Professionale 8
scritto il 2026-10-17 tempo di lettura 13 min
di
Stemmy
genere
etero
cura
A
La presi tra le braccia con un gesto deciso, sorprendendola abbastanza da strapparle una risata sommessa. Laura mi cinse il collo, senza distogliere gli occhi dai miei, mentre attraversavo la stanza per raggiungere il letto. La adagiai con delicatezza sui cuscini e rimasi per un istante a contemplarla: i capelli leggermente scomposti, il respiro ancora irregolare, quel sorriso complice che sembrava appartenere a una Laura completamente diversa da quella impeccabile che avevo ammirato poche ore prima sul palcoscenico.
Mi chinai su di lei e le nostre labbra si incontrarono di nuovo, questa volta in un bacio appassionato, prolungato, nel quale tutta la tensione accumulata durante la presentazione sembrò finalmente trovare una via d'uscita. Le accarezzai il viso, poi il collo, soffermandomi con tenerezza sulla curva della spalla lasciata scoperta dalla camicetta. Laura mi attirò più vicino, passandomi le dita sulla nuca, come se volesse cancellare ogni distanza che ancora ci separava. Quando interruppi il bacio per guardarla, nei suoi occhi lessi un'intensità che non aveva bisogno di spiegazioni.
La mano scese lentamente lungo il suo fianco, seguendo la linea elegante del tailleur, fino a raggiungere la sua coscia. Mi fermai un momento, lasciando che fosse il suo sguardo a rispondere alla domanda silenziosa che le stavo ponendo. Laura sorrise e mi venne incontro, accorciando quella distanza con un movimento spontaneo. La sfiorai con delicatezza, risalendo lungo la coscia con una lentezza quasi deliberata, mentre lei si abbandonava contro i cuscini e mi cercava di nuovo con le labbra.
Le dita scivolarono sotto l’orlo della gonna, trovando subito il tessuto sottile delle mutandine già umide. Non le tolsi. Restai lì, a premere e a sfregare contro il tessuto bagnato, tracciando cerchi lenti proprio sopra il punto dove sapevo che era più sensibile. Laura emise un gemito soffocato contro la mia bocca, le anche che si sollevavano in cerca di più pressione. Spostai il tessuto di lato appena quanto bastava per far passare due dita, senza scoprire nulla, e le feci scivolare dentro di lei. Era calda, stretta, già pronta. La cercai più in profondità, piegando le dita in avanti, in alto, finché non trovai quella zona leggermente più ruvida e gonfia.
Appena la toccai, Laura si irrigidì e un mugolio più intenso le uscì dalla gola. Continuai a massaggiarla lì, con movimenti precisi e ritmici, premendo e strofinando quel punto G mentre il pollice premeva dall’esterno sulle mutandine, proprio sul clitoride. Lei cominciò a tremare, le cosce che si chiudevano intorno al mio polso, i fianchi che si muovevano incontro alle mie dita. I suoi gemiti diventavano più alti, più disperati, interrotti solo dal respiro affannoso.
Accelerai appena, insistendo su quel punto, sentendo le pareti stringersi intorno alle dita a ogni spinta. Laura gettò la testa all’indietro, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta in un continuo mugolare basso e gutturale. Le mutandine restavano lì, tirate da un lato, impregnate, mentre le mie dita lavoravano senza sosta. Quando il suo corpo si tese tutto d’un pezzo e un grido soffocato le sfuggì, la sentii venire forte, le onde che le attraversavano il bacino mentre stringeva le mie dita in una presa ritmica e potente. Continuai a muovermi dolcemente dentro di lei finché i tremiti non si affievolirono, lasciandola ansimante e abbandonata contro i cuscini, ancora vestita, ancora con le mutandine addosso.
Laura restò ancora qualche secondo con gli occhi chiusi, il petto che saliva e scendeva a scatti, le cosce ancora leggermente aperte intorno alla mia mano. Poi, con un respiro più lento, riaprì le palpebre e mi guardò. La voce le uscì roca, un po’ spezzata:
“Max… cazzo…”
Si leccò le labbra, ancora tremante, e mi afferrò il polso con una mano leggera, come per tenermi lì un istante di più.
“Grazie…” mormorò, quasi incredula. “Non venivo così da… non so nemmeno da quanto. Solo con le dita, e senza nemmeno togliermi le mutandine… sei un bastardo.”
Un sorrisetto stanco le spuntò sulle labbra, ma gli occhi erano ancora lucidi di piacere. Si sollevò appena sui gomiti, mi tirò più vicino e mi baciò piano, lento, come per ringraziarmi ancora senza parole. Poi, a un soffio dalla mia bocca, aggiunse a voce bassa:
“Non fermarti… voglio che mi tocchi ancora”
La sollevai delicatamente dalle spalle e la feci girare, sistemandola in ginocchio sul letto. Continuammo a baciarci senza interruzione: Laura non era mai sazia della mia bocca, le labbra sempre affamate, la lingua che cercava la mia anche mentre le mani le scivolavano dietro la schiena. Le sfilai la cerniera della gonna con una sola mano, poi la feci scendere lungo i fianchi insieme alle mutandine già inzuppate. Restò nuda dalla vita in giù, ancora in ginocchio, mentre i nostri baci diventavano più profondi, più umidi.
Restai anch’io in ginocchio davanti a lei. Le passai tutta la mano aperta tra le cosce, occupandola interamente, sentendo il calore e l’umidità che le colava sulle mie dita. La massaggiai lentamente, con il palmo premuto contro di lei, le dita che si muovevano appena. Laura gemette nella mia bocca e mi morse leggermente il labbro inferiore.
Poi la spinsi indietro con dolcezza, facendola sdraiare sui cuscini. Le aprii le gambe spalancandole, tenendole ferme con le mani sulle cosce interne. Laura sollevò il bacino e sospirò:
«Sì, Max…»
Mi chinai tra le sue gambe. Le sollevai una coscia, facendola piegare e spingendola verso il suo petto, aprendola ancora di più, per potermi affondare meglio con la bocca. La leccai tutta, dalla fessura fino al clitoride, lentamente, con la lingua piatta e larga, assaporandola. Poi la penetrati con due dita, curvandomi subito verso il suo punto G mentre succhiavo e leccavo il clitoride con ritmo costante e vorace.
Laura strinse le lenzuola con entrambe le mani, le nocche bianche, le unghie che si conficcavano nel tessuto. Si contorse, una mano che a tratti lasciava la lenzuola per afferrarmi i capelli, spingendomi ancora di più contro di lei. Continuai a penetrarla con le dita, più profonde e più veloci, mentre la lingua non le dava tregua, leccandola, succhiandola, mangiandola davvero.
La sentivo perdere il controllo. Non solo il corpo: anche la testa. I suoi gemiti diventavano incoerenti, parole spezzate, “Non fermarti… cazzo…”, poi solo suoni, mugolii lunghi e rotti. Si inarcò tutta, le cosce che tremavano violentemente intorno alla mia testa. Il secondo orgasmo la travolse in modo incontrollato: un grido acuto le uscì dalla gola mentre si contraeva a ondate forti e irregolari intorno alle mie dita, bagnandomi il mento, la bocca, la mano. Continuò a venire a scosse, senza riuscire a fermarsi, le mani che strappavano le lenzuola, il bacino che si muoveva da solo incontro alla mia bocca, completamente persa, scopata anche nella testa, finché non crollò esausta, ansimante, con le gambe ancora spalancate e il corpo che non smetteva di tremare.
Lasciai che Laura smaltisse l’orgasmo portandomi accanto a lei, abbracciandola.
Laura rimase in silenzio per qualche minuto, rannicchiata accanto a me, con la testa appoggiata sul mio petto e una mano posata distrattamente sul mio fianco. Le accarezzavo i capelli, ancora sorpreso dalla quiete che era scesa nella stanza. Laura, però, sembrava avere qualcosa per la testa. La sentivo sospirare, come se stesse cercando le parole per dare una forma a pensieri che da troppo tempo si teneva dentro.
"Posso dirti una cosa, Max?"
"Puoi dirmi tutto quello che vuoi."
Mi pentii quasi subito di quella risposta, non perché non fosse sincera, ma perché non immaginavo quanto sarebbe stata presa sul serio. Laura sollevò appena il viso per guardarmi, poi tornò a rannicchiarsi contro di me, stringendosi al mio corpo con un gesto che aveva qualcosa di insolitamente infantile. Non era la donna sicura di sé che avevo visto sul palco, né quella che avevo toccato poco prima. Sembrava, piuttosto, una persona stanca, che per una volta non aveva voglia di sostenere il peso della propria immagine.
"Qualche volta mi domando come faccio a tenere insieme tutto", cominciò. "Il lavoro, mio marito, i ragazzi, la casa… Le giornate non sono mai abbastanza lunghe. E quando finalmente arriva la sera, quando potrei fermarmi e respirare, c'è sempre qualcosa da fare, qualcuno che ha bisogno di me, qualche problema da risolvere."
Le passai lentamente una mano sulla schiena, senza interromperla.
"Al lavoro tutti pensano che io sia capace di gestire qualsiasi situazione. Hai visto com'è andata oggi. Devo essere preparata, convincente, brillante. Devo sapere rispondere a ogni domanda e anticipare le obiezioni prima ancora che qualcuno le sollevi. E se una trattativa va male, se un cliente cambia idea, se un progetto si blocca, sembra che debba trovare io il modo di rimettere tutto a posto. Non posso permettermi di avere una giornata storta. Non posso semplicemente dire che sono stanca."
Fece una breve pausa. Sentii le sue dita stringersi appena alla mia pelle, quasi temesse che, smettendo di parlare, avrebbe perso il coraggio di continuare.
"A casa non è molto diverso. Mio marito ha le sue preoccupazioni e non mi scopa più da molto tempo, credo abbia un’amante, i ragazzi hanno bisogno di me, e io cerco di esserci per tutti. Non voglio lamentarmi, Max. Non sono una donna infelice, e non voglio che tu pensi questo. Ho una famiglia, un buon lavoro, tante cose per cui dovrei essere grata. Lo so benissimo."
La sua voce si fece più bassa.
"Ma qualche volta ho la sensazione di essere diventata soltanto la persona che risolve i problemi degli altri. Quella che organizza, ricorda, decide, sistema. Quella che sa sempre cosa fare. E sai qual è la cosa peggiore? Che alla fine ci credono tutti. Forse ci credo anch'io, almeno finché non mi ritrovo da sola e mi accorgo di non avere più la forza di pensare a niente."
Non sapevo cosa rispondere.
Ero abituato ad ascoltare le donne che incontravo, naturalmente. Sapevo che dietro il desiderio potevano nascondersi solitudine, curiosità, bisogno di evasione o semplicemente la voglia di vivere qualcosa di diverso dalla routine quotidiana. Ma c'era una differenza fra ascoltare una confidenza e ritrovarsi improvvisamente davanti a una fragilità tanto autentica. Laura non mi stava raccontando qualcosa per rendere più intrigante la nostra serata, né sembrava cercare una frase galante con cui sentirsi rassicurata. Aveva abbassato le difese senza preavviso, e io, per la prima volta da quando la conoscevo, mi sentivo privo di quella sicurezza che normalmente mi permetteva di gestire ogni situazione con naturalezza.
"Mi dispiace", riuscii a dire.
Lei scosse piano la testa.
"Non devi dispiacerti. Non è colpa tua."
Poi si sollevò appena, appoggiando il mento sul mio petto. Aveva un'espressione quasi esitante, come se si vergognasse di avermi mostrato qualcosa che avrebbe preferito tenere nascosto.
"È che qui, con te, riesco a smettere per un po'. Non devo organizzare niente, non devo convincere nessuno, non devo dimostrare di essere all'altezza. Posso semplicemente arrivare, chiudere la porta e lasciare che siano gli altri, per una volta, a preoccuparsi di me."
Si interruppe, poi aggiunse con un sorriso malinconico:
"Ti sembrerà assurdo, vero? Pago un uomo perché trascorra del tempo con me e finisco per raccontargli quanto sono stanca della mia vita."
Quella battuta avrebbe potuto offrirmi un'occasione per riportare la conversazione sul terreno familiare dell'ironia. Era il genere di frase alla quale, in altre circostanze, avrei risposto con un sorriso e una provocazione elegante. Ma non lo feci. C'era qualcosa nel modo in cui Laura aveva pronunciato quelle parole che mi impediva di trattarle con leggerezza.
"Non mi sembra assurdo", risposi. "Mi sembra che tu abbia bisogno di un posto in cui non essere sempre quella che deve avere tutto sotto controllo."
Laura abbassò gli occhi. Per qualche secondo rimase immobile, poi si rannicchiò ancora più vicino, infilando il viso nell'incavo della mia spalla. Le avvolsi le braccia intorno al corpo e sentii che, finalmente, si lasciava andare al peso della propria stanchezza. Non piangeva, almeno non apertamente, ma il suo silenzio aveva una densità che rendeva inutili altre domande.
Rimasi così, accarezzandole lentamente i capelli.
Dentro di me, però, qualcosa si era spostato. Non ero preparato a quella Laura, e forse non ero neppure sicuro di sapere quale fosse il modo giusto di comportarmi. Il mio lavoro mi aveva insegnato a leggere i desideri, a riconoscere le esitazioni, a intuire quando una donna aveva bisogno di essere ascoltata o semplicemente desiderata. Ma quella sera mi trovavo davanti a qualcosa che non rientrava facilmente in nessuna delle mie esperienze. Laura non mi chiedeva di essere brillante, seducente o impeccabile. Non mi chiedeva nemmeno di risolvere i suoi problemi.
Cercava soltanto un po' di riparo.
E mentre la tenevo stretta, con la sensazione insolita di avere fra le braccia una donna molto diversa da quella che avevo incontrato poco prima, mi resi conto che la parte più difficile di quella serata non sarebbe stata capire cosa desiderasse da me.
Sarebbe stato capire quanto potevo permettermi di diventare importante per lei, senza confondere il bisogno di trovare rifugio per qualche ora con la promessa, assai più impegnativa, di poter essere quel rifugio anche quando la porta dell'albergo si fosse richiusa alle nostre spalle.
Non volevo diventare niente per lei che non fosse un oggetto sessuale, non ero attrezzato per fare il confessore o dare consigli di vita, così cercai di deviare quella chiacchierata che sapevo non essere nelle mie corde, in azione. In fondo volevo godere e Laura era una bella donna, così le presi la mano e la guidai fino al mio membro ancora imprigionato nelle mutande. Non appena le dita lo toccarono attraverso il tessuto, lo sentii gonfiarsi ulteriormente sotto il suo tocco, diventando ancora più duro, più pesante. Laura non esitò. Mi tolse le mutande con gesti rapidi e mi liberò completamente. La sua mano nuda mi avvolse subito, calda, ferma, e iniziò a muoversi su e giù con una lentezza deliberata, sentendomi pulsare tra le dita.
Poi si chinò. Mi guardò un attimo negli occhi, le labbra già socchiuse, e lo prese in bocca.
La sentii calda, umida, la lingua che mi girava intorno alla testa mentre scendeva lentamente, sempre più in basso, finché non mi ebbe quasi tutto dentro. Si fermò un momento, respirando dal naso, poi risalì e ricominciò, succhiandomi con ritmo deciso, la mano che stringeva la base mentre la bocca lavorava. Ogni volta che scendeva, mi sentiva diventare più duro, più teso, pronto.
Continuò così, senza fretta ma senza fermarsi, finché non mi sentì pulsare forte contro la sua lingua. Solo allora si staccò, un filo di saliva che le univa ancora le labbra alla mia erezione lucida e gonfia. Mi guardò dal basso, gli occhi scuri di desiderio, e sussurrò con la voce roca:
“Adesso ti voglio sentire dentro”
Mi chinai su di lei e le nostre labbra si incontrarono di nuovo, questa volta in un bacio appassionato, prolungato, nel quale tutta la tensione accumulata durante la presentazione sembrò finalmente trovare una via d'uscita. Le accarezzai il viso, poi il collo, soffermandomi con tenerezza sulla curva della spalla lasciata scoperta dalla camicetta. Laura mi attirò più vicino, passandomi le dita sulla nuca, come se volesse cancellare ogni distanza che ancora ci separava. Quando interruppi il bacio per guardarla, nei suoi occhi lessi un'intensità che non aveva bisogno di spiegazioni.
La mano scese lentamente lungo il suo fianco, seguendo la linea elegante del tailleur, fino a raggiungere la sua coscia. Mi fermai un momento, lasciando che fosse il suo sguardo a rispondere alla domanda silenziosa che le stavo ponendo. Laura sorrise e mi venne incontro, accorciando quella distanza con un movimento spontaneo. La sfiorai con delicatezza, risalendo lungo la coscia con una lentezza quasi deliberata, mentre lei si abbandonava contro i cuscini e mi cercava di nuovo con le labbra.
Le dita scivolarono sotto l’orlo della gonna, trovando subito il tessuto sottile delle mutandine già umide. Non le tolsi. Restai lì, a premere e a sfregare contro il tessuto bagnato, tracciando cerchi lenti proprio sopra il punto dove sapevo che era più sensibile. Laura emise un gemito soffocato contro la mia bocca, le anche che si sollevavano in cerca di più pressione. Spostai il tessuto di lato appena quanto bastava per far passare due dita, senza scoprire nulla, e le feci scivolare dentro di lei. Era calda, stretta, già pronta. La cercai più in profondità, piegando le dita in avanti, in alto, finché non trovai quella zona leggermente più ruvida e gonfia.
Appena la toccai, Laura si irrigidì e un mugolio più intenso le uscì dalla gola. Continuai a massaggiarla lì, con movimenti precisi e ritmici, premendo e strofinando quel punto G mentre il pollice premeva dall’esterno sulle mutandine, proprio sul clitoride. Lei cominciò a tremare, le cosce che si chiudevano intorno al mio polso, i fianchi che si muovevano incontro alle mie dita. I suoi gemiti diventavano più alti, più disperati, interrotti solo dal respiro affannoso.
Accelerai appena, insistendo su quel punto, sentendo le pareti stringersi intorno alle dita a ogni spinta. Laura gettò la testa all’indietro, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta in un continuo mugolare basso e gutturale. Le mutandine restavano lì, tirate da un lato, impregnate, mentre le mie dita lavoravano senza sosta. Quando il suo corpo si tese tutto d’un pezzo e un grido soffocato le sfuggì, la sentii venire forte, le onde che le attraversavano il bacino mentre stringeva le mie dita in una presa ritmica e potente. Continuai a muovermi dolcemente dentro di lei finché i tremiti non si affievolirono, lasciandola ansimante e abbandonata contro i cuscini, ancora vestita, ancora con le mutandine addosso.
Laura restò ancora qualche secondo con gli occhi chiusi, il petto che saliva e scendeva a scatti, le cosce ancora leggermente aperte intorno alla mia mano. Poi, con un respiro più lento, riaprì le palpebre e mi guardò. La voce le uscì roca, un po’ spezzata:
“Max… cazzo…”
Si leccò le labbra, ancora tremante, e mi afferrò il polso con una mano leggera, come per tenermi lì un istante di più.
“Grazie…” mormorò, quasi incredula. “Non venivo così da… non so nemmeno da quanto. Solo con le dita, e senza nemmeno togliermi le mutandine… sei un bastardo.”
Un sorrisetto stanco le spuntò sulle labbra, ma gli occhi erano ancora lucidi di piacere. Si sollevò appena sui gomiti, mi tirò più vicino e mi baciò piano, lento, come per ringraziarmi ancora senza parole. Poi, a un soffio dalla mia bocca, aggiunse a voce bassa:
“Non fermarti… voglio che mi tocchi ancora”
La sollevai delicatamente dalle spalle e la feci girare, sistemandola in ginocchio sul letto. Continuammo a baciarci senza interruzione: Laura non era mai sazia della mia bocca, le labbra sempre affamate, la lingua che cercava la mia anche mentre le mani le scivolavano dietro la schiena. Le sfilai la cerniera della gonna con una sola mano, poi la feci scendere lungo i fianchi insieme alle mutandine già inzuppate. Restò nuda dalla vita in giù, ancora in ginocchio, mentre i nostri baci diventavano più profondi, più umidi.
Restai anch’io in ginocchio davanti a lei. Le passai tutta la mano aperta tra le cosce, occupandola interamente, sentendo il calore e l’umidità che le colava sulle mie dita. La massaggiai lentamente, con il palmo premuto contro di lei, le dita che si muovevano appena. Laura gemette nella mia bocca e mi morse leggermente il labbro inferiore.
Poi la spinsi indietro con dolcezza, facendola sdraiare sui cuscini. Le aprii le gambe spalancandole, tenendole ferme con le mani sulle cosce interne. Laura sollevò il bacino e sospirò:
«Sì, Max…»
Mi chinai tra le sue gambe. Le sollevai una coscia, facendola piegare e spingendola verso il suo petto, aprendola ancora di più, per potermi affondare meglio con la bocca. La leccai tutta, dalla fessura fino al clitoride, lentamente, con la lingua piatta e larga, assaporandola. Poi la penetrati con due dita, curvandomi subito verso il suo punto G mentre succhiavo e leccavo il clitoride con ritmo costante e vorace.
Laura strinse le lenzuola con entrambe le mani, le nocche bianche, le unghie che si conficcavano nel tessuto. Si contorse, una mano che a tratti lasciava la lenzuola per afferrarmi i capelli, spingendomi ancora di più contro di lei. Continuai a penetrarla con le dita, più profonde e più veloci, mentre la lingua non le dava tregua, leccandola, succhiandola, mangiandola davvero.
La sentivo perdere il controllo. Non solo il corpo: anche la testa. I suoi gemiti diventavano incoerenti, parole spezzate, “Non fermarti… cazzo…”, poi solo suoni, mugolii lunghi e rotti. Si inarcò tutta, le cosce che tremavano violentemente intorno alla mia testa. Il secondo orgasmo la travolse in modo incontrollato: un grido acuto le uscì dalla gola mentre si contraeva a ondate forti e irregolari intorno alle mie dita, bagnandomi il mento, la bocca, la mano. Continuò a venire a scosse, senza riuscire a fermarsi, le mani che strappavano le lenzuola, il bacino che si muoveva da solo incontro alla mia bocca, completamente persa, scopata anche nella testa, finché non crollò esausta, ansimante, con le gambe ancora spalancate e il corpo che non smetteva di tremare.
Lasciai che Laura smaltisse l’orgasmo portandomi accanto a lei, abbracciandola.
Laura rimase in silenzio per qualche minuto, rannicchiata accanto a me, con la testa appoggiata sul mio petto e una mano posata distrattamente sul mio fianco. Le accarezzavo i capelli, ancora sorpreso dalla quiete che era scesa nella stanza. Laura, però, sembrava avere qualcosa per la testa. La sentivo sospirare, come se stesse cercando le parole per dare una forma a pensieri che da troppo tempo si teneva dentro.
"Posso dirti una cosa, Max?"
"Puoi dirmi tutto quello che vuoi."
Mi pentii quasi subito di quella risposta, non perché non fosse sincera, ma perché non immaginavo quanto sarebbe stata presa sul serio. Laura sollevò appena il viso per guardarmi, poi tornò a rannicchiarsi contro di me, stringendosi al mio corpo con un gesto che aveva qualcosa di insolitamente infantile. Non era la donna sicura di sé che avevo visto sul palco, né quella che avevo toccato poco prima. Sembrava, piuttosto, una persona stanca, che per una volta non aveva voglia di sostenere il peso della propria immagine.
"Qualche volta mi domando come faccio a tenere insieme tutto", cominciò. "Il lavoro, mio marito, i ragazzi, la casa… Le giornate non sono mai abbastanza lunghe. E quando finalmente arriva la sera, quando potrei fermarmi e respirare, c'è sempre qualcosa da fare, qualcuno che ha bisogno di me, qualche problema da risolvere."
Le passai lentamente una mano sulla schiena, senza interromperla.
"Al lavoro tutti pensano che io sia capace di gestire qualsiasi situazione. Hai visto com'è andata oggi. Devo essere preparata, convincente, brillante. Devo sapere rispondere a ogni domanda e anticipare le obiezioni prima ancora che qualcuno le sollevi. E se una trattativa va male, se un cliente cambia idea, se un progetto si blocca, sembra che debba trovare io il modo di rimettere tutto a posto. Non posso permettermi di avere una giornata storta. Non posso semplicemente dire che sono stanca."
Fece una breve pausa. Sentii le sue dita stringersi appena alla mia pelle, quasi temesse che, smettendo di parlare, avrebbe perso il coraggio di continuare.
"A casa non è molto diverso. Mio marito ha le sue preoccupazioni e non mi scopa più da molto tempo, credo abbia un’amante, i ragazzi hanno bisogno di me, e io cerco di esserci per tutti. Non voglio lamentarmi, Max. Non sono una donna infelice, e non voglio che tu pensi questo. Ho una famiglia, un buon lavoro, tante cose per cui dovrei essere grata. Lo so benissimo."
La sua voce si fece più bassa.
"Ma qualche volta ho la sensazione di essere diventata soltanto la persona che risolve i problemi degli altri. Quella che organizza, ricorda, decide, sistema. Quella che sa sempre cosa fare. E sai qual è la cosa peggiore? Che alla fine ci credono tutti. Forse ci credo anch'io, almeno finché non mi ritrovo da sola e mi accorgo di non avere più la forza di pensare a niente."
Non sapevo cosa rispondere.
Ero abituato ad ascoltare le donne che incontravo, naturalmente. Sapevo che dietro il desiderio potevano nascondersi solitudine, curiosità, bisogno di evasione o semplicemente la voglia di vivere qualcosa di diverso dalla routine quotidiana. Ma c'era una differenza fra ascoltare una confidenza e ritrovarsi improvvisamente davanti a una fragilità tanto autentica. Laura non mi stava raccontando qualcosa per rendere più intrigante la nostra serata, né sembrava cercare una frase galante con cui sentirsi rassicurata. Aveva abbassato le difese senza preavviso, e io, per la prima volta da quando la conoscevo, mi sentivo privo di quella sicurezza che normalmente mi permetteva di gestire ogni situazione con naturalezza.
"Mi dispiace", riuscii a dire.
Lei scosse piano la testa.
"Non devi dispiacerti. Non è colpa tua."
Poi si sollevò appena, appoggiando il mento sul mio petto. Aveva un'espressione quasi esitante, come se si vergognasse di avermi mostrato qualcosa che avrebbe preferito tenere nascosto.
"È che qui, con te, riesco a smettere per un po'. Non devo organizzare niente, non devo convincere nessuno, non devo dimostrare di essere all'altezza. Posso semplicemente arrivare, chiudere la porta e lasciare che siano gli altri, per una volta, a preoccuparsi di me."
Si interruppe, poi aggiunse con un sorriso malinconico:
"Ti sembrerà assurdo, vero? Pago un uomo perché trascorra del tempo con me e finisco per raccontargli quanto sono stanca della mia vita."
Quella battuta avrebbe potuto offrirmi un'occasione per riportare la conversazione sul terreno familiare dell'ironia. Era il genere di frase alla quale, in altre circostanze, avrei risposto con un sorriso e una provocazione elegante. Ma non lo feci. C'era qualcosa nel modo in cui Laura aveva pronunciato quelle parole che mi impediva di trattarle con leggerezza.
"Non mi sembra assurdo", risposi. "Mi sembra che tu abbia bisogno di un posto in cui non essere sempre quella che deve avere tutto sotto controllo."
Laura abbassò gli occhi. Per qualche secondo rimase immobile, poi si rannicchiò ancora più vicino, infilando il viso nell'incavo della mia spalla. Le avvolsi le braccia intorno al corpo e sentii che, finalmente, si lasciava andare al peso della propria stanchezza. Non piangeva, almeno non apertamente, ma il suo silenzio aveva una densità che rendeva inutili altre domande.
Rimasi così, accarezzandole lentamente i capelli.
Dentro di me, però, qualcosa si era spostato. Non ero preparato a quella Laura, e forse non ero neppure sicuro di sapere quale fosse il modo giusto di comportarmi. Il mio lavoro mi aveva insegnato a leggere i desideri, a riconoscere le esitazioni, a intuire quando una donna aveva bisogno di essere ascoltata o semplicemente desiderata. Ma quella sera mi trovavo davanti a qualcosa che non rientrava facilmente in nessuna delle mie esperienze. Laura non mi chiedeva di essere brillante, seducente o impeccabile. Non mi chiedeva nemmeno di risolvere i suoi problemi.
Cercava soltanto un po' di riparo.
E mentre la tenevo stretta, con la sensazione insolita di avere fra le braccia una donna molto diversa da quella che avevo incontrato poco prima, mi resi conto che la parte più difficile di quella serata non sarebbe stata capire cosa desiderasse da me.
Sarebbe stato capire quanto potevo permettermi di diventare importante per lei, senza confondere il bisogno di trovare rifugio per qualche ora con la promessa, assai più impegnativa, di poter essere quel rifugio anche quando la porta dell'albergo si fosse richiusa alle nostre spalle.
Non volevo diventare niente per lei che non fosse un oggetto sessuale, non ero attrezzato per fare il confessore o dare consigli di vita, così cercai di deviare quella chiacchierata che sapevo non essere nelle mie corde, in azione. In fondo volevo godere e Laura era una bella donna, così le presi la mano e la guidai fino al mio membro ancora imprigionato nelle mutande. Non appena le dita lo toccarono attraverso il tessuto, lo sentii gonfiarsi ulteriormente sotto il suo tocco, diventando ancora più duro, più pesante. Laura non esitò. Mi tolse le mutande con gesti rapidi e mi liberò completamente. La sua mano nuda mi avvolse subito, calda, ferma, e iniziò a muoversi su e giù con una lentezza deliberata, sentendomi pulsare tra le dita.
Poi si chinò. Mi guardò un attimo negli occhi, le labbra già socchiuse, e lo prese in bocca.
La sentii calda, umida, la lingua che mi girava intorno alla testa mentre scendeva lentamente, sempre più in basso, finché non mi ebbe quasi tutto dentro. Si fermò un momento, respirando dal naso, poi risalì e ricominciò, succhiandomi con ritmo deciso, la mano che stringeva la base mentre la bocca lavorava. Ogni volta che scendeva, mi sentiva diventare più duro, più teso, pronto.
Continuò così, senza fretta ma senza fermarsi, finché non mi sentì pulsare forte contro la sua lingua. Solo allora si staccò, un filo di saliva che le univa ancora le labbra alla mia erezione lucida e gonfia. Mi guardò dal basso, gli occhi scuri di desiderio, e sussurrò con la voce roca:
“Adesso ti voglio sentire dentro”
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