La presa della bastiglia

di
genere
sentimentali

Domenica, 14 luglio 2013

Pietro si svegliò con la luce del mattino che filtrava dalle tapparelle. Aveva la sensazione di sentire Viola ancora addosso, ma il cuscino accanto al suo era vuoto: conservava soltanto l'impronta della sua testa e una scia impercettibile di vaniglia e talco, mentre il lenzuolo era aggrovigliato in fondo al letto.

Rimase immobile a fissare il soffitto, lasciando che le immagini della notte precedente gli riaffiorassero in testa con una nitidezza quasi violenta.

La luce fioca della lampada sul comodino.

Lo sguardo di Viola in ginocchio sul tappeto, in mezzo alle sue gambe: gli occhi verdi spalancati, lucidi e pieni di desiderio mentre lui le teneva ferma la testa e le scopava la bocca con un ritmo serrato, implacabile.

Il suono dei suoi respiri affannati, il modo in cui le sue cosce gli si erano strette attorno ai fianchi mentre la sbatteva con forza, girandola da una parte all'altra a suo piacimento.

Quel gemito rotto, sordo, quasi disperato, con cui si era lasciata andare tra le sue braccia mentre l'orgasmo la travolgeva.

Si tirò a sedere sul bordo del letto, stropicciandosi la faccia con entrambe le mani e passandosi le dita tra i capelli scompigliati, mentre una vistosa erezione faceva capolino, sfacciata e tesa, contro la stoffa dei boxer azzurri.

Sorrise tra sé e sé, ancora ubriaco di quella sensazione di dominio assoluto, e si alzò svogliatamente, trascinandosi a piedi scalzi verso la cucina, seguendo l'odore di caffè che già riempiva la casa.

***********************************

Viola era seduta su uno degli sgabelli della penisola, del tutto assorta. Indossava la t-shirt blu che lui portava la sera prima: le stava larghissima e le arrivava a mezza coscia, lasciando in mostra le gambe nude. I capelli, ancora in disordine dopo la notte trascorsa, le cadevano sciolti sulle spalle.

Teneva una tazzina di caffè tra le dita mentre gli occhi scorrevano rapidi sulle righe di un sottile plico di fogli stampati. Con la mano destra impugnava una matita, tracciando appunti veloci sui margini.

Nonostante le ore piccole e l'intensità di quella notte, il suo viso era disteso, radioso.

Pietro si fermò un secondo a osservarla dalla porta, con le braccia conserte e un sorriso sornione sulle labbra.

"Vedo che continui a rubarmi i vestiti..." mormorò con la voce ancora impastata dal sonno, facendo scorrere lo sguardo lungo le sue cosce. "Prima o poi dovrò iniziare a riscuoterne l'affitto."

"Oooh, buongiorno!" esclamò lei illuminandosi in un sorriso non appena lo vide. "Lo sai che mi piace avere il tuo odore addosso..."

"Buongiorno Rinaldi" rispose lui chinandosi per darle un bacio.

Andò verso il fornello, prese la moka e versò il caffè in una tazza grande, poi recuperò il latte dal frigo e andò a sedersi di fronte a lei.

"Credevo che avresti dormito fino a tardi" gli disse Viola sollevando lo sguardo dai fogli.

Lui la guardò, passandosi una mano sul collo leggermente indolenzito. "Sarei rimasto a letto volentieri..., se nel letto ci fossi stata tu" aggiunse con un sorrisetto malizioso, prima di fare un cenno con il capo verso i fogli sul piano. "Avevi promesso di non lavorare più di domenica".

Viola fece un'espressione dispiaciuta e mise da parte la matita. "Lo so, hai ragione..., ma devo assolutamente finire di revisionare questo articolo entro domani mattina. Non posso proprio rimandarlo".

Pietro si allungò per sbirciare il titolo in cima al documento. "*I retroscena della presa della Bastiglia*?!" chiese inarcando un sopracciglio, con tono visibilmente perplesso e quasi divertito. "Ma cosa ci sarà mai da dire sulla Bastiglia che non sia già stato scritto negli ultimi due secoli?".

Intanto allungò la mano verso il sacchetto dei biscotti, ne prese una manciata e iniziò a inzupparli nel caffellatte.

"E comunque avevi promesso, Vi" ribadì lasciandosi sfuggire un'occhiata corrucciata. "Il tuo capo ti sta tirando il collo con questi pezzi dell'ultimo minuto. È uno stronzo sfruttatore."

"Dai, Pietro..." lo pregò lei cercando di ammorbidirlo. "Ti ricordo che un mese fa mi ha concesso due settimane di ferie da un giorno all'altro senza fare mezza piega. In qualche modo devo pure sdebitarmi."

"Te le ha concesse perché ha visto che eri sull'orlo dell'esaurimento. E del licenziamento. Ed eri così stressata che appena ti sei fermata ti è venuta la tonsillite."

"Mi sembra che alla fine tu ne abbia goduto, di quella tonsillite...".

Pietro posò la tazza sul piano, lasciandosi scappare una risata bassa mentre nei suoi occhi si accendeva un lampo di aperta malizia.

"Ho solo colto l'occasione al volo" ribatté inclinando la testa, con un sorriso compiaciuto. "Si chiama *spirito d'iniziativa*".

Le lanciò un'occhiata carica di ricordi condivisi, prima di scuotere la testa con un sorriso.

"Comunque sì, ne ho goduto parecchio. Ma questo non toglie che il tuo capo rimane uno stronzo sfruttatore. E che oggi è *domenica*".

Viola gli sfiorò la mano appoggiata sulla penisola con la punta delle dita. "Mi sono alzata presto apposta, proprio per portarmi avanti con il lavoro e non rubare tempo a noi, oggi".

Pietro sbuffò, facendo di proposito un'espressione contrariata prima di inzuppare un altro biscotto. "Sì, ma io volevo svegliarmi con te accanto, e passare la mattina a letto con te, senza orari e senza impegni". Fece una pausa, guardandola di traverso con un sorriso sornione. "Non ci siamo, Rinaldi. Ti toccherà farti perdonare in qualche modo".

Viola piantò gli occhi nei suoi con una malizia che gli fece mancare il respiro per un secondo.

"D'accordo" disse raddrizzando la schiena e poggiando i gomiti sul tavolo. "Ti prometto che oggi trascorreremo *molto tempo* su quel letto...".

Lui la guardò dritta negli occhi, scandendo la domanda con voce ferma e calda: "E potrò farti tutto quello che voglio?".

Lei fece una breve risata divertita, scuotendo la testa con finta perplessità.

"Perché, di solito cos'è che fai?!" ribatté con un sorrisetto, facendo roteare la matita tra le dita.

Pietro ricambiò lo sguardo con un sorriso malizioso, ma prima che potesse ribattere, lei riprese la parola.

"Comunque va bene" continuò Viola, appoggiando il mento sulle mani e fissandolo negli occhi. "A patto che tu mi lasci lavorare in pace per le prossime due ore. Appena ho finito, il mio tempo sarà tutto tuo".

Lui accennò un sorriso sfrontato, mandando giù l'ultimo sorso di caffè. "Due ore, Rinaldi, non un minuto di più. O vengo a prenderti e sarà peggio per te".

Viola arrossì leggermente e annuì.

"Bene..." mormorò lui sporgendosi in avanti verso di lei. Senza staccare gli occhi dai suoi, le fece uno di quei sorrisi sfrontati capaci di scioglierle le ossa. "Penso sia arrivato il momento di dare una svolta al nostro gioco... Di superare definitivamente uno dei tuoi limiti, smettendola di girarci intorno e basta".

Il silenzio che seguì fu assoluto.

Viola lo fissò, limitandosi a spostare una ciocca di capelli dietro l'orecchio con un gesto lento. Le sue labbra si schiusero appena in un'espressione neutra, ma nei suoi occhi passò un lampo chiarissimo: curiosità, ansia, eccitazione, *paura*.

Sapeva benissimo a quale *limite* si stesse riferendo Pietro. I giochi delle ultime settimane - dita, sex toys e altre cose che la facevano arrossire al solo ripensarci - l'avevano già spinta oltre, facendole apprezzare anche le sensazioni più intense e borderline, ma l'idea della penetrazione vera e propria la terrorizzava. Sapeva che le avrebbe fatto male, che il dolore era una tappa obbligata di quel passaggio e, oltre ad avere paura di quello, anche l'impatto emotivo di una resa così totale le faceva tremare le gambe.

"Ok..." disse infine, abbassando lo sguardo sul pacco dei biscotti e prendendone distrattamente uno.

Pietro sorrise, con un'arroganza sottile e consapevole. "Hai molta paura?"

"Un po'..." ammise lei senza riuscire a ricambiare il sorriso, sentendo lo stomaco stringersi in una morsa.

"Puoi tirarti indietro quando vuoi, lo sai..." la rassicurò lui, allungando una mano per prendere la sua e sfiorarle il dorso con le labbra.

Viola mandò giù il groppo che le chiudeva la gola e scosse leggermente la testa.

"Non lo farò" promise tenendo lo sguardo fisso nel suo. "Anch'io voglio andare avanti nel nostro gioco."

Il tono era calmo, ma Pietro la conosceva troppo bene per non cogliere tutta la tensione emotiva ed erotica che vibrava sotto la superficie. Sentì una scossa risalirgli lungo la nuca e correre giù verso il pene.

"Perfetto..." mormorò, indugiando ancora un istante su di lei.

Poi si alzò dallo sgabello, annullò la distanza tra loro e si posizionò dietro le sue spalle. Si chinò su di lei, spostandole i capelli di lato e premendole le labbra contro il collo, facendole avvertire il suo fiato caldo sulla pelle.

Viola schiuse le labbra per far uscire un gemito spezzato, ma non emise alcun suono, e il suo sguardo rimase fisso verso la finestra.

"Due ore..." le sussurrò Pietro all'orecchio. "Ti aspetto a letto."

Un'ondata d'intenso calore le scivolò fluida tra le cosce, inumidendole all'istante le mutandine.

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Le due ore non erano ancora passate, ma Viola aveva finito di revisionare l'articolo in anticipo, spinta da un'inquietudine sottile e vibrante che le faceva tremare le mani.

Quando varcò la soglia della camera da letto, la stanza era immersa nella penombra creata dalle tapparelle abbassate. Pietro era lì, a torso nudo sul letto, con la schiena appoggiata alla testiera: la stava semplicemente aspettando e il suo sguardo caldo si posò su di lei nell'istante esatto in cui entrò.

Viola non fece in tempo a salire sul letto che lui si sporse in avanti: le afferrò i fianchi con un movimento deciso e la attirò a sé, facendola cadere con la schiena sul materasso. Il suo peso la travolse subito, caldo, solido, inevitabile.

Pietro adesso era sopra di lei, le ginocchia a serrarle i fianchi e le mani impazienti a risalire sotto l'orlo della t-shirt per cercare la pelle nuda, mentre la bocca le cercava già il collo, strappandole un gemito.

*Dio, non mi dà nemmeno il tempo di respirare.*

Il pensiero le balenò in testa, rapido e confuso, schiacciato dal calore improvviso che le si diffuse nel basso ventre.

Allungò le braccia, affondando le dita nei suoi capelli scompigliati, tirandolo più vicino mentre accoglieva la sua bocca in un bacio profondo, avido, che sapeva di caffè e di possesso.

Sentire il pene turgido premere contro la sua coscia, protetto solo dalla stoffa sottile dei boxer, le fece girare la testa. Un brivido le percorse la schiena, mescolato a quell'ansia sottile che le stringeva lo stomaco fin da quando era in cucina. Pietro oggi voleva spingersi oltre, pretendeva qualcosa che fino a quel momento era rimasto fuori dai loro confini, e lei sentiva il cuore batterle in gola come un tamburo impazzito.

Una parte di lei avrebbe voluto fermarlo; eppure l'altra parte di lei no, non voleva affatto. Il desiderio folle che aveva sempre di lui, il modo in cui il suo tocco le faceva bruciare la pelle, uniti alla totale fiducia che in lui riponeva, le prosciugavano ogni difesa.

Sotto la maglietta, le dita di Pietro salirono fino al seno, stringendolo con una forza che le fece sfuggire un gemito soffocato contro le sue labbra. Poi si chinò e prese un capezzolo tra i denti, affondando il morso senza troppa delicatezza.

Viola inarcò la schiena per l'intensità improvvisa di quel dolore misto a piacere; ma prima che le sfuggisse un verso acuto, Pietro le bloccò il viso con una mano e le sigillò le labbra con un bacio profondo, soffocando il grido direttamente nella sua gola e trasformandolo in un gemito vibrante e umido.

Poi le afferrò il bordo della t-shirt e gliela sfilò verso l'alto con un unico gesto, gettandola fuori dal letto.

Il contatto pelle contro pelle fu immediato, un'ondata di calore quasi rovente che le fece venire la pelle d'oca su tutto il corpo. Pietro la schiacciò di nuovo contro il materasso con una possessività spietata, come a voler azzerare ogni millimetro d'aria tra i loro corpi.

Viola sentì il pene duro, rigido e caldissimo premere con insistenza contro la sua vulva. La stoffa leggera della biancheria intima era l'unico, labile strato che li separava ancora.

I loro respiri si confusero, accelerati e corti, mentre le bocche si cercavano di nuovo in una serie di baci urgenti, affamati, umidi, spinti dall'adrenalina.

Un brivido violento, di eccitazione e paura, corse lungo tutta la colonna vertebrale di Viola al pensiero di ciò che stava per succedere. Dentro di lei regnava il caos totale: una carica di eccitazione pura, il terrore fisico del dolore e quel desiderio bruciante, quasi viscerale, di sottomettersi al volere di Pietro e di compiacerlo.

Le sue mutandine erano ormai completamente fradice.

Pietro, intanto, godeva apertamente di quel potere, dell'effetto devastante che aveva su di lei, del modo in cui Viola si scioglieva letteralmente sotto la sua bocca, sotto le sue mani, sotto il suo corpo. Sentiva il pene pulsare in modo quasi doloroso, teso al limite, mentre pregustava ogni singolo istante di ciò che stava per succedere.

"Dio, Vi, quanto ti voglio..." mormorò con la voce ridotta a un soffio.

La baciò di nuovo con passione, senza darle il tempo di riprendere fiato, mentre le sue mani le afferravano con forza il seno.

Viola si strinse ancora di più a lui. Inalò a fondo il suo odore — quel profumo familiare che conosceva a memoria — sentendosi al sicuro, protetta in quell'incastro perfetto, anche se ogni fibra del suo corpo era attraversata da un'eccitazione e da un'ansia quasi insopportabili.

Pietro scivolò lentamente verso il basso. Le mani agganciarono i bordi sottili delle sue mutandine e gliele sfilarono con un gesto calmo, quasi solenne, gettandole sul pavimento insieme alla maglietta. Poi si inginocchiò, posizionandosi ai piedi del letto tra le sue gambe aperte.

Con una delicatezza che contrastava con l'arroganza di poco prima, le prese un piede tra le mani. Lo sollevò appena e vi impresse un bacio lento, per poi passare all'altro, risalendo piano con le labbra lungo la caviglia.

Lei trattenne il fiato, percorsa da un tremito involontario che le fece contrarre i muscoli delle cosce. La bocca di Pietro continuò la sua risalita lenta sulla pelle nuda, tracciando una scia calda e umida lungo l'interno coscia.

In quel momento, l'aria della stanza sembrò farsi densa: Viola sentiva nitidamente l'odore caldo e umido della propria eccitazione mescolarsi a quello della pelle di Pietro, un mix inebriante che le fece girare la testa.

Quando arrivò finalmente alla vulva, Pietro usò le mani per aprirle con decisione le cosce, esponendola completamente al suo sguardo. Poi si chinò e affondò la lingua tra le sue labbra, iniziando a leccarla con pennellate lunghe, calde e sapienti.

Il piacere che le stava procurando sul clitoride e tra le piccole labbra era immenso, una vertigine che le faceva inarcare la schiena contro il materasso e gemere forte.

Poi la lingua scivolò più in basso e Viola si paralizzò per un istante.

Non era certo la prima volta che Pietro si spingeva lì. Lo aveva già fatto altre volte e Viola conosceva bene la sensazione di quella lingua calda che tracciava cerchi concentrici intorno all'ano, leccando la pelle sensibile per poi soffermarsi al centro e spingersi un po' all'interno. Ma *adesso*, in quel preciso istante, tutto le appariva in modo completamente diverso.

Ogni singola leccata non era più semplicemente un preliminare come un altro, magari un po’ più intenso: era una *promessa*.

Un brivido caldissimo e violento le attraversò la schiena, stringendole lo stomaco in una morsa. Sapeva che Pietro non si sarebbe fermato lì.

Sentire la punta della lingua spingere delicatamente le fece sfuggire un gemito strozzato, un suono acuto che le tremò in gola. Il confine tra l'eccitazione più sfrenata e la paura si azzerò del tutto. La consapevolezza che quel giorno non ci sarebbero state scuse né passi indietro le faceva girare la testa, mentre la vulva le bruciava d'attesa e resa totale.

*Lo sta facendo davvero. Fa sul serio*.

Pietro si staccò lentamente da lei e si allungò verso il comodino, prendendo il flacone del lubrificante e facendone scattare il tappo.

Quel *clic* isolato nel silenzio della stanza agì su Viola come una scossa elettrica. Ogni volta che lo sentiva, i suoi muscoli si contraevano istintivamente, ma stavolta quel suono aveva la risonanza di un conto alla rovescia.

Stavolta ogni gesto di Pietro assumeva un peso specifico *enorme*, diventando la preparazione inevitabile al superamento di quel limite che lei aveva sempre posto.

Un'ondata d'ansia e di calore le si aggrovigliò nello stomaco, facendole accelerare il respiro.

Pietro si riposizionò tra le sue gambe e versò una generosa quantità di gel sulle dita. Quando il polpastrello freddo toccò la pelle sensibile dell'ano, Viola sussultò e si contrasse istintivamente.

Sentendo quella contrazione improvvisa, Pietro si fermò un attimo, risalì di pochi centimetri con il busto e le poggiò un bacio lento, caldo e rassicurante sulla pancia, appena sopra l'ombelico, lasciandole il tempo di ritrovare il fiato.

"Rilassati, Vi..." le mormorò con la voce bassa e profonda contro la pelle, prima di tornare più in basso. "Andiamo piano".

Senza fretta, con il dito medio lubrificato, riprese a massaggiarla con movimenti circolari e ritmici, stendendo il gel con lentezza. Poi, con una pressione ferma e graduale, spinse la punta del dito verso l'interno.

Viola chiuse gli occhi e si morse il labbro inferiore, trattenendo il respiro mentre avvertiva la resistenza cedere e lo sfintere accogliere i primi centimetri. Era una sensazione che il suo corpo conosceva già e non era affatto sgradevole, ma ciò che quel gesto preannunciava le faceva tremare le ginocchia.

Pietro non forzò: attese che la contrazione iniziale si sciogliesse, poi iniziò ad affondare del tutto il dito e a ritirarlo, dando il via a un movimento lento e regolare d'entrata e uscita per allargare gradualmente il passaggio.

Il suono umido, denso e ritmico del lubrificante riempiva il silenzio della stanza, scandito soltanto dal respiro affannato di Viola che avvertiva ogni singolo millimetro di quella penetrazione.

Pietro mantenne quel ritmo per diversi minuti, finché non sentì la tensione di Viola cedere del tutto e i muscoli rilassarsi attorno al suo dito. Soltanto allora avvicinò la mano al flacone sul comodino per raccogliere un altro po' di gel con l'indice.

Sfilò il primo dito fin quasi del tutto, lasciando giusto la punta ad ancorare il passaggio, e accostò il secondo.

Quando Viola avvertì la pressione raddoppiata e la spinta congiunta delle due dita che cercavano d'affondare insieme, un sobbalzo involontario le percorse le cosce. Un lungo gemito tremante le sfuggì dalle labbra e trattenne il respiro.

"Respira..." le sussurrò Pietro con tono calmo, dolce, mentre manteneva una pressione costante ma delicata. "Respira..."

Viola obbedì d'istinto. Inspirò a fondo e mentre espirava sentì le due dita farsi strada. La sensazione di pienezza aumentò di colpo: non era più solo un contatto, era un'invasione sorda e marcata che le fece tirare i muscoli dell'addome e affondare i talloni nel materasso.

Pietro affondò fino alle nocche, poi iniziò ad aprire leggermente le dita a forbice con un movimento lento e circolare, stendendo le pareti dall'interno.

Un gemito soffocato sfuggì subito dalle labbra di Viola, trasformandosi in un lamento acuto quando avvertì quella dilatazione così invasiva. Sbarrò gli occhi per l'intensità della sensazione e inarcò appena la schiena staccandosi dal materasso, mentre le mani cercavano le lenzuola per aggrapparsi.

"Mmmh... Pietro..." mugolò col fiato spezzato, travolta da una sensazione che non era più solo di fastidio ma rasentava il limite del dolore.

Lui rallentò immediatamente il movimento a forbice senza però sfilare le dita, mantenendo lo spazio conquistato. Si chinò su di lei fino a posare la fronte contro la sua, per rassicurarla.

"Lo so, Vi, lo so... Resisti un po', lo faccio per te..." le sussurrò con voce bassa e caldissima, aspettando pazientemente che il lamento di Viola sfumasse in un respiro più regolare e che i muscoli si abituassero a quella nuova ampiezza.

Solo quando sentì la tensione attorno alle dita sciogliersi di nuovo, riprese a muoverle piano dentro di lei. Continuò con calma, dando al corpo di Viola il tempo di assecondare quel ritmo, finché la resistenza iniziale non lasciò il posto a piccoli respiri più profondi e al calore dei muscoli che cedevano del tutto alla pressione.

Lentamente, Pietro sfilò le dita.

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La sensazione improvvisa di vuoto lasciò Viola quasi disorientata, con lo sfintere ancora pulsante e dilatato. Prima che potesse anche solo metabolizzare quella sensazione, Pietro le afferrò un fianco con una mano salda e la fece girare a pancia in giù sul materasso.

Lei non oppose la minima resistenza; sentire la stoffa fresca del lenzuolo contro i capezzoli tesi le diede un brivido immediato, mentre la mancanza di controllo le fece balzare i battiti del cuore dritti in gola.

Fermarlo non era un'opzione. C'era una parte di lei, intima e quasi spaventosa, che desiderava *esattamente* quell'atto di forza gentile, quel modo in cui lui aveva il controllo sul suo corpo.

Pietro fece passare un braccio sotto la sua pancia, sollevandole leggermente i fianchi, e con l'altra mano fece scivolare un cuscino proprio sotto il suo basso ventre. La guardò, abbandonata a lui in una resa implicita, con il viso mezzo affondato sul cuscino e i lunghi capelli biondi sparsi in disordine sulla schiena.

*È totalmente mia*.

Il pensiero gli attraversò la mente con una forza quasi dolorosa. Vederla così vulnerabile, eppure così disposta ad affidarsi a lui, gli fece accelerare il battito, accendendo una possessione feroce ma lucida. Si posizionò a cavalcioni sulle sue cosce e poi si chinò su di lei per lasciarle un bacio caldo sulla spalla tesa.

"Stai tranquilla, amore..." mormorò contro la sua pelle, con la voce bassa e profonda, mentre le scostava i capelli per liberarle il collo. "Giuro che faccio piano...".

Viola chiuse gli occhi, affondando ancora di più il viso nel cuscino. Il peso di Pietro sul suo corpo la teneva bloccata, piacevolmente prigioniera, mentre il respiro caldissimo di lui sulla pelle nuda la faceva tremare.

Poi sentì il suono denso e viscido del lubrificante che veniva steso con cura lungo tutto il pene, e quel rumore inequivocabile per un attimo le fece trattenere il respiro.

*Adesso succede davvero*.

Un brivido freddo le corse lungo la schiena, mescolandosi al calore bruciante che le pulsava tra le gambe. Non c'era più spazio per i dubbi: il suo corpo era pronto, spalancato e del tutto esposto. Avvertì la contrazione istintiva dei muscoli e cercò di respirare a fondo per scioglierli.

Scivolando verso di lei con il bacino, Pietro guidò con la mano il pene cosparso di gel, facendo premere la cappella calda e tesa direttamente contro l'ano.

Viola si aggrappò al cuscino, stringendolo tra le mani. La consistenza imponente del pene, e la pressione reale di Pietro contro di lei, non aveva nulla a che vedere con tutto ciò che aveva sperimentato fino a quel momento.

"Respira, amore..." le sussurrò lui all'orecchio, cercando la sua mano e stringendola.

Spinse la cappella appena pochi millimetri più a fondo, fermandosi subito per dare tempo a Viola di riprendere fiato.

"Pietro..." sussurrò lei con un filo di voce tremante, stringendogli la mano con una forza disperata. "Ho... ho paura che faccia troppo male..." aggiunse con la voce che si spezzava.

Un sorriso impercettibile, intriso di una nostalgia violenta, comparve sulle labbra di Pietro, addolcendogli i lineamenti del viso.

"Guardami..." disse accarezzandole la guancia col dorso della mano.

Viola girò appena la testa per incontrare i suoi occhi.

"Te lo ricordi dieci anni fa?" le chiese con la voce ridotta a un soffio, piegandosi fino a sfiorarle le labbra con le sue. "Tu ed io, e la stessa identica paura. Mi hai detto esattamente le stesse parole".

Viola sorrise e socchiuse gli occhi nel ricordo di quel letto stretto nella stanza di Pietro allo studentato universitario. Sentì di nuovo l'odore del profumo che lui usava allora, mescolato a quello del bucato abbandonato sullo stendino. Dalle persiane abbassate filtrava solo una lama di luce caldissima, carica di pulviscolo che danzava nel silenzio, interrotto ogni tanto dal cigolare metallico della rete del letto.

Si rivide diciottenne, impaziente e terrorizzata all'idea di fare l'amore per la prima volta. Ricordava la pelle d'oca sulle braccia per via dell'aria condizionata al massimo, il contatto rigido del cuscino di piume consumato, e quel timore infantile di non essere all'altezza, di deluderlo. Ma, sopra ogni cosa, ricordava la voce di Pietro — rotta dall'emozione ma incredibilmente ferma — e il calore delle sue dita che le asciugavano dal viso una lacrima di tensione. Ricordava il modo in cui lui aveva accolto la sua insicurezza con la medesima, tenera, pazienza di adesso, trasformando la sua paura in una resa dolcissima.

"Certo che mi ricordo..." mormorò Viola con un sorriso che le affiorò sulle labbra, cercando il suo sguardo.

"E cosa ti ho detto io quella volta?" le chiese piano, spostandole i capelli dal viso.

"Di fidarmi di te..." rispose lei con un filo di voce.

"E tu l'hai fatto..." sussurrò Pietro guardandola negli occhi con un'intensità da toglierle il fiato. "Fidati di me anche adesso". E la sicurezza fermissima di quelle parole agì come un anestetico immediato sulla mente di Viola.

Chiuse gli occhi e iniziò a respirare profondamente, aggrappandosi a quel filo invisibile lungo dieci anni che la legava a lui.

E in quello stesso istante, cogliendo l'attimo perfetto in cui i muscoli di lei si rilassarono, Pietro spinse.

La punta calda e imponente del suo pene superò il primo tratto dello sfintere. Viola spalancò gli occhi in un respiro spezzato per l'impatto di quei primi centimetri: una pressione sorda, piena, bruciante e incredibilmente pervasiva che le fece contrarre d'istinto i glutei.

Pietro serrò la mascella. Un calore soffocante lo avvolgeva in una morsa incredibilmente stretta, inviandogli scariche elettriche lungo ogni linea nervosa. Un impulso primordiale gli urlava di affondare, di cedere, di penetrare con una sola spinta decisa.

*Resisti* disse a se stesso, chiudendo per un secondo gli occhi mentre respirava profondamente. *Sta tremando. Le hai detto di fidarsi di te. Non rovinare tutto adesso*.

Vederla lì, indifesa, con la mano avvinghiata alla sua, gli scatenava un corto circuito devastante tra il desiderio di possederla e l'istinto di proteggerla. Era la sua Vi. La stessa ragazza che dieci anni prima gli aveva affidato il suo corpo per la prima volta e che adesso, a distanza di anni, continuava ad abbandonarsi a lui, fidandosi ciecamente.

Quel pensiero gli diede la forza di dominare il proprio corpo. Lottando contro il proprio battito cardiaco che gli rimbombava nelle tempie, mantenne il bacino immobile, godendosi solo l'incredibile sensazione di pienezza e la percezione sorda di essere finalmente dentro di lei.

"Pietro…, fai piano..." sussurrò Viola con un filo di voce tremante, girando appena la testa per cercarlo con lo sguardo mentre le labbra le tremavano ancora per l'impatto.

"Stai tranquilla amore, aspetto..." disse lui senza avanzare oltre, restando fermo lì e accarezzandole la schiena, sforzandosi di contenere il proprio desiderio per non travolgerla.

Rimase immobile per qualche secondo, lasciando che il corpo di Viola metabolizzasse la presenza estranea, mentre le sue dita le accarezzavano il fianco per scioglierle la contrazione dei glutei.

Quando sentì che il tremito sulle cosce di lei iniziava ad attenuarsi e il respiro si faceva meno spezzato, mosse leggermente il bacino. Non una spinta vera e propria, solo una pressione lenta, costante, millimetro dopo millimetro.

"Mmmh..." mugolò lei, la voce soffocata nel cuscino, mentre la sensazione di pienezza aumentava di colpo, trasformandosi in un bruciore denso e profondo.

"Shhh..., lo so amore... Adesso passa..." mormorò lui contro la sua nuca, affondando le labbra tra i suoi capelli. "Respira... Lasciami entrare un altro po'".

Pietro avanzò ancora. La resistenza che incontrava era pazzesca, una strettoia calda che gli faceva salire il sangue alla testa, ma mantenne la spinta dosata con una precisione millimetrica. Ogni volta che sentiva Viola irrigidirsi, si bloccava subito, dandole il tempo di abituarsi alla nuova misura prima di guadagnare il centimetro successivo.

"Sei strettissima, Vi... Rilassati..., non contrarre" le sussurrò con la voce ridotta a un soffio rauco, vibrante di sforzo. "Bravissima..., così amore. Lasciami passare".

Ad ogni respiro di Viola, Pietro guadagnava spazio.

La pressione si fece via via meno pungente, sfumando in un calore profondo e pervasivo che le risaliva lungo tutto il basso ventre. La mente di Viola, sopraffatta dall'assoluta vicinanza di Pietro e dalla sua voce costante, smise di combattere.

Con un'ultima spinta, profonda e misurata, Pietro affondò fino alla base.

La sensazione di invasione fu totale. Viola lasciò scappare un lungo gemito sordo, un suono a metà tra la resa e un brivido improvviso di piacere sconosciuto.

Pietro si immobilizzò di nuovo, la mascella contratta per l'estasi di trovarsi completamente dentro di lei.

"Sei mia..." sussurrò contro la sua pelle, il respiro caldissimo e spezzato. "Tutta mia, Vi."

"Pietro..." sussurrò lei con il fiato corto, e in quella sola parola c'era tutto: c'era la ragazzina di dieci anni prima, c'era la donna di oggi, c'era la gratitudine di essere stata guidata esattamente fin lì, oltre uno dei suoi limiti.

Strinse la sua mano con le dita, non più per l'ansia, ma per il bisogno fisico di rimanere ancorata a lui in mezzo a quel calore sconosciuto che iniziava a propagarsi lento dal basso ventre. Il suo corpo si stava modellando attorno a lui, morbido, aperto, pronto.

Un sospiro spezzato le scivolò tra le labbra, seguito da una risata soffocata, impercettibile, che vibrò contro il cuscino per il sollievo di essere andata oltre la paura.

Sentire le sue tensioni sciogliersi e avvertire i suoi muscoli accoglierlo del tutto in quel calore denso, fu per Pietro un'estasi quasi dolorosa.

Rimase fermo per qualche secondo, godendosi quella sensazione, poi, lentamente, iniziò a muoversi.

Fece scivolare il bacino all'indietro, sfilandosi di appena due o tre centimetri, strappando a Viola un piccolo gemito di dolore acuto.

"Shhh..., va tutto bene, amore" le mormorò lui, con la voce ridotta a una vibrazione calda mentre riaffondava con una spinta lenta, calcolata. "Sentimi...".

Pietro si chinò di più su di lei, trovando il ritmo giusto: lungo, profondo, lentissimo. Ogni volta che usciva di poco, si prendeva il tempo di baciarle la nuca, la spalla, il profilo della mascella, per poi spingere di nuovo fino in fondo con una dolcezza implacabile.

Nonostante le sue attenzioni e la lentezza del movimento, però, a ogni spinta profonda Viola sentiva un fastidio sordo e un pizzico bruciante riaffiorare. Non era più il panico di prima, ma una tensione sottile e viva che la faceva soffiare tra i denti ogni volta che lui la riempiva di nuovo.

"Ti faccio male?" le domandò lui senza fermare del tutto il movimento ma rallentandolo fino a renderlo un'onda quasi impercettibile.

Viola annuì con la testa affondata di lato nel cuscino, emettendo un piccolo sospiro tremante. "Un po'... È... è strano..."

"Vedrai che adesso ti abitui..." mormorò lui contro il suo collo. "Respira...".

Pietro continuò a muoversi con una regolarità lenta, quasi ipnotica, e Viola ad un tratto realizzò che il dolore non era più una barriera: a ogni spinta profonda, quel dolore sordo sul fondo si scioglieva in un calore denso, liquido, che le faceva formicolare la pelle e le toglieva il respiro.

Smise di resistere.

Smise di pensare.

Smise di combattere quella sensazione.

L'accolse, lasciando che la pienezza prendesse il sopravvento sul dolore e, assecondando il ritmo di Pietro, mosse leggermente all'indietro il bacino, premendosi contro di lui.

A quel piccolo movimento di risposta, Pietro sentì il cuore fermarsi per un istante prima di riprendere a battere con una violenza cieca. Ora non era più soltanto lui a guidare, a misurare la spinta, a trattenere la forza per non farle male: era Viola che cercava la sua presenza, che gli chiedeva di restare *lì*.

Sentire la pressione del corpo di lei che si spingeva incontro al suo senza più ombra di difesa, gli diede una scossa vertiginosa di puro desiderio che gli tolse l'aria dai polmoni.

La presa sui suoi fianchi si fece d'un tratto più salda, le dita affondarono morbide sulla pelle per ancorarla a sé. Chinò la testa fino a schiacciare la fronte tra i suoi capelli, respirando il suo profumo per non perdere il controllo.

"Vi..." mormorò con la voce ridotta a una vibrazione rauca, spezzata dall'intensità di quel contatto, mentre il suo ritmo perdeva la lentezza cauta di prima e si faceva più pieno, profondo, cadenzato.

Viola affondò le dita tra le lenzuola, ma questa volta non per la tensione. Arcuò leggermente la schiena, offrendosi ancora di più al suo movimento, travolta da una sensazione del tutto nuova, quasi ipnotica, che la faceva respirare a bocca aperta.

"Così, amore..." sussurrò Pietro con il fiato sempre più corto.

Senza la barriera della paura, quella presenza così profonda si trasformò in una pressione intensa, pervasiva, che andò a stimolare punti interni che Viola non sapeva nemmeno di avere.

I loro respiri s'incrociarono in un ritmo unico, mentre il dolore sfumava lentamente in un calore denso, pesante e bellissimo che le avvolgeva tutta la schiena, irradiandosi dritto verso le cosce e il basso ventre.

"Pietro..." gemette sollevando la testa, cercando un contatto.

Lui si chinò subito su di lei, trovando le sue labbra per un bacio profondo, umido, mischiando i loro respiri affannati mentre continuava ad accompagnarla con quel ritmo lento e costante.

Viola iniziò a muovere il bacino in sincrono con lui, assecondando ogni spinta, cercandola, mentre la mano di Pietro scivolava lenta sotto la sua pancia, facendosi strada tra il lenzuolo e la sua pelle accaldata per raggiungere il punto esatto dove il piacere sarebbe diventato definitivo.

Quando le dita le sfiorarono il clitoride, già sensibilissimo, a lei mancò il respiro.

"Lasciati andare, Vi..." le mormorò lui nell'orecchio, piegato dallo sforzo di trattenersi ancora mentre sentiva il corpo di lei cedere del tutto.

Aumentò appena il ritmo, mantenendo un contatto leggero e continuo sul clitoride. A ogni spinta Viola sussultava; le dita affondate tra le lenzuola, la testa abbandonata di lato sul cuscino e la bocca aperta in un gemito sommesso che non riusciva più a diventare parola.

Pietro le sfiorò la guancia per farla voltare di nuovo verso di sé, incrociando i suoi occhi velati, sconvolti dal piacere.

"Mi fai impazzire, amore..." le disse col fiato spezzato contro le sue labbra.

Il limite tra il dolore sordo e l'estasi pura era del tutto scomparso. Viola sentì un'ondata calda risalirle dai piedi fino alla testa, un senso di vertigine assoluta dove l'unica cosa reale rimasta era la presenza di Pietro contro di lei, la sua voce, e quella pressione implacabile che la stava portando dritta al punto di non ritorno.

"Pietro…, oddio...".

La voce le si spezzò.

L'orgasmo la travolse con violenza.

La tensione accumulata esplose in una scossa che le congelò il respiro in gola, con una serie di pulsazioni profonde, viscerali, che le fecero vibrare ogni singola fibra del corpo. La schiena si inarcò contro il cuscino e i muscoli del bacino si serrarono d'istinto in una contrazione fortissima che avvolse Pietro in una morsa bollente.

"Cazzo, Vi..." sospirò lui contro la sua nuca con la voce rotta, affondando il viso tra i suoi capelli mentre perdeva del tutto il ritmo, sopraffatto da quella stretta.

L'orgasmo di Viola spezzò l'ultimo argine del suo controllo. Con un paio di spinte brevi, cieche e profonde, Pietro affondò fino in fondo, trattenendo il fiato mentre il suo stesso piacere esplodeva con un brivido lungo che gli fece serrare le spalle e la mascella, prima di crollare piano sopra di lei, immobile, abbandonato.

***********************************

Per lunghi secondi rimasero entrambi immobili e l'unico suono nella stanza fu il loro respiro spezzato che si fondeva insieme.

Poi Pietro affondò il viso tra i capelli di Viola, posandole baci caldi, devoti, lungo tutta la linea del collo, mentre le sue mani scivolavano lentamente a cingerle la vita, tenendola stretta a sé, come a volerla proteggere dall'intensità di ciò che era appena accaduto.

Viola si lasciò andare a un lungo sospiro di puro abbandono, chiudendo gli occhi con un sorriso stanco e immensamente appagato, ancora scossa da piccoli brividi residui.

Solo quando sentì i tremiti del corpo di Viola estinguersi del tutto, Pietro si sfilò con una delicatezza infinita. Lei si lasciò scappare un piccolo gemito, ma lui la fece girare con dolcezza verso di sé.

"Stai bene?" mormorò scostandole i capelli umidi dalla fronte, riempiendole il viso di baci leggeri - sulle palpebre, sugli zigomi, sull'angolo della bocca -.

Viola aprì gli occhi. Aveva lo sguardo stanco, velato, ma con una luce di serena e appagata complicità.

"Sì..." sussurrò intrecciando le dita a quelle di lui sopra la propria pancia. Poi si sollevò un po', per guardarlo con gli occhi che brillavano di un'ironia pungente. "Comunque, caro il mio *comandante*..." continuò con un sorriso divertito. "Ci hai messo ben dieci anni per prendere la Bastiglia...! Un po' troppo, non ti pare?".

Pietro scoppiò in una risata aperta, profonda, che gli fece vibrare la cassa toracica contro la sua guancia.

"Dieci anni di assedio, Rinaldi…!" sussurrò contro le sue labbra. "Era una fortezza ostinata. Ho dovuto studiare la strategia migliore per farla cadere."

"La fortezza non è caduta, si è *arresa*" lo corresse lei a mezza voce, chiudendo gli occhi e accoccolandosi contro di lui. "È diverso."

"Ammetterai però che sono stato impeccabile nel farla arrendere..." disse lui facendole scorrere lentamente una mano lungo la schiena.

"Ecco!" esclamò lei dandogli un colpetto leggero sul petto. "Il solito presuntuoso!".

Pietro ridacchiò. Viola rimase in silenzio per qualche secondo, appoggiando la testa sul suo petto e ascoltando il battito del suo cuore che stava tornando regolare.

"Comunque sì, lo sei stato" disse a bassa voce, tracciando un cerchio invisibile sulla sua pelle. "Pensavo che...".

Si fermò un istante, cercando le parole giuste per spiegarsi.

"Cosa?" intervenne lui, inarcando un sopracciglio. "Che avrei usato la forza?"

"Mh... sì, qualcosa del genere. Stamattina in cucina avevi detto che il nostro *gioco* doveva avere una svolta..."; gli fece scorrere un dito sul petto, seguendo la linea dei muscoli. "E invece non eravamo dentro al gioco, non mi sono sentita dominata. Sei stato solo dolce. E molto paziente".

Pietro sorrise, un sorriso caldo, privo di qualsiasi filtro. Le prese la mano con cui gli stava accarezzando il petto e ne baciò le nocche, una ad una.

"Non potevo permettermi di giocare, stavolta" rispose a voce bassa, guardandola dritta negli occhi. "Sapevo che per farti superare la paura, dovevo farti sentire al sicuro".

Fece una breve pausa e nei suoi occhi affiorò quella scintilla provocatoria che Viola conosceva fin troppo bene. Un sorriso sfacciato gli piegò l'angolo delle labbra.

"Questo però valeva per *oggi*" aggiunse pizzicandole appena il sedere. "Da adesso in poi, questo territorio fa parte del gioco a tutti gli effetti e…, credimi, Rinaldi…, la prossima volta sarà *molto* diverso".

Viola arrossì fino alle orecchie, lasciando scappare una risata soffocata e nascondendo la faccia contro il suo collo.

"Sei un bastardo..." mormorò tra i denti, mentre un brivido del tutto nuovo e anticipatorio le scivolava lungo la schiena.

Pietro scoppiò a ridere, stringendola a sé.
scritto il
2026-09-06
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