La fine delle vacanze

scritto il 2026-10-15 tempo di lettura 27 min

di
genere
sentimentali
cura
A

Domenica, 25 agosto 2013

Quella sera, l’afa che aveva soffocato Bologna nelle ultime settimane sembrava aver concesso finalmente una tregua. Dalle colline scendeva nel giardino un’aria fresca, pulita, che muoveva leggermente le foglie del glicine arrampicato sui mattoni a vista del portico.

Quel giardino aveva sempre trasmesso a Viola una sensazione di pace e magia, fin da bambina, e adesso che non viveva più lì da anni, era sempre bello per lei tornarci.

Sua madre aveva apparecchiato con cura il grande tavolo in ferro battuto posto sotto l'arcata illuminata dalle luci calde. La cena era stata ottima, come al solito. Adesso i piatti erano quasi vuoti, il Bolgheri Rosso portato dalla Toscana era praticamente finito, e l'aria profumava di erba tagliata quel pomeriggio da suo padre.

"Pietro, prendi un'altra fettina di arrosto...".

Come al solito sua madre, regina della cucina, provava piacere nel rimpinzare i propri ospiti fino all'inverosimile.

Pietro fece un gesto con le mani, alzandole in segno di resa e lasciandosi andare contro lo schienale con un sospiro appagato. "No no, sono a posto così! Tutto buonissimo come sempre, Silvia, ma davvero non ho più spazio!"

"E va bene..." si arrese lei deponendo la paletta sul vassoio. "Però le lasagne avanzate ve le portate a casa. Le ho fatte apposta per te!"

"E lo sappiamo!" sorrise Viola scuotendo la testa: sua madre aveva un vero e proprio debole per Pietro e ogni occasione era buona per viziarlo.

"Ho pensato che dopo una settimana di abbuffate di pesce avreste avuto voglia dei sapori di casa..." rispose Silvia. "E poi so bene quanto ti piacciono le lasagne!" aggiunse rivolgendosi a Pietro con tono affettuoso.

"Le *tue*, soprattutto!" puntualizzò lui, sorridendole prima di bere l'ultimo sorso di vino.

Lei ricambiò il sorriso, visibilmente lusingata, mentre il marito, dall'altro lato del tavolo, si godeva la scena prima di intervenire con tono complice. "Ma a proposito di pesce, *il maestro della griglia* si è esibito anche stavolta?"

"Come sempre" rispose Viola, sorridendo diverita per quel pizzico di orgoglio che trapelava dalla voce di suo padre, fiero di aver tramandato a Pietro, in assenza di un figlio maschio, "l'arte della griglia".

"Ho fatto del mio meglio" ridacchiò Pietro. "Ma direi di aver reso onore al maestro, dai!".

Luigi rise, sollevando il calice verso di lui. "Oh, lo immagino! So bene quanta cura ci metti nelle cose e quanto ti dai da fare!"

*Sapessi quanto si dà da fare con la tua preziosa figlia e che cura ci mette nel sottometterla...*

Quel pensiero attraversò la mente di Viola provocandole un sorriso involontario che mascherò subito, portandosi il bicchiere d'acqua alle labbra. Il contrasto tra l'immagine del ragazzo perfetto adagiato su quella sedia e *l'altro Pietro* che conosceva solo lei, era così violento da farle battere il cuore in gola.

"Comunque questa vacanza vi ha fatto proprio bene!" intervenne Silvia, guardandoli entrambi con affetto mentre cominciava a impilare i piatti. "A parte l'abbronzatura che vi rende ancora più belli, si vede che vi siete proprio rilassati!".

*Rilassati.*

Viola mandò giù il sorso d'acqua, sentendo la gola improvvisamente secca. Se sua madre avesse saputo come avevano davvero trascorso quelle vacanze, il piatto che aveva in mano in quel momento le sarebbe rovinosamente caduto, infrangendosi in mille pezzi.

Certo, c'erano stati dei momenti di tranquillità e relax, ma *rilassante* non era certo l'aggettivo che lei avrebbe usato per descrivere la settimana appena trascorsa, a partire dal viaggio di andata in cui Pietro le aveva sequestrato le mutandine a quello di ritorno in cui l'aveva tenuta in suo potere, inducendola ad assecondare ogni suo comando.

In mezzo, provocazioni davanti agli altri, gesti spudorati in luoghi pubblici, sesso selvaggio, dominazioni, punizioni, orgasmi negati e poi esplosi, cinghie, bende, giocattoli, panna montata, cera calda, lividi sul collo...

I ricordi riaffiorarono tutti insieme, togliendole quasi il fiato per l'intensità che portarono con sé.

Pietro le lanciò un'occhiata veloce e seppe *esattamente* cosa le stesse passando per la testa in quel momento. Conosceva ogni singola reazione del suo corpo, ogni minimo cambio di respiro. Con la punta della scarpa andò a cercare con precisione la sua caviglia.

Lei s'irrigidì ma non fece un solo movimento per ritrarsi. Con una lentezza studiata, provocatoria, Pietro fece risalire il piede lungo il suo polpaccio, spingendo l'orlo leggero del vestito verso l'alto. La pelle nuda di Viola reagì all'istante con un brivido caldo, mentre lui continuava a guardare i suoi genitori con la massima naturalezza, accennando un sorriso educato come se niente stesse accadendo.

Viola trattenne il respiro, serrando le labbra per non lasciarsi sfuggire neppure un sospiro. L'audacia di quel gesto, proprio lì, a un metro dai suoi, le fece avvampare le guance.

Sentendosi sopraffatta da quella morsa invisibile, cercò disperatamente un modo per uscire dall'imbarazzo prima che il viso la tradisse del tutto.

"Ah! Finalmente stamattina abbiamo montato la libreria nuova!" esclamò schiarendosi leggermente la voce per ritrovare un tono disinvolto.

"Era ora!" ridacchiò suo padre. "Pensavo di dover venire a farlo io! L'avete comprata un mese fa!"

"Ma lasciali stare!" intervenne subito sua madre con fare protettivo. "Lo sai quanto lavorano, povere stelle!"

"Già che siamo qui, vado un attimo di sopra a prendere un po' di libri da portare via" disse Viola spingendo indietro la sedia per alzarsi.

Aveva un bisogno disperato di spezzare quella tensione elettrica che le faceva battere il cuore in gola e di prendere un po' d'aria, lontana dagli sguardi di tutti e da quel tocco clandestino sotto il tavolo.

"Brava!" approvò suo padre. "Prendi uno scatolone dal ripostiglio!"

"Vengo con te" si propose subito Pietro con estrema naturalezza, alzandosi a sua volta. "Così poi porto giù lo scatolone."

"No, tranquillo, ce la faccio da sola" rifiutò prontamente lei, cercando di mantenere la voce salda e neutra.

"Ma va'!" insistette lui sfoderando un sorriso impeccabile. "Vuoi spaccarti la schiena?!"

"Pietro ha ragione" commentò sua madre, guardandolo con ammirazione. "Fatti aiutare! Intanto io preparo il caffè e tiro fuori il dolce!".

Il tentativo di fuga di Viola era fallito miseramente.

Non potè fare altro che incamminarsi verso l'interno della casa, sentendo i passi di Pietro dietro di sé.

***********************************

Varcare la soglia della sua vecchia camera era sempre come fare un nostalgico tuffo nel passato. Lì tutto rimaneva identico: le pareti chiare, i poster, i peluche sul letto, quella libreria straripante di libri... In quella stanza Viola era stata la ragazzina romantica e sognatrice che passava le ore a leggere, a scrivere sul diario o a fissare il soffitto ascoltando musica con le cuffiette.

Poi era arrivato Pietro a stravolgere tutto.

Da quando lui vi aveva messo piede per la prima volta, ogni cosa aveva assunto una nuova forma.

I baci infiniti sdraiati sul letto, le sue mani sfrontate che scivolavano sotto i vestiti, le notti passate a sognarlo ad occhi aperti, ad accarezzarsi al buio, a desiderarlo lì con lei...

Pietro non era solo entrato nella sua vita, l'aveva letteralmente portata a un'altra frequenza. Le aveva insegnato la fame, la vertigine, l'ansia costante di averlo vicino. Gli bastava uno sguardo per farla sentire la persona più desiderata del mondo e al tempo stesso la più vulnerabile.

La ragazzina posata aveva lasciato il posto a una giovane donna travolta da un'ossessione viscerale, capace di passare intere giornate a fissare il telefono in attesa di un suo messaggio o a contare le ore che la separavano dalle sue braccia. Le aveva lasciato un'impronta indelebile che il trascorrere degli anni, i cambiamenti e la vita adulta non erano riusciti a cancellare.

Essere lì con lui adesso, con il Pietro di *oggi*, le faceva ancora tremare le gambe.

Si sentiva vulnerabile, spogliata di tutte le sue sovrastrutture da donna adulta. Lì dentro, le difese che si era costruita negli anni parevano sottili come fogli di carta.

Cominciò a prendere i libri dagli scaffali con gesti rapidi, quasi frenetici, e a riporli nello scatolone sul pavimento.

Aveva bisogno di occupare le mani ma soprattutto la mente, e di concentrarsi su qualcosa di concreto per ritrovare un briciolo di equilibrio e scacciare la tensione che la faceva tremare.

Pietro, invece, si muoveva con calma misurata, quasi contemplativa, osservando tutto. Si fermò davanti al comodino e si chinò leggermente, prendendo tra le mani una piccola cornice di legno bianco.

"Bello, questo ragazzo!" commentò con una sfumatura di divertita nostalgia, facendo scorrere il pollice sul vetro per poi mostrare la foto a Viola.

In quella foto aveva vent'anni: la canotta da basket con il numero 10 stampato sopra, i muscoli delle braccia in bella vista, i capelli un po' più corti e uno sguardo sfacciato, quasi sfrontato, rivolto dritto all'obiettivo.

Lei si bloccò per un secondo, con un libro di Isabel Allende ancora a mezz'aria, e il petto le si strinse in una morsa calda. *Quel ragazzo* era stato il suo chiodo fisso e la sua ossessione più grande. Ricordava l'odore di sudore buono che aveva la sua pelle dopo gli allenamenti, la presunzione con cui camminava nei corridoi del palazzetto quando vinceva una partita, e quel modo assoluto in cui la faceva sentire ogni volta che la incantonava in un angolo della palestra per baciarla. Amava quel ragazzo con una devozione cieca, quasi spaventosa. E, ora come allora, nonostante tutti gli anni trascorsi, il suo modo di amarlo era rimasto immutato, così come il modo in cui lui riusciva a farla sentire semplicemente *esistendo*.

Cercò di soffocare quel tuffo al cuore deglutendo a vuoto, sforzandosi di mantenere la voce ferma mentre infilava il libro nello scatolone. "Avevi appena vinto il campionato".

Un secondo di silenzio, denso e sospeso tra di loro, carico di tutta la storia che si portavano addosso. Poi, Pietro si mosse appena, fissandola con quegli occhi di ghiaccio che la inchiodavano senza pietà.

"Me lo ricordo bene. Il giorno dopo abbiamo fatto l'amore" le disse con un tono basso, intriso di ogni singola sensazione di quel giorno e di quello che avevano provato in quel momento. Poi ripose con calma la cornice al suo posto e accorciò la distanza che li separava, fermandosi esattamente dietro di lei.

Viola avvertì subito il calore del suo corpo a pochi centimetri dalla schiena. La vicinanza di Pietro era per lei una presenza fisica soffocante, un magnete che le chiedeva di spingersi all'indietro, di abbandonare la schiena contro di lui, facendole dimenticare persino che al piano di sotto c'erano i suoi genitori.

Espirò lentamente dalla bocca, tentando disperatamente di domare quel fremito che l'attraversava dalla testa ai piedi, senza girarsi a guardarlo.

"Eri così timida allora..." mormorò lui a bassa voce, chinandosi leggermente verso di lei. La sua voce era una carezza calda contro la nuca. "Mi bastava guardarti in un certo modo per farti arrossire fino ai capelli".

Le sfiorò con estrema lentezza la spalla nuda con la punta delle dita, scivolando lungo la linea del collo fino a spostarle delicatamente i capelli di lato.

"Ma questo non è cambiato poi molto..." continuò a bassa voce, con un compiacimento sottile. "Mi basta sfiorarti per farti tremare."

"Nemmeno tu sei cambiato". Viola si allontanò di un passo, spezzando quel contatto prima che il calore della sua pelle la tradisse del tutto, e riprese a sfilare i libri dagli scaffali e a riporli nel cartone con gesti decisi. "Sei sempre il solito arrogante presuntuoso. E sempre molto bravo ad apparire perfetto quando vuoi".

Pietro ridacchiò. Un suono basso, sommesso, pieno di sicurezza e di ironia.

"Ti tremano le mani" le disse con calma, lasciando che la risata si spegnesse in un sorriso lento.

Con la stessa calma riprese a camminare lentamente per la stanza, dirigendosi verso la mensola laterale, dove erano rimasti in ordine sparso i ricordi del liceo: una vecchia scatola di latta piena di braccialetti dell'amicizia, qualche biglietto piegato a metà, i diari scolastici pieni di foto e ricordi...

Sfilò un diario dalla rilegatura un po' rovinata e lo aprì a caso. Tra le prime pagine, una scritta in stampatello fatta con una biro azzurra glitterata catturò subito la sua attenzione: *PIETRO*, circondato da piccoli cuori abbozzati.

Sfogliò ancora qualche pagina con lenta accuratezza, finché il suo sguardo non si fermò su un'annotazione sottolineata due volte: *«Mi ha baciata! È divino!»*.

Sorrise in modo impercettibile, con un'espressione divertita e compiaciuta. Richiuse il diario senza fretta, lasciando la mano appoggiata sulla copertina mentre si voltava appena verso Viola.

"Peccato che hai smesso di tenere un diario..." le disse rimettendolo sulla mensola. "Pensa a quante cose interessanti avresti da scrivere ultimamente".

Con pochi passi, fu di nuovo a un soffio dal suo corpo, davanti a lei.

Il respiro di Viola si bloccò all'istante, le labbra socchiuse mentre la schiena cercava istintivamente un appoggio contro la scrivania.

Lui la guardò dall'alto in basso, con quel sorriso appena accennato, sfacciato e calmo, prima di chinarsi impercettibilmente verso il suo orecchio. La sua voce divenne un sussurro basso, denso, che scivolava sottopelle con una precisione devastante.

"Mi piacerebbe leggere *gli altri* diari..." mormorò, le labbra a un millimetro dalla sua pelle.

Quelli *segreti*, quelli che lei non aveva mai tenuto in bella vista sulla mensola, quelli che si era portata via immediatamente col trasloco, per evitare che sua madre li trovasse, e che adesso se ne stavano chiusi in una grossa scatola, nel ripostiglio del loro appartamento.

Fece una breve pausa, mentre con la mano scivolava lentamente lungo il suo braccio, senza stringere, prima di continuare con un timbro di voce ancora più roco e graffiato.

"Vorrei leggere della prima volta che ti ho toccata..., di come hai trattenuto il respiro quando ti ho sbottonato i jeans e ho infilato la mano dentro le tue mutandine, trovandoti già così bagnata...".

Viola chiuse gli occhi per un istante. Il peso di quelle parole l'aveva letteralmente investita, scatenando un'ondata di calore improvviso che dal petto le era scesa dritta fino alla vulva.

Pietro fece scivolare il viso più in basso, sfiorandole l'incavo della spalla con il profilo delle labbra, tormentandola con quella vicinanza.

"Vorrei leggere della prima volta che ti ho leccata..." proseguì a voce bassissima, accennando un sorriso sfacciato mentre Viola sentiva le gambe diventare pesanti e un brivido violento scenderle lungo la schiena. "Di come ti ho spalancato le cosce, di come ti ho fatta godere, qui, su questo letto, mentre cercavi di soffocare i gemiti stringendo le lenzuola tra i denti..." continuò sfiorandole il collo con le labbra. "... mentre ripetevi il mio nome come se fosse una preghiera".

Viola schiuse leggermente le labbra, lasciando uscire un sospiro. Tentò di trovare la forza di dirgli qualcosa, di ricordargli dove si trovavano, ma la mente le si era completamente svuotata, ostaggio dei ricordi e del suo corpo troppo vicino.

"E della prima volta che mi hai visto nudo..." continuò lui, la voce densa di quel compiacimento sicuro e magnetico che la faceva sciogliere. "Di come mi guardavi con quegli occhioni sgranati, intimidita, imbarazzata, ma così *eccitata*...".

Pietro percepì perfettamente il cedimento di Viola, quel sussulto quasi impercettibile con cui il suo corpo si arrese, appoggiandosi del tutto contro il suo petto.

Non aveva alcuna intenzione di concederle tregua.

Fece scivolare lentamente una mano lungo il suo fianco, tracciando la linea della curva della schiena fino a posarle il palmo ben aperto sul sedere, premendola con fermezza contro di sé per farle sentire quanto il suo pene fosse già duro e teso.

Viola emise un gemito strozzato. Le ginocchia le tremavano a tal punto che se Pietro avesse tolto la mano dal suo bacino anche solo per un secondo, le gambe le avrebbero ceduto sotto il peso di quella vertigine.

"E poi vorrei leggere della prima volta che ti ho scopata..." mormorò mentre le dita della mano libera le sfioravano la nuca, afferrandole leggermente i capelli alla base del collo per inclinarle la testa all'indietro. "Non dico quando abbiamo fatto l'amore da me, ma quando ti ho sbattuta qui, su questa scrivania..., forte, in fretta, prima che rientrassero a casa i tuoi".

Viola non disse una sola parola. Non ne era in grado. Aveva la gola chiusa, il respiro corto che le bruciava nei polmoni e un formicolio feroce che le partiva dal basso.

Dal piano di sotto arrivava il rumore ovattato di sua madre che rigovernava la cucina: il tintinnio dei piatti, lo scorrere dell'acqua nel lavello, lo spostarsi di una sedia sul pavimento. E, come se non bastasse, la porta era aperta.

Era un azzardo *folle*.

Voleva spingerlo via, voleva che si fermasse, ma ogni fibra del suo corpo implorava esattamente il contrario. Socchiuse le labbra, gli occhi lucidi e persi nei suoi, mentre un brivido violentissimo le percorreva la schiena, lasciandola completamente in balia del battito forsennato del suo stesso cuore.

***********************************

Pietro l'afferrò per i fianchi, facendola ruotare di scatto. Prima ancora che lei potesse realizzare, si ritrovò piegata in avanti, con il busto spinto contro la superficie della vecchia scrivania. Le sfuggì un gemito che istintivamente soffocò tra i denti per evitare che qualcuno la sentisse.

Lui le fu subito addosso, serrandola da dietro, impedendole ogni margine di movimento. Con una mano le tenne ferma la parte bassa della schiena mentre con l'altra le scostò i capelli di lato per liberarle completamente il collo.

Sotto di loro, distinto nel silenzio della stanza, arrivò il rumore di una posata caduta sul pavimento.

Pietro si chinò fino a toccarle la base del collo con le labbra. Il suo respiro, profondo e irregolare, le bruciò la pelle prima che la sua voce tornasse a farsi sentire in un sussurro rauco che non le lasciava scampo.

"Proprio qui..." sussurrò lasciando che le labbra le sfiorasse la pelle. "Te lo ricordi?".

Viola chiuse gli occhi di scatto mentre un'ondata di calore le travolgeva il ventre. Sentiva la presa salda di Pietro sulla schiena e il peso del suo corpo che la sovrastava, bloccandole ogni minima via di fuga.

Senza darle il tempo di riprendere fiato, Pietro scivolò con la mano destra lungo la sua schiena, fino a insinuarsi sotto il bordo del vestito, superando l'elastico del tanga con un gesto preciso e sfacciato.

Lei arcuò impercettibilmente la schiena, soffocando un gemito contro le proprie braccia piegate sul ripiano della scrivania.

Lui affondò la mano, cercando la pelle calda e umida, facendo scivolare un dito lungo le piccole labbra, affondando senza incontrare alcuna resistenza nella vagina bagnata e bollente.

Viola serrò le palpebre, stringendo i pugni sul bordo della scrivania fino a farsi male. Sentiva le dita di Pietro muoversi con padronanza spietata dentro di lei, e quel suono umido, inequivocabile, nel silenzio della cameretta le sembrò amplificato al punto da poter essere sentito fin giù in cucina.

Poi lui sfilò la mano e le portò le dita lucide e bagnate alla bocca, premendogliele contro le labbra socchiuse, forzandole a schiudersi. Incapace di sottrarsi, lei le accolse sulla lingua, assaporando il gusto deciso e inconfondibile della propria eccitazione.

Si sentiva incredibilmente esposta, eccitata, ridotta a una creatura senza difese, inchiodata alla volontà di Pietro. Lui era lì, dietro di lei, lucido, controllato, mentre lei era completamente disfatta, sciolta in un'estasi di umidità e vertigine, capace solo di soccombere.

*È pazzo* pensò con un brivido che le fece stringere le mani ancora più forte contro il legno.

Dentro la sua testa c'era un tumulto cieco, un cortocircuito di pensieri che contrastavano tra di loro. La cosa che più la sconvolgeva e che le bruciava dentro era che la paura di essere scoperta non la spingeva a divincolarsi.

Anzi.

Sentiva il peso del corpo di Pietro che la sovrastava, il suo profumo, il calore del suo respiro sul collo, il suo dominio assoluto e la certezza disperata di non volere, in quel momento, nient'altro al mondo se non sprofondare ancora di più in quella trappola.

*Siamo completamente pazzi*.

Il suono metallico della cerniera dei pantaloni che scendeva le arrivò rapido, spietato, dritto allo stomaco prima ancora che alle orecchie.

*Lo sta facendo davvero*.

Un pensiero di pura incredulità le attraversò la mente, una vertigine che per un secondo le fece quasi dubitare della realtà.

Era impossibile.

Erano nella sua vecchia cameretta, con la porta aperta che lasciava filtrare la luce delle scale e i rumori attutiti di sua madre al piano di sotto, eppure Pietro era lì, deciso, padrone assoluto del rischio.

Le afferrò con decisione il tanga e glielo spostò di lato con un gesto netto, lasciando la sua vulva completamente nuda e spalancata.

Viola sentì la pressione inconfondibile del pene contro l'entrata della vagina e ancora una volta faticò a credere che stesse succedendo per davvero.

Che *lei* glielo stesse lasciando fare per davvero.

La mano di Pietro le coprì improvvisamente la bocca. Le dita premettero con forza contro le sue labbra, soffocando sul nascere qualsiasi gemito.

Poi fu questione di un attimo. Nel secondo esatto in cui la mano le chiuse la bocca, il pene affondò.

Secco, profondo.

La penetrò con un'unica spinta che la inchiodò con forza contro la scrivania, strappandole un urlo soffocato contro la sua mano. Senza concederle il tempo di riprendere fiato, prese a muoversi con colpi secchi e veloci, possedendola senza pietà, in una vertigine di pura, cieca, sottomissione.

***********************************

Il tempo perse per Viola qualsiasi forma, scandito soltanto da Pietro che continuava a scoparla con una foga implacabile, senza concederle neanche un secondo per ritrovare l'equilibrio.

Con la mano le teneva ancora la bocca chiusa, soffocando sul nascere ogni sospiro, ogni lamento, ogni gemito di piacere, mentre lei veniva travolta da quel ritmo feroce che la privava dell'aria e della capacità di pensare.

Poi la spinta rallentò appena, Pietro si chinò ancora di più, con le labbra a un soffio dal suo orecchio, mentre la voce gli usciva roca, carica di un'autorità che non ammetteva repliche ma al tempo stesso con un sottofondo di incredibile dolcezza che la stordì.

"Voglio toccarti..." sussurrò allentando la presa delle dita sulla bocca. "Adesso tolgo la mano. Ce la fai a trattenere i gemiti?" aggiunse con una calma che le fece gelare il sangue e, allo stesso tempo, accendere un fuoco furioso sotto la pelle.

Il respiro le si bloccò a metà. Sapeva che non era una domanda, ma una sentenza. Una sfida sadica lanciata nel bel mezzo di quello che era già un azzardo assurdo.

Un secondo dopo riprese a penetrarla con un ritmo serrato. Viola strinse gli occhi e le labbra. Trattenersi le sembrava un'impresa impossibile, una richiesta destinata a fallire miseramente.

La mano destra di Pietro scivolò rapida verso il basso, mentre con la sinistra teneva la presa salda sul suo fianco. Quando le dita trovarono il clitoride e iniziarono a stimolarlo con una pressione precisa, raddoppiando di colpo l'intensità del piacere, lei sussultò contro la scrivania.

I denti le affondarono nel labbro inferiore per soffocare quella scossa improvvisa, violenta, che minacciava di farla esplodere in un urlo. Pietro continuava a spingere senza concederle tregua mentre le dita la toccavano, portandola dritta oltre il margine di qualsiasi controllo.

Il mondo fuori da quella stanza smise di esistere. Tutto si riduceva a quel piacere che minacciava di farla crollare del tutto.

La combinazione di quei colpi profondi con la pressione delle dita sul clitoride spezzò ogni argine. Il piacere salì come una marea, una pressione insopportabile che le si accumulò nel basso ventre fino a diventare un dolore delizioso, un conto alla rovescia impossibile da fermare.

Viola si irrigidì di scatto contro le proprie braccia. Un lampo bianco le squarciò la mente.

L’orgasmo la investì con la violenza di uno schiaffo. Un gemito disperato le risalì di colpo in gola, pronto a spezzare il silenzio. Per non cedere, mollò la presa delle mani sul bordo della scrivania e affondò il viso contro le proprie braccia incrociate sul ripiano, soffocando così le urla di piacere.

Il suo corpo prese a tremare spasmodicamente, in preda a un brivido feroce e incontrollabile che le scosse gambe e schiena.

Le pareti vaginali si contrassero con forza, convulsamente, stringendosi attorno al pene in una morsa bollente mentre lei colava a picco in quell'estasi soffocata.

Pietro sentì ogni singola contrazione del corpo di Viola e anziché rallentare, mantenne il suo ritmo serrato, profondo, tenendola bloccata mentre continuava a muoversi dentro di lei. Il brivido di quell'orgasmo, così intenso, si scaricò dritto su di lui, investendolo in pieno.

Per una frazione di secondo, il calcolo perfetto della sua lucidità vacillò. La stretta feroce della vagina che continuava a pulsare e a stringerlo fu un colpo devastante, un richiamo magnetico che minacciò di trascinarlo a fondo con lei.

*No*.

*No, cazzo!*.

*No no no no no*.

Si era ripromesso di non godere, con la freddezza di chi controlla ogni variabile. Non poteva farlo, non con i genitori di Viola al piano di sotto, non con il rischio concreto di sentire un passo sulle scale o di ritrovarsi a gestire un disastro da ripulire in fretta. Doveva restare lucido, padrone assoluto del confine tra loro e il mondo fuori.

Invece adesso sentiva il piacere risalire inarrestabile: il suo corpo stava cedendo, tradendo la mente e la ferrea disciplina che si era imposto, pronto a travolgerlo nell'abisso in cui Viola stava già sprofondando.

Lei percepì chiaramente quel cedimento improvviso. Sentì il suo corpo farsi rigido, la spinta farsi per un attimo incerta mentre lui lottava con ogni singola fibra del proprio corpo per frenare l'orgasmo che stava per travolgerlo.

Con uno sforzo disperato, Pietro serrò la mascella fino a far stridere i denti. Strinse i pugni contro il bordo della scrivania, bloccò il bacino e trattenne il respiro in gola, contraendo ogni singolo muscolo per respingere indietro l'onda che minacciava di trascinarlo via.

Riuscì a frenarsi appena in tempo.

Rimase immobile dentro di lei, con la fronte e la schiena madidi di sudore. Il respiro gli usciva in rantoli corti, irregolari, mentre combatteva per riprendere il possesso di un corpo che aveva appena rischiato di tradirlo.

Dal piano di sotto, come a ricordargli cinicamente la realtà, giunse di nuovo il rumore ovattato di stoviglie.

Sollevò lentamente il viso verso l'alto, i muscoli del collo tesi come corde di violino, e rimase a fissare il vuoto per qualche secondo, riprendendo il controllo un pezzo alla volta. Poi, con un movimento secco, uscì da lei, strappandole un gemito di smarrimento. Il calore che l'aveva riempita fino a un secondo prima svanì d'un tratto, lasciandola improvvisamente vuota, esposta, ancora scossa dagli ultimi spasmi di quell'orgasmo devastante.

Pietro sciolse la presa sui suoi fianchi per rimetterle a posto il tanga e il vestito. Viola rimase con il busto ancora premuto contro la scrivania, il cuore che batteva a cento all'ora e gli occhi socchiusi, godendosi quella cura silenziosa: colui che la distruggeva era lo stesso che, un attimo dopo, si premurava di rimetterla in sesto.

Mentre lei cercava disperatamente di riprendere fiato, lui sistemò il pene, ancora duro e pulsante, nei boxer e tirò su a fatica la zip dei pantaloni, avvertendo il fastidio di sentirsi improvvisamente scomodo e stretto, con quell'erezione che non voleva saperne di cedere e pretendeva l'orgasmo mancato.

L’aroma prepotente del caffè salì lento dalle scale, portandosi dietro il rumore inconfondibile della moka che aveva appena finito di gorgogliare in cucina.

Pietro circondò Viola con le braccia, tirandola su fino a farle appoggiare la schiena contro il proprio petto. Lei, con il corpo ancora intorpidito e molle per l'orgasmo, sospirò nel ritrovarsi avvolta in quell'abbraccio rassicurante e protettivo.

Rimase lì, immobile, incapace di reggersi da sola, con la testa abbandonata all'indietro contro di lui che la teneva stretta a sé per restituirle l'equilibrio che le aveva tolto.

"Mi sa che il caffè è pronto" le sussurrò all'orecchio, con quella sfumatura sorniona che lei conosceva bene.

***********************************

Scesero le scale come se nulla fosse successo: Pietro con lo scatolone pieno di libri tra le braccia e Viola che lo seguiva a mezzo passo di distanza, ancora con una sottile traccia di calore che le bruciava in mezzo alle cosce.

Tornarono in giardino, dove la temperatura era decisamente più fresca che in camera. La tavola era stata parzialmente sparecchiata, lasciando spazio al caffè e al dolce.

"Ah, eccovi!" esclamò Silvia accogliendoli con un sorriso e iniziando a versare il caffè nelle tazzine.

"Portiamo via parecchi libri ma ce ne sono ancora" disse Pietro con tono calmo e spigliato, posando lo scatolone ai piedi del tavolo prima di riprendere posto. "Li prenderemo la prossima volta".

Scambiò uno sguardo velocissimo con Viola mentre entrambi prendevano le rispettive tazzine.

"Bene! Così tornerete presto a trovarci!" disse Silvia prendendo la paletta da dolce. "Allora, per finire in bellezza ho preparato il dolce mattone. Oppure, se preferite, c’è del gelato alla crema."

"Mamma, pietà!" protestò subito Viola ridendo. "Stiamo scoppiando!"

"Tu parla per te!" ribatté la madre, servendo a Pietro una fetta generosa di dolce.

Lui sorrise, scuotendo leggermente la testa con finta disperazione.

"La metà di questo, per favore!" disse con tono divertito, respingendo educatamente il piattino. "E solo perché lo ha fatto la mia cuoca preferita...!".

Silvia ridacchiò, compiaciuta dal complimento, e gli servì una fetta più piccola.

"Grazie, Silvia, sono sicuro che è buonissimo...".

Eccolo lì: il ragazzo perfetto, gentile e impeccabile, che ringraziava sua madre con un sorriso disarmante.

Viola mandò giù un sorso di caffè, nascondendo un sorrisetto malizioso per quell'aria così educata e perbene che Pietro sfoggiava davanti ai suoi. Se lo avessero visto appena pochi minuti prima...

"Dai a me quella fetta grande!" s’intromise Luigi, allungando una mano verso la moglie.

"Ma neanche per sogno!" lo bloccò prontamente lei, sfilando via il piatto prima ancora che lui potesse sfiorarlo. "Ti concedo giusto un assaggio! Hai la glicemia troppo alta! Il dottore è stato chiaro! Anzi, ha pure detto che dovresti muoverti di più!"

"Gioco già a bocce il giovedi!" ribatté lui contrariato.

"Come se fosse un vero sport! Al circolo passate due ore a chiacchierare e a bere bianchini! Ha detto che devi iscriverti in palestra!".

Luigi sbuffò vistosamente, portandosi una mano al cuore con finta drammaticità e lanciando a Pietro un'occhiata d'intesa in cerca di solidarietà maschile.

"Vuoi venire in palestra con me?" gli chiese Pietro ridendo.

Lui piegò la testa di lato, squadrandolo con un'espressione improvvisamente sorniona e un po' sospettosa. "Ci sono delle belle ragazze?" chiese a bruciapelo, abbassando la voce come se stesse confidando un segreto.

"Luigi! Ma ti senti?!" lo riprese subito sua moglie scuotendo la testa tra l'esasperato e il rassegnato, mentre Viola fu costretta a soffocare una risata mentre finiva il caffè.

Alla fine anche Silvia cedette a una risata e la conversazione continuò su toni leggeri e rilassati.

Viola inspirò a fondo. Il giorno dopo sarebbe ricominciata la solita routine: la sveglia presto, la corsa al lavoro, il traffico, le scadenze, le faccende di casa, i completi di Pietro da ritirare in tintoria... La solita quotidianità che avrebbe spazzato via le vacanze.

Eppure...

*Eppure.*

Il suo sguardo scivolò di lato, incrociando per una frazione di secondo quello di Pietro.

Lui era lì, seduto con la schiena dritta e la tazzina tra le mani, impeccabile, l'immagine perfetta del ragazzo educato che chiacchierava amabilmente con i genitori della propria ragazza.

Ma in quegli occhi azzurro ghiaccio, sotto la patina di compostezza, c'era ancora un'intensità viva, infuocata. Un richiamo impercettibile che parlava di muscoli tesi, di respiri soffocati contro la pelle e del sapore denso di una passione che non si sarebbe di certo spenta con la fine delle vacanze.

La realtà avrebbe anche potuto investirli prepotentemente, domattina, ma sotto la superficie, Viola lo sapeva fin troppo bene, il loro gioco continuava.
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