata..." mormorò Pietro piegando leggermente la testa di lato per sfiorarle il collo con le labbra, lasciandole un bacio lento, caldo, prima di risalire verso il lobo dell'orecchio. "Ma puoi farmi compagnia...".
Allungò il braccio verso il tavolino, afferrando il calice appannato. Ne mandò giù un sorso lento, senza staccare gli occhi dai suoi, assaporando la sensazione del liquido freddo sulla lingua mentre faceva scivolare l'altra mano sulla sua schiena.
Quel contatto improvviso le fece aggrovigliare lo stomaco. Avvertì ogni singolo polpastrello salire lentamente lungo i solchi della colonna vertebrale, lasciandole come una scia di fuoco. Trattenne il fiato, sentendo il sangue batterle forte nelle tempie e tra le gambe, dove la stoffa sottile delle mutandine era ormai del tutto impregnata di umori.
Quando la mano finì la sua corsa alla base del collo e le dita si incastrarono tra i capelli con una presa salda, lei dovette lottare per non piegare la testa all'indietro, completamente ipnotizzata dalla fermezza degli occhi di Pietro.
"E poi..." le sussurrò lui dritto nell'orecchio, il fiato caldo di vino e il profumo della sua pelle che le facevano venire i brividi. "Lo sai bene che la torta non è l'unica cosa che ho intenzione di mangiare stasera, vero?".
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La mano di Pietro scese lungo il suo fianco, senza alcuna fretta, fermandosi proprio sull'orlo del vestitino leggero, accarezzandole la coscia col pollice.
Con l'altra mano le avvicinò il calice alle labbra, prendendosi tutto il tempo per studiare ogni minima reazione del suo viso. Lo inclinò con lentezza, lasciando che un piccolo sorso di vino frizzante e ghiacciato le bagnasse la lingua.
Il contrasto tra il freddo del vino e il calore crescente del proprio corpo la fece rabbrividire. Rimase ferma, con un braccio allacciato dietro il collo di Pietro, sentendo la pelle di lui bollente sotto le dita e il suo profumo legnoso e speziato che le saturava i sensi.
Lui appoggiò il calice sul tavolino e si soffermò a guardarla negli occhi mentre le sue dita riprendevano a muoversi. Risalirono lente lungo le cosce, infilandosi di nuovo sotto l'orlo del vestito.
Quando la mano arrivò alle mutandine, premendo contro la stoffa umida, Viola si lasciò sfuggire un piccolo sospiro contro la sua spalla.
"Deliziosamente bagnata come sempre, Rinaldi..." mormorò Pietro vicino alle sue labbra, con una nota di pura soddisfazione nella voce.
Senza interrompere il contatto visivo, agganciò l'elastico sottile delle mutandine con due dita e le spostò di lato, liberando le labbra umide e gonfie. Senza fretta, sfiorò con un polpastrello il clitoride turgido, facendola sussultare. Lei chiuse gli occhi per un istante, sopraffatta dall'impatto di quel tocco, ma Pietro non le concesse neanche un secondo di fuga.
"Guardami" disse piano, un ordine privo di durezza ma pieno di un'autorità assoluta.
Lei riaprì gli occhi, incontrando il chiarore glaciale dei suoi. Lui iniziò a muovere il dito con un cerchio lento, esercitando una pressione minima ma costante che la fece ondeggiare leggermente. Con la mano sinistra, intanto, la tenne salda per la nuca, affondando le dita nei capelli.
Con lentezza fece scivolare l'indice più in basso, abbandonando il clitoride per affondare nella vagina, strappandole un gemito acuto che risuonò nitido nella stanza.
"Sei già pronta..." mormorò contro la sua bocca, sfiorandole le labbra con le proprie senza però concederle il bacio che lei cercava. "E non ho ancora fatto praticamente nulla...".
Fece una pausa, lasciando il dito fermo dentro di lei per assaporare le contrazioni involontarie che lo avvolgevano, mentre un sorriso impercettibile gli piegava l'angolo delle labbra.
"Non avere fretta, Rinaldi..." sussurrò, riprendendo a muovere il dito dentro e fuori con un ritmo lento. "Abbiamo tutta la notte".
Estrasse il dito con un’ultima, lenta, carezza che la fece sussultare, poi le afferrò i fianchi con una presa salda, sollevandola senza sforzo per girarla a cavalcioni, rivolta verso di lui.
Con un movimento rapido le sfilò il vestitino dalla testa, facendolo volare a terra. Subito dopo le sue dita si spostarono dietro la schiena: un gesto esperto, lo scatto del gancetto, e anche il reggiseno scivolò via, lasciandola nuda, con i capezzoli già turgidi per la tensione.
Lui la fissò per un secondo, godendosi lo spettacolo, prima di allungare la mano verso il tavolino. Senza dire una parola affondò l'indice nella torta, raccogliendo un po' di panna fredda e densa.
Portò il dito sulla labbra di Viola, sfiorandole, sporcandole di panna, premendo appena per invitarla a schiuderle. Non appena lei lo fece, lui
fece scivolare il dito dentro la sua bocca, profondamente, fino a farlo entrare del tutto, senza mai staccare gli occhi dai suoi. Viola chiuse gli occhi, la gola contratta da un sospiro umido, avvolgendo il dito con tutta la pressione di cui era capace.
"Apri gli occhi" la ammonì Pietro, e lei obbedì immediatamente.
Lui iniziò a muovere il dito dentro e fuori dalla bocca con un ritmo lento, misurato, mentre lei lo ripuliva con la lingua e lo succhiava.
Quando infine lo ritirò, le leccò le labbra ripulendole dalla panna residua, poi avvicinò il viso al suo e catturò la sua bocca in un bacio profondo e bagnato che le tolse il respiro, mescolando il sapore dolce della panna a quello del vino.
Affondò di nuovo il dito nel piatto e questa volta fece scivolare l'indice sporco di panna lungo il suo collo, scendendo lentamente in mezzo al seno, fin sopra le aureole, lasciando una traccia candida e fredda sulla pelle bollente.
Viola trattenne il fiato, inarcando la schiena per il contrasto di temperatura.
Senza lasciarle il tempo di assimilare la sensazione, Pietro si piegò in avanti e affondò la bocca sul suo seno, iniziando a ripulire la panna con succhiate profonde, avvolgendo il capezzolo per poi stringerlo leggermente tra i denti, strappandole un gemito acuto che risuonò nella stanza, lasciandole il capezzolo lucido di saliva e arrossato dai morsi.
Rimase un secondo a respirare contro la sua pelle, sollevando lo sguardo su di lei per gustarsi l'effetto di quel tocco sul suo volto. Poi, prima ancora che Viola potesse ritrovare il fiato, le afferrò i fianchi con presa salda, spostandola e facendola sedere sul divanetto, con la schiena contro la spalliera.
Si inginocchiò sul pavimento, tra le sue gambe, tenendo gli occhi piantati nei suoi mentre le separava le ginocchia. Allungò la mano verso il tavolino e raccolse una generosa quantità di panna densa e fredda con tre dita, facendogliele scivolare lungo lo sterno, disegnando una scia bianca che superò l'ombelico e andò a fermarsi proprio contro il bordo elastico delle mutandine.
Viola trattenne il fiato e si aggrappò ai bordi della spalliera dietro di sé, inarcando leggermente il bacino per il contrasto di quel tocco freddo sulla pelle bollente.
"Ferma" ordinò Pietro con un tono che non ammetteva repliche, mentre si sporgeva in avanti, affondando il viso sulla sua pancia. Leccò la striscia di panna con colpi lunghi, profondi, assaporandola.
Alternò leccate vigorose a piccoli morsi leggeri, facendola sussultare e strappandole piccoli lamenti che le morivano in gola.
Con la mano sinistra le afferrò saldamente la coscia per tenerla immobile, mentre con la destra agganciò il bordo delle mutandine. Con un gesto deciso gliele fece scivolare giù lungo le gambe, sfilandole dai piedi.
Viola si ritrovò così completamente nuda ed esposta, con la vulva già visibilmente gonfia e bagnata, del tutto aperta di fronte a lui.
Pietro rimase per un istante immobile a contemplarla, poi fece scivolare la punta delle dita tra le sue labbra bagnate, accarezzandola appena con un tocco leggero, prima di riallungare la mano verso la torta.
"Non ti azzardare a chiudere gli occhi" la ammonì a bassa voce, mentre i suoi occhi azzurri la fissavano con una fame primordiale.
Lei scosse appena la testa, con la pelle d'oca e il respiro spezzato per la sospensione del momento.
Lui prese altra panna e la spalmò delicatamente sulle labbra, fino a sfiorare il clitoride turgido, strappandole un sussulto violento.
Più dello sbalzo termico, era la consapevolezza di essere del tutto nuda e spalancata per lui a travolgerla: una sensazione vertiginosa di vulnerabilità che le fece tremare le cosce. Si sentiva spogliata di ogni difesa, completamente dipendente dai tempi che dettava lui e dalla sua volontà. E c'era anche quella sensazione inebriante nel lasciargli il controllo assoluto del proprio corpo, una resa volontaria che azzerava ogni pensiero e la manteneva sospesa sull'orlo di un baratro.
Pietro chinò di nuovo la testa, risalendo con la lingua lungo le pieghe della vulva, sfiorando il clitoride con il suo fiato caldo, senza mai concederle la pressione piena che lei desiderava disperatamente.
La cospargeva di panna e poi passava a pulire tutto con la lingua, lento, attento, senza fretta, mentre lei stringeva forte un cuscino, con le gambe che tremavano.
"Sei così buona, Rinaldi..." sussurrò leccandola intorno al clitoride ma senza mai soffermarsi veramente lì, facendola fremere di impazienza e desiderio.
Viola inarcò la schiena, cercando d'istinto il contatto pieno con la sua bocca, ma Pietro le bloccò le cosce con le mani, fermando ogni suo tentativo di spinta. Rimase lì, con il fiato caldo contro la sua pelle bagnata, godendosi la sua frustrazione, poi sollevò lentamente la testa.
"Adesso alzati" disse fissandola negli occhi, lasciandola sospesa sull'orlo del piacere assoluto.
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Il comando arrivò come una lama a tagliare l'agonia perfetta in cui la stava tenendo. Viola continuò a tremare per qualche secondo, la mente annebbiata da quell'attesa incompiuta, da quell'interruzione imposta così bruscamente.
"Pietro..., ti prego..." ansimò con la voce ridotta a un filo, le mani ancora aggrappate al cuscino.
Pietro non si mosse di un millimetro, la testa eretta tra le sue gambe e lo sguardo fermo, impassibile, velato da una traccia di arroganza.
"Ti ho detto di alzarti" disse con fermezza, afferrandole il polso per staccarle le dita dal cuscino.
Viola obbedì quasi meccanicamente, trascinata dalla forza del suo sguardo. Mettere i piedi a terra con le gambe ancora molli le fece perdere per un attimo l'equilibrio, ma Pietro fu subito pronto: si alzò e la sostenne prendendola per la vita, senza fretta, aspettando che ritrovasse un minimo di stabilità.
"Sali" le disse a bassa voce, guidandola sul divanetto, e lei lo lasciò fare mentre la faceva inginocchiare, piegata in avanti, con il busto contro la spalliera, la schiena inarcata e il bacino sollevato.
In quella posizione che non le lasciava via di fuga si sentì improvvisamente ancora più scoperta, completamente offerta al suo sguardo e alla sua volontà.
Pietro allungò una mano e le accarezzò la schiena dall'alto verso il basso, assaporando la pelle d'oca che si sollevava a ogni suo passaggio.
Quando arrivò ai lombi, le sue dita scesero lente in mezzo al sedere, arrivando a sfiorare appena la vulva umida di desiderio, per poi risalire lungo i fianchi.
"Quanto bella sei..." mormorò chinandosi su di lei, appoggiando il petto contro la sua schiena e lasciando che il suo fiato caldo le solleticasse la nuca, prima di spostarle i capelli da una parte.
Poi, improvvisa e fredda, la panna le toccò la pelle nuda. Un brivido le corse lungo la spina dorsale quando avvertì le dita di Pietro far scivolare quel velo freddo lungo il solco della schiena, tracciando una linea lenta che partiva dal centro delle scapole e scendeva fino alla curva finale dei lombi.
Viola trattenne il fiato, affondando il viso nella spalliera per soffocare un lamento. Ogni millimetro di quel contatto le sembrò amplificato al millesimo, un'invasione sensoriale che le azzerò qualsiasi pensiero e la fece leggermente tremare.
Pietro si chinò su di lei e con la lingua iniziò a ripercorrere al contrario la linea di panna sulla sua schiena, risalendo dal fondo della colonna vertebrale fino alla base del collo.
Viola si lasciò sfuggire un altro piccolo gemito soffocato, sospesa in un limbo delirante: la fame che aveva di lui la consumava, ma la lentezza con cui lui la dominava la manteneva immobile, totalmente sottomessa alla sua volontà.
Quando ebbe ripulito ogni traccia di panna dalla sua pelle, Pietro staccò la bocca. Le sue mani scesero lente lungo le cosce, accarezzandone l'interno, fino a farle allargare leggermente le ginocchia.
Viola trattenne il fiato mentre il suo corpo nudo tremava nell’attesa. Sperava che finalmente adesso lui l'avrebbe penetrata, invece sentì solo la pressione delle dita che, di nuovo fredde di panna, tracciavano una scia nel solco dei glutei, inoltrandosi più in basso e iniziando a spalmare la panna anche intorno all'ano.
Trasalì, un brivido acuto le corse lungo tutta la spina dorsale fino alle punte dei piedi.
Non aveva ancora realizzato quanto stesse davvero succedendo quando sentì le dita di Pietro, scivolose di panna, fermarsi e iniziare a premere piano contro lo sfintere.
"Rilassati..."
"Pietro..." mormorò con il respiro del tutto spezzato, incapace di formulare una frase di senso compiuto, provando a girarsi appena per cercare il suo sguardo.
"Ferma..." sussurrò lui contro la sua nuca, mantenendo una presa salda sul suo fianco per impedirle di muoversi. "Respira a fondo".
Lei ci provò e inspirò profondamente, inarcando la schiena e permettendo al primo dito di farsi strada lentamente, seguito subito dal secondo che, agevolato dalla panna, si fece spazio dentro di lei.
Un lamento soffocato le morì contro la spalliera.
"Shhh... Continua a respirare e non muoverti" le ordinò lui con un filo di voce.
Non senza difficoltà, Viola riuscì a fare ciò che lui le richiedeva: espirò lentamente, lasciando che i muscoli cedessero al suo comando e permettendogli così di spingere le due dita fino in fondo.
"Oooh, brava..." mormorò Pietro con tono basso e sensuale.
Si chinò a baciarle la nuca, compiacendosi della pelle d'oca che la ricopriva, poi scese di nuovo lungo la spina dorsale con la lingua, sempre tenendo le dita affondate dentro di lei.
Sentirsi riempita in quel modo, così in profondità e inaspettatamente, le suscitò emozioni contrastanti che andavano dall'ansia più paralizzante all’eccitazione più estrema.
Il petto le si alzava e abbassava a ritmi frenetici; ogni minima contrazione del suo corpo sembrava stringersi attorno alle dita di Pietro, rimaste immobili a fondo per lasciarle assimilare la presenza.
Lui mantenne salda la pressione, tracciando piccoli cerchi con la lingua lungo il solco della schiena, risalendo e scendendo con una lentezza snervante.
"Lasciati andare..." le mormorò contro la pelle, la voce che era una vibrazione calda contro i suoi nervi scoperti. "Non ti irrigidire, ti fai solo male. Respira profondamente".
Viola chiuse gli occhi, affondando i denti nel labbro inferiore per trattenere i gemiti. Era una sensazione ambivalente, spaventosa e incredibilmente intima: la consapevolezza che lui fosse lì dietro, completamente padrone del suo corpo, le azzerava ogni residuo di resistenza mentale. Inspirò di nuovo, a fondo, come lui le aveva detto di fare, e sentì i muscoli cedere leggermente, avvolgendo le dita con più morbidezza.
Pietro percepì il rilassamento e iniziò a muovere le dita: un movimento lento, misurato, un va e vieni di pochissimi centimetri ma costante, che andava a stimolarle le pareti più interne, accompagnato dal suo respiro caldo contro la nuca.
Con l'altra mano scese sul davanti, facendo scivolare il palmo tra le cosce spalancate per ritrovare il centro bagnato della vulva.
Quando il pollice andò a premere con decisione sul clitoride turgido, contemporaneamente al ritmo delle dita dentro di lei, Viola perse del tutto il contatto con la realtà. Un gemito acuto le sfuggì dalle labbra, mentre il bacino le sussultava d'istinto, intrappolato tra quel doppio tocco rovente.
Ma proprio mentre la tensione toccava il culmine, Pietro cambiò di nuovo ritmo, chinandosi ancora di più su di lei e sfilando lentamente le dita per lasciare spazio alla lingua.
La prima leccata fu profonda, rovente. A quel contatto diretto, Viola sussultò con una forza che le fece quasi perdere la presa sulla spalliera. Un gemito acuto e soffocato le morì in gola. Sentire la bocca e la lingua di Pietro proprio lì, mentre con una mano le teneva il fianco bloccato con presa possessiva e con l'altra le stimolava il clitoride, fece crollare l'ultimo argine delle sue difese. Il bacino le si contorse d'istinto verso l'alto, travolto da una sopraffazione totale, mentre le cosce continuavano a tremarle in modo incontrollabile, portandola vicinissima all'orgasmo che ancora una volta, però, Pietro non sembrava volerle concedere.
Allontanò la mano dalla vulva e la portò sull'altro fianco, bloccandola così del tutto mentre leccava via la panna in modo lento, avvolgente, penetrando con la lingua e facendo sprofondare Viola in un confine in cui il pudore si dissolveva del tutto nell'eccitazione e nella frustrazione del piacere negato.
Quando ebbe leccato anche l'ultimo velo di panna, Pietro staccò la bocca e si sollevò lentamente, lasciandola senza fiato, completamente aperta e spogliata di ogni controllo.
"Non ti muovere" ordinò, e si allontanò per qualche secondo, lasciandola ferma lì in balìa di sensazioni assurde.
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Quei pochi minuti di attesa le pesarono più di qualsiasi comando.
Rimase esattamente come Pietro l'aveva posizionata: le ginocchia piantate nel velluto del divanetto, la schiena inarcata, il viso affondato tra le braccia con i gomiti stretti alla spalliera, immobile e spalancata, con ogni parte del proprio corpo che vibrava ancora per il calore devastante della sua lingua.
Il cuore le martellava nelle tempie a un ritmo forsennato. Il piacere negato le bruciava nel basso ventre come una ferita aperta, lasciandola sospesa a un millimetro dal precipizio. Ogni muscolo delle cosce le tremava per lo sforzo e la tensione di non poter chiudere le gambe, di non poter nascondere quel buchetto profanato e ancora pulsante.
L'attesa divenne un tormento psicologico, una sospensione quasi insostenibile.
*Cosa sta facendo? Cosa vuole fare adesso?*.
Poi, nel silenzio ovattato, il primo rumore: quello di un cassetto che veniva aperto e poi lentamente richiuso.
Un attimo dopo, il suono felpato dei pieni nudi sul parquet.
Passi lenti.
Lentissimi.
Il tempo sembrava dilatarsi, secondo dopo secondo, mentre si riavvicinava a lei.
Viola trattenne il fiato, affondando di più le dita nelle braccia per non cedere alla tentazione proibita di voltarsi mentre sentiva di nuovo il leggero tintinnio del piatto di ceramica coi resti della torta.
Avvertì la presenza di Pietro alle sue spalle prima ancora che lui la toccasse. Il calore del suo corpo tornò a sovrastarla.
Chiuse gli occhi ancora più forte contro le braccia, il cuore che le schizzava in gola. Sapeva che lui stava preparando qualcosa e non poter vedere i suoi gesti trasformò ogni secondo in una tortura.
Poi qualcosa di liscio, consistente e leggermente freddo le toccò l'ano, ancora ipersensibile dopo la stimolazione precedente.
"Rimani ferma" disse lui, la voce un soffio caldo tra le sue scapole, mentre la mano scivolava lungo la sua schiena per tracciare una carezza lenta, apparentemente rassicurante, ma dal significato chiarissimo.
Le posò una mano sul fianco per ancorarla con una presa salda e impedirle qualsiasi istinto di ritrarsi, poi, con una pressione costante e ineludibile, iniziò a spingere l'oggetto verso l'interno.
All'inizio fu solo una punta fredda, poi quella forma liscia cominciò a forzare lo sfintere, entrando millimetro dopo millimetro.
"Pietro..." provò a mormorare lei, ma il nome le morì in gola.
"Respira..." sussurrò lui a un millimetro dal suo orecchio, la presa sul fianco che si stringeva appena per imprimere una spinta lenta e decisiva. "Non contrarre".
Lei provò a obbedire, espirando a fondo e sforzandosi di cedere, ma la sensazione di quell'oggetto che si faceva strada era paralizzante. Più s'inoltrava, più si allargava, costringendo i muscoli ad aprirsi attorno a un diametro che a Viola sembrava spaventosamente grande.
La panna agevolava lo scorrimento, ma la rigidità di quella presenza pretendeva troppo spazio.
"Pietro, è *troppo*, non..."
"Ti assicuro che non lo è" la interruppe lui con fermezza ma senza alzare il tono della voce. "Devi solo rilassarti e non fare resistenza".
Viola provò di nuovo a inspirare, ma mentre la parte più ampia dell'oggetto la forzava, la sensazione di stiramento e pienezza divenne così nitida da toglierle il fiato.
"Brava, Rinaldi, così..." mormorò lui tenendola ferma, mentre con l'altra mano manteneva la spinta costante, lentissima, spietata.
Con un ultimo, impercettibile, scatto dei muscoli, la parte più larga superò la resistenza dello sfintere. Un piccolo sobbalzo le attraversò tutta la schiena, seguito immediatamente da un respiro di sollievo e sopraffazione quando la tensione acuta lasciò il posto ad una pienezza profonda, fissa, sorda.
Pietro accompagnò il plug fino in fondo, finché la base, decorata con un diamantino verde, non andò a combaciare perfettamente contro la pelle sensibile dei glutei.
Viola affondò il viso nel velluto della spalliera, lasciando uscire un lamento soffocato che era metà resa e metà smarrimento, mentre la schiena le si inarcava d'istinto nel tentativo vano di assecondare quell'invasione forzata. Quella presenza fissa, inamovibile, che a ogni suo minimo respiro andava a premere sui nervi interni, le ricordava in ogni istante di essere del tutto nelle mani di Pietro.
Lui si staccò appena, rimanendo immobile sopra di lei per ammirarla in tutta la sua bellezza.
Il suo sguardo corse lungo la linea tesa della schiena, sulla curva dei fianchi, sulla pelle lucida per il leggero strato di sudore, sul diamantino verde perfettamente incastonato che rifletteva la luce fioca della lampada.
C'era qualcosa di ipnotico nel vederla così: abbandonata, in silenzio, sospesa tra il desiderio di ritirarsi e la scelta consapevole di rimanere.
Dopo un istante che a Viola parve infinito, la stasi si sciolse.
La mano di Pietro scese con lentezza, risalendo dall'incavo del ginocchio lungo l'interno coscia. Viola sobbalzò al solo contatto dei polpastrelli sulla pelle.
Senza alcuna fretta, le dita si insinuarono tra le sue gambe, trovando la vulva, calda, turgida, bagnata, in attesa.
Il pollice andò a sfiorare il clitoride con un tocco leggerissimo, quasi con un'esitazione deliberatamente prolungata, mentre il palmo della mano sfiorava la base del plug ad ogni micro-movimento.
Due dita scivolarono dentro la vagina, trovando una parete che, compressa dalla presenza del plug, risultava incredibilmente stretta.
"Pietro..., ti prego..." sibilò lei, travolta da una stimolazione così densa e priva di vie di fuga, dove ogni minima contrazione interna andava a scontrarsi con la pienezza totale.
"Senti quanto sei stretta..." sussurrò lui accentuando il ritmo delle dita dentro di lei, un va e vieni lento e profondo che faceva oscillare impercettibilmente la base del plug, moltiplicando le sensazioni a ogni spinta.
Intrappolata in quella morsa che la riempiva da entrambe le parti, Viola poté solo inarcare la schiena, perdendosi completamente in quel piacere negato e modulato solo dalla volontà di Pietro.
Lui mantenne un ritmo lento e profondo, lasciando che quella doppia penetrazione sfidasse ogni sua capacità di resistenza.
"Pietro..., davvero, io non...".
Il sussurro le s'infranse contro le braccia, travolta da una pienezza che le azzerava i pensieri.
"Lo so..." mormorò lui sfiorandole il collo con le labbra, mentre il pollice tornava a stimolarle il clitoride con una pressione appena più marcata. "Lo so che non ce la fai più".
La sentì cominciare a fremere in una serie di piccoli spasmi involontari — l'inizio del cedimento, la risposta del corpo che cercava la via di fuga verso l'orgasmo. Ma invece di concederglielo, rallentò improvvisamente la spinta delle dita, immobilizzandole all'interno, proprio dove il canale era più stretto e schiacciato dalla presenza del plug.
Si fermò del tutto, lasciandola per l'ennesima volta sospesa a un soffio dall'orgasmo.
Viola emise un lamento acuto, ormai sull'orlo del pianto, con la schiena ancora inarcata in una muta richiesta di sollievo.
Lui percepì subito in quel lamento la sfumatura sottile che trasformava il gioco in sopraffazione. Non era sua intenzione varcare quel confine. Ciò che voleva era condurla esattamente al limite della sua resistenza sensoriale senza mai spezzarla, tenendo le redini della sua resa, ma adesso Viola sembrava proprio sul punto di crollare.
Si liberò di pantaloni e boxer, lasciandoli cadere a terra con un gesto sbrigativo.
Lei avvertì quel fruscio e trattenne il fiato, con il viso ancora affondato nelle braccia. Il cuore le batté in gola ma non volle illudersi. Dopo tutta quell'attesa, il suo corpo tremava per la tensione, si sentiva a pezzi, con i nervi tirati all'estremo e quel desiderio bruciante che la stava consumando.
Voleva godere e, più di ogni altra cosa, voleva lui dentro di sé. Voleva sentirlo entrare, duro e pulsante, voleva avvertirne ogni centimetro, voleva che la scopasse forte fino a farla urlare, fregandosene di chi avrebbe potuto sentirla.
Quando Pietro si chinò su di lei e appoggiò la punta calda del pene contro l'ingresso bagnato e teso della vagina, Viola trattenne il fiato e il suo cuore fece un balzo spaventoso.
Chiuse gli occhi per un secondo prima di riaprirli. Quella presenza, anche solo accennata, bastò a farle tremare le cosce. Sentire il calore vivo di Pietro, lì a un millimetro, le diede una scossa elettrica. Era una sensazione quasi insopportabile per quanto era intensa: la vagina, schiacciata dall'ingombro del plug, avvertiva quella presenza come enorme, perfetta, pronta a forzare la resistenza del suo corpo.
"Pietro..." mormorò soltanto, con la voce incrinata dal bisogno, mentre col bacino cercava d'istinto il contatto, implorando la spinta decisiva.
"Prenditelo, amore..." rispose lui a un soffio dal suo orecchio. "È tuo".
Viola mugolò e non se lo fece ripetere. Desiderava quella penetrazione con una fame cieca, quasi disperata. Con un movimento brusco, arretrò d'istinto con il bacino mentre lui rimaneva fermo.
Fu un'invasione densa, quasi violenta. La parete della vagina, schiacciata dal plug, oppose una resistenza incredibile, ma Viola spinse ancora, accogliendo ogni centimetro dentro di sé, facendolo penetrare in profondità, con un sospiro liberatorio.
Pietro gemette forte contro di lei. Il modo in cui la vagina gli si strinse attorno, stretta fino all'inverosimile, gli strappò un gemito sordo, gutturale, proprio contro l'incavo del suo collo.
Viola iniziò a muoversi con spinte lente e profonde. Sentire il pene che andava a comprimere le pareti contro il plug era una sensazione che la sovrastava del tutto, facendole affondare la testa tra le braccia mentre ondeggiava contro di lui.
Pietro credette di impazzire di piacere. Sentire Viola, così stretta, così calda, muoversi con quella fame disperata, era una sensazione troppo forte per riuscire a resistere oltre senza muoversi.
Doveva riprendere il controllo.
Con una presa ferma e improvvisa, le sue mani le afferrarono i fianchi per assecondare quel ritmo, piantandosi dentro di lei fino in fondo, per poi bloccare il suo movimento.
Lei emise un piccolo lamento che le morì in gola non appena provò a riprendere il proprio ritmo. Le mani di Pietro sui suoi fianchi erano due morse salde che la bloccavano, azzerando ogni suo tentativo di muoversi.
"Lascia fare a me, adesso..." le mormorò all'orecchio, la voce calda, bassa, ma piena di una fermezza che le fece sciogliere ogni resistenza.
Senza farla attendere, Pietro prese il comando, prendendo il ritmo e imponendo la sua cadenza. Tirò indietro il bacino per poi riaffondare dentro di lei fino in fondo, con spinte lente, piene, misurate. Ad ogni spinta, il pene andava a schiacciare direttamente la parete vaginale contro il plug.
L'impatto era travolgente.
La protesta iniziale di Viola si trasformò presto in un gemito lungo, aperto, soffocato tra le braccia. A ogni spinta profonda che la colpiva, dalla sua gola usciva un gemito, quasi uno strazio di piacere puro, mentre le dita si stringevano sulla spalliera senza più alcuna difesa.
Pietro aumentò appena la frequenza, godendosi quella stretta viscerale. Viola rispondeva d'istinto a ogni colpo, inarcando la schiena e offrendosi ancora di più a quella spinta.
E poi, finalmente, la tensione accumulata fino a quel momento esplose, rompendo ogni argine.
Un’ultima spinta di Pietro, più profonda e decisa delle altre, accese la scintilla definitiva. Viola non riuscì più a trattenersi: la gola le si aprì in un grido acuto, soffocato dalle sue stesse braccia, mentre una morsa improvvisa e violentissima le contrasse ogni singolo muscolo.
La vagina si serrò sul pene in una sequenza di spasmi incontrollabili, caldi, pulsanti. Era l'orgasmo che inseguiva da ore, una vibrazione profonda, continua, che le partiva dalla vulva per irradiarsi in tutto il corpo, lasciandola completamente senza fiato.
Sentendo Viola che cedeva del tutto sotto di lui, in quella stretta disperata, Pietro perse a sua volta l'ultimo frammento di controllo. Con un gemito sordo, viscerale, affondò un'ultima volta fino in fondo dentro di lei, liberando tutto il proprio piacere mentre con le mani le bloccava ancora i fianchi.
Poi l'avvolse da dietro con le braccia e si lasciò cadere sdraiato su un fianco, trascinandola con sé in un abbraccio stretto.
***********************************
Restarono così, ancora uniti, incastrati, mentre Pietro affondava il viso contro la sua nuca, tra i suoi capelli, con il respiro ancora spezzato e il petto che si sollevava e abbassava velocemente contro le sue spalle. Ogni contrazione residua di Viola moriva lentamente contro di lui, *attorno* a lui.
"Ti amo" le mormorò piano contro la pelle calda del collo, la voce ruvida, il tono privo di durezza, spogliato ormai di ogni filtro, mentre la stringeva ancora di più a sé. "Potrei farlo per tutta la vita, Rinaldi, sai?"
Viola mosse appena la testa all'indietro, come a voler cercare il suo sguardo. "Cosa? Dominarmi?" gli chiese con tono palesemente ironico, accennando un sorriso.
Pietro ridacchiò. "Oh, anche quello!". La strinse un po' più forte, mentre il suo respiro cominciava lentamente a ritrovare un ritmo regolare. "Mi fa impazzire guardarti perdere il controllo a poco a poco, vederti cedere senza più alcuna difesa, sentirti contorcere dal piacere per merito mio e poi tenerti stretta così...".
Viola fece scivolare la mano all'indietro, fino a incrociare quella di lui, ancorata al suo fianco. Intrecciò le dita alle sue, stringendole con forza cieca. Il corpo le tremava ancora per qualche scossa isolata, un'eco calda che si stava spegnendo lentamente attorno alla presenza di Pietro, fermo dentro di lei. Il contrasto tra il senso di possesso di poco prima e la protezione assoluta di quell'abbraccio le fece salire alle labbra un sorriso dolce.
"Il solito megalomane..." disse con finta rassegnazione mentre gli stringeva il dorso della mano. "Sei irrecuperabile."
"Sono solo uno che sa *esattamente* ciò di cui hai bisogno..." le mormorò contro la guancia, la voce che sfumava in un sorriso sfacciato nella penombra della stanza. Aggiustò impercettibilmente la posizione del bacino, una minima scossa d'assestamento che andò a far premere il pene ancora turgido contro la parete interna, schiacciandola di nuovo contro il plug. "Vuoi negarlo?".
Viola trattenne il fiato per quell'impatto improvviso, poi emise un lungo sospiro, lasciandosi cullare dalla sensazione di pienezza.
Il suo silenzio era già una risposta.
Pietro le baciò la pelle calda e sudata dietro l'orecchio, lasciando che le labbra indugiassero lì, assaporando il suo profumo.
"E comunque..." sussurrò con quel tono che usava quando voleva stuzzicarla. "Dominarti mi viene decisamente bene...".
*Decisamente **troppo** bene* pensò Viola lasciando andare la testa all'indietro contro la sua spalla, in un lungo sospiro di appagamento puro. *Ma se fossi in te non sottovaluterei Miss Rinaldi...*.
Quel pensiero la fece sorridere nel buio.
Le candele tremolavano nella sera calda, lanciando bagliori dorati e ombre velate sul tavolo. Nell'aria restava il profumo intenso del pesce alla griglia, attorno alla tavola l'atmosfera era rilassata: risate, aneddoti leggeri e il suono ritmico dei bicchieri di vetro che si toccavano.
Viola se ne stava appoggiata con la schiena contro lo schienale della sedia e un calice di Vermentino tra le dita, che faceva ruotare lentamente. All'apparenza era tranquilla, perfettamente integrata nella conversazione, ma la sua mente viaggiava su tutt'altra frequenza, anche perché Pietro era seduto proprio accanto a lei.
E la presenza di Pietro era per lei una presenza *fisica*, ingombrante, impossibile da ignorare. Ogni suo minimo movimento - il modo in cui si appoggiava allo schienale, il profumo di buono e di pelle scaldata dal sole che emanava, il calore che irradiava la sua camicia di lino - agiva su di lei come una scossa continua. Tenerlo a bada a così poca distanza era un esercizio di tortura controllata: ogni volta che lui si muoveva, a Viola tornavano in mente la pressione delle sue dita sul clitoride, il sapore della sua bocca, la promessa fatta qualche ora prima.
D'un tratto, mentre Jacopo stava attirando l'attenzione di tutti con l'ennesimo racconto sopra le righe su uno dei suoi amanti, Pietro si spostò appena sulla sedia.
Sotto il bordo del tavolo, la sua gamba si mosse con una lentezza calcolata. La stoffa dei suoi pantaloni andò a strusciare contro la pelle nuda della coscia di Viola, per poi piantare il ginocchio con decisione contro il suo, incastrandolo senza lasciarle margine di manovra.
Il contatto fu voluto, pesante, inconfondibile.
A Viola si fermò il respiro a metà, il calice le tremò appena tra le dita. Si sforzò di mantenere lo sguardo fisso di fronte a sé, sfoderando un'espressione del tutto neutrale mentre un'ondata di calore improvvisa le risaliva lungo la schiena.
Pietro non disse una parola né diede a vedere nulla. Continuò a guardare gli altri e a parlare con loro ma, sotto il tavolo, la pressione del suo ginocchio contro quello di lei rimase lì, salda, possessiva, come un promemoria di ciò che li attendeva più tardi.
"Comunque è d'obbligo un brindisi per il nostro maestro della griglia!" esclamò Davide sollevando il calice di vino che aveva in mano.
Tutti gli fecero eco con clamore, tra un tintinnio di vetri e applausi da standing ovation. Pietro si alzò in piedi con fare sfacciatamente compiaciuto, piegando leggermente il busto in avanti come un attore a fine spettacolo e sollevando le braccia per prendersi l'applauso.
"Grazie, grazie!" disse con quella sua voce profonda e teatrale, prima di puntare un dito ammonitore verso il gruppo. "Non vi ci abituate, però. Almeno per tutto il resto della vacanza, il grande maestro della griglia è ufficialmente in ferie!"
"Sì, certo, e noi ci crediamo...!" disse Alice ridendo e scuotendo la testa.
"Esatto, non ci crede nessuno!" rincarò la dose Jacopo, mandando giù un sorso dal suo bicchiere. "Ormai non ti si stacca più da lì!". Poi fece una pausa ad effetto con un lampo di malizia negli occhi. "Non si sa se è più difficile tenerti lontano dalla griglia o da Vi!".
La battuta fece scoppiare a ridere tutti. Viola, che si era appena alzata dalla sedia con l'intenzione di andare a prendere la torta in frigo, si bloccò sul posto, sentendo le guance andare istantaneamente in fiamme.
"Mh..." sorrise Pietro tornando a sedersi e tirandosi Viola di traverso sulle ginocchia.
Lei trattenne il fiato, sentendo il calore del suo corpo attraversarle la stoffa sottile del vestito, mentre con il braccio le cingeva la vita con una morsa ferrea.
"Se domani ci lasciate casa libera..." continuò Pietro piegando appena la testa, con un sorriso malizioso che le fece tremare le gambe. "Potrei perfino considerare di unire le due cose! Una bella Rinaldi arrosto... Non saprei davvero quale parte iniziare a mangiare...".
Un colpo di tosse soffocato fu l'unica risposta immediata che Viola riuscì a produrre, mentre Jacopo si sbellicava versando metà del suo vino sulla tovaglia.
"Sei il solito…!" mormorò lei cercando di mantenere un tono risentito per mascherare il battito furioso che le martellava nel petto. Tentò di puntare i piedi a terra per rialzarsi, ma le braccia di Pietro attorno alla sua vita erano una morsa d'acciaio, calde e inamovibili.
"Non smentisci mai le mie teorie!" esclamò Jacopo ridendo ancora, puntando un dito accusatorio contro Pietro. "*Rinaldi arrosto*! È una minaccia o una promessa?"
"Chiedilo a lei..." ribatté Pietro con voce pigra, appoggiando il mento sulla spalla di Viola. Il suo respiro le solleticò il collo, un contatto deliberato che le fece salire un altro brivido lungo la schiena. Sotto la superficie leggera della battuta, la presa di quelle mani sui fianchi parlava una lingua del tutto diversa, privata e prepotente.
Alice scosse la testa, sorridendo tra sé mentre raccoglieva i piatti vuoti. "Siete impossibili! Viola, liberati finché sei in tempo e va’ a prendere quella torta, prima che questi barbari finiscano tutto il vino!"
"Ci sto provando" disse Viola lanciando a Pietro un'occhiata di traverso che avrebbe voluto essere severa, ma che tradiva fin troppo la carica erotica che li univa. "Mi lasci andare?"
"Ma dove vuoi andare? Stai così bene qui..." sussurrò contro la sua tempia, del tutto sordo alle sue finte proteste. Invece di lasciarla andare, stringeva di più la morsa attorno alla sua vita, insinuando le dita tra le pieghe del vestito leggero con una lentezza calcolata.
"Devo andare a prendere la torta...!" ribatté lei, azzardandosi a voltare la testa per guardarlo negli occhi.
Fu un errore strategico. Pietro era a non più di tre centimetri dal suo viso e la fissava con un sorrisetto del tutto impunito stampato sulle labbra.
"E non può andarci qualcun altro?" insinuò con tono sfacciato, mantenendo lo sguardo fisso sul suo. "Io ti voglio *qui*."
"Voglio andarci *io*!" insistette Viola, puntando impercettibilmente le mani sul suo petto per darsi una spinta.
A Pietro bastò abbassare lo sguardo sulla bocca di lei per un singolo, infinito, secondo per farle dimenticare come si respirava.
"Vedi di non metterci troppo, allora" le mormorò a fior di labbra, sfiorandole la guancia con il pollice prima di allentare finalmente la presa e lasciarla scivolare via dalle sue ginocchia. "Altrimenti vengo a darti una mano io".
Mentre lei muoveva i primi passi, sistemandosi la parte bassa del vestito che era risalita troppo, Pietro la seguì con lo sguardo, malizioso e divertito, incrociando il suo per un unico, chiarissimo istante.
Un promemoria che il gioco, quella sera, era appena cominciato.
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Non appena Viola entrò, il silenzio e il fresco dell'interno della villa la travolsero. Scese giù per le scale fino in cucina e, una volta lì, si appoggiò con la schiena contro il marmo del ripiano, chiudendo gli occhi per fare un lungo respiro. Aveva ancora le guance in fiamme e la pelle della vita, lì dove Pietro l'aveva stretta, sembrava quasi pulsare.
Poco dopo, il rumore cadenzato di passi lungo le scale spezzò il silenzio.
Viola aprì gli occhi di scatto, con il cuore che le schizzava dritto in gola. Per un secondo tremendo temette che fosse Pietro, pronto a riscuotere l'anticipo della sua promessa proprio lì in cucina. Poi si disse che quei passi erano decisamente troppo leggeri per appartenere a lui.
Sulla soglia comparve Jen, con un'espressione tra il divertito e il diabolico.
"Tranquilla, sono solo io" disse con una risatina soffocata, muovendosi verso la mensola dei liquori. "Su chiedono a gran voce gli amari". Afferrò un paio di bottiglie e poi si girò di scatto a fissarla. "Comunque voi due siete del tutto fuori controllo."
"È lui che fa l'idiota!" protestò Viola a mezza voce, sentendo la pelle delle guance bruciare di nuovo. Aprì il frigorifero d'impatto per nascondere il viso nella scia d'aria fredda, afferrando il vassoio della torta con una cura quasi maniacale pur di darsi un contegno.
"Ti ha letteralmente placcata e tenuta sulle ginocchia come se fossi di sua proprietà!" incalzò Jen, poggiando gli amari sul bancone. "E la cosa peggiore è il modo in cui lo guardi *tu*" aggiunse piegando appena la testa con uno sguardo che trafiggeva ogni difesa. "Anzi, correggo: il modo in cui ti lasci guardare. Cioè, parliamoci chiaro..., vi siete dati al BDSM? Perché quel modo che ha di comandarti, e tu che gli ubbidisci senza fiato, fa molto padrone e sottomessa".
Viola bloccò il vassoio a mezz'aria, sentendo il respiro incastrarsi dritto in gola. Il sangue le salì al viso con una violenza tale da farle girare la testa.
"Jen, per favore!" sibilò, raddrizzando la schiena e tentando disperatamente di ritrovare la voce. "Non dire assurdità, non c'è nessuna... *sottomissione*. È solo il suo solito modo di fare presuntuoso e arrogante."
"Sì, certo, come no..." ridacchiò Jen appoggiandosi al bancone e incrociando le braccia.
Viola sospirò, sconfortata. "Si nota così tanto?" chiese a voce bassissima, posando con cautela il vassoio sul ripiano per nascondere il leggero tremito delle mani.
"Solo se sai dove guardare" rispose Jen con un sorriso appena accennato. "Ma fino a che punto siete arrivati? Cazzo, vorrei farti un sacco di domande! Ti ricordi quando sono uscita con quel tipo fissato con 'sta roba?! Me la sono data a gambe pensando che fosse un pervertito sadico! Mi hanno sempre inquietata troppo 'ste cose!".
Viola inspirò lentamente, lasciando andare la presa rigida sul piano di marmo.
"Pietro non è un pervertito sadico" mormorò avvicinandosi all'amica. "E non c'è niente di tossico, te lo giuro. Lui non ha perennemente il controllo su di me o sulla mia vita, Jen. Anzi..., per noi è semplicemente... un gioco erotico. Tutto qui".
Jen la fissò per un istante, battendo le palpebre. "Un gioco..."
"Sì!"
"Non lo so, a me stasera sono venuti i brividi". Jen fece una breve pausa, squadrandola con un'occhiata di sbieco. "Si fa chiamare *Padrone*?"
"*Ma no*! Anche perché ti ripeto che non lo è!".
Jen continuava a non apparire del tutto convinta. "Mi assicuri che non ti fa del male contro la tua volontà?" le chiese con l'espressione che sfumava improvvisamente in una piega di sincera preoccupazione.
Viola la guardò quasi scandalizzata. "Jen! Stiamo parlando di *Pietro*, andiamo! Lo conosci da prima ancora di me!"
"Proprio perché *lo conosco*, ce lo vedo eccome a fare il *Padrone*!" scattò l'amica. "Rappresentante di istituto al liceo, capitano della squadra di basket, presidente del consiglio studentesco all'università..." disse contando con le dita man mano che parlava. "Non puoi negare che adori comandare! Ci gode, proprio! Dimentico qualcosa? Vogliamo parlare della sua carriera? Pochi mesi dopo la laurea aveva già in mano gli investimenti dei milionari di Bologna! Dai, Vi! Quello ti mangia a colazione, se vuole! Altro che *Rinaldi arrosto*!"
"Non ti sembra di esagerare?!" protestò Viola, incrociando le braccia. "Ok, gli piace essere un leader, ma questo non vuol dire di certo che... "
"*Leader* è riduttivo! Stiamo parlando di uno che se vuole qualcosa, trova il modo di prenderselo!" la interruppe Jen, abbassando la voce con fare cospiratorio. "A sedici anni si è perfino scopato la..."
"Non la nominare!" scattò Viola, alzando una mano a mezz'aria per stopparla.
"Non ci credo!" ridacchiò Jen sgranando gli occhi. "Ti dà ancora fastidio quella storia? Ma se lo conoscevi appena!"
"Non mi importa! Non voglio sentirne parlare!"
"Eppure dovresti esserle grata..." incalzò Jen con un sorrisetto diabolico. "Sono sicura che buona parte dei trucchetti che lui usa a letto con te, glieli ha insegnati lei...!"
"Non voglio nemmeno pensarci! Era solo un ragazzino!"
"Un *ragazzino*?! Ma dai! Era identico a ora, forse con appena meno barba. Non aveva *niente* del ragazzino!"
"Aveva la *testa* da ragazzino, invece! E quella là... Dai, basta, piantala!".
Viola fece un respiro profondo per soffocare la fiammata di rabbia che le era salita al solo pensiero di quella donna. Poi agganciò lo sguardo di Jen con un'espressione del tutto seria, posandole una mano sul braccio.
"Ascoltami" disse con tono calmo ma inamovibile. "Capisco le tue perplessità, ma credimi: è una cosa che gestiamo *insieme*. E sono *io* che gli concedo quel tipo di controllo. Non sono forzata a fare nulla".
Jen rimase in silenzio per un attimo, osservando lo sguardo lucido e determinato di Viola. Poi lasciò andare le spalle con un lungo sospiro di resa.
"Va bene..." sospirò battendole una mano protettiva sulla spalla. "Mi fido di te. Però sappi che lo terrò d'occhio! Se sgarra anche solo di un millimetro..."
"Non ce ne sarà bisogno, te lo assicuro" rispose Viola accennando un piccolo sorriso sollevato. Poi corrugò leggermente la fronte. "Piuttosto..., promettimi che non gli dirai nulla di tutto questo. E per favore, niente battutine stasera. Nessuna allusione."
"Perché?" ridacchiò Jen ammiccando. "Altrimenti *ti punisce*?".
Viola alzò gli occhi al cielo con una smorfia esasperata, sbuffando e poi scoppiando in una risata sommessa che spezzò definitivamente la tensione.
"Ora basta, dai! Prendi gli amari e torna su, prima che Pietro decida di venire davvero a vedere che fine abbiamo fatto!"
"Vado, vado!" ridacchiò Jen afferrando al volo le bottiglie. Prima di avviarsi verso le scale, però, si voltò un'ultima volta, facendole un occhiolino d'intesa. "Buona fortuna per stanotte, *Rinaldi*..., mi sa che ne hai bisogno!".
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Viola tornò in terrazza tenendo il vassoio della torta con entrambe le mani, accolta da un coro d'approvazione enfatizzato dall'alcool.
"Ali, pensaci tu per favore..." disse posando la torta sul tavolo, mettendola davanti ad Alice. "Io sono capace di fare un pasticcio e fare tutte le fette storte."
"Lascia fare a me" ridacchiò lei, impugnando il coltello e iniziando a tagliare le porzioni con precisione maniacale.
Mentre tutti erano occupati a contrattare sulle dimensioni delle fette — con Davide che pretendeva "una fetta gigante" e Jacopo che ne voleva "solo un assaggio" per immaginari problemi di linea — Pietro non perse un solo secondo. Con una naturalezza disarmante, circondò la vita di Viola con un braccio e la tirò di nuovo a sé, facendola sedere come prima, di traverso sulle sue ginocchia.
Nel caos della conversazione generale, in cui nessuno badava a loro, fece scivolare la mano destra verso il basso e con un movimento lento, quasi svogliato, la infilò sotto l'orlo leggero del vestitino di Viola. Salì lungo la pelle nuda della coscia con la punta delle dita, una carezza calda che le fece istantaneamente venire i brividi, finché non raggiunse le mutandine.
Lì, con una precisione spietata, le sfiorò il clitoride solo per un secondo. Un tocco leggero e brevissimo ma sufficiente a farle mancare il fiato.
Viola dovette fare appello a ogni singolo frammento del suo autocontrollo per restare immobile. Un sospiro caldo le morì in gola e le guance le andarono istantaneamente a fuoco, mentre avvertiva una contrazione improvvisa e profonda dei muscoli interni della vagina e la sensazione inconfondibile delle mutandine che si bagnavano di colpo.
Rimase immobile, anche mentre Pietro ritirava la mano con la stessa disinvoltura con cui l'aveva infilata, lasciando le dita adagiate con apparente innocenza sulla sua coscia.
"Brava..." le sussurrò lui all'orecchio con la voce ridotta a un soffio impercettibile per chiunque altro, spingendosi leggermente in avanti con il bacino, muovendosi appena per farle percepire, nitida contro il fianco, la durezza della sua erezione. Poi le fece passare saldamente un braccio attorno alla vita, bloccandola in una presa morbida ma possessiva.
Lei fece finta di niente e prese il piattino con la torta che Alice le stava porgendo. Le dita le tremavano ma si sforzò di mantenere il controllo e di partecipare all'animata disquisizione in atto sull'ultimo film con Matt Damon.
"Metto la torta in frigo" disse Alice alzandosi, quando tutti furono serviti. "Pietro, tu sei sicuro che non la vuoi?".
Lui scosse appena la testa. "No, grazie, sono troppo pieno adesso. La mangerò più tardi".
*"La mangerò più tardi"*.
Era una frase all'apparenza normalissima, eppure Viola vi percepì qualcosa sotto che le fece correre un brivido lungo la schiena.
Gli lanciò un'occhiata di traverso. Lui non la stava proprio guardando, eppure una piega impercettibile e soddisfatta all'angolo delle sue labbra le diceva che sapeva esattamente in che stato l'aveva ridotta.
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La cena era finita da un pezzo. I piatti erano stati accantonati nel lavello della cucina, in attesa di essere lavati il giorno dopo, e le candele sul tavolo della terrazza si erano consumate lasciando nell’aria un profumo denso di cera e oli essenziali.
La notte era fresca, il cielo limpido e pieno di stelle, con il suono ritmico delle onde in lontananza che accompagnava la fine della serata. Tra sbadigli e risate stanche, ognuno si era alzato per ritirarsi nelle rispettive camere. Jen scambiò un ultimo sguardo d'intesa con Viola, trattenendo a stento un sorriso malizioso prima di sparire lungo il corridoio.
Pietro si alzò per spegnere la lanterna all'angolo del muretto, rimanendo per un istante di profilo contro il cielo stellato.
"Vai pure in camera" disse a Viola con tono basso, calmo, privo di incertezze. "Io arrivo subito".
Lei avvertì un piccolo sobbalzo al centro del petto. La naturalezza di quel comando non ammetteva repliche né esitazioni. Sentì tutto il calore accumulato nel basso ventre durante la serata, riaccendersi in un istante.
"Va bene..." rispose a mezza voce, preferendo non fare domande e avviandosi.
Si sedette sul letto ad aspettarlo, con la gola secca e il cuore che le batteva a un ritmo irregolare nel petto.
Pietro arrivò poco dopo. In una mano aveva un piattino con una grande fetta di torta e nell'altra un bicchiere di vino bianco ghiacciato.
Attraversò la stanza con una lentezza sfacciata, emanando un'attrazione calda e dominante che saturò l'aria nel giro di pochi secondi. Indossava ancora i pantaloni della serata, leggermente stropicciati, mentre la camicia era completamente sbottonata. I muscoli dell'addome si tendevano a ogni suo passo disinvolto, delineati dalla luce calda e fioca della lampada sul comodino.
La vista della sua virilità così sfrontata, fece salire a Viola un'ondata di calore che le si concentrò dritta tra le cosce.
"Avevi detto che non volevi la torta..." mormorò dalla penombra del letto, provando a mantenere la voce ferma mentre i suoi occhi passavano dalla torta alla linea a V formata dal suo bacino, ben visibile sopra l'orlo dei pantaloni.
"No" la corresse lui con un sorriso impercettibile. "Ho detto che l'avrei mangiata *dopo*".
Con un colpo secco del tallone chiuse la porta dietro di sé, facendo scattare la maniglia con un rumore metallico che rimbombò nel silenzio.
Appoggiò con calma il piatto e il bicchiere sul tavolino vicino al divanetto, poi si fece scivolare lentamente la camicia giù dalle spalle, lasciandola cadere a terra, senza mai staccare gli occhi da suoi.
Non aveva alcuna fretta.
La fissò con quegli occhi color ghiaccio, magnetici e penetranti come una lama. C'era un'arroganza glaciale nel suo sguardo: un'aria di puro possesso e la sicurezza di chi sa *esattamente* di avere il controllo totale del gioco.
"Adesso sì che ho proprio voglia di dolce..." aggiunse con la voce che scendeva di un tono, calda e profonda.
Viola strinse il lenzuolo tra le dita, mentre lo sguardo di Pietro le scivolava lentamente lungo il corpo, soffermandosi sul basso ventre, ricordandole, senza bisogno di parlare, che lui sapeva bene quanto fosse già bagnata a causa sua.
"Vieni qui..." le disse sedendosi sul divanetto e facendole segno di sedersi in braccio a lui.
Lei si alzò, avvertendo un brivido violento scenderle lungo la schiena.
"Ma io ho già mangiato la torta..." rispose con finto tono innocente, andando a sedersi di traverso sulle sue ginocchia, come prima a tavola.
"So benissimo che tu l'hai già mangiata..." mormorò Pietro piegando leggermente la testa di lato per sfiorarle il collo con le labbra, lasciandole un bacio lento, caldo, prima di risalire verso il lobo dell'orecchio. "Ma puoi farmi compagnia...".
Allungò il braccio verso il tavolino, afferrando il calice appannato. Ne mandò giù un sorso lento, senza staccare gli occhi dai suoi, assaporando la sensazione del liquido freddo sulla lingua mentre faceva scivolare l'altra mano sulla sua schiena.
Quel contatto improvviso le fece aggrovigliare lo stomaco. Avvertì ogni singolo polpastrello salire lentamente lungo i solchi della colonna vertebrale, lasciandole come una scia di fuoco. Trattenne il fiato, sentendo il sangue batterle forte nelle tempie e tra le gambe, dove la stoffa sottile delle mutandine era ormai del tutto impregnata di umori.
Quando la mano finì la sua corsa alla base del collo e le dita si incastrarono tra i capelli con una presa salda, lei dovette lottare per non piegare la testa all'indietro, completamente ipnotizzata dalla fermezza degli occhi di Pietro.
"E poi..." le sussurrò lui dritto nell'orecchio, il fiato caldo di vino e il profumo della sua pelle che le facevano venire i brividi. "Lo sai bene che la torta non è l'unica cosa che ho intenzione di mangiare stasera, vero?".
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La mano di Pietro scese lungo il suo fianco, senza alcuna fretta, fermandosi proprio sull'orlo del vestitino leggero, accarezzandole la coscia col pollice.
Con l'altra mano le avvicinò il calice alle labbra, prendendosi tutto il tempo per studiare ogni minima reazione del suo viso. Lo inclinò con lentezza, lasciando che un piccolo sorso di vino frizzante e ghiacciato le bagnasse la lingua.
Il contrasto tra il freddo del vino e il calore crescente del proprio corpo la fece rabbrividire. Rimase ferma, con un braccio allacciato dietro il collo di Pietro, sentendo la pelle di lui bollente sotto le dita e il suo profumo legnoso e speziato che le saturava i sensi.
Lui appoggiò il calice sul tavolino e si soffermò a guardarla negli occhi mentre le sue dita riprendevano a muoversi. Risalirono lente lungo le cosce, infilandosi di nuovo sotto l'orlo del vestito.
Quando la mano arrivò alle mutandine, premendo contro la stoffa umida, Viola si lasciò sfuggire un piccolo sospiro contro la sua spalla.
"Deliziosamente bagnata come sempre, Rinaldi..." mormorò Pietro vicino alle sue labbra, con una nota di pura soddisfazione nella voce.
Senza interrompere il contatto visivo, agganciò l'elastico sottile delle mutandine con due dita e le spostò di lato, liberando le labbra umide e gonfie. Senza fretta, sfiorò con un polpastrello il clitoride turgido, facendola sussultare. Lei chiuse gli occhi per un istante, sopraffatta dall'impatto di quel tocco, ma Pietro non le concesse neanche un secondo di fuga.
"Guardami" disse piano, un ordine privo di durezza ma pieno di un'autorità assoluta.
Lei riaprì gli occhi, incontrando il chiarore glaciale dei suoi. Lui iniziò a muovere il dito con un cerchio lento, esercitando una pressione minima ma costante che la fece ondeggiare leggermente. Con la mano sinistra, intanto, la tenne salda per la nuca, affondando le dita nei capelli.
Con lentezza fece scivolare l'indice più in basso, abbandonando il clitoride per affondare nella vagina, strappandole un gemito acuto che risuonò nitido nella stanza.
"Sei già pronta..." mormorò contro la sua bocca, sfiorandole le labbra con le proprie senza però concederle il bacio che lei cercava. "E non ho ancora fatto praticamente nulla...".
Fece una pausa, lasciando il dito fermo dentro di lei per assaporare le contrazioni involontarie che lo avvolgevano, mentre un sorriso impercettibile gli piegava l'angolo delle labbra.
"Non avere fretta, Rinaldi..." sussurrò, riprendendo a muovere il dito dentro e fuori con un ritmo lento. "Abbiamo tutta la notte".
Estrasse il dito con un’ultima, lenta, carezza che la fece sussultare, poi le afferrò i fianchi con una presa salda, sollevandola senza sforzo per girarla a cavalcioni, rivolta verso di lui.
Con un movimento rapido le sfilò il vestitino dalla testa, facendolo volare a terra. Subito dopo le sue dita si spostarono dietro la schiena: un gesto esperto, lo scatto del gancetto, e anche il reggiseno scivolò via, lasciandola nuda, con i capezzoli già turgidi per la tensione.
Lui la fissò per un secondo, godendosi lo spettacolo, prima di allungare la mano verso il tavolino. Senza dire una parola affondò l'indice nella torta, raccogliendo un po' di panna fredda e densa.
Portò il dito sulla labbra di Viola, sfiorandole, sporcandole di panna, premendo appena per invitarla a schiuderle. Non appena lei lo fece, lui
fece scivolare il dito dentro la sua bocca, profondamente, fino a farlo entrare del tutto, senza mai staccare gli occhi dai suoi. Viola chiuse gli occhi, la gola contratta da un sospiro umido, avvolgendo il dito con tutta la pressione di cui era capace.
"Apri gli occhi" la ammonì Pietro, e lei obbedì immediatamente.
Lui iniziò a muovere il dito dentro e fuori dalla bocca con un ritmo lento, misurato, mentre lei lo ripuliva con la lingua e lo succhiava.
Quando infine lo ritirò, le leccò le labbra ripulendole dalla panna residua, poi avvicinò il viso al suo e catturò la sua bocca in un bacio profondo e bagnato che le tolse il respiro, mescolando il sapore dolce della panna a quello del vino.
Affondò di nuovo il dito nel piatto e questa volta fece scivolare l'indice sporco di panna lungo il suo collo, scendendo lentamente in mezzo al seno, fin sopra le aureole, lasciando una traccia candida e fredda sulla pelle bollente.
Viola trattenne il fiato, inarcando la schiena per il contrasto di temperatura.
Senza lasciarle il tempo di assimilare la sensazione, Pietro si piegò in avanti e affondò la bocca sul suo seno, iniziando a ripulire la panna con succhiate profonde, avvolgendo il capezzolo per poi stringerlo leggermente tra i denti, strappandole un gemito acuto che risuonò nella stanza, lasciandole il capezzolo lucido di saliva e arrossato dai morsi.
Rimase un secondo a respirare contro la sua pelle, sollevando lo sguardo su di lei per gustarsi l'effetto di quel tocco sul suo volto. Poi, prima ancora che Viola potesse ritrovare il fiato, le afferrò i fianchi con presa salda, spostandola e facendola sedere sul divanetto, con la schiena contro la spalliera.
Si inginocchiò sul pavimento, tra le sue gambe, tenendo gli occhi piantati nei suoi mentre le separava le ginocchia. Allungò la mano verso il tavolino e raccolse una generosa quantità di panna densa e fredda con tre dita, facendogliele scivolare lungo lo sterno, disegnando una scia bianca che superò l'ombelico e andò a fermarsi proprio contro il bordo elastico delle mutandine.
Viola trattenne il fiato e si aggrappò ai bordi della spalliera dietro di sé, inarcando leggermente il bacino per il contrasto di quel tocco freddo sulla pelle bollente.
"Ferma" ordinò Pietro con un tono che non ammetteva repliche, mentre si sporgeva in avanti, affondando il viso sulla sua pancia. Leccò la striscia di panna con colpi lunghi, profondi, assaporandola.
Alternò leccate vigorose a piccoli morsi leggeri, facendola sussultare e strappandole piccoli lamenti che le morivano in gola.
Con la mano sinistra le afferrò saldamente la coscia per tenerla immobile, mentre con la destra agganciò il bordo delle mutandine. Con un gesto deciso gliele fece scivolare giù lungo le gambe, sfilandole dai piedi.
Viola si ritrovò così completamente nuda ed esposta, con la vulva già visibilmente gonfia e bagnata, del tutto aperta di fronte a lui.
Pietro rimase per un istante immobile a contemplarla, poi fece scivolare la punta delle dita tra le sue labbra bagnate, accarezzandola appena con un tocco leggero, prima di riallungare la mano verso la torta.
"Non ti azzardare a chiudere gli occhi" la ammonì a bassa voce, mentre i suoi occhi azzurri la fissavano con una fame primordiale.
Lei scosse appena la testa, con la pelle d'oca e il respiro spezzato per la sospensione del momento.
Lui prese altra panna e la spalmò delicatamente sulle labbra, fino a sfiorare il clitoride turgido, strappandole un sussulto violento.
Più dello sbalzo termico, era la consapevolezza di essere del tutto nuda e spalancata per lui a travolgerla: una sensazione vertiginosa di vulnerabilità che le fece tremare le cosce. Si sentiva spogliata di ogni difesa, completamente dipendente dai tempi che dettava lui e dalla sua volontà. E c'era anche quella sensazione inebriante nel lasciargli il controllo assoluto del proprio corpo, una resa volontaria che azzerava ogni pensiero e la manteneva sospesa sull'orlo di un baratro.
Pietro chinò di nuovo la testa, risalendo con la lingua lungo le pieghe della vulva, sfiorando il clitoride con il suo fiato caldo, senza mai concederle la pressione piena che lei desiderava disperatamente.
La cospargeva di panna e poi passava a pulire tutto con la lingua, lento, attento, senza fretta, mentre lei stringeva forte un cuscino, con le gambe che tremavano.
"Sei così buona, Rinaldi..." sussurrò leccandola intorno al clitoride ma senza mai soffermarsi veramente lì, facendola fremere di impazienza e desiderio.
Viola inarcò la schiena, cercando d'istinto il contatto pieno con la sua bocca, ma Pietro le bloccò le cosce con le mani, fermando ogni suo tentativo di spinta. Rimase lì, con il fiato caldo contro la sua pelle bagnata, godendosi la sua frustrazione, poi sollevò lentamente la testa.
"Adesso alzati" disse fissandola negli occhi, lasciandola sospesa sull'orlo del piacere assoluto.
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Il comando arrivò come una lama a tagliare l'agonia perfetta in cui la stava tenendo. Viola continuò a tremare per qualche secondo, la mente annebbiata da quell'attesa incompiuta, da quell'interruzione imposta così bruscamente.
"Pietro..., ti prego..." ansimò con la voce ridotta a un filo, le mani ancora aggrappate al cuscino.
Pietro non si mosse di un millimetro, la testa eretta tra le sue gambe e lo sguardo fermo, impassibile, velato da una traccia di arroganza.
"Ti ho detto di alzarti" disse con fermezza, afferrandole il polso per staccarle le dita dal cuscino.
Viola obbedì quasi meccanicamente, trascinata dalla forza del suo sguardo. Mettere i piedi a terra con le gambe ancora molli le fece perdere per un attimo l'equilibrio, ma Pietro fu subito pronto: si alzò e la sostenne prendendola per la vita, senza fretta, aspettando che ritrovasse un minimo di stabilità.
"Sali" le disse a bassa voce, guidandola sul divanetto, e lei lo lasciò fare mentre la faceva inginocchiare, piegata in avanti, con il busto contro la spalliera, la schiena inarcata e il bacino sollevato.
In quella posizione che non le lasciava via di fuga si sentì improvvisamente ancora più scoperta, completamente offerta al suo sguardo e alla sua volontà.
Pietro allungò una mano e le accarezzò la schiena dall'alto verso il basso, assaporando la pelle d'oca che si sollevava a ogni suo passaggio.
Quando arrivò ai lombi, le sue dita scesero lente in mezzo al sedere, arrivando a sfiorare appena la vulva umida di desiderio, per poi risalire lungo i fianchi.
"Quanto bella sei..." mormorò chinandosi su di lei, appoggiando il petto contro la sua schiena e lasciando che il suo fiato caldo le solleticasse la nuca, prima di spostarle i capelli da una parte.
Poi, improvvisa e fredda, la panna le toccò la pelle nuda. Un brivido le corse lungo la spina dorsale quando avvertì le dita di Pietro far scivolare quel velo freddo lungo il solco della schiena, tracciando una linea lenta che partiva dal centro delle scapole e scendeva fino alla curva finale dei lombi.
Viola trattenne il fiato, affondando il viso nella spalliera per soffocare un lamento. Ogni millimetro di quel contatto le sembrò amplificato al millesimo, un'invasione sensoriale che le azzerò qualsiasi pensiero e la fece leggermente tremare.
Pietro si chinò su di lei e con la lingua iniziò a ripercorrere al contrario la linea di panna sulla sua schiena, risalendo dal fondo della colonna vertebrale fino alla base del collo.
Viola si lasciò sfuggire un altro piccolo gemito soffocato, sospesa in un limbo delirante: la fame che aveva di lui la consumava, ma la lentezza con cui lui la dominava la manteneva immobile, totalmente sottomessa alla sua volontà.
Quando ebbe ripulito ogni traccia di panna dalla sua pelle, Pietro staccò la bocca. Le sue mani scesero lente lungo le cosce, accarezzandone l'interno, fino a farle allargare leggermente le ginocchia.
Viola trattenne il fiato mentre il suo corpo nudo tremava nell’attesa. Sperava che finalmente adesso lui l'avrebbe penetrata, invece sentì solo la pressione delle dita che, di nuovo fredde di panna, tracciavano una scia nel solco dei glutei, inoltrandosi più in basso e iniziando a spalmare la panna anche intorno all'ano.
Trasalì, un brivido acuto le corse lungo tutta la spina dorsale fino alle punte dei piedi.
Non aveva ancora realizzato quanto stesse davvero succedendo quando sentì le dita di Pietro, scivolose di panna, fermarsi e iniziare a premere piano contro lo sfintere.
"Rilassati..."
"Pietro..." mormorò con il respiro del tutto spezzato, incapace di formulare una frase di senso compiuto, provando a girarsi appena per cercare il suo sguardo.
"Ferma..." sussurrò lui contro la sua nuca, mantenendo una presa salda sul suo fianco per impedirle di muoversi. "Respira a fondo".
Lei ci provò e inspirò profondamente, inarcando la schiena e permettendo al primo dito di farsi strada lentamente, seguito subito dal secondo che, agevolato dalla panna, si fece spazio dentro di lei.
Un lamento soffocato le morì contro la spalliera.
"Shhh... Continua a respirare e non muoverti" le ordinò lui con un filo di voce.
Non senza difficoltà, Viola riuscì a fare ciò che lui le richiedeva: espirò lentamente, lasciando che i muscoli cedessero al suo comando e permettendogli così di spingere le due dita fino in fondo.
"Oooh, brava..." mormorò Pietro con tono basso e sensuale.
Si chinò a baciarle la nuca, compiacendosi della pelle d'oca che la ricopriva, poi scese di nuovo lungo la spina dorsale con la lingua, sempre tenendo le dita affondate dentro di lei.
Sentirsi riempita in quel modo, così in profondità e inaspettatamente, le suscitò emozioni contrastanti che andavano dall'ansia più paralizzante all’eccitazione più estrema.
Il petto le si alzava e abbassava a ritmi frenetici; ogni minima contrazione del suo corpo sembrava stringersi attorno alle dita di Pietro, rimaste immobili a fondo per lasciarle assimilare la presenza.
Lui mantenne salda la pressione, tracciando piccoli cerchi con la lingua lungo il solco della schiena, risalendo e scendendo con una lentezza snervante.
"Lasciati andare..." le mormorò contro la pelle, la voce che era una vibrazione calda contro i suoi nervi scoperti. "Non ti irrigidire, ti fai solo male. Respira profondamente".
Viola chiuse gli occhi, affondando i denti nel labbro inferiore per trattenere i gemiti. Era una sensazione ambivalente, spaventosa e incredibilmente intima: la consapevolezza che lui fosse lì dietro, completamente padrone del suo corpo, le azzerava ogni residuo di resistenza mentale. Inspirò di nuovo, a fondo, come lui le aveva detto di fare, e sentì i muscoli cedere leggermente, avvolgendo le dita con più morbidezza.
Pietro percepì il rilassamento e iniziò a muovere le dita: un movimento lento, misurato, un va e vieni di pochissimi centimetri ma costante, che andava a stimolarle le pareti più interne, accompagnato dal suo respiro caldo contro la nuca.
Con l'altra mano scese sul davanti, facendo scivolare il palmo tra le cosce spalancate per ritrovare il centro bagnato della vulva.
Quando il pollice andò a premere con decisione sul clitoride turgido, contemporaneamente al ritmo delle dita dentro di lei, Viola perse del tutto il contatto con la realtà. Un gemito acuto le sfuggì dalle labbra, mentre il bacino le sussultava d'istinto, intrappolato tra quel doppio tocco rovente.
Ma proprio mentre la tensione toccava il culmine, Pietro cambiò di nuovo ritmo, chinandosi ancora di più su di lei e sfilando lentamente le dita per lasciare spazio alla lingua.
La prima leccata fu profonda, rovente. A quel contatto diretto, Viola sussultò con una forza che le fece quasi perdere la presa sulla spalliera. Un gemito acuto e soffocato le morì in gola. Sentire la bocca e la lingua di Pietro proprio lì, mentre con una mano le teneva il fianco bloccato con presa possessiva e con l'altra le stimolava il clitoride, fece crollare l'ultimo argine delle sue difese. Il bacino le si contorse d'istinto verso l'alto, travolto da una sopraffazione totale, mentre le cosce continuavano a tremarle in modo incontrollabile, portandola vicinissima all'orgasmo che ancora una volta, però, Pietro non sembrava volerle concedere.
Allontanò la mano dalla vulva e la portò sull'altro fianco, bloccandola così del tutto mentre leccava via la panna in modo lento, avvolgente, penetrando con la lingua e facendo sprofondare Viola in un confine in cui il pudore si dissolveva del tutto nell'eccitazione e nella frustrazione del piacere negato.
Quando ebbe leccato anche l'ultimo velo di panna, Pietro staccò la bocca e si sollevò lentamente, lasciandola senza fiato, completamente aperta e spogliata di ogni controllo.
"Non ti muovere" ordinò, e si allontanò per qualche secondo, lasciandola ferma lì in balìa di sensazioni assurde.
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Quei pochi minuti di attesa le pesarono più di qualsiasi comando.
Rimase esattamente come Pietro l'aveva posizionata: le ginocchia piantate nel velluto del divanetto, la schiena inarcata, il viso affondato tra le braccia con i gomiti stretti alla spalliera, immobile e spalancata, con ogni parte del proprio corpo che vibrava ancora per il calore devastante della sua lingua.
Il cuore le martellava nelle tempie a un ritmo forsennato. Il piacere negato le bruciava nel basso ventre come una ferita aperta, lasciandola sospesa a un millimetro dal precipizio. Ogni muscolo delle cosce le tremava per lo sforzo e la tensione di non poter chiudere le gambe, di non poter nascondere quel buchetto profanato e ancora pulsante.
L'attesa divenne un tormento psicologico, una sospensione quasi insostenibile.
*Cosa sta facendo? Cosa vuole fare adesso?*.
Poi, nel silenzio ovattato, il primo rumore: quello di un cassetto che veniva aperto e poi lentamente richiuso.
Un attimo dopo, il suono felpato dei pieni nudi sul parquet.
Passi lenti.
Lentissimi.
Il tempo sembrava dilatarsi, secondo dopo secondo, mentre si riavvicinava a lei.
Viola trattenne il fiato, affondando di più le dita nelle braccia per non cedere alla tentazione proibita di voltarsi mentre sentiva di nuovo il leggero tintinnio del piatto di ceramica coi resti della torta.
Avvertì la presenza di Pietro alle sue spalle prima ancora che lui la toccasse. Il calore del suo corpo tornò a sovrastarla.
Chiuse gli occhi ancora più forte contro le braccia, il cuore che le schizzava in gola. Sapeva che lui stava preparando qualcosa e non poter vedere i suoi gesti trasformò ogni secondo in una tortura.
Poi qualcosa di liscio, consistente e leggermente freddo le toccò l'ano, ancora ipersensibile dopo la stimolazione precedente.
"Rimani ferma" disse lui, la voce un soffio caldo tra le sue scapole, mentre la mano scivolava lungo la sua schiena per tracciare una carezza lenta, apparentemente rassicurante, ma dal significato chiarissimo.
Le posò una mano sul fianco per ancorarla con una presa salda e impedirle qualsiasi istinto di ritrarsi, poi, con una pressione costante e ineludibile, iniziò a spingere l'oggetto verso l'interno.
All'inizio fu solo una punta fredda, poi quella forma liscia cominciò a forzare lo sfintere, entrando millimetro dopo millimetro.
"Pietro..." provò a mormorare lei, ma il nome le morì in gola.
"Respira..." sussurrò lui a un millimetro dal suo orecchio, la presa sul fianco che si stringeva appena per imprimere una spinta lenta e decisiva. "Non contrarre".
Lei provò a obbedire, espirando a fondo e sforzandosi di cedere, ma la sensazione di quell'oggetto che si faceva strada era paralizzante. Più s'inoltrava, più si allargava, costringendo i muscoli ad aprirsi attorno a un diametro che a Viola sembrava spaventosamente grande.
La panna agevolava lo scorrimento, ma la rigidità di quella presenza pretendeva troppo spazio.
"Pietro, è *troppo*, non..."
"Ti assicuro che non lo è" la interruppe lui con fermezza ma senza alzare il tono della voce. "Devi solo rilassarti e non fare resistenza".
Viola provò di nuovo a inspirare, ma mentre la parte più ampia dell'oggetto la forzava, la sensazione di stiramento e pienezza divenne così nitida da toglierle il fiato.
"Brava, Rinaldi, così..." mormorò lui tenendola ferma, mentre con l'altra mano manteneva la spinta costante, lentissima, spietata.
Con un ultimo, impercettibile, scatto dei muscoli, la parte più larga superò la resistenza dello sfintere. Un piccolo sobbalzo le attraversò tutta la schiena, seguito immediatamente da un respiro di sollievo e sopraffazione quando la tensione acuta lasciò il posto ad una pienezza profonda, fissa, sorda.
Pietro accompagnò il plug fino in fondo, finché la base, decorata con un diamantino verde, non andò a combaciare perfettamente contro la pelle sensibile dei glutei.
Viola affondò il viso nel velluto della spalliera, lasciando uscire un lamento soffocato che era metà resa e metà smarrimento, mentre la schiena le si inarcava d'istinto nel tentativo vano di assecondare quell'invasione forzata. Quella presenza fissa, inamovibile, che a ogni suo minimo respiro andava a premere sui nervi interni, le ricordava in ogni istante di essere del tutto nelle mani di Pietro.
Lui si staccò appena, rimanendo immobile sopra di lei per ammirarla in tutta la sua bellezza.
Il suo sguardo corse lungo la linea tesa della schiena, sulla curva dei fianchi, sulla pelle lucida per il leggero strato di sudore, sul diamantino verde perfettamente incastonato che rifletteva la luce fioca della lampada.
C'era qualcosa di ipnotico nel vederla così: abbandonata, in silenzio, sospesa tra il desiderio di ritirarsi e la scelta consapevole di rimanere.
Dopo un istante che a Viola parve infinito, la stasi si sciolse.
La mano di Pietro scese con lentezza, risalendo dall'incavo del ginocchio lungo l'interno coscia. Viola sobbalzò al solo contatto dei polpastrelli sulla pelle.
Senza alcuna fretta, le dita si insinuarono tra le sue gambe, trovando la vulva, calda, turgida, bagnata, in attesa.
Il pollice andò a sfiorare il clitoride con un tocco leggerissimo, quasi con un'esitazione deliberatamente prolungata, mentre il palmo della mano sfiorava la base del plug ad ogni micro-movimento.
Due dita scivolarono dentro la vagina, trovando una parete che, compressa dalla presenza del plug, risultava incredibilmente stretta.
"Pietro..., ti prego..." sibilò lei, travolta da una stimolazione così densa e priva di vie di fuga, dove ogni minima contrazione interna andava a scontrarsi con la pienezza totale.
"Senti quanto sei stretta..." sussurrò lui accentuando il ritmo delle dita dentro di lei, un va e vieni lento e profondo che faceva oscillare impercettibilmente la base del plug, moltiplicando le sensazioni a ogni spinta.
Intrappolata in quella morsa che la riempiva da entrambe le parti, Viola poté solo inarcare la schiena, perdendosi completamente in quel piacere negato e modulato solo dalla volontà di Pietro.
Lui mantenne un ritmo lento e profondo, lasciando che quella doppia penetrazione sfidasse ogni sua capacità di resistenza.
"Pietro..., davvero, io non...".
Il sussurro le s'infranse contro le braccia, travolta da una pienezza che le azzerava i pensieri.
"Lo so..." mormorò lui sfiorandole il collo con le labbra, mentre il pollice tornava a stimolarle il clitoride con una pressione appena più marcata. "Lo so che non ce la fai più".
La sentì cominciare a fremere in una serie di piccoli spasmi involontari — l'inizio del cedimento, la risposta del corpo che cercava la via di fuga verso l'orgasmo. Ma invece di concederglielo, rallentò improvvisamente la spinta delle dita, immobilizzandole all'interno, proprio dove il canale era più stretto e schiacciato dalla presenza del plug.
Si fermò del tutto, lasciandola per l'ennesima volta sospesa a un soffio dall'orgasmo.
Viola emise un lamento acuto, ormai sull'orlo del pianto, con la schiena ancora inarcata in una muta richiesta di sollievo.
Lui percepì subito in quel lamento la sfumatura sottile che trasformava il gioco in sopraffazione. Non era sua intenzione varcare quel confine. Ciò che voleva era condurla esattamente al limite della sua resistenza sensoriale senza mai spezzarla, tenendo le redini della sua resa, ma adesso Viola sembrava proprio sul punto di crollare.
Si liberò di pantaloni e boxer, lasciandoli cadere a terra con un gesto sbrigativo.
Lei avvertì quel fruscio e trattenne il fiato, con il viso ancora affondato nelle braccia. Il cuore le batté in gola ma non volle illudersi. Dopo tutta quell'attesa, il suo corpo tremava per la tensione, si sentiva a pezzi, con i nervi tirati all'estremo e quel desiderio bruciante che la stava consumando.
Voleva godere e, più di ogni altra cosa, voleva lui dentro di sé. Voleva sentirlo entrare, duro e pulsante, voleva avvertirne ogni centimetro, voleva che la scopasse forte fino a farla urlare, fregandosene di chi avrebbe potuto sentirla.
Quando Pietro si chinò su di lei e appoggiò la punta calda del pene contro l'ingresso bagnato e teso della vagina, Viola trattenne il fiato e il suo cuore fece un balzo spaventoso.
Chiuse gli occhi per un secondo prima di riaprirli. Quella presenza, anche solo accennata, bastò a farle tremare le cosce. Sentire il calore vivo di Pietro, lì a un millimetro, le diede una scossa elettrica. Era una sensazione quasi insopportabile per quanto era intensa: la vagina, schiacciata dall'ingombro del plug, avvertiva quella presenza come enorme, perfetta, pronta a forzare la resistenza del suo corpo.
"Pietro..." mormorò soltanto, con la voce incrinata dal bisogno, mentre col bacino cercava d'istinto il contatto, implorando la spinta decisiva.
"Prenditelo, amore..." rispose lui a un soffio dal suo orecchio. "È tuo".
Viola mugolò e non se lo fece ripetere. Desiderava quella penetrazione con una fame cieca, quasi disperata. Con un movimento brusco, arretrò d'istinto con il bacino mentre lui rimaneva fermo.
Fu un'invasione densa, quasi violenta. La parete della vagina, schiacciata dal plug, oppose una resistenza incredibile, ma Viola spinse ancora, accogliendo ogni centimetro dentro di sé, facendolo penetrare in profondità, con un sospiro liberatorio.
Pietro gemette forte contro di lei. Il modo in cui la vagina gli si strinse attorno, stretta fino all'inverosimile, gli strappò un gemito sordo, gutturale, proprio contro l'incavo del suo collo.
Viola iniziò a muoversi con spinte lente e profonde. Sentire il pene che andava a comprimere le pareti contro il plug era una sensazione che la sovrastava del tutto, facendole affondare la testa tra le braccia mentre ondeggiava contro di lui.
Pietro credette di impazzire di piacere. Sentire Viola, così stretta, così calda, muoversi con quella fame disperata, era una sensazione troppo forte per riuscire a resistere oltre senza muoversi.
Doveva riprendere il controllo.
Con una presa ferma e improvvisa, le sue mani le afferrarono i fianchi per assecondare quel ritmo, piantandosi dentro di lei fino in fondo, per poi bloccare il suo movimento.
Lei emise un piccolo lamento che le morì in gola non appena provò a riprendere il proprio ritmo. Le mani di Pietro sui suoi fianchi erano due morse salde che la bloccavano, azzerando ogni suo tentativo di muoversi.
"Lascia fare a me, adesso..." le mormorò all'orecchio, la voce calda, bassa, ma piena di una fermezza che le fece sciogliere ogni resistenza.
Senza farla attendere, Pietro prese il comando, prendendo il ritmo e imponendo la sua cadenza. Tirò indietro il bacino per poi riaffondare dentro di lei fino in fondo, con spinte lente, piene, misurate. Ad ogni spinta, il pene andava a schiacciare direttamente la parete vaginale contro il plug.
L'impatto era travolgente.
La protesta iniziale di Viola si trasformò presto in un gemito lungo, aperto, soffocato tra le braccia. A ogni spinta profonda che la colpiva, dalla sua gola usciva un gemito, quasi uno strazio di piacere puro, mentre le dita si stringevano sulla spalliera senza più alcuna difesa.
Pietro aumentò appena la frequenza, godendosi quella stretta viscerale. Viola rispondeva d'istinto a ogni colpo, inarcando la schiena e offrendosi ancora di più a quella spinta.
E poi, finalmente, la tensione accumulata fino a quel momento esplose, rompendo ogni argine.
Un’ultima spinta di Pietro, più profonda e decisa delle altre, accese la scintilla definitiva. Viola non riuscì più a trattenersi: la gola le si aprì in un grido acuto, soffocato dalle sue stesse braccia, mentre una morsa improvvisa e violentissima le contrasse ogni singolo muscolo.
La vagina si serrò sul pene in una sequenza di spasmi incontrollabili, caldi, pulsanti. Era l'orgasmo che inseguiva da ore, una vibrazione profonda, continua, che le partiva dalla vulva per irradiarsi in tutto il corpo, lasciandola completamente senza fiato.
Sentendo Viola che cedeva del tutto sotto di lui, in quella stretta disperata, Pietro perse a sua volta l'ultimo frammento di controllo. Con un gemito sordo, viscerale, affondò un'ultima volta fino in fondo dentro di lei, liberando tutto il proprio piacere mentre con le mani le bloccava ancora i fianchi.
Poi l'avvolse da dietro con le braccia e si lasciò cadere sdraiato su un fianco, trascinandola con sé in un abbraccio stretto.
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Restarono così, ancora uniti, incastrati, mentre Pietro affondava il viso contro la sua nuca, tra i suoi capelli, con il respiro ancora spezzato e il petto che si sollevava e abbassava velocemente contro le sue spalle. Ogni contrazione residua di Viola moriva lentamente contro di lui, *attorno* a lui.
"Ti amo" le mormorò piano contro la pelle calda del collo, la voce ruvida, il tono privo di durezza, spogliato ormai di ogni filtro, mentre la stringeva ancora di più a sé. "Potrei farlo per tutta la vita, Rinaldi, sai?"
Viola mosse appena la testa all'indietro, come a voler cercare il suo sguardo. "Cosa? Dominarmi?" gli chiese con tono palesemente ironico, accennando un sorriso.
Pietro ridacchiò. "Oh, anche quello!". La strinse un po' più forte, mentre il suo respiro cominciava lentamente a ritrovare un ritmo regolare. "Mi fa impazzire guardarti perdere il controllo a poco a poco, vederti cedere senza più alcuna difesa, sentirti contorcere dal piacere per merito mio e poi tenerti stretta così...".
Viola fece scivolare la mano all'indietro, fino a incrociare quella di lui, ancorata al suo fianco. Intrecciò le dita alle sue, stringendole con forza cieca. Il corpo le tremava ancora per qualche scossa isolata, un'eco calda che si stava spegnendo lentamente attorno alla presenza di Pietro, fermo dentro di lei. Il contrasto tra il senso di possesso di poco prima e la protezione assoluta di quell'abbraccio le fece salire alle labbra un sorriso dolce.
"Il solito megalomane..." disse con finta rassegnazione mentre gli stringeva il dorso della mano. "Sei irrecuperabile."
"Sono solo uno che sa *esattamente* ciò di cui hai bisogno..." le mormorò contro la guancia, la voce che sfumava in un sorriso sfacciato nella penombra della stanza. Aggiustò impercettibilmente la posizione del bacino, una minima scossa d'assestamento che andò a far premere il pene ancora turgido contro la parete interna, schiacciandola di nuovo contro il plug. "Vuoi negarlo?".
Viola trattenne il fiato per quell'impatto improvviso, poi emise un lungo sospiro, lasciandosi cullare dalla sensazione di pienezza.
Il suo silenzio era già una risposta.
Pietro le baciò la pelle calda e sudata dietro l'orecchio, lasciando che le labbra indugiassero lì, assaporando il suo profumo.
"E comunque..." sussurrò con quel tono che usava quando voleva stuzzicarla. "Dominarti mi viene decisamente bene...".
*Decisamente **troppo** bene* pensò Viola lasciando andare la testa all'indietro contro la sua spalla, in un lungo sospiro di appagamento puro. *Ma se fossi in te non sottovaluterei Miss Rinaldi...*.
Quel pensiero la fece sorridere nel buio.
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