Il gioco continua...
scritto il 2026-10-23 tempo di lettura 29 min
di
Viola Rinaldi
genere
sentimentali
cura
A+
Lunedì, 26 agosto 2013
Viola si passò una mano tra i capelli spettinati e si appoggiò con i gomiti al ripiano della penisola, stringendo tra le dita la tazzina di caffè.
Rimase in silenzio, con gli occhi ancora mezzi chiusi dal sonno, ad osservare Pietro che si muoveva per la cucina, profumato di doccia, con i capelli ancora leggermente umidi.
Come ogni volta, avvertì quel misto di stupore e sottile invidia nel vederlo così scattante, perfettamente attivo e lucido già appena sveglio. Lei, al contrario, si sentiva pesante, con la mente ancora ovattata e il corpo fiacco, incapace di carburare rapidamente. La settimana di vacanze appena trascorsa sembrava averla lasciata senza energie.
"Bisogna assolutamente fare la spesa" constatò Pietro, tirando fuori dal frigo un barattolo di marmellata di albicocche pieno a metà e aprendolo per controllare che nel frattempo non avesse fatto la muffa. Poi frugò nel freezer fino a trovare del pane già tagliato a fette.
"Mi fermo io più tardi, rientrando dal lavoro" rispose Viola prima di bere un sorso di caffè. "Tanto oggi dovrei finire presto. Massimo alle quattro dovrei essere fuori".
Pietro poggiò cinque fette di pane sulla piastra elettrica e poi si voltò verso di lei, guardandola con un sorrisetto divertito.
"*Dovresti*" sottolineò, ponendo un'enfasi ironica sulla parola. "Conoscendo il tuo capo, *entro le quattro* rischia di diventare facilmente *entro le sette*."
"Grazie sempre per il tuo ottimismo!" sbuffò lei.
"È *realismo*" ribatté lui. Si avvicinò alla penisola, si chinò leggermente su di lei e le diede un bacio morbido sulle labbra. "Comunque, facciamo la lista" disse prendendo in mano il cellulare e aprendo le note.
"Non mi serve la lista” rispose Viola alzando gli occhi al cielo. “So quello che manca. Praticamente tutto."
"Rinaldi, per favore! L'ultima volta che sei andata senza lista sei tornata a casa con due pacchi di biscotti al cioccolato, tre tipi di yogurt e una nuova maschera per capelli *da provare assolutamente*, dimenticandoti l'olio e il sale!"
"Non è vero!" protestò lei arrossendo leggermente, ma sapendo benissimo che aveva ragione.
"Comincia a scrivere, su" disse passando a lei il telefono e andando a girare il pane prima che si abbrustolisse troppo. "Caffè, latte, marmellata, zucchero, biscotti, mandorle...".
Pietro iniziò a dettarle l'elenco di cose da comprare nell'esatto ordine di corsia del supermercato, mentre lei, rassegnata, digitava rapidamente sulla tastiera del cellulare.
Quando il pane fu ben tostato, lui spense la piastra, sistemò due fette su un piattino e lo mise davanti a Viola insieme al barattolo di marmellata, per poi sedersi sullo sgabello di fronte a lei con le restanti tre fette per sé.
"Grazie, ma non ho fame..." disse lei guardando il pane fumante con una smorfia. "Ieri sera dai miei ho mangiato davvero troppo".
Pietro scosse la testa, guardandola con disapprovazione. "Se salti la colazione, tra un'ora avrai i crampi dalla fame."
"In quel caso prenderò qualcosa alla macchinetta."
"Alla macchinetta ci sono solo schifezze" ribatté lui prendendo il pane che le aveva messo davanti e iniziando a spalmarci sopra la marmellata. "Mangia" le ordinò prima di iniziare a spalmare la marmellata per sé.
Viola sospirò e fece una finta smorfia di insofferenza, ma non oppose ulteriore resistenza. C’era qualcosa di rassicurante in quel modo che Pietro aveva di prendersi cura di lei, mascherato da un ordine perentorio a cui era praticamente impossibile disubbidire.
Afferrò una fetta di pane ancora caldo e ne addentò un angolo: croccante e dolce al punto giusto.
"Stai sconfinando" mormorò dopo aver deglutito, fissandolo con aria spavalda. "Di questo passo dovrò iniziare a chiamarti *Padrone*".
Pietro ridacchiò. "Potrebbe non essere così male..." le rispose con tono calmo, ironico e divertito, senza staccare gli occhi dai suoi.
"Scordatelo proprio!" esclamò lei di rimando, scuotendo la testa.
Pietro rise, godendosi la fiera opposizione di Viola, prima di addentare a sua volta il pane.
"Dopo l'ufficio mi fermo in palestra" le disse bevendo un sorso di caffè. "Rientrerò verso le sette e mezza."
"Immaginavo". Viola lo guardò da sopra il bordo della tazzina, lasciando che un sorrisetto malizioso le piegasse le labbra. "Salutami le *belle ragazze*!" esclamò poggiando il mento sul palmo della mano.
Pietro sostenne il suo sguardo e poi allungò il braccio verso di lei attraverso la penisola, ripulendole col pollice una traccia di marmellata sul labbro inferiore. Il contatto fu breve ma portò con sé una scarica elettrica istantanea.
"Quelle al massimo le guardo..." mormorò con la voce improvvisamente più calda e bassa. "... ma ho decisamente di meglio tra le mani. E a mia completa disposizione, tra l'altro".
Viola avvertì un brivido correrle lungo la schiena, seguito da un'ondata di calore improvviso che le tinse le guance. Lo fissò negli occhi, incapace di distogliere lo sguardo, mentre cercava di nascondersi dietro una maschera di indifferenza.
Lui sorrise appena, pienamente consapevole dell'effetto che le faceva, prima di ritirare la mano e finire di bere il caffè.
***********************************
"Posso lavarmi i denti?" domandò Viola affacciandosi alla porta del bagno socchiusa.
Pietro, che stava raddrizzando il nodo della cravatta davanti allo specchio del lavandino, si voltò un attimo a guardarla. "Sì, io ho finito" le rispose dandosi un'ultima sistemata ai capelli con le dita.
Lei si arrestò un attimo sulla soglia per ammirarlo. Vederlo in giacca e cravatta le faceva sempre un certo effetto.
La prima volta che l'aveva visto vestito così era stato il giorno che si era laureato. Usciti dall'università, dopo la proclamazione, erano stati travolti dall'urgenza di saltarsi addosso ed erano finiti a fare l'amore nei sedili posteriori dell'auto di Pietro, arrivando in ritardo al ristorante dove gli altri li stavano aspettando per il pranzo.
Ormai erano anni che quello era il suo abbigliamento da lavoro, era un'immagine familiare e avrebbe dovuto esserci abituata, ma vederlo lì così, bello, elegante e impeccabile, le provocò una stretta improvvisa allo stomaco.
*Non mi abituerò mai a lui. Non ci si può abituare a Pietro Neri*.
Lui notò *quello* sguardo e piegò leggermente la testa di lato, accennando un sorriso. "Che c'è?".
Viola non rispose. Si avvicinò e gli posò una mano sul petto, facendola risalire lungo il bavero della camicia prima di annullare la distanza tra i loro volti. Il bacio nacque lento, dolce, ma la pressione delle sue labbra tradì subito una nota di desiderio improvviso e deciso. Pietro ricambiò d'istinto, facendole scivolare un braccio attorno alla vita per tirarla a sé.
Viola avvertì chiaramente la sua erezione contro il proprio bacino e un brivido leggero le scese lungo la schiena. Senza interrompere il bacio, fece scivolare la mano verso il basso, cingendo il pene con le dita attraverso la stoffa dei pantaloni.
Pietro interruppe il bacio di colpo, con un gemito di sorpresa, mentre lei gli slacciava la cintura e gli tirava giù la zip dei pantaloni, guardandolo negli occhi. La determinazione nei suoi gesti era così spavalda da cogliere persino lui alla sprovvista.
Un attimo dopo, Viola si abbassò lentamente, inginocchiandosi sul tappetino, davanti a lui, sentendo il cuore accelerare.
Prima che potesse fare qualsiasi altra cosa, la mano di Pietro la fermò, afferrandole il mento con una presa salda e costringendola a sollevare il viso verso di lui.
"Rinaldi, sai quello che stai facendo?" mormorò con voce roca. "Tra mezz'ora devi essere al giornale".
Lei lo guardò dal basso, le labbra socchiuse, lo sguardo fermo e del tutto privo di esitazione. "Conto di non metterci molto".
Pietro mantenne la presa sul suo mento per un istante che a lei parve infinito, studiando ogni sua singola espressione. Poi, con lentezza, le fece scorrere la mano sul collo, prima di allentare la presa e lasciarla cadere lungo il fianco.
Viola gli abbassò i boxer, liberando il pene già teso e rigido. Passò sul glande lentamente, facendogli sentire bene tutta la lingua, facendosi guidare dal ritmo del proprio respiro e dalla reazione del corpo di Pietro.
Le labbra scivolarono sul pene avvolgendolo nel calore della bocca e spingendosi in profondità, per poi iniziare a muoversi con un ritmo costante, tenendo le dita ben salde sulla base.
Lui inclinò indietro la testa, appoggiandosi alla parete. Lei lo sentì fremere e indurirsi ulteriormente, mentre scendeva sempre più giù.
Il respiro di Pietro si fece subito profondo e spezzato. Le sue dita affondarono d’istinto tra i capelli di Viola per guidarne la cadenza con una fermezza silenziosa e possessiva.
Ogni volta che lei aumentava leggermente la pressione, un gemito sordo gli vibrava in gola. "Vi..." mormorò con la voce rotta e profonda, fissandola dall'alto con gli occhi ridotti a due fessure.
Sentendo la tensione di Pietro salire al limite, Viola accelerò, intensificando il movimento, rendendolo sempre più deciso, senza mai smettere di guardarlo negli occhi.
Tenendo il pene in bocca, lo accarezzò tutto intorno con la lingua, mentre continuava a muovere velocemente la mano.
Lui si lasciò andare a un gemito soffocato, affondandole le dita nei capelli e tirandoli leggermente. "Dio, Vi..., così...".
Viola continuò a sostenere quel ritmo, sforzandosi di tenere lo sguardo nel suo. Pietro spinse col bacino, penetrandola fino in gola.
Lei cercò di riprendere fiato tirando indietro la testa, ma lui la tenne ferma dettando le ultime spinte profonde, fino a che l'orgasmo lo travolse, inducendola a ingoiare ogni singola goccia del suo piacere, prima di lasciarla andare con un sospiro lungo e tremante.
***********************************
Pietro rimase a guardarla dall'alto, aspettando che lei finisse di ripulirlo con la lingua, poi si rimise a posto i boxer e i pantaloni con gesti rapidi. La tirò su per un braccio, sollevandola di peso con facilità, e facendola aderire contro il proprio petto prima che potesse fare un passo indietro. Il suo sguardo nello specchio era lucido, denso di piacere. Avvicinò la bocca al suo orecchio, facendole percepire il suo respiro caldo e ancora affannato.
"Pensa se i tuoi genitori ti vedessero ora..." sussurrò, mentre con il pollice le ripuliva l'angolo delle labbra da una goccia di sperma residua.
Il cuore di Viola fece un sussulto. Rimase in silenzio, continuando a incrociare il suo sguardo nello specchio, finché lui le fece piegare il busto in avanti, contro il mobile del lavandino.
Lei appoggiò le mani sul ripiano per mantenere l'equilibrio e tentò di recuperare un briciolo di controllo della situazione. "Ci hai preso gusto, a mettermi a novanta..." lo sfidò, lasciando trasparire un certo sarcasmo.
Per tutta risposta, Pietro le sollevò con un gesto rapido la gonnellina di jeans e, prima che lei potesse aggiungere altro, la sua mano calò con un colpo secco e ben assestato.
Il rumore della sculacciata rimbombò nel bagno insieme allo strillo di Viola, colta del tutto di sorpresa.
Lui non le diede il tempo di riprendersi: ne fece seguire altre due, con una cadenza misurata, lasciandole la pelle ardente. Poi le afferrò i capelli alla base della nuca, tirandole la testa leggermente all'indietro per costringerla a guardarlo di nuovo attraverso lo specchio.
"Vuoi che ti scopi come ieri?" le domandò con tono provocatorio, godendosi l'espressione nei suoi occhi.
Viola piantò i denti sul labbro inferiore, cercando di non perdere del tutto il controllo. Era stata lei a provocarlo per prima, a far scattare la scintilla del gioco ma, come al solito, Pietro ne aveva preso in mano le redini, trasformando la sua iniziativa in un terreno di dominio assoluto in cui era lui a dettare il ritmo e a decidere il finale.
Mentre lo guardava togliersi la giacca e appenderla alla maniglia della porta, lei cercò di aggrapparsi a quel poco di lucidità che le rimaneva, ma il corpo la tradiva. Era tesa, pervasa da un'eccitazione confusa e lancinante che le bruciava dentro.
Era già eccitata e bagnata da prima, ma adesso quella sensazione era diventata insopportabile, un bisogno urgente che le toglieva il fiato. In fondo, una parte di sé non desiderava altro che quello: essere presa lì, in bagno, prima di correre a lavoro, come a conferma del fatto che neanche l'odiato lunedì mattina dopo le ferie potesse spegnere la loro passione.
Sentì le mutandine scivolarle lungo le cosce e trattenne il respiro preparandosi al contatto, con la vulva calda e già pronta ad accoglierlo, ma la mano di Pietro si soffermò sul segno delle sculacciate e poi si insinuò in mezzo al sedere.
Viola trasalì, irrigidendosi per un istante contro il bordo del lavandino, sentendo un dito premerle contro l'ano. Un brivido improvviso, quasi elettrico, le corse lungo la colonna vertebrale, facendole sfuggire un gemito tra le labbra socchiuse.
Non era quello che si aspettava.
Incrociò di nuovo lo sguardo di Pietro nello specchio: la stava fissando con un'intensità quasi insostenibile, glaciale, godendosi il suo smarrimento.
Pietro si portò il dito alla bocca e lo leccò per bagnarlo bene, senza staccare un solo secondo gli occhi dai suoi.
Il contrasto tra l'eleganza impeccabile del suo aspetto e l'espressione da schiaffi della sua faccia, le fece salire un ulteriore brivido caldo, togliendole ogni residuo di controllo.
Trattenne il respiro, con i muscoli delle cosce che tremavano leggermente. Sapeva benissimo cosa significasse quel gesto e dove lui volesse arrivare. Non era solo una provocazione erotica, ma una precisa dichiarazione di intenti: non importava quanto lei cercasse di provocarlo o di anticipare le sue mosse, era sempre lui a stabilire fino a dove spingersi e con quali regole giocare.
"Pietro..." sussurrò in un misto di protesta soffocata e resa incondizionata, mentre stringeva con più forza il bordo del mobile per non perdere l'equilibrio.
"Cosa c'è, Rinaldi?" mormorò lui mentre il dito tornava in mezzo al suo sedere e iniziava a farsi strada lentamente ma con decisione. "Il gioco ti è sfuggito di mano?".
Un gemito profondo le sfuggì dalle labbra, mentre il bacino le si inarcava d'istinto, tradendo l'ultimo briciolo di resistenza.
L'invasione era profonda, precisa, un movimento di spinta e rientro lento, metodico, misurato.
Ad ogni affondo, lei tremava, mentre con la mano rimasta libera lui le teneva premuta la parte bassa della schiena, costringendola a mantenere il sedere ben sollevato e il bacino offerto alla penetrazione.
Viola provò a chiudere gli occhi, travolta da una sensazione quasi insopportabile di vulnerabilità e godimento, ma la voce di Pietro arrivò immediata, perentoria: "Guardami" le ordinò continuando a muovere il dito, togliendole quel poco di aria che le era rimasta nei polmoni.
Lei obbedì, osservando nello specchio la propria immagine riflessa: piegata sul lavandino, con le labbra socchiuse e il volto stravolto dal piacere e dalla sottomissione. Dietro di lei, Pietro, impeccabile con la cravatta e la camicia perfettamente abbottonata, che la dominava con calma assoluta e con la consapevolezza di avere il controllo totale sulla sua mente e sul suo corpo.
Sentendola ammorbidirsi sotto la spinta del dito, Pietro tentò di inserirne un secondo, ma la sola saliva non era un lubrificante sufficiente e lo sfintere oppose resistenza. Una fitta secca e pungente strappò a Viola un verso soffocato, facendole inarcare la schiena e irrigidire le cosce d'istinto per sottrarsi a quel dolore improvviso.
"Scusa…" mormorò lui arrestandosi all'istante. "Proviamo così...".
Allungò il braccio sopra la sua spalla per raggiungere il dosatore del sapone liquido sul lavandino. Fu in quel momento che il quadrante dell'orologio che aveva al polso passò proprio davanti agli occhi di Viola, facendole gelare il sangue: mancavano appena venti minuti prima che dovesse essere al giornale e almeno quindici erano quelli che le occorrevano per raggiungerlo.
"Pietro..." mormorò con un filo di voce che tradiva l'ansia per il tempo che stringeva.
"Farai tardi, lo so. Dovevi pensarci prima di provocarmi" le sussurrò all'orecchio, con una sfumatura di divertito possesso.
Senza fretta, versò una dose generosa di sapone sulle dita e iniziò a spalmarlo sull'ano prima di riprovare l'affondo.
Alla sensazione di quel doppio ingresso, il corpo di Viola si irrigidì di colpo. I muscoli le si contrassero in un riflesso istintivo, le ginocchia le tremarono leggermente e un respiro corto le bloccò il fiato in gola. La tensione accumulata divenne improvvisamente quasi insostenibile, mentre le pareti interne cercavano di dilatarsi.
Emise un sospiro tremante mentre le dita di Pietro scivolavano dentro di lei con scorrevolezza, allargandola, e il dolore cedeva piano il passo a una pienezza calda, densa, invadente.
"Meglio?" sussurrò lui senza interrompere quel movimento calcolato e profondo.
Lei non riuscì a rispondere a parole: si limitò ad annuire leggermente nello specchio mentre il bacino cercava d'istinto la spinta delle dita, ormai completamente arresa.
Pietro divaricò leggermente le dita all'interno, forzando lo spazio con precisione, allargandola ulteriormente. Un mugolio basso e soffocato le sfuggì dalle labbra mentre il corpo le si irrigidì di colpo per poi cedere di nuovo a quella pressione implacabile.
"Rilassati..." le disse lui con un filo di voce.
Viola cercò di obbedire, costringendo il proprio respiro a farsi più regolare, sforzandosi di allentare la morsa dei muscoli contratti. Lasciò andare le spalle, affidandosi completamente a quel comando e a quel calore.
Pietro avvertì il cedimento e, con un movimento deciso, spinse le dita fino in fondo, affondando completamente all'interno per poi farle ruotare con un movimento lento e circolare, premendo contro le pareti sensibili.
Lei emise un verso di protesta strozzata, divisa tra l'ansia per i minuti che scorrevano inesorabili e la morsa rovente che quel contatto continuava a esercitare sul suo corpo. Voleva ribellarsi, trovare la forza di raddrizzarsi e andarsene a lavoro, ma le sue gambe tradivano ogni intenzione di fuga.
Sgranò gli occhi nel riflesso dello specchio, bloccandosi di colpo con il respiro spezzato a metà. "Pietro… Devo andare" lo supplicò con voce rotta.
Lui bloccò il movimento, arretrando appena con le dita ma senza sfilarle, mantenendola saldamente ancorata sotto di sé. Nello specchio, l'angolo della sua bocca si sollevò in un sorrisetto sfacciato, divertito da quell'improvviso attacco di panico.
"Pietro, sul serio..." provò a insistere lei, sebbene la voce le tremasse di piacere.
La mano di Pietro non si ritirò, anzi: un terzo dito cercò di farsi strada accanto agli altri due, spinto da una determinazione che non ammetteva repliche.
Ma il corpo di Viola non era pronto a quella nuova invasione e oppose una resistenza immediata. Un dolore acuto e bruciante le strappò un urlo, facendola sussultare violentemente.
"Rilassati, Rinaldi, respira..." disse lui con tono basso e autoritario mentre con l'altra mano le accarezzava la schiena con dolcezza. "Non fare resistenza. Lasciati andare."
"Non... Non ci riesco..." ansimò lei scuotendo la testa nello specchio, con il viso contratto in una smorfia di dolore mentre cercava d'istinto di ritirare il bacino. "Devo davvero andare".
Pietro rispose con una sculacciata secca, un colpo netto e pesante che rimbombò tra le pareti del bagno e che le fece bruciare la pelle.
Viola barcollò leggermente in avanti, aggrappandosi con più forza al bordo del lavandino. Aveva il respiro corto, le ginocchia deboli e il battito impazzito.
"Va bene..." concesse lui, facendo scivolare fuori le dita con una lentezza esasperante, lasciandola vuota e fremente. "Ma stasera riprendiamo esattamente da *qui*".
Viola rimase immobile per un secondo, con il respiro sospeso a metà tra il sollievo e una vertigine improvvisa. Quella promessa le si piantò addosso, lasciandola stordita, con la mente in subbuglio e un'attesa febbrile che già le bruciava sottopelle.
Sapeva perfettamente che non ci sarebbe stato scampo e, in fondo, non desiderava altro.
Uscì di casa con la consapevolezza che quel pensiero e quell'attesa l'avrebbero ossessionata per tutto il giorno, in un conto alla rovescia silenzioso e implacabile.
***********************************
Pietro rientrò a casa portandosi dietro tutta la stanchezza mentale del ritorno in ufficio e quella fisica del ritorno in palestra dopo una settimana di stop. Nessuna delle due era però riuscita a distrarlo dal suo chiodo fisso.
Per tutto il giorno non aveva fatto altro che pensare al momento in cui sarebbe tornato a casa da Viola, lasciando finalmente il resto del mondo fuori dalla porta. Il ricordo di lei piegata sul lavandino, di quel preliminare interrotto e di quella promessa sussurrata prima di uscire, aveva accompagnato ogni singolo istante della sua giornata con un sottofondo di eccitazione costante.
Richiuse la porta d'ingresso con un tonfo sordo, impaziente di riprendere il gioco, ma fu immediatamente investito da un forte odore di bruciato.
"*Vi*?!" chiamò alzando la voce d'istinto mentre appendeva la gruccia con il completo da lavoro all'attaccapanni e lasciava cadere il borsone della palestra sul pavimento.
Nessuna risposta. Solo il silenzio della casa e quell'odore fastidioso e invadente.
"Vi!" la richiamò, più forte questa volta, togliendosi le scarpe.
"Sono in bagno!" rispose lei, alzando la voce per farsi sentire.
"Ma hai lasciato qualcosa sul fuoco?!" le domandò dirigendosi a passi svelti verso la cucina.
Sì: sul fornello ancora acceso, una casseruola con un ammasso nero di cipolla completamente carbonizzata continuava a mandare fumo denso verso la cappa.
Sul piano da lavoro, invece, c'era un tagliere con sopra una zucca tagliata a metà, parzialmente sbucciata, e un grande coltello da cucina. Qualche goccia di sangue macchiava il ripiano chiaro.
"Cazzo, Rinaldi!" esclamò allarmato.
Spense immediatamente il fornello, spalancò la finestra per far uscire il fumo e si precipitò in bagno.
Viola era davanti al lavandino, con gli occhi chiusi e la mano sinistra sotto il getto forte dell'acqua fredda. Una densa scia di sangue scivolava via insieme all'acqua senza accennare a fermarsi.
"Quanto è profondo?" le chiese spostandole i capelli dal viso.
"Non lo so..." piagnucolò lei scuotendo appena la testa, senza il coraggio di aprire gli occhi.
"Fammi vedere."
"No..., ho paura!" protestò lei, stringendo d’istinto le palpebre ancora più forte.
"Rinaldi, devo guardare io, mica tu!" ribatté lui con una nota di leggera esasperazione. Il rapporto di Viola con le ferite era come quello di Viola con gli aghi: livello 5 anni, più o meno.
"No, Pietro, ti prego... Aspetta."
"Cosa devo aspettare?! Che ti dissangui?"
"Non sarà così grave, dai!".
Pietro sospirò, alzando gli occhi al cielo. "Non lo saprò finché non lo vedo" le disse con tono calmo e protettivo, afferrandole il polso con presa ferma ma senza stringere troppo. "Tu tieni gli occhi chiusi".
Chiuse il rubinetto con la mano libera e le sollevò lentamente il polso per esaminare la ferita. Il taglio, sulla prima falange dell'indice, era netto, profondo, e il sangue scorreva veloce.
"Mi sa che serve qualche punto" osservò piegando leggermente le labbra di lato. "Meglio se andiamo al pronto soccorso".
Viola sgranò gli occhi per un secondo, poi li richiuse di scatto, scuotendo la testa con un cenno disperato e tirando istintivamente indietro il braccio, rimettendo il dito sotto l'acqua corrente.
"No! Il pronto soccorso no!" esclamò con voce infantile. "Ci toccherebbe stare lì per ore, con tutta la gente malata e ferita... Mi sento male solo a pensarci!".
"Vi, è un taglio profondo" le spiegò Pietro usando la stessa pazienza indulgente che avrebbe usato con una bambina. "È meglio andare."
"Non voglio...!" continuò lei, aggrappandosi con l'altra mano alla manica della sua maglietta. "Pensaci tu! Me lo disinfetti e mi metti un cerotto! Ti prego...!".
Lui le rivolse uno sguardo scettico. "Amore, non basta un cerotto. Non essere cocciuta...!"
"Abbiamo anche gli strip! Ti prego, Pietro..." piagnucolò premendo la fronte contro il suo petto, implorante.
Pietro restò in silenzio per qualche istante, soppesando la situazione.
"Sei assurda!" sentenziò con un tono che fingeva severità ma tradiva una totale resa. "Va bene. Provo a medicartelo io. Ma se non smette di sanguinare, andiamo al pronto soccorso. E senza fare storie".
Viola tirò un grande sospiro di sollievo, annuendo con vigore e allentando la presa sulla sua maglietta.
Pietro chiuse il rubinetto, le avvolse la mano in un asciugamano pulito, poi la prese per le spalle e la fece sedere sul coperchio chiuso del water. "Siediti qui e non muoverti" le ordinò con tono fermo ma pacato, girandosi verso il pensile per recuperare disinfettante, strip, guanti e tutto il necessario.
"Ok..., ci siamo" disse inginocchiandosi in mezzo alle sue gambe e liberandole la mano mentre lei, istintivamente, chiudeva di nuovo gli occhi. "Brucerà un po', tu cerca di stare ferma".
Viola annuì appena, stringendo le palpebre e i denti.
Pietro bagnò una garza con il disinfettante e la tamponò delicatamente sul taglio. Un sussulto involontario scosse le spalle di Viola, che lasciò uscire un piccolo lamento, portando l'altra mano ad aggrapparsi alla spalla di Pietro, serrando le dita.
Poi, con molta delicatezza, lui riavvicinò i due lembi di pelle e applicò il primo steri-strip, tirandolo leggermente per bloccare il taglio prima di metterne un secondo e un terzo.
"Respira... Il più è fatto" le disse accarezzandole il viso col dorso della mano.
Adagiò una garza piegata sopra gli strip e iniziò ad avvolgere l'indice con una benda, stringendo quel tanto che bastava per creare una leggera compressione.
"Fatto" annunciò dando un ultimo giro di benda e fissando la fasciatura. Si tolse i guanti e li lanciò nel lavandino, poi le accarezzò il ginocchio, risalendo fino alla coscia e fermandosi lì, in una presa salda. "Puoi riaprire gli occhi, Rinaldi. Sei sopravvissuta".
Viola riaprì lentamente gli occhi. Aveva ancora il respiro corto, il viso pallido per la tensione e le ciglia umide di lacrime.
"Adesso mi spieghi perché ti sei messa a pulire la zucca" le disse con un'espressione tra il divertito e il rimprovero. "Lo sai che è meglio se lo faccio io... ".
Viola fece una piccola smorfia, tirando indietro le spalle con un briciolo di orgoglio ferito mentre distoglieva lo sguardo.
"L'ho vista al supermercato e volevo prepararti il risotto..." mormorò imbronciata, stringendo le labbra. "Non è che può viziarti solo mia madre...!"
"Tu mi vizi già in mille modi, e decisamente migliori" le disse prendendole la mano e piantandole addosso gli occhi azzurro ghiaccio attraversati da un lampo di divertimento. "Quanto alla cucina..., per favore lascia stare. Meglio non mandare a fuoco l'intero palazzo".
Viola sgranò gli occhi, fingendosi offesa e cercando di ritirare la mano, ma un accenno di sorriso le tradì le labbra. "Ma vaffanculo Pietro! Volevo farti una sorpresa!".
Lui piegò appena la testa di lato, con quel sorriso divertito che gli ammorbidiva i tratti, prima di chiudere la discussione scoccandole un bacio sulle labbra.
***********************************
Mentre Pietro era in cucina a sistemare i danni e a preparare da capo il risotto alla zucca, Viola si era rannicchiata nell'angolo del divano a leggere.
*Irene non aveva mai amato così, ignorava quell’abbandono senza limiti, timori né riserve, non ricordava di aver provato tanto piacere, comunicazione profonda, reciprocità...*
Quelle parole dell'Allende sembravano parlare esattamente a lei.
Chiuse gli occhi per un attimo. Il rumore di Pietro che armeggiava in cucina era un sottofondo dolce, rassicurante. Anche prima, mentre era in preda al panico col sangue che non si fermava ed era arrivato lui a prendere in mano la situazione, nonostante la paura che ancora l'attanagliava aveva sentito di essere al sicuro.
La sua mente scivolò poi inevitabilmente altrove, tornando a quella mattina. Stesso bagno, stesso lavandino, ma un'atmosfera completamente diversa: lei piegata a 90, con le mutandine abbassate e il respiro corto. Le sculacciate che erano arrivate improvvise, lasciandole la pelle in un misto di bruciore e calore febbrile. E poi le dita, invadenti, esperte, capaci di azzerarle ogni resistenza e di ridurla a un fascio di nervi tesi e obbedienza cieca.
E quella promessa, che le era rimasta impressa sottopelle e che la faceva ancora fremere:
*"Stasera riprendiamo esattamente da qui."*
L’avrebbe mantenuta o, dopo ciò che era successo, per quella sera avrebbe lasciato perdere?
Fissò le pagine del libro senza davvero leggerle, mentre il battito del cuore le accelerava nel petto.
Conosceva già la risposta: non sarebbe di certo bastato quel piccolo incidente per far cambiare i piani di Pietro.
Si morse il labbro inferiore, sentendo un brivido correrle lungo la spina dorsale. Era eccitata, percorsa da quella leggera, sottile, ansia che provava ogni volta che si affidava a lui, quando non sapeva mai con precisione dove l'avrebbe portata il suo gioco. Dalle premesse della mattina e dall'avvertimento pronunciato prima di lasciarla andare, era evidente che volesse spingersi verso il sesso anale. Ma sarebbe stato semplicemente quello? O aveva in mente di usare uno dei nuovi giocattoli che non avevano ancora provato?
I suoi pensieri andarono subito alla scatola rossa che aveva aperto mentre erano in vacanza, con tutti quei nuovi acquisti che Pietro aveva fatto a sua insaputa. Al solo pensiero, la paura e l'eccitazione si mescolarono: sentì la vulva contrarsi e le mutandine farsi umide, mentre il respiro le si accorciava di colpo.
Poi il suo sguardo cadde sul libro, interrompendo quel flusso di pensieri: sulla carta bianca, proprio accanto a un capoverso, spiccava una piccola, netta, macchia di sangue.
Con un certo timore guardò il dito fasciato, vedendo una macchia rossa che stava lentamente affiorando attraverso la garza, allargandosi velocemente.
Trattenne il respiro e irrigidì le spalle, bloccata dal panico. Per qualche secondo accarezzò l'idea folle di far finta di niente, di stringere i denti e sperare che si arrestasse da sola, magari premendo un po' di più con le dita per arginare il flusso. La sola idea di andare al pronto soccorso la terrorizzava quasi quanto la vista del sangue.
*Magari adesso smette* pensò con un briciolo di disperata testardaggine, stringendo le palpebre. *Se stringo forte la mano, magari si ferma*.
Ma la sensazione umida si fece più invadente, e un rivolo di sangue, sottile e caldo, cominciò a colare persino sotto la benda, sfiorandole il palmo.
Sconfitta dall'evidenza dei fatti e dal panico che tornava a stringerle lo stomaco, deglutì a fatica, si alzò dal divano e in preda alla paura si diresse in cucina.
"Pietro..." mormorò con un filo di voce.
Lui appoggiò il coltello sul tagliere e si voltò di scatto. Gli bastò un'occhiata per cogliere la macchia di sangue che si stava allargando. Restò a fissarla per un attimo, in silenzio. In fondo, la trafila al pronto soccorso se la sarebbe evitata volentieri pure lui. Fece un passo verso di lei, con un lungo sospiro rassegnato.
"Niente, non smette..." mormorò prendendole delicatamente il polso per esaminare il dito da vicino, poi le accarezzò la guancia con il dorso della mano. "Dai, andiamo".
Spense il fornello, si lavò le mani e uscì dalla cucina.
Viola non protestò. Abbassò le spalle e lo seguì con un'aria di totale e silenziosa rassegnazione: sapeva benissimo che aveva ragione lui, anche se l'idea di mettere piede in un pronto soccorso la faceva raggelare.
***********************************
Quando rimisero piede in casa era quasi mezzanotte.
Viola chiuse la porta dietro di sé e vi appoggiò la schiena per un istante, sospirando per stanchezza e per la tensione accumulata.
Pietro lanciò le chiavi nel piattino svuota-tasche con un tintinnio secco, si sfilò l'orologio dal polso e poi fece un passo verso di lei, colmando la distanza.
"Hai fame?" le chiese prendendole il viso tra le mani e dandole un bacio sulla fronte.
"Da morire..." mormorò lei poggiando la testa sul suo petto.
Lui accennò un sorriso stanco, stringendola a sé e poggiando la testa sulla sua. "Scaldo le lasagne di tua madre" disse posandole un bacio leggero tra i capelli. "Tu intanto mettiti comoda".
Lei alzò la testa dal suo petto, cercando il suo sguardo e iniziando a fargli i grattini sul braccio. "Ma… mangiamo sul divano?" mormorò con tono implorante, facendo l'espressione più languida di cui era capace.
Pietro la fissò con un sopracciglio alzato. "Sul divano?" ripeté con un sorrisetto ironico, passandosi una mano sul collo teso. "Qualcuno, qui, vuole approfittarsi della situazione..."
"I punti mi fanno malissimo!" ribatté lei pronta, sollevando il dito fasciato. "Non mi hanno nemmeno fatto l'anestesia! E mi è pure toccata l'antitetanica!"
"Peccato essermi perso lo spettacolo!" esclamò lui con un sorriso malizioso e sfrontato, facendole scivolare una mano sul sedere e stringendoglielo.
"Me l'hanno fatta sul braccio!" esclamò Viola, dandogli un colpo leggero ma risentito sul petto. “Ed ero pure da sola!”.
Nonostante lei avesse protestato a gran voce e implorato l'infermiera, a Pietro non avevano permesso di varcare nemmeno la porta della sala visite, lasciandolo ad aspettare fuori.
Fece una piccola pausa, ricominciando ad accarezzargli il braccio. "Quindi direi che il divano me lo sono proprio meritata!".
Pietro scosse la testa, divertito, dandole un pizzicotto affettuoso sul fianco. "E va bene!".
Poco dopo, lei era già rannicchiata sul divano, con la tv accesa su un vecchio film ormai a metà ma che conosceva talmente a memoria da non aver bisogno di seguirlo per davvero. Fissava la luce azzurrognola delle immagini con lo sguardo perso, ancora provata dalla giornata.
Pietro la raggiunse una decina di minuti dopo, poggiandole sulle gambe uno dei vassoi che usavano per la colazione a letto e che aveva apparecchiato per la cena. Dalle lasagne calde si levava un profumo così invitante che lo stomaco le brontolò immediatamente.
"Buon appetito" disse lui dandole un bacio sulla testa, prima di tornare in cucina per prendere il proprio vassoio.
"Mi sembrano persino più buone di ieri sera!" mormorò Viola mangiando di gusto e voltandosi a guardare Pietro che si accomodava accanto a lei.
"Eh...! Le lasagne della Silvia non si battono!" rispose lui, infilandosi la prima forchettata in bocca. "Comunque, Rinaldi, non serviva mettere su tutto questo dramma...". Fece una pausa, guardandola con un lampo palesemente malizioso. "Se stasera volevi evitarti il sesso anale, bastava dirlo! Sei la solita esagerata!".
Viola spalancò la bocca per lo stupore, bloccandosi a metà con la forchetta a mezz'aria, prima di scoppiare a ridere, in un misto di indignazione e divertimento, colpendolo sul braccio con il dorso della mano sana.
"Idiota!" esclamò ridendo, scuotendo la testa. "Letteralmente un idiota!".
Pietro rise e continuò a mangiare, senza riuscire a togliersi quell'espressione divertita dalla faccia. "Domani non scappi, ti avviso...!" le disse puntando la forchetta contro di lei.
Viola deglutì, mandando giù di colpo il boccone che aveva in bocca. Non aveva nessuna intenzione di scappare - certo che no - ma se lo tenne per sé, lasciando a Pietro l'illusione di avere il pieno dominio sul gioco.
Viola si passò una mano tra i capelli spettinati e si appoggiò con i gomiti al ripiano della penisola, stringendo tra le dita la tazzina di caffè.
Rimase in silenzio, con gli occhi ancora mezzi chiusi dal sonno, ad osservare Pietro che si muoveva per la cucina, profumato di doccia, con i capelli ancora leggermente umidi.
Come ogni volta, avvertì quel misto di stupore e sottile invidia nel vederlo così scattante, perfettamente attivo e lucido già appena sveglio. Lei, al contrario, si sentiva pesante, con la mente ancora ovattata e il corpo fiacco, incapace di carburare rapidamente. La settimana di vacanze appena trascorsa sembrava averla lasciata senza energie.
"Bisogna assolutamente fare la spesa" constatò Pietro, tirando fuori dal frigo un barattolo di marmellata di albicocche pieno a metà e aprendolo per controllare che nel frattempo non avesse fatto la muffa. Poi frugò nel freezer fino a trovare del pane già tagliato a fette.
"Mi fermo io più tardi, rientrando dal lavoro" rispose Viola prima di bere un sorso di caffè. "Tanto oggi dovrei finire presto. Massimo alle quattro dovrei essere fuori".
Pietro poggiò cinque fette di pane sulla piastra elettrica e poi si voltò verso di lei, guardandola con un sorrisetto divertito.
"*Dovresti*" sottolineò, ponendo un'enfasi ironica sulla parola. "Conoscendo il tuo capo, *entro le quattro* rischia di diventare facilmente *entro le sette*."
"Grazie sempre per il tuo ottimismo!" sbuffò lei.
"È *realismo*" ribatté lui. Si avvicinò alla penisola, si chinò leggermente su di lei e le diede un bacio morbido sulle labbra. "Comunque, facciamo la lista" disse prendendo in mano il cellulare e aprendo le note.
"Non mi serve la lista” rispose Viola alzando gli occhi al cielo. “So quello che manca. Praticamente tutto."
"Rinaldi, per favore! L'ultima volta che sei andata senza lista sei tornata a casa con due pacchi di biscotti al cioccolato, tre tipi di yogurt e una nuova maschera per capelli *da provare assolutamente*, dimenticandoti l'olio e il sale!"
"Non è vero!" protestò lei arrossendo leggermente, ma sapendo benissimo che aveva ragione.
"Comincia a scrivere, su" disse passando a lei il telefono e andando a girare il pane prima che si abbrustolisse troppo. "Caffè, latte, marmellata, zucchero, biscotti, mandorle...".
Pietro iniziò a dettarle l'elenco di cose da comprare nell'esatto ordine di corsia del supermercato, mentre lei, rassegnata, digitava rapidamente sulla tastiera del cellulare.
Quando il pane fu ben tostato, lui spense la piastra, sistemò due fette su un piattino e lo mise davanti a Viola insieme al barattolo di marmellata, per poi sedersi sullo sgabello di fronte a lei con le restanti tre fette per sé.
"Grazie, ma non ho fame..." disse lei guardando il pane fumante con una smorfia. "Ieri sera dai miei ho mangiato davvero troppo".
Pietro scosse la testa, guardandola con disapprovazione. "Se salti la colazione, tra un'ora avrai i crampi dalla fame."
"In quel caso prenderò qualcosa alla macchinetta."
"Alla macchinetta ci sono solo schifezze" ribatté lui prendendo il pane che le aveva messo davanti e iniziando a spalmarci sopra la marmellata. "Mangia" le ordinò prima di iniziare a spalmare la marmellata per sé.
Viola sospirò e fece una finta smorfia di insofferenza, ma non oppose ulteriore resistenza. C’era qualcosa di rassicurante in quel modo che Pietro aveva di prendersi cura di lei, mascherato da un ordine perentorio a cui era praticamente impossibile disubbidire.
Afferrò una fetta di pane ancora caldo e ne addentò un angolo: croccante e dolce al punto giusto.
"Stai sconfinando" mormorò dopo aver deglutito, fissandolo con aria spavalda. "Di questo passo dovrò iniziare a chiamarti *Padrone*".
Pietro ridacchiò. "Potrebbe non essere così male..." le rispose con tono calmo, ironico e divertito, senza staccare gli occhi dai suoi.
"Scordatelo proprio!" esclamò lei di rimando, scuotendo la testa.
Pietro rise, godendosi la fiera opposizione di Viola, prima di addentare a sua volta il pane.
"Dopo l'ufficio mi fermo in palestra" le disse bevendo un sorso di caffè. "Rientrerò verso le sette e mezza."
"Immaginavo". Viola lo guardò da sopra il bordo della tazzina, lasciando che un sorrisetto malizioso le piegasse le labbra. "Salutami le *belle ragazze*!" esclamò poggiando il mento sul palmo della mano.
Pietro sostenne il suo sguardo e poi allungò il braccio verso di lei attraverso la penisola, ripulendole col pollice una traccia di marmellata sul labbro inferiore. Il contatto fu breve ma portò con sé una scarica elettrica istantanea.
"Quelle al massimo le guardo..." mormorò con la voce improvvisamente più calda e bassa. "... ma ho decisamente di meglio tra le mani. E a mia completa disposizione, tra l'altro".
Viola avvertì un brivido correrle lungo la schiena, seguito da un'ondata di calore improvviso che le tinse le guance. Lo fissò negli occhi, incapace di distogliere lo sguardo, mentre cercava di nascondersi dietro una maschera di indifferenza.
Lui sorrise appena, pienamente consapevole dell'effetto che le faceva, prima di ritirare la mano e finire di bere il caffè.
***********************************
"Posso lavarmi i denti?" domandò Viola affacciandosi alla porta del bagno socchiusa.
Pietro, che stava raddrizzando il nodo della cravatta davanti allo specchio del lavandino, si voltò un attimo a guardarla. "Sì, io ho finito" le rispose dandosi un'ultima sistemata ai capelli con le dita.
Lei si arrestò un attimo sulla soglia per ammirarlo. Vederlo in giacca e cravatta le faceva sempre un certo effetto.
La prima volta che l'aveva visto vestito così era stato il giorno che si era laureato. Usciti dall'università, dopo la proclamazione, erano stati travolti dall'urgenza di saltarsi addosso ed erano finiti a fare l'amore nei sedili posteriori dell'auto di Pietro, arrivando in ritardo al ristorante dove gli altri li stavano aspettando per il pranzo.
Ormai erano anni che quello era il suo abbigliamento da lavoro, era un'immagine familiare e avrebbe dovuto esserci abituata, ma vederlo lì così, bello, elegante e impeccabile, le provocò una stretta improvvisa allo stomaco.
*Non mi abituerò mai a lui. Non ci si può abituare a Pietro Neri*.
Lui notò *quello* sguardo e piegò leggermente la testa di lato, accennando un sorriso. "Che c'è?".
Viola non rispose. Si avvicinò e gli posò una mano sul petto, facendola risalire lungo il bavero della camicia prima di annullare la distanza tra i loro volti. Il bacio nacque lento, dolce, ma la pressione delle sue labbra tradì subito una nota di desiderio improvviso e deciso. Pietro ricambiò d'istinto, facendole scivolare un braccio attorno alla vita per tirarla a sé.
Viola avvertì chiaramente la sua erezione contro il proprio bacino e un brivido leggero le scese lungo la schiena. Senza interrompere il bacio, fece scivolare la mano verso il basso, cingendo il pene con le dita attraverso la stoffa dei pantaloni.
Pietro interruppe il bacio di colpo, con un gemito di sorpresa, mentre lei gli slacciava la cintura e gli tirava giù la zip dei pantaloni, guardandolo negli occhi. La determinazione nei suoi gesti era così spavalda da cogliere persino lui alla sprovvista.
Un attimo dopo, Viola si abbassò lentamente, inginocchiandosi sul tappetino, davanti a lui, sentendo il cuore accelerare.
Prima che potesse fare qualsiasi altra cosa, la mano di Pietro la fermò, afferrandole il mento con una presa salda e costringendola a sollevare il viso verso di lui.
"Rinaldi, sai quello che stai facendo?" mormorò con voce roca. "Tra mezz'ora devi essere al giornale".
Lei lo guardò dal basso, le labbra socchiuse, lo sguardo fermo e del tutto privo di esitazione. "Conto di non metterci molto".
Pietro mantenne la presa sul suo mento per un istante che a lei parve infinito, studiando ogni sua singola espressione. Poi, con lentezza, le fece scorrere la mano sul collo, prima di allentare la presa e lasciarla cadere lungo il fianco.
Viola gli abbassò i boxer, liberando il pene già teso e rigido. Passò sul glande lentamente, facendogli sentire bene tutta la lingua, facendosi guidare dal ritmo del proprio respiro e dalla reazione del corpo di Pietro.
Le labbra scivolarono sul pene avvolgendolo nel calore della bocca e spingendosi in profondità, per poi iniziare a muoversi con un ritmo costante, tenendo le dita ben salde sulla base.
Lui inclinò indietro la testa, appoggiandosi alla parete. Lei lo sentì fremere e indurirsi ulteriormente, mentre scendeva sempre più giù.
Il respiro di Pietro si fece subito profondo e spezzato. Le sue dita affondarono d’istinto tra i capelli di Viola per guidarne la cadenza con una fermezza silenziosa e possessiva.
Ogni volta che lei aumentava leggermente la pressione, un gemito sordo gli vibrava in gola. "Vi..." mormorò con la voce rotta e profonda, fissandola dall'alto con gli occhi ridotti a due fessure.
Sentendo la tensione di Pietro salire al limite, Viola accelerò, intensificando il movimento, rendendolo sempre più deciso, senza mai smettere di guardarlo negli occhi.
Tenendo il pene in bocca, lo accarezzò tutto intorno con la lingua, mentre continuava a muovere velocemente la mano.
Lui si lasciò andare a un gemito soffocato, affondandole le dita nei capelli e tirandoli leggermente. "Dio, Vi..., così...".
Viola continuò a sostenere quel ritmo, sforzandosi di tenere lo sguardo nel suo. Pietro spinse col bacino, penetrandola fino in gola.
Lei cercò di riprendere fiato tirando indietro la testa, ma lui la tenne ferma dettando le ultime spinte profonde, fino a che l'orgasmo lo travolse, inducendola a ingoiare ogni singola goccia del suo piacere, prima di lasciarla andare con un sospiro lungo e tremante.
***********************************
Pietro rimase a guardarla dall'alto, aspettando che lei finisse di ripulirlo con la lingua, poi si rimise a posto i boxer e i pantaloni con gesti rapidi. La tirò su per un braccio, sollevandola di peso con facilità, e facendola aderire contro il proprio petto prima che potesse fare un passo indietro. Il suo sguardo nello specchio era lucido, denso di piacere. Avvicinò la bocca al suo orecchio, facendole percepire il suo respiro caldo e ancora affannato.
"Pensa se i tuoi genitori ti vedessero ora..." sussurrò, mentre con il pollice le ripuliva l'angolo delle labbra da una goccia di sperma residua.
Il cuore di Viola fece un sussulto. Rimase in silenzio, continuando a incrociare il suo sguardo nello specchio, finché lui le fece piegare il busto in avanti, contro il mobile del lavandino.
Lei appoggiò le mani sul ripiano per mantenere l'equilibrio e tentò di recuperare un briciolo di controllo della situazione. "Ci hai preso gusto, a mettermi a novanta..." lo sfidò, lasciando trasparire un certo sarcasmo.
Per tutta risposta, Pietro le sollevò con un gesto rapido la gonnellina di jeans e, prima che lei potesse aggiungere altro, la sua mano calò con un colpo secco e ben assestato.
Il rumore della sculacciata rimbombò nel bagno insieme allo strillo di Viola, colta del tutto di sorpresa.
Lui non le diede il tempo di riprendersi: ne fece seguire altre due, con una cadenza misurata, lasciandole la pelle ardente. Poi le afferrò i capelli alla base della nuca, tirandole la testa leggermente all'indietro per costringerla a guardarlo di nuovo attraverso lo specchio.
"Vuoi che ti scopi come ieri?" le domandò con tono provocatorio, godendosi l'espressione nei suoi occhi.
Viola piantò i denti sul labbro inferiore, cercando di non perdere del tutto il controllo. Era stata lei a provocarlo per prima, a far scattare la scintilla del gioco ma, come al solito, Pietro ne aveva preso in mano le redini, trasformando la sua iniziativa in un terreno di dominio assoluto in cui era lui a dettare il ritmo e a decidere il finale.
Mentre lo guardava togliersi la giacca e appenderla alla maniglia della porta, lei cercò di aggrapparsi a quel poco di lucidità che le rimaneva, ma il corpo la tradiva. Era tesa, pervasa da un'eccitazione confusa e lancinante che le bruciava dentro.
Era già eccitata e bagnata da prima, ma adesso quella sensazione era diventata insopportabile, un bisogno urgente che le toglieva il fiato. In fondo, una parte di sé non desiderava altro che quello: essere presa lì, in bagno, prima di correre a lavoro, come a conferma del fatto che neanche l'odiato lunedì mattina dopo le ferie potesse spegnere la loro passione.
Sentì le mutandine scivolarle lungo le cosce e trattenne il respiro preparandosi al contatto, con la vulva calda e già pronta ad accoglierlo, ma la mano di Pietro si soffermò sul segno delle sculacciate e poi si insinuò in mezzo al sedere.
Viola trasalì, irrigidendosi per un istante contro il bordo del lavandino, sentendo un dito premerle contro l'ano. Un brivido improvviso, quasi elettrico, le corse lungo la colonna vertebrale, facendole sfuggire un gemito tra le labbra socchiuse.
Non era quello che si aspettava.
Incrociò di nuovo lo sguardo di Pietro nello specchio: la stava fissando con un'intensità quasi insostenibile, glaciale, godendosi il suo smarrimento.
Pietro si portò il dito alla bocca e lo leccò per bagnarlo bene, senza staccare un solo secondo gli occhi dai suoi.
Il contrasto tra l'eleganza impeccabile del suo aspetto e l'espressione da schiaffi della sua faccia, le fece salire un ulteriore brivido caldo, togliendole ogni residuo di controllo.
Trattenne il respiro, con i muscoli delle cosce che tremavano leggermente. Sapeva benissimo cosa significasse quel gesto e dove lui volesse arrivare. Non era solo una provocazione erotica, ma una precisa dichiarazione di intenti: non importava quanto lei cercasse di provocarlo o di anticipare le sue mosse, era sempre lui a stabilire fino a dove spingersi e con quali regole giocare.
"Pietro..." sussurrò in un misto di protesta soffocata e resa incondizionata, mentre stringeva con più forza il bordo del mobile per non perdere l'equilibrio.
"Cosa c'è, Rinaldi?" mormorò lui mentre il dito tornava in mezzo al suo sedere e iniziava a farsi strada lentamente ma con decisione. "Il gioco ti è sfuggito di mano?".
Un gemito profondo le sfuggì dalle labbra, mentre il bacino le si inarcava d'istinto, tradendo l'ultimo briciolo di resistenza.
L'invasione era profonda, precisa, un movimento di spinta e rientro lento, metodico, misurato.
Ad ogni affondo, lei tremava, mentre con la mano rimasta libera lui le teneva premuta la parte bassa della schiena, costringendola a mantenere il sedere ben sollevato e il bacino offerto alla penetrazione.
Viola provò a chiudere gli occhi, travolta da una sensazione quasi insopportabile di vulnerabilità e godimento, ma la voce di Pietro arrivò immediata, perentoria: "Guardami" le ordinò continuando a muovere il dito, togliendole quel poco di aria che le era rimasta nei polmoni.
Lei obbedì, osservando nello specchio la propria immagine riflessa: piegata sul lavandino, con le labbra socchiuse e il volto stravolto dal piacere e dalla sottomissione. Dietro di lei, Pietro, impeccabile con la cravatta e la camicia perfettamente abbottonata, che la dominava con calma assoluta e con la consapevolezza di avere il controllo totale sulla sua mente e sul suo corpo.
Sentendola ammorbidirsi sotto la spinta del dito, Pietro tentò di inserirne un secondo, ma la sola saliva non era un lubrificante sufficiente e lo sfintere oppose resistenza. Una fitta secca e pungente strappò a Viola un verso soffocato, facendole inarcare la schiena e irrigidire le cosce d'istinto per sottrarsi a quel dolore improvviso.
"Scusa…" mormorò lui arrestandosi all'istante. "Proviamo così...".
Allungò il braccio sopra la sua spalla per raggiungere il dosatore del sapone liquido sul lavandino. Fu in quel momento che il quadrante dell'orologio che aveva al polso passò proprio davanti agli occhi di Viola, facendole gelare il sangue: mancavano appena venti minuti prima che dovesse essere al giornale e almeno quindici erano quelli che le occorrevano per raggiungerlo.
"Pietro..." mormorò con un filo di voce che tradiva l'ansia per il tempo che stringeva.
"Farai tardi, lo so. Dovevi pensarci prima di provocarmi" le sussurrò all'orecchio, con una sfumatura di divertito possesso.
Senza fretta, versò una dose generosa di sapone sulle dita e iniziò a spalmarlo sull'ano prima di riprovare l'affondo.
Alla sensazione di quel doppio ingresso, il corpo di Viola si irrigidì di colpo. I muscoli le si contrassero in un riflesso istintivo, le ginocchia le tremarono leggermente e un respiro corto le bloccò il fiato in gola. La tensione accumulata divenne improvvisamente quasi insostenibile, mentre le pareti interne cercavano di dilatarsi.
Emise un sospiro tremante mentre le dita di Pietro scivolavano dentro di lei con scorrevolezza, allargandola, e il dolore cedeva piano il passo a una pienezza calda, densa, invadente.
"Meglio?" sussurrò lui senza interrompere quel movimento calcolato e profondo.
Lei non riuscì a rispondere a parole: si limitò ad annuire leggermente nello specchio mentre il bacino cercava d'istinto la spinta delle dita, ormai completamente arresa.
Pietro divaricò leggermente le dita all'interno, forzando lo spazio con precisione, allargandola ulteriormente. Un mugolio basso e soffocato le sfuggì dalle labbra mentre il corpo le si irrigidì di colpo per poi cedere di nuovo a quella pressione implacabile.
"Rilassati..." le disse lui con un filo di voce.
Viola cercò di obbedire, costringendo il proprio respiro a farsi più regolare, sforzandosi di allentare la morsa dei muscoli contratti. Lasciò andare le spalle, affidandosi completamente a quel comando e a quel calore.
Pietro avvertì il cedimento e, con un movimento deciso, spinse le dita fino in fondo, affondando completamente all'interno per poi farle ruotare con un movimento lento e circolare, premendo contro le pareti sensibili.
Lei emise un verso di protesta strozzata, divisa tra l'ansia per i minuti che scorrevano inesorabili e la morsa rovente che quel contatto continuava a esercitare sul suo corpo. Voleva ribellarsi, trovare la forza di raddrizzarsi e andarsene a lavoro, ma le sue gambe tradivano ogni intenzione di fuga.
Sgranò gli occhi nel riflesso dello specchio, bloccandosi di colpo con il respiro spezzato a metà. "Pietro… Devo andare" lo supplicò con voce rotta.
Lui bloccò il movimento, arretrando appena con le dita ma senza sfilarle, mantenendola saldamente ancorata sotto di sé. Nello specchio, l'angolo della sua bocca si sollevò in un sorrisetto sfacciato, divertito da quell'improvviso attacco di panico.
"Pietro, sul serio..." provò a insistere lei, sebbene la voce le tremasse di piacere.
La mano di Pietro non si ritirò, anzi: un terzo dito cercò di farsi strada accanto agli altri due, spinto da una determinazione che non ammetteva repliche.
Ma il corpo di Viola non era pronto a quella nuova invasione e oppose una resistenza immediata. Un dolore acuto e bruciante le strappò un urlo, facendola sussultare violentemente.
"Rilassati, Rinaldi, respira..." disse lui con tono basso e autoritario mentre con l'altra mano le accarezzava la schiena con dolcezza. "Non fare resistenza. Lasciati andare."
"Non... Non ci riesco..." ansimò lei scuotendo la testa nello specchio, con il viso contratto in una smorfia di dolore mentre cercava d'istinto di ritirare il bacino. "Devo davvero andare".
Pietro rispose con una sculacciata secca, un colpo netto e pesante che rimbombò tra le pareti del bagno e che le fece bruciare la pelle.
Viola barcollò leggermente in avanti, aggrappandosi con più forza al bordo del lavandino. Aveva il respiro corto, le ginocchia deboli e il battito impazzito.
"Va bene..." concesse lui, facendo scivolare fuori le dita con una lentezza esasperante, lasciandola vuota e fremente. "Ma stasera riprendiamo esattamente da *qui*".
Viola rimase immobile per un secondo, con il respiro sospeso a metà tra il sollievo e una vertigine improvvisa. Quella promessa le si piantò addosso, lasciandola stordita, con la mente in subbuglio e un'attesa febbrile che già le bruciava sottopelle.
Sapeva perfettamente che non ci sarebbe stato scampo e, in fondo, non desiderava altro.
Uscì di casa con la consapevolezza che quel pensiero e quell'attesa l'avrebbero ossessionata per tutto il giorno, in un conto alla rovescia silenzioso e implacabile.
***********************************
Pietro rientrò a casa portandosi dietro tutta la stanchezza mentale del ritorno in ufficio e quella fisica del ritorno in palestra dopo una settimana di stop. Nessuna delle due era però riuscita a distrarlo dal suo chiodo fisso.
Per tutto il giorno non aveva fatto altro che pensare al momento in cui sarebbe tornato a casa da Viola, lasciando finalmente il resto del mondo fuori dalla porta. Il ricordo di lei piegata sul lavandino, di quel preliminare interrotto e di quella promessa sussurrata prima di uscire, aveva accompagnato ogni singolo istante della sua giornata con un sottofondo di eccitazione costante.
Richiuse la porta d'ingresso con un tonfo sordo, impaziente di riprendere il gioco, ma fu immediatamente investito da un forte odore di bruciato.
"*Vi*?!" chiamò alzando la voce d'istinto mentre appendeva la gruccia con il completo da lavoro all'attaccapanni e lasciava cadere il borsone della palestra sul pavimento.
Nessuna risposta. Solo il silenzio della casa e quell'odore fastidioso e invadente.
"Vi!" la richiamò, più forte questa volta, togliendosi le scarpe.
"Sono in bagno!" rispose lei, alzando la voce per farsi sentire.
"Ma hai lasciato qualcosa sul fuoco?!" le domandò dirigendosi a passi svelti verso la cucina.
Sì: sul fornello ancora acceso, una casseruola con un ammasso nero di cipolla completamente carbonizzata continuava a mandare fumo denso verso la cappa.
Sul piano da lavoro, invece, c'era un tagliere con sopra una zucca tagliata a metà, parzialmente sbucciata, e un grande coltello da cucina. Qualche goccia di sangue macchiava il ripiano chiaro.
"Cazzo, Rinaldi!" esclamò allarmato.
Spense immediatamente il fornello, spalancò la finestra per far uscire il fumo e si precipitò in bagno.
Viola era davanti al lavandino, con gli occhi chiusi e la mano sinistra sotto il getto forte dell'acqua fredda. Una densa scia di sangue scivolava via insieme all'acqua senza accennare a fermarsi.
"Quanto è profondo?" le chiese spostandole i capelli dal viso.
"Non lo so..." piagnucolò lei scuotendo appena la testa, senza il coraggio di aprire gli occhi.
"Fammi vedere."
"No..., ho paura!" protestò lei, stringendo d’istinto le palpebre ancora più forte.
"Rinaldi, devo guardare io, mica tu!" ribatté lui con una nota di leggera esasperazione. Il rapporto di Viola con le ferite era come quello di Viola con gli aghi: livello 5 anni, più o meno.
"No, Pietro, ti prego... Aspetta."
"Cosa devo aspettare?! Che ti dissangui?"
"Non sarà così grave, dai!".
Pietro sospirò, alzando gli occhi al cielo. "Non lo saprò finché non lo vedo" le disse con tono calmo e protettivo, afferrandole il polso con presa ferma ma senza stringere troppo. "Tu tieni gli occhi chiusi".
Chiuse il rubinetto con la mano libera e le sollevò lentamente il polso per esaminare la ferita. Il taglio, sulla prima falange dell'indice, era netto, profondo, e il sangue scorreva veloce.
"Mi sa che serve qualche punto" osservò piegando leggermente le labbra di lato. "Meglio se andiamo al pronto soccorso".
Viola sgranò gli occhi per un secondo, poi li richiuse di scatto, scuotendo la testa con un cenno disperato e tirando istintivamente indietro il braccio, rimettendo il dito sotto l'acqua corrente.
"No! Il pronto soccorso no!" esclamò con voce infantile. "Ci toccherebbe stare lì per ore, con tutta la gente malata e ferita... Mi sento male solo a pensarci!".
"Vi, è un taglio profondo" le spiegò Pietro usando la stessa pazienza indulgente che avrebbe usato con una bambina. "È meglio andare."
"Non voglio...!" continuò lei, aggrappandosi con l'altra mano alla manica della sua maglietta. "Pensaci tu! Me lo disinfetti e mi metti un cerotto! Ti prego...!".
Lui le rivolse uno sguardo scettico. "Amore, non basta un cerotto. Non essere cocciuta...!"
"Abbiamo anche gli strip! Ti prego, Pietro..." piagnucolò premendo la fronte contro il suo petto, implorante.
Pietro restò in silenzio per qualche istante, soppesando la situazione.
"Sei assurda!" sentenziò con un tono che fingeva severità ma tradiva una totale resa. "Va bene. Provo a medicartelo io. Ma se non smette di sanguinare, andiamo al pronto soccorso. E senza fare storie".
Viola tirò un grande sospiro di sollievo, annuendo con vigore e allentando la presa sulla sua maglietta.
Pietro chiuse il rubinetto, le avvolse la mano in un asciugamano pulito, poi la prese per le spalle e la fece sedere sul coperchio chiuso del water. "Siediti qui e non muoverti" le ordinò con tono fermo ma pacato, girandosi verso il pensile per recuperare disinfettante, strip, guanti e tutto il necessario.
"Ok..., ci siamo" disse inginocchiandosi in mezzo alle sue gambe e liberandole la mano mentre lei, istintivamente, chiudeva di nuovo gli occhi. "Brucerà un po', tu cerca di stare ferma".
Viola annuì appena, stringendo le palpebre e i denti.
Pietro bagnò una garza con il disinfettante e la tamponò delicatamente sul taglio. Un sussulto involontario scosse le spalle di Viola, che lasciò uscire un piccolo lamento, portando l'altra mano ad aggrapparsi alla spalla di Pietro, serrando le dita.
Poi, con molta delicatezza, lui riavvicinò i due lembi di pelle e applicò il primo steri-strip, tirandolo leggermente per bloccare il taglio prima di metterne un secondo e un terzo.
"Respira... Il più è fatto" le disse accarezzandole il viso col dorso della mano.
Adagiò una garza piegata sopra gli strip e iniziò ad avvolgere l'indice con una benda, stringendo quel tanto che bastava per creare una leggera compressione.
"Fatto" annunciò dando un ultimo giro di benda e fissando la fasciatura. Si tolse i guanti e li lanciò nel lavandino, poi le accarezzò il ginocchio, risalendo fino alla coscia e fermandosi lì, in una presa salda. "Puoi riaprire gli occhi, Rinaldi. Sei sopravvissuta".
Viola riaprì lentamente gli occhi. Aveva ancora il respiro corto, il viso pallido per la tensione e le ciglia umide di lacrime.
"Adesso mi spieghi perché ti sei messa a pulire la zucca" le disse con un'espressione tra il divertito e il rimprovero. "Lo sai che è meglio se lo faccio io... ".
Viola fece una piccola smorfia, tirando indietro le spalle con un briciolo di orgoglio ferito mentre distoglieva lo sguardo.
"L'ho vista al supermercato e volevo prepararti il risotto..." mormorò imbronciata, stringendo le labbra. "Non è che può viziarti solo mia madre...!"
"Tu mi vizi già in mille modi, e decisamente migliori" le disse prendendole la mano e piantandole addosso gli occhi azzurro ghiaccio attraversati da un lampo di divertimento. "Quanto alla cucina..., per favore lascia stare. Meglio non mandare a fuoco l'intero palazzo".
Viola sgranò gli occhi, fingendosi offesa e cercando di ritirare la mano, ma un accenno di sorriso le tradì le labbra. "Ma vaffanculo Pietro! Volevo farti una sorpresa!".
Lui piegò appena la testa di lato, con quel sorriso divertito che gli ammorbidiva i tratti, prima di chiudere la discussione scoccandole un bacio sulle labbra.
***********************************
Mentre Pietro era in cucina a sistemare i danni e a preparare da capo il risotto alla zucca, Viola si era rannicchiata nell'angolo del divano a leggere.
*Irene non aveva mai amato così, ignorava quell’abbandono senza limiti, timori né riserve, non ricordava di aver provato tanto piacere, comunicazione profonda, reciprocità...*
Quelle parole dell'Allende sembravano parlare esattamente a lei.
Chiuse gli occhi per un attimo. Il rumore di Pietro che armeggiava in cucina era un sottofondo dolce, rassicurante. Anche prima, mentre era in preda al panico col sangue che non si fermava ed era arrivato lui a prendere in mano la situazione, nonostante la paura che ancora l'attanagliava aveva sentito di essere al sicuro.
La sua mente scivolò poi inevitabilmente altrove, tornando a quella mattina. Stesso bagno, stesso lavandino, ma un'atmosfera completamente diversa: lei piegata a 90, con le mutandine abbassate e il respiro corto. Le sculacciate che erano arrivate improvvise, lasciandole la pelle in un misto di bruciore e calore febbrile. E poi le dita, invadenti, esperte, capaci di azzerarle ogni resistenza e di ridurla a un fascio di nervi tesi e obbedienza cieca.
E quella promessa, che le era rimasta impressa sottopelle e che la faceva ancora fremere:
*"Stasera riprendiamo esattamente da qui."*
L’avrebbe mantenuta o, dopo ciò che era successo, per quella sera avrebbe lasciato perdere?
Fissò le pagine del libro senza davvero leggerle, mentre il battito del cuore le accelerava nel petto.
Conosceva già la risposta: non sarebbe di certo bastato quel piccolo incidente per far cambiare i piani di Pietro.
Si morse il labbro inferiore, sentendo un brivido correrle lungo la spina dorsale. Era eccitata, percorsa da quella leggera, sottile, ansia che provava ogni volta che si affidava a lui, quando non sapeva mai con precisione dove l'avrebbe portata il suo gioco. Dalle premesse della mattina e dall'avvertimento pronunciato prima di lasciarla andare, era evidente che volesse spingersi verso il sesso anale. Ma sarebbe stato semplicemente quello? O aveva in mente di usare uno dei nuovi giocattoli che non avevano ancora provato?
I suoi pensieri andarono subito alla scatola rossa che aveva aperto mentre erano in vacanza, con tutti quei nuovi acquisti che Pietro aveva fatto a sua insaputa. Al solo pensiero, la paura e l'eccitazione si mescolarono: sentì la vulva contrarsi e le mutandine farsi umide, mentre il respiro le si accorciava di colpo.
Poi il suo sguardo cadde sul libro, interrompendo quel flusso di pensieri: sulla carta bianca, proprio accanto a un capoverso, spiccava una piccola, netta, macchia di sangue.
Con un certo timore guardò il dito fasciato, vedendo una macchia rossa che stava lentamente affiorando attraverso la garza, allargandosi velocemente.
Trattenne il respiro e irrigidì le spalle, bloccata dal panico. Per qualche secondo accarezzò l'idea folle di far finta di niente, di stringere i denti e sperare che si arrestasse da sola, magari premendo un po' di più con le dita per arginare il flusso. La sola idea di andare al pronto soccorso la terrorizzava quasi quanto la vista del sangue.
*Magari adesso smette* pensò con un briciolo di disperata testardaggine, stringendo le palpebre. *Se stringo forte la mano, magari si ferma*.
Ma la sensazione umida si fece più invadente, e un rivolo di sangue, sottile e caldo, cominciò a colare persino sotto la benda, sfiorandole il palmo.
Sconfitta dall'evidenza dei fatti e dal panico che tornava a stringerle lo stomaco, deglutì a fatica, si alzò dal divano e in preda alla paura si diresse in cucina.
"Pietro..." mormorò con un filo di voce.
Lui appoggiò il coltello sul tagliere e si voltò di scatto. Gli bastò un'occhiata per cogliere la macchia di sangue che si stava allargando. Restò a fissarla per un attimo, in silenzio. In fondo, la trafila al pronto soccorso se la sarebbe evitata volentieri pure lui. Fece un passo verso di lei, con un lungo sospiro rassegnato.
"Niente, non smette..." mormorò prendendole delicatamente il polso per esaminare il dito da vicino, poi le accarezzò la guancia con il dorso della mano. "Dai, andiamo".
Spense il fornello, si lavò le mani e uscì dalla cucina.
Viola non protestò. Abbassò le spalle e lo seguì con un'aria di totale e silenziosa rassegnazione: sapeva benissimo che aveva ragione lui, anche se l'idea di mettere piede in un pronto soccorso la faceva raggelare.
***********************************
Quando rimisero piede in casa era quasi mezzanotte.
Viola chiuse la porta dietro di sé e vi appoggiò la schiena per un istante, sospirando per stanchezza e per la tensione accumulata.
Pietro lanciò le chiavi nel piattino svuota-tasche con un tintinnio secco, si sfilò l'orologio dal polso e poi fece un passo verso di lei, colmando la distanza.
"Hai fame?" le chiese prendendole il viso tra le mani e dandole un bacio sulla fronte.
"Da morire..." mormorò lei poggiando la testa sul suo petto.
Lui accennò un sorriso stanco, stringendola a sé e poggiando la testa sulla sua. "Scaldo le lasagne di tua madre" disse posandole un bacio leggero tra i capelli. "Tu intanto mettiti comoda".
Lei alzò la testa dal suo petto, cercando il suo sguardo e iniziando a fargli i grattini sul braccio. "Ma… mangiamo sul divano?" mormorò con tono implorante, facendo l'espressione più languida di cui era capace.
Pietro la fissò con un sopracciglio alzato. "Sul divano?" ripeté con un sorrisetto ironico, passandosi una mano sul collo teso. "Qualcuno, qui, vuole approfittarsi della situazione..."
"I punti mi fanno malissimo!" ribatté lei pronta, sollevando il dito fasciato. "Non mi hanno nemmeno fatto l'anestesia! E mi è pure toccata l'antitetanica!"
"Peccato essermi perso lo spettacolo!" esclamò lui con un sorriso malizioso e sfrontato, facendole scivolare una mano sul sedere e stringendoglielo.
"Me l'hanno fatta sul braccio!" esclamò Viola, dandogli un colpo leggero ma risentito sul petto. “Ed ero pure da sola!”.
Nonostante lei avesse protestato a gran voce e implorato l'infermiera, a Pietro non avevano permesso di varcare nemmeno la porta della sala visite, lasciandolo ad aspettare fuori.
Fece una piccola pausa, ricominciando ad accarezzargli il braccio. "Quindi direi che il divano me lo sono proprio meritata!".
Pietro scosse la testa, divertito, dandole un pizzicotto affettuoso sul fianco. "E va bene!".
Poco dopo, lei era già rannicchiata sul divano, con la tv accesa su un vecchio film ormai a metà ma che conosceva talmente a memoria da non aver bisogno di seguirlo per davvero. Fissava la luce azzurrognola delle immagini con lo sguardo perso, ancora provata dalla giornata.
Pietro la raggiunse una decina di minuti dopo, poggiandole sulle gambe uno dei vassoi che usavano per la colazione a letto e che aveva apparecchiato per la cena. Dalle lasagne calde si levava un profumo così invitante che lo stomaco le brontolò immediatamente.
"Buon appetito" disse lui dandole un bacio sulla testa, prima di tornare in cucina per prendere il proprio vassoio.
"Mi sembrano persino più buone di ieri sera!" mormorò Viola mangiando di gusto e voltandosi a guardare Pietro che si accomodava accanto a lei.
"Eh...! Le lasagne della Silvia non si battono!" rispose lui, infilandosi la prima forchettata in bocca. "Comunque, Rinaldi, non serviva mettere su tutto questo dramma...". Fece una pausa, guardandola con un lampo palesemente malizioso. "Se stasera volevi evitarti il sesso anale, bastava dirlo! Sei la solita esagerata!".
Viola spalancò la bocca per lo stupore, bloccandosi a metà con la forchetta a mezz'aria, prima di scoppiare a ridere, in un misto di indignazione e divertimento, colpendolo sul braccio con il dorso della mano sana.
"Idiota!" esclamò ridendo, scuotendo la testa. "Letteralmente un idiota!".
Pietro rise e continuò a mangiare, senza riuscire a togliersi quell'espressione divertita dalla faccia. "Domani non scappi, ti avviso...!" le disse puntando la forchetta contro di lei.
Viola deglutì, mandando giù di colpo il boccone che aveva in bocca. Non aveva nessuna intenzione di scappare - certo che no - ma se lo tenne per sé, lasciando a Pietro l'illusione di avere il pieno dominio sul gioco.
140
visite
visite
7
voti
voti
valutazione
6.9
6.9
il tuo voto
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
La fine delle vacanze
Commenti dei lettori al racconto erotico