Protocollo Terapeutico II

scritto il 2026-10-22 tempo di lettura 12 min

di
genere
feticismo
cura
A−

Ciao. Mi piace “provare” a scrivere racconti erotici.

La prima seduta dopo le ferie arrivò a settembre inoltrato.
Diverse settimane erano passate da quella di inizio agosto. Dalla volta in cui tutto era andato oltre.
Quando scesi le scale del seminterrato, Serena era già seduta.
Indossava lo stesso vestito leggero di allora. Ai piedi aveva un paio di calzini bianchi semplici, corti, di cotone. Niente di particolare, eppure su di lei risultavano tremendamente eccitanti.
Mi sedetti di fronte a lei.
«Bentornato, Matteo», disse con la solita voce calma. «Come ti sei sentito in queste settimane?»
«Strano», risposi. «Ho pensato molto a quello che è successo l’ultima volta. Più di quanto avrei dovuto.»
Lei annuì, prendendo un appunto.
Poi, senza fretta, fece scivolare il piede destro fuori dal calzino. Un gesto naturale, forse voluto. Il piedino nudo apparve piccolo, perfetto, il solito 34.
Io lo guardai.
Serena se ne accorse. Quello che voleva. Con l’altro piede, più lentamente, più consapevolmente, fece scivolare via anche il secondo calzino. Lo spinse via con la punta, in un movimento deliberato. Poi poggiò entrambi i piedi nudi a terra.
«Stai di nuovo guardando», osservò.
«Sì.»
Lei sollevò il piede destro e me lo tese.
«Prendilo.»
Lo presi tra le mani.
Intero.
Stava completamente nel mio palmo. Solo in quel momento notai lo smalto bianco, lucido, messo di fresco, e l’anellino sottile al dito. Piccolo, caldo, morbido. Per un secondo smisi di muovermi. Restai solo a guardarlo.
La mia mano reggeva facilmente il piedino di Serena.
«Cosa senti?», chiese lei.
«Che è troppo piccolo. E che non riesco a pensare ad altro.»
Serena inclinò appena la testa.
«Prima di continuare… dimmi una cosa. Della volta scorsa. Cosa ti è piaciuto di più?»
Esitai. Poi decisi di essere diretto.
«I tuoi piedi. Tenerli. Leccarli. E quando mi hai fatto venire sopra. Ma anche… il fatto che tu abbia perso il controllo. Che per un momento non fossi più solo la terapista.»
Lei restò in silenzio qualche secondo.
«È una direzione che esce dal protocollo», disse piano. «Ma è anche la ragione per cui siamo di nuovo qui.»
Annuì.
«Allora non giriamoci intorno.»
«Leccalo», ordinò.
Obbedii.
Leccai la pianta, l’arco, le dita una a una. L’anello mi sfiorava le labbra. Lei guardava, respirava piano. Poi sollevò anche l’altro piede e me lo pose accanto al primo.
«Entrambi.»
Li tenni, li leccai, li succhiai. Serena iniziò a muovere leggermente le dita contro la mia lingua.
Le mangiai i piedi, letteralmente: leccai le piante, succhiai le dita e le baciai collo e caviglie.
Dopo un po’ ritirò i piedi e li poggiò sulle mie cosce, ancora vestite.
Le piante calde cominciarono a scorrere lentamente sul tessuto, proprio sopra il cazzo già duro.
«Guardami i piedi», disse. «Solo quelli.»
Continuò a massaggiarmi attraverso i pantaloni per diversi minuti, con precisione. Ogni tanto stringeva un po’ di più, ogni tanto lasciava scorrere solo l’arco. Io guardavo quei piedini minuscoli che cercavano di prendermi tutto.
Poi alzò lo sguardo.
«Tiralo fuori.»
Obbedii. Sbottonai, abbassai la cerniera e liberai il cazzo. Era già lucido in punta.
Serena lo prese immediatamente tra le piante nude e ricominciò il footjob, questa volta pelle contro pelle. Lenta, tecnica, con le dita che ogni tanto stringevano il glande.
«Come ti senti adesso?», chiese.
«Come se stessi per perdere la testa.»
Lei sorrise appena e continuò ancora per un po’.
I piedi avvolsero il cazzo che tra loro pareva enorme. Mi segò in maniera impeccabile, muovendosi dolcemente e con un’armonia folle.
Poi si spostò.
Si mise in ginocchio tra le mie gambe, mentre restavo seduto sulla poltrona del paziente. Mi guardò negli occhi, abbassò la testa e mi prese in bocca.
Il pompino fu da porno:
bavoso, preciso, intenso. Filamenti di saliva le colavano dal mento, le scendevano sul collo e sulle palle. Usava mano e bocca insieme, con una fame controllata ma evidente. Ogni tanto si staccava solo per respirare e per guardarmi.
A un tratto si fermò, mi fissò e sputò sulla punta. Mi lanciò un’occhiata e rimise tutto in bocca senza dire una parola. Lo fece uscire e per un secondo provò a parlare ancora da terapista, ma la bava le colava dal mento e la voce le uscì distorta, quasi goffa. Si interruppe, arrossì appena, e tornò a succhiarmi con ancora più intensità.
Quando si staccò, aveva le labbra lucide e lo sguardo già diverso.
«Sdraiati», dissi.
La feci sdraiare sulla poltrona.
Le alzai le gambe e iniziai a leccarla. Figa e culo, senza ritegno. Lei si portò i piedi all’altezza della testa e, mentre io le lustravo l’ano con la lingua, si leccò lentamente le dita di un piede, guardandomi.
L’immagine mi destabilizzò, portando il mio cazzo a indurirsi sempre di più.
Leccai senza sosta, facendo uscire i primi gemiti di Serena.
Le alzai le gambe e le misi i piedi sul mio petto.
Puntai il cazzo ed entrai senza sforzo. Presi a fotterla con movimenti ampi e lenti.
Mentre la scopavo, lei spingeva i piedi verso la mia bocca, me li faceva leccare, ci giocava. Un piede me lo teneva contro le labbra, l’altro se lo leccava lei.
Non tolse gli occhi dai miei per neanche un secondo. Mi teneva in pugno.
Respiri spezzati e gemiti continui.
«Più forte», mormorò a un certo punto. «Non essere delicato.»
Obbedii. Le spinte divennero più profonde e ritmate. Lei teneva i piedi in movimento, me li offriva, se li leccava, li contraeva a ogni affondo. Sentiva il cazzo che le scopava senza sosta. Il suo sguardo mi fissò implorante.
Dopo un po’ la girai di nuovo.
Si mise a pecora sul divanetto e accennai una piccola sculacciata sulla chiappa.
Alzò i piedi e afferrò il cazzo: reverse footjob breve ma intenso. Mi lavorava il cazzo con le piante. Le dita stringevano, l’arco scorreva preciso.
La fermai e tornai a fotterla da dietro. Il culo di Serena spingeva e sbatteva su di me a ogni affondo.
Fu una lotta di nervi non riempirla in quel momento.
Continuai, strappandole un gemito a ogni colpo.
La stavo scopando in figa, le mani sui suoi fianchi. Serena teneva ancora una traccia di voce composta, anche se ogni tanto un gemito le sfuggiva.
«Stiamo lavorando su diversi livelli di cedimento del controllo…» disse, respirando più fondo. «È interessante notare quanto il corpo risponda quando… ah… quando si abbassano certe difese.»
Spinsi più a fondo. Lei spinse indietro.
«Serena…»
«Continua così.»
La stavo ancora scopando in figa a pecora, le mani sui suoi fianchi. Il ritmo era pieno, lei spingeva indietro e ogni tanto un gemito le sfuggiva.
Per un po’ nessuno dei due parlò. Si sentivano solo i respiri e il suono umido delle spinte.
Facevo uscire completamente il cazzo per poi ributtarlo dentro sempre più deciso.
Poi Serena rallentò il movimento del bacino e restò ferma qualche secondo, con il cazzo ancora dentro.
«Matteo… fermati un attimo.»
Obbedii, restando però conficcato in lei.
Lei respirò fondo, la fronte appoggiata contro l’avambraccio.
«C’è un passaggio che non abbiamo ancora affrontato», disse a voce bassa. «Qualcosa di più complesso. Più scomodo.» Il fiatone era sempre maggiore.
Restai in silenzio, aspettando.
«L’anale.»
Strabuzzai gli occhi.
Fece una piccola pausa. «Non è previsto dal protocollo, non lo faccio. E non sono minimamente preparata. Per niente. Però… potrebbe servire. Per testare quanto riesci a restare presente e consapevole quando la situazione diventa davvero difficile. Quando non è più solo piacevole. Quando è sesso duro e inaspettato.»
Girò appena la testa, lo sguardo ancora incerto.
Restai un momento in silenzio.
«Se pensi che serva… possiamo provarci. Ma solo se sei sicura.»
Lei restò zitta qualche secondo, come se stesse valutando. Poi annuì lentamente.
«Non lo sono del tutto. Ma credo che valga la pena provarci. Almeno per capire fino a dove possiamo spingerci senza perdere il filo. Vedere tu dove e se ti perdi.»
Io la guardai e annuii.
«Prendi il lubrificante. È nel cassetto.»
Uscii da lei, presi il tubetto e tornai dietro.
Lei era rimasta a pecora, il culo alzato, le cosce leggermente aperte.
«Cospargilo tu», disse. «E vai piano. Davvero piano.»
Glielo sparsi tra le chiappe, massaggiando intorno all’ano.
Infilai due dita per prepararla.
L’apertura era chiusa, tesa, completamente impreparata.
Aggiunsi lubrificante e dita man mano che il suo corpo acconsentiva.
Quando fu pronta mi alzai, posai la punta e spinsi lentamente. La resistenza era forte. Lei inspirò di scatto, le mani che si chiudevano a pugno contro la poltrona.
«Così… piano…»
Entrai centimetro dopo centimetro. Il suo culetto era strettissimo, caldo, e opponeva resistenza a ogni spinta.
Si capì subito che era di troppo, ma non mi fermò. Quando fui completamente dentro restammo fermi. Il respiro di lei era corto e irregolare.
«Come ti senti?»
«Piena», rispose con voce tremante. «Troppo. Lo sento tutto. È… tanto.»
Cominciai con spinte corte e molto controllate. Lei spingeva indietro piano, cercando di abituarsi. Restammo così diversi minuti: spinte lente, profonde solo quanto bastava, dandole il tempo di rilassarsi un poco. Ogni tanto aggiungevo altro lubrificante. Il suo corpo iniziava a cedere, ma si vedeva ancora lo sforzo sullo sguardo.
«Meglio?», chiesi a voce bassa.
Lei annuì, il respiro ancora irregolare.
«Un po’. Continua così… ancora un po’.»
Obbedii. Continuai lento, lasciandola abituare. Solo quando i suoi gemiti divennero meno tesi e il suo corpo spinse indietro con più convinzione, rallentai quasi del tutto e le chiesi:
«Serena… se continuo più forte adesso, riesci a gestirlo? Dimmi la verità.»
Lei restò in silenzio un paio di secondi, poi girò la testa. Lo sguardo era tirato, ma deciso.
«Sì. Puoi andare. Non fermarti.»
Quella frase fu il via libera.
Le afferrai i capelli, per sistemarli e giocarci un attimo, le alzai la testa e iniziai a fotterla per davvero.
Non furono tanto le spinte profonde quanto il ritmo.
Un ritmo folle, serrato, quasi senza pause. Il cazzo usciva solo il necessario e rientrava subito, veloce, pesante, continuo. Non le davo tempo di abituarsi. Ogni colpo arrivava subito dopo il precedente, senza respiro.
Lei iniziò quasi a urlare.
«Tienimi i capelli», ansimò, e le tirai la testa indietro.
Gemiti alti, spezzati, che le uscivano contro la sua volontà. Il culo, ancora strettissimo, veniva aperto a forza a ogni affondo.
Continuavo a buttare lubrificante finché il tubetto non si svuotò, ma dopo un po’ non serviva quasi più: il suono era già umido, sporco, violento.
Tutti i centimetri del cazzo uscivano e rientravano con forza senza che Serena facesse qualcosa per fermarmi.
«Matteo… aspetta… è troppo… fermati», disse dopo poco.
Rallentai subito, quasi uscii.
Lei restò ferma qualche secondo, il respiro a pezzi, la fronte premuta contro l’avambraccio. Poi, a voce bassa e roca:
«No… continua. Ancora. Ma… più piano un attimo.»
Obbedii. Ripresi con un ritmo un po’ meno folle, ma comunque duro. Lei spingeva indietro, i gemiti erano ancora sofferti ma un filo più controllati. Dopo meno di un minuto, però, il ritmo tornò a salire. Non riuscivo a trattenermi e lei non me lo chiedeva più.
I gemiti divennero di nuovo alti, spezzati. Il corpo le tremava.
«Fermati…», disse la seconda volta, la voce quasi un rantolo. «Basta… passiamo ad altro… non ce la faccio più.»
Uscii subito.
Lei restò a pecora, tremante, il respiro a pezzi, il culo ancora aperto e lucido. L’ano provato da minuti di fuoco.
Ci mise diversi secondi prima di riuscire a girare appena la testa. Negli occhi c’era fatica vera, quasi stordimento.
«Era troppo», ammise con voce roca. «Davvero troppo.»
Passammo un minuto a riprendere fiato entrambi, poi lei ridacchiò.
«Mettiti seduto.»
Lo feci.
Si mise a cavalcioni di spalle, prendendo il cazzo, e iniziò a muoversi con ampi movimenti di bacino, mostrandomi la schiena e il culetto ancora lucido e oleato. I primi gemiti le uscirono fuori controllo. Si spingeva fino in fondo e ci restava un secondo, facendomi sentire tutto.
Strinse le pareti della figa, avvolgendomi il cazzo al massimo.
Le strizzai le chiappe, abbozzando qualche piccolo schiaffo.
Dopo un po’ si staccò, si girò e, senza inginocchiarsi, mi prese di nuovo in bocca per poco.
Qualche leccata sulla punta, poi si sdraiò e mi tirò a sé, mettendo la mia testa tra le gambe.
La leccai. Forte.
Lei chiuse le cosce intorno alla mia testa e, a un tratto, squirtò. Abbondante ma senza fare troppo rumore. Qualche gemito, ma nulla di più. Mi bagnò il viso e il petto. Restò tremante, dolce, quasi distrutta.
Mi afferrò la testa, mi alzai e mi portò a sé.
Mi cercò la bocca e mi baciò in modo schifosamente porco, piena di lingua e di saliva.
Quando si staccò, mi guardò parecchio imbarazzata, con due occhi che parevano stanchi.
Mi rimisi in ginocchio.
Lei unì i piedi e me li tese.
Il footjob fu breve, desideroso. Lei sapeva che stavo per venire.
Movimenti appena accennati, giusto per stimolare. Le ditina che stuzzicavano le palle per poi rimettersi sul cazzo.
Le spostai i piedi e li avvicinai; lei li tenne in alto.
Sborrai. Tanto. Forte.
Il primo schizzo fu enorme, le cosparse completamente i piedini minuscoli, colò tra le dita, sull’arco, sull’anello. Lei spalancò gli occhi, sorpresa, e mormorò un «Cazzo…» basso mentre continuavo a sparare.
Fiotti grossi, densi, desiderosi.
Quando finii, restò a guardare i piedi lucidi di sborra.
Poi iniziò a muovere piano le dita, spargendola.
Alzò lo sguardo.
Era ancora tutta sporchissima. E felice.
«Il percorso terapeutico è terminato. Direi. Ogni prova superata con successo.
Da adesso non siamo più terapista e paziente.
Se vorrai, possiamo vederci fuori da qui.»
La guardai, stordito e stanco, e non ribattei.
Serena sorrise.
Riprese il mio cazzo tra le piante ancora sporche e iniziò a muoverle con calma.
«Bene. Adesso posso dirtelo: sei stato bravo, soprattutto prima dietro. Mi piace questo», toccando il cazzo con i piedi.
Continuò a muovere i piedi.
Lenta.
Come una promessa futura per una scopata senza vincoli e senza protocollo.
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