Morbosa Corrispondenza – Capitolo 29
scritto il 2026-10-31 tempo di lettura 34 min
di
mari1980
genere
incesti
cura
A
Anna
Mentre la aspettava, Pippo era rimasto in auto e aveva escogitato un piano a suo dire geniale: fingere di dormire per non dare nell’occhio; purtroppo, ci aveva preso così tanto gusto da addormentarsi sul serio.
Si svegliò di soprassalto solo quando Anna risalì in macchina senza dire una parola e chiuse lo sportello con forza.
Indossava un costumino da angelo spiegazzato, aveva i capelli scompigliati e il trucco sbavato.
“Andiamo via, Pippo!”
“Su-suuubito!” Pippo mise in moto così rapidamente che per poco non ruppe la chiave.
“Gioia mia! Mi stavi facendo preoccupare! Avevo chiuso gli occhi solo per riflettere su che fine avessi fatto, per Santa Rita!”
Anna tenne lo sguardo basso, mentre la loro auto si allontanava.
“So… sono entrata in villa…” Le mani le tremavano leggermente mentre balbettava.
“E fino a qui, potevo arrivarci! Che è successo? Perché sei vestita da cherubina cubista?”
“C’erano ragazze… spogliarelliste. Mi hanno scambiata per un’escort e mi hanno fatto indossare…questo. C’era… una specie di orgia.”
“E poi?”
Anna non se la sentiva di confessare tutto.
“Niente. Si sono distratti e sono riuscita a scappare.”
Non aggiunse altro. Pippo la guardò di sottecchi mentre guidava, ma non insistette. Proseguì in silenzio fino a quando furono vicini a casa sua, poi parlò di nuovo.
“Beh, se ti hanno scambiata per una mignotta vuol dire che hanno proprio pessimo gusto. Non riconoscono una donna di classe quando la vedono?”
Anna accennò un sorriso poco convinto.
“Ma stai bene? Ti hanno fatto del male?”
“Sto bene… Mi sono solo emozionata troppo.”
Troppi orgasmi, pensò, avvilita.
“Ok, ma non farti vedere da tuo padre vestita così. Sembri uscita da un film porno di serie B. Chissà cosa penserebbe.”
Lei fece una piccola risata amara.
“Già. Chissà cosa penserebbe.”
Lui cercò di alleggerire, come faceva sempre: “amore, avresti potuto avvertirmi della tua passione per il cosplay. Ho una tuta intera di lattice viola con un foro dietro che non uso da…”
Anna non lo seguì. Guardava fuori dal finestrino, le dita che stringevano il bordo del costumino. Pippo continuò a parlare per un po’, poi capì e si limitò a guidare.
Riuscì a tornare a casa senza fare rumore; suo padre dormiva, per fortuna. Piombò in un sonno opprimente e tormentato.
Luigi
Dodici anni prima.
“Padri che hanno avuto la mia stessa esperienza?”
“Se vuoi, possiamo scambiarci le foto… Ho due figlie niente male.”
“Papà?” Lo interruppe Anna.
Luigi chiuse il telefono così rapidamente da farlo quasi cadere.
“Sì?”
“Mi presti il telefono per stavolta? Vorrei giocarci.”
“Anna… Ne abbiamo già parlato. Il telefono di ciascuno di noi è sacro. Nessuno deve toccare il telefono di papà…”
Luigi smise di rispondere a quella conversazione. La foto della figlia in costume da bagno rimase lì, allegata alla chat, senza essere mai stata inviata.
Certe confessioni non erano per lui.
Anna
Qualche imbecille diceva che le persone normali vincono o perdono, cose che capitano.
Anna riteneva che quella fosse la mentalità di chi non sa controllarsi.
Lei vinceva.
Anche quando si sentiva al tappeto. E, per questo motivo, il mattino dopo la sua notte brava indossò una felpa e la sua migliore espressione impassibile e fece colazione come se nulla fosse, seduta di fronte a suo padre, combattendo la nausea del post sbronza e il piacevole dolore tra le cosce.
Tolse dalla busta di carta il croissant semplice che lui le aveva preso al bar, come tutte le mattine.
Luigi non la guardava, assorto nella lettura, e sorseggiava il latte macchiato tenendo il giornale aperto con entrambe le mani.
Il loro tavolo da pranzo le sembrò lunghissimo, come i tavoli delle case dei ricchi, lei a un capo e suo padre all’altro.
Iniziò a strappare distrattamente l’estremità del cornetto, la inzuppò nel cappuccino e la portò alla bocca, provando un lieve sollievo al sapore croccante, appena ammorbidito dal latte.
Ne sfiorò il dorso col pollice e si ritrovò a fissare il membro di Eddy, stretto nel suo pugno, duro alle sue carezze.
Si lasciò andare a quei ricordi perversi con una specie di svagatezza infantile, allungò la lingua sull’increspatura della pasta e sentì di nuovo la cappella entrarle in bocca, la salivazione che aumentava, il bordo che si ammorbidiva sotto la saliva, la lingua di Marta a percorrerle la vulva fradicia.
Papà non si sarebbe accorto di nulla, impegnato a leggere.
“Sei tornata tardi ieri notte. Dov’eri?”
Luigi alzò gli occhi solo un attimo, le sopracciglia appena sollevate, poi li riabbassò sul giornale, che frusciò rumorosamente tra le dita.
Anna si riscosse, infastidita, la lingua ancora a metà del gesto.
“Sì.”
Lui annuì e tacque. Lei chiuse gli occhi, strinse le labbra e parlò.
“Ho lasciato Toni.”
Luigi abbassò il giornale di scatto e restò a bocca aperta.
“Ma…”
“Non stava funzionando più, papà. Era troppo geloso.” Scosse le spalle, minimizzando, e riprese a piluccare il cornetto senza guardarlo.
“Eravate fidanzati da almeno dieci anni…”
“Per fortuna non sono diventati undici, visto il tipo.”
Abbassò lo sguardo sul piatto. Si distrasse un minuto e non si accorse subito che suo padre si era alzato e le aveva appoggiato una mano sulla spalla, le dita incerte.
“Papà…”
“Mi dispiace…”
Suo padre non era mai stato un tipo caloroso, ma non era un mostro. E, con tutti i suoi difetti, non si poteva negare che tenesse a lei.
“Purtroppo, quando siamo innamorati diventiamo ciechi ai difetti dell’altro.”
Anna percepiva distintamente un tremolio del proprio zigomo e le lacrime pronte a partire. Represse amaramente lo spasmo ma non la battuta che le uscì spontanea.
“Ma davvero, papà?”
Lui tolse la mano e le diede un piccolo buffetto sulla spalla, quasi imbarazzato dal proprio gesto.
“Voglio dire, alla tua età può succedere. Crescendo saprai riconoscere questi segnali e starai più in guardia.”
“Come no…”
“A questo proposito, Anna. Posso farti una richiesta?”
Lei alzò appena il mento, perplessa.
“Cosa?”
“Vorrei che tu provassi a essere più gentile con Marta.”
“Cosa? No.”
“Uno sforzo. Sii più gentile con lei. Non ti chiedo altro.”
Era davvero impazzito se pensava una cosa del genere.
“La ami?”
Luigi restò in piedi dietro di lei, la mano a mezz’aria, la bocca che si aprì e si richiuse.
“Non è questo il punto…”
Anna alzò gli occhi al cielo, lenta.
“La ami?” Ripeté.
“Non lo so…”
“Non lo sai, e non sai nulla di lei. Ti sta solo usando.”
“Usando? Per quale scopo? Piuttosto ascoltami, per favore.”
Lei fece per parlare, poi tacque.
Luigi scambiò quel silenzio per interesse e annuì, proseguendo.
“Capisco quello che senti, davvero. Però temo che tu ti stia lasciando andare a pregiudizi verso una persona che, nel futuro, potrebbe essere importante per entrambi. Prova a conoscerla meglio, ti chiedo solo questo.”
“No.”
“Stasera vedremo. Magari parlandoci di più cambierai idea.”
Anna si voltò, le sopracciglia alte.
“Stasera?”
“Stasera. L’ho invitata a cena da noi. Cucinerà lei.”
“Sei impazzito?”
“Vorrei che voi due andaste d’accordo, e da qualcosa bisognerà iniziare.”
“Sarebbe più semplice chiedermi di tornare con Toni.”
“Non ti sto chiedendo di tornare con Toni, ti sto chiedendo…”
“Di chiamarla mamma?”
Lui scosse la testa, energicamente, e fece un passo indietro.
“Non te lo chiederei mai.”
“Mamma è morta” sussurrò lei, gelida.
Luigi restò dietro di lei, gli occhi sbarrati, le labbra strette, muto.
Anna finì di masticare l’ultimo pezzetto di croissant, posò il tovagliolo sul piatto e si alzò.
“Grazie per la colazione.”
Uscì senza aggiungere altro.
Lia
Si svegliò prima di aprire gli occhi, con qualcosa di tiepido e liscio che già le passava sulle labbra, la punta che le sfiorava l’arco di Cupido, premeva, si ritirava e tornava.
Suo padre le stava a cavalcioni sul petto, nudo, le ginocchia affondate nel materasso ai lati del viso, il cazzo barzotto che le accarezzava le labbra dall’alto.
Lia bofonchiò, ancora rauca di sonno, quasi divertita da tanta sfacciataggine.
“Buongiorno a te, papà…”
Il glande, umido, le scivolava sul labbro inferiore e il peso delle cosce le teneva la testa ferma sul cuscino.
Era rimasto a dormire con lei anche quella volta: le sere prima, dopo aver fatto quello che voleva, si alzava e se ne tornava in camera sua; adesso invece aveva preso l’abitudine senza dirle niente.
Lui non rispose al buongiorno. Sorrise e le passò ancora la cappella sul viso angelico, e gliela premette sul labbro inferiore a scanso di equivoci su cosa desiderasse dalla figlia.
Lei sospirò, allungò una mano, si raccolse i capelli in una coda con l’elastico sul comodino e aprì la bocca.
Suo padre scese di un centimetro e la punta le entrò da sola, dritta sulla lingua.
Sentì appena un sapore salato, un residuo della notte prima, subito coperto quando fece scivolare le labbra oltre la cappella bulbosa, si fermò sull’asta e lasciò andare un fiotto di saliva. Ci girò intorno con la punta della lingua, lo bagnò, tastò il solco, il meato, la pelle tesa, mentre il bacino di lui le restava sopra il viso.
Iniziò a succhiare pigramente il glande che le si contrasse tra le labbra, un primo guizzo che la fece quasi sorridere.
Se lo faceva scorrere sull’interno della guancia, poi lo tirava appena fuori per passargli la lingua sul frenulo e se lo riprendeva, proprio mentre lo sentiva indurirsi.
Una mano gli strinse i testicoli, l’altra gli faceva scorrere la pelle sul fusto, e lei saliva e scendeva finché lui non le mise le dita tra i capelli e le impose il ritmo, più a fondo, poi su, poi di nuovo giù. Lia lo lasciò fare.
“Che cazzo…” fece lui, la voce ancora spezzata dal sonno. “La tua bocca… Lia.”
Un attimo dopo, più basso:
“…la mia bambina…”
Una libidine dolce le scese lungo la schiena e non si fermò: scavò le guance e andò su e giù, le labbra morbide e soffici che gli avvolgevano il sesso e glielo prendevano più a fondo, con un ritmo lungo. Sergio teneva gli occhi chiusi, le mani sepolte nella coda di lei, e se ne serviva come del timone di una nave: un po’ a dritta, un po’ a sinistra, e Lia lo lasciava governare.
Il membro iniziava a pulsare e lei sentiva sciogliersi sul palato filamenti di presperma, uno stillicidio denso, un filo di saliva che le colava dall’angolo delle labbra sul mento.
“Oh cazzo, sì.”
“Non fermarti, teppistella.”
Non ci pensava nemmeno a fermarsi. Succhiava come una ventosa, con la testa premuta sul cuscino mentre lui le accarezzava il seno, lo stringeva, il pollice sul capezzolo, e l’altra mano le restava tra i capelli.
Quel cazzo duro le piaceva, inutile girarci intorno, e tra le gambe era già bagnata.
Stava per dirgli che poteva usarla quando voleva (dopotutto era o no la sua bambola gonfiabile?) quando lo sentì gemere; si staccò un attimo per tirare fiato e un filo di saliva le restò teso tra le labbra gonfie e la cappella lucida.
“Vieni in bocca, pà?”
“Sì… siii… sssìììì…”
Fece appena in tempo a riprenderlo in bocca quando Sergio le esplose rumorosamente in gola.
“Lia! Caaazzo!!”
Una densa cascata di fluido caldo le invase il palato, getti infiniti di sperma.
Lui d’istinto le strinse la nuca e si godette l’orgasmo spingendole il membro in fondo alla gola.
Lia gli chiuse la mano intorno al cazzo e continuò a risucchiare rumorosamente quei getti, uno dopo l’altro, finché Sergio la tenne così e gli ultimi scatti non furono solo gocce.
Le restò in gola il sapore consueto dello sperma mattutino, denso, amarognolo, salato al palato.
Avrebbe giurato che quello del pomeriggio fosse più liquido e più dolce. Deglutì e lo sentì scendere a piccoli sorsi.
Ma quanta cazzo di sborra produceva suo padre?
Era venuto solo ieri notte, dentro di lei.
Quante volte poteva venire e avere ancora quella quantità di roba nelle palle?
Si chiese, seccata e divertita, a che punto di perversione fosse arrivata se ormai riconosceva quella sborra a occhi chiusi.
E il peggio era che le piaceva.
Riprese la cappella in bocca, diligente, cercando l’ultima goccia, poi pulì a leccate il fusto, i testicoli, ogni umore residuo.
Con un lungo sospiro soddisfatto, lui si spostò, lasciandosi andare sulla schiena, lei gli salì addosso e gli si accucciò in grembo, la guancia sul petto.
“Buongiorno,” disse lui, questa volta.
Lei sbuffò, gli occhi cerulei al cielo.
“Dovremmo alzarci e uscire, lo sai, papà?”
“Perché?”
“Non abbiamo più nulla da mangiare in casa, siamo chiusi dentro da una settimana.”
Sergio le accarezzò la nuca, lento.
“Mi sembra di aver sfamato mia figlia fino a poco fa…”
“Ti sfamerai da solo, quindi?”
Sergio ammiccò, divertito.
“Va bene. Teppistella impertinente… Usciamo.”
Anna
Il campanello emise tanti piccoli suoni in serie, impazienti.
“Amore!”
“Ehi…”
Dal corridoio arrivò la voce di Marta, poi quella di suo padre, e una viscida sequenza di schiocchi rumorosi.
Anna si avvicinò all’ingresso trovandoli avvinghiati, le lingue in bocca, le mani di lei sulla nuca di lui, le spalle di Luigi piegate in avanti.
Squallidi.
Si voltò per lasciarli soli, ma Marta si staccò dalle labbra di Luigi, ancora sporca di saliva, un filo che le restò sul mento un attimo prima di asciugarsi col dorso della mano.
“Ehi, angioletta!”
Anna rabbrividì. Avrebbe voluto incenerirla con lo sguardo. Marta si avvicinò, il braccio stretto intorno al fianco di Luigi, trascinandolo di un passo.
Si era truccata poco: lieve ombretto e rossetto entrambi marrone scuro, le labbra appena più scure del resto del viso. Anna, a scanso di equivoci su quanto tenesse a quella cena, era rimasta in felpa e struccata, i capelli raccolti alla meglio.
“Che timidona! Sei pronta a gustare una cenetta indimenticabile?”
“Fagioli in scatola? O ci stupirai con altre ricette?”
Marta scoppiò a ridere, rumorosamente, la testa gettata indietro, le spalle che si sollevavano.
“Sei pazza, angioletta?”
Anna guardò suo padre. Lo vide imbarazzato, il sorriso stirato, gli occhi preoccupati, le orecchie appena rosse. Non esitò comunque.
“Non chiamarmi così.”
“Perché no? Hai quegli occhioni innocenti… Ti mancano solo le ali.”
“Ok. Cosa cucinerai?”
“Io? Nulla!”
Sia Anna che Luigi ebbero lo stesso sguardo interrogativo.
“Ordiniamo qualcosa di buono!”
“Ah beh…” Sbuffò Anna, le spalle che si abbassarono di un centimetro.
“Amore, mi presti il telefono? Ordino dalla tua app.”
“S-sì, certo…”
Proprio suo padre, sempre estremamente riservato con le sue cose e che nemmeno da piccola le aveva mai prestato il telefono per giocarci, passò l’apparecchio a Marta davanti a lei, allibita.
Marta lo prese con naturalezza, già scorrendo.
“Giapponese va bene?”
“Eh?” Balbettò lui, spostando il peso da un piede all’altro.
“Sushi?”
“Ah! Sì ok…”
“Anna?”
Anna taceva. Meno male che avrebbe dovuto cucinare Marta. Inaffidabile.
“Annina? Angioletta? Sushi?” Chiese lei maliziosamente, passandosi rapidamente la lingua sul labbro inferiore tinto di scuro, gli occhi fissi su di lei.
Voleva prenderla a pugni. Poi guardò il padre, la faccia di un cane bastonato.
“Va bene il giapponese…”
“Bene, ragazzi. Il corriere arriverà tra un’ora. Mettiamoci comodi in salone, vi va?”
Marta
Quant’era bella, la puttanella; anche trasandata le faceva sesso. Provò un brivido di eccitazione ricordando di aver bevuto da quel calice di umori la sera prima. Non vedeva l’ora di sottometterla del tutto; Luigi era già ridotto a un cagnolino, avrebbe scodinzolato se avesse potuto.
Ma a quello ci avrebbe pensato lei.
Anna
“Ma che bella cassettiera! E questa libreria? Meravigliosa!”
Non si stupiva affatto che Marta avesse trovato il suo diario: appena entrata in soggiorno aveva iniziato ad aprire i cassetti e a guardare ovunque, con il pretesto di complimentarsi per ogni mobile.
“Noooo vabbè!” Marta sembrò meravigliata dalla vista di una pila di CD, si chinò, ne prese uno, lo rigirò tra le dita. “Ma cosa sono questi?”
“Sono… vecchie videocassette. O meglio, vecchi video che ho rimasterizzato su CD” rispose Luigi, imbarazzato, una mano che si passò sulla nuca.
“Video? Di cosa?”
“Perlopiù di Anna. Sue gare di nuoto.”
“Così tante? Le filmavi tutte?”
“Eh…”
“Tutte tutte?”
Anna aveva la nausea. Perché quella donna li stava torturando così? Le mani le prudevano, le tenne ferme sulle ginocchia.
“Beh, all’inizio no…”
“Perché all’inizio no?”
Lui scoppiò a ridere, imbarazzato, un suono corto, gli occhi bassi. “All’inizio mi ero ripromesso di conservare quelli delle gare in cui vinceva, ma…”
“Ma…?” chiese lei, la testa inclinata.
“Ma… vinceva praticamente sempre, quindi non valeva la pena cancellare anche quei pochi in cui non arrivava prima.”
“Già. Nessuno può battermi” lo interruppe Anna, sedendosi sul divano.
Marta rise, stavolta con un tono di sufficienza.
“Brava, brava, però non si può vincere sempre…”
Spulciò rapidamente i video, ne tirò fuori uno di tredici anni prima e lo sollevò. “Perché non ci vediamo assieme uno di questi filmati? Dai!”
“Nemmeno per sogno!” L’avrebbe presa a sberle. Si alzò a metà, le mani sui braccioli.
“Daiii! Vorrei vedere quanto eri brava già prima!”
“No.”
“Luigi? Ti va?”
Lui le diede una pacca sulla spalla, goffo. “Dai Anna, che male c’è?”
Lei si alzò per andarsene. Marta le strinse un braccio, fingendo affetto, le unghie appena premute sulla felpa.
“Vuoi mostrarti ancora una volta capricciosa davanti a lui?” le sussurrò, il rossetto scuro a un centimetro dalla pelle.
Anna la guardò con odio, i denti stretti, poi tornò a sedersi.
Marta annuì, mise il CD nel lettore e si sedette, togliendosi le scarpe.
Le scene si susseguivano. Anna che si tuffava, in costume azzurro, braccia tese, entrata in acqua pulita.
“È proprio vero che in acqua non ti batteva nessuna.”
Luigi tacque. Occhi sullo schermo, le mani sulle ginocchia.
“Guarda quanto era veloce! Hai visto, Luigi? Le ha superate tutte.”
“Sono ancora la più veloce, se per questo” mormorò lei, piccata, le dita che strinsero il bordo della poltrona.
“Brr, ma solo io ho freddo?” chiese Marta, le spalle che si sollevarono appena.
“Non ti starai ammalando?” rispose lui, preoccupato.
“No amore, penso mi serva solo una copertina.” Prese una coperta plaid da uno scaffale e la mise sopra le gambe sue e di Luigi, sistemandola con cura, le mani che sparirono sotto il tessuto.
Anna rimase seduta sulla poltrona, lontana.
Sullo schermo la coach le stava dicendo di rallentare e concentrarsi o non avrebbe tenuto il passo nelle prove successive.
Nel video suo padre le disse di ascoltare l’allenatrice e Anna, con un sorriso dolce e smagliante, rispose all’obiettivo che aveva tanto tempo per riposarsi, dopo gli allenamenti.
Tutti risero nel video. Anche ad Anna, in quel momento, scappò una risata, corta, involontaria. Le venne naturale cercare suo padre con gli occhi.
Quello che vide la fece inorridire.
Luigi era tutto rosso, ansimante, la bocca aperta, il petto che si alzava.
Sotto la coperta la mano di Marta si muoveva, lenta, in un gesto inequivocabile. Il tessuto si alzava vistosamente, a scatti.
Quella pazza lo stava masturbando davanti a sua figlia. Assurdo. Incredibile.
Anna vide e distolse lo sguardo. Marta no. La guardò e ammiccò, le labbra appena curve, gli occhi che non lasciavano i suoi.
“Che ragazza adorabile che era, vero?”
“Papà…” mormorò lei. Sentiva nell’aria un odore… consueto.
Lo stesso di ieri sera. Il rumore della cappella di suo padre che sgusciava fuori, a malapena attutito dal plaid, un suono umido, breve.
Ora, nessuno avrebbe mai definito Anna una santarellina.
Ma non aveva mai e poi mai visto suo padre in chiave sessuale. Lui era la sua roccia, l’uomo che aveva sempre messa al primo posto.
Sapeva della sua debolezza che Marta sfruttava, ma vederlo arrapato a pochi metri da lei era un altro discorso.
Non staccava gli occhi dallo schermo, mentre Anna continuava a nuotare e a tuffarsi.
Marta lo guardava e gli sussurrava qualcosa all’orecchio, le labbra vicine.
Lui non le rispondeva, ma era evidentemente eccitato da quella scena, le ginocchia che si aprivano di un centimetro sotto la coperta, e Anna ebbe un moto di orrore, le unghie conficcate nei palmi.
Luigi
Sentiva la mano di Marta andare avanti e indietro sul suo cazzo, il polso che scattava veloce per qualche secondo e poi rallentava, le dita che stringevano appena sotto la cappella e scivolavano fino alla base, lente, esasperanti, il pollice che ogni tanto premeva sul frenulo e si ritirava.
Le dita di lei scorrevano leggere sul glande gonfio, spalmando il liquido pre-seminale che colava in fili sottili, rendendo la pelle scivolosa; ogni tanto evitavano il punto più sensibile, scendendo invece sulle cosce e risalendo, per poi tornare a stringere appena sotto la cappella.
Sarebbe stato ipocrita dire che raggiunse l’erezione grazie alla sua amica per il semplice motivo che era già eretto dopo pochi minuti di quel video.
Anzi, avrebbe dovuto ringraziarla per quel sollievo che gli aveva concesso, sbottonandogli i pantaloni sotto la coperta.
C’era una ragione se ogni tanto guardava quei CD, quand’era solo: le gambette di Anna che uscivano dall’acqua, il sedere perfetto che si tendeva nel costume, la faccia che rideva verso la telecamera.
Da quando era nato, Luigi era stato educato come una persona seria, razionale, moderata.
Aveva imparato a mettere al primo posto il bene dei suoi cari rispetto al proprio. Per questo motivo non riusciva a capire quale maleficio gli avesse fatto quella strega di Marta per renderlo così infoiato.
Ma non gli importava.
Non si era mai sentito così capito come adesso, mentre lei gli dava esattamente quello di cui aveva bisogno, spudoratamente, senza compromessi.
Le dita di Marta erano calde, unte; il movimento regolare, il rumore umido del prepuzio che si ritirava e tornava a coprire la cappella, appena attutito dalla coperta.
Ogni tanto rallentava fino a sfiorarlo appena, le punte delle dita che tracciavano il contorno inferiore dell’asta e poi circondavano il glande paonazzo, raccogliendo altro liquido e spalmandolo di nuovo; i testicoli gli si contraevano, pesanti, e lei li stringeva delicatamente con l’altra mano, appena, come se volesse sentire quanto erano pieni.
“Non hai nemmeno bisogno che lo prenda in bocca, hai già la cappella tutta bagnata…” mormorò lei, le labbra al suo orecchio, il fiato caldo, la lingua che gli sfiorò il lobo un attimo.
“Papino…” aggiunse, ridacchiando, la voce bassa.
Per quanto suonasse schifoso, era quello che aveva sempre voluto: una donna che lo facesse godere dell’immagine di sua figlia.
Non aveva il coraggio di guardarla, accanto a sé. Quindi, preferì concentrarsi su quelle scene di vita passata, quel corpo giovane che si muoveva davanti alla sua videocamera.
Prima, il fatto che lei fosse presente e li stesse guardando l’avrebbe mortificato.
Adesso rendeva la situazione ancora più eccitante.
“Le chiedo di aiutarmi?” Chiese lei, provocatrice, ma lui la ignorò.
Sentiva le palle tese, il cazzo che pulsava avvolto tra le dita di Marta, implacabili, il ritmo che cambiava senza preavviso: tre colpi veloci, una pausa, uno scappellamento lento alla base, di nuovo veloce.
Lei sapeva sempre esattamente il ritmo da tenere per non farlo godere subito.
Sapeva troppe cose di lui.
Luigi aveva la bocca aperta, il respiro corto, gli occhi fissi sullo schermo dove lei nuotava, le braccia che tagliavano l’acqua.
“Papà…” Anna lo fissava, atterrita.
Si sarebbe scusato con lei centomila volte per quel momento di follia, dopo.
Dopo.
Adesso aveva altre urgenze. Il cazzo gli doleva, la cappella gonfia, pronta a sborrare. Sentiva il seme salire, i testicoli che si contraevano.
Marta accelerò il ritmo della sega, il suono umido più chiaro, e spostò la coperta quel tanto da mostrare ad Anna il glande del padre, paonazzo, lucido, che spuntava dal pugno di lei, pronto a eruttare.
Luigi strinse i denti, le cosce che si tesero.
“Ti prego…” Mormorò Anna, quasi un rantolo.
“Non importunare tuo padre, angioletto. Sta gustando le tue gesta atletiche. Gli fa piacere ricordare quei momenti, vero?”
Lui non rispose.
Sarebbe stata una grande sborrata.
In quel momento suonarono alla porta. Suoni a ripetizione, impazienti. Marta sbuffò e smise di segarlo mentre Anna si fiondò ad aprire la porta.
“Ma…”
“Dopo, papino… Abbiamo ospiti,” mormorò lei, abbottonandogli di nuovo i pantaloni.
L’amico effeminato di sua figlia era sulla soglia, con una busta in mano. Non ricordava nemmeno il nome di quel frocetto schifoso. Il ragazzo sorrise.
“Ciao tesoro! Hai una faccia! Stavate vedendo un film Horror? Si può?”
Lia
Sei anni prima.
Il sole picchiava sulla spiaggia. Il costume intero le stringeva le spalle e le lasciava segni rossi, irritandole la pelle e dandole la sensazione di essere un insaccato.
All’epoca Lia era già piuttosto formosa, aveva i capelli tagliati cortissimi, l’acne sulla fronte e sul mento. Si sentiva brutta.
A pochi metri, un gruppo di ragazzi giocava a pallone vicino all’acqua. Tra loro c’era il cugino Toni. Correva, rideva, si tuffava: alto, dritto, bellissimo. Lei lo guardava di sottecchi, sperando che si voltasse e la salutasse.
“Mamma… posso andare a giocare un po’ con loro?”
Teodora non alzò lo sguardo dal libro “I segreti di Medjugorje”, edificante lettura estiva. Teneva il cappello a tesa larga, gli occhiali da sole, e un costume identico al suo, solo di taglia maggiore.
“No. Rimani qui.”
“Solo un po’…”
“Il sole è troppo forte. Con quella pelle ti bruci in due minuti. E poi non è il caso che corri su e giù come una scatenata con quel costume.”
Che c’entrava il costume, adesso.
Lia guardò il cielo, poi di nuovo i ragazzi. Toni aveva appena segnato e alzava le braccia al sole, libero, leggero.
Dopo un po’ Teodora aggiunse, senza voltarsi: “Una ragazzina perbene non si agita. Sta seduta, prende il sole con giudizio e non dà spettacolo. Quando sarai più grande capirai.”
Lia non rispose.
Strinse le mani sui bordi del lettino, fissando il mare. Fece appena caso alle bottiglie di gin che le scivolarono davanti agli occhi, sul carrello.
Lia si riscosse; guardò il padre e sorrise, scuotendo la testa e rimettendo le bottiglie di gin sullo scaffale del supermercato.
“Non provarci nemmeno, papà.”
Lui fece finta di non capire, poi alzò le spalle con l’aria sorniona.
“Pensavo di averla fatta franca.”
“Mi sono distratta,” ammise lei.
Sergio le si avvicinò. Le baciò la guancia, poi le labbra quasi sfiorarono il lobo dell’orecchio mentre le sussurrava: “Stasera ti va la bistecca?”
“Papà…” Lia sbuffò, alzando gli occhi azzurri al cielo e soffocando una risata.
“È un sì?” chiese lui, la voce già più roca.
“Se è buona…” e la voce le uscì più bassa del previsto
Lui le diede un altro bacio, questa volta sull’altra guancia, e sussurrò: “Buonissima. Molto spessa e succosa. Una per te c’è già. Ne vado a prendere un’altra…”
Lia rise, un suono breve, quasi nervoso, e lo spinse leggermente verso il reparto carni.
“Vai. Prima che chiuda.”
Mentre lui si allontanava, lei rimase ferma accanto al carrello.
Si chiese, senza una risposta chiara, come fosse possibile che quel torbido momento della sua vita le sembrasse così felice.
Suo padre era calmo, in salute.
Vivevano come una normale coppietta di neosposi: andavano a fare la spesa, la sera lei lo massaggiava e finivano per fare l’amore.
L’amore?
Tutti felici, comunque.
Si sarebbe potuta abituare. Non sapeva se lui si sarebbe abituato, però.
Eppure, a volte le mancava qualcosa. Preferì non pensare ad Anna.
C’era un altro timore, più insistente: che lei e il padre restassero troppo a lungo chiusi nella solitudine del loro mondo, e che alla lunga quella chiusura pesasse sul loro rapporto, lo rovinasse.
Il loro rapporto?
Lia si corresse mentalmente: doveva chiamare le cose con il loro nome.
Il loro incesto.
Il suo sguardo vagò su Sergio, che stava tornando verso di lei con una scatola di plastica trasparente in mano. La appoggiò vistosamente nel carrello e le sorrise: “per stasera…”
Fu allora che sentirono una voce familiare alle loro spalle.
“Weee!”
“Raffaele! Porca puttana, sei tu?”
“Sergio! Quanto tempo! Che fine hai fatto?”
“Mi sono separato da mia moglie Teodora…”
“Maddai! Non vivi più lì?”
“Non più.”
“Ma ti ricordi che belle serate in quella casa?”
“Eh…”
Risero come due pazzi, rumorosamente, e per un attimo Lia ebbe la sensazione di essere di troppo.
Raffaele aveva i capelli di un castano vivo, foltissimi, forse troppo folti.
Pensò che potessero essere un parrucchino, o il risultato di un trapianto.
Indossava una camicia hawaiana giallo pastello e jeans attillati.
Aveva uno sguardo amichevole, caldo, lontano dal gelo nordico di Sergio, e un lieve accento campano che lo rendeva immediatamente simpatico.
Sergio lo afferrò per una spalla.
“Ti ricordi della mia teppistella?”
“Come no! Lia!” Raffaele si rivolse a lei, le prese le spalle con naturalezza e le diede un bacetto sulla guancia.
“Non ci crederai, ma io ti conosco da quando eri alta così.” Indicò il proprio ginocchio con un gesto teatrale.
Lia rise, un po’ a disagio.
“Non mi ricordo, scusa.”
Raffaele rise con noncuranza e riprese a chiacchierare con l’amico.
Doveva essere uno dei compagni di bagordi del padre.
Quelli delle serate in dependance. Probabilmente, da bambina, mentre andava a spiare Sergio di nascosto, lo aveva mai visto di sfuggita.
“Sai che ho tenuto i contatti con alcuni del vecchio gruppo? Qualcuno c’è ancora in giro.”
Sergio intervenne, interessato: “Davvero? Chi è rimasto?”
“Una decina li sento ancora. Ogni tanto ci beviamo qualcosa, ricordiamo le vecchie storie.”
“Le solite cazzate, immagino.”
Raffaele rise, scuotendo la testa.
“Le solite. Perché non ci vediamo uno di questi giorni? Ci facciamo due chiacchiere tutti insieme. Provo a convincere un paio di loro a unirsi.”
“Perché no?”
“Certo. Dammi il numero e ti scrivo. Non sparire di nuovo, eh.”
Si abbracciarono di nuovo.
“A presto! Ciao teppistella!”
Lia rimase in silenzio accanto al carrello, pensierosa.
L’idea la metteva in allarme. Temeva che suo padre ricadesse nei vecchi vizi. Eppure, allo stesso tempo, si scoprì interessata.
“Papà…”
“Sì, Lia?”
“Se vuoi organizzare una serata con Raffaele… mi farebbe piacere.”
Lui la guardò, sorpreso.
“Sicura?”
“A patto che tu faccia il bravo.”
“Lo giuro… Per chi mi hai preso?”
Sergio le posò una mano sulla schiena, bassa. Le dita scivolarono appena sotto l’orlo della maglietta, sfiorandole la pelle nuda.
“Da un po’ di tempo… rigo dritto,” mormorò lui.
Lei gli fermò la mano, schioccando la lingua, ma non la allontanò del tutto.
“Ti piace, quando rigo dritto?”
“Papà… un’altra cosa.” Liberò la sua mano e la lasciò scivolare più in alto, finché le dita di Sergio non trovarono la curva del seno e la carezzarono fugacemente, attraverso il tessuto.
“Per te tutto,” sussurrò lui.
“Voglio esserci anche io.”
Sergio spalancò gli occhi, perplesso.
“Ti annoierai…”
“Non se starai al mio fianco.”
“Va bene… Mia signora. Ai tuoi ordini.”
Anna
“Ho pensato di venirti a trovare, tesoro bello. Spero di non aver disturbato.”
Anna lo abbracciò forte, tremante, ancora sconvolta.
Pippo le diede due colpetti sulla schiena, leggeri.
“Piano, principessa. C’è abbastanza Pippo per tutte!”
Marta lo guardò come se fosse una zanzara.
“In realtà disturbi. Hai avuto un pessimo tempismo.”
Pippo squadrò Marta, il naso appena arricciato, un angolo della bocca sollevato, e quel gesto fece sorridere Anna.
“O un ottimo tempismo. Dipende, suppongo. Tutto a posto?”
“Sì” disse Anna, la voce bassa, gli occhi ancora su di lui.
“Non sembra, ma va bene. Che stavate guardando?”
Marta accennò un sorriso, le labbra appena curve, il rossetto scuro che si tese. “Pensavo che quelli come te amassero i cazzi. Dovresti concentrarti su quelli tuoi.”
“Pensieri profondi di una filosofa moderna. Quelli come me non sono degni di simili perle.”
“Nulla, Pippo. Solo vecchi video di famiglia.”
Suo padre sembrava stordito, teneva gli occhi chiusi, la testa appoggiata allo schienale, il respiro ancora un po’ corto. Non era riuscito a godere e sembrava stralunato.
In quel momento il telefono di Luigi suonò. Marta rispose come se fosse il proprio telefono, con naturalezza, già portandoselo all’orecchio.
“Il corriere è qui. Luigi, amore, vai a prendere il sushi.”
“S-sì…” Rispose lui.
La cena fu abbastanza imbarazzante per Anna, che sentiva gli sguardi di Marta squadrarla e cercò di chiacchierare con Pippo, estraniandosi.
“Marta cara? Penso tu possa mangiarlo con le bacchette, sai?”
Marta ignorò Pippo e cominciò a infilzare il sushi con la forchetta, un pezzo alla volta, senza fretta.
“Più comodo così” grugnì lei, mentre masticava rumorosamente.
“Di dove sei, Marta?” chiese lui, cambiando argomento
Marta lo fissò, sorniona. “Di un piccolo paesino del sud, un posto sperduto. Ho sempre voluto aiutare le persone, l’infermiera era quasi una vocazione, per me.”
“Vedo, vedo…” disse Pippo, ammiccando vistosamente, un sopracciglio alzato. “Una grande vocazione!”
Anna abbassò gli occhi sul piatto. Le venne quasi da ridere, ma si controllò.
Marta usò la forchetta per tagliare in due un pezzo di sushi e Pippo decise che non fosse il caso di insistere.
“Luigi, sparecchi tu?”
“Sì…” Suo padre sembrava in trance, non aveva detto mezza parola per tutta la cena. Non voleva nemmeno rivolgergli la parola.
“Pippo, aiuta il mio amore a sparecchiare e lavare i piatti, per favore.”
“Ah…”
“Adesso.” La voce di Marta era perentoria.
“Ok, certo…” Pippo si alzò, prese un paio di piatti, e seguì Luigi in cucina.
Appena Pippo e suo padre si allontanarono, Marta si rivolse ad Anna, improvvisamente seria.
“Usciamo fuori, devo parlarti.”
Marta
“Doran vuole vederti, domani.”
Anna rimase di sasso.
Marta se ne accorse e quasi le venne da ridere. Sperava di avere ancora tempo, la stupida. Tempo non ce n’era più.
“Marta, no…”
“Come, no?” Marta inclinò la testa, un sopracciglio alzato, le labbra appena curve. Che faccia da cerbiatta ferita.
Perfetta.
“Ci ho pensato e non intendo… farlo.”
“La escort è un bel lavoro, tesoro. Meglio di qualsiasi altro lavoro, anzi. Ti aiuterà nel raggiungere i tuoi sogni.”
“Non voglio prendere queste scorciatoie.”
“Scorciatoie?” Marta fece un passo avanti. Scorciatoie. Avrebbe raccomandato a Doran di picchiarla, senza sfregiarla, però. Quel ben visino andava protetto.
“Vorrei essere giudicata per come canto, non per… altro.”
Marta si avvicinò, fissandola negli occhi, il viso a un palmo dal suo.
“Nella vita sarai sempre giudicata per qualcosa. Ti offro la possibilità di vivere libera da quelle stupide convenzioni sociali. La dignità, il pudore, il merito…”
Le accarezzò una guancia, il pollice che le sfiorò lo zigomo, lento. Che pelle liscia. Una manzetta di primissima qualità. Doran l’avrebbe pagata bene. Molto bene. Già se la immaginava in ginocchio davanti a lui, e poi a tutti gli altri. Un giocattolo.
“Ti ho già dato un assaggio della tua vita futura, non mi dire che ti è dispiaciuto, angioletto…”
“Ho detto no ed è no.” Anna indietreggiò di mezzo passo.
Che lamento.
“Sei scema? Doran è segno Toro. Quelli non discutono. A Doran non capita spesso di discutere. Ti troverà e farà del male.”
“Non ho paura di lui. E nemmeno di te, se per quello.”
“E fai male.” La carezza sulla guancia divenne uno schiaffetto, il palmo aperto, secco. Anna portò una mano alla guancia, gli occhi che si strinsero. Marta sentì il bruciore sotto le dita e le piacque.
“Vai via da questa casa, troia… Non avrai mai potere su di me.” Rispose Anna. Che impertinente. Era ora di giocare a carte scoperte.
Ridacchiò, accendendo lo smartphone che aveva in tasca, lo schermo che si illuminò tra le dita. Che ingenua.
“Ne sei davvero convinta, reginetta? Non pensavi che io avessi preso delle precauzioni, ieri sera?”
Anna rimase di sasso, le labbra aperte. Le girò lo schermo. La scena era bella, quasi artistica: Anna che succhiava il cazzo a Eddy, mentre lei le leccava la fica.
Già Marta fantasticava di passarla di mano in mano, in villa. I papponi, le guardie, i clienti, chiunque Doran volesse.
Rivedendo la scena, Anna ebbe un conato, lo stomaco che si contrasse, ma cercò di restare impassibile, le spalle dritte. Marta la osservava. Il suo autocontrollo era ammirevole.
“E quindi? Immaginavo qualcosa del genere. Diffondi pure questo video. Un banale contenuto sessuale che mi riguarda. Il secondo dopo che sarà pubblico, ti denuncerò. Ti arresteranno e mio padre saprà finalmente che razza di puttana infida e manipolatrice sei.”
Non aveva capito nulla, incredibile.
Marta la fissava, impassibile. Poi non resistette, rovesciò la testa e rise come una matta.
Anna la guardò in silenzio.
Aveva le lacrime agli occhi e si ricompose con fatica.
Che faccia. Non aveva ancora capito niente.
“Hai finito di ridere come una demente? Che cazzo ti prende?”
“Sei tanto bella, intelligente, ambiziosa e nonostante questo non hai ancora capito chi fosse Eddy?”
Anna rimase interdetta. “Solo l’ennesimo riccone schifoso…”
Marta scosse la testa, pulendosi le lacrime, il gesto lento. “Guarda il seguito del video, ti prego.”
La ripresa era di una telecamera fissa all’ingresso del privè.
Videro Eddy godere e sborrare come un idrante, i fiotti di seme caldo che colpivano il viso di Anna. Il video proseguì.
Eddy andò incontro all’obiettivo, ignaro, mentre si rimetteva l’accappatoio bianco.
Sospirò e urlò: “That was perfect!” E, nel dirlo, alzò la mascherina, mostrando il volto e gli occhi chiarissimi per alcuni secondi, prima di allontanarsi.
Anna rimase di pietra, le ginocchia che le cedettero di un centimetro, e balbettò.
“M-m-ma….”
“Mmmmmmmaaaaa” le fece il verso Marta, la voce strascicata.
“È lui…”
“Complimenti, puttanella. La tua carriera musicale decollerà, dopo esserti scopato proprio lui. Pensa quando lo sapranno tutti.”
Ad Anna cadde il mondo addosso. Rimase immobile, aggrappandosi a una parete.
Marta se la godeva.
“N-n-n….” Balbettò Anna.
“Nnnnnnnnnnn……..” Marta inclinò la testa, scimmiottandola.
“N-no….”
“Dovresti vedere la tua faccia, puttanella. ESILARANTE!”
“Non puoi…..”
“Domani, ore otto di mattina in villa. Doran non vede l’ora di conoscerti.”
Anna rimase immobile, le dita che tremavano.
“A-aspetta…”
Allungò una mano verso quella di Marta, le dita che cercarono di prenderla, il gesto istintivo, disperato. Marta la allontanò con un gesto pigro, infastidito.
“Domani. Ore otto.”
Anna la fissò, terrorizzata, gli occhi spalancati, la bocca aperta.
“Sì va… bene… Non dire nulla, ti prego, non fare nulla…. Stai calma…”
“Che lagna che sei, succhiacazzi di una reginetta. Vedremo. Intanto domani inizieremo da un piccolo tutorial orale, anche se penso tu sia già esperta!”
Marta tirò fuori il telecomandino dell’antifurto, premette lo sblocco ma si voltò per rientrare, come se avesse dimenticato qualcosa. Già se la immaginava in villa, in ginocchio, passata di mano in mano. Il suo giocattolo. E di tutti. Anche di lei.
“Vado a finire la sega a tuo padre e me ne vado, o resterà di cattivo umore per secoli. E chi lo sente?” rise. “A meno che non voglia pensarci tu a farlo sborrare per stavolta, mi faresti un favore.”
“No…”
“Sarebbe un bel segno di fiducia se mi sostituissi per stavolta…”
“Marta…”
“Magari se me lo chiedi gentilmente…” Anna la guardò con gli occhi liquidi. “Per favore, Marta…”
“Cosa mi stai chiedendo? Chiedimelo bene.” Marta ammiccò.
“Puoi farlo tu al posto mio?”
“Fare cosa?”
“Puoi… masturbare mio padre?”
“Va bene, per stavolta…” Marta rise. “Starà ancora in salotto a guardare quel video. Sarà questione di minuti, conoscendolo. Ci vediamo direttamente lì. Ok?”
Anna tacque.
“Quando?” chiese Marta, divertita.
“Ore otto…”
“Brava. Buonanotte, angioletta. E ricorda, non puoi vincere sempre.”
Anna
Le mancava l’aria, di colpo il suicidio le sembrò un’opzione rassicurante. Strinse le ginocchia con le mani, il petto che si alzava e abbassava.
“Credo che Marta stia facendo una pippa a tuo padre in soggiorno, che donna di classe!”
Pippo la vide nel pieno dell’attacco di panico e si fermò a metà corridoio.
“Che hai? Ti senti male?”
“Pippo ho fatto una cazzata, aiutami ti prego.”
Piangendo, Anna vuotò il sacco. “Non te l’avevo detto, scusa. Marta ha dei video pornografici. Miei. Con uno famoso. Li ha girati la sera della festa. Mi ricatta. Se quei video escono, sarò sputtanata. Domani vuole che inizi a prostituirmi. Non so come uscirne.”
Pippo restò esterrefatto.
“Madonna protettrice delle cantanti.”
Si passò una mano sulla fronte, perplesso.
“Non so che fare! Non so come uscirne! Farò come dice lei, non ho altra scelta.”
“Stai tranquilla. Non fare niente finché non ti richiamo.”
Si voltò di scatto, aprì la porta con un colpo secco e uscì quasi di corsa, sculettando involontariamente.
Pippo
Più ci pensava e più capiva che stesse facendo una grossa cazzata, la schiena curva sotto il telo parasole.
Eppure, aveva promesso di aiutarla e non poteva tirarsi indietro.
Pregò che Marta non si accorgesse che si era nascosto nei posti dietro dell’auto e rimase immobile, il respiro basso.
“Spirito di Raffaella Carrà, proteggimi tu!”
Mentre la aspettava, Pippo era rimasto in auto e aveva escogitato un piano a suo dire geniale: fingere di dormire per non dare nell’occhio; purtroppo, ci aveva preso così tanto gusto da addormentarsi sul serio.
Si svegliò di soprassalto solo quando Anna risalì in macchina senza dire una parola e chiuse lo sportello con forza.
Indossava un costumino da angelo spiegazzato, aveva i capelli scompigliati e il trucco sbavato.
“Andiamo via, Pippo!”
“Su-suuubito!” Pippo mise in moto così rapidamente che per poco non ruppe la chiave.
“Gioia mia! Mi stavi facendo preoccupare! Avevo chiuso gli occhi solo per riflettere su che fine avessi fatto, per Santa Rita!”
Anna tenne lo sguardo basso, mentre la loro auto si allontanava.
“So… sono entrata in villa…” Le mani le tremavano leggermente mentre balbettava.
“E fino a qui, potevo arrivarci! Che è successo? Perché sei vestita da cherubina cubista?”
“C’erano ragazze… spogliarelliste. Mi hanno scambiata per un’escort e mi hanno fatto indossare…questo. C’era… una specie di orgia.”
“E poi?”
Anna non se la sentiva di confessare tutto.
“Niente. Si sono distratti e sono riuscita a scappare.”
Non aggiunse altro. Pippo la guardò di sottecchi mentre guidava, ma non insistette. Proseguì in silenzio fino a quando furono vicini a casa sua, poi parlò di nuovo.
“Beh, se ti hanno scambiata per una mignotta vuol dire che hanno proprio pessimo gusto. Non riconoscono una donna di classe quando la vedono?”
Anna accennò un sorriso poco convinto.
“Ma stai bene? Ti hanno fatto del male?”
“Sto bene… Mi sono solo emozionata troppo.”
Troppi orgasmi, pensò, avvilita.
“Ok, ma non farti vedere da tuo padre vestita così. Sembri uscita da un film porno di serie B. Chissà cosa penserebbe.”
Lei fece una piccola risata amara.
“Già. Chissà cosa penserebbe.”
Lui cercò di alleggerire, come faceva sempre: “amore, avresti potuto avvertirmi della tua passione per il cosplay. Ho una tuta intera di lattice viola con un foro dietro che non uso da…”
Anna non lo seguì. Guardava fuori dal finestrino, le dita che stringevano il bordo del costumino. Pippo continuò a parlare per un po’, poi capì e si limitò a guidare.
Riuscì a tornare a casa senza fare rumore; suo padre dormiva, per fortuna. Piombò in un sonno opprimente e tormentato.
Luigi
Dodici anni prima.
“Padri che hanno avuto la mia stessa esperienza?”
“Se vuoi, possiamo scambiarci le foto… Ho due figlie niente male.”
“Papà?” Lo interruppe Anna.
Luigi chiuse il telefono così rapidamente da farlo quasi cadere.
“Sì?”
“Mi presti il telefono per stavolta? Vorrei giocarci.”
“Anna… Ne abbiamo già parlato. Il telefono di ciascuno di noi è sacro. Nessuno deve toccare il telefono di papà…”
Luigi smise di rispondere a quella conversazione. La foto della figlia in costume da bagno rimase lì, allegata alla chat, senza essere mai stata inviata.
Certe confessioni non erano per lui.
Anna
Qualche imbecille diceva che le persone normali vincono o perdono, cose che capitano.
Anna riteneva che quella fosse la mentalità di chi non sa controllarsi.
Lei vinceva.
Anche quando si sentiva al tappeto. E, per questo motivo, il mattino dopo la sua notte brava indossò una felpa e la sua migliore espressione impassibile e fece colazione come se nulla fosse, seduta di fronte a suo padre, combattendo la nausea del post sbronza e il piacevole dolore tra le cosce.
Tolse dalla busta di carta il croissant semplice che lui le aveva preso al bar, come tutte le mattine.
Luigi non la guardava, assorto nella lettura, e sorseggiava il latte macchiato tenendo il giornale aperto con entrambe le mani.
Il loro tavolo da pranzo le sembrò lunghissimo, come i tavoli delle case dei ricchi, lei a un capo e suo padre all’altro.
Iniziò a strappare distrattamente l’estremità del cornetto, la inzuppò nel cappuccino e la portò alla bocca, provando un lieve sollievo al sapore croccante, appena ammorbidito dal latte.
Ne sfiorò il dorso col pollice e si ritrovò a fissare il membro di Eddy, stretto nel suo pugno, duro alle sue carezze.
Si lasciò andare a quei ricordi perversi con una specie di svagatezza infantile, allungò la lingua sull’increspatura della pasta e sentì di nuovo la cappella entrarle in bocca, la salivazione che aumentava, il bordo che si ammorbidiva sotto la saliva, la lingua di Marta a percorrerle la vulva fradicia.
Papà non si sarebbe accorto di nulla, impegnato a leggere.
“Sei tornata tardi ieri notte. Dov’eri?”
Luigi alzò gli occhi solo un attimo, le sopracciglia appena sollevate, poi li riabbassò sul giornale, che frusciò rumorosamente tra le dita.
Anna si riscosse, infastidita, la lingua ancora a metà del gesto.
“Sì.”
Lui annuì e tacque. Lei chiuse gli occhi, strinse le labbra e parlò.
“Ho lasciato Toni.”
Luigi abbassò il giornale di scatto e restò a bocca aperta.
“Ma…”
“Non stava funzionando più, papà. Era troppo geloso.” Scosse le spalle, minimizzando, e riprese a piluccare il cornetto senza guardarlo.
“Eravate fidanzati da almeno dieci anni…”
“Per fortuna non sono diventati undici, visto il tipo.”
Abbassò lo sguardo sul piatto. Si distrasse un minuto e non si accorse subito che suo padre si era alzato e le aveva appoggiato una mano sulla spalla, le dita incerte.
“Papà…”
“Mi dispiace…”
Suo padre non era mai stato un tipo caloroso, ma non era un mostro. E, con tutti i suoi difetti, non si poteva negare che tenesse a lei.
“Purtroppo, quando siamo innamorati diventiamo ciechi ai difetti dell’altro.”
Anna percepiva distintamente un tremolio del proprio zigomo e le lacrime pronte a partire. Represse amaramente lo spasmo ma non la battuta che le uscì spontanea.
“Ma davvero, papà?”
Lui tolse la mano e le diede un piccolo buffetto sulla spalla, quasi imbarazzato dal proprio gesto.
“Voglio dire, alla tua età può succedere. Crescendo saprai riconoscere questi segnali e starai più in guardia.”
“Come no…”
“A questo proposito, Anna. Posso farti una richiesta?”
Lei alzò appena il mento, perplessa.
“Cosa?”
“Vorrei che tu provassi a essere più gentile con Marta.”
“Cosa? No.”
“Uno sforzo. Sii più gentile con lei. Non ti chiedo altro.”
Era davvero impazzito se pensava una cosa del genere.
“La ami?”
Luigi restò in piedi dietro di lei, la mano a mezz’aria, la bocca che si aprì e si richiuse.
“Non è questo il punto…”
Anna alzò gli occhi al cielo, lenta.
“La ami?” Ripeté.
“Non lo so…”
“Non lo sai, e non sai nulla di lei. Ti sta solo usando.”
“Usando? Per quale scopo? Piuttosto ascoltami, per favore.”
Lei fece per parlare, poi tacque.
Luigi scambiò quel silenzio per interesse e annuì, proseguendo.
“Capisco quello che senti, davvero. Però temo che tu ti stia lasciando andare a pregiudizi verso una persona che, nel futuro, potrebbe essere importante per entrambi. Prova a conoscerla meglio, ti chiedo solo questo.”
“No.”
“Stasera vedremo. Magari parlandoci di più cambierai idea.”
Anna si voltò, le sopracciglia alte.
“Stasera?”
“Stasera. L’ho invitata a cena da noi. Cucinerà lei.”
“Sei impazzito?”
“Vorrei che voi due andaste d’accordo, e da qualcosa bisognerà iniziare.”
“Sarebbe più semplice chiedermi di tornare con Toni.”
“Non ti sto chiedendo di tornare con Toni, ti sto chiedendo…”
“Di chiamarla mamma?”
Lui scosse la testa, energicamente, e fece un passo indietro.
“Non te lo chiederei mai.”
“Mamma è morta” sussurrò lei, gelida.
Luigi restò dietro di lei, gli occhi sbarrati, le labbra strette, muto.
Anna finì di masticare l’ultimo pezzetto di croissant, posò il tovagliolo sul piatto e si alzò.
“Grazie per la colazione.”
Uscì senza aggiungere altro.
Lia
Si svegliò prima di aprire gli occhi, con qualcosa di tiepido e liscio che già le passava sulle labbra, la punta che le sfiorava l’arco di Cupido, premeva, si ritirava e tornava.
Suo padre le stava a cavalcioni sul petto, nudo, le ginocchia affondate nel materasso ai lati del viso, il cazzo barzotto che le accarezzava le labbra dall’alto.
Lia bofonchiò, ancora rauca di sonno, quasi divertita da tanta sfacciataggine.
“Buongiorno a te, papà…”
Il glande, umido, le scivolava sul labbro inferiore e il peso delle cosce le teneva la testa ferma sul cuscino.
Era rimasto a dormire con lei anche quella volta: le sere prima, dopo aver fatto quello che voleva, si alzava e se ne tornava in camera sua; adesso invece aveva preso l’abitudine senza dirle niente.
Lui non rispose al buongiorno. Sorrise e le passò ancora la cappella sul viso angelico, e gliela premette sul labbro inferiore a scanso di equivoci su cosa desiderasse dalla figlia.
Lei sospirò, allungò una mano, si raccolse i capelli in una coda con l’elastico sul comodino e aprì la bocca.
Suo padre scese di un centimetro e la punta le entrò da sola, dritta sulla lingua.
Sentì appena un sapore salato, un residuo della notte prima, subito coperto quando fece scivolare le labbra oltre la cappella bulbosa, si fermò sull’asta e lasciò andare un fiotto di saliva. Ci girò intorno con la punta della lingua, lo bagnò, tastò il solco, il meato, la pelle tesa, mentre il bacino di lui le restava sopra il viso.
Iniziò a succhiare pigramente il glande che le si contrasse tra le labbra, un primo guizzo che la fece quasi sorridere.
Se lo faceva scorrere sull’interno della guancia, poi lo tirava appena fuori per passargli la lingua sul frenulo e se lo riprendeva, proprio mentre lo sentiva indurirsi.
Una mano gli strinse i testicoli, l’altra gli faceva scorrere la pelle sul fusto, e lei saliva e scendeva finché lui non le mise le dita tra i capelli e le impose il ritmo, più a fondo, poi su, poi di nuovo giù. Lia lo lasciò fare.
“Che cazzo…” fece lui, la voce ancora spezzata dal sonno. “La tua bocca… Lia.”
Un attimo dopo, più basso:
“…la mia bambina…”
Una libidine dolce le scese lungo la schiena e non si fermò: scavò le guance e andò su e giù, le labbra morbide e soffici che gli avvolgevano il sesso e glielo prendevano più a fondo, con un ritmo lungo. Sergio teneva gli occhi chiusi, le mani sepolte nella coda di lei, e se ne serviva come del timone di una nave: un po’ a dritta, un po’ a sinistra, e Lia lo lasciava governare.
Il membro iniziava a pulsare e lei sentiva sciogliersi sul palato filamenti di presperma, uno stillicidio denso, un filo di saliva che le colava dall’angolo delle labbra sul mento.
“Oh cazzo, sì.”
“Non fermarti, teppistella.”
Non ci pensava nemmeno a fermarsi. Succhiava come una ventosa, con la testa premuta sul cuscino mentre lui le accarezzava il seno, lo stringeva, il pollice sul capezzolo, e l’altra mano le restava tra i capelli.
Quel cazzo duro le piaceva, inutile girarci intorno, e tra le gambe era già bagnata.
Stava per dirgli che poteva usarla quando voleva (dopotutto era o no la sua bambola gonfiabile?) quando lo sentì gemere; si staccò un attimo per tirare fiato e un filo di saliva le restò teso tra le labbra gonfie e la cappella lucida.
“Vieni in bocca, pà?”
“Sì… siii… sssìììì…”
Fece appena in tempo a riprenderlo in bocca quando Sergio le esplose rumorosamente in gola.
“Lia! Caaazzo!!”
Una densa cascata di fluido caldo le invase il palato, getti infiniti di sperma.
Lui d’istinto le strinse la nuca e si godette l’orgasmo spingendole il membro in fondo alla gola.
Lia gli chiuse la mano intorno al cazzo e continuò a risucchiare rumorosamente quei getti, uno dopo l’altro, finché Sergio la tenne così e gli ultimi scatti non furono solo gocce.
Le restò in gola il sapore consueto dello sperma mattutino, denso, amarognolo, salato al palato.
Avrebbe giurato che quello del pomeriggio fosse più liquido e più dolce. Deglutì e lo sentì scendere a piccoli sorsi.
Ma quanta cazzo di sborra produceva suo padre?
Era venuto solo ieri notte, dentro di lei.
Quante volte poteva venire e avere ancora quella quantità di roba nelle palle?
Si chiese, seccata e divertita, a che punto di perversione fosse arrivata se ormai riconosceva quella sborra a occhi chiusi.
E il peggio era che le piaceva.
Riprese la cappella in bocca, diligente, cercando l’ultima goccia, poi pulì a leccate il fusto, i testicoli, ogni umore residuo.
Con un lungo sospiro soddisfatto, lui si spostò, lasciandosi andare sulla schiena, lei gli salì addosso e gli si accucciò in grembo, la guancia sul petto.
“Buongiorno,” disse lui, questa volta.
Lei sbuffò, gli occhi cerulei al cielo.
“Dovremmo alzarci e uscire, lo sai, papà?”
“Perché?”
“Non abbiamo più nulla da mangiare in casa, siamo chiusi dentro da una settimana.”
Sergio le accarezzò la nuca, lento.
“Mi sembra di aver sfamato mia figlia fino a poco fa…”
“Ti sfamerai da solo, quindi?”
Sergio ammiccò, divertito.
“Va bene. Teppistella impertinente… Usciamo.”
Anna
Il campanello emise tanti piccoli suoni in serie, impazienti.
“Amore!”
“Ehi…”
Dal corridoio arrivò la voce di Marta, poi quella di suo padre, e una viscida sequenza di schiocchi rumorosi.
Anna si avvicinò all’ingresso trovandoli avvinghiati, le lingue in bocca, le mani di lei sulla nuca di lui, le spalle di Luigi piegate in avanti.
Squallidi.
Si voltò per lasciarli soli, ma Marta si staccò dalle labbra di Luigi, ancora sporca di saliva, un filo che le restò sul mento un attimo prima di asciugarsi col dorso della mano.
“Ehi, angioletta!”
Anna rabbrividì. Avrebbe voluto incenerirla con lo sguardo. Marta si avvicinò, il braccio stretto intorno al fianco di Luigi, trascinandolo di un passo.
Si era truccata poco: lieve ombretto e rossetto entrambi marrone scuro, le labbra appena più scure del resto del viso. Anna, a scanso di equivoci su quanto tenesse a quella cena, era rimasta in felpa e struccata, i capelli raccolti alla meglio.
“Che timidona! Sei pronta a gustare una cenetta indimenticabile?”
“Fagioli in scatola? O ci stupirai con altre ricette?”
Marta scoppiò a ridere, rumorosamente, la testa gettata indietro, le spalle che si sollevavano.
“Sei pazza, angioletta?”
Anna guardò suo padre. Lo vide imbarazzato, il sorriso stirato, gli occhi preoccupati, le orecchie appena rosse. Non esitò comunque.
“Non chiamarmi così.”
“Perché no? Hai quegli occhioni innocenti… Ti mancano solo le ali.”
“Ok. Cosa cucinerai?”
“Io? Nulla!”
Sia Anna che Luigi ebbero lo stesso sguardo interrogativo.
“Ordiniamo qualcosa di buono!”
“Ah beh…” Sbuffò Anna, le spalle che si abbassarono di un centimetro.
“Amore, mi presti il telefono? Ordino dalla tua app.”
“S-sì, certo…”
Proprio suo padre, sempre estremamente riservato con le sue cose e che nemmeno da piccola le aveva mai prestato il telefono per giocarci, passò l’apparecchio a Marta davanti a lei, allibita.
Marta lo prese con naturalezza, già scorrendo.
“Giapponese va bene?”
“Eh?” Balbettò lui, spostando il peso da un piede all’altro.
“Sushi?”
“Ah! Sì ok…”
“Anna?”
Anna taceva. Meno male che avrebbe dovuto cucinare Marta. Inaffidabile.
“Annina? Angioletta? Sushi?” Chiese lei maliziosamente, passandosi rapidamente la lingua sul labbro inferiore tinto di scuro, gli occhi fissi su di lei.
Voleva prenderla a pugni. Poi guardò il padre, la faccia di un cane bastonato.
“Va bene il giapponese…”
“Bene, ragazzi. Il corriere arriverà tra un’ora. Mettiamoci comodi in salone, vi va?”
Marta
Quant’era bella, la puttanella; anche trasandata le faceva sesso. Provò un brivido di eccitazione ricordando di aver bevuto da quel calice di umori la sera prima. Non vedeva l’ora di sottometterla del tutto; Luigi era già ridotto a un cagnolino, avrebbe scodinzolato se avesse potuto.
Ma a quello ci avrebbe pensato lei.
Anna
“Ma che bella cassettiera! E questa libreria? Meravigliosa!”
Non si stupiva affatto che Marta avesse trovato il suo diario: appena entrata in soggiorno aveva iniziato ad aprire i cassetti e a guardare ovunque, con il pretesto di complimentarsi per ogni mobile.
“Noooo vabbè!” Marta sembrò meravigliata dalla vista di una pila di CD, si chinò, ne prese uno, lo rigirò tra le dita. “Ma cosa sono questi?”
“Sono… vecchie videocassette. O meglio, vecchi video che ho rimasterizzato su CD” rispose Luigi, imbarazzato, una mano che si passò sulla nuca.
“Video? Di cosa?”
“Perlopiù di Anna. Sue gare di nuoto.”
“Così tante? Le filmavi tutte?”
“Eh…”
“Tutte tutte?”
Anna aveva la nausea. Perché quella donna li stava torturando così? Le mani le prudevano, le tenne ferme sulle ginocchia.
“Beh, all’inizio no…”
“Perché all’inizio no?”
Lui scoppiò a ridere, imbarazzato, un suono corto, gli occhi bassi. “All’inizio mi ero ripromesso di conservare quelli delle gare in cui vinceva, ma…”
“Ma…?” chiese lei, la testa inclinata.
“Ma… vinceva praticamente sempre, quindi non valeva la pena cancellare anche quei pochi in cui non arrivava prima.”
“Già. Nessuno può battermi” lo interruppe Anna, sedendosi sul divano.
Marta rise, stavolta con un tono di sufficienza.
“Brava, brava, però non si può vincere sempre…”
Spulciò rapidamente i video, ne tirò fuori uno di tredici anni prima e lo sollevò. “Perché non ci vediamo assieme uno di questi filmati? Dai!”
“Nemmeno per sogno!” L’avrebbe presa a sberle. Si alzò a metà, le mani sui braccioli.
“Daiii! Vorrei vedere quanto eri brava già prima!”
“No.”
“Luigi? Ti va?”
Lui le diede una pacca sulla spalla, goffo. “Dai Anna, che male c’è?”
Lei si alzò per andarsene. Marta le strinse un braccio, fingendo affetto, le unghie appena premute sulla felpa.
“Vuoi mostrarti ancora una volta capricciosa davanti a lui?” le sussurrò, il rossetto scuro a un centimetro dalla pelle.
Anna la guardò con odio, i denti stretti, poi tornò a sedersi.
Marta annuì, mise il CD nel lettore e si sedette, togliendosi le scarpe.
Le scene si susseguivano. Anna che si tuffava, in costume azzurro, braccia tese, entrata in acqua pulita.
“È proprio vero che in acqua non ti batteva nessuna.”
Luigi tacque. Occhi sullo schermo, le mani sulle ginocchia.
“Guarda quanto era veloce! Hai visto, Luigi? Le ha superate tutte.”
“Sono ancora la più veloce, se per questo” mormorò lei, piccata, le dita che strinsero il bordo della poltrona.
“Brr, ma solo io ho freddo?” chiese Marta, le spalle che si sollevarono appena.
“Non ti starai ammalando?” rispose lui, preoccupato.
“No amore, penso mi serva solo una copertina.” Prese una coperta plaid da uno scaffale e la mise sopra le gambe sue e di Luigi, sistemandola con cura, le mani che sparirono sotto il tessuto.
Anna rimase seduta sulla poltrona, lontana.
Sullo schermo la coach le stava dicendo di rallentare e concentrarsi o non avrebbe tenuto il passo nelle prove successive.
Nel video suo padre le disse di ascoltare l’allenatrice e Anna, con un sorriso dolce e smagliante, rispose all’obiettivo che aveva tanto tempo per riposarsi, dopo gli allenamenti.
Tutti risero nel video. Anche ad Anna, in quel momento, scappò una risata, corta, involontaria. Le venne naturale cercare suo padre con gli occhi.
Quello che vide la fece inorridire.
Luigi era tutto rosso, ansimante, la bocca aperta, il petto che si alzava.
Sotto la coperta la mano di Marta si muoveva, lenta, in un gesto inequivocabile. Il tessuto si alzava vistosamente, a scatti.
Quella pazza lo stava masturbando davanti a sua figlia. Assurdo. Incredibile.
Anna vide e distolse lo sguardo. Marta no. La guardò e ammiccò, le labbra appena curve, gli occhi che non lasciavano i suoi.
“Che ragazza adorabile che era, vero?”
“Papà…” mormorò lei. Sentiva nell’aria un odore… consueto.
Lo stesso di ieri sera. Il rumore della cappella di suo padre che sgusciava fuori, a malapena attutito dal plaid, un suono umido, breve.
Ora, nessuno avrebbe mai definito Anna una santarellina.
Ma non aveva mai e poi mai visto suo padre in chiave sessuale. Lui era la sua roccia, l’uomo che aveva sempre messa al primo posto.
Sapeva della sua debolezza che Marta sfruttava, ma vederlo arrapato a pochi metri da lei era un altro discorso.
Non staccava gli occhi dallo schermo, mentre Anna continuava a nuotare e a tuffarsi.
Marta lo guardava e gli sussurrava qualcosa all’orecchio, le labbra vicine.
Lui non le rispondeva, ma era evidentemente eccitato da quella scena, le ginocchia che si aprivano di un centimetro sotto la coperta, e Anna ebbe un moto di orrore, le unghie conficcate nei palmi.
Luigi
Sentiva la mano di Marta andare avanti e indietro sul suo cazzo, il polso che scattava veloce per qualche secondo e poi rallentava, le dita che stringevano appena sotto la cappella e scivolavano fino alla base, lente, esasperanti, il pollice che ogni tanto premeva sul frenulo e si ritirava.
Le dita di lei scorrevano leggere sul glande gonfio, spalmando il liquido pre-seminale che colava in fili sottili, rendendo la pelle scivolosa; ogni tanto evitavano il punto più sensibile, scendendo invece sulle cosce e risalendo, per poi tornare a stringere appena sotto la cappella.
Sarebbe stato ipocrita dire che raggiunse l’erezione grazie alla sua amica per il semplice motivo che era già eretto dopo pochi minuti di quel video.
Anzi, avrebbe dovuto ringraziarla per quel sollievo che gli aveva concesso, sbottonandogli i pantaloni sotto la coperta.
C’era una ragione se ogni tanto guardava quei CD, quand’era solo: le gambette di Anna che uscivano dall’acqua, il sedere perfetto che si tendeva nel costume, la faccia che rideva verso la telecamera.
Da quando era nato, Luigi era stato educato come una persona seria, razionale, moderata.
Aveva imparato a mettere al primo posto il bene dei suoi cari rispetto al proprio. Per questo motivo non riusciva a capire quale maleficio gli avesse fatto quella strega di Marta per renderlo così infoiato.
Ma non gli importava.
Non si era mai sentito così capito come adesso, mentre lei gli dava esattamente quello di cui aveva bisogno, spudoratamente, senza compromessi.
Le dita di Marta erano calde, unte; il movimento regolare, il rumore umido del prepuzio che si ritirava e tornava a coprire la cappella, appena attutito dalla coperta.
Ogni tanto rallentava fino a sfiorarlo appena, le punte delle dita che tracciavano il contorno inferiore dell’asta e poi circondavano il glande paonazzo, raccogliendo altro liquido e spalmandolo di nuovo; i testicoli gli si contraevano, pesanti, e lei li stringeva delicatamente con l’altra mano, appena, come se volesse sentire quanto erano pieni.
“Non hai nemmeno bisogno che lo prenda in bocca, hai già la cappella tutta bagnata…” mormorò lei, le labbra al suo orecchio, il fiato caldo, la lingua che gli sfiorò il lobo un attimo.
“Papino…” aggiunse, ridacchiando, la voce bassa.
Per quanto suonasse schifoso, era quello che aveva sempre voluto: una donna che lo facesse godere dell’immagine di sua figlia.
Non aveva il coraggio di guardarla, accanto a sé. Quindi, preferì concentrarsi su quelle scene di vita passata, quel corpo giovane che si muoveva davanti alla sua videocamera.
Prima, il fatto che lei fosse presente e li stesse guardando l’avrebbe mortificato.
Adesso rendeva la situazione ancora più eccitante.
“Le chiedo di aiutarmi?” Chiese lei, provocatrice, ma lui la ignorò.
Sentiva le palle tese, il cazzo che pulsava avvolto tra le dita di Marta, implacabili, il ritmo che cambiava senza preavviso: tre colpi veloci, una pausa, uno scappellamento lento alla base, di nuovo veloce.
Lei sapeva sempre esattamente il ritmo da tenere per non farlo godere subito.
Sapeva troppe cose di lui.
Luigi aveva la bocca aperta, il respiro corto, gli occhi fissi sullo schermo dove lei nuotava, le braccia che tagliavano l’acqua.
“Papà…” Anna lo fissava, atterrita.
Si sarebbe scusato con lei centomila volte per quel momento di follia, dopo.
Dopo.
Adesso aveva altre urgenze. Il cazzo gli doleva, la cappella gonfia, pronta a sborrare. Sentiva il seme salire, i testicoli che si contraevano.
Marta accelerò il ritmo della sega, il suono umido più chiaro, e spostò la coperta quel tanto da mostrare ad Anna il glande del padre, paonazzo, lucido, che spuntava dal pugno di lei, pronto a eruttare.
Luigi strinse i denti, le cosce che si tesero.
“Ti prego…” Mormorò Anna, quasi un rantolo.
“Non importunare tuo padre, angioletto. Sta gustando le tue gesta atletiche. Gli fa piacere ricordare quei momenti, vero?”
Lui non rispose.
Sarebbe stata una grande sborrata.
In quel momento suonarono alla porta. Suoni a ripetizione, impazienti. Marta sbuffò e smise di segarlo mentre Anna si fiondò ad aprire la porta.
“Ma…”
“Dopo, papino… Abbiamo ospiti,” mormorò lei, abbottonandogli di nuovo i pantaloni.
L’amico effeminato di sua figlia era sulla soglia, con una busta in mano. Non ricordava nemmeno il nome di quel frocetto schifoso. Il ragazzo sorrise.
“Ciao tesoro! Hai una faccia! Stavate vedendo un film Horror? Si può?”
Lia
Sei anni prima.
Il sole picchiava sulla spiaggia. Il costume intero le stringeva le spalle e le lasciava segni rossi, irritandole la pelle e dandole la sensazione di essere un insaccato.
All’epoca Lia era già piuttosto formosa, aveva i capelli tagliati cortissimi, l’acne sulla fronte e sul mento. Si sentiva brutta.
A pochi metri, un gruppo di ragazzi giocava a pallone vicino all’acqua. Tra loro c’era il cugino Toni. Correva, rideva, si tuffava: alto, dritto, bellissimo. Lei lo guardava di sottecchi, sperando che si voltasse e la salutasse.
“Mamma… posso andare a giocare un po’ con loro?”
Teodora non alzò lo sguardo dal libro “I segreti di Medjugorje”, edificante lettura estiva. Teneva il cappello a tesa larga, gli occhiali da sole, e un costume identico al suo, solo di taglia maggiore.
“No. Rimani qui.”
“Solo un po’…”
“Il sole è troppo forte. Con quella pelle ti bruci in due minuti. E poi non è il caso che corri su e giù come una scatenata con quel costume.”
Che c’entrava il costume, adesso.
Lia guardò il cielo, poi di nuovo i ragazzi. Toni aveva appena segnato e alzava le braccia al sole, libero, leggero.
Dopo un po’ Teodora aggiunse, senza voltarsi: “Una ragazzina perbene non si agita. Sta seduta, prende il sole con giudizio e non dà spettacolo. Quando sarai più grande capirai.”
Lia non rispose.
Strinse le mani sui bordi del lettino, fissando il mare. Fece appena caso alle bottiglie di gin che le scivolarono davanti agli occhi, sul carrello.
Lia si riscosse; guardò il padre e sorrise, scuotendo la testa e rimettendo le bottiglie di gin sullo scaffale del supermercato.
“Non provarci nemmeno, papà.”
Lui fece finta di non capire, poi alzò le spalle con l’aria sorniona.
“Pensavo di averla fatta franca.”
“Mi sono distratta,” ammise lei.
Sergio le si avvicinò. Le baciò la guancia, poi le labbra quasi sfiorarono il lobo dell’orecchio mentre le sussurrava: “Stasera ti va la bistecca?”
“Papà…” Lia sbuffò, alzando gli occhi azzurri al cielo e soffocando una risata.
“È un sì?” chiese lui, la voce già più roca.
“Se è buona…” e la voce le uscì più bassa del previsto
Lui le diede un altro bacio, questa volta sull’altra guancia, e sussurrò: “Buonissima. Molto spessa e succosa. Una per te c’è già. Ne vado a prendere un’altra…”
Lia rise, un suono breve, quasi nervoso, e lo spinse leggermente verso il reparto carni.
“Vai. Prima che chiuda.”
Mentre lui si allontanava, lei rimase ferma accanto al carrello.
Si chiese, senza una risposta chiara, come fosse possibile che quel torbido momento della sua vita le sembrasse così felice.
Suo padre era calmo, in salute.
Vivevano come una normale coppietta di neosposi: andavano a fare la spesa, la sera lei lo massaggiava e finivano per fare l’amore.
L’amore?
Tutti felici, comunque.
Si sarebbe potuta abituare. Non sapeva se lui si sarebbe abituato, però.
Eppure, a volte le mancava qualcosa. Preferì non pensare ad Anna.
C’era un altro timore, più insistente: che lei e il padre restassero troppo a lungo chiusi nella solitudine del loro mondo, e che alla lunga quella chiusura pesasse sul loro rapporto, lo rovinasse.
Il loro rapporto?
Lia si corresse mentalmente: doveva chiamare le cose con il loro nome.
Il loro incesto.
Il suo sguardo vagò su Sergio, che stava tornando verso di lei con una scatola di plastica trasparente in mano. La appoggiò vistosamente nel carrello e le sorrise: “per stasera…”
Fu allora che sentirono una voce familiare alle loro spalle.
“Weee!”
“Raffaele! Porca puttana, sei tu?”
“Sergio! Quanto tempo! Che fine hai fatto?”
“Mi sono separato da mia moglie Teodora…”
“Maddai! Non vivi più lì?”
“Non più.”
“Ma ti ricordi che belle serate in quella casa?”
“Eh…”
Risero come due pazzi, rumorosamente, e per un attimo Lia ebbe la sensazione di essere di troppo.
Raffaele aveva i capelli di un castano vivo, foltissimi, forse troppo folti.
Pensò che potessero essere un parrucchino, o il risultato di un trapianto.
Indossava una camicia hawaiana giallo pastello e jeans attillati.
Aveva uno sguardo amichevole, caldo, lontano dal gelo nordico di Sergio, e un lieve accento campano che lo rendeva immediatamente simpatico.
Sergio lo afferrò per una spalla.
“Ti ricordi della mia teppistella?”
“Come no! Lia!” Raffaele si rivolse a lei, le prese le spalle con naturalezza e le diede un bacetto sulla guancia.
“Non ci crederai, ma io ti conosco da quando eri alta così.” Indicò il proprio ginocchio con un gesto teatrale.
Lia rise, un po’ a disagio.
“Non mi ricordo, scusa.”
Raffaele rise con noncuranza e riprese a chiacchierare con l’amico.
Doveva essere uno dei compagni di bagordi del padre.
Quelli delle serate in dependance. Probabilmente, da bambina, mentre andava a spiare Sergio di nascosto, lo aveva mai visto di sfuggita.
“Sai che ho tenuto i contatti con alcuni del vecchio gruppo? Qualcuno c’è ancora in giro.”
Sergio intervenne, interessato: “Davvero? Chi è rimasto?”
“Una decina li sento ancora. Ogni tanto ci beviamo qualcosa, ricordiamo le vecchie storie.”
“Le solite cazzate, immagino.”
Raffaele rise, scuotendo la testa.
“Le solite. Perché non ci vediamo uno di questi giorni? Ci facciamo due chiacchiere tutti insieme. Provo a convincere un paio di loro a unirsi.”
“Perché no?”
“Certo. Dammi il numero e ti scrivo. Non sparire di nuovo, eh.”
Si abbracciarono di nuovo.
“A presto! Ciao teppistella!”
Lia rimase in silenzio accanto al carrello, pensierosa.
L’idea la metteva in allarme. Temeva che suo padre ricadesse nei vecchi vizi. Eppure, allo stesso tempo, si scoprì interessata.
“Papà…”
“Sì, Lia?”
“Se vuoi organizzare una serata con Raffaele… mi farebbe piacere.”
Lui la guardò, sorpreso.
“Sicura?”
“A patto che tu faccia il bravo.”
“Lo giuro… Per chi mi hai preso?”
Sergio le posò una mano sulla schiena, bassa. Le dita scivolarono appena sotto l’orlo della maglietta, sfiorandole la pelle nuda.
“Da un po’ di tempo… rigo dritto,” mormorò lui.
Lei gli fermò la mano, schioccando la lingua, ma non la allontanò del tutto.
“Ti piace, quando rigo dritto?”
“Papà… un’altra cosa.” Liberò la sua mano e la lasciò scivolare più in alto, finché le dita di Sergio non trovarono la curva del seno e la carezzarono fugacemente, attraverso il tessuto.
“Per te tutto,” sussurrò lui.
“Voglio esserci anche io.”
Sergio spalancò gli occhi, perplesso.
“Ti annoierai…”
“Non se starai al mio fianco.”
“Va bene… Mia signora. Ai tuoi ordini.”
Anna
“Ho pensato di venirti a trovare, tesoro bello. Spero di non aver disturbato.”
Anna lo abbracciò forte, tremante, ancora sconvolta.
Pippo le diede due colpetti sulla schiena, leggeri.
“Piano, principessa. C’è abbastanza Pippo per tutte!”
Marta lo guardò come se fosse una zanzara.
“In realtà disturbi. Hai avuto un pessimo tempismo.”
Pippo squadrò Marta, il naso appena arricciato, un angolo della bocca sollevato, e quel gesto fece sorridere Anna.
“O un ottimo tempismo. Dipende, suppongo. Tutto a posto?”
“Sì” disse Anna, la voce bassa, gli occhi ancora su di lui.
“Non sembra, ma va bene. Che stavate guardando?”
Marta accennò un sorriso, le labbra appena curve, il rossetto scuro che si tese. “Pensavo che quelli come te amassero i cazzi. Dovresti concentrarti su quelli tuoi.”
“Pensieri profondi di una filosofa moderna. Quelli come me non sono degni di simili perle.”
“Nulla, Pippo. Solo vecchi video di famiglia.”
Suo padre sembrava stordito, teneva gli occhi chiusi, la testa appoggiata allo schienale, il respiro ancora un po’ corto. Non era riuscito a godere e sembrava stralunato.
In quel momento il telefono di Luigi suonò. Marta rispose come se fosse il proprio telefono, con naturalezza, già portandoselo all’orecchio.
“Il corriere è qui. Luigi, amore, vai a prendere il sushi.”
“S-sì…” Rispose lui.
La cena fu abbastanza imbarazzante per Anna, che sentiva gli sguardi di Marta squadrarla e cercò di chiacchierare con Pippo, estraniandosi.
“Marta cara? Penso tu possa mangiarlo con le bacchette, sai?”
Marta ignorò Pippo e cominciò a infilzare il sushi con la forchetta, un pezzo alla volta, senza fretta.
“Più comodo così” grugnì lei, mentre masticava rumorosamente.
“Di dove sei, Marta?” chiese lui, cambiando argomento
Marta lo fissò, sorniona. “Di un piccolo paesino del sud, un posto sperduto. Ho sempre voluto aiutare le persone, l’infermiera era quasi una vocazione, per me.”
“Vedo, vedo…” disse Pippo, ammiccando vistosamente, un sopracciglio alzato. “Una grande vocazione!”
Anna abbassò gli occhi sul piatto. Le venne quasi da ridere, ma si controllò.
Marta usò la forchetta per tagliare in due un pezzo di sushi e Pippo decise che non fosse il caso di insistere.
“Luigi, sparecchi tu?”
“Sì…” Suo padre sembrava in trance, non aveva detto mezza parola per tutta la cena. Non voleva nemmeno rivolgergli la parola.
“Pippo, aiuta il mio amore a sparecchiare e lavare i piatti, per favore.”
“Ah…”
“Adesso.” La voce di Marta era perentoria.
“Ok, certo…” Pippo si alzò, prese un paio di piatti, e seguì Luigi in cucina.
Appena Pippo e suo padre si allontanarono, Marta si rivolse ad Anna, improvvisamente seria.
“Usciamo fuori, devo parlarti.”
Marta
“Doran vuole vederti, domani.”
Anna rimase di sasso.
Marta se ne accorse e quasi le venne da ridere. Sperava di avere ancora tempo, la stupida. Tempo non ce n’era più.
“Marta, no…”
“Come, no?” Marta inclinò la testa, un sopracciglio alzato, le labbra appena curve. Che faccia da cerbiatta ferita.
Perfetta.
“Ci ho pensato e non intendo… farlo.”
“La escort è un bel lavoro, tesoro. Meglio di qualsiasi altro lavoro, anzi. Ti aiuterà nel raggiungere i tuoi sogni.”
“Non voglio prendere queste scorciatoie.”
“Scorciatoie?” Marta fece un passo avanti. Scorciatoie. Avrebbe raccomandato a Doran di picchiarla, senza sfregiarla, però. Quel ben visino andava protetto.
“Vorrei essere giudicata per come canto, non per… altro.”
Marta si avvicinò, fissandola negli occhi, il viso a un palmo dal suo.
“Nella vita sarai sempre giudicata per qualcosa. Ti offro la possibilità di vivere libera da quelle stupide convenzioni sociali. La dignità, il pudore, il merito…”
Le accarezzò una guancia, il pollice che le sfiorò lo zigomo, lento. Che pelle liscia. Una manzetta di primissima qualità. Doran l’avrebbe pagata bene. Molto bene. Già se la immaginava in ginocchio davanti a lui, e poi a tutti gli altri. Un giocattolo.
“Ti ho già dato un assaggio della tua vita futura, non mi dire che ti è dispiaciuto, angioletto…”
“Ho detto no ed è no.” Anna indietreggiò di mezzo passo.
Che lamento.
“Sei scema? Doran è segno Toro. Quelli non discutono. A Doran non capita spesso di discutere. Ti troverà e farà del male.”
“Non ho paura di lui. E nemmeno di te, se per quello.”
“E fai male.” La carezza sulla guancia divenne uno schiaffetto, il palmo aperto, secco. Anna portò una mano alla guancia, gli occhi che si strinsero. Marta sentì il bruciore sotto le dita e le piacque.
“Vai via da questa casa, troia… Non avrai mai potere su di me.” Rispose Anna. Che impertinente. Era ora di giocare a carte scoperte.
Ridacchiò, accendendo lo smartphone che aveva in tasca, lo schermo che si illuminò tra le dita. Che ingenua.
“Ne sei davvero convinta, reginetta? Non pensavi che io avessi preso delle precauzioni, ieri sera?”
Anna rimase di sasso, le labbra aperte. Le girò lo schermo. La scena era bella, quasi artistica: Anna che succhiava il cazzo a Eddy, mentre lei le leccava la fica.
Già Marta fantasticava di passarla di mano in mano, in villa. I papponi, le guardie, i clienti, chiunque Doran volesse.
Rivedendo la scena, Anna ebbe un conato, lo stomaco che si contrasse, ma cercò di restare impassibile, le spalle dritte. Marta la osservava. Il suo autocontrollo era ammirevole.
“E quindi? Immaginavo qualcosa del genere. Diffondi pure questo video. Un banale contenuto sessuale che mi riguarda. Il secondo dopo che sarà pubblico, ti denuncerò. Ti arresteranno e mio padre saprà finalmente che razza di puttana infida e manipolatrice sei.”
Non aveva capito nulla, incredibile.
Marta la fissava, impassibile. Poi non resistette, rovesciò la testa e rise come una matta.
Anna la guardò in silenzio.
Aveva le lacrime agli occhi e si ricompose con fatica.
Che faccia. Non aveva ancora capito niente.
“Hai finito di ridere come una demente? Che cazzo ti prende?”
“Sei tanto bella, intelligente, ambiziosa e nonostante questo non hai ancora capito chi fosse Eddy?”
Anna rimase interdetta. “Solo l’ennesimo riccone schifoso…”
Marta scosse la testa, pulendosi le lacrime, il gesto lento. “Guarda il seguito del video, ti prego.”
La ripresa era di una telecamera fissa all’ingresso del privè.
Videro Eddy godere e sborrare come un idrante, i fiotti di seme caldo che colpivano il viso di Anna. Il video proseguì.
Eddy andò incontro all’obiettivo, ignaro, mentre si rimetteva l’accappatoio bianco.
Sospirò e urlò: “That was perfect!” E, nel dirlo, alzò la mascherina, mostrando il volto e gli occhi chiarissimi per alcuni secondi, prima di allontanarsi.
Anna rimase di pietra, le ginocchia che le cedettero di un centimetro, e balbettò.
“M-m-ma….”
“Mmmmmmmaaaaa” le fece il verso Marta, la voce strascicata.
“È lui…”
“Complimenti, puttanella. La tua carriera musicale decollerà, dopo esserti scopato proprio lui. Pensa quando lo sapranno tutti.”
Ad Anna cadde il mondo addosso. Rimase immobile, aggrappandosi a una parete.
Marta se la godeva.
“N-n-n….” Balbettò Anna.
“Nnnnnnnnnnn……..” Marta inclinò la testa, scimmiottandola.
“N-no….”
“Dovresti vedere la tua faccia, puttanella. ESILARANTE!”
“Non puoi…..”
“Domani, ore otto di mattina in villa. Doran non vede l’ora di conoscerti.”
Anna rimase immobile, le dita che tremavano.
“A-aspetta…”
Allungò una mano verso quella di Marta, le dita che cercarono di prenderla, il gesto istintivo, disperato. Marta la allontanò con un gesto pigro, infastidito.
“Domani. Ore otto.”
Anna la fissò, terrorizzata, gli occhi spalancati, la bocca aperta.
“Sì va… bene… Non dire nulla, ti prego, non fare nulla…. Stai calma…”
“Che lagna che sei, succhiacazzi di una reginetta. Vedremo. Intanto domani inizieremo da un piccolo tutorial orale, anche se penso tu sia già esperta!”
Marta tirò fuori il telecomandino dell’antifurto, premette lo sblocco ma si voltò per rientrare, come se avesse dimenticato qualcosa. Già se la immaginava in villa, in ginocchio, passata di mano in mano. Il suo giocattolo. E di tutti. Anche di lei.
“Vado a finire la sega a tuo padre e me ne vado, o resterà di cattivo umore per secoli. E chi lo sente?” rise. “A meno che non voglia pensarci tu a farlo sborrare per stavolta, mi faresti un favore.”
“No…”
“Sarebbe un bel segno di fiducia se mi sostituissi per stavolta…”
“Marta…”
“Magari se me lo chiedi gentilmente…” Anna la guardò con gli occhi liquidi. “Per favore, Marta…”
“Cosa mi stai chiedendo? Chiedimelo bene.” Marta ammiccò.
“Puoi farlo tu al posto mio?”
“Fare cosa?”
“Puoi… masturbare mio padre?”
“Va bene, per stavolta…” Marta rise. “Starà ancora in salotto a guardare quel video. Sarà questione di minuti, conoscendolo. Ci vediamo direttamente lì. Ok?”
Anna tacque.
“Quando?” chiese Marta, divertita.
“Ore otto…”
“Brava. Buonanotte, angioletta. E ricorda, non puoi vincere sempre.”
Anna
Le mancava l’aria, di colpo il suicidio le sembrò un’opzione rassicurante. Strinse le ginocchia con le mani, il petto che si alzava e abbassava.
“Credo che Marta stia facendo una pippa a tuo padre in soggiorno, che donna di classe!”
Pippo la vide nel pieno dell’attacco di panico e si fermò a metà corridoio.
“Che hai? Ti senti male?”
“Pippo ho fatto una cazzata, aiutami ti prego.”
Piangendo, Anna vuotò il sacco. “Non te l’avevo detto, scusa. Marta ha dei video pornografici. Miei. Con uno famoso. Li ha girati la sera della festa. Mi ricatta. Se quei video escono, sarò sputtanata. Domani vuole che inizi a prostituirmi. Non so come uscirne.”
Pippo restò esterrefatto.
“Madonna protettrice delle cantanti.”
Si passò una mano sulla fronte, perplesso.
“Non so che fare! Non so come uscirne! Farò come dice lei, non ho altra scelta.”
“Stai tranquilla. Non fare niente finché non ti richiamo.”
Si voltò di scatto, aprì la porta con un colpo secco e uscì quasi di corsa, sculettando involontariamente.
Pippo
Più ci pensava e più capiva che stesse facendo una grossa cazzata, la schiena curva sotto il telo parasole.
Eppure, aveva promesso di aiutarla e non poteva tirarsi indietro.
Pregò che Marta non si accorgesse che si era nascosto nei posti dietro dell’auto e rimase immobile, il respiro basso.
“Spirito di Raffaella Carrà, proteggimi tu!”
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