Professionale 7

scritto il 2026-10-16 tempo di lettura 15 min

di
genere
etero
cura
A+

Il teatro era uno di quelli che sapevano imporsi ancora prima che si accendessero le luci del palcoscenico: velluti scuri, legno lucido, eleganti decorazioni dorate e una platea gremita di uomini e donne abituati a prendere decisioni importanti. Ero seduto in una delle file centrali, vestito con un abito blu notte scelto con la consueta cura, e osservavo con apparente distacco il movimento degli ultimi ospiti. Melissa mi aveva avvertito che si trattava di un incarico insolito, ma era stata la mia cliente a rendere tutto più interessante. Non mi aveva chiesto una cena riservata, una serata lontana da occhi indiscreti o una delle lunghe conversazioni che spesso precedevano i nostri incontri più intimi. Voleva semplicemente che fossi lì, tra il pubblico, ad ascoltarla mentre presentava una relazione importante per la multinazionale in cui lavorava.
“Voglio che tu mi veda nel mio mondo”, mi aveva detto al telefono, con quella sfumatura di complicità che ormai conoscevo bene. E io, naturalmente, avevo accettato.
Quando il suo nome apparve sullo schermo alle spalle del palco, la vidi alzarsi dalla prima fila e raggiungere il leggio con passo sicuro. Indossava un tailleur elegante, una gonna che accompagnava con discrezione il movimento delle gambe e una camicetta chiara che illuminava il suo volto. I capelli erano raccolti con una semplicità raffinata, lasciando scoperto il collo; il trucco, sobrio e professionale, non riusciva a nascondere del tutto quella bellezza matura che avevo imparato ad apprezzare molto da vicino. Ma fu soprattutto il suo atteggiamento a catturare la mia attenzione. Non c'era esitazione nei suoi gesti, né incertezza nello sguardo: si fermò davanti alla platea, lasciò scorrere gli occhi sui presenti e cominciò a parlare. La donna che conoscevo nelle nostre ore private, quella che talvolta cercava in me una complicità capace di liberarla dalle convenzioni, era improvvisamente un'altra persona, o forse, pensai, era semplicemente una parte di lei che non avevo ancora avuto occasione di conoscere.
Parlava con competenza, modulando la voce con naturalezza, accompagnando le parole con gesti misurati e rispondendo alle domande che arrivavano dalla platea senza perdere il filo del discorso. La osservavo e mi accorgevo di quanto mi attirasse proprio quella sicurezza. Non era soltanto la bellezza del suo corpo, né il ricordo delle attenzioni che mi aveva riservato nelle occasioni precedenti. Era il contrasto. Vederla lì, davanti a una platea di dirigenti e grandi clienti, mentre illustrava dati, strategie e prospettive di mercato, mi permetteva di intuire una dimensione di lei che fino a quel momento era rimasta fuori dai nostri incontri. E più la vedevo padroneggiare la situazione, più cresceva in me un'eccitazione sottile, alimentata dalla consapevolezza che, per tutti quegli uomini e quelle donne, lei era soltanto una professionista brillante, una donna da ascoltare e rispettare. Io invece, conoscevo anche la sua risata quando si abbandonava, quella che le usciva dalla gola mentre le cosce le tremavano. Conoscevo le pause improvvise della sua voce, quei silenzi caldi in cui tratteneva il fiato e mi faceva capire, senza una sola parola, che voleva essere presa più a fondo. Conoscevo gli sguardi umidi e spalancati con cui mi chiedeva di non fermarmi, di spingerla oltre, di darle esattamente ciò che il suo corpo stava già implorando.
Conoscevo il modo in cui godeva: come si contraeva intorno a me, come gettava indietro la testa, come le usciva un gemito rotto e disperato quando le dita le trovavano quel punto preciso, caldo e gonfio, che le faceva perdere il controllo. Conoscevo ogni centimetro intimo del suo corpo: il sapore salato della sua pelle tra le cosce, la delicatezza del suo clitoride sotto la lingua, la stretta umida e avida della sua figa quando veniva. Conoscevo i suoi baci, quelli lenti e profondi che sapevano di sesso, e il modo in cui riusciva a farmi indurire solo con un sospiro, solo con il modo in cui mi guardava mentre si toccava, solo con il suono bagnato della sua eccitazione.
Sapeva baciare il mio pene come se fosse la cosa più preziosa e più sporca del mondo. Le labbra morbide e leggermente aperte lo sfioravano prima con tenerezza, poi con una fame lenta, lasciando baci umidi e prolungati lungo tutta la lunghezza, dalla base fino alla punta già lucida. La lingua le usciva appena, calda e vellutata, a leccare con dolcezza il frenulo, a girare intorno alla testa gonfia, a raccogliere ogni goccia di liquido preorgasmico come se fosse il suo vino preferito. A volte chiudeva gli occhi e sussurrava qualcosa contro la mia pelle tesa, il fiato caldo che mi faceva fremere, prima di aprirsi di più e prendere la glande tra le labbra, succhiando piano, baciando in profondità, come se volesse ingoiarmi intero solo con la bocca.
La voce le esce chiara, professionale, mentre espone la sua tesi. Le slide scorrono dietro di lei, le luci la battono in pieno, e io sto seduto in terza fila a fingere di ascoltare ogni parola. Ma dentro di me è ancora tutto vivo: il sapore della sua bocca sul mio cazzo, il modo in cui le labbra si aprivano per prendermi, il suono umido e lento dei suoi baci lungo la mia lunghezza. La guardo alzare lo sguardo sulla platea, e per un attimo i nostri occhi si incontrano. Un secondo soltanto. Poi lei riprende a parlare, impeccabile, come se non sapesse che sto ancora sentendo la sua lingua calda sulla mia glande.
Torna al presente, mi dico.
Gli applausi si protrassero per qualche istante, mentre Laura ringraziava la platea con un sorriso elegante e un lieve cenno del capo. La conferenza era terminata, ma la serata era tutt'altro che conclusa. Una voce dagli altoparlanti invitò gli ospiti a raggiungere la hall del teatro, dove era stato allestito un piccolo rinfresco, e in pochi minuti il pubblico cominciò a riversarsi fuori dalla sala, trasformando l'atmosfera raccolta della conferenza in un vivace intreccio di conversazioni, strette di mano e calici che si sfioravano. Io mi mossi con calma, senza fretta di raggiungere nessuno. Avevo imparato da tempo che, in certe situazioni, la discrezione era una qualità molto più preziosa della capacità di attirare l'attenzione. Mi sistemai in una posizione leggermente defilata, vicino a una delle grandi colonne della hall, da dove potevo osservare la scena senza essere coinvolto nel viavai. Non toccai nulla del rinfresco, neppure il bicchiere di spumante che un cameriere mi offrì passando. Non ero lì per fare conversazione, né per stringere relazioni professionali. Ero lì per Laura, e la mia attenzione non aveva intenzione di concedersi distrazioni.
Lei, intanto, era diventata il centro naturale di quel piccolo mondo.
“Dottoressa, complimenti per la presentazione! Una relazione davvero convincente”. “Dottoressa, dovremmo approfondire alcuni dei punti che ha illustrato”. “Dottoressa, la sua capacità di rendere comprensibili anche gli aspetti più complessi è straordinaria”.
Le persone si avvicendavano davanti a lei con una deferenza che non aveva nulla di servile, ma rivelava chiaramente quanto fosse stimata e quanto il suo giudizio contasse per loro. Laura sapeva gestire ogni incontro con una naturalezza ammirevole. Un sorriso per il dirigente più anziano, una battuta arguta per l'uomo che cercava di impressionarla, una risposta precisa per chi desiderava approfondire un dettaglio della presentazione. Non sembrava mai ripetere lo stesso gesto o la stessa frase; aveva una parola adatta a ciascuno, un modo di ascoltare che faceva sentire importante il suo interlocutore, una risata misurata capace di sciogliere anche la conversazione più formale. Era una venditrice nata, pensai, ma sarebbe stato riduttivo definirla soltanto così. Laura possedeva quella rara capacità di convincere senza forzare, di guidare una conversazione lasciando agli altri l'impressione di esserne protagonisti. E vederla all'opera, nel suo ambiente naturale, esercitava su di me un fascino che non avevo previsto.
Mi sorprendevo a seguirne ogni movimento come se fosse un invito privato. Il modo in cui inclinava appena il capo per ascoltare una domanda, esponendo la linea morbida del collo che conoscevo così bene, la mano elegante che accompagnava una spiegazione e che più tardi avrebbe potuto avvolgermi il cazzo con la stessa precisione, le dita che sfioravano il calice del vino senza mai perdere il controllo… e proprio quella padronanza mi faceva indurire. La sua eleganza non era ostentata, e proprio per questo risultava devastante. C’era qualcosa di profondamente erotico in quella donna che sapeva dominare una sala senza alzare la voce, che raccoglieva attenzioni e consensi senza mai sembrare dipenderne. Eppure, ogni tanto, accadeva qualcosa che soltanto io ero in grado di cogliere.
Mentre rispondeva a un cliente, Laura lasciava scivolare lo sguardo oltre la sua spalla e cercava il mio. Non erano occhiate casuali: duravano appena un istante, il tempo di un battito, ma in quell’istante il suo sorriso professionale si apriva in qualcosa di più scuro, più umido, quasi una promessa di cosa mi avrebbe fatto non appena fossimo rimasti soli. Poi tornava al suo interlocutore, impeccabile, come se nulla fosse accaduto. Io, invece, sentivo il sangue scendere, la tensione crescere tra le gambe, il tessuto dei pantaloni diventare improvvisamente troppo stretto. Mi chiedevo quanto le costasse mantenere quella compostezza, quanto dovesse concentrarsi sulle parole degli altri per non lasciar trapelare ciò che le passava davvero per la mente: il ricordo della mia lingua tra le sue cosce, il sapore del mio cazzo ancora fresco sulla sua bocca, la voglia di essere presa lì, in quel momento, dietro una porta chiusa. Conoscevo abbastanza Laura da intuire che dietro quei sorrisi perfetti si stava consumando una partita privata e sporca, una partita nella quale non c’erano dirigenti, contratti o strategie commerciali, ma soltanto noi due e il desiderio che ci stava già scopando da dentro.
Lasciai il teatro senza cercare un ultimo saluto. Laura era ancora circondata da persone che reclamavano la sua attenzione, e non avevo alcuna intenzione di sottrarla anzitempo ai suoi doveri. Del resto, conoscevo il nostro programma: la camera d'albergo era la stessa che sceglieva ogni volta che si trovava in città, un luogo ormai familiare, nel quale le convenzioni della sua vita professionale potevano finalmente restare fuori dalla porta. Raggiunsi l'hotel con calma, attraversai la hall e presi l'ascensore. Durante il tragitto mi tornò alla mente l'immagine di Laura sul palco, la sua voce sicura, la naturalezza con cui aveva conquistato la platea. Era strano quanto quella versione di lei continuasse ad accompagnarmi, mescolandosi ai ricordi dei nostri incontri precedenti e all'attesa di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.
Entrato nella camera, accesi soltanto le luci necessarie, lasciando che l'illuminazione calda delle lampade rendesse l'ambiente più raccolto. Posai la giacca su una poltrona, mi allentai appena il nodo della cravatta e raggiunsi il piccolo mobile accanto alla finestra. Presi una bottiglia di vino che avevo fatto lasciare in camera e preparai due bicchieri, disponendoli sul tavolino insieme a una bottiglia d'acqua. Non sapevo se Laura avrebbe avuto voglia di bere; dopo una giornata come quella, avrebbe potuto desiderare soltanto di togliersi le scarpe e concedersi qualche minuto di silenzio. Ma mi piaceva preparare le cose con cura, creare un ambiente in cui non ci fosse nulla da dimostrare e nessuno da impressionare. Mi avvicinai alla finestra, osservando le luci della città riflesse sui vetri. Dieci minuti, forse qualcosa meno. Eppure, dopo averla guardata per tutto quel tempo nella hall, l'attesa mi sembrava insolitamente lunga.
Il campanello suonò proprio mentre stavo versando il vino. Posai la bottiglia, attraversai la stanza e aprii la porta. Laura era lì, ancora vestita come al teatro, con la borsa appesa alla spalla e un'espressione che mi fece sorridere prima ancora che pronunciasse una parola. Per un istante restammo semplicemente a guardarci. La vidi inspirare profondamente, come se soltanto in quel momento si fosse concessa di abbandonare la tensione accumulata durante la serata. «Finalmente», mormorò, con una voce diversa da quella che aveva usato davanti alla platea. Non ebbi il tempo di risponderle. Laura entrò, lasciò cadere la borsa sulla prima poltrona che incontrò e si voltò verso di me. Mi prese per il bavero della giacca, attirandomi a sé, e le sue labbra incontrarono le mie in un bacio improvviso, profondo, carico di tutta l'impazienza che aveva dovuto nascondere fino a quel momento.
Le cinsi la vita e la strinsi a me, rispondendo al suo bacio senza fretta di interromperlo. Non c'era più traccia della distanza che ci aveva separati per tutta la serata, né della prudenza con cui avevamo amministrato gli sguardi in pubblico. Laura mi baciava come se avesse atteso quel momento per ore, e forse era proprio così. Quando finalmente si allontanò di pochi centimetri, tenne le mani appoggiate sul mio petto e sollevò il viso per guardarmi. Aveva le guance leggermente arrossate e gli occhi brillanti; il sorriso che le affiorò sulle labbra, questa volta, non era destinato a conquistare nessuno.
“Mi hai vista?” mi domandò.
Sorrisi, sfiorandole una guancia con il dorso delle dita.
“Credo di non aver guardato altro per tutta la mattina”
“E che cosa hai pensato?”
La osservai per un momento, lasciando che la domanda trovasse la risposta giusta. “Che sei dannatamente brava in quello che fai. E che non è stato facile restarmene in disparte mentre tutti cercavano di conquistare un pezzetto della tua attenzione”.
Laura rise piano, ma nel suo sguardo rimase qualcosa di più intenso dell'allegria.
“E tu non immagini quanto sia stato difficile per me fingere che fossi soltanto un uomo seduto in platea”
Le passai un braccio intorno alla vita e la avvicinai di nuovo, senza smettere di guardarla.
“Adesso non devi fingere più”
Per la prima volta da quando l'avevo vista salire sul palco, Laura non ebbe bisogno di trovare una risposta brillante. Si limitò a sorridere, si sollevò appena sulle punte e tornò a baciarmi. I due bicchieri ci aspettavano sul tavolino, dimenticati a pochi passi da noi. Il vino poteva aspettare ancora. Avevamo tutto il tempo per recuperare quello che, durante la serata, eravamo stati costretti a trattenere.
Laura si allontanò appena dalle mie labbra, ma soltanto per un istante. Nei suoi occhi c'era ancora quella luce impaziente che avevo intravisto più volte durante la serata, quando, in mezzo ai suoi interlocutori, cercava il mio sguardo senza poter concedersi altro. Ora non c'erano più colleghi, dirigenti o clienti da convincere, nessuna presentazione da concludere con un sorriso impeccabile. C'eravamo soltanto noi due.
Mi guardò con un sorriso appena accennato, poi si abbassò lentamente davanti a me, posando le mani sui miei fianchi. Il gesto aveva qualcosa di sorprendentemente tenero, quasi fosse il modo che aveva scelto per lasciarsi alle spalle, un gesto alla volta, la compostezza mantenuta fino a pochi minuti prima. Attraverso il tessuto dei pantaloni, le sue labbra mi sfiorarono con dolcezza sul cazzo gonfio, dentro ai pantaloni, in una carezza che trasformò improvvisamente l'attesa in qualcosa di concreto.
Abbassai gli occhi verso di lei. Laura sollevò il viso per incontrare il mio sguardo e sorrise, come se avesse appena scoperto un piccolo segreto che apparteneva soltanto a noi. Le passai una mano tra i capelli, senza fretta, mentre nella stanza il silenzio sembrava essersi fatto più profondo. La donna che, poco prima, aveva tenuto sotto controllo una platea di professionisti con la sicurezza di chi sa esattamente dove vuole arrivare, adesso sembrava desiderare soltanto di godersi quel momento, senza ruoli da interpretare e senza parole da scegliere con cura.
E io pensai che forse era proprio questo il privilegio più grande che mi concedeva: non soltanto poterla desiderare, ma essere lì quando decideva di abbassare le difese e mostrarmi una parte di sé che nessuna presentazione, per quanto brillante, avrebbe mai potuto raccontare.
Laura rimase inginocchiata davanti a me, gli occhi sollevati verso i miei, con un'espressione nella quale si mescolavano dolcezza e una sicurezza nuova, diversa da quella esibita poche ore prima sul palcoscenico. Le sfiorai una guancia, scostandole delicatamente una ciocca di capelli dal viso, mentre mi stava sbottonando i pantaloni. Lei sorrise, posò le mani sui miei fianchi e si avvicinò ancora, trasformando quel gesto in una promessa silenziosa. Non c'era fretta nei suoi movimenti, soltanto il desiderio di farmi godere, un momento che aveva cominciato ad attendere già durante la conferenza, mentre era costretta a sorridere agli altri e a nascondere ciò che provava.
Le mani le tremavano leggermente mentre mi sbottonava i pantaloni e mi liberava il cazzo, già duro e pulsante. Lo prese tra le dita, lo avvicinò al viso e lo guardò un istante con gli occhi umidi, prima di passare la lingua dalla base fino alla punta, lenta, leccando via la goccia di liquido preorgasmico che già colava. Poi aprì la bocca e mi prese dentro.
Le labbra si chiusero calde e strette intorno alla glande, succhiando con forza mentre la lingua le girava sotto, premendo sul frenulo. Scivolò più in basso, ingoiandomi centimetro dopo centimetro, finché il naso le toccò il basso ventre e io sentii la gola che si apriva per farmi spazio. Restò così, con il cazzo conficcato in fondo, gli occhi alzati verso di me, prima di ritirarsi e ricominciare a succhiare con ritmo, una mano a stringermi la base, l’altra a massaggiarmi le palle.
La saliva le colava agli angoli della bocca, lucida, mentre mi pompava con la testa, più veloce, più profonda, gemendo intorno al mio cazzo ogni volta che lo spingevo un po’ più dentro. Le afferrai i capelli e le tenni ferma mentre le davo qualche spinta più dura in gola. Lei non si tirò indietro. Anzi, si spinse ancora di più contro di me, come se volesse essere usata proprio così: in ginocchio, con la bocca piena, a prendermi fino in fondo.
Mi fermai, non era professionale venire prima di lei…
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