Morbosa Corrispondenza – Capitolo 28
scritto il 2026-10-25 tempo di lettura 43 min
di
mari1980
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A+
Toni
La chiave girò nella toppa con un rumore secco.
“Toni?”
La voce di Mena arrivò fioca, addormentata.
“Sono io, mamma.”
Spinse piano la porta ed entrò.
Sua madre era a letto, mezza addormentata, distesa su un fianco.
La camicia da notte di lino chiaro le si era arricciata fino a metà coscia.
Il tessuto, sottile e stropicciato, lasciava indovinare il peso pieno del seno e il rilievo scuro dei capezzoli che premevano contro la stoffa.
Non indossava reggiseno. La curva del fianco saliva nuda sotto il lino fino all’inizio del sedere.
Toni restò fermo sulla soglia.
C’era un odore.
Caldo. Denso. Muschiato. Un odore che conosceva, anche se quello di Anna non era mai stato così intenso. Odore di fica. Sua madre si era toccata da poco?
Il sangue gli scese di colpo tra le gambe.
Non sono pensieri da figlio. È tardi. È solo la stanchezza dopo la giornata di merda.
Ma l’odore era ancora lì.
Si sedette sul bordo del materasso. La voce gli uscì tremante.
“Mamma.”
Mena aprì gli occhi lentamente. Gli sorrise, ancora confusa dal sonno.
“Sei tornato… tutto bene? Hai litigato con Anna?”
Toni guardò le sue labbra, poi distolse lo sguardo. Voleva raccontarle che non ce la faceva più con l’ambizione di Anna, con la paura costante che un giorno lei lo avrebbe tradito solo per convenienza. Ma quell’odore gli riempiva il naso e gli rendeva difficile pensare.
“Stavolta è finita davvero” riuscì a dire.
“Forse non era quella giusta, amore” mormorò lei.
“Mamma io… ho sbagliato.”
Mena aprì meglio gli occhi, preoccupata.
“Che hai fatto?”
“L’ho picchiata…”
Sua madre si irrigidì leggermente.
“Che le hai fatto? Sta bene?”
“Sì, mà… le ho solo dato uno schiaffo. Ha detto che è finita.”
Mena sospirò di sollievo e richiuse gli occhi.
“Ho capito…”
“Sei arrabbiata?”
Lei parlò tenendo gli occhi chiusi, con un sorriso stanco.
“Ti ricordi quando da piccolo scegliesti di giocare a calcio tutte le settimane?”
“Sì…”
“Ti presi da parte e ti dissi che sarei stata fiera di te anche se avessi perso una partita ogni tanto. Capita di sbagliare, non c’è nulla di strano. L’importante è…”
“Avere le palle più grosse degli altri!” finì lui la frase, sorridendo nonostante tutto.
“E quelle del mio bambino sarebbero diventate giganti, lo sapevo. Ricordi? Poi te le ho strizzate e ti sei messo a ridere.”
Mena socchiuse gli occhi e allungò una mano, accarezzandogli il dorso delle dita con una lentezza assonnata. Il movimento fece scivolare ancora un centimetro la camicia da notte. Toni vide la linea interna della coscia, la pelle olivastra e leggermente sudata, il punto esatto in cui il tessuto smetteva di coprire.
“Sono troppo stanca per stringerti le palle, accontentati” disse lei e risero entrambi, a bassa voce.
Toni considerò l’idea di abbassarsi i jeans e assecondare lo scherzo, ma lei intervenne prima.
“Hai sbagliato, va bene. Ma non hai fatto nulla di irreparabile. Non l’hai picchiata. Le hai solo dato un ceffone. Usa correttamente le parole. Va bene?”
“Ok, mà…”
“Sei sempre stato passionale, è un effetto collaterale delle palle grosse. Conoscendola, ti ha provocato lei, giusto?”
“Beh…”
“Già.”
“E adesso?” Chiese lui, smarrito.
“Adesso prenditi un periodo di tregua. Resta solo per un po’, ascolta tua madre. Non c’è fretta. Lasciala perdere, si rovinerà da sola. Dio, non so perché ma questa camicetta è scomoda.”
Toni annuì, ma non riusciva a concentrarsi. La camicia da notte si era spostata ancora e, per un attimo, vide nettamente il capezzolo di sua madre: turgido, scuro, così teso che gli venne l’istinto assurdo di chinarsi e prenderlo tra le labbra.
“Vuoi dormire qui con me stasera?” chiese lei, con un sussurro.
Ebbe la tentazione di dire di sì, invece scosse il capo.
“No, grazie mà. Preferisco stare da solo stasera.”
Si chinò e le diede un bacio sulla guancia. Il capezzolo, da così vicino, sembrava quasi chiamarlo. Toni dovette fare uno sforzo fisico per staccarsi.
“Buonanotte, mamma.”
“Buonanotte, amore.”
Uscì dalla stanza senza voltarsi. Si fermò un momento davanti alla porta di suo padre, guardò il corpo immobile sul letto, il petto che si alzava e abbassava solo grazie alla macchina, e mormorò un “ciao papà” quasi senza voce.
Poi andò nella sua camera.
Chiuse la porta a chiave.
Si sedette sul bordo del letto, aprì la patta con mani che tremavano, tirò fuori il cazzo già duro e lucido e, senza nemmeno spogliarsi, si masturbò furiosamente.
Venne in pochi colpi su un fazzoletto, inzuppandolo fino a renderlo un pezzo di carta informe e secco.
Con le palle vuote e la testa ancora piena di quel profumo, dormì come un sasso.
Mena
Si svegliò tardi, più riposata di quanto si aspettasse. Per qualche secondo, ancora avvolta nel caldo dei lenzuoli, pensò che tutto fosse stato solo un sogno: la confessione a Don Marco, lo sfogo di Toni, le sue voglie che la sera prima si erano risvegliate con una forza quasi dolorosa.
Si alzò. Si lavò, indossò una tuta morbida e scese in cucina.
Poco dopo sentì i passi di Toni sulle scale. Entrò in cucina con i capelli spettinati, gli occhi un po’ gonfi. Sembrava aver dormito poco, povero cucciolo; il pensiero di Anna lo tormentava.
“Tutto bene?” gli chiese, cercando di tenere la voce leggera.
Lui si versò il caffè con noncuranza.
“Sì. Tutto ok. Avevi ragione tu ieri.”
Mena annuì. Non disse niente. Si avvicinò e lo abbracciò. Sentì il corpo di suo figlio rigido per un attimo, poi abbandonarsi appena contro di lei. L’odore della sua pelle le riempì il naso, caldo e familiare.
“Starò solo per un po’, basta fidanzate inaffidabili” disse lui contro la sua spalla.
“Bravo, tesoro…”
Toni si staccò.
“Vado a prendere Alessio e poi passo da zia Teodora a dare una mano.”
Mena gli sistemò il colletto della maglietta con un gesto automatico, le dita che indugiavano un attimo di troppo sulla pelle calda del collo.
“Io vado da Don Marco.”
Lui sbuffò, quasi impercettibile.
“È così interessante stare con quel prete?”
Lei lo guardò dritto negli occhi.
“Siamo solo amici. Mi sono affezionata. Soffrirei a perderlo come amico.”
Toni la fissò. Quello sguardo era indecifrabile: non era rabbia aperta, non era gelosia dichiarata, era qualcosa di più chiuso, di più inquieto, come se stesse pesando ogni parola. Poi abbassò gli occhi e annuì.
“Va bene, mamma. È molto che volevo dirti una cosa…”
“Sì, amore?”
“Penso non ci sia niente di male che tu abbia qualcuno con cui parlare. Se Don Marco è solo un amico, non farò altre storie.”
Lei rimase spiazzata: “O-ok...”, ma lui continuò: “Ma vi tengo d’occhio!”
Risero insieme.
“Sei un gelosone, lo sai?”
Lui stava già andando verso la porta. Si voltò un attimo, continuando a ridere.
“Qualcuno deve pur tenere il posto di papà!”
Stavolta fu Mena a sorridere, criptica: “Grazie per la comprensione…”
“Grazie a te, mamma…”
Mena restò ferma un secondo, poi gli andò dietro. Mentre lui apriva la porta, gli diede una pacca leggera sul sedere, ridendo.
“Vai, va’” disse.
La porta si chiuse. Sorrise da sola, a bassa voce, mentre tornava in cucina.
“Ho un figlio con due grosse palle.”
Teodora
“Toni” disse lei, avvicinandosi. “Che hai? Ti vedo triste.”
“Mi sono lasciato con Anna, zia.”
Lei lo fissò, increspando appena le labbra in un sorriso. Se non fosse stato proibito dalla Chiesa il gioco d’azzardo, sarebbe stata una brava giocatrice di poker.
Si sedette accanto a lui. La voce le uscì più secca di quanto avesse previsto.
“Poco male.”
“Era diventata ingestibile, quella stronza. Continuava a pensare solo al successo. Mi feriva questa leggerezza che aveva nel parlare con altri.”
“Altri uomini, intendi?”
“Sì…”
Lei alzò la voce, senza accorgersi di essersi infervorata in un crescendo mentre parlava: “immaginavo finisse così. Le donne di oggi non sanno più stare al loro posto. Una volta la donna stava a casa, badava alla famiglia, non andava in giro a mettere in mostra il corpo e a cercare successo a ogni costo. Oggi invece venerano solo la propria immagine. Si truccano, si espongono, pretendono di essere amate senza dare nulla in cambio. Impudiche. Schifose. Dio le giudicherà.”
Toni la guardò, poi le sorrise appena.
“Grazie zia, mi sarei accontentato che non facesse la gattamorta con tutti…” rispose, e la abbracciò. Le braccia forti le circondarono le spalle. Teodora sentì il calore del suo corpo, l’odore di sapone e di giovinezza che le arrivava al naso.
“Le ho anche dato un ceffone…”
“Solo? Io l’avrei frustata… a sangue!”
“Ma zia…”
“Senza pietà…” sibilò lei; un brivido di piacere le attraversò il corpo al ricordo di quella volta in cui si era lasciata andare con Luca, punendolo finalmente per i suoi peccati.
Non era così convinta di aver esagerato, dopotutto. La giusta punizione per Luca, un masturbatore con pensieri impuri, colui che disperdeva il seme a terra.
Se l’era meritata, qualche scudisciata, diciamolo. Rivedeva la cintura che schioccava sulla carne, graffiandola, il sale che gli bruciava le ferite, le urla di dolore, le lacrime di quella bestiola immonda.
Si riscosse da quella scena leccandosi le labbra, stranamente accaldata. Notò lo sguardo preoccupato del nipote e represse quel ghigno soddisfatto.
“Scherzavo, ovviamente.”
“Ah…”
“Però ciò non toglie che tu l’abbia sempre trattata troppo bene, quella sgualdrina. Lasciala perdere. Meriti di meglio.”
“Grazie, zia.”
Lei stava per proseguire il discorso su come le ragazze di quella specie rovinassero i bravi ragazzi. Ma Toni la interruppe, la voce bassa e seria.
“Zia… volevo chiederti un’altra cosa.”
“Dimmi, gioia mia.”
“Per favore, non rovinare Don Marco. Immagino tu abbia saputo qualcosa di utile a farlo cacciare, però ho cambiato idea. Tienilo per te. Ne soffrirebbe mamma.”
Teodora non fece una piega. Lo sguardo restò fermo sui pettorali del nipote.
“Quello ne approfitterà, però. Non mi pare una buona idea.”
“Per favore, lo so che come me anche tu hai un cuore d’oro. Mia madre è adulta e può gestire la sua vita. Ma non possiamo fargli del male. Restiamo buoni…”
Lei annuì, ripensando a un piccolo rimpianto: avrebbe dovuto assestare un colpo secco a Luca sul cazzetto, con quella cinghia.
Chissà come avrebbe reagito. Prima e dopo il sale.
Lui la fissava, sorridendo.
“Oggi sei pensierosa.”
“Mi hai dato molto di cui pensare.”
“Sì?”
“Va bene, mi hai convinta. Tanto non farei comunque nulla senza il tuo permesso.”
Restarono così, abbracciati. Lei sentiva il battito del suo cuore, la solidità del torace, la pressione delle braccia che la tenevano stretta.
“E tua madre? Che dice di questa storia di Anna?”
“Mi ha detto di stare per conto mio. Di stare tranquillo per un po’.”
Teodora sbuffò.
“Sciocchezze. Mena non ha mai capito nulla di uomini. Sei stato fin troppo calmo. Avresti dovuto tradirla, prenderti qualche libertà. Ma sei in tempo per rimediare.”
“Ma zia…”
Guardò il nipote: un adone da consolare. Un fremito le percorse le cosce.
“L’uomo è cacciatore, Toni. Sei libero, finalmente. Puoi prenderti quante donne vuoi. Tutte. Nessuna esclusa. Bello come sei…”
Lui arrossì e abbassò lo sguardo.
“Non me la sento ancora.”
Teodora si alzò un momento, aprì la borsetta, ne trasse un piccolo malloppo di banconote e glielo porse.
“Invita a cena una ragazza, stasera. Potrai offrire tu.”
Toni la guardò, sorpreso, poi la abbracciò di nuovo, più forte. Teodora sentì il peso del suo corpo e si costrinse a non muoversi. Troppi pensieri le stuzzicavano i sensi. Il serpente la avvolgeva.
“Credi davvero che sia pronto a riprovarci dopo così poco?” chiese lui.
Lei gli rispose a voce bassa.
“Se non lo provi non lo saprai mai. E, soprattutto, ti toglierai la soddisfazione di mostrare ad Anna tutto quel ben di… quella felicità che si è persa.”
“Zia!” Rise lui, ma lei rimase seria e lo strinse più forte. Sentiva il respiro di lui contro la tempia.
“Prenditi la giornata libera, Toni. Rilassati qui in dependance. Chiama qualche tua amica. E se vuoi… stasera potrai portarla qui.”
“Qui?”
“Qui.”
Toni restò immobile un momento.
“Ma sei sicura?”
“Non vorrai disturbare tua madre, adesso ha di meglio a cui pensare. Portala nella dependance. Ora che Sergio non c’è più…”
“Non lo farei mai…”
“Perché?”
“Per rispetto…”
“Sciocchezze. Ti fa onore ma la mia casa è sempre aperta per te. Ti basta chiedere… e io ti darò tutto.”
Lei sentiva il suo cuore battere contro il proprio petto.
“Va bene, zia. Grazie…”
“Adesso vai a rilassarti. Ti porto le chiavi.”
Prima di lasciarla, lui la strinse ancora più forte. Teodora chinò il capo e gli baciò la spalla, le labbra contro il muscolo teso sotto il tessuto. Sentì quella stessa consistenza, densa e viva, che le ricordò il serpente tentatore e la cinghia tanto amata.
Tenne le labbra un secondo di troppo, poi si staccò, il volto in fiamme.
Mena
Si piegò sul bordo del letto e si lubrificò l’ano con le dita, lentamente, spingendo il gel tiepido fino in fondo.
Il dildo anale entrò piano nel foro, dilatandola centimetro dopo centimetro.
Il gel colò un po’ tra le natiche mentre lo fece scivolare fino in fondo.
Strinse le labbra, reprimendo un gemito di dolore e piacere, il respiro corto.
Quando il sedere fu sistemato, l’ovetto fu una formalità: scivolò nella vagina come una goccia di resina calda, senza resistenza.
Non lo sollecitò ulteriormente.
Si raddrizzò e si guardò allo specchio. Indossò uno slip di pizzo nero, sottile. Passò lievemente le dita sopra lo slip e sentì quanto era già bagnata. Le dita restarono lì solo un secondo, poi si fermò.
Sopra scelse un vestito nero aderente, molto scollato, che le copriva a malapena le cosce, senza reggiseno; i cerchi scuri dei suoi capezzoli sporgevano palesemente sotto la scollatura. Mise al collo l’immancabile crocifisso dorato e infilò una giacca nera lunga e chiusa, abbottonata fino al collo.
Il trucco restò sobrio: un filo di fondotinta, mascara scuro, labbra di un rosso opaco.
Si guardò allo specchio, sistemò i capelli in una coda e uscì di casa.
Toni
Chiuse la porta della dependance alle sue spalle e restò un momento fermo. Poi si distese sul letto e, dopo tanti anni, riaprì un paio di app di incontri. Cambiò lo status in single.
I messaggi arrivarono quasi subito. Ragazze della sua età, ex compagne di scuola. Una in particolare, amica stretta di Anna, gli aveva scritto subito.
“Ho visto che è finita con Anna… se vuoi parlarne.”
“Grazie… Sono in periodo complicato.”
“Sei libero stasera? Puoi passare a trovarmi, se ti va. Sono sola in casa…”
Hai capito, la cara amica.
Toni la ignorò; che troiette, le amiche di Anna. Chiuse le chat e andò nei filtri.
Età: da 40 a 50.
La schermata si aggiornò. Toni si sentì stranamente a suo agio scorrendo l’elenco di donne mature e single. Scorse ancora. Si fermò su un profilo.
Paola, 44 anni.
Dalle foto si vedeva poco: lunghi capelli mori e un bel davanzale. La bio era breve: “Dammi un brivido.”
Toni rimase a guardare. Poi fece match.
Il messaggio di lei arrivò quasi subito.
“Ciao. Piacere, Paola. Sei giovane e molto carino, complimenti. Perché non ci incontriamo e ci conosciamo meglio?”
Toni rispose dopo qualche secondo. Il sangue gli batteva più forte.
“Piacere, Toni. Sei molto diretta.”
“Odio perdere tempo. Ti piacerebbe conoscerci?”
Si sentiva elettrizzato, incerto su quello che sarebbe successo.
“Perché no? Certo.”
“Bene. Allora non perdiamo tempo. Cena stasera?”
“Va bene. Dove?”
Paola gli mandò il nome di un ristorante lì vicino. Uscì fuori che erano compaesani.
Poi lei aggiunse: “E non farmi aspettare.”
Mena
“Da dove iniziamo, Mena?”
“Non lo so. Dall’inizio, suppongo.”
“Andiamo nel confessionale?”
“Va bene.”
Toni
Paola arrivò con mezz’ora di ritardo e Toni la riconobbe subito, anche se dal vivo era più formosa di quanto sembrasse nelle foto.
Aveva i capelli scuri lunghi fino alle spalle, mossi e voluminosi, con una piega morbida sulla parte superiore e una frangia aperta che le incorniciava il viso ovale.
In foto sembrava più provocante, dal vivo si notava che era comunque in avanti con l’età, per quanto restasse una bella donna con seno prosperoso, vita marcata e fianchi pieni.
Il viso era ovale, dai lineamenti piuttosto delicati, con occhi grandi di un marrone scuro enfatizzati da un trucco marcato ed eyeliner nero, sopracciglia scure e ben definite, naso dritto e labbra piene colorate di un rossetto rosato su una carnagione chiara, e l’espressione restava seria.
Toni si alzò quando lei arrivò al tavolo, si scambiarono un bacio sulla guancia e lui sentì il profumo di lei, molto dolce.
“Piacere, Paola.”
“Piacere, Toni.”
“Toni? Che nome è?”
“Antonio. Tutti mi chiamano Toni.”
“Sei ancora più giovane dal vivo” disse lei, con un accento siciliano piuttosto riconoscibile. Indossava una blusa a righe orizzontali nere e bianche, scollata, che lasciava intuire un seno pieno.
Mentre si sedeva, a Toni cadde l’occhio proprio lì e lo abbassò subito sul menu.
Paola lo osservò un momento, poi sorrise scoprendo denti bianchi con due incisivi lievemente irregolari.
“Ti piacciono le tette?”
Toni alzò gli occhi, colto di sorpresa, e sentì il calore salirgli alle orecchie.
“Mi piaceva il vestito.” Lei sorrise ancora. “Il vestito, certo…” e si mise comoda. Poi girò lo sguardo intorno al locale, le labbra appena incurvate.
“Hai scelto un ristorante costoso. Hai i soldi per pagare?”
“I soldi non sono un problema.” Paola miagolò piano, divertita.
“E che lavoro fai?” Toni la guardò, perplesso, il tovagliolo ancora in mano. “Sono un calciatore.”
Lei ridacchiò e il seno si mosse appena sotto la blusa.
“Allora puoi puntare a donne ben più belle e giovani di me.”
“Non sono un calciatore famoso” precisò lui, a disagio.
“Ma lo diventerai, vero?”
“Mi basta essere il migliore. Il più forte lo sono già.”
“Il migliore…” scandì lei, e Toni sentì un fastidio sottile.
Non sapeva bene cosa pensare di Paola.
Aveva uno strano modo di porsi, schietto fino al volgare, e nel corso della cena lo confermò sgridando il cameriere perché il bicchiere “puzzava di detersivo”.
Mentre la guardava, Toni cercava in lei i tratti di Mena più di quanto cercasse Paola stessa.
“Perché hai scelto me? Non mi sembri uno di quelli disperati che mettono match a tutte.”
Toni sorrise, le dita strette intorno al bicchiere.
“Ti trovo attraente. E interessante. C’è qualcosa di male?”
Lei sorrise e inclinò appena la testa.
“Ti piacciono le milf?” Toni andò di traverso con l’acqua, tossì, si asciugò la bocca col tovagliolo e per un attimo vide gli occhi di lei brillare.
“Mi sento più maturo delle ventenni mie coetanee. Voglio conoscere donne mature.”
Paola bevve un sorso di vino senza distogliere lo sguardo. “Forse avresti dovuto frequentare quelle ventenni. Ce ne saranno anche di mature intellettualmente.”
“Ho lasciato da poco una ventenne molto bella. Basta ventenni. Voglio conoscere gente più affidabile.”
“Davvero? Vediamola, foto. Foto, dai!”
“Non credo sia il caso.”
“Dai.” Toni nicchiò, poi annuì e le mostrò sul telefonino una foto di Anna.
Paola la guardò un attimo. “Molto bella, vero. Però ha la faccia da stronza.”
“Lo era.”
“Ti ha tradito?”
“No, ma diciamo che non vedeva l’ora di farlo.”
“Vabbè, ti ha tradito ma non lo sai.”
“Può essere” concluse lui, gelido.
Paola posò il bicchiere e si alzò, raccogliendo la borsetta con un gesto fluido.
“Sei un piccolo mistero che voglio scoprire meglio.”
“Non sono così misterioso.”
“Vai a pagare e andiamo a casa mia.”
Mena
“Non serve che ti metti in ginocchio se non ti va, ti ho portato una panchetta.”
“Grazie. Preferisco inginocchiarmi come sempre.”
“Mi piace questa giacca.”
“Sì?”
“Molto sobria. Una Mena diversa?”
“Sempre la stessa. La giacca non è importante.” Rispose lei, sbottonando la parte di sopra e mostrando le spalle nude e abbronzate. Don Marco rise, un suono corto e un po’ strozzato, mentre distoglieva lo sguardo per un secondo.
“Hai reso il concetto.”
“Da dove iniziamo, Marco?”
“L’inizio? Dove inizia Francesca e dove finisce Mena?”
“Francesca inizia in un momento di bisogno e mi ha salvato la vita. Ero in difficoltà economiche e mi ha permesso di guadagnare bene e accudire mio marito.”
“Credevo fosse stata tua sorella ad aiutarti. Mentivi?”
“No, è vero. Ci ha salvato lei, per quanto odi ammetterlo. Non capisco come sia possibile un atto di generosità così grande da parte sua, però è vero.”
“Capisco.”
“Non mi aspettavo che lei mi aiutasse e mi ero ingegnata a trovare una soluzione, mettiamola così.”
“Ma allora…”
“Perché ho continuato?”
“Eh.”
“Non immagini la risposta?”
Lui si sistemò meglio sulla sedia, dall’altra parte. Non rispose subito. Le dita gli si strinsero sul bordo del sedile.
“Parlami di Francesca.”
“Francesca… è nata per soddisfare. Lega il suo piacere a quello degli altri e non giudica. Mai.”
“Mai?”
“Ho ascoltato tante fantasie e le ho condivise, plasmate e riviste.”
“Anche quelle sbagliate, immagino.”
“Cos’è sbagliato?” Mena scrollò le spalle. Don Marco non rispose. Restò in silenzio un momento, poi parlò più piano, quasi a se stesso.
“La Chiesa dice che certe fantasie sono già peccato nel cuore. Che desiderare ciò che non si può avere è già tradire. Che non basta non fare, bisogna anche non volere.”
“E tu ci credi?”
“Io credo che sia meglio parlarne e capire cosa sia giusto. Consumarsi non aiuta. Ma nemmeno alimentare tutto senza limiti.”
“Ricordo uno dei miei primi clienti. Un uomo tormentato, pieno di amarezza. Di voglia repressa.”
“Amarezza?”
“Consumato da un desiderio irrealizzabile verso una ragazza che vive con lui, fin da quando è diventato vedovo ed è il solo a poterla accudire.”
“Ho paura a chiedertelo.”
Mena mosse le gambe, impaziente. Il movimento le fece sentire di nuovo il dildo che premeva. Sorrise appena, ironica.
“Oh suvvia, Marco. Hai capito benissimo.”
“Un padre dovrebbe proteggerla, una figlia. Non portarsela a letto. Non credi?”
“Chi ha detto questo. E se la proteggesse ma di nascosto sognasse l’impronunciabile?”
Don Marco strinse le mani. La voce gli uscì più dura.
“È un peccato grave. Il padre è chiamato a custodire, non a desiderare. Anche solo pensarlo è già una forma di violenza.”
“E se lui non la toccasse? Se si limitasse a desiderarla e a vergognarsene?”
“Cambia poco.”
“Lui si vergognava perché lei era così espansiva, tutta coccole. E lui… beh.”
“Si eccitava.”
Mena annuì, divertita. Gli occhi le brillavano appena dietro la grata.
“Esatto.”
“Cosa ti eccita di tutto questo? Non hai figlie, a quanto ne so.”
“Mi eccita immaginarlo mentre si avvita in queste fantasie. La solitudine tira strani scherzi e ci rende fragili e turgidi allo stesso tempo.”
“Non pensi sia meglio aiutare queste persone, che accenderne le fantasie?”
“Una cosa non esclude l’altra.”
“Fatico a credere che traggano un vero giovamento da queste conversazioni con te.”
“Puoi sfogare su di me tutte quelle voglie che non riesci mai a soddisfare. Sono la bocca di tua figlia. Le tette della tua migliore amica. Il sedere della tua collega che vorresti tanto sculacciare. Quale psicologo te lo concederebbe?”
“Sei…”
“Sì, Marco?”
“Una specie di spacciatrice. Di fantasie.”
“Se vogliamo dire così.”
“Perché lo fai? Non è più una questione economica, giusto?”
“Suppongo di esserne dipendente, ormai. Mi sento una spugna. Voglio assorbire la tensione degli altri, la loro passione più oscura e proibita.”
Don Marco tacque e lei proseguì, la voce più bassa e ironica.
“Mi piace guardare il mondo con gli occhi degli altri. Plasmarlo secondo le mie fantasie. Cosa prova lui mentre la vede uscire, truccata e scollata?”
E, nel dire questo, Mena aprì distrattamente la giacca, mostrando la valle dei suoi seni libera. Don Marco non fece commenti. Distolse lo sguardo per un attimo, poi lo riportò su di lei, le labbra strette.
“Cosa prova lei, guardandolo? Ha mai sospettato qualcosa? Lo scoprirà, un giorno? Come reagirà?”
“Mena…”
“Sceglierà di concedersi a lui? Farà finta di nulla?”
“Hai caldo?”
“Un po’, perché?”
“Nulla. Cosa ti fa pensare di poter controllare questo tuo impulso a fare la “spugna” senza lasciarti trascinare?”
“Quel padre ci è riuscito per anni.”
“E pensi che sia felice?”
“Quale sarebbe l’alternativa? Lasciarsi andare?”
Rimasero entrambi in silenzio. Mena restò inginocchiata. Dall’altra parte Don Marco non parlava più. Si sentiva solo il suo respiro, e il fruscio della tonaca quando si alzò.
“Devo andare,” disse. “È ora della messa.”
Lui non aggiunse altro e chiuse la grata. Mena sentì i suoi passi allontanarsi verso la sacrestia. Restò inginocchiata ancora un po’, poi uscì dal confessionale. La chiesa era quasi vuota, aspettò che cominciasse la messa.
Toni
La casa di Paola era silenziosa, un bilocale al secondo piano di un palazzo vecchio arredato in modo ordinario ma curato, con un divano scuro, un tavolino basso e un deodorante costoso per ambienti.
Paola chiuse la porta alle sue spalle e andò dritta in cucina senza voltarsi, mentre Toni restava fermo nell’ingresso, le mani nelle tasche dei jeans, ancora indeciso su cosa stesse facendo davvero lì.
Aveva accettato di seguirla quasi senza pensarci, spinto da quel bisogno torbido, ma adesso non era più sicuro di volerlo davvero, o forse lo voleva in un altro modo.
Paola tornò con due bicchieri, gliene porse uno e si sedette sul divano, le gambe accavallate con naturalezza, la blusa scollata che lasciava intravedere il seno pieno e che si muoveva appena a ogni respiro mentre lei lo guardava.
“Allora” disse, sorseggiando piano.
“Dimmi qualcosa di te, campione.”
Toni restò in piedi, il bicchiere in mano. “Come ti dicevo, sono tornato single da poco.”
Paola sorrise, lenta, inclinando appena la testa. “E hai subito cercato una MILF per consolarti? Carino.” “Qualcosa del genere…” bofonchiò Toni.
Paola lo studiò un momento, gli occhi attenti. “Un ragazzino inesperto… Sei stato solo con ragazze della tua età, scommetto. Quelle che fanno i versi e basta.” “Sono stato solo con la mia ex, in effetti.”
Lei lo guardò, sorniona. “E vuoi fare esperienza imparando a soddisfare una donna matura, giusto? Così poi torni dalle tue amiche e le stupisci.”
Toni sentì un filo di irritazione. Quella donna aveva la stessa età di sua madre, la stessa sicurezza, ma non aveva niente della dolcezza di Mena.
“Non credo di avere problemi a soddisfare una donna” rispose, la voce più secca.
Paola inclinò leggermente la testa e sorrise di nuovo. “Sicuro? Perché da qui sembri un po’… cauto. Quasi intimorito.
Ti tremano le gambe o è solo la postura da calciatore?” “Non sono intimorito.” “No?” Lei posò il bicchiere e lo guardò ancora, la voce più bassa.
“Allora perché stai ancora in piedi con le mani in tasca?
Sembra che a ogni momento tu possa decidere di andartene. Hai paura che ti chieda di fare qualcosa di difficile?” Toni non rispose, e lei continuò. “Ascolta… non devi avere paura. Sono una donna che sa cosa vuole.
E so anche come insegnarlo, se serve. Ti posso mostrare cose che quella ragazzina non ha mai nemmeno immaginato.
Vedrai che differenza c’è tra scopare una bambina e una donna vera.” Per un attimo Toni valutò seriamente di posare il bicchiere e andarsene.
“Forse è meglio la prossima volta. Dopo esserci conosciuti un po’ meglio… forse adesso dovrei andare.”
Paola non sembrò sorpresa, anzi, sorrise come se si fosse aspettata esattamente quella risposta, e si alzò.
“Ti stai già tirando indietro?” chiese, senza alzare la voce.
“Dopo aver fatto match, dopo aver accettato di venire qui, dopo avermi guardato le tette per tutta la cena… adesso ti spaventa una donna che parla chiaro? Non eri forse il più forte? Hai paura di non essere all’altezza?” Toni strinse i denti.
“Non mi spaventa niente.” “Allora resta.” Lei fece un passo verso di lui. “Oppure vattene. Ma poi non fingere con me. So cosa stavi cercando. Non sei venuto fin qui per parlare di calcio.”
Si avvicinò ancora, e l’odore del suo profumo arrivò più forte.
“Non sei tipo da tirarti indietro, vero?” sussurrò.
“O mi sbaglio e sei solo bravo a parlare?”
Toni sentì l’orgoglio e il desiderio mescolarsi, odiava quanto facilmente lei sembrava leggerlo, e odiava ancora di più il fatto che, nonostante tutto, il cazzo gli si stesse indurendo nei jeans.
“Non sono tipo da tirarmi indietro” disse infine. Paola lo fissò un secondo in più, poi sorrise, soddisfatta, e si voltò.
“Aspettami qui. Vediamo se è vero.” Uscì dalla stanza, e Toni restò fermo, il cuore che batteva forte.
Dopo meno di un minuto la sentì tornare, e Paola riapparve sulla soglia. Indossava una camicia da notte di lino chiaro, sottile, quasi trasparente, identica a quella che Mena aveva la sera prima, e sotto non c’era niente.
I seni tondi, più cadenti di quelli di sua madre, si muovevano liberi sotto il tessuto a ogni passo, i fianchi più morbidi, la pancia meno piatta, il corpo intero più maturo, meno atletico.
Un osservatore imparziale avrebbe notato subito la differenza, ma Toni, in quel momento, vide solo una donna della stessa età, nuda sotto una camicia da notte uguale alla sua, e sentì il sangue precipitargli tra le gambe con violenza.
“Vieni a letto, tesoro?” sussurrò lei.
“O hai cambiato idea di nuovo?”
Toni deglutì, poi la seguì in camera.
Mena
La chiesa era quasi vuota, circostanza normale visto che veniva comoda solo per pochi residenti della campagna circostante.
Era stata ristrutturata bene nei mesi precedenti, anche grazie all’impegno di Don Marco, però era chiaro che non sarebbe mai diventata un posto affollato.
Meglio così, preferiva averlo tutto per lei.
Ma che stava dicendo?
Era colpa di quegli affari che indossava, non la aiutavano a concentrarsi.
Al dildo ormai era abituata, la taglia era perfetta.
Era l’uovo vaginale il problema: era troppo piccolo, si appoggiava alle pareti vaginali senza dilatarle, stuzzicandole il piacere ma sempre senza aiutarla a raggiungerne l’apice.
Aveva una mezza idea di prenderne uno più grande, ma sarebbe stato difficile indossarlo in pubblico senza mostrare reazioni.
Marco parlava, gesticolava, pregava con particolare fervore, anche un po’ buffo in quella chiesa vuota.
A modo suo, anche lui cercava di distrarsi? Chissà.
“Abbiamo visto come Gesù, nel deserto, sia stato tentato. Non ha mangiato per quaranta giorni e il diavolo gli ha offerto pane, potere, una vita agiata. Non ha ceduto. Ma la tentazione c’è stata. Capita di… di desiderare qualcosa che non si può avere. E di… vergognarsene.”
Si stava incartando? Povero Marco.
“Non c’è nulla di cui vergognarsi, invece. O meglio… nella vergogna c’è… il seme. Il seme della… della debolezza, certo. Invidiamo gli altri, pensiamo siano più forti di noi e… sprofondiamo. Nelle nostre tentazioni. Ma non esiste nessuno che sia libero dal desiderio. Non è quello il punto. Lasciamo che il diavolo ci tenti, se vuole. Dobbiamo trovare in Dio la nostra verità. La forza di scegliere il bene. E rinunciare al superfluo. Ecco.”
Mena lo fissò, divertita. Lui ricambiò lo sguardo per un secondo, poi abbassò gli occhi, si schiarì la voce e restò in silenzio un attimo.
Tutti tacquero, una signora accanto a Mena sbadigliò.
Poi lui iniziò il rito dell’eucaristia e diede la comunione. Mena si alzò e si mise in fila, ultima.
“Il corpo di Cristo.”
Mormorò lui e Mena prese in bocca l’ostia, sorridendo. Faceva caldo. La lingua le sfiorò le dita di lui per un attimo, involontaria. L’ostia si sciolse piano sulla lingua, morbida.
Don Marco si raddrizzò e tornò all’altare.
Dopo la messa, Marco si intrattenne brevemente con due signore che tuttavia rimasero poco a chiacchierare, col disappunto di lui, di nuovo solo con la sua prima parrocchiana.
Le due donne se ne andarono.
Don Marco restò fermo vicino all’altare, armeggiando con i paramenti. Mena accavallò le gambe e lo guardò negli occhi.
“Ora possiamo riprendere la confessione?”
Toni
Si sfilò la maglietta e la lasciò cadere a terra, poi aprì i bottoni dei jeans e li calò insieme alle scarpe, restando in boxer e distendendosi un po’ rigido accanto a Paola, che era già sdraiata sul fianco, la camicia da notte aperta e i seni nudi appoggiati sul materasso. Lei lo guardò un attimo e gli posò una mano sul petto.
“Rilassati” disse a voce bassa.
“Ci penso io.”
Toni sentì un fastidio immediato. “Sono calmo.”
Paola non rispose subito. Gli fece un “ssshhh” piano, “vieni qui… piccolo mio…” poi lo attirò contro di sé e gli premette il viso tra i seni nudi, tenendolo lì con una mano tra i capelli castani.
Toni restò immobile, il respiro che gli batteva contro la pelle di lei, e sentì il cazzo indurirsi nei boxer anche mentre la rabbia gli restava in gola.
Lei gli sollevò il viso e lo baciò, un bacio lento e deciso, e Toni ricambiò con la bocca tesa, le labbra di lei morbide contro le sue.
Si sollevò appena e calò gli slip.
Il cazzo balzò fuori già mezzo glorioso. Paola spalancò gli occhi e la voce le uscì più roca.
“Gesù Cristo… è enorme.”
Si avvicinò a gattoni sul letto, i seni che oscillavano sotto il lino, e gli prese il membro con entrambe le mani.
“Sembra il cazzo di un cavallo. Cristo santo. Ma quanto è lungo?”
“Perfetto per una cavalla, giusto?”
Lo accarezzò lento, dal glande fino alle palle, pesandolo e studiandolo da ogni angolazione, poi alzò lo sguardo verso di lui, le labbra già socchiuse.
“Sei sicuro di sapere come usarlo, ragazzino?”
Toni grugnì e la spinse indietro sul materasso con una mano sul petto; si chinò su di lei, aprendole la camicia da notte con un gesto secco.
I seni le uscirono, gonfi, i capezzoli scuri già duri.
Li prese entrambi tra le mani, li sollevò e li strinse, sentendo il peso morbido e caldo contro i palmi.
Li impastò senza delicatezza, affondando le dita finché la pelle non gli si arricciò tra i polpastrelli e Paola non gemette di dolore e piacere, poi iniziò a succhiarli uno dopo l’altro, forte, prendendo quanto più poteva in bocca, la lingua che girava intorno al capezzolo mentre le dita premevano la carne. Paola gemette, una mano che gli saliva tra i capelli.
“Ti piacciono, eh?” ansimò.
“Ti piacciono le tettone di una vera donna. Non quelle perette delle tue ragazzine.”
Toni continuò a succhiare e a mordicchiare, a spingere i seni l’uno contro l’altro per prenderli entrambi in bocca, e la saliva gli colava dagli angoli delle labbra mentre il cazzo gli batteva duro contro la coscia di lei, ormai di pietra.
Quando alzò finalmente la testa, Paola aveva le guance rosse, gli occhi lucidi e le labbra socchiuse, e respirava a bocca aperta.
La camicia da notte le era scivolata completamente dalle spalle, lasciandola nuda dalla vita in su. Lo guardò dritto negli occhi, senza più sorridere.
“Devo succhiartelo” ansimò. “Adesso.”
Toni si mise a sedere sul bordo del letto e Paola scese in ginocchio tra le sue gambe divaricate, le mani che gli salivano lungo le cosce nude. Gli avvolse le dita intorno alla base del cazzo e lo accarezzò lentamente, fissandolo.
“Oh mio Dio…” gemette.
“Adoro questo coso. È il più grosso che abbia mai visto.”
Lo avvicinò alle labbra, il respiro caldo di lei che gli sfiorava la cappella un attimo prima che la bocca si aprisse e lo avvolgesse.
Toni sentì la lingua calda scorrere sulla parte inferiore del glande, poi le labbra chiudersi strette intorno al fusto, avvolgendolo in una suzione decisa, scendendo sempre di più, la saliva che già colava lungo le vene.
Toni gettò la testa indietro, una mano che le affondava nei capelli.
“Cazzo…”
Paola alzò gli occhi verso di lui mentre lo prendeva più a fondo, le guance incavate, la gola che si apriva per farlo entrare.
Ogni tanto si staccava con uno schiocco umido, ansimava, e poi tornava a inghiottirlo con ancora più foga.
A un certo punto si staccò, prese i seni enormi tra le mani e li strinse intorno al cazzo di Toni, facendolo scivolare piano tra la carne morbida e calda, e lo guardò dal basso mentre lo masturbava così, lenta.
“Così ti piace?” mormorò, la voce roca.
Toni non rispose, le afferrò i capelli e la guidò di nuovo verso il cazzo.
Paola riprese a succhiarlo, più forte di prima, una mano che gli massaggiava le palle mentre l’altra teneva fermo il cazzo alla base.
Si staccò un attimo, gli baciò la punta, poi lo riprese in bocca.
“Scopami” disse, la voce bassa, quasi un ordine: “adesso. Voglio sentirlo dentro.”
Toni la guardava dall’alto, i seni che oscillavano a ogni movimento della testa, le ginocchia aperte sul pavimento, e per un attimo l’immagine di mamma nella camicia da notte uguale gli attraversò la mente.
Chiuse gli occhi e spinse i fianchi in avanti, facendosi prendere ancora di più dalla foga.
La spinse sulla schiena e le aprì le cosce.
La fica di Paola era già fradicia, la vulva gonfia e lucida. Lui si posizionò tra le sue gambe, afferrò il cazzo alla base e ne sfregò la cappella contro l’ingresso bagnato.
Lei trattenne il respiro, gli occhi fissi su di lui, e lui spinse.
La punta entrò con fatica, le labbra vaginali si divaricarono lentamente, tese al massimo intorno allo spessore, e lei emise un gemito lungo e roco, le unghie conficcate nelle braccia di lui.
“Cazzo…” ansimò, la voce già spezzata.
“È enorme… aspetta un attimo…” Toni spinse ancora, centimetro dopo centimetro.
La fica di Paola era caldissima, si contraeva intorno a lui mentre lei doveva dimenare i fianchi e lui spingere con più forza, finché finalmente la cappella sparì del tutto dentro di lei.
“Porca puttana, è grosso da morire! Piano!” strillò Paola, la schiena che si inarcava. Toni grugnì tra i denti.
“Zitta e godi, troia!” ruggì lui.
La sentiva stretta alla base del glande, fradicia, che pulsava, mentre lei si dimenava sotto di lui cercando l’angolo giusto e forzando altri centimetri dentro di sé.
“Non ci credo quanto sei grosso… cazzo…”
“Prendilo tutto” grugnì Toni, la voce già roca: “fino alle palle!”
Paola espirò forte, i capezzoli le si indurirono ancora di più, e iniziò a spingersi incontro a lui, accettando altri centimetri del suo cazzo. Le labbra della sua fica erano tese e lucide di umori mentre cercavano di inghiottirlo.
“Forza, entra tutto… quanto sei grosso!”
“Sì, così… voglio tutto… voglio sentire le tue palle contro il culo…” Toni affondò ancora; entrarono altri centimetri e Paola chiuse gli occhi, beata, il respiro corto.
“Ce la fai” disse lui.
“Certo che ce la faccio, stronzo…” sogghignò lei tra un gemito e l’altro.
“Ti stai scopando una donna vera, non quelle ragazzine che ti fai di solito.”
Toni le afferrò i fianchi e spinse con decisione.
Paola urlò quando gli ultimi centimetri sparirono dentro di lei e il suo culo batté contro l’inguine di Toni. Era entrato fino in fondo.
“Cazzo, cazzo, cazzo!”
Toni chiuse gli occhi. La fica di Paola si contraeva intorno a lui a ondate, caldissima, stretta quasi dolorosamente.
Era diversa da Anna, più morbida in profondità, più avvolgente, e mentre stava lì, sepolto dentro quella donna di quarantaquattro anni, sentì il desiderio mescolarsi alla colpa in un modo che gli fece venire i brividi.
Paola restò ferma per qualche secondo, ansimante, tutto il peso del suo corpo abbandonato, poi iniziò a muovere i fianchi con piccoli movimenti circolari, abituandosi.
Toni le prese le grosse tette a piene mani, le strinse, le sollevò, ne torse i capezzoli scuri tra le dita, e Paola gemette più forte, la fica che si stringeva ancora di più intorno a lui.
“Sì… così… non smettere…” ansimò.
Toni le massaggiò i seni con forza, sentendo il peso morbido riempirgli i palmi.
Continuò a torcere i capezzoli mentre Paola iniziava a strusciarsi contro di lui con movimenti più ampi.
“Sei troppo grosso… mi riempi tutta…” gemette lei, gli occhi socchiusi.
Toni le afferrò le natiche e le diede uno schiaffo secco.
“Muoviti.” Paola obbedì.
Si sollevò lentamente facendo uscire quasi tutto il cazzo, poi si lasciò ricadere su di lei con una spinta secca. Il suono umido della pelle che batteva contro la pelle riempì la stanza.
Ripeté il movimento più veloce, poi ancora, e in pochi secondi la stava martellando con un ritmo secco, i seni pesanti di lei che ballavano e si schiacciavano a ogni affondo.
Toni la guardava dall’alto, le mani strette sui suoi fianchi, guidandola, e ogni volta che Paola scendeva fino in fondo lui spingeva incontro, facendola gemere più forte. La fica di lei era calda e scivolosa e lo succhiava a ogni movimento.
“Non fermarti… scopami… usami come ti pare…” ansimò Paola.
Toni la lasciò godere in un orgasmo squassante, poi le piegò le ginocchia contro il petto e ricominciò a scoparla con spinte lunghe e pesanti, fino in fondo ogni volta.
Paola urlò.
E Toni, mentre la montava con violenza, mentre guardava quei seni maturi oscillare e sentiva quella fica stretta, non riuscì a impedire che il pensiero di Mena gli tornasse in mente.
Le strinse i capelli nel pugno e le tirò la testa indietro mentre la martellava, poi abbassò il viso e le succhiò il collo, i denti che le graffiavano la pelle.
Tuffò la faccia tra i grandi seni morbidi e inspirò a fondo: pelle, sapone spento, sudore fresco e sotto, chiaro e acido, l’odore di una fica matura e bagnata. Lo conosceva bene quell’odore, l’aveva già sentito poche ore prima. Gli arrivò dritto in gola e gli fece venire ancora più voglia di scoparla fino in fondo.
“Adesso non fai più tanto l’arrogante, troiona” grugnì.
Lei gemette forte, gli occhi chiusi, la bocca aperta. “No… sono la tua troia… scopami, stallone…”
Toni accelerò.
Le mani le stringevano le cosce con forza, tenendola aperta mentre la martellava, e guardava il proprio cazzo sparire e riapparire, lucido dei suoi umori.
Vedeva il proprio cazzo sparire tra le labbra gonfie e uscire lucido di lei, le grandi labbra che si tendevano e poi si richiudevano intorno al fusto.
Grugnì qualcosa di incomprensibile e Paola venne di nuovo. Il corpo le si irrigidì di scatto, la fica che si contraeva a ondate violente intorno al suo cazzo, e urlò, un suono roco e spezzato, mentre le unghie le lasciavano segni rossi sulle braccia di Toni.
Lui non si fermò.
Continuò a scoparla attraverso l’orgasmo, costringendola a prenderlo anche mentre tremava, anche mentre cercava fiato.
“Cazzo… mi fai venire di continuo… sei troppo grosso… mi riempi tutta…” ansimò lei, la voce rotta.
Le passò la mano sul basso ventre e notò solo adesso un segno appena accentuato, una cicatrice che andava da un fianco all’altro. La seguì con il pollice, premendo, e il cazzo gli divenne di marmo quando realizzò che quella fica l’avevano già aperta per far uscire un figlio.
Si stava scopando una mamma. Si stava scopando la mamma.
Toni la guardò dall’alto. I seni soffici le oscillavano a ogni botta, i capezzoli scuri e duri. Le prese entrambi a piene mani e li strinse forte, quasi con rabbia, mentre aumentava ancora il ritmo.
Paola gemette più alto, la schiena che si inarcava. Per un attimo Toni chiuse gli occhi. Nella sua testa non c’era più Paola.
E mentre spingeva dentro, mentre la usava con tutta la forza che aveva, gli sembrò quasi di stare scopando la persona sbagliata (o forse quella giusta?).
Paola lo sentì, pulsante, pronto a esplodere.
“Stai per venire?” ansimò, gli occhi lucidi. “Vieni dentro… Fammi godere...”
Toni le piegò ancora di più le gambe, quasi a piegarla in due, e iniziò a scoparla con colpi corti e violenti, cercando la profondità massima.
La testiera del letto batteva contro il muro, il materasso cigolava, e Paola non parlava più. Emetteva solo suoni rotti e animali mentre un altro orgasmo la prendeva e la faceva stringere intorno a lui. Toni sentì le palle stringersi.
Il piacere gli salì lungo la schiena, affondò fino in fondo, fino a non poter andare oltre, e scoppiò. Il primo getto fu così forte che gli uscì un gemito rauco, quasi un lamento.
E mentre sborrava, mentre sentiva lo sperma uscire a ondate calde e spesse dentro la fica di Paola, dalla sua bocca uscì di nuovo quella parola, più forte di prima, impossibile da trattenere.
“Mamma…”
Paola aprì gli occhi di scatto, ancora contratta dall’orgasmo, e lo fissò in modo strano.
Toni continuò a spingere, a svuotarsi dentro di lei, il corpo scosso da brividi.
Toni restò sopra di lei per un attimo, il respiro pesante, e lei gli passò una mano tra i capelli, tenendolo addosso.
Lui si irrigidì, poi si staccò.
“Non ho ancora finito con te” sussurrò lui, ancora ansimante.
In quello stesso momento la porta della camera si aprì.
Un ragazzino, in boxer e pigiama, i capelli arruffati, restò fermo sulla soglia e guardò la scena: sua madre nuda sotto Toni, le cosce lucide di sperma.
Paola alzò lo sguardo, calma. Si passò due dita tra le gambe, raccolse un po’ di sperma e se lo mise in bocca senza fare una piega.
Poi si rivolse al ragazzo.
“Torna a letto, Mattia. Subito!”
L’adolescente aprì la bocca, la richiuse, arrossì violentemente e sparì senza dire una parola.
Paola si alzò come se niente fosse e si rivolse a Toni, ancora nuda e sporca: “Scusa. A volte ha gli incubi si sveglia. Non fa mai storie, per fortuna.”
Toni la guardò, ancora nudo, il cuore che gli batteva in gola.
“Sei sposata.”
“Sì, ma tranquillo, mio marito è fuori. Torna tra dieci giorni. Mattia non lo dice a nessuno, sennò sa che le prende.”
Paola si asciugò la bocca con il dorso della mano e lo guardò da capo a piedi.
“Sei bravo. Davvero bravo. Riesci a fare il secondo giro?”
Toni non rispose. Si chinò, raccolse i vestiti e si rivestì in silenzio. Le mani gli tremavano leggermente mentre allacciava la cintura.
Non si sentiva bene, aveva la nausea.
Uscì dalla camera senza salutare, attraversò il soggiorno, aprì la porta di casa e scese le scale di corsa. Aveva bisogno di qualcosa da bere.
Mena
“Mi è piaciuto parecchio il tuo sermone.”
“Davvero?”
“Sì. Soprattutto la parte in cui non si è capito nulla.”
Don Marco rise.
“Spiritosa. Eri distratta solo perché volevi continuare a confessarti.”
“Tu no?”
“Cosa volevi dirmi, Mena?”
“Mi piace il momento della comunione.”
“Davvero? Perché?”
“Non per quello che è successo oggi, malfidato.”
“Quello?”
“Lascia perdere.” Rise lei e proseguì, la voce più bassa.
“Mi piace quel momento per il simbolo che rappresenta. Due persone che condividono la stessa carne, lo stesso sangue. Mi piace, come pensiero.”
“È molto di più di questo e lo sai.”
“Ma io sono una spugna, ricordi? Quando sento un dito sulle mie labbra, assorbo i pensieri di quel dito.”
“È stato un incidente.”
“Probabilmente sì.”
“Ti ricordi quello che dicevamo sul transfert, vero?”
“Fai finta non abbia detto nulla, come non detto.”
Don Marco chiuse la grata e si sistemò dall’altra parte. Mena si inginocchiò.
“Parliamo di Francesca, ti va?”
“Va bene. Che vuoi sapere?”
“Francesca ti influenza?”
“Che intendi?”
“Ha cambiato la tua vita quotidiana? O Mena continua ad agire come al solito?”
“Sai già la risposta.”
“Sarebbe un sì?”
“Da quando esiste lei, ho preso alcuni piccoli vizi. Che conosci bene.”
“Vizi?”
Mena si allungò, quasi appoggiando le labbra alla grata, e sussurrò: “Due piccoli vizi li indosso anche adesso.”
“Mena…”
“Me lo hai chiesto tu.” Arretrò lei, mettendo il broncio.
Lui rise e continuò: “Certo, dimenticavo.”
“L’avevi dimenticato?”
“Altro da confessare?”
“Francesca mi aiuta a essere generosa, comprensiva.”
“Questa è una bella cosa. Giusto?”
“Hai presente mio nipote?”
“Sì?”
“Devo confessarti una cosa.”
“Cosa?”
“Devi sapere che mia sorella è una stronza bigotta.”
“Ma davvero?”
Ridacchiò lui. Mena sorrise appena.
“Ed è anche contraria a qualsiasi attività ricreativa.”
“Ricreativa?”
“Quel povero ragazzo non ha un attimo da solo, ecco.”
“Ah.”
“Quindi, la sua zia premurosa gli ha concesso una mano.”
“Una mano? Ma…”
Lui sembrò trattenere il respiro. Mena scoppiò a ridere.
“Non in quel senso, Marco. Che malizioso. Per chi mi hai presa?”
“Eh.”
“Gli ho dato uno spazio libero in cui sfogarsi. In camera mia, al riparo da sguardi indiscreti.”
Don Marco sembrò rassicurarsi, anche se sembrava comunque inquieto.
“Capisco. Se è solo questo.”
“Sì?”
“Non ci vedo nulla di male. Meritiamo tutti la nostra privacy. Se è solo questo.”
“E ci sarebbe un ultimo piccolo dettaglio.”
“Un altro?”
Dalle movenze intuibili dalla grata, il prete si stava asciugando il sudore dalle tempie. Quel dialogo era troppo divertente e rilassante per lei, quasi una droga.
“Lui aveva il vizio di fare le sue cosette in camera mia e poi sfogarsi su del tessuto che gli lasciavo apposta.”
“Ah. Capisco.”
“E, non so come dirlo, Francesca ha una sua idea di comunione, a dir poco perversa.”
“Ossia?”
“Potrei essermi ritrovata ad assaggiare quella roba sul tessuto come una pazza.”
Si morse il labbro inferiore, chiuse gli occhi per un secondo prima di tornare sulla grata, e le labbra le si piegarono in un mezzo sorriso che non riusciva a nascondere del tutto l’imbarazzo.
“Mena…”
“È stato un momento di debolezza, lo so di aver sbagliato. E sono qui a confessarmi.”
“Questa situazione sta continuando?”
“Sì.”
“Anche la scorsa volta a mare?”
“Sì. L’ho portato dietro una duna e gli ho detto di sfogarsi. Non ho assaggiato nulla, comunque.”
“Mena…”
“che c’è? Non si sarebbe mai concentrato sulla partita di pallavolo sennò. Lo conosco mio nipote.” Si giustificò lei.
Don Marco restò in silenzio un attimo.
“Ma come hai fatto, ti sarai allontanata solo dieci minuti.”
“Mi tenevi d’occhio?”
“Mena… Non è quello il punto.”
“Comunque a quell’età finiscono subito, se è quello che mi stai chiedendo.”
Don Marco tacque. Mena lo sentì respirare più forte dall’altra parte della grata.
“Come dicevo, sono qui a confessarmi. E mi sento molto più leggera ora che te lo dico.”
“Non basta.”
Disse lui, improvvisamente serio, quasi nervoso.
“No?” Chiese lei, preoccupata.
“No. Devi fare qualcosa per me,” rispose lui, il respiro corto e un po’ affannato.
Era davvero così arrabbiato? Sembrava in difficoltà. Le arrivò netta la fantasia di Marco che, dall’altra parte della grata, si toccava nervosamente la patta dei pantaloni, le dita che premevano e si ritraevano senza decidersi.
“Per te farò qualsiasi cosa, Marco.” Rispose lei di getto, la voce che le uscì più bassa e un po’ roca.
“Sì?”
“Anche adesso. Se vuoi.”
Ma che stava dicendo? Era impazzita? Non credeva alle sue stesse parole. Dall’altra parte della grata sentì un colpo secco, come se lui si fosse dato uno schiaffetto sulla guancia.
“Marco? Tutto bene?”
“Sì, scusa. Stavo riflettendo.”
Rispose lui, la voce un po’ più ferma, e proseguì rapidamente.
“Devi fare ammenda, Mena. Togli spazio a Francesca.”
“Ma…”
“Pentiti di queste tue azioni e prometti di non farle più. Basta isole felici, basta con questi... assaggi.”
“Assaggi?”
“Solo così posso darti l’assoluzione.”
“Ci penserò.” Sussurrò lei, alzandosi, lievemente delusa.
“Va bene. Grazie.”
“Ci vediamo più tardi?”
“Vai a casa, Mena. Ci vediamo domani.”
“A domani, Marco. E scusa per la franchezza.”
“Hai solo detto la verità. Ma la verità, a volte, non basta.”
La chiave girò nella toppa con un rumore secco.
“Toni?”
La voce di Mena arrivò fioca, addormentata.
“Sono io, mamma.”
Spinse piano la porta ed entrò.
Sua madre era a letto, mezza addormentata, distesa su un fianco.
La camicia da notte di lino chiaro le si era arricciata fino a metà coscia.
Il tessuto, sottile e stropicciato, lasciava indovinare il peso pieno del seno e il rilievo scuro dei capezzoli che premevano contro la stoffa.
Non indossava reggiseno. La curva del fianco saliva nuda sotto il lino fino all’inizio del sedere.
Toni restò fermo sulla soglia.
C’era un odore.
Caldo. Denso. Muschiato. Un odore che conosceva, anche se quello di Anna non era mai stato così intenso. Odore di fica. Sua madre si era toccata da poco?
Il sangue gli scese di colpo tra le gambe.
Non sono pensieri da figlio. È tardi. È solo la stanchezza dopo la giornata di merda.
Ma l’odore era ancora lì.
Si sedette sul bordo del materasso. La voce gli uscì tremante.
“Mamma.”
Mena aprì gli occhi lentamente. Gli sorrise, ancora confusa dal sonno.
“Sei tornato… tutto bene? Hai litigato con Anna?”
Toni guardò le sue labbra, poi distolse lo sguardo. Voleva raccontarle che non ce la faceva più con l’ambizione di Anna, con la paura costante che un giorno lei lo avrebbe tradito solo per convenienza. Ma quell’odore gli riempiva il naso e gli rendeva difficile pensare.
“Stavolta è finita davvero” riuscì a dire.
“Forse non era quella giusta, amore” mormorò lei.
“Mamma io… ho sbagliato.”
Mena aprì meglio gli occhi, preoccupata.
“Che hai fatto?”
“L’ho picchiata…”
Sua madre si irrigidì leggermente.
“Che le hai fatto? Sta bene?”
“Sì, mà… le ho solo dato uno schiaffo. Ha detto che è finita.”
Mena sospirò di sollievo e richiuse gli occhi.
“Ho capito…”
“Sei arrabbiata?”
Lei parlò tenendo gli occhi chiusi, con un sorriso stanco.
“Ti ricordi quando da piccolo scegliesti di giocare a calcio tutte le settimane?”
“Sì…”
“Ti presi da parte e ti dissi che sarei stata fiera di te anche se avessi perso una partita ogni tanto. Capita di sbagliare, non c’è nulla di strano. L’importante è…”
“Avere le palle più grosse degli altri!” finì lui la frase, sorridendo nonostante tutto.
“E quelle del mio bambino sarebbero diventate giganti, lo sapevo. Ricordi? Poi te le ho strizzate e ti sei messo a ridere.”
Mena socchiuse gli occhi e allungò una mano, accarezzandogli il dorso delle dita con una lentezza assonnata. Il movimento fece scivolare ancora un centimetro la camicia da notte. Toni vide la linea interna della coscia, la pelle olivastra e leggermente sudata, il punto esatto in cui il tessuto smetteva di coprire.
“Sono troppo stanca per stringerti le palle, accontentati” disse lei e risero entrambi, a bassa voce.
Toni considerò l’idea di abbassarsi i jeans e assecondare lo scherzo, ma lei intervenne prima.
“Hai sbagliato, va bene. Ma non hai fatto nulla di irreparabile. Non l’hai picchiata. Le hai solo dato un ceffone. Usa correttamente le parole. Va bene?”
“Ok, mà…”
“Sei sempre stato passionale, è un effetto collaterale delle palle grosse. Conoscendola, ti ha provocato lei, giusto?”
“Beh…”
“Già.”
“E adesso?” Chiese lui, smarrito.
“Adesso prenditi un periodo di tregua. Resta solo per un po’, ascolta tua madre. Non c’è fretta. Lasciala perdere, si rovinerà da sola. Dio, non so perché ma questa camicetta è scomoda.”
Toni annuì, ma non riusciva a concentrarsi. La camicia da notte si era spostata ancora e, per un attimo, vide nettamente il capezzolo di sua madre: turgido, scuro, così teso che gli venne l’istinto assurdo di chinarsi e prenderlo tra le labbra.
“Vuoi dormire qui con me stasera?” chiese lei, con un sussurro.
Ebbe la tentazione di dire di sì, invece scosse il capo.
“No, grazie mà. Preferisco stare da solo stasera.”
Si chinò e le diede un bacio sulla guancia. Il capezzolo, da così vicino, sembrava quasi chiamarlo. Toni dovette fare uno sforzo fisico per staccarsi.
“Buonanotte, mamma.”
“Buonanotte, amore.”
Uscì dalla stanza senza voltarsi. Si fermò un momento davanti alla porta di suo padre, guardò il corpo immobile sul letto, il petto che si alzava e abbassava solo grazie alla macchina, e mormorò un “ciao papà” quasi senza voce.
Poi andò nella sua camera.
Chiuse la porta a chiave.
Si sedette sul bordo del letto, aprì la patta con mani che tremavano, tirò fuori il cazzo già duro e lucido e, senza nemmeno spogliarsi, si masturbò furiosamente.
Venne in pochi colpi su un fazzoletto, inzuppandolo fino a renderlo un pezzo di carta informe e secco.
Con le palle vuote e la testa ancora piena di quel profumo, dormì come un sasso.
Mena
Si svegliò tardi, più riposata di quanto si aspettasse. Per qualche secondo, ancora avvolta nel caldo dei lenzuoli, pensò che tutto fosse stato solo un sogno: la confessione a Don Marco, lo sfogo di Toni, le sue voglie che la sera prima si erano risvegliate con una forza quasi dolorosa.
Si alzò. Si lavò, indossò una tuta morbida e scese in cucina.
Poco dopo sentì i passi di Toni sulle scale. Entrò in cucina con i capelli spettinati, gli occhi un po’ gonfi. Sembrava aver dormito poco, povero cucciolo; il pensiero di Anna lo tormentava.
“Tutto bene?” gli chiese, cercando di tenere la voce leggera.
Lui si versò il caffè con noncuranza.
“Sì. Tutto ok. Avevi ragione tu ieri.”
Mena annuì. Non disse niente. Si avvicinò e lo abbracciò. Sentì il corpo di suo figlio rigido per un attimo, poi abbandonarsi appena contro di lei. L’odore della sua pelle le riempì il naso, caldo e familiare.
“Starò solo per un po’, basta fidanzate inaffidabili” disse lui contro la sua spalla.
“Bravo, tesoro…”
Toni si staccò.
“Vado a prendere Alessio e poi passo da zia Teodora a dare una mano.”
Mena gli sistemò il colletto della maglietta con un gesto automatico, le dita che indugiavano un attimo di troppo sulla pelle calda del collo.
“Io vado da Don Marco.”
Lui sbuffò, quasi impercettibile.
“È così interessante stare con quel prete?”
Lei lo guardò dritto negli occhi.
“Siamo solo amici. Mi sono affezionata. Soffrirei a perderlo come amico.”
Toni la fissò. Quello sguardo era indecifrabile: non era rabbia aperta, non era gelosia dichiarata, era qualcosa di più chiuso, di più inquieto, come se stesse pesando ogni parola. Poi abbassò gli occhi e annuì.
“Va bene, mamma. È molto che volevo dirti una cosa…”
“Sì, amore?”
“Penso non ci sia niente di male che tu abbia qualcuno con cui parlare. Se Don Marco è solo un amico, non farò altre storie.”
Lei rimase spiazzata: “O-ok...”, ma lui continuò: “Ma vi tengo d’occhio!”
Risero insieme.
“Sei un gelosone, lo sai?”
Lui stava già andando verso la porta. Si voltò un attimo, continuando a ridere.
“Qualcuno deve pur tenere il posto di papà!”
Stavolta fu Mena a sorridere, criptica: “Grazie per la comprensione…”
“Grazie a te, mamma…”
Mena restò ferma un secondo, poi gli andò dietro. Mentre lui apriva la porta, gli diede una pacca leggera sul sedere, ridendo.
“Vai, va’” disse.
La porta si chiuse. Sorrise da sola, a bassa voce, mentre tornava in cucina.
“Ho un figlio con due grosse palle.”
Teodora
“Toni” disse lei, avvicinandosi. “Che hai? Ti vedo triste.”
“Mi sono lasciato con Anna, zia.”
Lei lo fissò, increspando appena le labbra in un sorriso. Se non fosse stato proibito dalla Chiesa il gioco d’azzardo, sarebbe stata una brava giocatrice di poker.
Si sedette accanto a lui. La voce le uscì più secca di quanto avesse previsto.
“Poco male.”
“Era diventata ingestibile, quella stronza. Continuava a pensare solo al successo. Mi feriva questa leggerezza che aveva nel parlare con altri.”
“Altri uomini, intendi?”
“Sì…”
Lei alzò la voce, senza accorgersi di essersi infervorata in un crescendo mentre parlava: “immaginavo finisse così. Le donne di oggi non sanno più stare al loro posto. Una volta la donna stava a casa, badava alla famiglia, non andava in giro a mettere in mostra il corpo e a cercare successo a ogni costo. Oggi invece venerano solo la propria immagine. Si truccano, si espongono, pretendono di essere amate senza dare nulla in cambio. Impudiche. Schifose. Dio le giudicherà.”
Toni la guardò, poi le sorrise appena.
“Grazie zia, mi sarei accontentato che non facesse la gattamorta con tutti…” rispose, e la abbracciò. Le braccia forti le circondarono le spalle. Teodora sentì il calore del suo corpo, l’odore di sapone e di giovinezza che le arrivava al naso.
“Le ho anche dato un ceffone…”
“Solo? Io l’avrei frustata… a sangue!”
“Ma zia…”
“Senza pietà…” sibilò lei; un brivido di piacere le attraversò il corpo al ricordo di quella volta in cui si era lasciata andare con Luca, punendolo finalmente per i suoi peccati.
Non era così convinta di aver esagerato, dopotutto. La giusta punizione per Luca, un masturbatore con pensieri impuri, colui che disperdeva il seme a terra.
Se l’era meritata, qualche scudisciata, diciamolo. Rivedeva la cintura che schioccava sulla carne, graffiandola, il sale che gli bruciava le ferite, le urla di dolore, le lacrime di quella bestiola immonda.
Si riscosse da quella scena leccandosi le labbra, stranamente accaldata. Notò lo sguardo preoccupato del nipote e represse quel ghigno soddisfatto.
“Scherzavo, ovviamente.”
“Ah…”
“Però ciò non toglie che tu l’abbia sempre trattata troppo bene, quella sgualdrina. Lasciala perdere. Meriti di meglio.”
“Grazie, zia.”
Lei stava per proseguire il discorso su come le ragazze di quella specie rovinassero i bravi ragazzi. Ma Toni la interruppe, la voce bassa e seria.
“Zia… volevo chiederti un’altra cosa.”
“Dimmi, gioia mia.”
“Per favore, non rovinare Don Marco. Immagino tu abbia saputo qualcosa di utile a farlo cacciare, però ho cambiato idea. Tienilo per te. Ne soffrirebbe mamma.”
Teodora non fece una piega. Lo sguardo restò fermo sui pettorali del nipote.
“Quello ne approfitterà, però. Non mi pare una buona idea.”
“Per favore, lo so che come me anche tu hai un cuore d’oro. Mia madre è adulta e può gestire la sua vita. Ma non possiamo fargli del male. Restiamo buoni…”
Lei annuì, ripensando a un piccolo rimpianto: avrebbe dovuto assestare un colpo secco a Luca sul cazzetto, con quella cinghia.
Chissà come avrebbe reagito. Prima e dopo il sale.
Lui la fissava, sorridendo.
“Oggi sei pensierosa.”
“Mi hai dato molto di cui pensare.”
“Sì?”
“Va bene, mi hai convinta. Tanto non farei comunque nulla senza il tuo permesso.”
Restarono così, abbracciati. Lei sentiva il battito del suo cuore, la solidità del torace, la pressione delle braccia che la tenevano stretta.
“E tua madre? Che dice di questa storia di Anna?”
“Mi ha detto di stare per conto mio. Di stare tranquillo per un po’.”
Teodora sbuffò.
“Sciocchezze. Mena non ha mai capito nulla di uomini. Sei stato fin troppo calmo. Avresti dovuto tradirla, prenderti qualche libertà. Ma sei in tempo per rimediare.”
“Ma zia…”
Guardò il nipote: un adone da consolare. Un fremito le percorse le cosce.
“L’uomo è cacciatore, Toni. Sei libero, finalmente. Puoi prenderti quante donne vuoi. Tutte. Nessuna esclusa. Bello come sei…”
Lui arrossì e abbassò lo sguardo.
“Non me la sento ancora.”
Teodora si alzò un momento, aprì la borsetta, ne trasse un piccolo malloppo di banconote e glielo porse.
“Invita a cena una ragazza, stasera. Potrai offrire tu.”
Toni la guardò, sorpreso, poi la abbracciò di nuovo, più forte. Teodora sentì il peso del suo corpo e si costrinse a non muoversi. Troppi pensieri le stuzzicavano i sensi. Il serpente la avvolgeva.
“Credi davvero che sia pronto a riprovarci dopo così poco?” chiese lui.
Lei gli rispose a voce bassa.
“Se non lo provi non lo saprai mai. E, soprattutto, ti toglierai la soddisfazione di mostrare ad Anna tutto quel ben di… quella felicità che si è persa.”
“Zia!” Rise lui, ma lei rimase seria e lo strinse più forte. Sentiva il respiro di lui contro la tempia.
“Prenditi la giornata libera, Toni. Rilassati qui in dependance. Chiama qualche tua amica. E se vuoi… stasera potrai portarla qui.”
“Qui?”
“Qui.”
Toni restò immobile un momento.
“Ma sei sicura?”
“Non vorrai disturbare tua madre, adesso ha di meglio a cui pensare. Portala nella dependance. Ora che Sergio non c’è più…”
“Non lo farei mai…”
“Perché?”
“Per rispetto…”
“Sciocchezze. Ti fa onore ma la mia casa è sempre aperta per te. Ti basta chiedere… e io ti darò tutto.”
Lei sentiva il suo cuore battere contro il proprio petto.
“Va bene, zia. Grazie…”
“Adesso vai a rilassarti. Ti porto le chiavi.”
Prima di lasciarla, lui la strinse ancora più forte. Teodora chinò il capo e gli baciò la spalla, le labbra contro il muscolo teso sotto il tessuto. Sentì quella stessa consistenza, densa e viva, che le ricordò il serpente tentatore e la cinghia tanto amata.
Tenne le labbra un secondo di troppo, poi si staccò, il volto in fiamme.
Mena
Si piegò sul bordo del letto e si lubrificò l’ano con le dita, lentamente, spingendo il gel tiepido fino in fondo.
Il dildo anale entrò piano nel foro, dilatandola centimetro dopo centimetro.
Il gel colò un po’ tra le natiche mentre lo fece scivolare fino in fondo.
Strinse le labbra, reprimendo un gemito di dolore e piacere, il respiro corto.
Quando il sedere fu sistemato, l’ovetto fu una formalità: scivolò nella vagina come una goccia di resina calda, senza resistenza.
Non lo sollecitò ulteriormente.
Si raddrizzò e si guardò allo specchio. Indossò uno slip di pizzo nero, sottile. Passò lievemente le dita sopra lo slip e sentì quanto era già bagnata. Le dita restarono lì solo un secondo, poi si fermò.
Sopra scelse un vestito nero aderente, molto scollato, che le copriva a malapena le cosce, senza reggiseno; i cerchi scuri dei suoi capezzoli sporgevano palesemente sotto la scollatura. Mise al collo l’immancabile crocifisso dorato e infilò una giacca nera lunga e chiusa, abbottonata fino al collo.
Il trucco restò sobrio: un filo di fondotinta, mascara scuro, labbra di un rosso opaco.
Si guardò allo specchio, sistemò i capelli in una coda e uscì di casa.
Toni
Chiuse la porta della dependance alle sue spalle e restò un momento fermo. Poi si distese sul letto e, dopo tanti anni, riaprì un paio di app di incontri. Cambiò lo status in single.
I messaggi arrivarono quasi subito. Ragazze della sua età, ex compagne di scuola. Una in particolare, amica stretta di Anna, gli aveva scritto subito.
“Ho visto che è finita con Anna… se vuoi parlarne.”
“Grazie… Sono in periodo complicato.”
“Sei libero stasera? Puoi passare a trovarmi, se ti va. Sono sola in casa…”
Hai capito, la cara amica.
Toni la ignorò; che troiette, le amiche di Anna. Chiuse le chat e andò nei filtri.
Età: da 40 a 50.
La schermata si aggiornò. Toni si sentì stranamente a suo agio scorrendo l’elenco di donne mature e single. Scorse ancora. Si fermò su un profilo.
Paola, 44 anni.
Dalle foto si vedeva poco: lunghi capelli mori e un bel davanzale. La bio era breve: “Dammi un brivido.”
Toni rimase a guardare. Poi fece match.
Il messaggio di lei arrivò quasi subito.
“Ciao. Piacere, Paola. Sei giovane e molto carino, complimenti. Perché non ci incontriamo e ci conosciamo meglio?”
Toni rispose dopo qualche secondo. Il sangue gli batteva più forte.
“Piacere, Toni. Sei molto diretta.”
“Odio perdere tempo. Ti piacerebbe conoscerci?”
Si sentiva elettrizzato, incerto su quello che sarebbe successo.
“Perché no? Certo.”
“Bene. Allora non perdiamo tempo. Cena stasera?”
“Va bene. Dove?”
Paola gli mandò il nome di un ristorante lì vicino. Uscì fuori che erano compaesani.
Poi lei aggiunse: “E non farmi aspettare.”
Mena
“Da dove iniziamo, Mena?”
“Non lo so. Dall’inizio, suppongo.”
“Andiamo nel confessionale?”
“Va bene.”
Toni
Paola arrivò con mezz’ora di ritardo e Toni la riconobbe subito, anche se dal vivo era più formosa di quanto sembrasse nelle foto.
Aveva i capelli scuri lunghi fino alle spalle, mossi e voluminosi, con una piega morbida sulla parte superiore e una frangia aperta che le incorniciava il viso ovale.
In foto sembrava più provocante, dal vivo si notava che era comunque in avanti con l’età, per quanto restasse una bella donna con seno prosperoso, vita marcata e fianchi pieni.
Il viso era ovale, dai lineamenti piuttosto delicati, con occhi grandi di un marrone scuro enfatizzati da un trucco marcato ed eyeliner nero, sopracciglia scure e ben definite, naso dritto e labbra piene colorate di un rossetto rosato su una carnagione chiara, e l’espressione restava seria.
Toni si alzò quando lei arrivò al tavolo, si scambiarono un bacio sulla guancia e lui sentì il profumo di lei, molto dolce.
“Piacere, Paola.”
“Piacere, Toni.”
“Toni? Che nome è?”
“Antonio. Tutti mi chiamano Toni.”
“Sei ancora più giovane dal vivo” disse lei, con un accento siciliano piuttosto riconoscibile. Indossava una blusa a righe orizzontali nere e bianche, scollata, che lasciava intuire un seno pieno.
Mentre si sedeva, a Toni cadde l’occhio proprio lì e lo abbassò subito sul menu.
Paola lo osservò un momento, poi sorrise scoprendo denti bianchi con due incisivi lievemente irregolari.
“Ti piacciono le tette?”
Toni alzò gli occhi, colto di sorpresa, e sentì il calore salirgli alle orecchie.
“Mi piaceva il vestito.” Lei sorrise ancora. “Il vestito, certo…” e si mise comoda. Poi girò lo sguardo intorno al locale, le labbra appena incurvate.
“Hai scelto un ristorante costoso. Hai i soldi per pagare?”
“I soldi non sono un problema.” Paola miagolò piano, divertita.
“E che lavoro fai?” Toni la guardò, perplesso, il tovagliolo ancora in mano. “Sono un calciatore.”
Lei ridacchiò e il seno si mosse appena sotto la blusa.
“Allora puoi puntare a donne ben più belle e giovani di me.”
“Non sono un calciatore famoso” precisò lui, a disagio.
“Ma lo diventerai, vero?”
“Mi basta essere il migliore. Il più forte lo sono già.”
“Il migliore…” scandì lei, e Toni sentì un fastidio sottile.
Non sapeva bene cosa pensare di Paola.
Aveva uno strano modo di porsi, schietto fino al volgare, e nel corso della cena lo confermò sgridando il cameriere perché il bicchiere “puzzava di detersivo”.
Mentre la guardava, Toni cercava in lei i tratti di Mena più di quanto cercasse Paola stessa.
“Perché hai scelto me? Non mi sembri uno di quelli disperati che mettono match a tutte.”
Toni sorrise, le dita strette intorno al bicchiere.
“Ti trovo attraente. E interessante. C’è qualcosa di male?”
Lei sorrise e inclinò appena la testa.
“Ti piacciono le milf?” Toni andò di traverso con l’acqua, tossì, si asciugò la bocca col tovagliolo e per un attimo vide gli occhi di lei brillare.
“Mi sento più maturo delle ventenni mie coetanee. Voglio conoscere donne mature.”
Paola bevve un sorso di vino senza distogliere lo sguardo. “Forse avresti dovuto frequentare quelle ventenni. Ce ne saranno anche di mature intellettualmente.”
“Ho lasciato da poco una ventenne molto bella. Basta ventenni. Voglio conoscere gente più affidabile.”
“Davvero? Vediamola, foto. Foto, dai!”
“Non credo sia il caso.”
“Dai.” Toni nicchiò, poi annuì e le mostrò sul telefonino una foto di Anna.
Paola la guardò un attimo. “Molto bella, vero. Però ha la faccia da stronza.”
“Lo era.”
“Ti ha tradito?”
“No, ma diciamo che non vedeva l’ora di farlo.”
“Vabbè, ti ha tradito ma non lo sai.”
“Può essere” concluse lui, gelido.
Paola posò il bicchiere e si alzò, raccogliendo la borsetta con un gesto fluido.
“Sei un piccolo mistero che voglio scoprire meglio.”
“Non sono così misterioso.”
“Vai a pagare e andiamo a casa mia.”
Mena
“Non serve che ti metti in ginocchio se non ti va, ti ho portato una panchetta.”
“Grazie. Preferisco inginocchiarmi come sempre.”
“Mi piace questa giacca.”
“Sì?”
“Molto sobria. Una Mena diversa?”
“Sempre la stessa. La giacca non è importante.” Rispose lei, sbottonando la parte di sopra e mostrando le spalle nude e abbronzate. Don Marco rise, un suono corto e un po’ strozzato, mentre distoglieva lo sguardo per un secondo.
“Hai reso il concetto.”
“Da dove iniziamo, Marco?”
“L’inizio? Dove inizia Francesca e dove finisce Mena?”
“Francesca inizia in un momento di bisogno e mi ha salvato la vita. Ero in difficoltà economiche e mi ha permesso di guadagnare bene e accudire mio marito.”
“Credevo fosse stata tua sorella ad aiutarti. Mentivi?”
“No, è vero. Ci ha salvato lei, per quanto odi ammetterlo. Non capisco come sia possibile un atto di generosità così grande da parte sua, però è vero.”
“Capisco.”
“Non mi aspettavo che lei mi aiutasse e mi ero ingegnata a trovare una soluzione, mettiamola così.”
“Ma allora…”
“Perché ho continuato?”
“Eh.”
“Non immagini la risposta?”
Lui si sistemò meglio sulla sedia, dall’altra parte. Non rispose subito. Le dita gli si strinsero sul bordo del sedile.
“Parlami di Francesca.”
“Francesca… è nata per soddisfare. Lega il suo piacere a quello degli altri e non giudica. Mai.”
“Mai?”
“Ho ascoltato tante fantasie e le ho condivise, plasmate e riviste.”
“Anche quelle sbagliate, immagino.”
“Cos’è sbagliato?” Mena scrollò le spalle. Don Marco non rispose. Restò in silenzio un momento, poi parlò più piano, quasi a se stesso.
“La Chiesa dice che certe fantasie sono già peccato nel cuore. Che desiderare ciò che non si può avere è già tradire. Che non basta non fare, bisogna anche non volere.”
“E tu ci credi?”
“Io credo che sia meglio parlarne e capire cosa sia giusto. Consumarsi non aiuta. Ma nemmeno alimentare tutto senza limiti.”
“Ricordo uno dei miei primi clienti. Un uomo tormentato, pieno di amarezza. Di voglia repressa.”
“Amarezza?”
“Consumato da un desiderio irrealizzabile verso una ragazza che vive con lui, fin da quando è diventato vedovo ed è il solo a poterla accudire.”
“Ho paura a chiedertelo.”
Mena mosse le gambe, impaziente. Il movimento le fece sentire di nuovo il dildo che premeva. Sorrise appena, ironica.
“Oh suvvia, Marco. Hai capito benissimo.”
“Un padre dovrebbe proteggerla, una figlia. Non portarsela a letto. Non credi?”
“Chi ha detto questo. E se la proteggesse ma di nascosto sognasse l’impronunciabile?”
Don Marco strinse le mani. La voce gli uscì più dura.
“È un peccato grave. Il padre è chiamato a custodire, non a desiderare. Anche solo pensarlo è già una forma di violenza.”
“E se lui non la toccasse? Se si limitasse a desiderarla e a vergognarsene?”
“Cambia poco.”
“Lui si vergognava perché lei era così espansiva, tutta coccole. E lui… beh.”
“Si eccitava.”
Mena annuì, divertita. Gli occhi le brillavano appena dietro la grata.
“Esatto.”
“Cosa ti eccita di tutto questo? Non hai figlie, a quanto ne so.”
“Mi eccita immaginarlo mentre si avvita in queste fantasie. La solitudine tira strani scherzi e ci rende fragili e turgidi allo stesso tempo.”
“Non pensi sia meglio aiutare queste persone, che accenderne le fantasie?”
“Una cosa non esclude l’altra.”
“Fatico a credere che traggano un vero giovamento da queste conversazioni con te.”
“Puoi sfogare su di me tutte quelle voglie che non riesci mai a soddisfare. Sono la bocca di tua figlia. Le tette della tua migliore amica. Il sedere della tua collega che vorresti tanto sculacciare. Quale psicologo te lo concederebbe?”
“Sei…”
“Sì, Marco?”
“Una specie di spacciatrice. Di fantasie.”
“Se vogliamo dire così.”
“Perché lo fai? Non è più una questione economica, giusto?”
“Suppongo di esserne dipendente, ormai. Mi sento una spugna. Voglio assorbire la tensione degli altri, la loro passione più oscura e proibita.”
Don Marco tacque e lei proseguì, la voce più bassa e ironica.
“Mi piace guardare il mondo con gli occhi degli altri. Plasmarlo secondo le mie fantasie. Cosa prova lui mentre la vede uscire, truccata e scollata?”
E, nel dire questo, Mena aprì distrattamente la giacca, mostrando la valle dei suoi seni libera. Don Marco non fece commenti. Distolse lo sguardo per un attimo, poi lo riportò su di lei, le labbra strette.
“Cosa prova lei, guardandolo? Ha mai sospettato qualcosa? Lo scoprirà, un giorno? Come reagirà?”
“Mena…”
“Sceglierà di concedersi a lui? Farà finta di nulla?”
“Hai caldo?”
“Un po’, perché?”
“Nulla. Cosa ti fa pensare di poter controllare questo tuo impulso a fare la “spugna” senza lasciarti trascinare?”
“Quel padre ci è riuscito per anni.”
“E pensi che sia felice?”
“Quale sarebbe l’alternativa? Lasciarsi andare?”
Rimasero entrambi in silenzio. Mena restò inginocchiata. Dall’altra parte Don Marco non parlava più. Si sentiva solo il suo respiro, e il fruscio della tonaca quando si alzò.
“Devo andare,” disse. “È ora della messa.”
Lui non aggiunse altro e chiuse la grata. Mena sentì i suoi passi allontanarsi verso la sacrestia. Restò inginocchiata ancora un po’, poi uscì dal confessionale. La chiesa era quasi vuota, aspettò che cominciasse la messa.
Toni
La casa di Paola era silenziosa, un bilocale al secondo piano di un palazzo vecchio arredato in modo ordinario ma curato, con un divano scuro, un tavolino basso e un deodorante costoso per ambienti.
Paola chiuse la porta alle sue spalle e andò dritta in cucina senza voltarsi, mentre Toni restava fermo nell’ingresso, le mani nelle tasche dei jeans, ancora indeciso su cosa stesse facendo davvero lì.
Aveva accettato di seguirla quasi senza pensarci, spinto da quel bisogno torbido, ma adesso non era più sicuro di volerlo davvero, o forse lo voleva in un altro modo.
Paola tornò con due bicchieri, gliene porse uno e si sedette sul divano, le gambe accavallate con naturalezza, la blusa scollata che lasciava intravedere il seno pieno e che si muoveva appena a ogni respiro mentre lei lo guardava.
“Allora” disse, sorseggiando piano.
“Dimmi qualcosa di te, campione.”
Toni restò in piedi, il bicchiere in mano. “Come ti dicevo, sono tornato single da poco.”
Paola sorrise, lenta, inclinando appena la testa. “E hai subito cercato una MILF per consolarti? Carino.” “Qualcosa del genere…” bofonchiò Toni.
Paola lo studiò un momento, gli occhi attenti. “Un ragazzino inesperto… Sei stato solo con ragazze della tua età, scommetto. Quelle che fanno i versi e basta.” “Sono stato solo con la mia ex, in effetti.”
Lei lo guardò, sorniona. “E vuoi fare esperienza imparando a soddisfare una donna matura, giusto? Così poi torni dalle tue amiche e le stupisci.”
Toni sentì un filo di irritazione. Quella donna aveva la stessa età di sua madre, la stessa sicurezza, ma non aveva niente della dolcezza di Mena.
“Non credo di avere problemi a soddisfare una donna” rispose, la voce più secca.
Paola inclinò leggermente la testa e sorrise di nuovo. “Sicuro? Perché da qui sembri un po’… cauto. Quasi intimorito.
Ti tremano le gambe o è solo la postura da calciatore?” “Non sono intimorito.” “No?” Lei posò il bicchiere e lo guardò ancora, la voce più bassa.
“Allora perché stai ancora in piedi con le mani in tasca?
Sembra che a ogni momento tu possa decidere di andartene. Hai paura che ti chieda di fare qualcosa di difficile?” Toni non rispose, e lei continuò. “Ascolta… non devi avere paura. Sono una donna che sa cosa vuole.
E so anche come insegnarlo, se serve. Ti posso mostrare cose che quella ragazzina non ha mai nemmeno immaginato.
Vedrai che differenza c’è tra scopare una bambina e una donna vera.” Per un attimo Toni valutò seriamente di posare il bicchiere e andarsene.
“Forse è meglio la prossima volta. Dopo esserci conosciuti un po’ meglio… forse adesso dovrei andare.”
Paola non sembrò sorpresa, anzi, sorrise come se si fosse aspettata esattamente quella risposta, e si alzò.
“Ti stai già tirando indietro?” chiese, senza alzare la voce.
“Dopo aver fatto match, dopo aver accettato di venire qui, dopo avermi guardato le tette per tutta la cena… adesso ti spaventa una donna che parla chiaro? Non eri forse il più forte? Hai paura di non essere all’altezza?” Toni strinse i denti.
“Non mi spaventa niente.” “Allora resta.” Lei fece un passo verso di lui. “Oppure vattene. Ma poi non fingere con me. So cosa stavi cercando. Non sei venuto fin qui per parlare di calcio.”
Si avvicinò ancora, e l’odore del suo profumo arrivò più forte.
“Non sei tipo da tirarti indietro, vero?” sussurrò.
“O mi sbaglio e sei solo bravo a parlare?”
Toni sentì l’orgoglio e il desiderio mescolarsi, odiava quanto facilmente lei sembrava leggerlo, e odiava ancora di più il fatto che, nonostante tutto, il cazzo gli si stesse indurendo nei jeans.
“Non sono tipo da tirarmi indietro” disse infine. Paola lo fissò un secondo in più, poi sorrise, soddisfatta, e si voltò.
“Aspettami qui. Vediamo se è vero.” Uscì dalla stanza, e Toni restò fermo, il cuore che batteva forte.
Dopo meno di un minuto la sentì tornare, e Paola riapparve sulla soglia. Indossava una camicia da notte di lino chiaro, sottile, quasi trasparente, identica a quella che Mena aveva la sera prima, e sotto non c’era niente.
I seni tondi, più cadenti di quelli di sua madre, si muovevano liberi sotto il tessuto a ogni passo, i fianchi più morbidi, la pancia meno piatta, il corpo intero più maturo, meno atletico.
Un osservatore imparziale avrebbe notato subito la differenza, ma Toni, in quel momento, vide solo una donna della stessa età, nuda sotto una camicia da notte uguale alla sua, e sentì il sangue precipitargli tra le gambe con violenza.
“Vieni a letto, tesoro?” sussurrò lei.
“O hai cambiato idea di nuovo?”
Toni deglutì, poi la seguì in camera.
Mena
La chiesa era quasi vuota, circostanza normale visto che veniva comoda solo per pochi residenti della campagna circostante.
Era stata ristrutturata bene nei mesi precedenti, anche grazie all’impegno di Don Marco, però era chiaro che non sarebbe mai diventata un posto affollato.
Meglio così, preferiva averlo tutto per lei.
Ma che stava dicendo?
Era colpa di quegli affari che indossava, non la aiutavano a concentrarsi.
Al dildo ormai era abituata, la taglia era perfetta.
Era l’uovo vaginale il problema: era troppo piccolo, si appoggiava alle pareti vaginali senza dilatarle, stuzzicandole il piacere ma sempre senza aiutarla a raggiungerne l’apice.
Aveva una mezza idea di prenderne uno più grande, ma sarebbe stato difficile indossarlo in pubblico senza mostrare reazioni.
Marco parlava, gesticolava, pregava con particolare fervore, anche un po’ buffo in quella chiesa vuota.
A modo suo, anche lui cercava di distrarsi? Chissà.
“Abbiamo visto come Gesù, nel deserto, sia stato tentato. Non ha mangiato per quaranta giorni e il diavolo gli ha offerto pane, potere, una vita agiata. Non ha ceduto. Ma la tentazione c’è stata. Capita di… di desiderare qualcosa che non si può avere. E di… vergognarsene.”
Si stava incartando? Povero Marco.
“Non c’è nulla di cui vergognarsi, invece. O meglio… nella vergogna c’è… il seme. Il seme della… della debolezza, certo. Invidiamo gli altri, pensiamo siano più forti di noi e… sprofondiamo. Nelle nostre tentazioni. Ma non esiste nessuno che sia libero dal desiderio. Non è quello il punto. Lasciamo che il diavolo ci tenti, se vuole. Dobbiamo trovare in Dio la nostra verità. La forza di scegliere il bene. E rinunciare al superfluo. Ecco.”
Mena lo fissò, divertita. Lui ricambiò lo sguardo per un secondo, poi abbassò gli occhi, si schiarì la voce e restò in silenzio un attimo.
Tutti tacquero, una signora accanto a Mena sbadigliò.
Poi lui iniziò il rito dell’eucaristia e diede la comunione. Mena si alzò e si mise in fila, ultima.
“Il corpo di Cristo.”
Mormorò lui e Mena prese in bocca l’ostia, sorridendo. Faceva caldo. La lingua le sfiorò le dita di lui per un attimo, involontaria. L’ostia si sciolse piano sulla lingua, morbida.
Don Marco si raddrizzò e tornò all’altare.
Dopo la messa, Marco si intrattenne brevemente con due signore che tuttavia rimasero poco a chiacchierare, col disappunto di lui, di nuovo solo con la sua prima parrocchiana.
Le due donne se ne andarono.
Don Marco restò fermo vicino all’altare, armeggiando con i paramenti. Mena accavallò le gambe e lo guardò negli occhi.
“Ora possiamo riprendere la confessione?”
Toni
Si sfilò la maglietta e la lasciò cadere a terra, poi aprì i bottoni dei jeans e li calò insieme alle scarpe, restando in boxer e distendendosi un po’ rigido accanto a Paola, che era già sdraiata sul fianco, la camicia da notte aperta e i seni nudi appoggiati sul materasso. Lei lo guardò un attimo e gli posò una mano sul petto.
“Rilassati” disse a voce bassa.
“Ci penso io.”
Toni sentì un fastidio immediato. “Sono calmo.”
Paola non rispose subito. Gli fece un “ssshhh” piano, “vieni qui… piccolo mio…” poi lo attirò contro di sé e gli premette il viso tra i seni nudi, tenendolo lì con una mano tra i capelli castani.
Toni restò immobile, il respiro che gli batteva contro la pelle di lei, e sentì il cazzo indurirsi nei boxer anche mentre la rabbia gli restava in gola.
Lei gli sollevò il viso e lo baciò, un bacio lento e deciso, e Toni ricambiò con la bocca tesa, le labbra di lei morbide contro le sue.
Si sollevò appena e calò gli slip.
Il cazzo balzò fuori già mezzo glorioso. Paola spalancò gli occhi e la voce le uscì più roca.
“Gesù Cristo… è enorme.”
Si avvicinò a gattoni sul letto, i seni che oscillavano sotto il lino, e gli prese il membro con entrambe le mani.
“Sembra il cazzo di un cavallo. Cristo santo. Ma quanto è lungo?”
“Perfetto per una cavalla, giusto?”
Lo accarezzò lento, dal glande fino alle palle, pesandolo e studiandolo da ogni angolazione, poi alzò lo sguardo verso di lui, le labbra già socchiuse.
“Sei sicuro di sapere come usarlo, ragazzino?”
Toni grugnì e la spinse indietro sul materasso con una mano sul petto; si chinò su di lei, aprendole la camicia da notte con un gesto secco.
I seni le uscirono, gonfi, i capezzoli scuri già duri.
Li prese entrambi tra le mani, li sollevò e li strinse, sentendo il peso morbido e caldo contro i palmi.
Li impastò senza delicatezza, affondando le dita finché la pelle non gli si arricciò tra i polpastrelli e Paola non gemette di dolore e piacere, poi iniziò a succhiarli uno dopo l’altro, forte, prendendo quanto più poteva in bocca, la lingua che girava intorno al capezzolo mentre le dita premevano la carne. Paola gemette, una mano che gli saliva tra i capelli.
“Ti piacciono, eh?” ansimò.
“Ti piacciono le tettone di una vera donna. Non quelle perette delle tue ragazzine.”
Toni continuò a succhiare e a mordicchiare, a spingere i seni l’uno contro l’altro per prenderli entrambi in bocca, e la saliva gli colava dagli angoli delle labbra mentre il cazzo gli batteva duro contro la coscia di lei, ormai di pietra.
Quando alzò finalmente la testa, Paola aveva le guance rosse, gli occhi lucidi e le labbra socchiuse, e respirava a bocca aperta.
La camicia da notte le era scivolata completamente dalle spalle, lasciandola nuda dalla vita in su. Lo guardò dritto negli occhi, senza più sorridere.
“Devo succhiartelo” ansimò. “Adesso.”
Toni si mise a sedere sul bordo del letto e Paola scese in ginocchio tra le sue gambe divaricate, le mani che gli salivano lungo le cosce nude. Gli avvolse le dita intorno alla base del cazzo e lo accarezzò lentamente, fissandolo.
“Oh mio Dio…” gemette.
“Adoro questo coso. È il più grosso che abbia mai visto.”
Lo avvicinò alle labbra, il respiro caldo di lei che gli sfiorava la cappella un attimo prima che la bocca si aprisse e lo avvolgesse.
Toni sentì la lingua calda scorrere sulla parte inferiore del glande, poi le labbra chiudersi strette intorno al fusto, avvolgendolo in una suzione decisa, scendendo sempre di più, la saliva che già colava lungo le vene.
Toni gettò la testa indietro, una mano che le affondava nei capelli.
“Cazzo…”
Paola alzò gli occhi verso di lui mentre lo prendeva più a fondo, le guance incavate, la gola che si apriva per farlo entrare.
Ogni tanto si staccava con uno schiocco umido, ansimava, e poi tornava a inghiottirlo con ancora più foga.
A un certo punto si staccò, prese i seni enormi tra le mani e li strinse intorno al cazzo di Toni, facendolo scivolare piano tra la carne morbida e calda, e lo guardò dal basso mentre lo masturbava così, lenta.
“Così ti piace?” mormorò, la voce roca.
Toni non rispose, le afferrò i capelli e la guidò di nuovo verso il cazzo.
Paola riprese a succhiarlo, più forte di prima, una mano che gli massaggiava le palle mentre l’altra teneva fermo il cazzo alla base.
Si staccò un attimo, gli baciò la punta, poi lo riprese in bocca.
“Scopami” disse, la voce bassa, quasi un ordine: “adesso. Voglio sentirlo dentro.”
Toni la guardava dall’alto, i seni che oscillavano a ogni movimento della testa, le ginocchia aperte sul pavimento, e per un attimo l’immagine di mamma nella camicia da notte uguale gli attraversò la mente.
Chiuse gli occhi e spinse i fianchi in avanti, facendosi prendere ancora di più dalla foga.
La spinse sulla schiena e le aprì le cosce.
La fica di Paola era già fradicia, la vulva gonfia e lucida. Lui si posizionò tra le sue gambe, afferrò il cazzo alla base e ne sfregò la cappella contro l’ingresso bagnato.
Lei trattenne il respiro, gli occhi fissi su di lui, e lui spinse.
La punta entrò con fatica, le labbra vaginali si divaricarono lentamente, tese al massimo intorno allo spessore, e lei emise un gemito lungo e roco, le unghie conficcate nelle braccia di lui.
“Cazzo…” ansimò, la voce già spezzata.
“È enorme… aspetta un attimo…” Toni spinse ancora, centimetro dopo centimetro.
La fica di Paola era caldissima, si contraeva intorno a lui mentre lei doveva dimenare i fianchi e lui spingere con più forza, finché finalmente la cappella sparì del tutto dentro di lei.
“Porca puttana, è grosso da morire! Piano!” strillò Paola, la schiena che si inarcava. Toni grugnì tra i denti.
“Zitta e godi, troia!” ruggì lui.
La sentiva stretta alla base del glande, fradicia, che pulsava, mentre lei si dimenava sotto di lui cercando l’angolo giusto e forzando altri centimetri dentro di sé.
“Non ci credo quanto sei grosso… cazzo…”
“Prendilo tutto” grugnì Toni, la voce già roca: “fino alle palle!”
Paola espirò forte, i capezzoli le si indurirono ancora di più, e iniziò a spingersi incontro a lui, accettando altri centimetri del suo cazzo. Le labbra della sua fica erano tese e lucide di umori mentre cercavano di inghiottirlo.
“Forza, entra tutto… quanto sei grosso!”
“Sì, così… voglio tutto… voglio sentire le tue palle contro il culo…” Toni affondò ancora; entrarono altri centimetri e Paola chiuse gli occhi, beata, il respiro corto.
“Ce la fai” disse lui.
“Certo che ce la faccio, stronzo…” sogghignò lei tra un gemito e l’altro.
“Ti stai scopando una donna vera, non quelle ragazzine che ti fai di solito.”
Toni le afferrò i fianchi e spinse con decisione.
Paola urlò quando gli ultimi centimetri sparirono dentro di lei e il suo culo batté contro l’inguine di Toni. Era entrato fino in fondo.
“Cazzo, cazzo, cazzo!”
Toni chiuse gli occhi. La fica di Paola si contraeva intorno a lui a ondate, caldissima, stretta quasi dolorosamente.
Era diversa da Anna, più morbida in profondità, più avvolgente, e mentre stava lì, sepolto dentro quella donna di quarantaquattro anni, sentì il desiderio mescolarsi alla colpa in un modo che gli fece venire i brividi.
Paola restò ferma per qualche secondo, ansimante, tutto il peso del suo corpo abbandonato, poi iniziò a muovere i fianchi con piccoli movimenti circolari, abituandosi.
Toni le prese le grosse tette a piene mani, le strinse, le sollevò, ne torse i capezzoli scuri tra le dita, e Paola gemette più forte, la fica che si stringeva ancora di più intorno a lui.
“Sì… così… non smettere…” ansimò.
Toni le massaggiò i seni con forza, sentendo il peso morbido riempirgli i palmi.
Continuò a torcere i capezzoli mentre Paola iniziava a strusciarsi contro di lui con movimenti più ampi.
“Sei troppo grosso… mi riempi tutta…” gemette lei, gli occhi socchiusi.
Toni le afferrò le natiche e le diede uno schiaffo secco.
“Muoviti.” Paola obbedì.
Si sollevò lentamente facendo uscire quasi tutto il cazzo, poi si lasciò ricadere su di lei con una spinta secca. Il suono umido della pelle che batteva contro la pelle riempì la stanza.
Ripeté il movimento più veloce, poi ancora, e in pochi secondi la stava martellando con un ritmo secco, i seni pesanti di lei che ballavano e si schiacciavano a ogni affondo.
Toni la guardava dall’alto, le mani strette sui suoi fianchi, guidandola, e ogni volta che Paola scendeva fino in fondo lui spingeva incontro, facendola gemere più forte. La fica di lei era calda e scivolosa e lo succhiava a ogni movimento.
“Non fermarti… scopami… usami come ti pare…” ansimò Paola.
Toni la lasciò godere in un orgasmo squassante, poi le piegò le ginocchia contro il petto e ricominciò a scoparla con spinte lunghe e pesanti, fino in fondo ogni volta.
Paola urlò.
E Toni, mentre la montava con violenza, mentre guardava quei seni maturi oscillare e sentiva quella fica stretta, non riuscì a impedire che il pensiero di Mena gli tornasse in mente.
Le strinse i capelli nel pugno e le tirò la testa indietro mentre la martellava, poi abbassò il viso e le succhiò il collo, i denti che le graffiavano la pelle.
Tuffò la faccia tra i grandi seni morbidi e inspirò a fondo: pelle, sapone spento, sudore fresco e sotto, chiaro e acido, l’odore di una fica matura e bagnata. Lo conosceva bene quell’odore, l’aveva già sentito poche ore prima. Gli arrivò dritto in gola e gli fece venire ancora più voglia di scoparla fino in fondo.
“Adesso non fai più tanto l’arrogante, troiona” grugnì.
Lei gemette forte, gli occhi chiusi, la bocca aperta. “No… sono la tua troia… scopami, stallone…”
Toni accelerò.
Le mani le stringevano le cosce con forza, tenendola aperta mentre la martellava, e guardava il proprio cazzo sparire e riapparire, lucido dei suoi umori.
Vedeva il proprio cazzo sparire tra le labbra gonfie e uscire lucido di lei, le grandi labbra che si tendevano e poi si richiudevano intorno al fusto.
Grugnì qualcosa di incomprensibile e Paola venne di nuovo. Il corpo le si irrigidì di scatto, la fica che si contraeva a ondate violente intorno al suo cazzo, e urlò, un suono roco e spezzato, mentre le unghie le lasciavano segni rossi sulle braccia di Toni.
Lui non si fermò.
Continuò a scoparla attraverso l’orgasmo, costringendola a prenderlo anche mentre tremava, anche mentre cercava fiato.
“Cazzo… mi fai venire di continuo… sei troppo grosso… mi riempi tutta…” ansimò lei, la voce rotta.
Le passò la mano sul basso ventre e notò solo adesso un segno appena accentuato, una cicatrice che andava da un fianco all’altro. La seguì con il pollice, premendo, e il cazzo gli divenne di marmo quando realizzò che quella fica l’avevano già aperta per far uscire un figlio.
Si stava scopando una mamma. Si stava scopando la mamma.
Toni la guardò dall’alto. I seni soffici le oscillavano a ogni botta, i capezzoli scuri e duri. Le prese entrambi a piene mani e li strinse forte, quasi con rabbia, mentre aumentava ancora il ritmo.
Paola gemette più alto, la schiena che si inarcava. Per un attimo Toni chiuse gli occhi. Nella sua testa non c’era più Paola.
E mentre spingeva dentro, mentre la usava con tutta la forza che aveva, gli sembrò quasi di stare scopando la persona sbagliata (o forse quella giusta?).
Paola lo sentì, pulsante, pronto a esplodere.
“Stai per venire?” ansimò, gli occhi lucidi. “Vieni dentro… Fammi godere...”
Toni le piegò ancora di più le gambe, quasi a piegarla in due, e iniziò a scoparla con colpi corti e violenti, cercando la profondità massima.
La testiera del letto batteva contro il muro, il materasso cigolava, e Paola non parlava più. Emetteva solo suoni rotti e animali mentre un altro orgasmo la prendeva e la faceva stringere intorno a lui. Toni sentì le palle stringersi.
Il piacere gli salì lungo la schiena, affondò fino in fondo, fino a non poter andare oltre, e scoppiò. Il primo getto fu così forte che gli uscì un gemito rauco, quasi un lamento.
E mentre sborrava, mentre sentiva lo sperma uscire a ondate calde e spesse dentro la fica di Paola, dalla sua bocca uscì di nuovo quella parola, più forte di prima, impossibile da trattenere.
“Mamma…”
Paola aprì gli occhi di scatto, ancora contratta dall’orgasmo, e lo fissò in modo strano.
Toni continuò a spingere, a svuotarsi dentro di lei, il corpo scosso da brividi.
Toni restò sopra di lei per un attimo, il respiro pesante, e lei gli passò una mano tra i capelli, tenendolo addosso.
Lui si irrigidì, poi si staccò.
“Non ho ancora finito con te” sussurrò lui, ancora ansimante.
In quello stesso momento la porta della camera si aprì.
Un ragazzino, in boxer e pigiama, i capelli arruffati, restò fermo sulla soglia e guardò la scena: sua madre nuda sotto Toni, le cosce lucide di sperma.
Paola alzò lo sguardo, calma. Si passò due dita tra le gambe, raccolse un po’ di sperma e se lo mise in bocca senza fare una piega.
Poi si rivolse al ragazzo.
“Torna a letto, Mattia. Subito!”
L’adolescente aprì la bocca, la richiuse, arrossì violentemente e sparì senza dire una parola.
Paola si alzò come se niente fosse e si rivolse a Toni, ancora nuda e sporca: “Scusa. A volte ha gli incubi si sveglia. Non fa mai storie, per fortuna.”
Toni la guardò, ancora nudo, il cuore che gli batteva in gola.
“Sei sposata.”
“Sì, ma tranquillo, mio marito è fuori. Torna tra dieci giorni. Mattia non lo dice a nessuno, sennò sa che le prende.”
Paola si asciugò la bocca con il dorso della mano e lo guardò da capo a piedi.
“Sei bravo. Davvero bravo. Riesci a fare il secondo giro?”
Toni non rispose. Si chinò, raccolse i vestiti e si rivestì in silenzio. Le mani gli tremavano leggermente mentre allacciava la cintura.
Non si sentiva bene, aveva la nausea.
Uscì dalla camera senza salutare, attraversò il soggiorno, aprì la porta di casa e scese le scale di corsa. Aveva bisogno di qualcosa da bere.
Mena
“Mi è piaciuto parecchio il tuo sermone.”
“Davvero?”
“Sì. Soprattutto la parte in cui non si è capito nulla.”
Don Marco rise.
“Spiritosa. Eri distratta solo perché volevi continuare a confessarti.”
“Tu no?”
“Cosa volevi dirmi, Mena?”
“Mi piace il momento della comunione.”
“Davvero? Perché?”
“Non per quello che è successo oggi, malfidato.”
“Quello?”
“Lascia perdere.” Rise lei e proseguì, la voce più bassa.
“Mi piace quel momento per il simbolo che rappresenta. Due persone che condividono la stessa carne, lo stesso sangue. Mi piace, come pensiero.”
“È molto di più di questo e lo sai.”
“Ma io sono una spugna, ricordi? Quando sento un dito sulle mie labbra, assorbo i pensieri di quel dito.”
“È stato un incidente.”
“Probabilmente sì.”
“Ti ricordi quello che dicevamo sul transfert, vero?”
“Fai finta non abbia detto nulla, come non detto.”
Don Marco chiuse la grata e si sistemò dall’altra parte. Mena si inginocchiò.
“Parliamo di Francesca, ti va?”
“Va bene. Che vuoi sapere?”
“Francesca ti influenza?”
“Che intendi?”
“Ha cambiato la tua vita quotidiana? O Mena continua ad agire come al solito?”
“Sai già la risposta.”
“Sarebbe un sì?”
“Da quando esiste lei, ho preso alcuni piccoli vizi. Che conosci bene.”
“Vizi?”
Mena si allungò, quasi appoggiando le labbra alla grata, e sussurrò: “Due piccoli vizi li indosso anche adesso.”
“Mena…”
“Me lo hai chiesto tu.” Arretrò lei, mettendo il broncio.
Lui rise e continuò: “Certo, dimenticavo.”
“L’avevi dimenticato?”
“Altro da confessare?”
“Francesca mi aiuta a essere generosa, comprensiva.”
“Questa è una bella cosa. Giusto?”
“Hai presente mio nipote?”
“Sì?”
“Devo confessarti una cosa.”
“Cosa?”
“Devi sapere che mia sorella è una stronza bigotta.”
“Ma davvero?”
Ridacchiò lui. Mena sorrise appena.
“Ed è anche contraria a qualsiasi attività ricreativa.”
“Ricreativa?”
“Quel povero ragazzo non ha un attimo da solo, ecco.”
“Ah.”
“Quindi, la sua zia premurosa gli ha concesso una mano.”
“Una mano? Ma…”
Lui sembrò trattenere il respiro. Mena scoppiò a ridere.
“Non in quel senso, Marco. Che malizioso. Per chi mi hai presa?”
“Eh.”
“Gli ho dato uno spazio libero in cui sfogarsi. In camera mia, al riparo da sguardi indiscreti.”
Don Marco sembrò rassicurarsi, anche se sembrava comunque inquieto.
“Capisco. Se è solo questo.”
“Sì?”
“Non ci vedo nulla di male. Meritiamo tutti la nostra privacy. Se è solo questo.”
“E ci sarebbe un ultimo piccolo dettaglio.”
“Un altro?”
Dalle movenze intuibili dalla grata, il prete si stava asciugando il sudore dalle tempie. Quel dialogo era troppo divertente e rilassante per lei, quasi una droga.
“Lui aveva il vizio di fare le sue cosette in camera mia e poi sfogarsi su del tessuto che gli lasciavo apposta.”
“Ah. Capisco.”
“E, non so come dirlo, Francesca ha una sua idea di comunione, a dir poco perversa.”
“Ossia?”
“Potrei essermi ritrovata ad assaggiare quella roba sul tessuto come una pazza.”
Si morse il labbro inferiore, chiuse gli occhi per un secondo prima di tornare sulla grata, e le labbra le si piegarono in un mezzo sorriso che non riusciva a nascondere del tutto l’imbarazzo.
“Mena…”
“È stato un momento di debolezza, lo so di aver sbagliato. E sono qui a confessarmi.”
“Questa situazione sta continuando?”
“Sì.”
“Anche la scorsa volta a mare?”
“Sì. L’ho portato dietro una duna e gli ho detto di sfogarsi. Non ho assaggiato nulla, comunque.”
“Mena…”
“che c’è? Non si sarebbe mai concentrato sulla partita di pallavolo sennò. Lo conosco mio nipote.” Si giustificò lei.
Don Marco restò in silenzio un attimo.
“Ma come hai fatto, ti sarai allontanata solo dieci minuti.”
“Mi tenevi d’occhio?”
“Mena… Non è quello il punto.”
“Comunque a quell’età finiscono subito, se è quello che mi stai chiedendo.”
Don Marco tacque. Mena lo sentì respirare più forte dall’altra parte della grata.
“Come dicevo, sono qui a confessarmi. E mi sento molto più leggera ora che te lo dico.”
“Non basta.”
Disse lui, improvvisamente serio, quasi nervoso.
“No?” Chiese lei, preoccupata.
“No. Devi fare qualcosa per me,” rispose lui, il respiro corto e un po’ affannato.
Era davvero così arrabbiato? Sembrava in difficoltà. Le arrivò netta la fantasia di Marco che, dall’altra parte della grata, si toccava nervosamente la patta dei pantaloni, le dita che premevano e si ritraevano senza decidersi.
“Per te farò qualsiasi cosa, Marco.” Rispose lei di getto, la voce che le uscì più bassa e un po’ roca.
“Sì?”
“Anche adesso. Se vuoi.”
Ma che stava dicendo? Era impazzita? Non credeva alle sue stesse parole. Dall’altra parte della grata sentì un colpo secco, come se lui si fosse dato uno schiaffetto sulla guancia.
“Marco? Tutto bene?”
“Sì, scusa. Stavo riflettendo.”
Rispose lui, la voce un po’ più ferma, e proseguì rapidamente.
“Devi fare ammenda, Mena. Togli spazio a Francesca.”
“Ma…”
“Pentiti di queste tue azioni e prometti di non farle più. Basta isole felici, basta con questi... assaggi.”
“Assaggi?”
“Solo così posso darti l’assoluzione.”
“Ci penserò.” Sussurrò lei, alzandosi, lievemente delusa.
“Va bene. Grazie.”
“Ci vediamo più tardi?”
“Vai a casa, Mena. Ci vediamo domani.”
“A domani, Marco. E scusa per la franchezza.”
“Hai solo detto la verità. Ma la verità, a volte, non basta.”
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